Cresce il rischio di demenza per chi vive entro 50 metri da una strada molto trafficata

Abitare a 50 metri da una arteria di grande traffico aumenta il rischio di demenza. Lo dice uno studio pubblicato su Lancet e condotto su 6,6 milioni di persone. Una conferma in più, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che l’inquinamento prodotto dall’uomo sta uccidendo… l’uomo.1

La demenza è più comune nelle persone che risiedono entro 50 metri dalle arterie di grande traffico rispetto a chi vive più lontano. Lo dice uno studio condotto su 6,6 milioni di persone e pubblicato su The Lancet. Malgrado ciò, lo studio conclude dicendo di non avere individuato correlazioni tra esposizione al traffico e morbo di Parkinson e sclerosi multipla. Lo studio osservazionale stima che 1 caso di demenza su 10 (7-11%) può essere attribuito alla vicinanza con le strade molto trafficate e che la correlazione è ancora più forte per chi vive entro i 50 metri di distanza dai tubi di scappamento.  Già precedenti ricerche avevano attestato che l’inquinamento atmosferico e il rumore del traffico potessero contribuire alla neurodegenerazione e uno studio aveva anche concluso che vivere vicino alle strade percorse dalle auto diminuiva le capacità cognitive. Ma lo studio su Lancet pare essere il primo nel suo genere, a correlare cioè il traffico intenso a malattie neurodegenerative importanti. I ricercatori hanno considerato tutto gli adulti tra i 20 e gli 85 anni che vivono in Ontario (Canada), circa 6,6 milioni di persone, per oltre un decennio dal 2001 al 2012. Hanno usato la localizzazione geografica per determinare quanto vivevano vicino alle strade e hanno analizzato le cartelle cliniche per vedere se avevano sviluppato demenza, morbo di Parkinson o sclerosi multipla. Quasi tutti i cittadini considerati (95%) vivevano entro un chilometro dalle arterie maggiori e metà viveva nel raggio di 200 metri. Durante il periodo dello studio, oltre 243.000 persone hanno sviluppato demenza, 31.500 Parkinson e 9.250 sclerosi multipla. Il rischio di sviluppare demenza è +7% in chi vive entro i 50 metri dalle strade trafficate, + 4% in chi vive tra i 50 e i 100 metri, +2% in chi vive tra i 101 e i 200 metri e non c’è aumento del rischio in chi vive oltre i 200 metri. I ricercatori hanno scoperto che anche l’esposizione a lungo termine ai due più comuni inquinanti (particolato fine e biossido di azoto) è associata a demenza  ma in questo caso agiscono anche altri co-fattori. Poiché si tratta di uno studio osservazionale, non è in grado di stabilire nessi di causa-effetto ma è stato comunque progettato per escludere tutta una serie di altri possibili fattori causali. Lo studio è stato finanziato da Health Canada ed è stato condotto da scienziati appartenenti ai seguenti enti: Public Health Ontario, Institute for Clinical Evaluative Sciences, University of Toronto, Carleton University, Dalhousie University, Oregon State University e Health Canada. Ma quando si riterranno sufficienti le ormai innumerevoli evidenze di questo legame tra inquinamento, malattia e morti e si inizierà a rimboccarsi veramente le maniche per agire?

Fonte: ilcambiamento.it

 

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Inquinamento, nel Regno Unito scuole e ospedali lontani dalle strade

I decessi provocati dall’inquinamento atmosferico sono 29mila all’anno. Dopo aver preso atto dei dati che certificano 29mila decessi all’anno a causa dell’inquinamento atmosferico, il Regno Unito volta pagina e decide che in futuro scuole, ospedali e case di cura verranno costruiti lontano dalle strade principali a causa dei pericoli di inquinamento atmosferico. L’Environmental Audit Committee ha parlato esplicitamente dell’inquinamento atmosferico come di “una crisi di salute pubblica” che causa ormai tanti morti quanto il fumo. È stato suggerito di avviare un regime che incentivi le rottamazioni delle auto a diesel al fine di ridurre le emissioni. Joan Walley, la presidente del Comitato, ha dichiarato alla BBC che c’è una crisi di salute pubblica in termini di cattiva qualità dell’aria. Le morti causate dall’inquinamento atmosferico sono tante quanto quelle per il fumo. La priorità è fermarsi prima che una nuova generazione di bambini sia esposta. Come? Rendendo impossibile la costruzione di scuole, ospedali, cliniche e centri di assistenza nei pressi di luoghi con alti livelli di inquinamento. Il traffico automobilistico è, infatti, responsabile del 42% delle emissioni di monossido di carbonio, del 46% degli ossidi di azoto e del 26% dell’inquinamento da particolato. Fra gli altri suggerimenti del Comitato vi sono: 1) previsioni meteo sull’inquinamento atmosferico, sulla falsariga di quelle su polline e raggi Uv, 2) un piano nazionale per zone a basse emissioni per contrastare i veicoli altamente inquinanti, 3) incentivi finanziari per i carburanti alternativi, 4) incentivi alla mobilità pedonale e ciclistica.smog1-586x390

Fonte:  BBC

© Foto Getty Images

A Grenoble la pubblicità per le strade sarà sostituita da alberi

Grenoble è la prima città europea a rinunciare alla pubblicità in strada e sostituirà i pannelli con alberi. La promessa fatta durante la campagna elettorale dal sindaco ambientalista di Grenoble, Eric Piolle è stata mantenuta: via dallo spazio pubblico i cartelloni pubblicitari che saranno sostituiti da alberi. Dunque, tra gennaio e aprile 2015 i 326 cartelloni della JCDecaux, tra cui 227 “lecca-lecca” (meno di 2 metri di altezza), 20 colonne e 64 grandi pannelli di 8 metri quadrati spariranno definitivamente dallo spazio pubblico Grenoble. E ciò grazie al contratto in scadenza che non sarà rinnovato, mentre l’accordo per la pubblicità sui mezzi pubblici e le pensiline scadrà nel 2019.FRANCE-ENVIRONMENT-ADVERTISING-TREES

Sempre da gennaio 2015 il comune incontrerà le associazioni locali per concordare con tutti la migliore soluzione possibile per organizzare gli spazzi pubblicitari nella cittadina di 160 mila abitanti. Si pensa a nuovi display più piccoli e meno invasivi degli spazi pubblici. Ha detto a AFP Lucille Lheureux, Assistente incaricato per gli spazi pubblici del comune di Grenoble:

A causa del crollo delle entrate pubblicitarie tradizionali, dovute alla concorrenza di Internet, il nuovo contratto ci avrebbe portato solo 150 mila euro all’anno contro i 600 mila euro all’anno percepiti dal 2004 al 20124.

Insomma una perdita decisamente ridotta rispetto ai favolosi introiti percepiti dai comuni nel primo decennio degli anni 2000. Con questa scelta Grenoble segna uno spartiacque sulla possibilità di gestire in maniera diversa la cosa pubblica, tenendo conto anche delle esigenze dei cittadini in fatto di spazio pubblico. E infatti entro la primavera il sindaco Piolle ha promesso la piantumazione di 50 nuovi alberi. Un precedente simile, ovvero una città senza cartelloni pubblicitari, si è avuto a San Paolo del Brasile nel 2007 quando fu deciso di eliminare tutta la pubblicità invasiva tranne poi reintrodurla nel 2012 con la firma di un contratto proprio con JCDecaux per l’installazione di 1.000 orologi che dovrebbe dare ai cittadini il tempo, la temperatura, la qualità l’aria e informazioni comunale.FRANCE-ENVIRONMENT-ADVERTISING-TREES

Fonte:  JDD20 minutes

© Foto Getty Images

Biciclette controsenso: l’intervista a Giulietta Pagliaccio Presidente FIAB: “Le strade sono di tutti”

Giulietta Pagliaccio Presidente FIAB spiega a Ecoblog.it le ragioni della necessità del controsenso per le biciclette e del perché sia una questione di sicurezza per tutti coloro che sono su strada.

Dopo un iter durato dal 2012 si è infranta pochi giorni fa la proposta di modifica al Codice della Strada per rendere effettivo il controsenso ciclabile o senso unico eccetto bici. L’emendamento che ha cancellato il controsenso ciclabile è stato approvato in Commissione Trasporti della Camera dei Deputati su proposta di Scelta Civica. In sostanza si dava la possibilità ai ciclisti:

di procedere nel senso inverso a quello delle auto in strade ben specifiche – aree 30 km/h su vie a senso unico sufficientemente larghe e sempre a discrezione del sindaco, in funzione alle esigenze del traffico locale.

Delle conseguenze di questa scelta politica ne ho discusso con Giulietta Pagliaccio, Presidente della Fiab Federazione Italiana Amici della Bicicletta associazione che accorpa oltre 20 mila iscritti.giulietta-620x350

D.: Qual è la differenza tra controsenso ciclabile e contromano?

R.: Il controsenso ciclabile è un flusso diverso della circolazione peraltro già contemplato nel Codice della Strada, dove in taluni casi viene previsto un senso unico per le vetture e un controsenso per i mezzi pubblici, ad esempio. Il contromano è una infrazione.

D.: Ricordo che da ragazzina quando frequentavo gli Scout, la prima cosa che mi dissero fu di camminare controsenso lungo le strade frequentate da veicoli e ciò per metterci nella condizione di massima visibilità con gli automobilisti. Vale anche per le biciclette?

R.: Il controsenso ciclabile in strade ben specifiche con velocità massima di 30 km/h, individuate dall’amministrazione locale e ritenute idonee rende la strada più sicura per tutti, per ciclisti, automobilisti e pedoni. Posso portare dati alla mano l’esempio di Bruxelles per cui i ciclisti godono dell’85% delle strade con senso unico ciclabile, ossia per 400 Km di percorso. Ebbene sono stati analizzati gli incidenti avvenuti sulle strade a percorrenza tradizionale e a percorrenza con regime di senso unico eccetto bici e la maggior parte degli incidenti, il 95% si è verificato sulle strade con traffico tradizionale mentre appena il 5% degli incidenti è avvenuto sulle strade in regime di controsenso ciclabile. Non conosciamo i dati e le motivazioni che hanno indotto la Commissione a ritenere l’emendamento una proposta non valida

D.: E allora, secondo Lei da dove nasce l’esigenza di cancellare un emendamento così utile?

R.: C’è un problema di fondo che sta dietro le modifiche del Codice della Strada e in cui l’auto viene considerata come il mezzo principale della mobilità. Le strade delle città si sono evolute e si affacciano nuovi utenti e dunque il CdS non è più attuale, tant’è che si chiede al pedone di prestare attenzione agli automezzi e non viceversa. Oggi ci si muove a piedi, in bicicletta o con altri mezzi e chi si muove in auto deve prestare molta attenzione. Ma ci aspettiamo tutti che le strade siano libere da impicci. Secondo me si è fatta una tempesta in un bicchiere d’acqua poiché gli automobilisti temono di perdere dei privilegi, ma la strada è di tutti.

D.: Si potrebbe risolvere la mobilità per ciclisti con un aumento delle piste ciclabili?

R.: Sicuramente le piste ciclabili sono utili in alcune situazioni: in una strada a grande scorrimento, ad esempio; nei entri cittadini ci può però essere una pacifica convivenza con le zone a velocità limitata 30 km/h, alla presenza di segnaletica adeguata e al controsenso ciclabile.

D.: A coloro che sostengono che allora i ciclisti dovrebbero pagare le tasse per avere il diritto alla strada cosa risponde?

R.: Generalmente un ciclista ha anche un automobile e mediamente è un cittadino che paga le tasse. La mobilità è un diritto di tutti e tutti devono muoversi in sicurezza. Per ciò proponiamo strade o aree in cui il traffico sia limitato ai 30 km/h e dunque la bassa velocità con il senso unico che rende il ciclista bel visibile eleva lo standard di sicurezza.

D.: Come pensate allora di recuperare l’emendamento perduto?

R.: Mi auguro che l’emendamento non sia passato per una svista. A settembre torneremo alla carica con attività di lobby e con l’On.Paolo Gandolfi il proponente dell’emendamento. Il popolo dei ciclisti è sempre più numeroso e sempre più rispettoso delle regole.

Foto | Fiab

Fonte: ecoblog.it

Il progresso dei veleni. Diserbanti anche lungo le strade.

La pratica di diserbare i bordi della strade si sta diffondendo in molte zone d’Italia nonostante l’effettiva illegalità della stessa. Ma qualcosa possiamo fare per impedirlo. Ecco una testimonianza di azione collettiva in tal senso conclusasi con successostrade_diserbanti2

Poiché quest’anno in Italia centrale fino alla fine di gennaio l’inverno non c’è stato, la guerra chimica alla natura dell’agricoltore convenzionale, che di solito inizia in primavera, è cominciata già all’inizio dell’anno.
L’agricoltore convenzionale è quello che segue le regole e convenzioni a lui raccomandate, insegnate, propagandate dall’industria petrolchimica.

Il primo atto di guerra chimica dell’agricoltore convenzionale consiste nello spargere erbicidi, detti anche diserbanti, nei suoi campi. “Erbicida” vuol dire “che uccide l’erba”. Perché l’erba pare essere diventata, per la parte più “progredita” dell’umanità, uno degli acerrimi nemici, da combattere con qualsiasi arma. Ma non illudetevi che si limiti a uccidere solo quella: gli USA utilizzano i diserbanti come arma di guerra dai tempi del Vietnam. Hanno ucciso coi diserbanti migliaia di persone, in modo diretto o indiretto (cancri, leucemie, malformazioni eccetera). Contro l’agricoltore convenzionale possiamo fare poco, se rispetta le norme e le leggi che regolano l’uso dei fitoveleni. Ma qualcosa tuttavia sì: divulgare informazione sui danni da pesticidi, fare nei nostri comuni, se sono agricoli, convegni, conferenze, incontri rivolti ad agricoltori e popolazione. Ci sono ricerche scientifiche indipendenti anche in Italia, che dimostrano la nocività dei pesticidi, e ricercatori disponibili a tali incontri. Per trovarli potete provare a contattare per esempio Medicina Democratica, un’associazione di base per la difesa della salute che vanta vari medici e relatori tra i suoi aderenti (www.medicinademocratica.org). Possiamo poi denunciare quegli agricoltori che non rispettano le norme di uso dei diserbanti e, ultimo ma non meno importante, comperare e mangiare solo cibi biologici. Ma c’è qualcuno che, come apprendiamo dai giornali sempre più spesso, le norme d’uso degli erbicidi le viola senza pensarci, fregandosene allegramente e palesemente di tali norme e della salute dei cittadini e dell’ambiente; le viola alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti: l’ANAS e alcune amministrazioni provinciali. Anche loro fanno la guerra alle erbe sui lati delle strade e, siccome la guerra meccanica richiede più tempo e lavoro (cioè più salari pagati a operai), e siccome vige in Italia il sistema dei subappalti concessi a chi chiede meno soldi (e le ditte che chiedono meno sono quelle che sfruttano di più e lavorano peggio), ecco che la guerra diventa chimica. Di solito iniziano a marzo, ma quest’anno si danno da fare già in gennaio Dove sono le ASL? A controllare le galline ruspanti e i formaggi del pastore.  Le norme per l’uso degli erbicidi prevedono alcune elementari, minime precauzioni, che sono in totale e insanabile contrasto con lo spargerli lungo le pubbliche strade. Allora forse contro questa pratica spandi veleni attuata da ANAS e pubbliche amministrazioni possiamo fare qualcosa di più. Approfittiamo delle leggi in vigore (prima che la grande industria le faccia cambiare a proprio vantaggio come è ormai d’uso) e chiediamo semplicemente che vengano rispettate. Ci vuole un gruppo di persone che tengano all’ambiente e alla propria salute (può bastare un Gruppo di Acquisto Solidale); una lettera fatta magari con l’aiuto di un avvocato amico (uno di quelli che non pensa solo ad accumulare palanche), disposto nel caso a mettere in piedi un esposto o un’azione legale collettiva. Azione che si può condensare in una raccolta di firme in calce alla lettera, che ci permetterà di informare e sensibilizzare parenti, amici, vicini di casa, avventori del bar sotto casa, colleghi di lavoro, compagni di studi. La lettera va inviata alle amministrazioni comunali, provinciali, regionali e, naturalmente, alla sede regionale e nazionale dell’ANAS. Con la lettera far presente che persino le ditte produttrici degli erbicidi raccomandano: “Durante i trattamenti è necessario evitare che anche piccole quantità di prodotto raggiungano corsi d’acqua e fossi per scongiurare gravi contaminazioni e danni all’ambiente acquatico”!
Oppure: “Non trattare nei periodi di fioritura, per non distruggere gli impollinatori”. Affermazioni come queste le fa nientemeno che una nota azienda produttrice di erbicidi come la Syngenta, mica io. Inoltre le stesse ditte, oltre alle ASL ecc., raccomandano e impongono che il tempo di rientro, cioè l’intervallo di tempo che deve trascorrere dalla fine del trattamento al momento in cui si può entrare nel terreno trattato, sia di almeno 48 ore per qualsiasi pesticida. Almeno (!) 48 ore. È evidente che irrorando coi diserbanti i bordi delle strade pubbliche, le quali non vengono per questo chiuse per quarantott’ore, si contravviene alla minima elementare precauzione di salvaguardia della salute umana. Lungo le strade pubbliche, statali o provinciali o comunali (perché c’è anche qualche comune italiano che ha avuto la bella idea), i bambini aspettano il pulmino scolastico, ragazzini e adulti il pullman di linea; poi c’è ancora chi lungo le strade ha l’antiquata abitudine di camminare; senza contare quei poveracci (sono milioni) che ci abitano, lungo le strade diserbate, e che uscendo di casa calpestano, assieme ai loro bambini e cani, il diserbante appena irrorato, e poi se lo portano dentro casa per continuare l’opera non più “erbicida”, forse “omicida”? Perché la gente che abita, cammina, aspetta il pullman lungo le strade, a differenza dei lavoratori agricoli che spargono i pesticidi, non ha guanti, tute, scarponi da lavoro da lasciare nella rimessa o da ripulire dopo ogni trattamento, come raccomandano le ASL e persino la Syngenta. Quanto alle leggi sui prodotti “fitosanitari”, termine asettico e menzognero per definire i veleni inquinanti, distruttori di ambiente, di equilibrio ecologico, di salute del suolo e dell’aria e dell’acqua, prodotti dall’industria agrochimica e diffusi sul globo terraqueo a milioni di tonnellate, in genere impongono:
– che il diserbante non venga irrorato a meno di dieci metri da corsi d’acqua e invasi (lungo le strade corrono i fossi di scolo delle acque, ci sono i tombini che convogliano acque di scolo, sotto le strade ci passano i fiumi e i torrenti e i ruscelli);
– che l’area trattata venga delimitata o segnalata con divieto di accesso (le strade statali!?);
– e, dulcis in fundo, che “le aree interessate ai trattamenti non devono trovarsi a meno di 10 metri da strade pubbliche”.
Dunque, diserbare con gli erbicidi i bordi delle strade è, a tutti gli effetti, illegale. Oltre che mentalmente insano, irresponsabile, sconsiderato, ecocida e gli altri epiteti metteteceli voi, perché non si possono scrivere su un giornale. Ne consegue il dovere, per chiunque tenga all’ambiente, di intervenire per far cessare questa pratica
In molti casi si è riusciti a “convincere” facilmente le amministrazioni provinciali, anche inviando la suddetta lettera con le firme ai giornali locali. Siamo costretti anche questa volta a una battaglia “in difesa”.
Quando ero una ragazzina, chi mi insegnò a giocare a scacchi (che sono un gioco di simbolica guerra), mi fece notare che, per vincere, bisogna riuscire a essere all’attacco. In effetti, chi costringe l’avversario in difesa è automaticamente in vantaggio: chi si difende deve pensare e agire per non essere sopraffatto, non ha tempo e modo di pensare e organizzare una strategia. Nella guerra all’ambiente, che vuol dire guerra al pianeta e a tutte le sue creature, portata avanti (in questo caso anche con l’aiuto dell’ANAS) dai matti pericolosi che dominano ormai il mondo, il movimento ambientalista, cioè i savi o pressoché tali, che il mondo e tutte le sue creature vorrebbero salvarli, sono negli ultimi anni quasi sempre in difesa. E cediamo terreno palmo a palmo. Mi viene allora da domandarmi in che modo, per esempio, potremmo “attaccare” i Signori dell’Agrochimica e i loro succubi, e non solo cercare di difenderci scompostamente da essi. E una risposta, certamente parziale, non decisiva, ma del tipo “azione” e non solo “reazione”, e quindi importante, mi sembra di trovarla:comprando e mangiando solo cibi biologici (se proprio non ce la facciamo a consumare tutto tutto bio, almeno tutti i cibi di uso quotidiano). I prodotti di quegli agricoltori che sono ancora contadini, cioè abitanti e lavoratori rispettosi della terra, suoi custodi; combattenti spesso solitari di una battaglia che è per il bene comune, che preserva suolo, acque e tutte le creature che ci vivono; gente che va controcorrente e che fa fatica, ma che è la sola speranza di sopravvivenza dell’agricoltura. E poi, meno importante ma importante, non comprando piante e fiori impestati che arrivano dal Kenia schiavizzato, non spruzzandoci addosso o vaporizzando nelle case prodotti chimico sintetici per ammazzare le zanzare, non mettendo insetticidi negli angoli di casa per far fuori le formiche, non usando il collare antipulci che emana pesticidi sul nostro cane e su nostro figlio che gioca con lui. I prodotti che vendono anche al supermercato come insetticidi sono altrettanto nocivi, hanno gli stessi principi attivi di quelli che gli “agricoltori convenzionali” spargono sui campi con qualche precauzione in più.
E convogliano anch’essi un flusso di denaro, e potere, nelle tasche dei matti pericolosi che dovremmo rendere innocui.

Piena splendeva la luna quando presso l’altare si fermarono:

e le cretesi con armonia sui piedi leggeri cominciarono spensierate a girare attorno all’ara sulla tenera erba appena nata.
(Saffo)

Fonte: il cambiamento

3.Luce su misura per le città e le strade

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8:00 – SULLA STRADA

Oltre il 98% della popolazione frequenta la propria città durante la notte. Il volto di una città di notte gioca un ruolo importante per i residenti ed i turisti. Il primo requisito è rappresentato dalla visibilità e dall’orientamento stradale per i veicoli ed i pedoni, al fine di garantire la sicurezza e la mobilità. Gli incidenti hanno un costo elevato, mentre la paura della criminalità riduce la mobilità delle persone. Inoltre, la competizione globale porta a migliorare il benessere delle persone e la percezione visiva dell’architettura cittadina. Una luce migliore può sottolineare il fascino, modellare l’immagine, fornire sicurezza, oltre ad offrire un enorme potenziale di risparmio.

Gli effetti più significativi dell’illuminazione sono:

> L’illuminazione sottolinea l’impatto visivo dell’architettura ed attira l’attenzione

> Le strade ed i parchi ben illuminati migliorano la sicurezza e l’orientamento

> Gli apparecchi di illuminazione ed i sistemi di gestione dell’illuminazione innovativi riducono il consumo energetico

fonte: CELMA-ELC

Come risparmiare il 30% di energia negli immobili pubblici e lungo le strade.

La Regione propone ad Asl ed enti locali il contratto di rendimento energetico

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Realizzare piani d’investimento per migliorare l’efficienza energetica degli edifici e dell’illuminazione stradale senza rischi per la pubblica amministrazione, ridurre in tempi rapidi la spesa energetica scegliendo interventi energeticamente più redditizi, investire rapidamente evitando i vincoli del Patto di stabilità sono le nuove, concrete possibilità che la Regione mette a disposizione dei Comuni e delle aziende sanitarie piemontesi. Una delibera approvata il 4 marzo dalla Giunta regionale su iniziativa del presidente Roberto Cota e dell’assessore Giovanna Quaglia propone infatti tre schemi contrattuali finalizzati alla riduzione dei consumi ma anche della spesa energetica nella pubblica amministrazione. “Essere vicini agli enti locali – sostiene Cota – vuol dire anche indirizzarli verso scelte consapevoli. Per questo, nell’ottica del contenimento della spesa pubblica e sulla scia dalle recenti direttive comunitarie in materia di efficienza energetica, vogliamo supportare i Comuni nella stipulazione di contratti innovativi nel campo energetico, che si rivelano di particolare utilità e che hanno come obiettivo principale il bene della nostra collettività. La Regione, per prima, si adeguerà in questo senso. Un passo necessario, dal momento che questo genere di contratti, con durata media tra i sei e i nove anni, può produrre un risparmio stimato nel 30% delle attuali spese”. “Fornendo un indirizzo agli enti locali e alle Asl – aggiunge Quaglia – la Regione vuole incentivare il contratto di rendimento energetico, una forma di acquisto innovativa secondo cui i risparmi conseguiti dalla realizzazione di misure di efficienza sono utilizzati a copertura parziale o totale dei costi di investimento. Insomma, più si riducono i consumi, maggiore è la remunerazione del fornitore. I modelli contrattuali approvati si riferiscono al patrimonio ospedaliero-sanitario, agli edifici pubblici degli enti locali e alla gestione del servizio di pubblica illuminazione comunale”. La formula comprende la fornitura globale di servizi di audit, progettazione, finanziamento, installazione, gestione e manutenzione di impianti tecnologici da parte di una società di servizi energetici (ESCO), che si addebita tutti i costi dell’intervento facendosi poi rimborsare e remunerare dal cliente condizionatamente e proporzionalmente alle economie prodotte. “Grazie a questo provvedimento – fa notare l’assessore – la Regione consente un vantaggio competitivo agli enti locali nella prenotazione degli incentivi sugli interventi di efficienza energetica e di produzione termica da fonti rinnovabili, previsti dal decreto Conto termico: incentivi che, appunto, sono prenotabili sulla base della sottoscrizione di un contratto di rendimento energetico”.

Fonte:Regione Piemonte