Camilla: la food coop arriva anche in Italia

Un supermercato autogestito in maniera collettiva e partecipata da una rete di persone che partecipa attivamente alla scelta dei prodotti e dei progetti da sostenere all’interno dello spazio. Dall’incontro tra i contadini di CampiAperti ed i gasisti di Alchemilla, sta prendendo forma a Bologna Camilla, la prima food coop italiana. Il 2018 sarà l’anno della rivoluzione. Una nuova idea di spesa alimentare sta giungendo in Italia: arriva dalla lontana Brooklyn, è passata attraverso il Belgio e la Francia – dove sta spopolando – e sta prendendo forma a Bologna, dove sta nascendo Camilla, la prima food coop italiana, il “supermercato autogestito” in cui i clienti non sono più tali ma diventano soci, lavoratori, co-produttori.

Siamo alla periferia del capoluogo emiliano. Sono circa le quattro di un fresco venerdì pomeriggio di inizio novembre quando un’anonima piazzetta sovrastata da grigi palazzoni anni settanta comincia ad animarsi, diventando nel giro di pochi minuti un brulicante centro di vita e di socialità. Dai furgoni i contadini di CampiAperti cominciano a scaricare verdura, frutta, torte, conserve, vini e altri generi alimentari del territorio. Gli abitanti del quartiere scendono in strada, si incontrano, fanno la spesa e si intrattengono a chiacchierare con i produttori. Strappandoli dai banchetti, ci sediamo con alcuni di loro per parlare di Camilla, il progetto pilota per portare l’idea di food coop in Italia. Come ci spiega Giovanni Notarangelo, il nome nasce dalla fusione di CampiAperti – associazione di contadini del territorio – e Alchemilla – gruppo d’acquisto solidale bolognese di cui Giovanni fa parte –, le due realtà che stanno portando avanti questo percorso. «Camilla è nata per dare un’opportunità in più sia ai produttori che ai gasisti, che grazie a un emporio – un luogo fisico, quindi con meno limitazioni rispetto a un gas –, possono acquistare un paniere di prodotti ampio, locale, biologico e garantito».foodcoop2

COME FUNZIONA UNA FOOD COOP?

L’obiettivo del progetto è costituire una cooperativa e una nuova comunità, una rete di persone che possano partecipare attivamente alla scelta dei prodotti e dei progetti da sostenere all’interno di uno spazio fisico – l’emporio – in cui c’è una particolarità: tutti i soci, che sono gli unici che possono acquistare, sono protagonisti di ciò che succede. Sono loro infatti a definire in maniera partecipata e collettiva tutti gli aspetti organizzativi ed economici. Non solo: ogni socio fornisce il proprio contributo anche in termini di tempo, mettendo a disposizione un determinato numero di ore per svolgere i compiti adatti alle sue competenze e necessari al funzionamento della cooperativa, dallo stoccaggio alla contabilità, dalla promozione al trasporto.

CAMPIAPERTI: LA GARANZIA È IL RAPPORTO DI FIDUCIA

Il coinvolgimento di CampiAperti nel progetto è fondamentale. Dal punto di vista delle produzioni infatti, consente di avere già un contatto diretto con di più di cento produttori del territorio che, grazie all’emporio, avranno la possibilità di distribuire i loro prodotti. Dal lato di chi acquista, rappresenta invece l’opportunità di avere un sistema funzionante di selezione e di garanzia partecipata dei prodotti. Pierpaolo Lanzarini è un membro storico di CampiAperti e ci spiega meglio il concetto che sta alla base del progetto: «Attualmente gestiamo sei o sette mercati biologici a filiera corta a Bologna, dove vige un sistema di accesso basato su forme di garanzia partecipata. Questo vuol dire che non ci sono enti terzi che certificano che le aziende ammesse ai mercati rispettano determinati criteri prestabiliti; al contrario, è la comunità stessa del mercato che garantisce che quel produttore rispetta le caratteristiche richieste».

Questo meccanismo è molto più efficiente delle forme di garanzia comunemente intese, dove peraltro vige un grande conflitto di interessi, poiché il controllore è pagato dal controllato. «Da noi puoi avere la certificazione biologica oppure no – spiega Pierpaolo –,  ma il tuo lavoro viene valutato dalla comunità. Inoltre non ci basta considerare gli aspetti della biologicità della produzione: quando facciamo le nostre visite pre-accesso verifichiamo che siano rispettati anche i diritti dei lavoratori e che la gestione dell’azienda sia etica oltre che ecologica».foodcoop5

DA CONSUMATORE A CO-PRODUTTORE

La food coop Camilla ha anche un obiettivo che potremmo definire “politico”: riappropriarsi del rapporto diretto fra chi acquista e chi produce e vende, rapporto che attualmente è stato sostanzialmente espropriato dalla Grande Distribuzione. «Oggi ci rapportiamo unicamente con lo scaffale – sottolinea Roberta Mazzetti, una delle responsabili del progetto Camilla –, neanche più con i commessi. Tutto è basato sulla facilità e sull’immediatezza dell’acquisto. Noi vogliamo sovvertire questo modello, trasformando il consumatore in co-produttore e coinvolgendolo non solo nella scelta critica del cibo che acquista, ma addirittura nella definizione dei criteri di produzione».

Da qui il modello di cooperativa dei consumatori, che si rifà alle cooperative di inizio novecento – ben diverse dalla forma che le coop hanno assunto oggi –, che avevano una grande capacità aggregativa. «Filiera corta non è solo uno slogan – sottolinea Roberta –, è un sistema equo e rispettoso sia per chi compre che per chi produce, sia del lavoro che della qualità della vita».

«Partecipando a questi mercati – aggiunge Alessandro Nannicini, proprietario dell’azienda agricola Il Granaro e membro di CampiAperti – noto che i nostri co-produttori diventano amici, mi vengono a trovare in azienda, vogliono vedere come lavoro. In questo modo si crea un rapporto che va oltre la garanzia partecipata e diventa amicizia. Lo considero un investimento in umanità e per questo destinato al successo».foodcoop6

Il Park Slope Food Coop di New York, da cui prende esempio Camilla

SI DECIDE INSIEME, SI LAVORA INSIEME

«L’idea è nata circa un anno e mezzo fa», ricorda Giovanni. «Tramite un questionario abbiamo chiesto ai gasisti di Alchemilla se sentivano l’esigenza di un luogo fisico, andando oltre i meccanismi dei normali gruppi d’acquisto. In seguito alle loro risposte, un gruppo di una quindicina di persone ha portato avanti uno studio, analizzando le basi ideali e i progetti a cui potersi ispirare».

L’ispirazione è arrivata dalla food coop di Park Slope, a New York, che ancora mantiene l’organizzazione originale delle food coop, con il contributo di tutti i soci. Negli ultimi anni in Europa ne sono nate altre, soprattutto in Francia e in Belgio, dove c’è Bees Coop. «Abbiamo studiato gli aspetti economici per capire le spese e i costi della fase di avviamento, di quanti soci ci sarebbe stato bisogno e qual è il volume di acquisti necessario affinché il progetto sia economicamente sostenibile».

La fase di redazione dello statuto è molto complessa: «Stiamo proponendo qualcosa che ancora non esiste per la legge italiana e il fatto che i soci daranno un contributo di tempo ci renderà pionieri di questa formula». Questo introduce un altro tema importante, affascinante ma delicato: organizzare il lavoro di tutti i soci. «Ciascuno contribuirà a seconda delle proprie motivazioni. Nel questionario abbiamo chiesto al futuro socio di proporre quella cosa che avrebbe sempre voluto fare ma non ha mai fatto, a sottolineare il fatto che questo è uno spazio di tutti, in cui ognuno mette le proprie peculiarità a disposizione degli altri».foodcoop3

I PROSSIMI PASSI

Attualmente il progetto Camilla ha raggiunto una massa critica, raccogliendo l’adesione di circa 280 soci. Da alcuni giorni sono iniziati i cantieri di progettazione collettiva, nell’ambito dei quali si riuniscono ogni due settimane coloro che hanno già aderito. Il primo mattone è stato posato il 30 ottobre con la co-redazione e l’approvazione da parte di circa 120 persone della carta d’intenti, dove sono elencati principi fondamentali che vanno dal biologico al rispetto delle persone, dal diritto al giusto cibo ai diritti della comunità agricole rurali.

«Il prossimo passo – conclude Roberta – è l’individuazione del luogo fisico dove sorgerà l’emporio. Il costo è un problema, stiamo cercando sia nel pubblico che ne privato. Il nostro sogno?  Ci piacerebbe che, come è successo alla food coop di Bruxelles, ci fosse qualche mecenate che crede nel valore del progetto che ci mettesse a disposizione uno spazio».

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/12/io-faccio-cosi-191-camilla-food-coop-arriva-in-italia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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BEES Coop, i supermercati autogestiti conquistano l’Europa

Park Slope, il supermercato aperto a New York nel 1973, fa scuola. Oltre ad aver ispirato “Camilla” a Bologna è stato un modello per i fondatori di BEES Coop, il primo supermercato cooperativo, partecipato e non lucrativo del Belgio che ha aperto i battenti qualche mese fa a Bruxelles. BEES Coop (Coop. Bruxelloise écologique économique et sociale), il primo supermercato cooperativo, partecipato e non lucrativo in Belgio, ha aperto i battenti a Bruxelles. È il frutto del lavoro di alcuni giovani ambiziosi che hanno deciso di proporre un’alternativa alla grande distribuzione. L’originale supermercato si nasconde dietro alla grande Porta di Rue Van Hove, a Schoerbeek. Situato tra una zona benestante e una più popolare, la BEES Coop è il nuovo grande magazzino del quartiere. Non si trovano pubblicità e posizionamenti strategici dei prodotti, tutto è a favore dei fruitori, dei “cooperatori”, dei soci. “L’idea di base è quella di rendere accessibile a tutti alimenti di qualità con un altro sistema economico” dice Martin Raucent, uno dei fondatori. Dal 4 settembre scorso i clienti possono comprare i prodotti nel primo supermercato cooperativo, partecipativo e  non lucrativo del Belgio.24312964_720427358152075_4561456098914773349_n

COME FUNZIONA CONCRETAMENTE?

Questa nuova proposta di consumo rappresenta una rivoluzione economica e sociale. Per divenire parte di BEES Coop bisogna sottoscrivere azioni: ciascuno è proprietario e può partecipare al processo decisionale dell’assemblea generale (che avviene 3 o 4 volte l’anno), ogni membro lavora almeno 2 ore e 45 ogni 4 settimane per poter abbattere i costi delle spese. La scelta dei prodotti viene fatta da tutti insieme: alimenti sfusi, biologici, locali ed anche prodotti di pulizia, cura personale e cartolibreria. Ai prodotti viene applicato il 20% di margine ed i profitti che rimangono vengono reinvestiti.

IMPARARE DALLA A ALLA Z

Per ricreare questo modello, la giovane équipe di ragazzi si è ispirata al Park Slope Food Coop di New York, dopo aver visto il documentario. Martin Raucent si ritiene contento: “è favoloso riuscire a concretizzare un’idea, sviluppare un progetto, costruirlo in comunità e lavorare nel cantiere”. Con i suoi colleghi, Martin, che è sociologo, si sta preparando a dar vita ad una versione più piccola di BEES Coop, il “Labomarket”.21727965_687605728100905_5905586680988235987_n

UN’ESPERIENZA SOCIALE PROMETTENTE

A oggi la BEES Coop conta 1400 soci (tra i 25 e i 35 anni di cultura elevata) e i nuovi che arriveranno potranno testare la formula del supermercato in un mese di prova. Tutte le settimane si svolgono sono riunioni informative: “Più siamo, più si diventa forti e solidi nel sistema”, ci dice il sociologo. Questa nuova alternativa piace agli amanti del Bio ma non solo: la BEES Coop ha come missione quella di rivolgersi a tutti, creare un legame con gli abitanti del quartiere. “Abbiamo scelto questa zona perché abbiamo trovato a Schaerbeek una vasta diversità sociale e culturale, abbiamo lavorato molto per integrarci, conoscerci e collaborare con le associazioni locali”.

François Roland ha sostenuto l’iniziativa dall’inizio, divenendo un socio fondatore.

“Ne avevo sentito parlare tramite la Rèseau Ades. Il progetto mi sembrava interessante e corrispondeva al mio desiderio di consumare in maniera diversa. Cercavo infatti un’alternativa etica ed ecologica alla grande distribuzione. Qui sappiamo da dove provengono i prodotti”.

Altri modelli simili stanno nascendo a Parigi (“La Louve”) e a Charleroi (“Coopeco”). Ci sono iniziative emergenti un po’ in tutta Europa, senza alcun dubbio la rivoluzione è in marcia!

Articolo originale “La Bees Coop, quand supermarché rime avec équité”

Traduzione a cura di Elena Palazzini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/12/bees-coop-supermercati-autogestiti-conquistano-europa/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Vivere senza supermercato… si può. E risparmiando!

Per molti di noi cambiare è un verbo che sa di nuovo. Suona come una parola definitiva e liberatoria che pronunciamo quando arriva il momento della quasi-resa, quando siamo stanchi o quando qualcosa impatta su di noi in modo improvviso, forte, qualche volta anche doloroso.supermercato

Cambiare, spesso, non è neppure una decisione ma proprio una necessità, un’evoluzione indispensabile del nostro essere al mondo. E’ per questo, forse, che chi lo fa non lo racconta come qualcosa di impraticabile elencandone le difficoltà e gli ostacoli sulla sua strada. Al contrario, chi attua il cambiamento se ne innamora perdutamente e molto raramente torna indietro. Chi attua il cambiamento, in un modo o nell’altro, è destinato a coinvolgere tutti gli altri, a cominciare dalle persone che gli sono vicine: la famiglia, gli amici, la gente in contatto sui social, i colleghi. Il contagio è inevitabile per i semi e le spore che si lasciano cadere intorno ogni volta che parliamo, agiamo o facciamo scelte in una direzione o in un’altra.

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Il cambiamento ha bisogno di condizioni favorevoli, di conoscenza, consapevolezza, sensibilità, informazione e tempo di riflessione, cose che nel modo in cui viviamo, ai ritmi velocissimi cui siamo abituati e assuefatti, sono sempre più difficili. E sono proprio queste condizioni a doppio taglio che diventano poi la giustificazione per non iniziare mai. Siamo spesso inconsapevoli del fatto che siamo quasi sempre noi stessi le condizioni all’interno delle quali il cambiamento si realizza.  Per noi e per gli altri

Il libro “Vivere senza supermercato” è il risultato di una storia di cambiamento possibile. Voluta e vissuta dall’autrice, Elena Tioli, che ha cambiato radicalmente le sue abitudini. Due anni interi senza entrare in un supermercato, destinati a diventare molti di più. Ma per quale motivo? Che senso ha? Cosa c’è di male a fare la spesa in un grande centro commerciale? E poi, come sopravvivere senza in una grande città come Roma? Fare la spesa, in realtà, è molto di più che acquistare generi alimentari e prodotti per la casa. E’ un vero e proprio atto politico e rivoluzionario con un significato preciso e con un impatto sulla nostra vita e sul nostro tempo, sull’ambiente in cui viviamo, sul lavoro delle persone in  i un tempio religioso, con prodotti nuovi e lucenti che non vediamo l’ora di portarci a casa stimola un’eccitazione cui pochi possono ormai rinunciare. Interi reparti stipati all’inverosimile di oggetti e alimenti tossici impacchettati in confezioni colorate e accattivanti e di cui ignoriamo (quasi sempre) la provenienza vengono presi letteralmente d’assalto ogni giorno. La spinta è la pubblicità martellante in tv, i bisogni spesso indotti, il poco o pochissimo tempo a disposizione per farci domande. Questo significa quantità spropositate di imballaggi spazzatura, veleni e tossine riversati nell’ambiente e nei nostri piatti ogni giorno, tempi senza fine in macchina e a cercar parcheggio, sfruttamento nelle filiere senza fine della grande distribuzione, accumulo di oggetti e alimenti in eccesso che  in buona parte butteremo, soldi spesi inutilmente.

Su questo possiamo anche essere d’accordo ma poi, nella vita di tutti i giorni, quanto è difficile iniziare a fare la spesa in modo diverso, critico ed etico? Elena Tioli, 34 anni, con un lavoro che la assorbe tutta la giornata e con un passato da consumatrice inconsapevole, è riuscita a percorrere le strade della spesa alternativa tra Gruppi di Acquisto Solidale, negozietti di quartiere, botteghe, produttori locali e la ricerca di prodotti a km zero e biologici. In due anni non è stato soltanto il portafoglio e la qualità di ciò che ha portato a casa a giovarne ma anche un diverso approccio alla spesa che ha generato, di volta in volta, sempre più conoscenza e consapevolezza sulle conseguenze di ogni piccolissimo gesto di acquisto e consumo.

“Vivere senza supermercato” è un libro scritto in uno stile semplice, leggerissimo, divertente e divertito, ironico, scorrevolissimo. Elena Tioli affronta ogni aspetto della nostra spesa: dai cibi preconfezionati e pronti ai prodotti per l’igiene personale e per la casa, dai prodotti usa e getta in plastica di cui siamo campioni di produzione e consumo all’acqua in bottiglia, dalla realtà degli orti urbani alla “necessità” del consumo di carni. Che cosa c’è dietro l’abitudine di acquistare un determinato prodotto? E quali sono le conseguenze a livello locale e globale? Il libro è anche un vero e proprio manuale con esempi, consigli, riferimenti e contatti utili per chi vuole cominciare a dare una svolta consapevole e critica al suo modo di acquistare. Non è necessario farsi sopraffare dalle difficoltà di organizzazione o da tutto quello che ci sarebbe da fare. E’ possibile iniziare anche solo soffermandosi e riflettendo sul proprio stile di consumo e gradualmente ridurre gli sprechi o cimentandosi in piccole autoproduzioni. La consapevolezza vien facendo. E si vedrà che non è poi così difficile, dice l’autrice. Anche lavorando a tempo pieno e vivendo in città, cambiare abitudini può rivelarsi, oltre che utile, estremamente creativo e divertente. Per tutti.

In ogni caso, dopo aver letto questo libro, entrare in un supermercato non sarà più la stessa cosa.

Fonte: ilcambiamento.it

Vivere Senza Supermercato
€ 11.5

La lotta allo spreco della ministra francese

La ministra francese dell’ecologia, Ségolène Royale, prosegue nella sua lotta contro gli sprechi e ha ottenuto l’ok dai supermercati che si impegnano a limitare i rifiuti alimentari. La Royale sta anche proponendo di modificare il sistema europeo che determina la scadenza di certi cibi.sprecoalimentare_vignetta

Naturalmente non li può obbligare per legge, ma la Royale ha ottenuto dai supermercati del paese l’impegno a tagliare gli sprechi e ridurre i rifiuti alimentari. E’ stato siglato un vero e proprio accordo tra la ministra francese dell’ecologia e i rappresentanti delle catene di supermercati francesi: il cibo non venduto verrà regalato agli istituti della carità. L’accordo vieta anche di distruggere il cibo invenduto che sia ancora commestibile e abolisce la data di scadenza per determinati prodotti come zucchero e aceto. Nel giro di tre mesi partiranno i primi controlli e la Royale assicura che userà tutti gli strumenti legali a sua disposizione per garantire il successo dell’accordo. Altra parte dell’intesa riguarda il fatto di ampliare la gamma di prodotti per i quali abolire l’obbligo di indicare la scadenza, ma la lista viene formulata dall’Unione Europea e per modificarla occorrerà intavolare una trattativa. La Royale ha quindi intenzione di nominare una commissione di esperti che individuino una serie di raccomandazioni che poi potranno essere sottoposte alle autorità europee competenti in materia. E’ però vero che la maggior parte degli sprechi e dei rifiuti alimentari prodotti si individuano nelle case private e nei ristoranti, come risulta da un rapporto redatto dal parlamentare francese Guillaume Garot. In media i francesi gettano dai 20 ai 30 chili di cibo a persona ogni anno, inclusi 7 chili di alimenti nemmeno aperti. Se si considera l’intera filiera alimentare, la cifra sale a 140 chili a persona ogni anno. Ma il problema non è chiaramente solo francese. L’Onu ha stimato che venga sprecato nel mondo dal 30 al 50% del cibo. In media, nell’Unione Europea gli sprechi arrivano a 179 chili di cibo gettato e, se si continua così, si stima che si arriverà a 126 milioni di tonnellate ogni anno nel 2020. In Italia riscuote molto successo l’iniziativa “Brutti ma buoni della Coop, che prevede la distribuzione ai bisognosi dei cibi quasi a scadenza e rimasti invenduti. Collaudata ed efficacissima anche l’esperienza di Banco Alimentare, che dall’1 gennaio di quest’anno ha già raccolto 45mila chili di cibo da fornire a cittadini in difficoltà.

Fonte: ilcambiamento.it

Vogliamo la frutta brutta scontata! L’appello su change.org

E’ possibile recuperare la frutta “brutta”, quella che non ha i requisiti estetici per stare sugli scaffali, e venderla lo stesso, con un forte sconto? In Francia si fa già, Intermarché la vende scontata del 30%. In Italia change.org lancia una petizione. Destinataria la Coop380017

Salviamo e consumiamo la frutta “brutta”, ossia quella che non arriva sugli scaffali dei supermercati perché non abbastanza bella, tonda, colorata e magari è un po’ sgraziata o ha solo un’ammaccatura.
Questo il senso di una delle petizioni on-line che sta viaggiando su change.org, la piattaforma web nata negli USA nel 2010 che raccoglie e diffonde centinaia di appelli pubblici e battaglie per il cambiamento, a livello mondiale e locale. “Vogliamo la frutta brutta scontata” ha già raccolto migliaia di adesioni; la proposta arriva da Firenze e vorrebbe contrastare quella brutta abitudine di sprecare ogni anno tonnellate di frutta e verdura sana, ma di aspetto “non appetibile”. Chi ha lanciato la petizione informa che la catena francese Intermarché lo fa già da tempo: vende frutta e verdura “brutta” dal punto di vista estetico, ma del tutto sana, a un prezzo scontato del 30%. Un modo per far risparmiare i consumatori in tempi di crisi economica, ma anche un’idea originale e intelligente per combattere lo spreco di cibo.  L’appello è rivolto a Coop, il maggiore gruppo della grande distribuzione italiana, di solito attento a cogliere i suggerimenti dei consumatori rivolti ad un maggiore impegno nella sostenibilità. “Fate come Intermarché e vendete anche voi la frutta brutta ad un prezzo scontato“, stanno chiedendo migliaia di cittadini.

Qui si può firmare l’appello.

 

Fonte: ecodallecittà.it

Cibo recuperato…dai cassonetti. Una testimonianza da Barcellona

Per molti supermercati un prodotto invenduto, se riciclato, viene vissuto come una doppia perdita: l’avanzo giornaliero, e il mancato acquisto di nuovi prodotti nei giorni successivi”. La testimonianza di un ragazzo che vive a Barcellona e che, assieme ad altri, ha cominciato a recuperare cibo ancora sano gettato nei cassonetti375939

“L’idea di riciclare il cibo dai contenitori di rifiuti organici non è stata la mia. Non saprei dire il perché: forse perché, per fortuna, non mi sono mai trovato in condizioni tali da dovermi cercare qualcosa da mangiare nei rifiuti, forse per la vergogna, magari entrambe le cose. Tuttavia, quando mi è stata proposto, ho accettato subito di partecipare. A Barcellona è abbastanza usuale incontrare persone in cerca di cibo nei contenitori dell’organico, in particolare al di fuori delle zone turistiche e commerciali. Si trova di tutto: uomini e donne, più o meno giovani, alcuni in giacca e camicia e purtroppo anche anziani, forse pensionati che faticano ad arrivare a fine mese. Alcuni sono ben organizzati, carrelli e carrellini vari non mancano mai, anche ai più sprovveduti, alcuni addirittura hanno bastoni con ganci che usano come arpioni, conoscono orari e luoghi dove cercare, dove la probabilità di trovare qualcosa è maggiore. Ma torniamo a noi. Il mio obiettivo iniziale era risparmiare qualcosa sulla spesa settimanale. Consumando poca carne e pesce, non bevendo latte e derivati, i conti mi tornavano abbastanza perché la maggior parte dell’organico è praticamente composto da sola frutta e verdura. Al centro sociale ci siamo organizzati in questo modo: ci trovavamo ogni lunedì intorno alle 21. Il lunedì è il giorno in cui arrivano le merci ed più facile alla sera trovare gli scarti gettati nei contenitori. In totale eravamo un gruppo di circa 10-12 persone suddivise in 3 o 4 gruppi. Ogni gruppo disponeva di almeno un carrello e, inizialmente di una mappa; una mappa semplice del quartiere, facilmente recuperabile da Google maps, dove ogni gruppo tracciava il suo percorso. Il resto varia a discrezione: alcuni portano guanti e luci, altri un carrello in più, etc.. La scelta del percorso invece è fondamentale. Se non si sceglie un percorso adeguato non si trova niente. Il percorso deve essere valutato in funzione dei negozi di alimentari, delle panetterie, dei frutta e verdura e in generale di qualsiasi attività che tratta cibo. Tuttavia bar e ristoranti, così come anche rosticcerie e pizzerie, non sono soliti avanzare o comunque gettare cibo. Inutile provare nei contenitori vicino a case e palazzine, perché nell’organico non si trova praticamente niente (almeno a Barcelona è così). Iniziato il giro, il tempo di percorrenza varia da un’ora a un’ora e mezza: la lunghezza da percorrere non è rilevante, molto dipende dalla quantità di contenitori che si incontrano e dalla quantità di rifiuti che ciascuno contiene. Per un contenitore vuoto basta uno sguardo, mentre per un contenitore pieno occorre controllare tutti i sacchi uno per uno. Quello che si trova dipende molto dalla vicinanza o meno di una determinata attività come detto sopra. Vicino alle panetterie, in particolare per le grandi catene, è facile trovare quantità considerevoli di pane, sandwich dolci e salati, a volte anche brioches e simili: tutta merce non venduta e che non si vende il giorno seguente. Definire una quantità precisa non è facile, mediamente però si trova sempre un sacco nero pieno. Il cibo in questo caso è pulito, i sacchi sono sempre chiusi e tutto è buono e assolutamente commestibile. Il discorso cambia per frutta e verdura: spesso non si trovano in buone condizioni ma la grande quantità che si incontra compensa la cosa. Frutta verdura variano a seconda della stagione e, a meno di ammaccature varie e un aspetto non “brillante” come il prodotto in esposizione, è sempre buona e in grande quantità. Riciclando una volta alla settimana per esempio, riuscivo a coprire il necessario di frutta e verdura per 3 giorni. L’unico inconveniente, una volta superata l’eventuale vergogna di frugare nella spazzatura e la paura di sporcarsi le mani, è rappresentato dalla necessità di consumare e/o cucinare il tutto in tempi brevi. Questo è abbastanza ovvio: il cibo che si trova è buono ma comunque in deperimento e non in condizione di freschezza tali da poterlo conservare ulteriormente. Per la frutta nelle peggiori condizioni ad esempio, è utile preparare marmellate; è una soluzione questa che ho adottato qualche volta quando trovavo chili e chili di mele o pere che non potevo conservare e che avrei finito per buttare di nuovo. Per la verdura stesso discorso: se si mangia cruda è necessario subito lavarla e conservarla in frigo, altrimenti la si cuoce e via. Il pane si presta di più al riciclo: se ne può racimolare in grandi quantità e poi basta dividerlo in porzioni e congelarlo. Mi capita spesso di recuperare pane per 7-10 giorni che scongelato 5 minuti nel forno a gas è come fresco. Tutto sommato l’idea del riciclo così descritta penso non sia niente male; si recupera cibo, si risparmiano soldi e in compagnia si fa gruppo e tutto assume un aspetto anche divertente. Per concludere: senza dubbio la quantità di cibo che si incontra, almeno qui a Barcelona, nei contenitori di organico, è notevole. Basti pensare per esempio che alcune panetterie regalano direttamente casse piene di pane e altro, a centri di accoglienza ed edifici occupati (di cui Barcelona è piena, vittima della speculazione edilizia franchista). C’è anche da aggiungere un’altra triste realtà, testimoniata da un amico che lavorava come cameriere in un bar/pasticceria, che spesso alla fine del turno condivideva buste di brioches e panini invenduti: molte catene commerciali di pane e dolci, conservano quantità notevoli di avanzi giornalieri per buttarli solo dopo alcuni giorni, quando ormai il pane è secco e le marmellate e le creme delle brioches andate a male. E’ una prassi alquanto sgradevole che ha l’intento di favorire comunque la vendita nonostante la produzione sia in esubero. In pratica il prodotto non venduto, se riciclato, viene visto come una doppia perdita: una associata all’avanzo giornaliero, l’altra alla non necessità d’acquisto dei giorni successivi“.

 

fonte: eco dalle città

 

Salmone Ogm: negli Stati Uniti resta aperto il dibattito su “Frankenfish”

La FDA potrebbe autorizzare la vendita del salmone transgenico, ma ambientalisti, supermercati e chef insorgono158614795-586x390

Si chiama AquAdvantage ma qualcuno lo chiama “Frankenfish”: è il salmone geneticamente modificato prodotto dall’AquaBounty Technologies e messo a punto da due università canadesi. Frankenfish nasce dall’unione di due geni provenienti da due specie differenti: il primo codice è presente nel salmone reale dell’Oceano Pacifico, il secondo, preso da un’anguilla, ha il compito di far crescere il salmone per tutto l’anno, anche nella stagione fredda quando solitamente la crescita si arresta. Così i salmoni transgenici diventano adulti al doppio della velocità dei loro simili selvaggi: dopo diciotto mesi invece che dopo tre anni. Le aziende premono per il business dell’Ogm visto che questi pesci rappresentano una proteina a basso prezzo e di alta qualità che non costituisce una minaccia per l’ambiente. Da diciassette anni AquaBounty Technologies  cerca di ottenere il permesso per commercializzare i suoi salmoni e sul mercato ed è attualmente all’ultima fase delle valutazioni della Food & Drug Administration. Già nel 2010 FDA aveva dichiarato che il salmone non rappresentava un pericolo per la salute umana, ma il protocollo è piuttosto articolato e prevede altri complessi passaggi che riguardano questioni di impatto ambientale. La possibile immissione sul mercato dei salmoni Ogm ha diviso l’opinione pubblica. Il timore è che i salmoni transgenici riescano a disseminare i loro geni mettendo in pericolo i loro cugini dell’Atlantico. Ma c’è anche chi ha paura per la salute dei consumatori: 2500 supermercati statunitensi si sono impegnati a non vendere salmone Ogm e 260 chef hanno firmato una lettera per boicottare i frankenpesci. Ma se la FDA darà l’autorizzazione, l’AquAdvantage potrà finire nei piatti dei consumatori prima della fine del 2013.

Fonte: Le Monde

Supermercati USA non venderanno il salmone OGM

Il salmone OGM Aquabounty dovrebbe crescere in metà tempo, ma diverse catene di supermercati non lo vogliono

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La compagnia biotecnologica Aquabounty sostiene di avere ingegnerizzato un super salmone OGM in grado di crescere nella metà del tempo. L’affermazione è contraddetta da un grafico della stessa azienda che mostra le curve di crescita: per giungere al peso commerciale minimo di 4 kg, il salmone naturale impiega 850 giorni e quello artificiale 600 (1). In omaggio alla globalizzazione, il pesce dall’inquietante nome di AquAdvantage®Salmon (ibrido di salmone, trota e tilapia), viene fatto nascere in Canada e poi portato a maturità lungo le coste di Panama. Sembra che i salmoni allevati siano tutte femmine, in modo che non possano riprodursi. (2) Diverse catene di supermercati negli USA ( Trader Joe’s, Aldi,Whole Foods, PCC natural markets) hanno comunque già dichiarato che boicotteranno il salmone OGM. “Crediamo che non sia sostenibile, né salutare” ha detto un loro portavoce. Dovrebbe essere chiaro a tutti che quando un pesce cresce in metà tempo, allora consuma risorse e inquina l’ambiente con il doppio della velocità. Gli Amici della Terra stanno facendo una campagna perché anche le catene maggiori come Wallmart rinuncino a vendere il salmone biotech. Questa mossa potrebbe avere un peso nella decisione della FDA di dare o meno il nulla osta al progetto. (1) Forse quelli di Aquabounty pensano che la maggior parte delle persone non sappiano leggere un grafico… (2) America Centrale? Solo femmine? Non vi ricorda qualcosa?…

Fonte: ecoblog