Ma veramente chi rifiuta gli ogm condanna l’Africa alla fame?

Secondo l’ex ministro dell’ambiente britannico, Owen Paterson, chi si oppone alla diffusione degli ogm condanna l’Africa alla fame. E, parlando a Pretoria, ha definito le fondate e documentate critiche mosse da scienziati e capi di Stato «un fanatico antagonismo al progresso e alla scienza». Ma chi è il vero fanatico? E qual è la vera scienza?ogmmais

Le parole pronunciate a Pretoria, in Sud Africa, da Paterson sono destinate a sollevare polemiche, ma intanto è l’ennesima espressione di una lobby che preme su più fronti senza mollare mai. Secondo Paterson la “food revolution” africana deve essere basata sugli ogm, che nutriranno il continente e che ha addirittura definito protagonisti della green revolution. Scienziati e governi che cercano di mettere un freno all’imperversare degli ogm, i cui rischi per la salute e l’ambiente peraltro sono già documentati, vengono definiti dall’ex ministro britannico come coloro che «voltano la schiena al progresso» e che «con le loro politiche condannano miliardi di persone alla povertà, alla fame e al sottosviluppo». Quindi sarebbero contro il progresso le parole del primo ministro russo Dmitry Medvedev, secondo cui «possiamo nutrirci con prodotti normali, comuni, non geneticamente modificati»? Medvedev ha aggiunto: «Se gli americani vogliono mangiare quei prodotti, che facciano. Noi non ne abbiamo bisogno, abbiamo sufficiente spazio e opportunità per produrre cibo biologico». Paterson dovrebbe anche leggere il documento stilato da 24 delegati di 18 Stati africani inviato all’Onu nel 1998: «Ci opponiamo fermamente al fatto che l’immagine della povertà e della fame nei nostri paesi siano usate dalle grandi multinazionali per spingere tecnologie che non sono sicure, né compatibili con l’ambiente né economicamente vantaggiose per noi. Non crediamo che queste multinazionali o le tecnologie genetiche aiuteranno i nostri agricoltori a produrre il cibo necessario per il ventunesimo secolo. Al contrario, pensiamo che distruggeranno la biodiversità, le conoscenze locali e il sistema dell’agricoltura sostenibile che i nostri contadini hanno sviluppato in migliaia di anni; questo metterà a repentaglio la nostra capacità di nutrirci». Paterson dovrebbe anche informarsi su cosa ha dettoViva Kermani quando ha parlato della situazione dell’India: «E’ irresponsabile affermare che nel nostro paese migliaia di persone muoiono ogni giorno di fame e che gli ogm sono la soluzione. Quando la nostra gente ha fame o è malnutrita, non è per mancanza di cibo ma perché il loro diritto alla sicurezza e al cibo nutriente viene negato». L’ex ministro britannico, e tanti altri come lui, pare proprio bravo nell’utilizzare la retorica per smuovere sentimenti ed emozioni, ma questo non ha nulla a che fare col progresso e la scienza e non fa che sviare l’attenzione dalle vere cause della fame e della povertà. I sostenitori degli ogm ripetono costantemente che questa tecnologia risolverà il problema della fame e nutrirà la popolazione mondiale. Le lobby del biotech ci ripetono che gli ogm sono essenziali, che permettono ai contadini di affrontare meglio i cambiamenti climatici, che hanno più resa. Ma la falsità di tutto ciò è stato ormai ampiamente dimostrato. Prendiamo per esempio il rapporto che lo scorso anno è stato pubblicato dal Canadian Biotechnology Action Network (CBAN), secondo cui la fame è causata dalla povertà e dalla diseguaglianza e che già si produce abbastanza cibo per tutti ed era così anche nel 2008, ai tempi del picco della crisi alimentare mondiale. Secondo il rapporto, l’attuale produzione alimentare mondiale fornisce abbastanza cibo per nutrire dieci miliardi di persone e le crisi dei prezzi non dipendono dalla scarsità di alimenti. Inoltre, il CBAN fa notare come gli ogm oggi sul mercato non siano affatto finalizzati a risolvere il problema della fame nel mondo. Quattro cereali ogm coprono la quasi totalità dei terreni nel mondo coltivati con questi alimenti modificati e tutti e quattro sono stati sviluppati per l’agrindustria su larga scala, soprattutto utilizzati per produrre carburanti, per il cibo industriale e per i mangimi degli animali. Il rapporto canadese chiarisce anche che gli ogm non hanno aumentato i raccolti né gli introiti degli agricoltori, portano ad un aumento nell’uso di pesticidi e provocano danni all’ambiente. In India dove si coltiva il cotone Bt non è diminuito l’uso di pesticidi. Paterson parla di pratiche agricole anacronistiche e primitive che affamano milioni di persone e distruggono l’ecologia, ma ciò che dice non ha il minimo fondamento nella realtà, sta solo giocando con la paura e le emozioni. Moltissimi documenti ufficiali sostengono he per risolvere il problema della fame nelle regioni povere occorre supportare metodi agro-ecologici e sostenibili, rafforzando le economia alimentari locali. Si veda qui per il rapporto dell’Onu, qui per un altro documento ufficiale,qui per l’Onu Special Rapporteur sul diritto al cibo, qui per il documento di 400 esperti. Si veda anche questo documento che attesta come gli ogm non siano necessari per nutrire la popolazione mondiale. Quindi…Paterson da dove ha preso le informazioni sulle quali ha basato le sue dichiarazioni? Beh, si può intuire la risposta. L’esperienza con gli ogm dimostra che in questo modo la sicurezza alimentare è messa in pericolo e che si creano problemi ambientali, sociali ed economici (si veda questo rapporto di GRAIN e questo articolo di Helena Paul che documenta l’ecocidio e il genocidio in Sud America a causa dell’imposizione delle colture ogm). Ma tutto sommato non deve sorprendere che Paterson dica certe cose. Come ministro dell’ambiente ha favorito le partnership con enti pro-ogm, come l’Agricultural Biotechnology Council (ABC), che è sostenuta da multinazionali quali Monsanto, Syngenta and Bayer CropScience. E…secondo voi chi sostiene ciò che anche Paterson sostiene lo fa in buona fede? Senza conflitto di interesse? E la retorica dell’evidenza scientifica  che contraddice ciò che gli ogm in realtà hanno mostrato di causare? Leggete qui, quello che scrive Global Research. E anche in Italia non mancano certe uscite. In realtà sono la speculazione e il modello del business industriale a portare alla fame, alla povertà, al land grabbing, alla scomparsa delle aziende agricole familiari in nome degli interessi delle grandi multinazionali. Daniel Maingi lavora con i piccoli agricoltori in Kenya e appartiene all’organizzazione Growth Partners for Africa. Maingi è nato in una fattoria nel Kenya orientale e ha studiato agronomia. Si ricorda bene di quando la sua famiglia coltivava e mangiava una grande varietà di cereali, legumi e frutti. Dopo lo Structural Adjustment Programmes negli anni ’80 e ’90 e la cosiddetta green revolution, tutto è stato sostituito dal mais, solo e sempre mais. E la gente ha cominciato a mangiare solo mais, cereale peraltro che ha bisogno di acqua, cosa che in Africa rappresenta un problema, e ha portato a un uso massiccio di fertilizzanti che hanno ucciso l’importantissima flora batterica del terreno. Growth Partners Africa lavora con i contadini per nutrire il terreno con sostanze organiche naturali, per usare meno acqua e aumentare la varietà. Per Maingi la sovranità alimentare in Africa significa tornare all’agricoltura e all’alimentazione che c’erano prima dei massicci investimenti occidentali. Mariam Mayet dell’African Centre for Biosafety in Sud Africa spiega come molte nazioni stiano finanziando gli agricoltori affinchè comprino fertilizzanti, aderiscano al modello di agricoltura industriale e diventino dipendenti dalle multinazionali per le sementi. Elizabeth Mpofu, di Via Campesina, coltiva un’ampia varietà di cereali in Zimbabwe. Durante una recente siccità, i vicini che usavano fertilizzanti chimici hanno perso gran parte del raccolto. Lei invece ha raccolto sorgo, grano e miglio coltivati con i metodi agro-ecologici: controllo naturale dei parassiti, fertilizzanti organici e cereali adatti all’ambiente. Daniel Maingi accusa inoltre di condotte fuorvianti e sbagliate la Banca Mondiale, il fondo monetario internazionale e la Gates Foundation che ha rapporti strettissimi con l’Alliance for a Green Revolution in Africa (AGRA)  . Le multinazionali dell’agritech continuano a ripetere che hanno la risposta alla fame e alla povertà, in realtà hanno già fatto fin troppi danni.

Si ringrazia Colin Todhunter per Countercurrents

Fonte: ilcambiamento.it

 

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In manette trafficante di corni di rinoceronte a Francoforte, la refurtiva vale 1 milione di dollari

Un corno di rinoceronte vale al mercato nero circa 500 mila dollari, ovvero più dell’oro e del platino e con questo bottino è stato arrestato all’aeroporto di Francoforte un trafficante internazionale in procinto di venderne due

E’ stato arrestato all’aeroporto di Francoforte un trafficante di corni di rinoceronte in procinto di piazzare la preziosa merce sul mercato nero. Ogni corno viene pagato circa 66 mila euro al chilo e un corno integro può arrivare al valore di 500 mila euro. L’arresto è avvenuto grazie alla rete di monitoraggio internazionale TRAFFIC del WWF. L’aeroporto di Francoforte è un hub importante, crocevia dei voli in arrivo e in partenza per Africa e Asia e spesso è usato come snodo per i traffici illeciti. Infatti i due corni sequestrati erano appena stati portati dall’Africa. I trafficanti sono stati notati dalla polizia dello scalo, ma non è detto che tali illeciti siano sempre smascherati.UK Border Force Crack Down On Trade OF Endangered Species

Sottolinea il WWF:

Le indagini continuano ma quello su cui oggi è necessario intervenire decisamente e con ogni mezzo è interrompere il falso messaggio culturale delle potenzialità medicamentose della polvere di corno e del valore simbolico che questo oggetto, trasformato in una coppa, assume per cerimonie o riti ancestrali.

Infatti la credenza che vuole che il corno di rinoceronte abbia poteri taumaturgici, ossia di guarigione per molte malattie o disturbi della sfera sessuale, resta dura a morire e ciò comporta che si stia avendo una decisa escalation di stragi di rinoceronti, ma anche di tigri (catturate per la loro pelliccia) o di elefanti (per i denti in avorio).

Riferisce il WWF nel dossier “Natura Connection” che:

circa il 94% del bracconaggio di rinoceronti avviene tra Zimbabwe e Sud Africa dove oggi sopravvive la più grande popolazione di rinoceronti in Africa. Mentre nel 2007 sono stati documentati meno di 50 casi, nel solo 2013 ne sono stati uccisi più di 1.000. Il solo Sud Africa ( che ospita la più grande popolazione di rinoceronti del pianeta) ha registrato dal 2007 ad oggi un aumento del 7000% del bracconaggio ai danni dei rinoceronti.

Per approfondimenti: Crimini di natura la campagna del WWF

Land Grabbing: l’Africa del nuovo colonialismo

E’ in atto una silenziosa ricolonizzazione dell’Africa su vasta scala. Come? Con il consumo, anzi il furto di suolo. Ed è di questo che si parlerà alla prima Conferenza africana sul land grabbing che terrà in Sud Africa dal 27 al 30 ottobre prossimo.lan_grabbing_africa

A raccontare con una lucidità esemplare quanto è accaduto e sta accadendo in Africa è Bwesigye Bwa Mwesigire, scrittore e avvocato ugandese, co-fondatore del Center for African Cultural Excellence di Kampala. E mette subito il dito su una piaga aperta: «Si dice che una delle ragioni per le quali il sistema dell’apartheid in Sud Africa non è stato smantellato, malgrado gli sforzi di Mandela, sia la questione della terra». Perché? Perché «la decolonizzazione resta incompleta se la terra non ritorna ai proprietari di diritto, quelli che ne furono brutalmente defraudati». Mwesigire afferma senza ombra di dubbio che è in atto una «silenziosa ricolonizzazione su vasta scala», travestita da sviluppo economico e da lotta alla povertà ma la cui finalità è unicamente la soddisfazione degli interessi delle multinazionali che vogliono profitti sui mercati e più cibo da commercializzare, mentre agli africani vengono negati i diritti e i bisogni.
La terra è fonte di vita e di morte 

La terra non è solo un bene materiale. Nel 1997 la Church Land Conference di Johannesburg ha attestato come la terra è e dovrebbe essere al di sopra e al di là dei mercati e della politica, perchè la terra è fonte di vita, come la madre che dà nutrimento ai figli i quali altrimenti morirebbero di fame. Come diceva Andile Mngxitama sul The Chimurenga Chronic nell’aprile 2013, «la terra è sempre con noi, ci dà la vita e, quando moriamo, ci riaccoglie». Nello stesso articolo Andile raccontava la storia di Sipho Makhombothi, fondatore  del Landless People’s Movement, che aveva lasciato istruzioni affinchè alla sua morte lo si seppellisse vicino ai suoi antenati. I membri del movimento lo hanno accontentato sfidando le armi dei bianchi che rivendicavano la proprietà di quelle terre. Due anni dopo il corpo di  Makhombothi venne riesumato per ordine del tribunale. Andile ci ricorda che «le ossa di Makhombothi, senza terra in vita e senza terra nella morte, chiedono ancora giustizia». Gli effetti del furto della terra non sono visibili solo in Sud Africa.Il Kenya, ad esempio, ci rimanda storie di famiglie che possiedono intere contee e che  sostengono politici di ben definite idee. In Namibia gli europei che vi risiedono possiedono territori enormi, terre dalle quali i nativi sono esclusi. Da quando nel nord dell’Uganda sono state deposte le armi, la guerra ha virato verso la terra. I profughi che erano fuggiti avevano lasciato le loro terre e gruppi industriali vi hanno poi scoperto giacimenti di materie prime; sono quindi emersi nuovi conflitti che vedono i gruppi industriali e il governo da una parte e i cittadini dall’altra. Le donne del distretto di Amuru  – dove la macchina del land grabbing utilizza metodi anche intimidatori – protestano senza abiti contro i leader politici in segno di spregio e rabbia. Nel sud dell’Uganda la gente non voleva che la foresta di Mabira venisse trasformata  nell’ennesima piantagione di canna da zucchero. Ci fu una grandissima manifestazione a Kampala, durante la quale si sparò ai dimostranti. I giornali riportarono che il land grabbing era stato fermato ma in realtà interi pezzi di foresta furono disboscati per far posto alle coltivazioni.

L’African Union è complice

Mwesigire sostiene che il linguaggio dello sviluppo economico è la giustificazione che si tenta di dare al land grabbing. E’ un’azione ben pianificata e spesso presentata con finalità positive. «Ironicamente l’African Union è complice in questo nuovo piano – spiega l’avvocato ugandese – E questo piano prevede il “New Alliance for Food Security and Nutrition in Africa” del G8 and l’Alliance for a Green Revolution in Africa (AGRA)». Secondo l’African Centre for Bio-Safety, la nuova ondata di colonialismo è chiarissima. La pianificazione include l’omogeneizzazione delle leggi in Africa a favore degli investimenti stranieri in agricoltura, leggi di proprietà a favore delle multinazionali straniere e l’autorizzazione all’utilizzo di sementi geneticamente modificate.   Tutto ciò danneggia irreparabilmente la stragrande maggioranza dei piccoli agricoltori e la cosiddetta agricoltura di sussistenza. Depauperare di tutto i piccoli agricoltori significa controllare le loro vite e trasformarli in consumatori di prodotti . L’uso di sementi ogm permette alle multinazionali di esigere le royalties dagli agricoltori e distrugge la biodiversità che aveva permesso di garantire un’agricoltura sostenibile nel continente. I piani per la ricolonizzazione stanno già funzionando. Un rapporto pubblicato nell’aprile scorso dall’inglese World Development Movement (WDM), intitolato Carving up a continent: How the UK government is facilitating the corporate takeover of African food systems , affermava che enormi tratti di terreni nei paesi africani con accesso al mare e alta crescita economica sono nel mirino di gruppi come Monsanto e Unilever con l’aiuto dei governi inglese e Americano.  Secondo quel rapporto, gli accordi siglati con alcuni paesi africani chiave (Benin, Burkina Faso, Etiopia, Ghana, Costa d’Avorio, Malawi, Mozambico, Nigeria, Senegal e Tanzania) espongono enormi distese di terra africana al rischio di “furto” da parte delle multinazionali dietro la scusa di combattere la povertà e garantire il cibo. Come riporta l’African Centre for Bio-Safety, grandi progetti come il Pro-Savanna nel nord del Mozambico stanno già cacciando gli agricoltori dalle loro terre imponendo sistemi su larga scala per l’export. Come nel colonialismo del 19imo secolo, anche in questa nuova forma di colonialismo contemporaneo entità africane stanno collaborando, politici e governanti che firmano accordi e permettono alla macchina coercitiva delle miltinazionali di agire.

«Il colpevole mantra dello sviluppo e del mercato che soddisfa tutti i bisogni – dice Mwesigire – non considera il fatto che le popolazioni africane vengono nutrite grazie ai piccoli agricoltori e non dai grandi gruppi che invece pensano solo all’export e ai mercati ricchi. Si pensa all’Africa come alla macchina produttrice di ciò che andrà poi a soddisfare i bisogni dell’Occidente. Le multinazionali e i governi stranieri che le finanziano non hanno alcun interesse nella sicurezza alimentare e nella sovranità alimentare delle popolazioni africane». Nel 2012, l’Human Rights Watch ha riportato che il governo etiope ha costretto decine di migliaia di persone ad abbandonare le loro terre per darle agli “investitori”. La BBC ha spiegato come la terra sia stata acquistata dai cinesi e dall’Arabia Saudita che vogliono coltivarci oltre un milione di tonnellate di riso per esportarlo poi a casa loro. In Liberia, una comunità della contea Grand Bassa sta resistendo all’Equatorial Palm Oil (EPO), una società inglese che vuole ricavare in quelle terre l’olio di palma. Il governo ha concesso alla società 169.000 ettari di terreni senza consultare le oltre 7.000 persone del clan Jogbahn che vive in quelle terre da generazioni. Il presidente liberiano ha fatto promesse a quella gente, ma appunto sono solo promesse.
A fronte di questa situazione, si terrà dal 27 al 30 ottobre 2014 la prima Africa Conference on Land Grab al Parlamento Pan Africano, in Sud Africa.

Si ringrazia Bwesigye Bwa Mwesigire

Fonte: il cambiamento.it

Kevin Richardson abbraccia i suoi leoni in un magico e commovente video

L’incontro fortunato tra l’uomo che sussurra ai leoni Kevin Richardson e uno sponsor, la GoPro che pubblicizza la videocamera Hero3+, ha prodotto il video che vedete sotto con le immagini ravvicinate degli stupefacenti e affettuosi abbracci con i felini01

Kevin Richardson è l’uomo che ha sovvertito e infranto ogni regola in merito all’approccio con gli animali selvatici. Usa amore, comprensione e fiducia per stabilire con loro un legame emotivo che lo rende un amico da accettare e proteggere. Kevin Richardson si è laureato in Anatomia e Fisiologia e si è occupato di riabilitazioni post operatorie, quando circa 16 anni fa ha iniziato a lavorare in un parco che accoglieva leoni e da allora la sua vita e quella dei felini è totalmente cambiata. Richardson ha un suo metodo ma anche un talento naturale nel riconoscere le emozioni degli animali e con loro stabilisce rapporti unici. Ciò gli ha permesso di divulgare con estrema semplicità e naturalezza lo stato di grave pericolo che vivono i leoni che già decimati rischiano di essere presto inseriti nella lista delle specie a rischio estinzione. In Africa si contano tra i 15 mila e i 30 mila esemplari a seconda di chi fa i conti. Dunque ecco l’attività di Kevin Richardson come produttore di documentari, film e libri che usa per sostenere la sua associazione The Lion Whisperer che gestisce in Sud Africa il Wildlife Sanctuary, ossia una riserva per leoni. Grazie a questo suo talento è divenuto consulente per la Polizia in Sud Africa e riesce così a portare a casa molti successi in merito alla lotta al bracconaggio e al traffico illegale di leoni. Infine va detto che la caccia al leone non è particolarmente contrastata in Sud Africa poiché attira migliaia di turisti ogni anno nonostante lo scandalo sollevato nel 1997 con il reportage televisivo The Cook Report in cui veniva mostrata la caccia nel recinto a una leonessa.

Fonte: ecoblog

Cambiamenti climatici, il vino emigrerà verso nord?

Sapevate che fino a un secolo fa l’Algeria era il maggior produttore mondiale di vino? Che un vino del New Jersey è “statisticamente indistinguibile” da un vino francese? E (ma questa è più facile) che la Cina fosse il paese dalla più rapida crescita vinicola? Cose che dipendono, anche, dai cambiamenti climatici.8447360068_0b8a6a9a1e_b-586x394

Nel marzo 2013 è stato pubblicato su PNAS(Proceedings of the National Academy of Sciences) questo studio relativo all’impatto dei cambiamenti climatici sul vino (sulle vigne in senso agricolo): entro il 2050 fino all’86% delle aree europee del Mediterraneo dove ora si produce vino potrebbe non essere più adatta alle viti a causa delle modifiche che subirà il clima. I risultati mostrano con chiarezza come le estati sempre più calde e gli inverni sempre più gelidi stiano mettendo a rischio forse IL prodotto per eccellenza del made in Italy: il vino. Il fenomeno, viene da sè, interesserà tutto il pianeta: la California, oggi terra di eccellenti vini (sopratutto bianchi Chardonnay e rossi Cabernet Sauvignon e Syrah) arriverà a perdere fino al 60% dei suoi vitigni, così come il Cile (-25%) ed Australia (-70%), ma è il Mediterraneo che subirà i danni maggiori. Se da un lato del mare nostrum l’avanzata del deserto negli ultimi 100 anni ha completamente cancellato la produzione vinicola nordafricana, dall’altro il vino conosce oggi una nuova, splendida ed eccellente giovinezza; un periodo che però è messo a serio rischio dai cambiamenti climatici, che potrebbero spazzare via fino all’86% dei vitigni dei paesi del Mediterraneo europeo. Se al di là dell’Atlantico l’area del Parco di Yellowstone diventerà il territorio più produttivo entro i prossimi 50 anni (oggi non c’è nemmeno un vitigno): lo spostamento verso nord delle terre da uva potrebbe portare gli americani ad impiantare vitigni fino ai confini con il Canada, nello Yukon (un tempo famoso per la neve, il ghiaccio ed i cercatori d’oro). Questo fenomeno è mostrato chiaramente nella mappa qui sotto.

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In altre zone del pianeta invece potrebbe diventare impossibile continuare con la produzione vinicola: spostandosi ai poli, le terre da vino di Sud Africa, Cile ed Australia si assottigliano sempre di più e potrebbero scomparire del tutto. In Europa dramma che interesserà sopratutto Italia e Spagna, che potrebbero arrivare a perdere oltre la metà dei loro vitigni preziosi, ma la tendenza è ormai già incline ad andare verso nord. L’aumento delle temperature aumenta il contenuto zuccherino negli acini aumentando la gradazione del prodotto finale e diminuendone l’acidità: ciò implica necessariamente una sostanziale modifica negli aromi, rendendo più complessa (a palati esperti e non) ed incerta la degustazione (e diminuendo la produzione). Questo potrebbe avere conseguenze dirette anche sul mercato dei vini, rendendo competitivi vitigni che prima erano considerati di bassa lega (come quelli americani o, fino a qualche anno fa, quelli sudafricani oggi molto apprezzati). Un problema che si è cercato di affrontare già da tempo, ad esempio impiantando ceppi più resistenti o introducendo nuovi metodi di irrigazione. Ma è poco ciò che il produttore può fare di fronte al cambiamento climatico in atto:

In questo scenario le produzioni si sposterebbero più a nord. In nord Europa le aree vinicole aumenteranno del 99%, in Nuova Zelanda del 168 e nel nord America del 231.

si legge nello studio.

Fonte:  Conservation International

OGM: soltanto 5 Paesi europei utilizzano il transgenico in agricoltura

 

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Repubblica CecaSlovacchiaRomaniaPortogallo e Spagna sono gli ultimi cinque Paesi europei a proseguire con la coltivazione di OGM. Le coltivazioni di mais transgenico ammontano a 129mila ettari di mais piantati nel 2012, un’estensione decisamente trascurabile sul totale della superficie agricola comunitaria. Di questi 129mila ettari, circa 100mila sono coltivati in Spagna, unico Paese europeo in cui le coltivazioni transgeniche avvengono su larga scala. Ma nel sud della penisola iberica qualcosa potrebbe cambiare: la giunta regionale dell’Andalusia si aggiungerà presto ai comuni che si sono recentemente dichiarati liberi da OGM. È il partito Izquierda Unida a farsi promotore dell’iter parlamentare che dovrebbe portare alla sospensione di tutte le autorizzazioni di coltivazione e importazioni di transgenici nelle campagne andaluse che rappresentano il 10% del coltivato spagnolo. In Europa – come emerso dal Rapporto del Servizio Internazionale per l’acquisizione delle applicazioni nelle biotecnologie per l’agricoltura (ISAAA) – l’opposizione alla diffusione del transgenico in agricoltura è sempre più compatta: anche grazie alla forte contrarietà dei consumatori (il 71% degli italiani, secondo un’indagine Coldiretti Swg, non vuole cibo transgenico) gli Stati membri dell’UE hanno scelto di eliminare gli OGM dalle loro coltivazioni. Il transgenico si afferma, invece, con prepotenza tra i paesi in via di sviluppo, mentre diminuiscono drasticamente i paesi industrializzati che ne fanno uso. I sei paesi leader nel biotech sono Stati Uniti d’America (69,5 milioni di ettari), Cina, India, Brasile, Argentina e Sud Africa che, insieme, coltivano il 46% delle colture biotech globali. Fra i nuovi arrivati che nel 2012 hanno allungato la lista dei coltivatori di OGM ci sono il Sudan (per il cotone) e Cuba (per il mais).

Fonte:  El Pais I Coldiretti