L’orto sul tetto: l’esperienza di OrtiAlti a Torino

“Farm your rooftop. Enjoy sharing!” è il motto dell’associazione di promozione ed innovazione sociale dal nome OrtiAlti, che ha come visione ed obiettivo l’utilizzo e la trasformazione dei tetti piani dei palazzi in Torino e la loro riconversione in nuovi spazi di rigenerazione urbana, quali luoghi di socialità collettiva e di produzione alimentare.

Emanuela Saporito ed Elena Carmagnani sono due giovani architetti che, nel loro studio di Via Goito 14, situato nel quartiere di San Salvario, lavorano con intraprendenza e passione nell’ottica di ripensare nuove, sostenibili e partecipative progettualità per la città, di cui gli OrtiAlti si rivelano essere un esempio rappresentativo. A conoscere tale realtà più approfonditamente, ci si accorge subito come questi siano ben più che semplici orti urbani. Si potrebbero definire catalizzatori di idee ed esperienze innovative: sono innanzitutto esperimenti di rigenerazione urbana, sono spazi collettivi aperti alla comunità, sono aree di produzione alimentare e di ritorno alla natura. Gli OrtiAlti si inseriscono in un nuovo modo di vivere lo spazio pubblico, più aperto ed inclusivo, proprio come ci racconta Emanuela.

Parlaci di come è nata l’associazione OrtiAlti e di cosa si occupa.

Orti Alti nasce ufficialmente come associazione nel 2015, però è un progetto che esiste dal 2013 a partire da una collaborazione tra me ed Elena Carmagnani. Io ed Elena abbiamo due approcci all’architettura differenti ma complementari: lei ha una precedente preparazione sui temi della progettazione sostenibile e paesaggistica, mentre io mi sono occupata sin dalla tesi di laurea, di processi partecipativi applicati alla trasformazione della città, così come dell’impatto sociale delle trasformazioni spaziali.

Nel complesso il progetto nasce dall’idea di individuare e sperimentare delle soluzioni smart per la rigenerazione degli spazi urbani che tengano insieme più aspetti, quali quello ambientale, sociale ed economico. Elena, insieme ai suoi colleghi, aveva realizzato nel 2010 un orto sopra al tetto dell’ufficio, che aveva avuto moltissimo successo. A partire da questo prototipo, abbiamo provato a immaginare in che modo queste realizzazione potessero essere diffuse sul tessuto urbano e, se inserite in una rete di gestione di tipo collaborativo, potessero rappresentare delle micro agopunture urbane capaci di innescare processi in città potenzialmente ad alto impatto.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190321

Nel 2015 si costituisce l’associazione che ha come scopo la divulgazione culturale di questa visione, tentando di costruire un progetto di impresa sociale tramite la volontà di lavorare su progetti sperimentali che possano aggregare interessi ed attori urbani differenti, apportando effetti e benefici sulla cittadinanza.
Sempre nello stesso anno, abbiamo vinto il premio WE-Women for Expo, bandito da fondazione Expo Milano nell’ambito, appunto, di Expo Milano 2015. Quel premio per noi è stato molto importante perchè ci ha dato la visibilità e le risorse per poter lavorare sul primo progetto pilota, l’OrtoAlto delle Fonderie Ozanam.
Perché gli orti urbani?

Abbiamo deciso di approfondire il tema del verde pensile per diverse ragioni. Innanzitutto, è una tecnologia che ha ottimi benefici dal punto di vista ambientale ed energetico. Inoltre, ci interessava molto il tema dell’uso comunitario legato al recupero degli spazi, come ne sono esempio i tetti piani che ad oggi sono costruiti ma inutilizzati e che consumano porzioni di suolo. D’altra parte, reputiamo molto significativo il tema della produzione del cibo, che ha una doppia valenza: da un lato simbolica, poiché è un veicolo comunicativo e relazionale molto potente e che permette alle persone di aggregarsi con facilità, dall’altro, perchè la produzione ha a che fare con la possibilità di autosostentarsi e di pensare in un’ottica di consumo diretto ed a km 0, oltre che con l’educazione alimentare e l’educazione alla salute.

Quali progetti state portando avanti a Torino?

Un primo progetto di sperimentazione è l’OrtoAlto Ozanam, in Via Foligno. L’orto si trova sopra un ristorante, quindi parte della produzione alimentare è destinata ad esso, mentre la restante parte viene ridistribuita ai volontari che si prendono cura dello spazio. La dimensione partecipativa è sia nella cura diretta che nell’animazione: il luogo è diventato nel tempo uno spazio condiviso e di socialità per tutto il quartiere, in quanto utilizzato per attività aperte al pubblico e l’anno scorso abbiamo intrapreso dei laboratori per i bambini sul tema dell’orticoltura urbana ed attività artistiche legate alla sostenibilità ambientale. Un’altra dimensione esplorata è poi quella relativa all’inserimento lavorativo, in quanto siamo riusciti ad attivare una borsa di lavoro per due ragazzi migranti richiedenti asilo e recentemente uno di questi è divenuto l’apicultore ufficiale delle Fonderie Ozanam. Un secondo progetto è l’Orto Fai da Noi, realizzato insieme a Leroy Merlin ed adiacente al negozio stesso in corso Giulio Cesare. Il progetto nasce su un’area di circa 1600 mq di loro competenza e totalmente inutilizzata. Ad oggi lo spazio è stato trasformato in un orto di comunità affidato a 20 famiglie del quartiere, che si occupano della progettazione degli orti e della loro cura.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190417

Un altro progetto attualmente attivo è Or-TO, realizzato in collaborazione con Eataly Torino e allestito sul piazzale di fronte al negozio del Lingotto. Il progetto nasce con la volontà di agire su uno spazio pubblico che non funziona in modo efficace perché, pur essendo un piazzale di passaggio, di fatto non è né un luogo di incontro, né di sosta, nè uno spazio di interazione sociale. L’inserimento di tale progetto, gestito da abitanti delle case popolari adiacenti ed utilizzato come spazio per le scuole presenti in sua prossimità, ha cambiato completamente la vita e l’uso del piazzale, tanto che da intervento temporaneo, di fatto si è trasformato in un intervento mobile che si modifica e si rinnova ad ogni stagione.
L’aspetto partecipativo e di empowerment è nato col progetto: sin dall’inizio abbiamo parlato con alcune associazioni del quartiere e coi cittadini per decidere con loro se l’intervento poteva rispondere alle loro esigenze e successivamente abbiamo deciso insieme in che modo si sarebbe potuto gestire lo spazio.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190219

Qual è il ruolo del cittadino all’interno di tale progettualità partecipata?

Il cittadino di fatto è il protagonista: se non esiste una comunità di cura, questi luoghi non hanno senso di esistere. Le piante in particolar modo richiedono una cura continuativa e quindi il rapporto col cittadino è coevolutivo: esiste uno se esiste l’altro. Ciascun orto, nello specifico, ha la sua comunità di cura: in un contesto condominiale, ad esempio, è più facile immaginare che siano gli abitanti di quel condominio che se ne occupano, mentre nel caso di edifici pubblici, para-pubblici o spazi privati, si ha una maggior varietà di soggetti. C’è una tradizione di Community Gardening antichissima che si sviluppa in particolare negli Stati Uniti negli anni ’70, proprio in un momento di grande partecipazione politica e popolare, con un’anima di attivismo e coinvolgimento totale e diretto dei cittadini nel prendersi cura di uno spazio urbano.ortialti-orto-sul-tetto-torino-1521190552

Come vorreste trasformare l’identità della città tramite questa pratica?

L’OrtoAlto è funzionale ad una trasformazione dei tetti piani in spazi verdi produttivi ed è capace di agire direttamente sulla città: cambia il punto di vista del paesaggio urbano, ma cambia anche dal punto di vista del metabolismo urbano, della capacità del sistema di essere un grado di autogestire e autoregolare la produzione ed il consumo delle risorse. Ovviamente si tratta di interventi minimi, però nel loro essere minimi sono prototipo di un modello di vita e di uso della città diverso, che cerca di trovare un equilibrio tra consumo e produzione e che si immagina una comunità di abitanti più solidale e collaborativa.

Foto copertina
Didascalia: OrtoAlto Torino

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Un polmone verde in città: il primo bosco abitabile tra le vie di Torino

“25 Verde” è il nome del progetto dell’architetto Luciano Pia, ideato nel 2007 e concluso nel 2012 che rappresenta un innovativo progetto di verde urbano in città, configurandosi come il primo esperimento di bioarchitettura ecosostenibile a Torino. L’intervento si presenta come un vero e proprio “bosco abitabile”, volto a coniugare ed integrare natura ed architettura urbana. Inquinamento, smog ed antropizzazione sono solo alcuni degli aspetti critici con cui ci troviamo a convivere quotidianamente, che rappresentano un campanello d’allarme che non si può più ignorare. La crescente antropizzazione ha portato nel tempo ad un progressivo abbassamento degli standard di qualità ambientale e di vivibilità, con cui ci troviamo a fare i conti tutti i giorni. In tale ottica, molte città si stanno muovendo verso una nuova direzione che, fondandosi su una maggior consapevolezza e coscienza ambientale, mira a proporre nuovi modelli di sviluppo che diffondano una cultura basata sulla sostenibilità e su un maggior benessere, ricercando quella originaria connessione con la natura che in parte è stata persa e in parte dimenticata. Tra le diverse pratiche in atto, il verde urbano risponde proprio a questa volontà e rappresenta un elemento fondamentale e necessario per la nostra vita nelle città, declinandosi in una molteplicità di forme: dai parchi e giardini, agli orti urbani, ai giardini pensili. Tutti questi esempi hanno la capacità e peculiarità di aiutare ad attenuare gli squilibri ambientali della città contemporanea e ricreare nuovi equilibri sul territorio in vista di una maggior vivibilità. bosco-abitabile-torino-polmone-verde-in-citta-1519901539

Torino negli ultimi anni ha dato vita a sperimentazioni innovative che indirizzano ad una maggior attenzione proprio verso la cultura del verde. In particolare, un esempio curioso che di recente ha destato l’interesse e l’attenzione di molti residenti della zona, passanti e turisti, è il cosiddetto “Bosco abitabile” di via Chiabrera.  Tale progetto si configura in un complesso residenziale dal nome “25 Verde”, localizzato in via Chiabrera 25, non molto lontano dal Parco del Valentino. Giungendo in sua prossimità, si può notare come l’intervento occupi un isolato, la cui vegetazione cresce rigogliosa su tutti i fronti del complesso che si affacciano sulle diverse vie.  Nello specifico, l’idea è stata quella di dare vita ad un vero e proprio progetto di riforestazione metropolitana che combini ed integri elementi naturali in un contesto architettonico. Il progetto architettonico è stato realizzato da Luciano Pia, in collaborazione con lo Studio Lineeverdi che si è occupato del progetto paesaggistico. La stretta relazione ed integrazione tra la componente architettonico-progettuale e quella paesaggistica si traduce in un esempio pionieristico volto a generare una nuova commistione tra forme urbane e naturali. L’intervento si sviluppa su una superficie abitabile di 7500 mq che conta 63 appartamenti ed offre 4000 mq di terrazzi e tetti verdi, che includono circa 200 alberi e grandi arbusti. Con la sua densa vegetazione, il complesso ha la capacità di emergere in termini visivi rispetto agli edifici circostanti, integrandosi in modo armonico e naturale col tessuto urbano che lo circonda.  L’aspetto innovativo del progetto si focalizza sull’utilizzo di specifiche tecnologie e tecniche costruttive che permettono di unire il comfort abitativo con l’aspetto ambientale, energetico ed architettonico.  Nello specifico, dal punto di vista ambientale, la presenza dell’alto numero di alberi apporta consistenti benefici, in quanto riduce e filtra le polveri sottili provocate dalle autovetture, assorbe l’anidride carbonica e protegge dall’inquinamento acustico. Inoltre la consistente presenza di piante di diversa specie vegetale distribuite lungo le facciate e sui tetti, favorisce e tutela la biodiversità, dando vita ad un ecosistema in continua evoluzione e trasformazione. Sotto il profilo energetico, sono le piante stesse a creare un microclima ideale all’interno dell’edificio, mitigando gli sbalzi di temperatura in estate ed in inverno. Tra diverse varietà arboree, sono state favorite le specie decidue, poiché permettono un maggior irraggiamento solare nel periodo invernale.
La massima efficienza energetica, inoltre, è stata garantita affinché nulla vada sprecato: si riscontra nel complesso un totale recupero dell’energia ed un riutilizzo del calore nel sistema edificio-impianto, così come la raccolta delle acque piovane, lo stoccaggio ed il riutilizzo per l’irrigazione del verde.  Infine, dal punto di vista architettonico, il progetto si focalizza sulla forte integrazione delle forme e dei materiali con la componente naturale e vegetativa che lo caratterizza: gli elementi strutturali sono stati infatti realizzati in acciaio Corten che, con le loro forme, ricordano gli alberi della foresta, ed inoltre l’edificio è stato rivestito con scandole di legno, al fine di evocare la corteccia degli alberi.bosco-abitabile-torino-polmone-verde-in-citta-1519901120

La sperimentazione di nuove pratiche che valorizzano il verde nelle architetture risulta vincente all’interno degli ambiti urbani, in quanto la vegetazione, grazie alla sua versatilità, è capace di inserirsi in un contesto antropico plasmandolo e rinnovandolo col passare del tempo e delle stagioni, modificando la percezione della città stessa.
L’insieme di tutti questi elementi mostra nel complesso una forte attenzione verso pratiche urbane innovative che rispondono a degli ormai necessari bisogni della città e che rivolgono lo sguardo verso nuove forme dell’abitare in cui la natura rivendica e ritrova i suoi spazi. Grazie alla stretta integrazione dell’architettura con la vegetazione, la città scopre nuove forme, si sviluppa in verticale e si trasforma costantemente, dando vita a nuove forme urbane, e ancora più importante, a nuove forme di consapevolezza verso l’importanza che le tematiche ambientali rivestono.

Foto copertina

Autore: Studio LineeVerdi

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Toctocdoor, il social network che fa rivivere i quartieri

Ricreare la comunità di quartiere facilitando le relazioni di vicinato, la condivisione di informazioni ed il supporto reciproco tra gli abitanti della stessa zona. È questo l’obiettivo di Toctocdoor, il social network pensato per favorire i rapporti reali sul territorio. Il servizio è già attivo a Torino ma presto verrà esteso a tutte le città italiane. Toctocdoor non è l’ennesimo social network creato per farci stare incollati con gli occhi ad uno smartphone, anzi. Quello che Toctocdoor prova a fare è proprio il contrario: creare una comunità che partendo dal virtuale possa poi spostarsi sul piano delle relazioni reali. Può essere definito un social network di quartiere: ogni utente che si iscrive si ritroverà “virtualmente immerso” nel proprio quartiere e più facilmente a contatto con le persone che lo abitano. Oltre al semplice dialogo, in questo modo sarà più facile relazionarsi, aiutarsi e chiedere aiuto. È nato come società nel marzo 2016 e in questi due anni i tre cofounder – Lorenzo Triggiani (CEO), Antonio Triggiani (CTO) e Viviana Tiso (COO) – hanno lavorato allo sviluppo della piattaforma, ispirandosi a modelli già presenti all’estero e individuando come città target Torino, che per ora è l’unica dove è possibile utilizzare il social. “Noi stiamo cercando attraverso la dinamica del learn by doing di capire come la piattaforma possa essere uno strumento utile e non l’ennesima realtà virtuale di relazione”, ci racconta Viviana, “Vogliamo spostarla nel mondo reale questa relazione”. Al momento Toctocdoor non ha ancora un’applicazione per gli smartphone, ma “ci stiamo lavorando”, assicura Viviana.28053223_1786015275035650_524427436_n

“L’idea è di creare un social network che attraverso una dinamica di dialogo all’interno del quartiere possa generare delle buone prassi di comunità, partendo dal soddisfacimento di bisogni individuali per poi raggiungere obiettivi di collettività”, spiega Viviana. In effetti, soprattutto nelle grandi città, i vicini di casa sono spesso degli sconosciuti e anche piccole esigenze possono diventare dei problemi quando non si è inseriti all’interno di una comunità su cui fare affidamento. Basti pensare al ritiro di un pacco quando non si è in casa o al trovare un idraulico competente o una baby sitter affidabile. Piccole necessità che invece all’interno di un quartiere che si conosce e si aiuta si risolvono facilmente.

“Il nostro sogno è che la piattaforma possa essere utile per lanciare delle idee e dei progetti che abbiano a che fare con la comunità e con il territorio di riferimento”. Un obiettivo ambizioso quello di Toctocdoor, che mira quindi alla collettività e al recupero del territorio da parte della stessa. Ma che già in parte è concreto nella città di Torino, dove c’è stato un caso esempio di quel “fare comunità”: un condominio di un palazzo si è trovato costretto a tagliare degli alberi, così uno dei condomini ha condiviso questa notizia su Toctocdoor, chiedendo se a qualcuno potesse servire quella legna. Ed è venuto fuori che a due isolati di distanza c’era un laboratorio di falegnameria sociale, a cui la legna è stata data.28108974_1786015121702332_1906262003_n

Ma con tutte queste relazioni virtuali non esiste il rischio che anche Toctocdoor diventi l’ennesimo social network in cui intrattenere rapporti superficiali? Anche a questo hanno pensato Lorenzo, Antonio e Viviana, ponendosi una domanda: come facciamo ad evitare la deriva di quello che effettivamente nasce come un luogo di relazioni virtuali? “Stiamo lavorando sui meccanismi di gamification, ossia logiche di gioco che vengono applicate in contesti estranei a quelli del gioco ma che servono ad indirizzare meglio le azioni. Bisogna indirizzare meglio le azioni degli utenti, fargli capire che all’inizio ha una serie di azioni a disposizione e nel momento in cui utilizza questi strumenti ‘passa di livello’ e accede a delle funzioni ulteriori che valorizzano il suo impegno all’interno della comunità”. In questo modo, è il funzionamento stesso del social network a spingere l’utente ad uscire dal piano delle relazioni virtuali, se vuole far parte di Toctocdoor.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/02/toctocdoor-social-network-fa-rivivere-quartieri/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Orto in condotta: un percorso lungo tre anni per seminare un futuro sostenibile

Pier Carlo Albertazzi, fiduciario Slow Food e responsabile del progetto “Orti in condotta” per la zona di Asti, illustra il progetto. Tre anni di scuola per formare insegnanti, genitori e bambini sulla teoria e la pratica che sta dietro l’attività più preziosa in assoluto: la produzione del cibo. Sono più di 500 gli Orti realizzati in diverse scuole d’Italia. Tutto ebbe inizo nel 2004, anno in cui il progetto Orto in Condotta prese avvio in Italia, diventando un vero e proprio strumento educativo. Un progetto firmato Slow Food, messo in atto sul modello del primo grande School Garden, pensato e ideato negli anni ’90 da Alice Waters (vice-presidente Slow Food Internazionale) in California, per sensibilizzare i giovani studenti su tematiche riguardanti l’alimentazione e l’ambiente. L’Orto in Condotta prevede percorsi formativi per insegnanti, per studenti e per i genitori, proprio al fine di fornire una formazione a 360°. Le scuole che partecipano al progetto sono parte di una grande Rete. Il percorso formativo ha durata triennale. La prima annualità prevede la preparazione delle attività nell’orto, gli insegnanti vengono formati attraverso lezioni pratiche e teoriche sull’orticoltura. La seconda annualità prevede attività pratiche con gli studenti, sia in classe, sia all’aperto. La terza annualità prevede un percorso sulla storia dell’alimentazione e sull’origine del gusto.orto-in-condotta-piemonte-astigiano-1512985692

Lo scopo del progetto Orto in Condotta è di utilizzare l’orticoltura come strumento didattico per conoscere il territorio con i suoi prodotti e le sue ricette. Tutte le scuole possono entrare nella rete dell’Orto in Condotta, basta chiedere informazioni alle mail: educazione@slowfood.it . Unico requisito: avere a disposizione un orto con particolari caratteristiche. In primis, l’orto deve essere coltivato, per tutta la durata del progetto, con coltivazioni biologica o biodinamica. È fondamentale, inoltre, che le varietà coltivate siano quelle tipiche del territorio regionale ed è vietata la coltivazione di prodotti geneticamente modificati. I prodotti che possono essere raccolti e consumati durante l’anno scolastico saranno privilegiati. Anche l’uso dell’acqua ha un ruolo didattico: viene infatti insegnato il rispetto della risorsa e l’importanza di un utilizzo il più possibile oculato. Abbiamo incontrato Pier Carlo Albertazzi, fiduciario Slow Food e responsabile del progetto per la zona di Asti, per capire meglio come funziona il progetto. “Io mi occupo, principalmente, del progetto attivato nella Scuola Primaria Rossignoli di Nizza Monferrato” ci specifica Pier Carlo, “il progetto ha preso avvio 10 anni fa. Abbiamo individuato un appezzamento di terra adiacente alla scuola e il Comune di Nizza ha provveduto all’allestimento. Così abbiamo iniziato ad insegnare l’ortocoltura ai bambini”.orto-in-condotta-piemonte-astigiano-1512985702

Una svolta significativa è giunta 3 anni fa, quando il signor Sandro, nonno ortolano, ha deciso di dedicarsi all’orto giornalmente e di mettere le sue competenze a disposizione della comunità facendo, così, crescere l’orto stesso e l’interesse per l’ortocultura. Sono 450 i piccoli studenti della scuola Rossignone che curano e coltivano, insieme a nonno Sandro, l’orto didattico. Ogni classe ha un compito specifico. Le prime e le seconde si occupano della semina, le terze delle piante officinali, le quarte dei fiori e le quinte degli alberi da frutta. Inoltre, l’orto è dotato di un’aula a cielo aperto. L’aula è stata realizzata con materiale di riciclo, proprio per sensibilizzare i bambini anche sul tema del rispetto ambientale.  Tanti fiori, ortaggi, piante aromatiche e alberi da frutto, sono la cornice perfetta per le tante attività che vengono sviluppate durante l’anno scolastico. “Abbiamo fatto il pane, le torte, la pasta”, ci spiega Pier Carlo, “si sviluppano tante esperienze anche in base alle coltivazioni. Per esempio, tutti gli anni l’11 novembre Slow Food festeggia la Festa degli Orti; l’anno scorso i bambini avevano coltivato i ceci, quindi, quest’anno, abbiamo deciso di celebrare la festa cucinando la farinata”.orto-in-condotta-piemonte-astigiano-1512985714

La prossima festa in vista è il Terra Madre Day, che si celebrerà l’11 dicembre. Un progetto globale che unisce comunità del cibo di 160 paesi che hanno deciso di incentivare una produzione alimentare basata sull’economia locale, sulle biodiversità, sulle conoscenze tradizionali e sul gusto. Favorendo, appunto, il buono, il pulito e il giusto.

Ogni anno, la scuola Rossignoni aderisce alla manifestazione organizzando una colazione a scuola. Quest’anno la colazione per il Terra Madre Day avrà come protagonisti il latte e la mela. La festa, “Mela bevo e mela mangio” prevede, inoltre, una degustazione con test di gradimento finale. Gli studenti della quinta saranno chiamati in causa per scegliere la mela preferita tra 4 tipologie diverse.

“Lo scopo primario”, ci spiega Pier Carlo, “è di mostrare ai bambini che le mele crescono sul melo e non sugli scaffali del supermercato”. Un modo genuino e divertente per collegare i bambini alla natura.

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Fabio Pinzi: cambiare vita attraverso la permacultura

Secondo Fabio Pinzi, la società in cui viviamo ci ha fatto perdere la capacità di progettare il nostro futuro. Proprio per questo la permacultura, che si occupa di progettazione sistemica, è lo strumento ideale per chi vuole cambiare la propria vita rendendola più sostenibile, equilibrata e felice. Fabio Pinzi è un nome di riferimento per la permacultura italiana. E – come lui stesso ricorda – permacultura equivale a cambiamento, significa riprogettare la propria vita per renderla più sostenibile, più equilibrata e anche più felice. Fabio è anche uno dei docenti del prossimo appuntamento del corso “Dalla teoria alla pratica” che si terrà a Roma a inizio dicembre (clicca qui per scoprire le altre sedi e le altre date). Ne abbiamo approfittato per rivolgergli alcune domande sul messaggio che trasmetterà ai partecipanti e su come questo messaggio potrà produrre dei cambiamenti reali e tangibili.

Quali saranno i concetti di cui si parlerà nel corso e in che modo serviranno a produrre un cambiamento nella vita dei partecipanti?

I concetti base che tratterò sono tutti racchiusi nella definizione – o nelle definizioni – di permacultura. La cosa che faccio normalmente è attualizzare e ridare vita a ogni parola e vedere se quello che attualmente percepiamo corrisponde o meno al valore effettivo. Questo serve ed è uno stimolo per riposizionarsi nel proprio mondo che diventerà poi il punto di partenza per iniziare a cambiare. “Metodo di progettazione per la creazione e gestione di società umane sostenibili” e “buon senso applicato” sono due delle tante definizioni che io ho scelto e che utilizzo per lo scopo prefissato. Logicamente si apre un mondo! Partiamo ad esempio dalla parola sostenibile: cosa intendiamo? Quali sono le interpretazioni dei più? Quale la definizione adottata nella permacultura, ma anche in molti testi? Dobbiamo verificare se quello che ci viene propinato corrisponde al vero, salvo poi scoprire che è una delle parole più usate dalla pubblicità, spesso in maniera fuorviante. Ridare valore, riappropriarsi della capacità di progettare, serve a farci capire dove siamo e cosa fare per attuare il nostro cambiamento.

Quali sono a tuo avviso gli ostacoli principali che chi vuole cambiare vita deve superare, sia dal punto di vista pratico che da quello mentale?

Gli ostacoli principali sono legati alla percezione errata o meglio bizzarra della realtà. Come diceva Enzo Tiezzi in “La bellezza e la scienza”, conosciamo il costo di tutto e il valore di niente. La realtà che ci circonda è figlia di proiezioni di mercato ed è molto distante dalle aspettative reali e umane delle persone. Ma la cosa peggiore è che è molto semplice e soddisfacente, se hai uno stipendio commisurato. Tutto il resto richiede tempo, fatica, pensiero. Paradossalmente è un sistema conservativo, ma al ribasso. Quindi gli ostacoli nascono ogniqualvolta si cerca di avere la propria visione. E noi per primi, ma anche chi ci circonda, ci diamo la famosa giustificazione – “ma tutti fan così!” – e quel “così” è semplice da realizzare, ma rende complicato il resto.pinziedu2

Pensare altrimenti, realizzare piccole grandi cose diverse e progettarle creerà tensione e stress, ma proprio per questo quando ci si affranca tutto diventa speciale. Drogati dal denaro abbiamo perso la memoria storica evolutiva e avendo paura di progettare il nostro futuro ci siamo buttati a consumare il presente. Forse storicamente non è neanche originale tutto questo, ma essendo tanti come non mai e avendo a disposizione un quantitativo mai visto di energia stiamo riuscendo nell’impresa di incidere fortemente sull’ambiente e sulle menti. La permacultura è ascolto, ricentramento e progettazione; forse l’opposto di quello che stiamo vivendo come masse, ma proprio per questo affascinante. I suoi principi etici sono la forza quelli di progettazione gli
strumenti.

Pensi che il territorio di Roma sia un buon posto per mettere in pratica un percorso di cambiamento?

Roma e il suo territorio sono un ottimo posto dove cominciare e portare avanti la permacultura e di conseguenza il cambiamento. Come direbbe l’amico Daniel Tarozzi, “le persone sono molto più belle di quello che si raccontano”. Così, Roma è molto più bella di come viene raccontata. Il suo clima favorevole, l’energia che si respira e l’umanità sono punti di forza oggi come un tempo per progettare e realizzare una nuova società sostenibile. Sono condizioni fantastiche ma non facilmente ritrovabili in molti posti.

Che ruolo rivestono in questo percorso gli esempi di chi l’ha già fatto? Ce ne puoi citare qualcuno?

Ho amici romani che hanno cominciato a praticare e sperimentare la permacultura – e di conseguenza – il cambiamento diversi anni fa, partendo dall’idea di fare la dovuta esperienza per poi scappare nel paradiso tanto sognato ma lontano dalla città eterna. Hanno studiato, sperimentato, progettato e cambiato anche i loro rapporti sociali con questo obiettivo e alla fine hanno scoperto che anche dentro Roma era possibile ricavarsi il proprio piccolo grande bel mondo. Quello che è rivoluzionario è il modello: Mollison diceva che “i permacultori costruiscono piccole cose, ma la loro somma è gigantesca e rivoluzionaria”.pinziedu1

Penso al mio amico Gianni Marotta, che addirittura si era comprato un podere in Toscana per soddisfare la sua “fame” di cibo e di rapporti sani, oltre che un ambiente e una casa salutare. Fantasticamente dopo anni di pratica non solo si è liberato del podere, ma ha rilanciato il proprio progetto di vita su Roma creando PURO, un centro urbano di Permacultura romano che sta diventando un centro di aggregazione, di progettazione e di applicazione dei principi di Permacultura. La palazzina che ha messo a disposizione dei permacultori che stanno compiendo un percorso di crescita e di cambiamento è diventata un laboratorio aperto per dare forma ai sogni e ai progetti dei partecipanti, une specie di palestra che cura il corpo e la mente e produce risultati visibili. Inoltre è un luogo-no-logo dove la gente si incontra per il piacere di farlo a prescindere da tutto il resto. Dopo un anno i risultati sono fantastici: ognuno ha voglia di riprogettarsi e sa che non è da solo e se vuole – e spesso lo vuole – ha amici pronti a supportarlo senza altri fini.  Tutti coloro che cominciano a riprogettarsi si incamminano nel percorso di cambiamento e ognuno ci mette il suo tempo e la propria energia, ma in questo viaggio ogni giorno ci si arricchisce. Non solo potenzialità, ma azioni concrete e crescita di singoli e di gruppo. Sapendo quello che ci circonda non è poca cosa. Se questo articolo vi ha incuriosito e anche voi volete avvicinarvi alla permacultura per cambiare la vostra vita seguendo le indicazioni di Fabio Pinzi, cliccate qui!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/fabio-pinzi-cambiare-vita-permacultura/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Kalulu, prodotti locali e genuini alla portata di tutti

Rendere il consumo di prodotti locali e genuini un fenomeno “di massa” e non un lusso riservato a pochi fortunati. È questo l’obiettivo di Kalulu, il portale che promuove la filiera corta, aiuta i piccoli produttori a raggiungere nuovi clienti e abbatte l’inquinamento dovuto ai trasporti della grande distribuzione. Mangiare sano in città è possibile, Kalulu  è un modo per farlo. Il portale ha l’obiettivo di promuovere la filiera corta mettendo in contatto diretto chi produce e chi consuma, garantendo la vendita di prodotti di qualità a costi contenuti. Il progetto nasce da un’idea di Emanuel Sabene, poi il team si è ingrandito grazie alla collaborazione di Giorgio Scrocca e Domenico Angilletta che hanno contribuito a lanciare il servizio, fino ad arrivare alla piattaforma che è oggi, con oltre 400 aziende iscritte e 40 mila utenti.

Come funziona? Basta iscriversi indicando il proprio indirizzo di residenza, da quel momento Kalulu segnala via e-mail tutte le offerte in corso nei punti di consegna più vicini e all’utente non rimane che prenotare la propria spesa nel giorno e all’orario stabiliti.basket-of-veggies-jpg

Lo strano nome ha un significato ben preciso e richiama gli obiettivi del progetto, “Kalulu è il coniglio protagonista di una serie di favole africane” – racconta Emanuel – “in una di queste, Kalulu convince il re leone a seguire un’alimentazione più sana, a beneficio di tutti gli altri animali della foresta. Metaforicamente, è un po’ quello che cerchiamo di fare anche noi”. Per spiegare l’utilità di questa iniziativa è necessario fare una premessa. I prodotti che arrivano oggi sulle nostre tavole hanno percorso una media di 354 chilometri, consumato 123 litri di benzina e prodotto 948 grammi di emissioni per ogni chilo di merce.

“Noi vogliamo proporre un modello che renda il consumo dei prodotti locali un fenomeno di massa e non un lusso riservato a pochi fortunati” – spiega Emanuel – “crediamo che vendere un alimento fresco di giornata e a chilometro zero, possa essere competitivo con il prodotto della grande distribuzione”. E prosegue spiegando il grande paradosso che c’è alla base della GDO:  per fornire la massima scelta garantendo il profitto, si finisce con il privare i clienti della scelta. Puoi decidere se comprare un pomodoro san marzano o un pachino in qualsiasi momento dell’anno, ma non puoi decidere da dove viene.20160115-things-never-to-but-at-supermarket-

La logica del profitto porta sulle nostre tavole cibo che viene prodotto in luoghi lontani, sempre più spesso fuori dall’Italia se non addirittura fuori dal continente. Se il prezzo finale è ancora conveniente bisogna chiedersi a quale prezzo (fuor di scontrino) si rende possibile tutto questo. Cosa è successo nel luogo di produzione e durante il trasporto? Quante e quali risorse non rinnovabili sono state impiegate per spostarlo e conservarlo? Se nella grande distribuzione, per ogni euro di prodotto che acquistiamo, 80 centesimi vanno ai costi di trasporto, logistica e intermediazione, solo 20 centesimi sono destinati a garantire la qualità di quello che mangiamo. Troppo poco. Grazie a questa piattaforma invece, mangiare sano a un prezzo ragionevole può tornare a essere un diritto.

“Abbiamo calcolato che ad oggi i nostri utenti hanno contribuito per un taglio complessivo di 1500 tonnellate di CO2 passando dalla grande distribuzione alla vendita diretta” – conclude Emanuel – “un numero enorme che ci rende davvero orgogliosi del nostro lavoro. A noi piace pensare che per ogni cassetta che viene consegnata, compresa nel prezzo c’è un po’ di aria pulita da respirare tutti insieme”.

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2017/05/kalulu-prodotti-locali-genuini-portata-di-tutti/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Recup: il recupero del cibo invenduto a favore della comunità

Recuperare nei mercati rionali il cibo che a fine giornata i commercianti sono obbligati a buttare nella spazzatura anche se commestibile. Un gruppo di ragazzi ha dato vita ad un progetto di Recup a Milano con l’obiettivo di combattere lo spreco alimentare e donare gli alimenti recuperati alla comunità. Il cibo che perde valore economico crea così valore sociale.

A Milano un piccolo gruppo di ragazze ha fatto partire un progetto che vuole far fronte al grave problema dello spreco alimentare, recuperando il cibo invenduto o danneggiato nei mercati rionali per metterlo gratuitamente a disposizione di chi lo voglia.

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Da sinistra a destra i volontari di Recup: Beatrice, Ilaria, Federica e Alberto

Del problema dello spreco alimentare ce ne siamo occupati più e più volte e continuiamo a farlo perché purtroppo è un problema di dimensioni enormi che non riguarda solo la Grande Distribuzione Organizzata (GDO), o la ristorazione: nei mercati rionali c’è tanto cibo commestibile, ma danneggiato o invenduto, che i commercianti, per legge, sono obbligati a buttare nella spazzatura al termine delle vendite. Ecco perché alla fine del mercato ci si imbatte sempre più spesso in persone che frugano tra i rifiuti lasciati dagli ambulanti per recuperare ciò che viene gettato via, ma che è ancora perfettamente commestibile. Recup vuole prevenire l’umiliazione di quanti sono costretti a frugare nella spazzatura per poter tirare avanti, promuovendo inclusione sociale e favorendo anche la presa di coscienza di una parte crescente di popolazione che, pur non essendo indigente, ritiene inaccettabile che un tale spreco di cibo venga prodotto e per questo si attiva nel suo recupero. E’ quanto ha fatto anche a Roma la giovane mamma Alessia La Cava, per cui il recup è diventato una strategia di “sopravvivenza urbana”.

Come alcuni di voi ricorderanno abbiamo già parlato delle assurde regole di mercato che prevedono canoni estetici tanto rigorosi quanto deprecabili nei nostri articoli dedicati al Foodsharing. Nel frattempo, il 3 agosto scorso è stata finalmente approvata la legge 166/2016 contro lo spreco alimentare che dovrebbe riuscire a ridurre lo spreco del cibo e a favorire le donazioni da parte degli esercenti, consentendo oltretutto ai Comuni di applicare loro una speciale riduzione sulla tassa dei rifiuti. Per meglio comprendere quali sono le iniziative in corso in Italia in questo contesto, mercoledì scorso ci siamo recati al mercato di Piazzale Martini a Milano, dove abbiamo incontrato alcuni dei volontari di Recup. Ilaria, Federica, Beatrice, Luca e Alberto ci hanno spiegato il progetto e gli obiettivi che si pone.SAMSUNG

Ilaria e Luca al mercato di Piazzale Martini con parte del cibo recuperato

Quando è nato il progetto Recup e come si è evoluto nel tempo?

È nato circa 2 anni fa ed inizialmente eravamo solo 3 persone (Rebecca Zaccarini, Ilaria Piccardi e Federica Canaparo, n.d.r.) che riconoscendosi nell’ideale comune di non voler sprecare cibo si sono incontrate. Oggi siamo una ventina di volontari e lavoriamo in 4 mercati alla settimana: il lunedì al mercato di via Cambini, il mercoledì ci troviamo qui al mercato di Piazzale Martini, il venerdì in via Termopili e il sabato in Piazzale Sant’Agostino a Papiniano. A parte il sabato, l’orario d’incontro è alle 14.00, mentre il sabato a Papiniano è alle 16.00. Chiunque può unirsi al gruppo di volontari e darci una mano; ovviamente ogni volontario può portarsi a casa tutto ciò che vuole e di cui ha bisogno. Nel tempo siamo riusciti anche a costruire una bella rete di collaborazioni, ad esempio qui in Piazzale Martini con Fucine Vulcano.

Chi sono? (Ce lo dice Luca, volontario di Fucine Vulcano)

Fucine Vulcano è un’associazione che promuove la sostenibilità ambientale in generale, in tutte le sue possibili forme, a partire dal sabato che ci occupiamo della Ciclofficina e quindi promuoviamo la mobilità sostenibile, facendo riparazione di biciclette e diffondendo anche il sapere, perché in ciclofficina insegniamo a ciascuno a riparare una bici. La sostenibilità stessa impone la condivisione dei saperi, materiali e immateriali a favore della comunità. Questo progetto di recupero del cibo si sposa pienamente con la nostra idea di sostenibilità, attraverso l’abbattimento degli sprechi e utilizzando una bicicletta cargo non comprata, ma auto-prodotta: è il connubio perfetto.

Raccontateci in cosa consiste una missione tipo dei volontari di Recup

A fine mercato iniziamo a chiedere ai venditori ambulanti se hanno cibo da recuperare, che non riescono più a vendere. All’inizio non è stato semplice vincere la loro diffidenza e guadagnare la loro fiducia, ma ormai ci conoscono e la maggior parte degli ambulanti che collaborano con noi ci lasciano direttamente da parte delle cassette di cibo danneggiato o invenduto durante la mattinata. Noi lo ritiriamo a mano o con l’aiuto della cargo-bike di Fucine Vulcano (v. sopra, n.d.r.) e lo pesiamo per avere dei dati reali sugli sprechi che riusciamo ad evitare. Si scarta il cibo che veramente non è più buono e si redistribuisce a chiunque voglia prenderlo. Ciò che ha perso valore economico, può ritrovare così valore sociale. Possiamo parlare di una media di 100 kg di prodotti “salvati” ogni giorno, che poi vengono ritirati direttamente presso il nostro punto di ritrovo al mercato stesso e consumati dalle persone più disparate, di tutte le età, italiane e non, che altrimenti finirebbero nella spazzatura. In questo modo si crea una collaborazione in grado di formare vere e proprie comunità tra persone diverse, un contatto interculturale e intergenerazionale che si è andato perso, ma che un tempo era tipico dei mercati rionali: il mercato torna ad essere così folklore, scambio, convivialità, divertimento, incontro.2016-11-01-14.14.38.jpg

Luca recupera il cibo con la cargo-bike di Fucine Vulcano

Dopo l’approvazione della legge contro gli sprechi: è cambiato qualcosa per voi, oppure no?
Diciamo che per noi non è davvero cambiato molto e continuiamo a fare affidamento esattamente sugli stessi venditori che già prima ci donavano il cibo. Però, grazie a questa legge, vorremmo cominciare ad organizzarci in modo tale da permettere ai commercianti che donano il cibo di avere uno sgravio nella tassa sui rifiuti. Riusciremmo così non solo a ricevere, ma anche a dare loro qualcosa. A questo scopo ci siamo già messi in contatto con il Comune.

Cosa vi proponete di fare nel breve e nel lungo termine?

Noi vorremmo che la gente ci contattasse per replicare la nostra esperienza in tutta la città di Milano. Ovviamente ci mettiamo a loro disposizione in modo da dargli consigli e indicazioni e per aiutarla, almeno la prima volta, a chiedere la disponibilità dei commercianti ambulanti del mercato rionale a loro più vicino, per poi continuare a portare avanti il recupero cibo anche nella loro zona. Il nostro sogno sarebbe quello di riuscire ad includere tutti i mercati di Milano nel recupero del cibo e in questa città ce ne sono ben 86! Ovviamente non ricerchiamo solo privati cittadini, ma anche associazioni che ci aiutino nel recupero del cibo in modo mirato ed organizzato, prendendo nota di quanto cibo si è effettivamente salvato, facendo in modo che questo cibo sia distribuito il più possibile equamente tra le persone che lo richiedono, etc. Se anche voi siete sensibili al tema dello spreco del cibo e volete mettervi in contatto con i volontari di Recup, potete farlo tramite la loro pagina Facebook o via email, anche per chiedere consigli su come iniziare un progetto del genere in altri quartieri milanesi o in qualunque altra città d’Italia al di fuori di Milano: recuperamilano@gmail.com

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/11/recup-recupero-cibo-invenduto-comunita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

 

 

 

Cascina Cuccagna: quando la rigenerazione è dal basso

Cascina Cuccagna è la più centrale delle cascine pubbliche milanesi ed è la prima che torna a vivere grazie a un progetto di rigenerazione nato dal basso. Con i suoi 2000 metri quadri di spazi interni e altrettanti di corti e giardino, è in grado di riportare la campagna al centro della quotidianità e proporre nuovi stili di vita sostenibili.cascina

Oggi è luogo d’incontro e partecipazione dove sperimentare, rilassarsi, mangiare e fare la spesa con prodotti stagionali e del territorio. Uno spazio aperto al territorio – a progetti ed eventi di cittadini, associazioni e aziende – e a un pubblico internazionale che lo vive e lo arricchisce. Ma non è stata sempre così. Alla fine del 1600 apparteneva ai Padri Fatebenefratelli ed era utilizzata per la coltivazione di erbe officinali destinate all’Ospedale Maggiore. Poi nel 1984 è diventata di proprietà del demanio comunale. Dichiarata inagibile dal 1994, viene sgomberata da abitanti e attività ma alla fine degli anni 90, per iniziativa di un gruppo di abitanti della zona 4 di Milano, nascono i primi progetti di recupero e riuso degli spazi. Nel 2005, per partecipare al bando di assegnazione emesso dal comune di Milano, è stata costituita l’Associazione Consorzio Cantiere Cuccagna, ottenendo la concessione ventennale d’uso. Il cantiere di restauro, avviato nel dicembre 2008, si è concluso con l’inaugurazione della Cascina nell’aprile 2012. Il progetto architettonico ha previsto un intervento di tipo conservativo dal valore di 3 milioni e mezzo di euro, raccolti con sottoscrizioni pubbliche ed autofinanziamento.
«Oggi è un’antica cascina agricola per un nuovo spazio pubblico, un laboratorio di partecipazione civile, di attenzione tra generazioni e culture – dicono dall’associazione – Un luogo aperto dove sperimentare pratiche di sostenibilità. Uno spazio comune in cui parlare di cibo, territorio, cultura, coesione e integrazione. Ci proponiamo di instaurare un dialogo con il territorio proponendo attività e progetti e allo stesso tempo accogliendo proposte da singoli, associazioni e imprese».
La cucina. Il menù e le ricette della cucina si basano su prodotti stagionali del territorio, a chilometro Zero o quasi, tutti rintracciabili. Lo chef è Nicola Cavallaro.

La bottega. Si occupa della vendita diretta di tutti i prodotti della filiera agricola italiana, provenienti da campi e allevamenti del Consorzio Produttori Campagna Amica.

I servizi alle famiglie. E’ allestito uno spazio dove genitori, nonni, tate e bambini da 0 a 6 anni possono socializzare, condividere l’esperienza del gioco e confrontarsi. Un progetto di sostegno alla genitorialità, a cura della Cooperativa Sociale Diapason.

L’ostello. Verrà inaugurato l’1 maggio di quest’anno. Sedici posti letto per un soggiorno affacciato sulla corte di Cascina Cuccagna. Un servizio nato grazie al cofinanziamento di Regione Lombardia.

La ciclofficina. Un’officina in cui imparare a riparare in autonomia la propria bicicletta, scambiare saperi ed esperienze a pedali e diffondere la cultura del riciclo creativo.

Il laboratorio. Un laboratorio che offre attrezzature, spazi e competenze a chi ha un progetto in testa e vuole realizzarlo. Il locale e le attrezzature sono disponibili per workshop, laboratori e altri servizi.

Il mercato agricolo. Ogni settimana produttori agricoli lombardi portano prodotti freschi, stagionali e biologici nelle corti. Fino al 31 marzo il martedì dalle 15.30 alle 20. Dal 22 aprile ogni martedì dalle 15.30 alle 20.

Lo sportello del cittadino. Competenze specializzate al servizio del cittadino. Un servizio gratuito settimanale su appuntamento. Comprende: Sportello legale; sportello fiscale; sportello architetto; sportello relazioni familiari; sportello donna – mamme a distanza. A breve: – Sportello energia e sportello condominio.

Progetti finanziati. Si tratta di percorsi finanziati tramite bandi pubblici o di fondazioni e realizzati in collaborazione con diverse realtà affini allo spirito di Cascina Cuccagna. I progetti ad oggi in corso sono i seguenti:
MILANO SOSTENIBILE è un progetto di mappatura partecipata delle migliori pratiche di sostenibilità urbana in Europa, in Italia e a Milano. I risultati serviranno al decisore amministrativo a migliorare le proprie politiche di sostenibilità. Partner: Economia e Sostenibilità. Patrocinio: Comune di Milano. Contributo: Fondazione Cariplo.
CUCCAGNA SOSTENIBILE è il primo progetto milanese di compostaggio di comunità. Da giugno 2013, grazie all’installazione di una compostiera automatizzata, Cascina Cuccagna genera circa 40 chili di compost ogni tre settimane. Capofila progetto: Il Giardinone. Partner: Novamont. Contributo:Fondazione Cariplo; Fondazione Banca del Monte di Lombardia. WE CARE: CRESCERE NELLA CITTA’ METROPOLITANA si propone di raccogliere dati e proposte sul rapporto tra Milano e i bambini per favorire la crescita di una cultura attenta alle esigenze dei minori. Partner: Fondazione Bertini Malgarini. Contributo: Comune di Milano (ex-L.285/97). Supporto scientifico: Università Cattolica; Università Bicocca; Politecnico di Milano. RIFIUTI ZERO IN ZONA 4 promuove la riduzione, la riparazione, il riciclo, il recupero e il riuso di oggetti del vivere quotidiano. Attraverso una mappatura aiuta i cittadini a trovare la giusta collocazione per ogni rifiuto. Partner: Donatella Pavan.

Incubazione e progetti.  Associazioni, gruppi e singoli cittadini che hanno una buona idea e pensano di poter sostenere la sua realizzazione, in Cascina Cuccagna possono trovare spazi e collaborazione. Unici prerequisiti: condividere i principi e obiettivi del Progetto Cuccagna e la volontà di creare sinergie con altre progettualità.
La partecipazione. Chiunque si senta animato da spirito di volontariato può prendere parte ai Gruppi di Partecipazione di Cascina Cuccagna, formati da persone che condividono i valori del Progetto Cuccagna e si impegnano a sostenerlo attivamente. I gruppi sono:

Banca Del Tempo Cuccagna Una comunità di scambio, in cui il metro di misura non è il denaro ma il tempo. Organizza ogni terza domenica del mese il Baratto in Cascina Cuccagna. G.A.S. Cuccagna Un gruppo di persone che cerca vie diverse dal supermercato per l’acquisto di cibo e prodotti di uso comune. Gruppoverde Si occupa della coltivazione dell’orto condiviso di Cascina Cuccagna. Organizza workshop pratici per promuovere le pratiche di giardinaggio e orticultura. Porte Aperte Propone reading, dibattiti, attività manuali e creative per over 50, all’insegna del piacere di trovarsi insieme. BA.RA.MA.PA Organizza, per bambini, ragazzi, mamme e papà momenti ludici, aggregativi, educativi legati ai valori e agli spazi del Progetto Cuccagna. Cinema In Cascina Organizza rassegne cinematografiche a tema.
Passa_Libro Promuove la lettura e il Book Crossing in Cascina Cuccagna. ASSOCIAZIONE CONSORZIO CANTIERE CUCCAGNA è costituita da: Associazione Cooperativa Cuccagna, Associazione Culturale Aprile – esterni, Associazione Chiamamilano, Cooperativa Editoriale Circom, Cooperativa Sociale Diapason, Cooperativa Sociale Comunità Progetto, CdIE – Centro di Iniziativa Europea, Società Cooperativa Farsi Prossimo, Smemoranda Cooperativa, Terre di mezzo. Il Presidente del Consiglio Direttivo e Legale Rappresentante dell’Associazione è Andrea Di Stefano.
I CONTATTI Associazione Consorzio Cantiere Cuccagna – via Cuccagna 2 a Milano – Telefono 02 83421007-http://www.cuccagna.org/portal/IT/handle/?page=homepage

Fonte: ilcambiamento.it

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Guida Pratica alla Permacultura - Libro

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Liberi dalla civiltà: un inno al primitivismo

“Liberi dalla civiltà” e “Mimesis” sono i suoi libri, dal titolo evocativo. Lui, Enrico Manicardi, ha 48 anni, avvocato, appartiene da una vita al movimento libertario, amico del filosofo John Zerzan, di cose da dire ne ha tante, le ha condensate nei suoi lavori. Qui ce ne propone una provocatoria sintesi: l’analisi delle origini della società, degli errori strutturali, delle aspirazioni e della possibile “medicina”.primitivismo

Nei tuoi libri parli di Primitivismo, di critica radicale alla civilizzazione e sottolinei che si tratta di una riflessione rivolta all’attualità: puoi spiegarci meglio?

Il Primitivismo è un’analisi delle origini della civiltà, del mondo in cui viviamo. E’ un’analisi delle circostanze che hanno portato alla situazione attuale, una riflessione concentrata sull’attualità perché il Primitivismo non guarda al passato meno prossimo della storia umana da una prospettiva puramente accademica o retorica, ma cerca di trarre da questo nostro trascorso primitivo tutti gli spunti e le intuizioni possibili per cercare di rendere vivibile il presente che ci appartiene.

Quali sono questi spunti?

Per più di due milioni di anni abbiamo vissuto come raccoglitori-cacciatori nomadi, senza dominio, senza governi, senza sfruttamento, senza sovrastrutture ideologiche e culturali; e abbiamo vissuto vite libere, sane, serene, egualitarie. Questa non è un’utopia, ma un dato di fatto accertato “sul campo” e ormai riconosciuto anche dall’ortodossia scientifica. Studiando la vita dei raccoglitori-cacciatori nomadi ancora esistenti oggi e confrontando gli studi effettuati in tutte le parti del mondo, si è scoperto che i raccoglitori che hanno potuto preservare uno stile di vita originario vivono molto meglio di noi e godono di un’esistenza sostanzialmente libera, gioiosa e gratificante. Kevin Duffy, antropologo americano che ha vissuto per anni coi Pigmei Mbuti, l’ha riassunta così: «provate a immaginare un’esistenza in cui la terra, la casa e il cibo sono gratuiti, in cui non esistono dirigenti, capi, politica, crimine organizzato, tasse o leggi. Aggiungetevi il vantaggio di far parte di una società in cui tutto è condiviso, in cui non esistono né poveri né ricchi, in cui felicità non significa accumulo di beni materiali».

Cosa ci ha messo, secondo te, sulla strada di una distruttività sempre più ampia e accelerata?

Un cambio di mentalità. Circa diecimila anni fa abbiamo stravolto il nostro modo di vedere le cose: l’avvento dell’agricoltura, considerata l’atto di nascita della civiltà, è l’artefice di questo stravolgimento. Fino a quel tempo, e per centinaia di migliaia di generazioni, gli uomini avevano considerato la Natura un “soggetto”, una Madre (Madre Terra). La coltivazione ha stravolto quel paradigma perché ha fatto della Terra un oggetto. Con l’agricoltura la terra non è più qualcuno, ma qualcosa: qualcosa da manipolare, da sfruttare, da mettere a profitto. Una volta acceso il motore della reificazione (e cioè della trasformazione del vivente in cosa) la macchina civilizzata si è messa in moto e si è diretta verso una sempre maggiore reificazione di tutto e di tutti: dopo le terre sono stati reificati gli animali (nascita dell’allevamento), poi le donne (nascita della società patriarcale), poi i maschi (nascita della schiavitù, della servitù della gleba, del lavoro salariato). Oggi che questa ossessiva riduzione del vivente in cosa ha snaturato ogni elemento della Terra, noi uomini ci concepiamo come oggetti, ci trattiamo come oggetti, ci classifichiamo scientificamente così e come tanti oggetti ci sfruttiamo gli uni con gli altri. Tanto è vero che quel termine agghiacciante col quale definiamo la Natura, e cioè “risorsa” (che vuol dire appunto “capitale”, “cosa da sfruttare”), lo utilizziamo anche per definire noi stessi: i lavoratori sono diventati “risorse umane”, i migranti sono definiti “risorse economiche” e persino i bambini sono diventati “risorse del futuro”.

È questo il significato della crisi di oggi?

Certo, ma non solo. Oggi tutti parlano di crisi, tutti ne sembrano consapevoli, ma quel che sfugge, a mio avviso, è un fatto essenziale: la crisi che ci attanaglia non è una crisi nel mondo moderno, ma una crisi del mondo moderno; il suo naturale epilogo.

Pensi insomma a un problema strutturale del nostro stile di vita?

Dai tempi dell’avvento dell’agricoltura “usare”, “sfruttare”, “esaurire” rappresentano le sintesi concettuali che meglio descrivono il nostro modo di rapportarci agli altri e a noi stessi; oggi siamo arrivati a fine corsa. Non solo perché è rimasto assai poco da sfruttare, ma soprattutto perché questa mentalità ci sta traghettando verso l’autodistruzione. Il riscaldamento globale sta uccidendo la biosfera, le foreste pluviali vengono abbattute, i mari si stanno acidificando, l’aria è resa irrespirabile da ciminiere, inceneritori, nano-polveri, scie chimiche; aumentano le specie in via di estinzione; si fanno guerre ovunque. Allo stesso tempo la vita umana è sempre più passiva, litigiosa e artificiale. Come possiamo credere che questo stato di cose sia solo accidentale e passeggero? Come possiamo pensare che il problema che abbiamo sia nella morsa dello spread, nel PIL, nell’inflazione o nella politica immorale di questo o quell’altro partito? Io penso che si possa dire che abbiamo un problema che riguarda il nostro modo di vedere le cose, la nostra mentalità.

Esiste una “medicina” e quali potrebbero esserne gli ingredienti?

Questo è uno dei punti cruciali dell’analisi Primitivista, un punto che la distingue da ogni movimento alternativo. Prima di chiederci cosa fare, dobbiamo cominciare a porci una domanda ancora più importante: “Perché accade tutto questo?”. Pensare di risolvere un problema senza prima essersi domandati quale sia il problema è assurdo. Significa solo prendersela con i sintomi esteriori e questo fa parte del problema. I sintomi stanno dalla nostra parte: sono il segnale di un corpo sofferente che ci avverte dell’esistenza di un problema a monte. Se sopprimiamo i sintomi senza chiederci cosa li abbia generati – proprio come fanno tutte le medicine – non soltanto non risolveremo mai il problema a monte, ma ci precluderemo ogni possibilità di comprendere quale esso sia. Eppure, se ci pensiamo bene, viviamo in un mondo che ci condiziona tutti i giorni: di fronte al manifestarsi dei sintomi di un mal di testa la nostra preoccupazione è togliere il mal di testa, non capire perché l’abbiamo; di fronte all’alzarsi della temperatura corporea la nostra preoccupazione è abbassare la febbre, non capire perché si è alzata. Uguale facciamo nel campo sociale: di fronte al crescere di rifiuti urbani la nostra preoccupazione è come toglierli via da sotto il naso, non capire perché abbiamo cominciato a produrne così tanti; di fronte al crescere dell’inquinamento ecologico la nostra preoccupazione è come sopprimerlo con trovate geniali, non capire perché lo generiamo. Ecco perché dico che siamo arrivati a fine corsa e che il problema che abbiamo riguarda il nostro modo di vedere le cose. A forza di buttare la spazzatura sotto il tappeto, il tappeto sta ora per esplodere. Vogliamo continuare così? Vogliamo fare come ci suggerisce qualche furbetto quando ci consiglia di cercare un altro tappeto? Io penso che sia venuto il momento di cambiare registro: di cominciare a mettere in discussione la pratica di gettare la spazzatura sotto il tappeto e di provare a capire perché siamo indotti a fare in quel modo. Questo è lo spirito del Primitivismo.

Quali dunque le cause?

Per guardare alle cause di un problema c’è un solo modo: andare indietro fino alle sue fonti. In passato vi abbiamo provato, solo che, ogni volta che ci siamo imbarcati in questo viaggio a ritroso nel tempo, ci siamo sempre fermati troppo presto. Siamo talmente condizionati dalla nostra mentalità civilizzata che ci è sempre parso impossibile pensare a questa come alla causa di tutto. E allora abbiamo pensato che il problema fosse nei sintomi di questa mentalità: nella nascita della società dei consumi del secondo dopoguerra, per esempio, o nel sorgere dell’organizzazione di massa di inizio Novecento, o nel successo dell’industrializzazione del secolo precedente. Naturalmente, tutti questi fenomeni hanno contribuito a rendere il quadro attuale ancora più degradato, ma è sufficiente fermarsi agli inizi dell’Ottocento e alla nascita del capitalismo industriale per individuare le fonti della crisi di oggi? Io penso di no, anche perché l’autoritarismo e l’ingiustizia sociale c’erano anche prima del sorgere della società industriale, esattamente come c’era il sessismo (con le sue discriminazioni di genere), la politica (coi suoi imbonimenti e le sue illusioni), l’economia (con le sue logiche produttivistiche e la sua cultura della scambio). Prima dell’Ottocento c’era lo sfruttamento ambientale e l’inquinamento ecologico. Per non parlare poi della guerra o della schiavitù, che non sono certo delle invenzioni della società industriale. Se vogliamo guardare alle fonti della crisi di oggi dobbiamo andare ancora più indietro. E andando ancora più indietro si giunge necessariamente all’avvento della civiltà, e a quel cambio di paradigma di cui si parlava prima.

La tendenza alla distruzione del mondo è forse insito nella natura umana?

Questo è quello che si sente sempre affermare da tutti, compresi i leader dei movimenti alternativi. Ma è un modo di vedere le cose un po’ troppo riduttivo: serve solo a consolarci e ad assolverci, facendoci credere che il mondo triste, autoritario e tossico in cui viviamo sia inevitabile. Non è così. Se per più di due milioni di anni gli umani hanno vissuto vite libere, serene, gratificanti, e in soli diecimila anni sono arrivati fin sull’orlo del precipizio, mettendo a repentaglio la loro esistenza sul Pianeta e la vita stessa del Pianeta, il problema non è l’umanità. Non erano forse umani gli individui che vivevano nel Paleolitico? Non lo sono forse quei raccoglitori-cacciatori che ancora oggi vivono in perfetta armonia con la Natura? Non è l’uomo il problema del mondo, ma l’uomo civilizzato; ossia l’essere umano irreggimentato dalla civiltà: dalle sue categorie, dai suoi valori, dai suoi processi pervasivi che invadono la vita di tutti. Il problema, insomma, non è l’umanità ma la civiltà!

In questa visione delle cose non si rischia di idealizzare troppo la vita primitiva?

Idealizzare il nostro passato umano fino a trasformarlo in un mito è qualcosa di stupido, esattamente quanto credere a qualsiasi altro mito. Quando dico che per milioni di anni i nostri avi primitivi hanno condotto esistenze serene, stimolanti, sane, egualitarie, nel perfetto equilibrio armonico con la Terra e nella condivisione, non intendo dire che quelle vite fossero prive di vicissitudini e di problemi. Difficoltà e traversie c’erano senz’altro ed è facile supporre che fossero anche tante. Ma erano avversità rapportate alla capacità che gli umani hanno di affrontarle e di provare a risolverle: questo è ciò che fa la differenza. Un infortunio, un periodo di siccità, l’incontro ravvicinato con una belva possono essere fatali, ma restano pur sempre inconvenienti potenzialmente risolvibili se si può far affidamento sulle proprie preservate forze e capacità. Oggi, invece, i problemi che ci sono gettati addosso dal  mondo artificiale in cui viviamo non sono più risolvibili da nessuno di noi. Cosa possiamo fare contro lo scoppio di un reattore nucleare? Cosa possiamo fare di fronte alla colata a picco di una petroliera e all’ecatombe rappresentata da una marea di petrolio riversata in mare? Cosa possiamo fare contro il fatto che l’economia contempli l’esistenza di cicliche depressioni monetarie? Nulla. Abbiamo trasformato un mondo a “misura di natura” in un mondo alieno a noi stessi e alla Natura, e quello che possiamo fare ora è solo subirne le conseguenze: impotenti e rassegnati. Il nostro stato di costante infelicità, la nostra frustrazione quotidiana, lo smarrimento nel quale siamo confinati derivano anche dalla perduta capacità di saper far fronte ai problemi che ci coinvolgono e dall’umiliante necessità di dover dipendere sempre più passivamente dai ritrovati che ci vengono venduti come risolutivi.

La nostra vita, dunque, non è più nelle nostre mani?

Esattamente! È questa la grande differenza che fa della nostra vita moderna una triste e penosa pratica da sbrigare e della vita primitiva invece un’esistenza invidiabile, non l’assenza di drammi o problemi. I primitivi avevano (e hanno ancora) la loro sorte in mano, noi non più. Siamo in balìa degli effetti di quel costrutto artificiale che abbiamo sovrapposto alla Natura e che chiamiamo civiltà. Quando agli etnografi che vissero coi membri di comunità di raccolta e caccia fu chiesto quale fosse il carattere distintivo di uno stile di vita primitivo rispetto a uno civilizzato, la risposta fu unanime: l’autonomia. Ogni essere vivente, dalla felce all’elefante, è autonomo e autosufficiente: noi esseri umani civilizzati non lo siamo più. E non lo siamo più perché la civiltà è appunto un processo che tende ad espropriarci di tutte le nostre capacità di specie per metterci alla mercé dei suoi rimedi. L’economia ci ha tolto la capacità di saperci sostentare da soli e ci ha reso tutti dipendenti da essa; la tecnologia ci sta rendendo incapaci di compiere qualsiasi attività, anche la più fisiologica, senza la mediazione dei suoi strumenti; la politica ci ha insegnato a delegare ogni aspetto della nostra vita a qualcun’altro e ora sappiamo soltanto votare, incaricare, nominare qualcuno al posto nostro. La nostra esistenza non è più nelle nostre mani: dipende dal denaro e dalla schiavitù del lavoro; dipende dall’arrivo di una certa fornitura alimentare in un ipermercato; dipende dal fatto che un filtro antiparticolato funzioni, dipende da una connessione ad internet, da una presa elettrica. Non siamo più in grado di fare nulla con le nostre mani perché ci sono le macchine che lo fanno per noi; non siamo più in grado di fare nulla con le nostre gambe perché ci sono le auto che provvedono; non siamo più in grado di fare nulla nemmeno con la nostra testa perché ci sono i computer. Nel mondo civilizzato stiamo diventando disabili! O, com’è stato scritto: “siamo diventati polli in batteria: se s’interrompe il flusso del mangime, siamo tutti morti”. Se vogliamo provare a uscire da questo cerchio chiuso, allora, la prima cosa che possiamo fare subito è diventarne consapevoli. Ci raccontano che la civiltà ci ha reso più forti dei primitivi, mentre invece ciò che essa provoca è l’effetto diametralmente opposto: più ci civilizziamo, più dipendiamo dai servizi del Sistema e dunque siamo sempre più deboli, insicuri, bisognosi di affidarci a qualcuno o a qualcosa. La civiltà non ci ha liberato la vita, ce l’ha messa in gabbia: questa è la vera crisi!

Come uscirne?

Innanzitutto riconoscendo che siamo prigionieri, primo passo doloroso. Siamo stati educati a credere alla civiltà come a un processo d’emancipazione, irrinunciabile e nobilitante. Sentiamo fisicamente il bisogno di tutto quello che il mondo moderno ci offre: beni, servizi, denaro, potere. Ma abbiamo bisogno di tutto ciò solo perché siamo stati espropriati della capacità di vivere senza. Come potremmo fare oggi senza elettricità? Eppure solo due secoli or sono tutti ne facevano a meno. Come potremmo vivere senza cellulari e computer? Eppure solo vent’anni fa vivevamo lo stesso; e le nostre esistenze di allora, quelle dei nostri genitori e dei nostri nonni non erano meno intense solo perché non esisteva Facebook, Twitter o simili. Noi crediamo di aver bisogno di tutte queste cose solo perché ne siamo stati resi dipendenti. In pratica, come aveva intuito perfettamente l’anarchico Errico Malatesta già nell’Ottocento, la questione della nostra prigionia è sempre la stessa: e cioè quella dell’essere umano legato che, essendo riuscito a vivere malgrado i ceppi, crede di vivere grazie ai ceppi. Noi non viviamo grazie ai rimedi della civiltà ma nonostante quelli e la capacità di rendercene conto è determinante.

Come definiresti questa condizione di dipendenza?

Domesticazione. La vita civilizzata non è un’esistenza libera a contatto con il mondo naturale: è una vita in cattività. Siamo diventati degli animali addomesticati: animali che sono stati appunto prosciugati di tutte le loro capacità di autosufficienza, resi dipendenti dai rimedi venduti dal Sistema e chiusi in gabbia. In questa gabbia dalle sbarre invisibili viviamo come derelitti: supplicando l’arrivo del guardiano di turno che ci venda la dose quotidiana di cibo industriale che ci distruggerà la salute; mendicando le prestazioni prezzolate del veterinario di turno che ci darà il colpo di grazia con le sue medicine, rendendoci sempre più dipendenti dalla loro somministrazione; agognando, come degli ebeti, l’arrivo di qualcuno che ci distragga con i suoi spettacoli da baraccone, con la sua pornografia, col suo gioco d’azzardo, o che ci faccia ridere con le sue sit-com. Si chiama appunto domesticazione ed è la fase successiva al dominio: finché costringo qualcuno a stare in prigione con la forza, lo comando; ma quando l’avrò convinto a starci volontariamente, l’avrò addomesticato. Non scapperà più, nemmeno se aprirò la gabbia in cui è recluso. Perché si crede fortunato, si crede libero.

Pensi sia possibile affrancarsi da questo stato?

Non è facile mettere in discussione radicalmente il proprio stile di vita, il proprio modo di pensare, di sentire, di agire, le proprie finte certezze di carta. Non è facile provare a uscire dalla gabbia nella quale siamo nati e nella quale sono nati i nostri genitori e i nostri avi da diecimila anni. Ma non abbiamo altra possibilità. Anche perché qui non si tratta soltanto di esser stati ingabbiati e resi inerti. Qui si tratta si essere stati ingabbiati sul vagone di un treno che procede impazzito verso il dirupo: se non ci affretteremo a provare a fermare questo treno, o quanto meno a scendere per provare a vivere senza i suoi servizi, finiremo anche noi nel baratro.

Insomma, occorre stravolgere l’attuale mentalità. Ipotizzi dei tempi perchè ciò possa accadere?

Il treno diretto verso il precipizio non corre a una velocità tale da rendere impossibile il salto. E poi si ferma spesso alla stazione, per raccogliere nuovi passeggeri. È di questo che possiamo approfittare: staccarci progressivamente dalla sua dipendenza per riabilitarci passo passo. La messa in discussione della nostra mentalità dovrà essere radicale, ma siccome sono diecimila anni che viviamo in cattività, prima di divellere le inferriate invisibili della gabbia in cui siamo costretti dobbiamo riabituarci alla vita libera e selvatica. E questo è un altro dei capisaldi del pensiero Primitivista. Come tutti i percorsi che mettono seriamente in discussione le vecchie basi d’appoggio, abbiamo bisogno di un periodo di transizione, che ci consenta appunto di riacquisire quelle abilità che ci sono state strappate; ma deve essere una transizione consapevole: occorre cioè sapere dove vogliamo andare e perché. Finché continueremo a credere che si possa fermare il treno stando seduti davanti a un computer, o aderendo a una campagna informativa, o seguendo il leader di qualche partito o movimento alternativo, tutto continuerà a procedere come sempre. Per liberarsi dal giogo della civiltà ci vuole ben altro di quanto la stessa mette a disposizione a coloro che ancora vi confidano. Dobbiamo avere la forza di opporre un rifiuto generale a un’esistenza determinata dal tecno-capitale: ritrovare la forza e il coraggio di rompere progressivamente i legami della nostra dipendenza da questo universo al collasso ritrovando man mano quell’autonomia che ci è stata sottratta. Più dipenderemo dai servizi della civiltà, più saremo costretti a difendere quella invece della nostra vita; al contrario, più riusciremo a fare a meno di tecnologia, economia, scienza, energia, potere, simbologia, più ci ritroveremo liberi e indifferenti ai suoi diktat.

Quanto c’è di utopico in questa idea Primitivista e quanto invece c’è di immediatamente realizzabile?

Non c’è nulla di utopico nel Primitivismo. È solo una questione di consapevolezza e di volontà. Se le persone si renderanno conto di essere in pericolo, alloggiate su questo treno ipertecnologico che corre verso il dirupo, potranno provare a far qualcosa per fermarlo o per saltarci giù prima che sia troppo tardi; se vorranno invece continuare a far finta di niente, se continueranno a oscurare i finestrini per non vedere fuori, a reclamare sedili più comodi e nuovi servizi in cuccetta, si troveranno sul treno quando questo si schianterà. Perché ci sono almeno due cose che mi paiono sicure: che questo treno non si fermerà da solo; che prima o poi accadrà qualcosa che sarà l’equivalente di uno schianto. A questo proposito, basti pensare alla questione della sovrappopolazione. Già oggi siamo oltre sette miliardi di persone sul Pianeta: una pressione ecologica abnorme che la Terra non è in grado di sopportare. Cosa facciamo? Invece di guardare alle cause del problema continuiamo a credere nel progresso e cioè a credere che una nuova tecnologia ci libererà dai danni provocati dalla tecnologia, che una nuova economia ci libererà dai danni provocati dall’economia, che un nuovo messia politico ci libererà dai danni causati dalla Politica e che una nuova energia pulita ci consentirà di continuare a consumare Madre Terra, ma in modo sostenibile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: stiamo continuando a crescere per numero di abitanti e presto saremo otto miliardi, poi nove, dieci, quindici, venti… È ovvio dunque che presto o tardi qualcosa si verificherà: qualcosa di profondamente tragico e che ridurrà in modo drastico la popolazione mondiale. La domanda allora è semplice: quali saranno le persone che a quel punto si salveranno? Quelle che, nel frattempo, avranno imparato a vivere senza dipendere dai servizi del Sistema, magari ritrovando la capacità di dormire all’aria aperta, di non usare il riscaldamento durante l’inverno, di mangiare frutta e verdura cruda che sapranno riconoscere negli spazi aperti della natura, o quelli invece che senza la loro termocoperta elettrica proprio non riescono a prendere sonno? Non c’è nulla di utopico nell’idea Primitivista. Se sapremo farla nostra, quand’anche non dovessimo riuscire a fermare la locomotiva, ci saremo sicuramente dati le migliori possibilità per non farci trovare sul treno quando questo finirà nel vuoto. Tutto qui.

Dunque, dal Primitivismo non solo riflessione teorica, ma anche soluzioni pratiche?

Sicuramente, ma non bisogna confondere la praticità del pensiero Primitivista con l’idea che questo sia una sorta di programma predefinito pronto solo per essere seguito passivamente. La libertà non è un “modello” che qualche “illuminato” possa consentirci di raggiungere seguendo un certo schema pianificato. I santoni e i capipopolo fanno parte di questo Circo Massimo. Non esistono dunque ricette pronte né decaloghi da seguire; e il Primitivismo non vende rimedi, non propone manuali d’istruzione per l’uso e non ha nemmeno finalità generalizzate come quelle della liberazione dell’umanità dalle catene della servitù. Ogni individuo risponde di se stesso e per se stesso. È con le persone singolarmente infatti che ci si confronta, che ci si conosce, che si creano percorsi di affinità e momenti di complicità. Il Primitivismo non è un nuovo credo in cerca di fedeli. Le mie personali scelte di vita, il mio percorso umano di progressiva emancipazione dalla civiltà e d’indipendenza dai suoi rimedi (e dalle sue esche) non dipende dalle decisioni altrui. Naturalmente, se ci fosse qualcuno seriamente interessato al progetto di una progressiva decivilizzazione che io stesso sto conducendo, può sempre contattarmi: sono a disposizione per confrontare esperienze, per incontri e momenti di condivisione. E parlo della necessità di incontrarsi di persona perché anche questo è un modo di fare che dobbiamo recuperare: riabilitare l’universo caldo delle relazioni in carne ed ossa, dei sorrisi, delle chiacchierate faccia a faccia, dei contatti reali contro quello meccanico e freddo dei rapporti virtuali. L’erosione delle nostre capacità relazionali, infatti, è un altro passo fondamentale del processo di domesticazione che stiamo subendo. Quell’enorme “blob” tecnologico che avanza desertificando tutto ciò che tocca sta fagocitando anche la nostra attitudine ai contatti umani, e se non ce ne accorgeremo in fretta, iniziando a resistervi con determinazione, perderemmo presto anche quell’attitudine. Nel mondo della cybersocialità siamo sempre più isolati e separati da tutto e da tutti: non ci parliamo più guardandoci negli occhi; non ci incontriamo più personalmente; non viviamo più momenti improduttivi e di pura convivialità. Ormai abbiamo persino smesso di toccarci sensualmente: non ci stringiamo più, non ci abbracciamo più, non ci massaggiamo più. Nel mondo moderno non ci si tiene più per mano, nemmeno metaforicamente. Persino le madri hanno smesso di tenere in braccio i loro bambini: oggi ci sono i più pratici girellini, le carrozzine, gli ovetti e i baby parking.  Praticamente le nostre funzioni tattili sono ridotte oggi all’attivazione del sistema touch-screen dei nostri IPhone. Vogliamo fare finta che anche questo problema non esista?

Un dramma umano, dunque, oltre che sociale ed ecologico?

Io osservo la realtà, e quello che vedo lo possono notare tutti. L’insensibilità che stiamo maturando verso il contatto diretto è drammatica: e non è solo nel dilagante menefreghismo e nel cinismo che questo universo competitivo e conformante impone a tutti. L’insensibilità la si misura anche nelle piccole cose: nell’incapacità crescente d’immedesimarci negli altri, nella freddezza con la quale conduciamo tutti i nostri rapporti e, soprattutto, nel rifiuto di riconoscere questa nostra emergente insensibilità. Una mail va benissimo per scriversi o mandarsi informazioni, ma non per costruire relazioni umane solide e durature; allo stesso modo un sito web può essere utile per venire in contatto con certe idee, ma poi, se si vuole far nascere qualcosa assieme ci si deve mettere in gioco di persona. Siamo fatti di testa, non vi è dubbio, ma siamo anche fatti di corpo e di cuore e se non riabiliteremo pure quelli ogni altro passo sarà perduto. Come possiamo pensare di tornare a vivere in un contesto ecologico e sociale di nuovo caldo e accogliente se poi le nostre relazioni resteranno anonime, sfuggenti e distaccate come quelle che c’impongono le macchine? Dico sempre: decivilizzare noi stessi per decivilizzare il mondo. Partire da noi stessi è essenziale.

Gli errori che reputi più macroscopici degli ultimi 50 anni?

Tutti quelli che alimentano il problema fingendo di risolverlo. Ho appena parlato del rifiuto di riconoscere la nostra crescente insensibilità: mettere la testa sotto la sabbia è l’equivalente psicologico del buttare la spazzatura sotto al tappeto. Quando Paul Goodman parlava dei mali della nostro modo di vedere le cose ne citava uno che definiva “il male del non c’è più niente da fare”; io vi aggiungerei “il male del va tutto bene così” e, ancor peggio, “il male del mettiamo una pezza qua e tutto tornerà perfetto”. Le trovate della cosiddetta ideologia verde sono forse il caso più eclatante di quest’ultimo “male”. Come possiamo credere che per risolvere il disastro ecologico e sociale nel quale siamo tutti calati basti sostituire il PIL con il BIL, aggiungere il prefisso “green” all’economia o consolarsi con altri ossimori del tipo tecnologia a basso impatto ambientale, politica democratica, scienza etica, energia pulita? Come dice il mio amico Guido Dalla Casa, “l’energia pulita non esiste!”. E questo è un fatto che dobbiamo ficcarci bene nella testa. Per produrre quella che chiamano “energia pulita” ci vuole sempre tanta energia sporca e naturalmente nessuno ce lo fa notare. Per produrre biocarburanti, ad esempio, bisogna radere al suolo foreste millenarie e sostituirle con colture “dedicate” alla produzione di olio di colza, di cocco, di girasole. Per ottenere energia geotermica bisogna sventrare la crosta terrestre con trivelle potenti (che non sono certo fatte di carta riciclata) e rubare questa energia alla Terra, con tutte le conseguenze di tipo idrogeologico che ne derivano. Lo stesso vale per le pale eoliche, che devastano e consumano il territorio esattamente quanto i pannelli solari. Oggi tutti ci spingono verso queste fonti di energia “sostenibile”. Ma sostenibile per chi? Non certo per le migliaia di persone del terzo mondo che vengono costrette a lavorare 16/18 ore al giorno nelle miniere di silicio, coltan, bauxite, terre rare, ecc. La questione è molto semplice: per far funzionare un pannello solare, ad esempio, ci vuole (tra l’altro) il silicio, e per fare incetta di questo metalloide occorre estrarlo a forza dalla Terra; migliaia di uomini, donne, bambini ricattati dai meccanismi impietosi dell’economia vengono ancora oggi schiavizzati a questo scopo e la Terra viene martoriata da questi scavi e da queste estrazioni. Allora, mi chiedo: che tipo di mondo vogliamo con le nostre rivendicazioni ecologiste? Vogliamo un mondo in cui poche centinaia di migliaia di Occidentali possano far mostra del loro finto ambientalismo da réclame basato sulla presenza di innovazioni costruite sulla pelle di migliaia di poveri lavoratori e bambini schiavizzati? Se è questo il “nuovo” mondo che vogliamo, io non ci sto! Questo mondo “verde” è assolutamente identico a quello grigio in cui già vivo: un mondo che sfrutta, consuma, addomestica e che porta conseguentemente a stare male.

È quello che nel tuo ultimo libro hai definito “il bluff della sostenibilità”?

Certamente! Pensiamo solo alla presa in giro del mondo “verde”, sono ormai cinquant’anni che dura. Negli anni Sessanta del secolo scorso, cominciarono col parlarci della Rivoluzione Verde, che avrebbe risolto il problema della fame nel mondo: era solo la scusa per far entrare i concimi chimici nell’agricoltura e arricchire le multinazionali che commerciavano in quel traffico. Negli anni Ottanta è stata la volta della Benzina Verde, che avrebbe risolto tutti i problemi di inquinamento ambientale: era solo la scusa per farci cambiare l’auto e farcene comprare una/due/cinque con la marmitta catalitica. Oggi parlano di economia verde, di tecnologia verde; e noi che facciamo? Ci crediamo ancora? Dobbiamo smettere di farci prendere in giro, smettere di fare la parte dei passivi creduloni e cominciare a guardare alle cause di ciò che ci sta portando alla deriva. Il problema non è questa o quella energia, è l’energia; non è questa o quella economia, è l’economia; non è questa o quella tecnologia, è la tecnologia; è la politica, è il potere. In una parola sola: il problema che abbiamo è la civiltà. Finché opereremo per cercare di sanare la civiltà, di renderla più verde e più sostenibile, non faremo altro che perpetuare la malattia fino a renderla terminale.

Quale messaggio vorresti che arrivasse ai tuoi figli e ai figli di tutti?

Un messaggio di resistenza per tutti. Non credo che sia stato superato il punto di non-ritorno. Sono convinto che si possa fare ancora moltissimo per fermare questa macchina mostruosa che chiamiamo civiltà, e per cominciare a vivere senza dipenderne. Ma occorre mettersi in discussione davvero e non soltanto per proclamazione di facciata: smettere di credere agli illusionisti della politica (e dell’antipolitica condotta in Parlamento) e cominciare ad agire dentro e fuori di noi per ristabilire quelle competenze d’autonomia e quelle relazioni sensibili che ci sono state rubate, e nelle quali risiede tutta la nostra possibilità di vivere liberamente e dignitosamente. Un mondo libero e dignitoso, infatti, non è il mondo della schiavitù sostenibile, ma quello dell’indipendenza individuale, dell’autodeterminazione, dell’autogestione, dell’autosussistenza, della condivisione. D’altra parte, c’è una metafora molto chiara che descrive la condizione di grave pericolo in cui viviamo oggi: l’ha elaborata Bertolt Brecht quando ha scritto che stiamo segando il ramo sul quale siamo seduti. Quella che i media oggi chiamano “crisi” non è altro che la risonanza dei primi scricchiolii del ramo che sta cedendo. Se vogliamo evitare di finire di sotto non servirà segare più lentamente e nemmeno usare una motosega a energia solare. Bisogna smettere di segare subito e prendere la direzione opposta. Perché la civiltà, in ultima analisi, è proprio una follia. In un paragrafo de L’ultima era ho tracciato un profilo di questa follia, un excursus sulla vita delle principali civiltà antiche della storia: dalla Mezzaluna fertile all’Europa mediterranea, all’America precolombiana, all’Asia arcaica, all’Africa. Ebbene, tutte le antiche civiltà della storia sono finite male: sono scomparse, si sono estinte. E tutte secondo un iter che assomiglia in maniera impressionante a quello che stiamo conducendo oggi. Tutte di fronte al dramma ecologico e sociale portato dallo stile di vita agricolo (stratificazione sociale, sovrappopolazione, guerre intestine e di espansione, contaminazione ambientale, degradazione relazionale, ecc.), hanno reagito inventando trovate sostenibili. Naturalmente sono tutte fallite perché, come si è detto, sopprimere gli effetti di un problema non significa risolverlo ma soltanto perpetuarlo. Proviamo a smettere di guardare avanti, di correre in avanti, di credere a quel mito del futuro migliore che ci ha incatenato a un presente degradato e autodistruttivo, e incominciamo a tornare indietro. Oltre a scoprire che in quel modo si migliora notevolmente la qualità della vita, imparare a tornare indietro potrebbe presto esserci anche molto utile.

Chi volesse mettersi in contatto con Enrico Manicardi può scrivere, via posta a:
CP 69 Modena Centro – 41121 Modena

oppure consultare http://www.enricomanicardi.it/

oppure scrivere una mail a posta@enricomanicardi.it

Fonte: il cambiamento

Il Sistema Tecnico
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Torino: approvato il masterplan Smart City

Frutto della collaborazione con 66 diverse istituzioni del territorio, il masterplan si compone di 45 punti sui temi della mobilità, dell’energia, dell’inclusione sociale, dell’ambiente, della qualità e degli stili di vita. Fassino: “Un’occasione per un salto di qualità nell’organizzazione della vita della nostra città”377772

Il Consiglio comunale ha approvato la delibera del masterplan “Torino Smart City”, denominato “Smile – Smart inclusion Life & Health and Energy”. Con la delibera, la Città assume gli assi strategici del masterplan “come linea di indirizzo e visione dello sviluppo di future progettualità a livello europeo, nazionale e regionale, legate ai temi della Smart city”.
Frutto della collaborazione con 66 diverse istituzioni del territorio, il masterplan si compone di 45 punti sui temi della mobilità, dell’energia, dell’inclusione sociale, dell’ambiente, della qualità e degli stili di vita. Le 45 azioni proposte rappresentano le potenzialità da sviluppare nei prossimi anni, proposte dalla Città e dagli altri enti locali coinvolti nel progetto. “Smile -ha sottolineato l’assessore Enzo Lavolta, che ha presentato la deliberazione- è la possibilità concreta di rendere operativi gli sforzi che l’intero sistema locale porta avanti nell’ambito dell’innovazione tecnologica e sociale attraverso l’accesso a importanti risorse ulteriori alle risorse pubbliche attualmente a disposizione dell’Amministrazione”.
“E’ un patrimonio straordinario che suscita interesse e aspettative tra gli operatori del mondo economico sociale e culturale della nostra città”, ha commentato Piero Fassino intervenendo in aula prima del voto. “I programmi smart cities – ha continuato il sindaco – sono l’occasione per un salto di qualità nell’organizzazione della vita della nostra città. Smart city è un modo diverso di pensare la città in tutte le sue dimensioni, non solo per il valore aggiunto in termini tecnologici, ma anche per la significativa valenza sociale”.  Nel 2013, grazie al progetto Smart city, sono stati attivati 14 progetti europei per un valore di 3,5 milioni di euro, attraverso il bando MIUR Sartcities and Communities sono partiti 11 progetti di giovani under 30 per 7 milioni di euro nella sezione dell’innovazione sociale oltre a 6 progetti di ricerca per 100 milioni. Da ricordare ancora il bando cluster tecnologici di cui è diventato capofila Torino Wireless.

Fonte. ecodallecittà