Giovani senza motore: si comincia dagli Stati Uniti?

Un nuovo studio USA fa scalpore: le ultime generazioni americane si stanno allontanando dall’automobile, che scende (per la prima volta) dell’1,5% tra le scelte di mobilità quotidiana. Un cambiamento importante, ma che non deve far perdere di vista i numeri: l’auto rimane un mezzo usato abitualmente dal 90% dei giovanissimi380714

Un recente studio americano, pubblicato ad ottobre 2014 da PossU.S. Pirg Education Fund e Frontier Group sta facendo discutere negli Stati Unitiper la prima volta l’automobile perde punti tra le ultime generazioni. Non solo in senso metaforico (l’auto non è più un mito per la maggior parte dei ragazzi nati attorno al 2000, i cosiddetti Millennials – più o meno dai 16 ai 24 anni – a differenza di quanto accaduto finora per tutte le generazioni del dopoguerra), ma anche a livello percentuale nel modal share. Ossia, tra i mezzi di trasporto usati quotidianamente, l’automobile ha subito la prima inversione di tendenza da decenni: – 1,5%.  La riduzione è limitata alla generazione 16-24, ma proprio per questo è rilevante: non si tratta di un calo generalizzato, motivato dalla crisi economica e dei consumi, ma di una vera e propria scelta generazionale. La generazione più giovane oltretutto, un elemento quanto mai promettente per il futuro.
A conferma dell’inversione di tendenza, crescono, rispetto alle scelte delle generazioni precedenti, anche l’abitudine ad usare la bicicletta, a muoversi a piedi e – con un’impennata notevole e significativa per le scelte di politica urbana- i mezzi di trasporto pubblici(Fig 1) I dati sono confortanti anche quando, invece del confronto tra le ultimissime generazioni, prendiamo in considerazione il decennio 2001 – 2009 (Fig. 2): l’America completamente auto-centrica a cui eravamo abituati sta cambiando faccia: rispetto al 2001, i giovani di età compresa tra i 16 e i 23 anni hanno aumentato i propri spostamenti in bicicletta del27%, a piedi del 16%, sui mezzi del 4% – proporzioni curiosamente invertite rispetto al confronto tra Millennials e generazione precedente – mentre quelli in automobile sono calati del 15%.
Ottime notizie, che non devono però far perdere di vista la realtà dei numeri. Nonostante l’inversione di tendenza in atto, anche per la generazione più giovane l’automobile resta il mezzo più diffuso. Il calo dell’1,5% si innesta comunque su una percentuale altissima: l’automobile è un mezzo di trasporto usato abitualmente (NB: da quotidianamente ad almeno una volta a settimana) dal 90% dei giovanissimi. I mezzi pubblici vengono usati abitualmente dal 20% di loro (era appena l’8% per la generazione prima), la bicicletta dal 19%, e i piedi – per spostamenti che prevedano di camminare per diversi isolati – da circa il 47%.

Leggi il rapporto: Millennials in Motion: Changing Travel Habits of Young Americans and the Implications for Public Policy

Fonte: ecodallecitta.it

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La carne bovina ha il peggior impatto ambientale per il Pianeta

La conferma che la carne e gli allevamenti di animali sia particolarmente onerosi per il Pianeta arriva da uno studio si un pool di scienziati americani

Il costo ambientale della produzione di carne bovina è enorme, superiore anche alla produzione di pollame e maiale, uova, latticini e latte che pure impiegano sei volte le risorse necessarie per produrre grano, patate o riso, e forniscono un valore calorico equivalente. Il perché è presto detto: la maggior parte dei terreni negli Stati Uniti è usato per coltivare cereali da destinare all’alimentazione degli animali di allevamento. La ricerca che evidenzia il grande dispendio di risorse è stata condotta dagli scienziati del Weizmann Institute of Science a Rehovot, in Israele, Bard College ad Annandale-on-Hudson e Yale School of Forestry and Environmental Studies a New Haven, Stati Uniti e pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences e conferma quanto altri studi avevano già esposto. Lo studio ha calcolato il consumo di terreno, acqua di irrigazione e emissioni di gas serra incrociando i dati dei Dipartimenti dell’agricoltura, degli interni e dell’energia statunitensi per latticini, manzo, maiale, pollame uova, a parità di calorie fornite.

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Ebbene le 4 categorie di alimenti di origine animale apportano il 96% delle calorie di origine animale presente nella dieta sebbene il manzo ne apporti appena il 7%. Il perché lo spiega Gidon Eshel uno dei ricercatori, che dice:

La produzione di carne di manzo è quella che ha di gran lunga il peggior rapporto apporto nutrizionale/impatto ambientale in quanto richiede 28 volte più terra, 11 volte più acqua di irrigazione, cinque volte più emissioni di gas serra e sei volte più concime azotato di quanto necessario per la produzione di un quantitativo caloricamente equivalente (della media) degli altri quattro alimenti di origine animale. Ben distaccatati dalla carne bovina seguono, in ordine di “inefficienza energetica” decrescente i latticini, il maiale, il pollo e le uova

In pratica negli Stati Uniti per continuare a mangiare carne tutti i giorni e anche più volte al giorno devono impiegare 3,7 milioni di chilometri quadrati di terreno circa 12.000 metri quadrati per americano per la produzione dei mangimi che richiedono il 27% delle acque irrigue e sei milioni di fertilizzanti azotati all’anno per una emissione di gas serra pari al 5% cento delle emissioni totali degli Stati Uniti. Ma avvertono gli scienziati che questi numeri possono riguardare tutti i grandi Paesi:

Anche se la nostra analisi si basa su dati degli Stati Uniti, e quindi riflette direttamente le attuali pratiche negli Stati Uniti la rapida diffusione indotta dalla globalizzazione degli usi statunitensi, abitudini alimentari comprese, anche in economie grandi e fiorenti come quelle della Cina o dell’India, conferisce un significato globale alla nostra analisi.

Perciò gli scienziati sono dell’avviso che la politica debba fornire delle risposte concrete per limitare le conseguenze ambientali causate dall’allevamento di bovini. I consumatori però possono iniziare a limitare l’acquisto e il consumo di carne rossa, considerato che un uso eccessivo è sconsigliato per mantenere in perfetto stato la nostra salute. Meglio ancora sarebbe rinunciare del tutto agli alimenti di origine animale e scegliere la dieta vegetariana o la dieta vegana.

Fonte:  Le Scienze

© Foto Getty Images

Cavalli a perdere: la terribile odissea degli equini destinati al macello

Il reportage di L214 mette a nudo le condizioni estreme alle quali vengono sottoposti i cavalli destinati alla macellazione

Cavalli emaciati, malati e feriti banditi all’asta nei mercati “low cost”, carri bestiame affollati che viaggiano migliaia di chilometri senza rifornimento di acqua o di cibo e centri di raccolta nei quali gli animali sono esposti alla neve e al freddo oppure al caldo soffocante. Questa è l’odissea da incubo affrontata dai cavalli che da Stati Uniti, Canada, Messico, Uruguay e Argentina raggiungono i supermercati francesi. L’associazione transalpina L214, specializzata nel benessere degli animali da allevamento, ha condotto una vastissima indagine insieme con altre associazioni: la Tierschutzbund Zürich (Svizzera), la Animal Angels (Usa), Gaia (Belgio) edEyes on Animals (Paesi Bassi). Il risultato di questo report è un documentario shock di circa mezz’ora che mostra immagini brutali di cavalli con ferite aperte, membra slogate, cavalli morti le cui carcasse vengono lasciate a marcire sotto il sole. Inoltre questi cavalli vengono trattati con un anti-infiammatorio, il fenilbutazone, sostanza pericolosa in caso di consumo umano. Salvo rarissime eccezioni, nelle Americhe i cavalli non sono considerati animali destinati all’alimentazione e gli stessi proprietari non sono informati del fatto che i loro animali – molto spesso vecchi cavalli utilizzati per sport, svago e lavoro – finiranno per essere mangiati.

Per le associazioni animaliste, la parte peggiore della vicenda non è tanto il pericolo per la salute, quanto le condizioni di trasporto dei cavalli: se in Europa il trasporto è normato in maniera piuttosto restrittiva, in America è un vero e proprio Far West. L214 chiede alle catene di Grande Distribuzione CarrefourSystème UCoraLeclerc ,AuchanIntermarket Casino di assumersi le proprie responsabilità e di fermare l’acquisto di carne dai Paesi che sottopongono gli animali a un trattamento crudele e illegale. Soltanto nel 2012 la Francia ha importato 16.900 tonnellate di carne di cavallo per un giro d’affari complessivo di 66 milioni di euro: il 60% proveniva da Sud e Nord America.1626776061-586x390

Fonte:  Le Monde

Gas scisto più ecologico delle energie rinnovabili. Ma a dirlo è Bp

Christoph Ruehl, capo economista della British Petroleum sostiene che uno spostamento dell’1% dal carbone al gas farebbe risparmiare su scala globale quanto un aumento dell’11% delle rinnovabili

Il dibattito sul gas scisto resta aperto: la tecnica con la quale gli Stati Uniti vorrebbero svincolarsi dalla dipendenza energetica dal Medio Oriente (nel quale perdono giorno dopo giorno posizioni) è fortemente contestata dai gruppi di ambientalisti per gli effetti che provoca sulle falde acquifere e sulla stabilità dei terreni “trattati”. Eppure c’è chi è pronto a sostenere che il gas scisto sia più ecologico rispetto alle energie rinnovabili. Si tratta di Christoph Ruehl, il capo economista della British Petroleum, non propriamente la persona più equidistante e imparziale che possa discutere sull’argomento. Nel suo Energy Outlook 2035 che spinge il proprio sguardo oltre il prossimo ventennio si parla di uno shale gas che dovrebbe rappresentare il 21% di tutto il gas prodotto, contro l’8% del 2012. Ruehl sostiene che il gas scisto sia una soluzione “economicamente efficace” per ridurre le emissioni di gas che alterano il clima, teoria alla quale gli attivisti anti-fracking si oppongono sostenendo come l’utilizzo di prodotti chimici e la possibile emissione di metano rappresentino un potente gas serra. Secondo il capo economista della Bp la diffusione del gas scisto avrebbe un impatto benefico molto più veloce rispetto a quello dell’energia rinnovabile, perché il gas naturale emette la metà di carbonio di quella emessa dal carbone. Sempre secondo i numeri in mano al “guru” dell’economia di Bp, uno spostamento globale dal carbone al gas basterebbe a garantire un risparmio energetico pari a quello offerto da un aumento dell’11% delle energie rinnovabili a livello mondiale.

Fonte:  Reuters

Sicurezza alimentare, l’Italia scende al 22° posto del ranking DuPont

Nell’ultimo Indice Mondiale per la Sicurezza Alimentare, sponsorizzato dalla DuPont, il nostro Paese scende dal 19esimo al 22esimo posto1407427431-586x369

Le politiche italiane nell’ambito della sicurezza alimentare sono fra le poche cose che sembravano funzionare in un’Italia che perde ogni giorno primati e si trova a inseguire laddove era all’avanguardia. Ma nell’ultimo Indice Mondiale per la Sicurezza Alimentare, sponsorizzato dalla DuPont, il nostro Paese scende dal 19esimo al 22esimo posto. Fra gli indicatori presi in esame ci sono l’accessibilità, la disponibilità, le proprietà nutrizionali, la sicurezza e la qualità dei prodotti alimentari e i risultati includono 107 Stati che vengono monitorati con costanza. Il punteggio di 74,6 ci pone indietro rispetto alla Spagna (19esima) e al Regno Unito (20esimo) che ci precede nonostante gli scandali della carne equina che hanno scandito i primi mesi del 2013. Al primo posto della classifica ci sono gli Stati Uniti seguiti da Norvegia, Francia e Austria, mentre la Germania è in 12esima posizione.

L’accesso al sistema creditizio da parte degli agricoltori, la disponibilità di derrate, la sicurezza e l’eccellenza nella qualità, fattore in cui il consumatore italiano è diventato sempre più attento ed esigente, non a caso l’Italia rientra nei primi dieci paesi al mondo per la qualità dei prodotti alimentari.  La nostra debolezza è legata sicuramente alla mancanza di investimenti pubblici in ricerca, aggravata dalla crisi economica degli ultimi anni, che tuttora rende difficile sbloccare tale situazione,

spiega Luigi Coffano, country manager di DuPont in Italia. Fra i fattori che hanno fatto scivolare l’Italia nel ranking globale ci sono, sicuramente, le avverse condizioni climatiche e la forte siccità del 2012 e le forti piogge dell’ultima primavera che hanno provocato la diminuzione dei raccolti e un effetto domino negativo in tutta la filiera agro-alimentare.

Fonte:  Global Food Security Index

Energie rinnovabili in crescita negli Stati Uniti

Nel primo semestre 2013 le fonti rinnovabili hanno coperto il 14% del fabbisogno energetico complessivoInInghilterraleolicocostatroppo

Continua a crescere il “peso” delle fonti rinnovabili nella produzione energetica degli Stati Uniti. Sebbene le fonti fossili siano ancora nettamente preponderanti, la quota percentuale soddisfatta dalle energie pulite cresce e a dirlo è l’ultimo rapporto dell’Eia (Energy Information Administration), l’Agenzia americana per l’energia che ha spiegato come nel primo semestre 2013 le fonti rinnovabili abbiano superato il 14% dell’intera generazione elettrica statunitense. Una dato che rappresenta una crescita rispetto al 13,5% dello stesso semestre dell’anno precedente. A trainare la crescita sono le fonti alternative diverse dall’idroelettrico come eolico, solare, biomasse e geotermia: le nuove energie alternative rappresentano il 6,7% della produzione netta, mentre l’idroelettrico pesa per il 7,5%; domina incontrastato l’eolico (4,6% del totale), mentre le biomasse sono all’1,4%, la geotermia allo 0,4% e il solare allo 0,19%. Fra le fonti fossili resta prioritario il carbone che copre il 39% della produzione totale, seguito dal gas che è sceso al 26,4% (nel 2012 era al 40%) e dal nucleare, fermo al 19,5%. Il boom dell’eolico – con installazioni per un totale di 13 GW – è stato generato dal timore che venissero cancellati gli sgravi fiscali che sono poi stati prorogati dalla Casa Bianca. I forti investimenti nel settore hanno permesso agli States di superare la Cina, diventando il primo Paese al mondo per investimenti nell’economia verde.

Fonte: Eia

E’ lo spreco di cibo il vero disastro ecologico mondiale avverte la FAO

La FAO avverte che lo spreco alimentare è pari a un disastro ecologico, perché i Paesi ricchi producono più cibo di quel consumano175628202-594x350

Il rapporto FAO Foodwastage footprint Impacts on naturalresources pubblicato oggi rivela che lo spreco alimentare e agricolo costa ogni anno al Pianeta 750 miliardi di dollari ossia 565 miliardi di euro. Si spreca così non solo cibo ma acqua, pari a tre volte quella contenuta nel Lago di Ginevra, ma anche suolo agricolo impegnato per colture che saranno poi gettate via con emissioni sono pari a quelle di Cina o Stati Uniti in 6 mesi. Gettiamo via ogni anno 1,6 miliardi di tonnellate di prodotti alimentari che vanno a costituire così una montagna di spreco appunto definita dalla Fao come disastro ecologico.  Nel rapporto si legge:

A livello globale, l’acqua potabile sprecata rappresenta quasi tre volte il volume del lago di Ginevra o al volume di flusso annuale del Volga.

Ma sopratutto la FAO afferma che la riduzione delle perdite in agricoltura e di cibo potrebbe contribuire in modo significativo al raggiungimento dell’obiettivo di aumento del 60% in cibo disponibile per soddisfare le esigenze della popolazione globale nel 2050. Secondo la FAO, il 54% delle perdite sono registrate nelle fasi di produzione, raccolta e stoccaggio. Il resto è spreco alimentare in senso proprio, in fase di preparazione, distribuzione o consumo. Nei paesi ricchi, è il secondo tipo di spreco a dominare. Gli esperti hanno cercato di determinare quali sono le regioni e prodotti agricoli che causano gli impatti ambientali In Asia si sprecano più cereali e ciò a causa degli alti volumi di produzione nel Sud-Est asiatico e l’Oriente e del peso del riso, che emette grandi quantità di metano. I ricchi paesi dell’America Latina sono responsabili dell’80% dello spreco di carne, che:

hanno un forte impatto in termini di uso del suolo e di emissioni di anidride carbonica.

Mentre lo spreco di frutta in Asia, America Latina ed Europa sono tra le principali cause di spreco di acqua. Per rimediare a questa situazione, la FAO raccomanda di migliorare le pratiche agricole e gli impianti di stoccaggio e di trasporto nei paesi in via di sviluppo e sottolinea che i paesi ricchi hanno: una grande responsabilità per i rifiuti alimentari a causa del loro modo di produzione e di consumo non durevoli.

Fonte:  Le Monde

Trasferimento di scorie in Basilicata, imprecisa la spiegazione di Sogin: restano tanti punti oscuri

300 agenti hanno scortato un convoglio partito all’alba di ieri dalla Itrec di Rotondella (Mt): forse scorie nucleari dirette all’aeroporto militare di Gioia del Colle?centro_trisaia_di_rotondella-586x392

La versione della Gazzetta del Mezzogiorno

Secondo quanto riportato dalla Gazzetta del Mezzogiorno il comunicato della Sogin non riporta propriamente la verità (ciò non significa che riporti falsità, solo che è l’ennesimo incompleto tassello nella vicenda); secondo la Gazzetta il materiale trasportato in gran segreto, e con uno spiegamento di forze incredibile, da Rotondella a Gioia del Colle è in realtà nitrato di uranile, pare pochi grammi, un sale di uranio attraverso il quale si realizza la preparazione dell’esafluoruro di uranio nell’ambito della produzione di combustibile nucleare. Il nitrato di uranile è il risultato delle operazioni di riprocessamento condotte al centro Trisaia di Rotondella sulle ormai famose barre di uranio provenienti dal reattore Elk River del Minnesota, Stati Uniti. A causa della totale opacità di questa operazione, della quale nemmeno gli enti locali erano stati avvertiti, la Regione Basilicata ha convocato per venerdi prossimo il Tavolo della trasparenza sulle questioni nucleari, che il presidente De Filippo non convocava da due anni. C’è anche da chiedersi: a fronte delle informazioni inesistenti, dei dubbi sui materiali custoditi nel centro Trisaia di Rotondella e dei segreti che aleggiano attorno a quella zona, esiste un piano di evacuazione della popolazione in caso di incidente? Esiste un’informazione periodica dettagliata agli enti pubblici sui materiali contenuti nel centro? Esistono monitoraggi ambientali sulla radioattività nell’area della Trisaia? Perchè questi non sono mai stati resi pubblici?

Sogin: “rimpatriati materiali USA”

Aggiornamento 30 luglio 2013, ore 19:22 – Il clamore sollevato sul mistero del trasporto notturno di scorie nucleari dalla Sogin di Rotondella (Mt) all’aeroporto di Gioia del Colle (Ba), scortato da 300 agenti di polizia, parrebbe così risolto: è la stessa Sogin, in un breve comunicato stampa, a svelare l’arcano:

“In ossequio agli impegni presi dall’Italia in occasione del Vertice sulla Sicurezza Nucleare svoltosi a Seoul nel marzo del 2012, si è concluso oggi il rimpatrio negli Stati Uniti di materiali nucleari sensibili di origine americana, che erano custoditi in appositi siti sul territorio nazionale per attività di ricerca e di sperimentazione.
Il rimpatrio di tale materiale negli USA si inquadra nell’ambito dell’Accordo internazionale tra Stati Uniti e Comunità Europea dell’Energia Atomica (EURATOM) concernente l’utilizzo dell’energia nucleare a scopi pacifici.”

Il riferimento è agli 84 elementi di combustibile irraggiato uranio-torio provenienti dal reattore sperimentale statunitense Elk River, importanti in Basilicata tra il 1965 ed il 1970.

Basilicata, le scorie nucleari si muovono di notte in gran segreto

Nella notte silenziosa della Basilicata tra il 28 ed il 29 luglio (alle 3 del mattino) un convoglio carico, si teme, di scorie nucleari è uscito dalla Sogin/Itrec di Rotondella (Mt), scortato da 300 agenti (Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza): a bordo del “trasporto speciale” un grande mistero, trasportato in tre ore all’aeroporto militare di Gioia del Colle (Ba). La statale 106 Jonica è stata completamente ed abilmente presidiata dai 300 agenti di scorta, uno spiegamento di forze decisamente ingente in una regione piccola ed inoffensiva come la Basilicata che ha inevitabilmente reso evidente l’importanza del trasporto e della materia trasportata, su cui si sta tenendo uno strettissimo riserbo. Ciò che è certo, ovverosia non coperto dal Segreto di Stato, è che l’impianto Itrec è ubicato all’interno del Centro Enea Trisaia di Rotondella (MT) ed è stato costruito tra il 1965 e il 1970 dal Cnen (Comitato nazionale per l’energia nucleare). La Sogin, tra il 1969 e il 1971, in seguito ad un accordo tra il Cnen e la statunitense USAEC (United States atomic Energy commission) ha aperto le porte del centro ed accolto a tempo indeterminato ben 84 elementi di combustibile irraggiato uranio-torio provenienti dal reattore sperimentale statunitense Elk River.

Secondo la Ola (Organizzazione Lucana Ambientalista) i dubbi che si tratti di materiale radioattivo sono molto pochi:

“[…] materiale radioattivo di cui se ne chiede di conoscere tipologia e quantità sarebbe stato traslocato da o per il centro Itrec di Rotondella verso o da l’aeroporto militare di Gioia del Colle. La Ola, come più volte denunciato, paventa la possibilità che ciò potrebbe preludere alla trasformazione del centro della Trisaia di Rotondella in deposito provvisorio delle scorie radioattive. Quanto accaduto questa notte palesa l’intenzione di procedervi lasciando all’oscuro le amministrazioni comunali ed i cittadini.”

Cosa, questa, in parte già esplicitata nel 2010, quando Nicola Maria Pace(ex procuratore capo di Matera), audito dalla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti dichiarò:

“[…] Mi riferisco alla giacenza per quanto riguarda l’impianto ITREC di Rotondella di 2,7 tonnellate di rifiuti radioattivi ad alta attività giacenti in strutture ingegneristiche di contenimento, che già vent’anni fa avevano mostrato i segni dell’usura ed erano già «scaduti», secondo il gergo tecnico utilizzato in sede di analisi di rischio, e che, essendo stati corrosi e avendo manifestato cedimenti strutturali, avevano dato luogo ai tre rilevanti incidenti nucleari. […]
L’ENEA ha sempre menato le cose per le lunghe immaginando una forma di solidificazione per cementificazione, ma all’epoca feci una consulenza per dimostrare al più alto livello scientifico possibile che la cementificazione non solo determinava un abnorme aumento dei volumi, fatto da evitare in materia di gestione del nucleare, ma esponeva i materiali al fenomeno del dilavamento, quindi a una possibilità di propagazione nell’ambiente.”

Una situazione drammaticamente descritta nel libro “La Peste Italiana – Il caso Basilicata” di Maurizio Bolognetti. Questa volta, è facile immaginare altri trasferimenti simili in passato, il trasloco non è passato inosservato agli ambientalisti (talvolta definiti “terroristi” nella Regione della remissione di tutti i peccati ambientali), che si sono immediatamente attivati per chiedere delucidazioni sul tema, invocando un sacrosanto principio di trasparenza (a maggior ragione quanto trasferiscono rifiuti nucleari nottetempo passandoti sotto la finestra di casa). Tutti, dallo stesso Bolognetti alla Ola, dal Comitato No Scorie Trisaia al M5s, si sono appellati al sottosegretario agli interni, il lucano Filippo Bubbico, chiedendo chiarimenti in materia:

“[…] vorremmo chiedere cosa hanno trasferito, nottetempo, dalla Trisaia di Rotondella all’aeroporto di Gioia del Colle o – e la cosa sarebbe di certo ancora più preoccupante per noi lucani – da Gioia del Colle alla Trisaia. E di domande senza risposta sulla Trisaia e su tutto quello che è ruotato attorno a quel centro ne abbiamo fatte tante e tante ancora vorremmo farne. Qualcosa ci ha raccontato la buon’anima del dott. Nicola Maria Pace. Resta di certo il mistero del Capitano Natale De Grazia, deceduto in circostanze misteriose. Ma anche quello, mistero era e mistero resterà.”

si chiede Bolognetti in un comunicato: una linea simile tenuta anche dalle associazioni, dai comitati, dai molti cittadini di Basilicata oramai stanchi dei silenzi istituzionali, delle perle ai porci dei bonus benzina e della situazione di degrado ambientale che attanaglia questo meraviglioso territorio.

Fonte: ecoblog

 

Cina e Stati Uniti contro i cambiamenti climatici si impegnano a non inquinare

Cina e Stati Uniti dopo la due giorni di confronto a Washington si impegnano a ridurre le emissioni di HFC e gas serra

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La Cina inquina e anche troppo e dunque nell’incontro bilaterale tenuto a Washington per 48 ore tra i presidenti Obama e Xi Jinping, la decisione bilaterale di intervenire sulle emissioni dei gas serra, soprattutto dei temuto HFC di cui la Cina è il principale produttore. Sebbene il HFC non sia pericoloso per lo strato di Ozono ha però effetti sui cambiamenti climatici. L’accordo è stato chiuso ieri 8 giugno e prevede sforzi comuni contro i cambiamenti climatici in particolare nel contenimento delle emissioni di HFC, idrofluorocarburi, che hanno sostituito i vecchi CFC e dei gas industriali. Ha detto Obama durante il briefing con i giornalisti che alla base dei rapporti amichevoli tra i due Paesi deve sussistere il principio di collaborazione reciproca:

Nessuno dei due paesi è in grado di affrontare la sfida dei cambiamenti climatici da solo. Questo è un problema che dovremo affrontare insieme. La Cina in qualità del più grande paese che continua a svilupparsi e che sarà il più grande emettitore di anidride carbonica se non troviamo nuovi meccanismi per la crescita verde. Gli Stati Uniti hanno la più grande impronta di CO2 pro capite nel mondo.

Per quanto riguarda gli HFC, gli Stati Uniti e la Cina hanno deciso di lavorare insieme e con altri paesi attraverso approcci multilaterali nel rispetto del protocollo di Montreal per eliminare gradualmente dal basso la produzione e il consumo di questi gas. Gli HFC sono gas serra potenti e molto utilizzati in frigoriferi, condizionatori d’aria e le applicazioni industriali. Il loro uso è in rapida crescita come sostituti delle sostanze dannose per l’ozono. La crescita delle emissioni di HFC potrebbe crescere di quasi del 20 per cento rispetto alle emissioni di anidride carbonica entro il 2050, il che comporterebbe grave preoccupazione per il contenimento della temperatura globale.

Negli ultimi quattro anni gli Stati Uniti, Canada e Messico hanno proposto un emendamento al protocollo di Montreal che include una componente di assistenza finanziaria per i paesi che possono già accedere al Fondo Multilaterale del Protocollo.

Fonte: Le Monde

 

Salumi: gli Stati Uniti aprono all’alta salumeria italiana

Decisione storica dell’Animal and Plant Health Inspection Service che apre a salami, pancetta, coppe, speck e cotechini84268268-586x386

É una decisione storica quella presa dall’Animal and Plant Health Inspection che apre finalmente le porte del mercato statunitense all’alta salumeria italiana finora preclusa dalle rigide norme doganali a stelle e strisce. Per l’industria alimentare italiana sempre più dipendente dall’export si tratta di una notizia importantissima. A partire dal 28 maggio 2013 salami, pancette, coppe, speck, zamponi e cotechini potranno essere distribuiti e venduti nei punti vendita degli Stati Uniti. Il provvedimento è frutto di quindici anni di lavoro portato avanti dall’Assica (Associazione Industriai delle Carni e dei salumi) per arrivare alla liberalizzazione dell’esportazione dei salumi a breve stagionatura. Le autorità americane hanno riconosciuto a pieno titolo l’indennità sanitaria della produzione salumiera di LombardiaEmilia-RomagnaVenetoPiemonte e delle Province autonome di Trento Bolzano.

Secondo le stime di Assica il perdurare del blocco ha comportato, finora, mancate vendite per 2 mila tonnellate annue paria un giro d’affari di 18 milioni di euro all’anno. Secondo il Centro Studi Confagricoltura con l’apertura del mercato americano l’aumento dell’export dovrebbe essere quantificabile nel 7%. Ai prosciutti cotti e crudi e alle mortadelle si aggiunge ora un’ampia fetta dell’industria salumiera che dà lavoro a 26mila allevamenti forti di oltre 9 milioni di capi.

Determinante contributo per un  ulteriore affermazione del nostro agroalimentare di qualità sull’importante  mercato americano ma l’accordo, raggiunto grazie anche all’impegno delle nostre Autorità sanitarie, rappresenta anche per la filiera un forte valore economico, particolarmente  importante in questo momento in cui il nostro comparto suinicolo sta attraversando una delle più pesanti fasi negative degli ultimi anni,

ha sottolineato in una nota Confagricoltura. Ora il prossimo obiettivo è allargare l’autorizzazione alle altre regioni d’Italia.

Fonte:  Confagricoltura