Il lungo viaggio delle farfalle monarca

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Quella della farfalla monarca (Danaus plexippus) è una delle più straordinarie migrazioni conosciute. La farfalla più conosciuta d’America, nominata “insetto nazionale” nel 1989, possiede una resistenza al volo davvero invidiabile visto che si è riusciti a monitorare un esemplare capace di percorrere 2112 km in 46 giorni. Questa sua incredibile resistenza consente alla farfalla di coprire, alla fine dell’estate e all’inizio dell’autunno la distanza che separa gli Stati Uniti Occidentali dalla California o il Canada Meridionale e gli Stati Uniti Centrali e Orientali da una valle situata in Messico, a 3000 metri, nella quale si concentrano circa 14 milioni di farfalle in appena un ettaro e mezzo di superficie. Negli scorsi giorni migliaia di esemplari della farfalla hanno fatto sosta nel Wendy Park di Cleveland, in Ohio. Molti amanti della natura sono accorsi da tutto lo Stato per godersi uno spettacolo eccezionale: queste farfalle sono piuttosto difficili da avvistare, anche perché la loro popolazione è in continua diminuzione. La prossima primavera la stessa rotta verrà percorsa a ritroso e così via, sempre inseguendo le temperature che consentono la sopravvivenza di queste farfalle dalla colorazione arancione e nera.

Fonte: ecoblog.it

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Love Kitchen, la cucina dell’amore

Sfamano a colazione e pranzo, due volte a settimana, migliaia di persone bisognose e lo fanno da 25 anni. Helen Ashe e Ellen Turner, sorelle gemelle, vivono a Knoxville e l’eco della loro generosità ha superato non solo i confini del Tennessee, ma anche quello degli Stati Uniti.lovekitchen

A dar loro una mano è un gruppo di volontari che le assiste in questa faticosa battaglia contro la fame e la povertà, che negli Stati Uniti è una piaga dilagante, benché se ne parli davvero poco. Helen ed Ellen hanno 82 anni, ma non demordono e da 25 anni preparano i pasti, due volte la settimana, per centinaia di persone bisognose della loro città, Knoxville, con la loro Love Kitchen. Ci sono i senzatetto, quelli che hanno perso il lavoro e quelli che hanno perso la speranza, bianchi e neri. Helen ed Ellen sono cresciute in una famiglia povera ad Abbeville, nel Sud Carolina; all’età di 8 anni lavavano già i piatti e aiutavano i genitori in campagna, con le galline e nella mungitura delle mucche. “Abbiamo avuto i genitori migliori del mondo – dicono – non avevamo molti soldi, ma non abbiamo mai patito la fame. Lavoravamo per ottenere ciò che ci serviva e condividevamo quanto ottenevamo. Nostro padre ci ha insegnato che il lavoro non è una vergogna e ci ha insegnato anche che c’è un Dio, che c’è una sola razza, quella umana, e che non si deva mai togliere l’ultimo pezzetto di pane dalla tavola perché ci potrà sempre essere qualcuno che ne ha bisogno per sfamarsi”. Quando le due sorelle si sono diplomate nel 1946, il padre ha utilizzato i risparmi per comprare loro il biglietto del bus che le avrebbe condotte laddove ci sarebbero state opportunità di una vita migliore. Decisero di andare a Knoxville, dove vivevano alcune zie. Trovarono un lavoro e risparmiarono i soldi per proseguire la loro educazione. Il primo lavoro fu lavare i piatti in una caffetteria. Poi lavorarono in un bar e quindi un ristorante, The Hickory Grill. Ma le gemelle avevano progetti più ambiziosi e sono entrate al College per diventare infermiere; ebbero successo e andarono a lavorare al University of Tennessee Hospital. Helen accudiva i pazienti indigenti ad un piano ed Ellen seguiva gli afroamericani su un altro piano, erano i tempi della segregazione razziale. Fu lì che ebbero l’idea. Ma hanno dovuto attendere altri anni prima di realizzarla. Quando sono andate in pensione si sono dette che dovevano aiutare le persone nelle stesse condizioni di quelle che avevano aiutato in ospedale. Nel 1986 hanno iniziato a servire da mangiare ai poveri davanti alla loro piccola casa: il primo giorno hanno distribuito 22 pasti. Avevano bisogno di più spazio e hanno chiesto al sacerdote della loro chiesa di avere a disposizione il piano terra della sagrestia. Dapprima il parroco aveva detto sì, ma poi si è tirato indietro quando ha temuto di attirare gli “indesiderabili”.  Hanno continuato a servire pasti dove trovavano posto, fino a che il sindaco non ha sistemato un edificio recuperato allestendo una cucina e affittandola a Helen ed Ellen per la cifra simbolica di 1 dollaro all’anno. Love Kitchen ha continuato a crescere, con sempre più volontari e arrivando anche a preparare pasti che i bisognosi possono portar via o che vengono recapitati a domicilio a chi non si può muovere. Le difficoltà sono arrivate nel 2008, all’inizio della crisi, quando hanno iniziato ad aumentare le richieste e a diminuire i fondi derivanti dalle donazioni. Nel 2009 hanno registrato un +60% delle richieste e un -60% di donazioni. Il presidente e tesoriere dell’associazione nata nel frattempo ha annunciato la chiusura, a meno che non fossero arrivati 40mila dollari. Si è mossa la televisione locale di Knoxville, la WBIR, che con la stazione radio WIVK, ha lanciato una campagna di raccolta fondi. In due settimane sono arrivati 130mila dollari e un sacco di cibo. Dalla fine del 2009 ad oggi Love Kitchen ha ricevuto circa 300mila dollari e il sogno di Helen ed Ellen è stato salvato, grazie a una combinazione azzeccata di cuore, tenacia e pazienza. Oltre naturalmente alla dolcezza e al sorriso che non ha mai abbandonato il volto delle due sorelle. Ad aiutarle negli anni si sono messi a disposizione la Confraternita Phi Gamma Delta dell’università del Tennessee, i ragazzi della scuola battista, i membro del Cherokee Health Systems and dello Scripps Networks, oltre a tanti singoli cittadini. Love Kitchen sforna la colazione il mercoledì distribuendo anche i pasti nei sacchetti. Il giovedì c’è il pranzo e la consegna a domicilio per chi non può muoversi. Ogni settimana vengono serviti 2200 pasti.

Helen ed Ellen sono sempre in prima fila.

Fonte: ilcambiamento.it

Il Monte McKinley, il più alto degli Stati Uniti, cambia nome

La decisione è di Obama, tornerà a chiamarsi con il nome datogli dai nativi: Denali.schermata-2015-08-31-alle-20-56-27

La decisione di cambiare nome al Monte McKinley – il più alto degli Stati Uniti (6.100 metri), situato in Alaska – ha provocato non pochi malcontenti. Era inevitabile: la montagna era intitolata a William McKinley, 25° presidente USA sul finire del 1800. Curiosità vuole che tra gli scontenti, però, non ci siano coloro i quali dovrebbero essere più interessati alla questione, gli abitanti dell’Alaska. Il malcontento si registra infatti soprattutto nell’Ohio, stato del quale McKinley era originario, e tra i politici repubblicani. Le ragioni dei primi possiamo comprenderle, le ragioni dei secondi le spiega l’Atlantic in un bel pezzo: la sensazione di alcuni tra i repubblicani più conservatori è che l’America di Obama, primo presidente nero, non sia più la loro; sia un paese che sta cambiando, lasciandosi alle spalle alcune tradizioni, in cui non si riconoscono più. Il fatto che si privi una montagna del nome di un presidente è solo l’ennesimo segnale. Tanto più che il nome che andrà a sostituire quello precedente è in verità il nome originario, quello che i nativi avevano attribuito: Denali. Che sta a significare “quello alto”. D’altra parte i nomi dei nativi americani di ogni latitudine erano sempre di questo tipo, per cui non c’è da stupirsi; di sicuro ci avevano visto particolarmente giusto, visto che il Monte McKinley/Denali è davvero quello alto, anzi quello più alto. McKinley (il presidente) invece con l’Alaska non c’azzeccava molto, non l’aveva mai visitata e all’epoca della sua presidenza non era ancora nemmeno uno stato. C’è di più, il nome non era neanche stato assegnato come onorificenza – come omaggio a un presidente finito ucciso come Kennedy o Lincoln e veterano della Guerra Civile americana; ma come un atto di trollaggio (la storia viene spiegata qui, sempre dall’Atlantic). Infine, già da qualche tempo il parco naturale che ospita la vetta era stato ribattezzato Denali, adesso riprende il nome originario anche il monte.

Fonte: ecoblog.it

Gli Stati Uniti autorizzano le trivellazioni nell’Artico

Ancora una volta l’amministrazione Obama conferma il proprio appoggio ai colossi petroliferi: la Shell potrà trivellare nell’Artico

Il Governo americano ci ha ripensato e ha deciso di tornare sui suoi passi autorizzando le trivellazioni nell’Oceano Artico della Shell, una scelta che ha sollevato numerose polemiche e contro cui le associazioni per la difesa dell’ambiente si battono da tempo. La direttrice generale dell’agenzia federale incaricata della gestione degli oceani ha assicurato che Shell dovrà rispettare elevatissimi standard nelle attività di trivellazione alla ricerca di petrolio e gas e il Dipartimento dell’Interno ha assicurato che i bisogni di sussistenza e le tradizioni culturali degli abitanti dell’Alaska saranno salvaguardati. Curtis Smith, portavoce della Shell negli Stati Uniti, ha spiegato che le operazioni di trivellazione cominceranno in estate e che nelle prossime settimane la compagnia petrolifera si preparerà per essere all’altezza delle richieste dell’amministrazione Usa. Il programma di Shell ha subito numerose frenate nel corso degli anni: nel 2012 Shell aveva ottenuto l’autorizzazione, poi revocata nello stesso anno. Nel 2013 stesso copione. Ovviamente le associazioni ambientaliste si ritrovano una volta ancora sul piede di guerra e mettono in guardia prospettando gli scenari di un eventuale incidente nel mare Artico: secondo le ong green l’impatto sarebbe ancora più devastante rispetto a quello dell’incidente avvenuto dopo l’esplosione della Deepwater Horizon, nel 2010. Nel dicembre 2014 Obama aveva bloccato le trivellazioni nella Bristol Bay, una svolta che era stata accolta come l’inizio di un giro di vite alle piattaforme off shore. Una scelta illusoria, visto che ora la sua stessa amministrazione ha avallato le trivellazioni nell’Artico. Ancora una volta, il profitto prima di tutto.Ghiaccio-artico-coperto-da-acqua-586x382

Fonte:  Le Monde

L’escalation nucleare dietro la retorica politica

Thalif Deen ha lavorato per le Nazioni Unite, ha scritto per l’Hongkong daily e il The Standard e ha partecipato, dal 1992 in poi, a tutte le principali conferenze Onu. Il suo punto di vista non è da sottovalutare e oggi afferma: «Ogni potenza nucleare sta spendendo milioni per ampliare il proprio arsenale».guerranucleare

Tra Stati Uniti e Russia si assiste ad una nuova guerra fredda e il pericolo nucleare sta conoscendo una preoccupante escalation, al di là di ogni retorica politica. Non ci sono più solo le cinque potenze nucleari che il mondo conosce da decenni: Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Cina e Russia. Ci sono altri regimi, altre nazioni, rampanti o affermate che siano, che si stanno guadagnando a morsi la loro fetta di follia. L’Economist ha dipinto di recente uno scenario pessimistico: «Un quarto di secolo dopo la fine della guerra fredda, il mondo fronteggia il crescente pericolo di un conflitto nucleare».

Venticinque anni dopo il collasso sovietico, il mondo sta entrando in una nuova era nucleare. Shannon Kile, ricercatore e responsabile del Nuclear Weapons Project allo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), afferma che «sta emergendo un mondo nucleare multi-polare che ha sostituito l’ordine bipolare della guerra fredda». E non manca di sottolineare come le armi nucleari siano diventate l’elemento principale delle politiche di difesa e sicurezza nazionale dei paesi dell’Asia orientale e meridionale e del Medio Oriente, dove vanno a complicare le condizioni di instabilità che rendono imprevedibile qualsiasi scenario. Thalif Deen non manca poi di sottolineare «l’ossessione israeliana per il monopolio delle armi nucleari in tutto il Medio Oriente», il braccio di ferro tra gli Stati Uniti e l’Iran, il fatto che l’Arabia Saudita abbia sottoscritto con la Corea del Sud un accordo di cooperazione nucleare (forse per scopi di pace?) e la tendenza della Corea del Nord a mostrare i suoi “muscoli nucleari”. Qualche giorno fa Hyun Hak Bong, ambasciatore della Corea del Nord nel Regno Unito, è stato citato da Sky News per avere dichiarato che il suo paese sarebbe pronto a usare le armi nucleari in risposta ad un attacco nucleare da parte degli Usa. «Non sono certo gli Usa ad avere il monopolio» avrebbe detto Hyun. L’Economist ha scritto che ogni potenza nucleare sta spendendo denaro per aggiornare il proprio arsenale e il budget russo per la difesa è aumentato del 50% dal 2007, un terzo per le armi nucleari. La Cina sta investendo in sottomarini e batterie di missili mobili, mentre gli Usa stanno cercando di far passare al Congresso uno stanziamento di 350 miliardi dollari per la modernizzazione dell’arsenale, sempre nucleare. Kile ha poi spiegato che soni stati sviluppati nuovi sistemi missilistici di precisione che operano in sinergia con i satelliti, sistemi che starebbe usando anche l’India per individuare gli arsenali pakistani. Proviamo a pensare cosa può significare tutta questa potenza distruttiva in un mondo completamente instabile come quello di oggi.

Si ringraziano Thalif Deen e Inter Press Service

Fonte: ilcambiamento.it

Nel 2010 in mare 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici

Secondo una ricerca pubblicata su Science la quantità di rifiuti plastici nei mari e negli Oceani potrebbe decuplicare nei prossimi dieci anni

La quantità di rifiuti plastici riversati nelle acque marine e degli oceani è destinata a decuplicare nei prossimi dieci anni e maggiore sarà la densità, più alte saranno le probabilità che queste microparticole plastiche si accumulino nella catena alimentare e nei nostri stomaci. A lanciare l’allarme è l’ultimo numero di Science che ha pubblicato una ricerca coordinata da Jenna Jambeck dell’Università di Athens, Stati Uniti, secondo la quale i 192 Paesi costieri del mondo hanno rilasciato nel 2010 una quantità complessiva di 27 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, di cui 8 milioni di tonnellate hanno finito il loro percorso in mare. Secondo la ricerca la quantità è in aumento e potrebbe essere di 9,1 milioni di tonnellate quest’anno. Maglia nera – come in molte classifiche sull’ambiente – è la Cina che nel 2010 ha fatto finire in mare 2,8 milioni di tonnellate di materie plastiche negli oceani. La seguono l’Indonesia, le Filippine, il Vietnam, lo Sri Lanka. Gli Stati Uniti sono il ventesimo paese al mondo, mentre nessun Paese dell’Unione Europea figura nella top 20. Se i 23 Paesi che la compongono venissero sommati, sarebbero il 18esimo Paese più inquinante del mondo. Secondo Richard Thompson dell’Università di Plymouth

in generale, noi tentiamo di stimare la quantità di detriti nell’ambiente marino considerando il numero di rifiuti fluttuanti sulla superficie degli oceani. Ma siamo in molti a pensare che questo metodo porti a una sottovalutazione del problema.

Qualora i sistemi di gestione dei rifiuti non dovessero migliorare o se le quantità di plastica utilizzate non dovessero diminuire è possibile – secondo lo studio – che nel 2025 vengano disperse in mare, ogni anno, 80 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Un numero destinato a portare all’asfissia la vita della vita marina.

Fonte:  Le Monde

© Foto Getty Images

Eventi meteo estremi in aumento tra il 40 e il 70% negli USA orientali

Tempeste e piogge violente dicentano piu’ frequenti nella parte est, mentre la siccita’ e’ in agguato all’ovest.

A causa del global warming gli eventi meteorologici estremi sono aumentati significativamente negli Stati Uniti, Un recente studio mostra che gli eventi di pioggia molto intensa sono aumentati del 40% nel Midwest (dal Missouri al Michigan) e del 70% nel Northeast (dal West Virginia al Maine). Questa variazione e’ avvenuta tra il 1958 e il 2012. Negli Stati Uniti occidentali invece la precipitazioni sono aumentate molto meno e in alcuni casi sono diminuite in modo catastrofico. Come si vede dalla mappa qui sotto (variazioni delle precipitazioni tra il periodo 1991 2012 e la prima meta’ del XX secolo), l’Arizona e’ la piu’ colpita dalla siccita’, in particolare nella sua parte nordorientale che corrisponde all’incirca alla nazione Navajo(1) L’aumento delle precipitazione e’ chiaramente correlato all’aumento della temperatura: se l’atmosfera e’ piu’ calda puo’ contenere piu’ vapore acqueo, di conseguenza cresce la massa  totale di acqua disponibile per le piogge. Un aumento di un solo grado di temperatura fa salire la pressione di vapore saturo del 6% circa (2).

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(1) La nazione Navajo  ha il territorio piu’ esteso tra tutti i popoli nativi, dato che si estende per ben 71000 km², abbracciando anche parte dello Utah e del New Mexico; si tratta tuttavia di zone molto aride in cui i nativi furono deportati dai bianchi verso la meta del XIX secolo che stanno diventando ancora piu’ aride.
(2) La pressione di vapore saturo e’ la massima pressione parziale che il vapore acqueo puo’ avere in atmosfera ad una certa temperatura; al di sopra di quel valore  poi condensa.

Fonte: ecoblog.it

Amianto, import illegale anche dagli Stati Uniti

Italia e India figurano come uniche importatrici dell’amianto statunitense secondo il rapporto del 2013 Minerals Yearbook pubblicato dall’Us Geological Surveys. Qualche settimana fa vi avevamo raccontato del fascicolo aperto dall’instancabile pm Raffaele Guariniello in merito all’importazione di amianto in Italia tra il 2011 e il 2012, a vent’anni dalla legge che nel 1992 ne vietò produzione, distribuzione e vendita nel nostro Paese. Nell’Indian Minerals Yearbook l’Italia non era soltanto presente fra i Paesi importatori, ma addirittura in testa alla graduatoria degli acquirenti di asbesto. Ora la politica ha deciso di andare a fondo della questione e 9 senatori del Pd guidati da Felice Casson hanno presentato un atto di sindacato ispettivo rivolto ai ministri dell’Ambiente e della Salute affinché vengano verificate le notizie relative all’import illegale. È notizia più recente dell’importazione in Italia di amianto prodotto negli Stati Uniti: la scoperta è stata fatta scandagliando i dati del 2013 Minerals Yearbook pubblicato dall’Us Geological Surveys che cita il nostro Paese come unico importatore del materiale insieme all’India. Il giro d’affari è di 16mila dollari, inferiore a quello dell’India (26mila euro), ma in entrambi i casi l’attività è illegale e rischiosa per la salute di coloro che vi entrano in contatto. L’iniziativa dei nove senatori Pd è scaturita da una lettera inviata dall’Osservatorio Nazionale Amianto a Maurizio Sacconi e agli altri membri della commissione Lavoro del Senato per sollecitarne l’impegno in merito ai tre disegni di legge intorno all’amianto e alle sue vittime che giacciono in Parlamento. A cin interessa l’amianto importato illegalmente? Alle organizzazioni criminali, all’ndrangheta, per esempio che, come si è scoperto a Finale Emilia, portava materiale contaminato da amianto nei cantieri delle scuole costruite dopo il 2012. Intanto l’inchiesta esplorativa di Raffaele Guariniello va avanti, parallelamente a quella sui duemila omicidi imputabili a Eternit già oggetto di un primo procedimento conclusosi in novembre con l’annullamento in Cassazione per avvenuta prescrizione.146635841-586x390

Fonte: Il Fatto Quotidiano

© Foto Getty Images

Barack Obama chiede che l’Alaska sia protetto come riserva naturale

Obama promette che l’Alaska diventerà riserva naturale.

La questione è poco ambientalista e molto economica: rendere l’Alaska riserva naturale impedirà ai russi di prendere il prezioso petrolio. L’Alaska è una terra ricca di risorse naturali contese da Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna e Russia. D’altronde il presidente Obama è impegnalo a lasciare dietro di sé il miglior ricordo possibile e rivendicando la scelta di intervenire con rigore nella lotta ai cambiamenti climatici (salvo poi investire nel fracking) Ogni anno, con l’arrivo della primavera e e lo sciogliersi della neve, decine di migliaia di caribù iniziano la loro grande migrazione – viaggiano per circa 1.500 chilometri attraverso l’Artico fino all’Alaska National Wildlife Refuge dove le femmine partoriranno. Questa regione è conosciuta dalle comunità native dell’Alaska come: “Il luogo Sacro dove la vita comincia”. Al Rifugio, che copre un’area di 12 milioni di acri, giungono le più diverse varietà di fauna selvatica da tutta la regione artica, come orsi polari, lupi grigi, buoi muschiati e tutte le specie uccelli che migrano alla pianura costiera dai 50 stati del Paese.alaska-refuge-611x350

La maggior parte del Rifugio non è protetto. Per più di tre decenni è stato chiesto a gran voce di stabilire una protezione che allontani le trivellazioni per il petrolio dalla pianura costiera che rientra nella Riserva. Oggi, il Dipartimento degli Interni ha pubblicato la revisione finale del Comprehensive Conservation Plan progetto per sostenere e gestire meglio l’intero Arctic National Wildlife Refuge e il presidente Obama ha intrapreso un ulteriore passo avanti annunciando che intende chiedere al Congresso di chiedere che la pianura costiera e altri settori chiave del rifugio siano lasciati allo stato naturale. Gli Stati Uniti oggi sono il primo produttore di petrolio e gas naturale al mondo e importano meno greggio rispetto a 30 anni fa. L’amministrazione Obama ritiene che le risorse di petrolio e gas naturale possono essere sviluppate in modo sicuro, anche se purtroppo, incidenti e sversamenti possono ancora accadere e gli impatti ambientali a volte possono perdurare per anni. Il Coastal Plain of the Arctic Refuge è a oggi uno dei pochi posti rimasti incontaminati nel Paese, così come lo era quando le più antiche comunità dei nativi dell’Alaska lo hanno abitato. Scrivono sul sito della Casa Bianca:

E’ una zona troppo preziosa per essere messa a rischio e riconoscere l’area come selvatica significa preservare questo posto selvaggio, libero e bello e far si che sia custodito non solo per i nativi ma per tutti gli americani.

E’ curioso immaginarsi il Congresso essere ispirato come gli attivisti di Greenpeace.

Fonte: White House
Foto | Alaska Federal Subsistence Management Program@facebook

Cambiamenti climatici, accordo tra Cina e Usa per azione globale: i commenti di Greenpeace, Kyoto Club e Legambiente

Cina e Usa hanno annunciato i nuovi target di riduzione delle emissioni lasciando intendere che nel 2015 l’accordo ONU diverrà globale. L’accordo storico tra Usa e Cina per la riduzione delle emissioni di CO2 è stato raggiunto ieri al termine del Vertice bilaterale sulla cooperazione economica a Pechino nella grande Sala del popolo tra il presidente cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.CHINA-US-DIPLOMACY

Gli Stati Uniti e la Cina, che insieme rappresentano più di un terzo di tutte le emissioni di gas a effetto serra a livello mondiale hanno negoziato un accordo ampio per ridurre le emissioni drasticamente entro il 2030; accordo che il presidente Barack Obama ha definito una “pietra miliare”. Gli obiettivi sono stati posti al 2025 per ridurre le emissioni di gas serra del 28 per cento al di sotto del livello fissato nel 2005. Allo stesso tempo, la Cina ha dichiarato che intende iniziare a ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica entro il 2030 e di aumentare la quota di energia a emissioni zero, tra cui nucleare, eolico, solare e altre al 20 per cento di tutti i suoi consumi per anno. Resta a questo punto da rimpinguare gli obiettivi che si è posta l’Unione Europea, impegnata da quest’anno a ridurre le sue emissioni di almeno il 40 per cento rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030 che da molti sono stati giudicati ancora insufficienti. Per gli Stati Uniti, l’accordo punta a raddoppiare il ritmo di riduzione della CO2 portandolo dall’attuale da 1,2 per cento l’anno al 2,3 per cento al 2020 e al 2,8 per cento per l’anno dopo. La Casa Bianca sostiene che l’ambizioso obiettivo potrebbe essere raggiunto in base alle leggi esistenti e che potrebbe generare fino a 93 miliardi dollari in “benefici netti” di miglioramento della salute pubblica e ridurre l’inquinamento. Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia commenta così lo storico accordo:

Tutti i Governi devono ora accelerare il ritmo e la portata dei loro impegni per i negoziati sul clima delle Nazioni Unite. E dovrebbero iniziare nel corso della riunione del G20 di questo fine settimana, annunciando di voler porre fine ai sussidi ai combustibili fossili (impegno già preso a Pittsburgh nel 2009): 88 miliardi di dollari che ogni anno vanno ad alimentare la maggiore fonte di anidride carbonica e, quindi, il cambiamento climatico. Siamo alla vigilia della COP 20 di Lima, poi c’è un anno di negoziati sino al traguardo di Parigi, alla fine del 2015. Il fatto che Cina e USA abbiano messo sul piatto un primo impegno è un ottimo inizio, vuol dire che non si arriverà all’ultimo momento con le carte tutte coperte, come avvenne a Copenaghen, provocando poi il sostanziale fallimento del tentativo di concludere un accordo globale significativo. In termini di numeri, lo prendiamo come un primo impegno, la scienza del clima e l’equità richiedono più azione.

U.S. President Barack Obama Visits China

Fonte: CRINYT

© Foto Getty Images