Sfreedo: la spesa su WhatsApp per ridurre gli sprechi

Ridurre lo spreco alimentare, mangiare sano e al giusto prezzo. Sono questi i vantaggi offerti da Sfreedo, un servizio semplice, diretto e gratuito che permette di risparmiare dal 20% sino al 100% su prodotti alimentari freschi di giornata o prossimi alla scadenza e impedire che cibo buono e di qualità finisca in discarica. Sfreedo è un’iniziativa nata a Caserta nel 2015 che ha come obiettivo ridurre lo spreco alimentare e mettere in collegamento diretto tra loro consumatori consapevoli e negozianti che si ritrovano sugli scaffali alimenti prossimi alla scadenza e che, nonostante siano perfettamente integri e commestibili, sarebbero costretti – per legge – a conferire in discarica. Sfreedo, che oggi è presente nelle città di Caserta e Napoli, accelera la vendita di prodotti alimentari prossimi alla scadenza e permette di ridistribuire a prezzi molto scontati cibi integri e di qualità.

La parola “sfreedo” in gergo locale significa “ciò che avanza”, “gli avanzi” ed è un servizio semplice, diretto e gratuito che permette ai consumatori di risparmiare sino al 100%. Negozianti e cittadini si iscrivono gratuitamente al WhatsApp di Sfreedo e, sempre attraverso WhatsApp, i commercianti aderenti al servizio informano in tempo reale tutti gli iscritti –  chiamati “sfreeders” – della disponibilità di cibi di cui è necessario sollecitare la vendita affinché non vadano al macero. A loro volta, gli utenti interessati ad uno o più prodotti ottimi ma in scadenza, li prenotano e si recano allo “Sfreedo Point” per concludere l’acquisto (ma per chi lo desidera, è disponibile anche un servizio di consegna a domicilio).  

I prodotti disponibili su Sfreedo sono i più vari: frutta e verdura fresca e di stagione, carne, pesce e salumi, mozzarelle di bufala, prodotti da forno e pasticceria, panettoni e pandori, nonché pizza al taglio e pasti già pronti grazie all’adesione di alcuni ristoranti e gastronomie. Gli alimenti che possono essere offerti su Sfreedo devono avere una scadenza a massimo 30 giorni e un prezzo che sia almeno di un 20% inferiore rispetto al prezzo di vendita regolare – il risparmio economico, di conseguenza, va dal 20% fino al 100%. In tre anni di attività Sfreedo ha coinvolto decine di punti vendita e dato vita ad una comunità di oltre 14.000 sfreeders, salvando dalla discarica circa 80 tonnellate di ottimo cibo.

“L’idea di Sfreedo nasce dall’esigenza personale di non voler pagare a prezzo pieno un prodotto di prossima scadenza, come un qualsiasi prodotto con scadenza più a lungo termine”, ha spiegato alla stampa Michele Bellocchi, fondatore di Sfreedo. “Ragionando intorno a questo dettaglio ne è venuto fuori che, di conseguenza, un esercente avrebbe potuto “liberarsi” più velocemente di un prodotto con scadenza a breve termine se fosse stato disposto a ridurne il prezzo (oltre alle classiche offerte a cui siamo già abituati). Le reazioni da parte di esercenti e consumatori sono state di assoluto entusiasmo, oltre ogni più rosea aspettativa, al punto che non è stato distribuito alcun volantino per pubblicizzare l’iniziativa. Ci ha pensato il passaparola a fare tutto: solo nel primo mese di test gli esercenti erano 12, di cui due ristoranti, e i consumatori 450, utilizzando semplicemente il gruppo Facebook“.  

Tramite l’iscrizione gratuita al servizio, la comunità degli sfreeders viene informata quotidianamente dei prodotti scontati in scadenza e disponibili presso i vari “Sfreedo Point” di Caserta e di Napoli. Il servizio Sfreedo, semplice, diretto e gratuito permette ai consumatori di ricevere in tempo reale notifiche dai negozi sui prodotti in Sfreedo, risparmiare portando a casa ottimi cibi e di confrontarsi con una community attenta alla spesa e sensibile al consumo consapevole. I vantaggi per gli esercenti, invece, sono la sensibile riduzione degli stock a magazzino, il recupero del capitale investito, ad esempio, in un eccessivo approvvigionamento, l’acquisizione di nuovi clienti, la riduzione dei rifiuti derivanti dallo smaltimento di imballaggi di vario tipo.

La mission di Sfreedo è accelerare la vendita di alimenti per ridurne lo spreco, tuttavia può capitare che qualche alimento resti invenduto e, in tal caso, per scongiurare la discarica, viene devoluto a titolo gratuito alle associazioni onlus aderenti al circuito Sfreedo. “In Italia e nel mondo esistono già sistemi per combattere lo spreco alimentare”, ha dichiarato Michele Bellocchi, “ma che fine fanno i prodotti che non vengono venduti nemmeno a prezzo scontato? La nostra rete di valore affonda le radici nell’etica, nell’economia civile, un modello di sviluppo inclusivo, partecipato e collaborativo fondato sulle sinergie. Abbiamo scelto di lavorare con alcune persone e organizzazioni meravigliose, non solo per la grande professionalità e conoscenza dei diversi contesti, ma anche perché si occupano di curare e migliorare la nostra società. Ad oggi abbiamo salvato ben 80 tonnellate di cibo e il nostro traguardo è quello di aumentare gli utenti della nostra community, che ad oggi sono più di 14.000, e continuare la lotta allo spreco alimentare”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/sfreedo-spesa-whatsapp-ridurre-sprechi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Regione Lazio, firmato protocollo contro gli sprechi alimentari

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Trovata l’intesa tra Regione, Federalimentari, Federdistribuzione, Fondazione Banco Alimentare Onlus e Unione Nazionale Consumatori per la realizzazione di attività che possano ottimizzare l’avvio alla donazione delle eccedenze alimentari con conseguente riduzione della quantità di rifiuti prodotti. La Giunta Zingaretti ha approvato lo schema di Protocollo d’intesa tra la Regione Lazio e Federalimentari, Federdistribuzione, Fondazione Banco Alimentare Onlus e Unione Nazionale Consumatori finalizzato alla realizzazione di attività che possano ottimizzare l’avvio alla donazione delle eccedenze alimentari con conseguente riduzione della quantità di rifiuti prodotti. La collaborazione tra i soggetti firmatari è finalizzata a promuovere forme di sostegno a persone indigenti, attraverso il recupero e la donazione delle eccedenze alimentari ad enti assistenziali e caritativi; promuovere la riduzione dei rifiuti prodotti e, di conseguenza, i relativi costi economici, sociali e ambientali di smaltimento; proporre dei meccanismi premiali (tra cui la riduzione della tariffa comunale sui rifiuti) a favore degli operatori economici che donano le proprie eccedenze anziché destinarle a rifiuto; diffondere la cultura dell’importanza di ridurre lo spreco alimentare.
“Questa iniziativa- commenta il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti – si inserisce in un filone importante e concreto di attività che testimoniano il nostro impegno a favore delle persone che vivono situazioni difficili e non solo, poiché l’accordo aiuta a proteggere l’ambiente, troppo spesso vessato dai nostri comportamenti sbagliati. La diseguaglianza sociale aumenta in modo veloce e preoccupante e assistiamo a una interruzione della capacità inclusiva, per problemi globali e a causa di errori commessi dalle classi dirigenti, che ci costringe a una riflessione profonda e a un cambio di passo. Dobbiamo ripensare il modello distributivo della ricchezza e un nuovo sistema di welfare capaci di generare un consumo più consapevole e, contemporaneamente, un meccanismo virtuoso di sostegno e di inclusione”.
“Il protocollo- aggiunge l’assessore all’Ambiente, Mauro Buschini- chiama ognuno di noi alle proprie responsabilità nei confronti dei cittadini e della tutela del territorio. Si tratta di una grande innovazione per combattere gli sprechi alimentari e ridurre la produzione di rifiuti. La Regione Lazio intende coinvolgere tutti i Comuni del Lazio, principalmente i capoluoghi di provincia, in progetti di informazione finalizzati alla donazione alimentare in accordo con
le imprese e gli Enti no profit presenti sul territorio e sensibilizzare le Amministrazioni comunali sulle misure fiscali premiali previste dalla normativa”.

Fonte: ecodallecitta.it

Buone pratiche dei Comuni e riduzione della tariffa sui rifiuti a quasi un anno dalla legge contro gli sprechi alimentari

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Si allunga la lista dei comuni che oltre a sviluppare buone pratiche per la riduzione degli sprechi alimentari a favore di chi ne ha bisogno riducono anche la Tari in proporzione alle quantità dei beni donati. Ecco alcune esperienze

Si allunga la lista dei comuni che oltre a sviluppare buone pratiche per la riduzione degli sprechi alimentari a favore di chi vive una situazione di disagio sociale ed economico, riducono anche la tariffa sui rifiuti in proporzione alle quantità certificate dei beni ritirati dalla vendita e donati dalle utenze non domestiche. Alcune di queste esperienze sono state presentate martedì 23 maggio alla Camera dai deputati del Partito Democratico Maria Chiara Gadda e Dario Parrini, assieme ad alcuni sindaci provenienti da diverse Regioni italiane, che si sono attivati per attuare la legge 166/2016 contro gli sprechi alimentari a distanza di quasi un anno dalla sua approvazione.

Alla conferenza stampa sono intervenuti i sindaci Davide Galimberti (Varese) e Brenda Barnini (Empoli, FI), l’assessore Stefano Pellizon (San Stino di Livenza, VE) e l’assessore Carmen Celi (Potenza) e hanno partecipato anche il Tavolo di coordinamento interministeriale che proprio la legge 166/2016 ha istituito presso il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, e a cui partecipano rappresentanti delle imprese e degli enti caritativi. Hanno inoltre portato la loro esperienza l’associazione “Solidarietà in Vallesina” (costituita da 14 Comuni della provincia di Ancona), e il Comune di Bucine (Arezzo) e altre amministrazioni comunali impegnate su questo fronte.

Ad introdurre la conferenza stampa, l’on. Maria Chiara Gadda, promotrice e relatrice alla Camera della norma, che ha fatto una presentazione, “non esaustiva” ha tenuto a precisare, delle iniziative che si sono sviluppate sull’onda della legge “o in continuità con le esperienze avviate in precedenza e che dimostrano come il recupero delle eccedenze alimentari è possibile.” Gadda ha poi passato la parola agli amministratori locali presenti dopo aver sottolineato l’importanza della risoluzione del parlamento europeo sulla riduzione dello spreco alimentare, approvata qualche giorno fa, il 16 maggio. I deputati europei chiedono: di tagliare lo spreco alimentare del 30% entro il 2025 e del 50% entro il 2030, di facilitare le donazioni di cibo e di rendere più chiare le etichette (“da consumarsi preferibilmente entro” e “da consumarsi entro”).

Ecco alcune delle esperienze presentate:

C’è San Stino di Livenza (VE) che nel regolamento della TARI ha introdotto uno sconto fino ad un massimo del 20% della parte variabile della tariffa per le attività commerciali che donano gli alimenti.  Le aziende che intendono donare le eccedenze alimentari per poter ottenere la riduzione della tariffa sui rifiuti dovranno integrare i documenti già in loro possesso con una certificazione dell’Associazione che riceve le donazioni. In questo caso sono stati seguiti i suggerimenti del Banco Alimentare.

A Empoli il comune oltre a recuperare abiti usati (passando dal sistema a cassonetto stradale ai contenitori nelle parrocchie)  ha inserito nel regolamento TARI “la riduzione della tassa per tutte quelle attività commerciali, industriali, professionali e produttive in genere che producono o distribuiscono beni alimentari, e che a titolo gratuito cedono, direttamente o indirettamente, tali beni alimentari per scopi assistenziali, ai fini della  ridistribuzione agli indigenti e alle persone in maggiori condizioni di bisogno ovvero per l’alimentazione animale, proporzionale alla quantità, debitamente certificata, dei beni e dei prodotti ritirati dalla vendita e oggetto di donazione, ai sensi della Legge n. 166 del 19 agosto 2016. A queste utenze, come previsto all’art. 17 L. 166/2016, viene riconosciuta un somma di denaro in rapporto ai kg effettivamente donati (0,225 €/Kg).”

Il comune di Bucine, in provincia di Arezzo, che oltre alla riduzione della tariffa rifiuti per le utenze no domestiche che donano il cibo ha anche programmato una campagna informativa per la promozione di una rete di distribuzione delle eccedenze e un progetto per l’ascolto e il sostegno di cittadini e famiglie che vivono in condizioni di disagio socio-economico.

Nei comuni di Collegno e Grugliasco (Torino) c’è il progetto “Fa bene” che consente alle famiglie in difficoltà di accedere a cibo fresco in cambio di attività di “restituzione”.

C’è anche il progetto “Kiss Mugello” del comune Scarperia e San Piero (Firenze) che in occasione del prossimo Gran Premio d’Italia Moto GP,  all’autodromo del Mugello dal 2 al 4 giugnoha proposto la quinta edizione di un programma di sostenibilità ambientale e sociale che coinvolge team, piloti, spettatori, fans, imprese, addetti ai lavori, la comunità e le organizzazioni non profit. L’obiettivo è quello di aumentare i comportamenti orientati alla sostenibilità nei grandi eventi sportivi con un programma che avrebbe “permesso in questi anni di ridurre l’impatto ambientale connesso all’evento e di sviluppare sempre più riflessi culturali e sociali positivi“.

Ci sono anche 14 comuni della provincia di Ancona che hanno costituito l’associazione “Solidarietà in Vallesina” e dal 2014 hanno avviato una raccolta giornaliera di cibo coinvolgendo più di 40 aziende, anche fuori regione, e 39 associazioni caritatevoli che riescono a sostenere quasi 2.500 persone. Il cibo raccolto viene adeguatamente selezionato grazie anche al supporto della Asl locale che ha organizzato un corso per volontari. I responsabili delle organizzazioni hanno ricevuto invece una formazione di tipo fiscale per la compilazione dei moduli e la stipulazione delle convenzioni con gli esercizi commerciali e le aziende che possono detrarre l’importo della merce donata e poi recuperare anche l’iva. Ecco in sintesi la procedura seguita: “Il cibo arriva in magazzino con la bolla di consegna dell’azienda fornitrice; il documento viene caricato in un programma computerizzato ed al momento della consegna dei prodotti alle Caritas parrocchiali, viene generata un’altra bolla di consegna in modo che l’amministrazione dell’associazione possa sempre tenere sotto controllo le entrate e le uscite dei prodotti in magazzino. ”

La sintesi dal punto di vista numerico in sintesi, tra kg di cibo recuperato, distribuito e valore economico simbolico: “Dal giugno 2014 ad oggi l’associazione “Solidarietà in Vallesina” ha raccolto e distribuito: 250 quintali di pane,3.600 quintali di frutta e verdura,71 mila litri di latte, 4.100 quintali di pasta, scatolame 2.100 quintali, 950 chili di dolci, 120 litri di olio fra semi e d’oliva, 4 mila quintali di latticini, 10 quintali di zucchero, 750 uova, 41 quintali di alimenti vari, 5 mila litri di succhi di frutta. Se simbolicamente si attribuisse il valore della merce distribuita tutta ad €. 1,00 si può stabilire che da quando ha iniziato la propria attività l’associazione “Solidarietà in Vallesina” ha distribuito merce per un valore totale di €. 490.000,00“.

A Carpi (Modena) dal 2007 il comune ha avviato una collaborazione con la Caritas e altre associazioni per il recupero delle eccedenze attraverso iniziative come “il pane in attesa”, sul modello del “caffè sospeso”, e il progetto “S.O.Spesa” e “la Spesa in dono” che consente agli esercizi commerciali di donare l’invenduto alle famiglie in difficoltà economica.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Regione Puglia, approvata legge contro gli sprechi alimentari. Mennea: ‘Un aiuto ai nuovi poveri’

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La ‘legge Mennea’ propone forme di intervento per valorizzare la raccolta dei generi alimentari non più idonei alla commercializzazione o alla ristorazione e anche dei farmaci, ma ugualmente buoni e utili per una distribuzione alle famiglie o ai singoli.

“Finalmente diamo regole certe per la raccolta dei generi alimentari non più idonei alla commercializzazione o alla ristorazione e anche dei farmaci, ma ugualmente buoni e utili per una distribuzione alle famiglie o ai singoli. Creiamo una rete virtuosa che potrà dare un aiuto ai nuovi poveri, persone che a causa della disoccupazione o anche di una separazione familiare hanno difficoltà ad avere il necessario per vivere. In questo senso le politiche sociali del nostro Governo regionale trovano la loro più piena attuazione”.
Lo ha detto Ruggiero Mennea, consigliere regionale Pd e componente della quarta commissione, venerdì 5 maggio dopo l’approvazione all’unanimità in aula della legge su “Recupero e riutilizzo di eccedenze alimentari” della quale è primo firmatario (a sottoscriverla anche i colleghi Mazzarano, Blasi, Caracciolo. Lacarra, Pentassuglia, Campo, Abaterusso, Romano, Colonna, Pellegrino). La norma è in linea con quella nazionale, nota come ‘legge Gadda’, entrata in vigore lo scorso settembre. La ‘legge Mennea’ propone, in sette articoli, forme di intervento per valorizzare l’attività di solidarietà e beneficenza svolta dai soggetti coinvolti, attraverso la raccolta e la redistribuzione dei generi alimentari non idonei alla commercializzazione ma commestibili per l’uomo o adatti all’alimentazione animale; dei pasti non serviti dagli esercizi di ristorazione autorizzati; delle eccedenze della giornata e anche dei prodotti agricoli non raccolti, che altrimenti verrebbero destinati alla distruzione; dei prodotti farmaceutici. Le eccedenze alimentari o agroalimentari e quelle di farmaci possono, così, essere destinate gratuitamente alle fasce fragili della società, ormai sempre più ampie, attraverso l’attività di raccolta di onlus, cooperative, organizzazioni ed associazioni caritative e di beneficienza. Non secondario sarà il ruolo del mondo agricolo accanto a quello della grande distribuzione. Numerosi i soggetti attuatori (comuni, enti privati e pubblici, imprese produttrici, imprese di distribuzione, imprenditori agricoli e farmacie) impegnati tutti in una grande impresa di solidarietà coordinata da un tavolo regionale. L’attivazione degli interventi è sostenuta da una dotazione finanziaria di 600.000 euro. L’obiettivo è di recuperare la quota regionale dei circa 5,6 milioni di tonnellate su base nazionale di eccedenze alimentari tra settore primario, trasformazione, distribuzione, ristorazione e consumo che altrimenti verrebbero smaltite come rifiuti. Infatti un articolo aggiuntivo, su proposta del M5S, introduce la previsione per i Comuni di riduzioni tariffarie della tassa sui rifiuti per le attività di produzione e distribuzione di beni alimentari che compendino interventi per la riduzione degli sprechi alimentari. Inoltre rientrano tra le risorse la distribuzione sul territorio, anche gli alimentari confiscati idonei al consumo umano o alimentare, come da emendamento proposto dal consigliere Cosimo Borraccino (Si). Prevista la promozione di iniziative di sensibilizzazione della popolazione e anche di un tavolo regionale (composto da Anci, associazioni del terzo settore, Città metropolitana e Province) per coordinare le iniziative previste dalla legge e quelli del pronto intervento sociale. Negli appalti per la ristorazione collettiva gestiti dalla Regione o da enti controllati verranno, inoltre, previsti criteri preferenziali in favore delle imprese che garantiscono il minor volume di sprechi alimentari e il loro recupero per l’alimentazione umana o animale.  “Questa legge – ha concluso – vuole rappresentare un gesto semplice che ha una forte valenza sociale, culturale, ambientale e umana. Ci auguriamo di trovare, per questo, la collaborazione di tutti”.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Puglia: una legge contro gli sprechi alimentari per contrastare la povertà ma non solo

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Intervista a Ruggiero Mennea primo firmatario della legge: “Bisogna farsi trovare pronti e mettersi in rete per costruire un sistema virtuoso e veloce nel trasferire queste eccedenze da chi le produce a chi ne ha bisogno”

La Regione Puglia a breve si doterà di una nuova legge e di uno strumento in più per combattere lo spreco alimentare, un fenomeno non marginale della nostra società che influisce negativamente sulla produzione e sul corretto smaltimento dei rifiuti e, indirettamente, sottrae risorse a tutti coloro che per mille ragioni fanno fatica anche a reperire il cibo. In Puglia, dove quasi la metà dei residenti (per la precisione il 47,8%, dati Istat dicembre 2016) risulta a rischio povertà o esclusione sociale, ogni anno si sprecano circa 310mila tonnellate di cibo ancora edibile, pari a 76 chili a testa. A fine giugno dello scorso anno era stato il consigliere regionale Ruggiero Mennea, primo firmatario e grande sostenitore della legge, a presentare in anteprima il provvedimento all’Urban Centre di Giovinazzo durante un dibattito con i cittadini, operatori del Terzo settore, della ristorazione collettiva, delle mense di carità e studenti che a vario titolo sono impegnati su progetti di recupero e ridistribuzione del cibo. Per capire meglio a che punto è l’iter legislativo e quali sono i punti cardini di una legge che ha tutte le carte in regola per diventare uno strumento forte per il contrasto allo spreco alimentare abbiamo raggiunto telefonicamente il consigliere Mennea.387010_2

A che punto è l’iter della legge?

C’è stato il primo passaggio in commissione attività produttive e sviluppo economico dove ho esposto la ratio della legge. Il testo è stato condiviso anche dal rappresentante dell’assessorato Risorse agro alimentari con alcuni suggerimenti nel merito di problematiche tecnico legislative, con relativa proposta di emendamenti da parte del governo regionale. C’è stata una condivisione da parte di tutti i gruppi politici. Mercoledì 15 febbraio sarà convocata la commissione congiunta Sviluppo economico e Welfare dove sarà esaminato in via definitiva il testo e poi sotto posto al consiglio regionale. Nell’arco di un mese la legge dovrebbe essere approvata e pubblicata.

C’è qualche differenza con la Legge Gadda, e quali sono i soggetti interessati dalla legge regionale?

Siamo in perfetta sincronia con l’impianto legislativo della Legge Gadda, infatti quella pugliese ne prevede le procedure e individua i soggetti attuatori. Da un lato chi produce le eccedenze alimentari come commercianti, gdo, produttori agricoli, ristorazione collettiva; e dall’altro i soggetti che devono attuare questa distribuzione, in una catena virtuosa che sposta le eccedenze da chi le produce a chi ne ha bisogno e dove servono attraverso i comuni con i propri piani di zona, fondazioni, cooperative sociali, di promozione sociale, associazioni caritative e tutto il Terzo settore. Per agevolare questa attività di partenza abbiamo previsto una dotazione di 600mila euro che andrà a beneficio non solo dei soggetti attuatori ma verranno utilizzati per una campagna d’informazione che dovrà arrivare in tutte le case dei pugliesi, perché è lì che si produce circa il 50% di tutti gli sprechi. Questo ha un implicazione non solo sulla povertà ma anche sull’inquinamento, perché questi sprechi si trasformano in rifiuti e quindi con i relativi costi di smaltimento e gli evidenti danni ambientali.

Quale sarà lo strumento per coordinare i soggetti coinvolti e le azioni operative?

Lo strumento operativo della legge è una tavolo di coordinamento composto dai rappresentanti degli assessorati al welfare e alle attività produttive, l’Anci, Città metropolitana e rappresentati del terzo settore. Una volta messi insieme tutti i soggetti attuatori della legge e coordinati dagli assessori regionali, a quel punto verrà fatto il programma per attuare la legge e per far partire in prima battuta la campagna di informazione e comunicazione.

Quando prevede che la legge diventi attiva e venga licenziata dal Consiglio regionale?

Nell’arco di un mese la legge dovrebbe essere approvata e pubblicata.

Vuole fare appello in vista dell’imminente approvazione?

A tutte le associazioni del terzo settore e ai sindaci dico di prepararsi e organizzarsi in reti di solidarietà, di farsi trovare già pronti, mettersi insieme per costruire un sistema virtuoso e veloce nel trasferire queste eccedenze da chi le produce a chi ne ha bisogno. Bisogna farsi trovare pronti all’applicazione di questa legge perché abbiamo bisogno di una risposta efficacie da parte di chi già opera in questo settore ma non è organizzato a sufficienza per gestire questa nuova sfida o ha bisogno di un ulteriore stimolo da parte delle istituzioni per fare rete e per rispondere efficacemente alla domanda di povertà che sta crescendo sempre di più in questi ultimi anni.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Real Junk Food Cafe and Restaurant e nuovi prodotti dagli sprechi alimentari, ecco la via british per combattere gli sprechi

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Nel Regno Unito hanno preso vita due progetti curiosi sullo spreco di cibo. Il primo più popolare strizza l’occhio al recupero mentre il secondo, più scientifico, guarda al cibo sprecato come una risorsa nutrizionale. La lotta allo spreco di cibo è fatta di tanti protagonisti, ognuno a modo suo affronta la questione con mezzi e approcci diversi. Nel Regno Unito, di recente, hanno preso vita due progetti che a loro modo mettono al centro lo spreco di cibo. Il primo più popolare, che strizza l’occhio al recupero del cibo mentre il secondo, più scientifico, guarda al cibo sprecato come una risorsa nutrizionale.

A Manchester una cucina mobile contro lo spreco alimentare

Grazie a un progetto di crowdfunding, a Manchester nei prossimi mesi aprirà il Real Junk Food Cafe and Restaurant, ossia una cucina mobile che si sposterà in giro per la città inglese andando a recuperare gli sprechi direttamente nelle fattorie, orti, mercati e tra i cassonetti dei supermercati. L’idea è nata con dopo una serie di eventi di recupero degli sprechi alimentari in giro per la città e dopo la raccolta di 20mila sterline (circa 23mila euro, ndr), attraverso il crowfunding, così da permettere la sopravvivenza della cucina mobile per sei mesi. Una spinta al progetto è arrivata dallo chef Hugh Fearnley-Whittingstall, da sempre impegnato in prima linea contro gli spechi. “Tutti i pasti – dicono gli organizzatori – provengono al cento per cento da alimenti che sarebbero andati sprecati. È tutta una questione di inclusione, di comunità e sostenibilità. Oltre a fornire ottimi pasti, rendiamo le persone più consapevoli sui rifiuti alimentari, sulla sostenibilità e su una dieta sana. Vogliamo rendere il nostro sistema alimentare più accessibile”.

Per stimolare gli avventori a riflettere meglio su di un pasto nato con queste premesse, gli organizzatori hanno applicato particolare modalità di pagamento: il P. A. Y .F. (pay as you feel) ovvero che i clienti pagano una cifra pari al valore che riconoscono in quel pasto, oppure “donando il loro tempo, energie e competenze per il progetto” come dicono gli organizzatori. Il progetto è diventato una realtà a Manchester, ma in molte altre città del Regno Unito, europee e australiane altri locali e progetti si sono uniti nella rete The Real Junk Food Cafe and Restaurant.

La ricerca sul valore nutrizionale dei rifiuti alimentari

Scienziati e ricercatori della Loughborough University stanno lavorando a un progetto per la riduzione degli sprechi alimentari, approfondendo la ricerca su di un sistema di produzione alimentare che limiti lo spreco. Il costo della ricerca è pari a 800mila sterline (circa 910mila euro, ndr), denari finanziati interamente dal Engineering and Physical Sciences Research Council (EPSRC) nato dalla collaborazione delle università di Loughborough, York e Nottingham che prevede studi approfonditi sul valore nutrizionale degli sprechi alimentari, così da creare nuovi prodotti idonei al consumo umano. Se si considera che la sola Gran Bretagna produce circa 9,9 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari, e il 56% di questo spreco è prodotto dalla filiera, ossia il processo produttivo (molto spesso industrializzato) che porta il cibo dai campi alla nostra tavola, è facile intuire quanto essenziale sia limitare gli sprechi. Per il Professor Shahin Rahimifard della Loughborough’s School of Mechanical, Electrical and Manufacturing Engineering e direttore dell’University’s Centre for Sustainable Manufacturing and Recycling Technologies dice che le attuali strategie per affrontare lo spreco di cibo sono rudimentali e di basso valore: “come l’incenerimento e, dove possibile,la produzione di mangimi per animali, compostaggio e a volte la discarica. Si tratta di una ricerca molto interessante che potrebbe vedere per la prima volta la creazione di nuovi prodotti alimentari destinati al consumo umano aggiornando il contenuto nutrizionale dei rifiuti alimentari. Si potrebbe avere un impatto significativo sulla sicurezza alimentare mondiale“.

Fonte: ecodallecitta.it

Ciriè (Torino): il consorzio Cisa sceglie Last Minute Sotto Casa per ridurre gli sprechi alimentari

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Con l’adesione alla piattaforma di social market, proseguono le iniziative di riduzione dei rifiuti del consorzio nell’ambito del progetto “La Sostenibile Leggerezza” e avviate negli ultimi anni con il progetto C3PO e le reti ScelgoECO ed Ecoristoranti MangioECO

Spreco alimentare? No grazie! Lo dice chiaro e forte il consorzio CISA di Ciriè, ente che gestisce la raccolta rifiuti in 38 comuni della provincia di Torino. E la lotta allo spreco passa per atti concreti come l’adesione del territorio consortile a Last Minute Sotto Casa, la piattaforma che mette in comunicazione commercianti e cittadini con l’obiettivo da un lato di smaltire prodotti con scadenza breve, dall’altro di poter acquistare alimentari ancora freschi ad un prezzo decisamente favorevole. L’adesione alla piattaforma anti-spreco si inserisce nel più ampio progetto di riduzione dei rifiuti denominato “La Sostenibile Leggerezza” che ha visto coinvolto il consorzio negli ultimi anni, con la partecipazione ai progetti europei del Programma Italia Francia ALCOTRA (R2D2 e C3PO) e la promozione delle reti ScelgoECO ed Ecoristoranti MangioECO. I dettagli sono stati presentati questa mattina durante una conferenza stampa che si è tenuta nella sede del consorzio, alla presenza del Presidente di CISA, Mario Burocco, del Direttore, Giovanni Piero Perucca, e degli ideatori di LMSC Francesco Ardito e Fabrizio Cardamone. Il progetto sarà coordinato da ERICA con la collaborazione di Corintea.

Come funziona Last Minute Sotto Casa? Tramite l’applicazione – accessibile con semplicità via smartphone, tablet e computer – i negozianti aderenti potranno informare tempestivamente tutti i consumatori iscritti, a due passi dal negozio, in merito a particolari offerte del proprio punto vendita. Gli utenti “sottocasa”, profilati in base al luogo di residenza, riceveranno istantaneamente un messaggio/notifica tramite App che li aggiornerà sulle occasioni migliori (spesso scontate del 50%) e vicine. Con LastMinuteSottoCasa si può evitare che prodotti altamente deperibili, come frutta, ortaggi, latticini e alimenti freschi in genere, vengano buttati perché in eccedenza o arrivati vicini a scadenza. Inoltre stimola un più adeguato approccio con l’approvvigionamento alimentare e un rispetto delle risorse disponibili, oltre ad un modo diverso di fare la spesa. Dopo il lancio del progetto, si terranno alcuni incontri con i commercianti del territorio, per presentare loro il progetto e sondare un’eventuale adesione alla piattaforma. Oltre all’adesione a Last Minute Sotto Casa, nell’ambito del progetto di riduzione CISA potenzierà la rete ScelgoEco, composta da esercizi commerciali del territorio orientati alla vendita di prodotti a ridotto impatto ambientale e altre buone pratiche di sostenibilità, e la rete Ecoristoranti MangioECO, che comprende ristoranti, trattorie, locande e pizzerie che decidono di valorizzare la loro attività con un impegno concreto nei confronti dell’ambiente e una maggiore attenzione agli sprechi alimentari.

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

Che cosa mangeremo quando saremo 10 miliardi?

10 Billion di Valentin Thurn ha aperto la diciottesima edizione del Festival Cinemambiente di Torino.

Non poteva che essere legato al tema del cibo, della sostenibilità globale dell’alimentazione e dello spreco alimentare il film di apertura della diciottesima edizione di Cinemambiente che ha “traslocato” dalla primavera all’autunno per creare un link torinese con Expo 2015. In un cinema Massimo tutto esaurito, dopo il saluto di Alberto Barbera, direttore del Museo Nazionale del Cinema, e di Gaetano Capizzi, da diciotto anni “anima” della manifestazione, il professor Andrea Segrè ha introdotto i temi del film d’apertura con un monologo sul cibo di oggi e il cibo di domani. Che cosa mangeremo nel 2050 quando, secondo le proiezioni demografiche, saremo 10 miliardi di persone? A questa domanda cerca di rispondere il regista Valentin Thurn con 10 Billion – What’s on your Plate? un documentario che, in giro per Europa, Asia, Africa e America, cerca di comprendere in quali direzioni dovremo muoverci per poter garantire la sopravvivenza al Pianeta. Il film si apre in un mercato thailandese dove si vendono insetti fritti. Per alcuni si tratta di immagini scioccanti e disgustose, ma molti specialisti dell’alimentazione sostengono che entro 20 anni il 10% dell’apporto proteico su scala globale verrà fornito proprio da questi insetti.10billion_quererdelabor_bassa

Il dilemma dell’agricoltura

E l’agricoltura? Thurn cerca di comprendere se l’ingegneria genetica possa essere la soluzione per sostenere la crescente domanda di cereali e vegetali. Nei laboratori di chi controlla le sementi si cerca, per esempio, di migliorare le performance dei semi: alla Bayer CropScience di Gand si tenta di migliorare la resistenza del riso alla salinità delle zone sommerse dalle acque marine. Nella sua indagine, Thurn vola in Asia e scopre che gli ibridi di Bayer non resistono alle inondazioni, mentre le sementi tradizionali ci riescono. Anche i fertilizzanti minerali, da molti visti come la soluzione a tutti i problemi, generano un surplus di azoto che finisce nelle falde acquifere. “Non possiamo bruciare in un enorme fuoco d’artificio tutte le risorse che abbiamo a nostra disposizione” spiega uno dei contadini che continuano a utilizzare fertilizzanti naturali. Di fronte alla crescente domanda di cibo, l’agricoltura si trova pressata fra un’agricoltura intensiva e industriale che aumenta la produzione con prodotti che hanno effetti collaterali sugli ecosistemi e la salute e un’agricoltura tradizionale e “bio” che ha una minore redditività (intorno al -25%) e non può, quindi, far fronte all’aumento della richiesta di cibo. Come risolvere questo dilemma?10billion_pflanzen_bassa

L’allevamento fra pratiche intensive e sperimentazioni

Una delle questioni nodali è che cosa mangiamo e non soltanto quanto mangiamo. Il documentario si sposta in India dove il 40% della popolazione non mangia carne, ma dove la crescita economica ha portato a una maggiore richiesta di pollame. Thurn entra in una fabbrica che confeziona circa 7 milioni di capi alla settimana. Il pollame viene suddiviso in due categorie: una deve produrre le uova e viene mantenuta con un regime alimentare sufficiente a farle produrre uova, l’altra categoria è destinata alla macellazione e le viene inoculato un inibitore del senso di sazietà che, facendo mangiare i polli in continuazione, ne aumenta il peso unitario. Per sostenere gli allevamenti ci vogliono campi di mais e di soia e questa “fame” di territorio porta alla deforestazione e al fenomeno del land grabbing, come ci mostra Thurn nella sua tappa in Mozambico. In Giappone, invece, l’insalata viene prodotta in fabbriche che consentono 9 raccolti l’anno in un ambiente asettico, con costi elevati che solo un mercato come quello nipponico è in grado di sostenere. L’indagine si sposta poi in Canada, all’AquAdvantage che produce salmoni transgenici in grado di crescere a una velocità di 5-6 volte superiore a quella normale. Lo stesso tipo di studi si sta ora spostando su ovini e suini. Intanto in Olanda c’è chi sta studiando il modo per produrre carne in laboratorio partendo dalle cellule staminali. Per ora gli hamburger artificiali “costano” 250mila euro, ma l’obiettivo è riuscire ad arrivare all’indistinguibilità con la carne normale e a una produzione su larga scala. Thurn ha l’umiltà di porre domande e di mettersi in ascolto cercando le soluzioni. Il suo 10 Billion sposta il cuore del problema a un livello più elevato rispetto alla questione di partenza. Non quanto cibo possiamo produrre in più, ma quanto questo cibo in più possa essere accessibile a tutti, quanto la bilancia delle carenze e degli sprechi alimentari possa essere riequilibrata. La soluzione sembra essere quella di un avvicinamento dei consumatori alla produzione: orti urbani, agricoltura comunitaria e familiare, guerrilla gardening e valorizzazione della produzione stagionale e a km zero sono alcune delle soluzioni per far sì che si possa guardare al futuro senza l’angoscia di non sapere quanto e quale cibo finirà nei nostri piatti.

Foto | Cinemambiente

Fonte: ecoblog.it

La mobilitazione del web contro gli sprechi alimentari

Lanciata sulla piattaforma change.org una petizione diretta al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Parlamento, con l’obiettivo di approvare una legge che imponga alla grande distribuzione di donare il cibo invenduto ad organizzazioni di volontariato. Il caso francese e le lacune di una legge troppo debole dimostrano però che il cambiamento nei consumi deve partire dai singoli individui.sandrobessi_sprechi

Poco tempo fa in Francia è stata approvata una legge che impone ai supermercati della grande distribuzione di non buttare via o distruggere i prodotti alimentari invenduti, ma al contrario di donarli ad associazioni di beneficenza. La legge definisce per grande distribuzione quei rivenditori con una superficie di oltre 400 metri quadrati, i quali dovranno stipulare accordi con le associazioni benefiche entro il mese di luglio.  Una legge che, col senno di poi, non appare così perfetta come invece sbandierata inizialmente dalla stampa d’oltralpe e anche da quella italiana: è stato osservato che, secondo i dati del Ministero dell’Ecologia, dello Sviluppo Sostenibile e dell’Energia, le principali fonti di spreco alimentare sono i nuclei familiari (67%), seguiti dalla ristorazione collettiva (15%) e solo poi dalla grande distribuzione organizzata (5%). In secondo luogo, le pratiche di distruzione dei prodotti prima della data di scadenza non sembrano poi essere particolarmente diffuse nella grande distribuzione, la quale ha piuttosto interesse a smaltire i suoi invenduti prima della scadenza tramite le promozioni. In terzo luogo, Olivier Berthe, presidente della rete associazionistica Resto du Cœur, non ha gradito la legge, affermando che essa trasformerà le associazioni in magazzini di cibi in via di scadenza, senza poi avere mezzi adeguati per distribuirli. Molte Ong infatti non hanno celle frigorifere o personale sufficiente. Il rischio è che il cibo donato vada poi comunque perso. Il dubbio è che questa legge non porterà molti benefici in termini di riduzione di sprechi alimentari, pur lasciando intravedere però uno spiraglio nella frase “codice dell’educazione”, contenuta nella legge stessa, che impone di integrare la lotta contro gli sprechi alimentari nel percorso scolastico.
Un provvedimento quindi che dovrà essere migliorato ma che comunque ha dato il là a delle emulazioni e a delle iniziative provenienti soprattutto dal web. Ultima in ordine cronologico è la petizione lanciata da Daniele Messina sulla piattaforma change.org (la stessa piattaforma da cui era partita la petizione in Francia, poi trasformatasi in legge) e diretta al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Parlamento. Obiettivo quello di fare una “una legge italiana che imponga ai grandi supermercati e alla Grande Distribuzione Organizzata di donare il cibo invenduto ad organizzazioni di volontariato o mense per i poveri”. Gli alimenti in eccesso potranno essere sottratti al cassonetto, per essere donati a enti benefici, la cui principale attività è quella di offrire un pasto gratuito a chi non può permetterselo. Alimenti confezionati e freschi, come frutta o verdura, cibo cucinato ma non servito, pane e dolci che nel giro di poche ore potranno essere consegnati ad associazione ed enti che, a loro volta, lo ridistribuiranno ai bisognosi. Anche qui il discorso è lo stesso fatto per la legge francese: tali organizzazioni dovranno essere messe nella condizione di lavorare bene, senza commettere gli stessi errori che si stanno verificando in Francia. Tra i firmatari di questa petizione c’è anche l’associazione dei consumatori Altroconsumo, che ha realizzato un’inchiesta sugli italiani e lo spreco alimentare. Studiando le abitudini alimentari di un campione eterogeneo di dieci famiglie (coppie con figli, coppie senza figli, uomo single, donna single, pensionati…), i risultati sono stati eloquenti: nei confronti dello spreco alimentare è la distrazione o, peggio, l’insensibilità a regnare sovrana; sono una minoranza quelli che arrivano in negozio con la lista della spesa, ancora meno quelli che la rispettano: è troppo alta la tentazione di cogliere le offerte promozionali. C’è poi la sindrome da dispensa vuota, che spinge ad acquistare più di quello che realmente serve. Non è così diffusa la buona abitudine di controllare la data di scadenza degli alimenti. Sarebbe meglio acquistare meno e fare la spesa più spesso, ma questa esigenza si scontra con il poco tempo a disposizione e la poca voglia di svolgere un’incombenza spesso ritenuta fastidiosa. Una volta a casa con la spesa, la buona conservazione degli alimenti e la gestione delle scorte diventano questioni cruciali se non si vuole candidare alla spazzatura il cibo acquistato. L’inchiesta di Altroconsumo mette in evidenza quanto lamentato da Olivier Berthe e quanto sottolineato nelle lacune della legge francese: per combattere lo spreco c’è bisogno di un cambiamento dei consumi alimentari prima di tutto tra i singoli consumatori. D’altronde i numeri della Commissione Europea parlano chiaro: a fronte di quasi 800 milioni di persone che soffrono la fame nel mondo, lo spreco alimentare assomma a oltre 100 milioni di tonnellate all’anno, escluse le perdite nella produzione agricola e i rigetti in mare di pesce, per un costo totale di mille miliardi di dollari l’anno. Numeri impressionanti, tali da risolvere in un batter d’occhio la fame nel mondo. Ed è proprio il consumo domestico quello maggiormente colpevole: 42% di spreco (circa 38 milioni di tonnellate, pari a circa 76kg per abitante/anno), contro il 39% dell’industria, il 14% della ristorazione e appunto il 5% della distribuzione. Numeri che dimostrano l’importanza del problema e della necessità di un cambiamento dal basso.

Fonte: ilcambiamento.it

Just eat it, il documentario sugli sprechi alimentari

Vivere sei mesi nutrendosi solo di avanzi e scarti alimentari. E’ quanto dimostrano Grant Baldwin e Jenny Rustemeyer nel lungometraggio di 75 minuti, che sta facendo il giro del mondo. «Vi stupirete di quanti alimenti buoni vengono buttati via ogni giorno. In questo periodo abbiamo mangiato benissimo spendendo solo 200 dollari».

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Ogni anno in Italia quintali di cibo vengono buttati via nella spazzatura. Per un valore di 8,1 miliardi di euro. I dati non cambiano di molto se ci spostiamo a casa di altri. In Nord America, il 40% del cibo prodotto viene sprecato, per un ammontare di 50 miliardi di dollari. A fronte di 805 milioni di persone che soffrono la fame, secondo gli ultimi dati dell’ONU. E’ in questo contesto che viene ad inserirsi il fenomeno mediatico del momento. Il regista Grant Baldwin e la produttrice Jenny Rustemeyer, entrambi canadesi, hanno messo alla prova se stessi, nutrendosi per sei mesi di avanzi e scarti alimentari e spendendo solo 200 dollari. Il tutto è stato documentato nel video Just eat it, un lungometraggio di 75 minuti, prodotto dalla Peg Leg Films in collaborazione con il British Columbia’s Knowledge Network.
I due autori si tuffano nella questione degli scarti alimentari, partendo dalla produzione dei prodotti agricoli e della loro vendita al dettaglio fino al loro arrivo nel nostro frigorifero. Dopo aver constatato che diversi miliardi di dollari vengono gettati nei rifiuti attraverso del buon cibo, i due decidono di smettere di fare la spesa e di sopravvivere solo con quegli alimenti che sarebbero stati scartati. «Vedendo il film e la nostra avventura – afferma Grant Baldwin – vi stupirete di quanti alimenti buoni vengono buttati via ogni giorno. In questi sei mesi abbiamo mangiato benissimo ed io sono ingrassato anche di qualche chilo». In una nazione, come quella canadese, in cui una persona su 10 soffre la fame, le immagini di sprechi, studiati e voluti dalle aziende, filmati dagli autori, risultano scioccanti ed eloquenti. Ma, agendo così come hanno fatto gli autori, si vive veramente bene o è solo puro cinema? «In realtà era come andare a fare la spesa – continua il regista – Siamo arrivati ad un punto in cui molte persone venivano a casa nostra offrendoci il cibo che loro avrebbero gettato. E la stessa cosa si è verificata con i grossisti: avevano talmente tanto surplus di cibo che non sarebbe stato venduto e ce lo hanno donato». Per sei mesi gli autori hanno mangiato di tutto: «E’ capitato di mangiare del latte scaduto da 17 giorni, secondo quanto riportava la data sull’etichetta. In realtà era buono. Ma è stato un caso limite. Abbiamo sempre trovato cibi non scaduti. Oppure abbiamo mangiato dei cibi confezionati, che vengono distribuiti dal Whole Foods a 7 dollari, e che non venivano venduti perché presentavano dei difetti. E molte barrette di cioccolato, per un ammontare di 15.000 dollari, condivise con un nostro amico, che sarebbero rimaste invendute perché prive di un’etichetta».
Il documentario non racconta solamente l’esperienza dei due autori, ma si caratterizza anche di interviste ad esperti del settore, come lo scrittore e attivista londinese Tristram Stuart, il giornalista statunitense Jonathan Bloom, e la scienziata Dana Gunders, della Natural Resources Defense Council di San Francisco. Si scopre così che in Sud America molte banane vengono gettate via, anche se buone, perché non rispettano determinati canoni di bellezza. Ma l’aspetto più scioccante per gli autori è stato il comportamento dei consumatori: «Anche se nel documentario puntiamo il dito contro l’industria, la metà del cibo sprecato proviene da noi, dai consumatori, sia nelle nostre case sia quando andiamo a mangiare fuori – afferma Baldwin – Alla fine penso che dobbiamo tenere a mente ciò che mi diceva mio nonno: “Non sai cosa significa vivere durante la guerra e cosa vuol dire razionare lo zucchero”. In un altro film parlavo di biologico e di cibo a km zero, importantissimi sia per la qualità alimentare sia per la riduzione di inquinamento legato al trasporto del cibo stesso. Ma oggi tutti parlano di biologico, e pochi di rifiuti alimentari. Credo sarà un argomento futuro, perché è inutile coltivare biologico se alla fine lo buttiamo via».

Fonte: ilcambiamento.it