Nuovi bioindicatori contro stress ambientali e inquinamenti emergenti

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Un innovativo studio condotto in Cina da un team di ricercatori in microbiologia di Unibz – Libera Università di Bolzano ha individuato dei bioindicatori in grado di rilevare la presenza di uno stress ambientale o di inquinamenti emergenti come quelli dovuti all’utilizzo degli antibiotici. Alla base di questa nuova metodologia vi sono gli integroni di classe 1 che consentono di effettuare accurate rilevazioni sul livello di inquinamento di un ecosistema e i rischi per la salute umana. Concentrazioni elevate di metalli pesanti o livelli eccessivi di inquinamento da antibiotici potranno essere scoperti grazie agli integroni di classe 1 il cui impiego è stato sperimentato da Lorenzo Brusetti e Luigimaria Borruso nella regione della città di Zhangye, nella provincia cinese di Gansu, che è particolarmente inquinata da antibiotici e pesticidi in agricoltura, degli scarti delle lavorazioni industriali e dell’elevata urbanizzazione. Si tratterà di una nuova impostazione che privilegerà la biologia nei confronti della chimica. Gli integroni sono frammenti di Dna batterico che fungono da “organismi sentinella” e la cui presenza denuncia l’esistenza di uno stress ambientale. L’inquinamento da antibiotici – sia nella medicina che in contesti agricoli – è una delle questioni più dibattute nel mondo della medicina e della ricerca scientifica. Secondo le stime dell’Oms, in assenza di misure di contenimento dell’uso di antibiotici in campo medico e agricolo, nel 2050 ben 10 milioni di persone saranno esposte al rischio di morte.

Fonte: AdnKronos

Il caldo record stressa mucche, galline e api

PHNOM PENH, CAMBODIA - AUGUST 26:  Chickens in holding pens at an egg farm south of Phnom Penh on August 26, 2013 in Preak Palap, Kandal Province, Cambodia. Cambodia has seen the worst out break of Avian influenza H5N1 since the disease was first identified, so far this year 17 cases have been report, 10 of which have been fatal. (Photo by Nicolas Axelrod/Getty Images)

Piglets stand in their enclosure at a pig farm of Label Rouge ("red label") standard in Marigne-Laille in western France on September 7, 2014. The "Label Rouge" is an official certification in France of the superior quality of a food or farmed product. AFP PHOTO/ JEAN-FRANCOIS MONIER        (Photo credit should read JEAN-FRANCOIS MONIER/AFP/Getty Images)

A honey beens sucks nectar out of a flower in a mustard field in full bloom on the outskirts of Srinagar on April 5, 2015. According to the Directorate of Agriculture of the state government of Jammu and Kashmir, the Kashmir valley comprising six districts has an estimated area of 65 thousand hectares of paddy land under mustard cultivation, which is about 40 per cent of the total area under paddy. AFP PHOTO /Rouf BHAT        (Photo credit should read ROUF BHAT/AFP/Getty Images)

A cow is milked with a milker on March 11, 2015 in Caserta, southern Italy. Thirty years after introducing quotas to combat the butter mountain caused by overproduction, the EU is on the cusp of freeing up the dairy sector amid growing global demand for milk products. The milk production quotas will ending on March 31, 2015 in the EU.  AFP PHOTO/MARIO LAPORTA        (Photo credit should read MARIO LAPORTA/AFP/Getty Images)

Le temperature record delle ultime settimane non rappresentano solamente uno stress per gli esseri umani, ma stanno alterando gli equilibri, i bioritmi e le attività anche della fauna. Con il termometro costantemente fra i 30° e i 40° C nelle ore più calde del giorno, le api volano molto meno e tendono a rimanere a terra senza più riuscire a prendere il polline. Anche galline e mucche sono stressate dal caldo: le prime producono fino al 15% di latte in meno, le seconde riducono la produzione di uova del 10%. È quanto emerge da un’indagine condotta da Coldiretti sull’estate più calda di sempre. Le mucche, stressate dal caldo, mangiano meno e gli allevatori per far fronte all’emergenza e per portare un po’ di refrigerio si sono attrezzati di doccette, ventole, condizionatori e addirittura di integratori a base di sali di potassio. Anche per i maiali sono stati accesi i condizionatori per evitare che, superato lo “spartiacque” dei 28°, i suini mangino fino al 40% della razione giornaliera. Insomma, per gli allevatori il caldo rappresenta un costo aggiuntivo che, molto probabilmente, andrà a ripercuotersi sui prezzi dei prodotti che ne derivano, dalla carne al latte, dalle uova al miele.

Fonte: ecoblog.it

Inquinamento e stress in gravidanza incidono sul comportamento del bambino

Per la prima volta una ricerca scientifica evidenzia disturbi comportamentali dovuti all’interazione fra inquinamento e stress180930172-586x382

L’esposizione all’inquinamento atmosferico associata allo stress materno durante la gravidanza incide sul comportamento del bambino. Lo studio, realizzato da un gruppo di ricerca del Columbia Center for Children’s Environmental Health con la collaborazione della Mailman School of Public Health, è stato pubblicato di recente sulla rivista Pediatrics e chiarisce come ansia, depressione, disturbi dell’attenzione e comportamento aggressivo possano scaturire da questo concorso di cause. All’interno di questa ricerca si spiega, inoltre, come questi effetti siano maggiorati qualora, durante la gravidanza, vi sia un’esposizione agli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) dell’inquinamento atmosferico, vale a dire generati da fonti di combustione come veicoli a motore, centrali a carbone e riscaldamento residenziale oppure fumo di tabacco. Si tratta del primo studio al mondo sull’interazione dei due fattori. La ricerca – guidata da Fredrica Perera e Wieslaw Jedrychowski, è stata condotta su 248 coppie di mamme e bimbi di Cracovia, città nella quale il carbone rappresenta una grave fonte di inquinamento. Lo screening è stato effettuato dalla gravidanza sino ai 9 anni di età. I questionari relativi al comportamento dei bambini sono stati incrociati con questionari di autovalutazione rivolti alle madri. Un percorso scientifico che ha come finalità la pianificazione di interventi per prevenire i problemi di sviluppo dei bambini, sia dal punto di vista del miglioramento delle condizioni dell’ambiente fisico che sotto il profilo del supporto alle madri che necessitano di supporto psicologico o materiale.

Fonte:  Pediatrics

Stress test nucleari: “disattesa la lezione di Fukushima”

La lezione di Fukushima non è stata appresa e molti degli impianti restano profondamente insicuri. A lanciare l’allarme è un nuovo rapporto di Greenpeace sugli “stress test” ai quali sono state sottoposte le centrali nucleari europee.

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Un nuovo rapporto di Greenpeace sugli “stress test” ai quali sono state sottoposte le centrali nucleari europee lancia un allarme: la lezione di Fukushima non è stata appresa e molti degli impianti restano profondamente insicuri. Questo anche perché molti problemi dipendono da limiti intrinseci dei progetti, difficili, se non impossibili, da risolvere. A giungere a tali conclusioni è il rapporto “Updated review of EU nuclear stress-tests”, opera del fisico Oda Becker, già coautore dell’analisi indipendente dei risultati degli “stress test” commissionata da Greenpeace nel 2012. Dopo il disastro di Fukushima, nel 2011, gli Stati Membri dell’Unione Europea hanno progettato una serie di “stress test” per rassicurare i cittadini europei in merito ai pericoli che potevano derivare dalla presenza nell’UE di 132 reattori nucleari (più altre 5 in Svizzera). Doveva essere un esercizio trasparente, per condurre a piani d’azione nazionali in grado di fronteggiare le possibili criticità emerse dagli stress test. Ma proprio l’analisi di tali piani porta a risultati sconfortanti: a dispetto di investimenti anche ingenti, infatti, numerosi aspetti importanti e ben noti non sono stati affrontati; alcune delle questioni che pure sono state affrontate, poi, saranno risolte tra anni, lasciando nel frattempo i cittadini europei esposti al rischio. Il rapporto di Greenpeace si focalizza in particolare sui problemi di alcune centrali nucleari estremamente problematiche, in Belgio, Francia, Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia. Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito. Queste centrali sono una fonte di rischio non solo per i cittadini del Paese che le ospita, ma anche per quelli degli Stati confinanti. In particolare, non si sta tenendo conto dell’invecchiamento degli impianti e tutto ciò rischia di cancellare le migliorie che saranno effettuate. Tra le centrali menzionate nel rapporto di Greenpeace ce ne sono due, Krsko in Slovenia e Muleberg in Svizzera, che minacciano anche gli italiani per ragioni comuni: i terreni sismici sui quali sono costruite e il pericolo di inondazioni. Nel caso di Muleberg, in particolare, il disegno strutturale è limitato, l’età avanzata, il sistema di raffreddamento in caso di emergenza non è adeguato, e la prevenzione per la produzione di idrogeno (gas esplosivo) insufficiente: un impianto da chiudere senza ulteriori discussioni. L’Italia è pericolosamente coinvolta in un’altra delle centrali “a rischio”, quella di Mochovche, in Slovacchia, che minaccia anche Austria, Ungheria e Repubblica Ceca. Si tratta infatti di un impianto di proprietà dell’italiana Enel, esposto a rischio di terremoti fino a quando, nel corso del decennio, non saranno realizzate adeguate protezioni. L’eventuale installazione di sistemi di ventilazione filtrati sarà oggetto di analisi, anche se la loro necessaria presenza è una delle lezioni più importanti di Fukushima. La Slovacchia inoltre rifiuta di analizzare cosa potrebbe succedere se il “guscio” del reattore si rompesse e molte delle misure dedotte dagli stress test verranno implementate solo nei prossimi anni. Greenpeace ha dimostrato che esistono valide alternative al nucleare che aiutano anche nella lotta contro il cambiamento climatico, oltre che nel raggiungimento di altri obiettivi come l’indipendenza energetica e la sicurezza degli approvvigionamenti di energia. “Una progressiva eliminazione del nucleare combinata con misure di efficienza energetica e sviluppo di fonti rinnovabili è l’opzione più sicura – conclude Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia – Gli impianti più vecchi e rischiosi devono essere chiusi immediatamente”.

Fonte: il cambiamento

Prima legge dell’ecologia: ogni cosa è connessa con qualsiasi altra

Fin dal lontano 1971 il biologo Barry Commoner ha enunciato le quattro leggi dell’ecologia. La prima afferma che ogni cosa è connessa con qualsiasi altra. Se il sistema è sottoposto ad uno stress eccessivo può non autocorreggersi più e collassareBrainforest-586x382

«L’ambiente costituisce una macchina vivente, immensa e enormemente complessa, che forma un sottile strato dinamico sulla superficie terrestre. Ogni attività umana dipende dal funzionamento adeguato di questa macchina.

Senza l’attività fotosintetica delle piante verdi non disporremmo di ossigeno per fare funzionare i motori e le fonderie, tanto meno potremmo mandare avanti la vita umana ed animale.

Senza l’azione sinergica delle piante, degli animali e dei microorganismi che vivono nel laghi e nei fiumi non potremmo avere acqua pulita. Senza i processi biologici, che per millenni hanno avuto corso nel terreno, oggi non avremmo nè raccolti, nè petrolio, nè carbone. Questa macchina è il nostro capitale biologico, l’apparato di base da cui dipende tutta la nostra produttività. Se la distruggiamo, anche la nostra tecnologia più avanzata risulterà del tutto inutile, e vedremo cadere tutti i sistemi economici e politici che dipendono da queste strutture. La crisi ambientale non è che un segnale premonitore della catastrofe imminente. Messi di fronte a una situazione complessa come l’ambiente, noi tendiamo a scomporlo in una serie di eventi semplici e separati, e nella speranza che la loro somma dia in qualche modo un quadro generale dell’insieme.

La crisi ambientale in cui ci troviamo a vivere ci ammonisce a non cullarci in speranze illusorie… tutti questi dati separati non hanno ancora fornito delle sintesi capaci di spiegare ad esempio l’ecologia di un lago, o la sua vulnerabilità. Ogni cosa è collegata ad un’altra, mentre il sistema è reso stabile dalle sue dinamiche proprietà di autocompensazione; queste stesse proprietà, se sottoposte ad uno stress eccessivo, possono condurre ad un drammatico collasso; la complessità della rete ecologica e la sua intrinseca velocità di ricambio determinano il livello massimo di stress  cui può essere sottoposto un ecosistema, nonché il tempo massimo di funzionamento prima del crollo. La rete ecologica è un amplificatore: una piccola perturbazione in una sua parte può avere ampi effetti,a distanza e nei tempi lunghi»

Barry Commoner, Il cerchio da chiudere, Milano 1971, pp 27,31-32,44, 47

Fonte: ecoblog

 

Andare al lavoro in bicicletta mette di buon umore: i ciclisti sono i pendolari più felici

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Avevano ragione gli antichi Romani che in bici non ci andavano nemmeno: mens sana in corpore sano sembra essere una legge fisio-psicologica sempreverde. Negli States alcune compagnie assicurative particolarmente lungimiranti, oltre dieci anni fa, proponevano sconti sulle assicurazioni sanitarie a chi raggiungeva il luogo di lavoro in bicicletta. Dai benefici sul corpo a quelli sulla mente il passo è breve ed ecco che una ricerca dell’Oregon Transportation Research and Education Consortium va oltre, spiegando come i “pendolari” in bicicletta siano i più felici. Oliver Smith, dottorando della State University di Portland, ha condotto l’indagine su 828 persone (intervistate fra il gennaio e il febbraio del 2012) tenendo conto di diversi parametri di misurazione: 1) grado di stress, 2) la fiducia sull’orario di arrivo, 3) l’entusiasmo, 4) il paragone con gli altri pendolari, 5) eccitazione, 6) piacere, 7) facilità del viaggio.

Al termine dell’indagine i ciclisti sono risultati i più felici, seguiti dai pedoni, segno evidente che l’attività fisica, anche se minima, migliora l’umore oltre che lo stato di forma. Al terzo posto e al quarto gli utenti dei bus espressi e treni, probabilmente favoriti dalla deresponsabilizzazione che il ruolo di passeggeri comporta. Fanalini di coda gli automobilisti: al penultimo posto quelli in car pooling, all’ultimo quelli solitari (nello specifico dell’indagine il 58% dei lavoratori di Portland). Insomma l’auto non solo è il veicolo in assoluto più caro, più pericoloso e più responsabilizzante: è anche il modo di viaggiare più stressante che ci sia. Ma siccome la ricerca è stata condotta negli Stati Uniti che, sebbene in crisi, restano pur sempre il Paese simbolo dei valori capitalisti, Smith ha analizzato i dati anche sotto il profilo dei guadagni, notando come i lavoratori con uno stipendio superiore ai 75mila euro accettino più volentieri il disagio di qualsiasi genere di pendolarismo. La scoperta dell’acqua calda? Beh, forse. Ma se è vero che i sorrisi non si possono comprare, è statisticamente più facile che arrivi felice al lavoro un ciclista al verde piuttosto di un benestante reduce da un ingorgo autostradale.

Fonte:  Bike Portland