Rifiuti. Green Book 2018: dove il servizio è peggiore la spesa per le famiglie è più elevata

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“Il paradosso è nella disomogeneità del servizio nelle diverse aree del Paese (dalla raccolta differenziata alla presenza di impianti fino all’intera filiera dei ciclo): i costi che sono più alti proprio dove la qualità è peggiore”. On line il comunicato stampa con i numeri del Green Book 2018. Un paese diviso in due, nella raccolta differenziata: il nord con una media del 64% e quasi tutte le province sopra il 50%, mentre il sud con situazioni fortemente arretrate non raggiunge la media del 38%. Per i rifiuti rimane un forte squilibrio sugli impianti soprattutto in relazione ai target europei: un settore che avrebbe bisogno di investimenti per almeno 4 miliardi di euro. Da una mappatura degli operatori emerge una larga prevalenza di aziende a partecipazione pubblica al centro-nord e una presenza residuale al sud (al 33%). Nel Mezzogiorno si ricorre in modo preponderante al trattamento in discarica (62%) mentre al Nord il 69% dei rifiuti è avviato a trattamento negli impianti di recupero energetico. Ed è proprio dove il servizio è peggiore che la spesa media annuale per famiglia è più elevata. Questa la fotografia del settore rifiuti urbani scattata dal GREEN BOOK 2018, realizzato per UTILITALIA dalla Fondazione Utilitatis in collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti e presentato oggi a Roma al Tempio di Adriano.

“Non si può non mettere in evidenza l’eterogeneità che caratterizza la situazione nazionale. Significative differenze anche sul livello qualitativo e sui costi del servizio, con il paradosso – osserva il vicepresidente di Utilitalia, Filippo Brandolini – che si registrano costi maggiori là dove qualità ed efficacia del servizio sono invece inferiori. Dipende dal livello di industrializzazione e dalla presenza o meno di imprese strutturate. Il via libera del Parlamento Europeo al pacchetto di misure sull’economia circolare, comporterà un’evoluzione nell’organizzazione dei servizi e delle imprese, ma c’è molta attesa anche dall’avvio concreto della regolazione sul settore rifiuti da parte dell’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (ARERA)”

“Utilitalia auspica che con il lavoro del regolatore – afferma Brandolini – potremo giungere gradualmente al superamento della legislazione concorrente tra Stato e Regioni, accelerare il riassetto della governance, favorire il superamento della frammentazione, e accelerare il percorso verso l’adozione di una tariffa corrispettiva, capace di commisurare il costo alla quantità e alla qualità del servizio, nel rispetto del principio europeo ‘chi inquina paga’”.

“Il Green Book scatta la fotografia del settore rifiuti all’avvio della regolazione di ARERA- rileva Valeria Garotta, direttore della Fondazione Utilitatis – I dati cristallizzano il mancato compimento del disegno normativo secondo cui il ciclo integrato dei rifiuti deve essere organizzato per ambiti territoriali di dimensioni adeguate: dal permanere dell’inoperatività di alcuni enti di governo d’ambito, all’elevata frammentazione gestionale; dagli squilibri territoriali nell’assetto impiantistico, all’elevato numero di gare bandite per singoli comuni e brevi durate. L’auspicio è che la prossima edizione del rapporto possa catturare importanti cambiamenti, messi in moto dall’intervento di ARERA. Inoltre, rispetto alle precedenti edizioni, il Green Book si arricchisce di una mappatura puntuale dei gestori nei singoli comuni e di un focus sui grandi centri urbani”.

PRODUZIONE E RACCOLTA DIFFERENZIATA

La produzione dei rifiuti prodotti in Italia ha ripreso a crescere nel 2016, dopo alcuni anni di stabilizzazione: l’incremento è stato del 2% rispetto all’anno precedente, soprattutto per via della ripresa economica. La raccolta differenziata ha raggiunto il 52,5% nel 2016, anche se con molte differenze tra aree del Paese: il nord arriva al 64%, il centro al 48,6% e il sud al 37,6%. Per quanto riguarda la riforma dell’assetto organizzativo del servizio di igiene urbana, sono oggi presenti 57 Ambiti Territoriali Ottimali (ATO), con una riduzione del 55% rispetto ai 129 ATO del 2007; prevalgono gli Ambiti regionali anche se ci sono ATO con dimensione che varia dalla scala regionale a quella sub-provinciale.

SPESA PER FAMIGLIA E GRANDI CITTA’

Dall’analisi sulle tariffe per il 2017, su una popolazione complessiva di oltre 18 milioni di abitanti nei comuni capoluogo, una famiglia tipo (3 persone che vivono in 100 metri quadri) nel 2017 ha speso mediamente 227 euro in un comune sotto i 50.000 abitanti e 334 euro in un comune con popolazione superiore a 200.000 abitanti. In media sempre nel 2017 al nord la spesa è stata di 271 euro, di 353 al centro e 363 al sud. Il paradosso è nella disomogeneità del servizio nelle diverse aree del Paese (dalla raccolta differenziata alla presenza di impianti fino all’intera filiera dei ciclo): i costi che sono più alti proprio dove la qualità è peggiore. Nel 2017 si registra un valore medio del costo per abitante di 232 euro, con punte minime di 155 e massime di 366.

IMPIANTI

Dalla mappatura degli operatori, sia per il servizio di raccolta che per la gestione degli impianti, emerge una situazione molto frammentata, con una larga prevalenza di aziende a partecipazione pubblica al centro-nord e una presenza residuale al sud (dove il 33% degli abitanti è servito da aziende pubbliche o miste). Quanto agli impianti e alla loro localizzazione, quelli di trattamento integrato aerobico e anaerobico sono concentrati al nord dove viene gestito il 98% della frazione organica da raccolta differenziata; gli impianti di compostaggio della stessa tipologia di rifiuti sono invece in prevalenza al sud (il 49% trattata in impianti a partecipazione pubblica e il 51% privati). Gli impianti di trattamento meccanico biologico (Tmb) sono più diffusi al sud (con il 49% del trattamento). Per lo smaltimento in discarica il Sud supera il resto del Paese: con il 62% del rifiuto urbano residuo a livello nazionale smaltito in questo modo. La situazione si capovolge sugli impianti di recupero energetico: concentrati soprattutto al nord dove viene trattato il 69%, il 12% al centro e il 19% al sud.

DATI ECONOMICI

Nel 2016, dall’analisi dei 575 gestori individuati, il settore dell’igiene urbana ha registrato oltre 12 miliardi di fatturato, occupando 90.433 addetti. Il 75% delle aziende è rappresentato da monoutility legate al settore ambiente, il restante 25% da aziende multiutility. Gli operatori di piccole dimensioni (con fatturato inferiore ai 10 milioni di euro) rappresentano il 55% del totale anche se contribuiscono a solo il 10% del fatturato nazionale. Il 37% del fatturato di settore è generato dal 3% di operatori con un volume d’affari superiore ai 100 milioni di euro. Gli operatori della categoria ‘Raccolta e Ciclo Integrato’ (cioè che gestiscono tutto il processo dalla produzione alla fine del rifiuto) rappresentano il 73% del totale, registrano il 73 % del fatturato e occupano l’89% degli addetti; la categoria ‘Gestione Impianti’ comprende il restante 27% degli operatori, genera il 27% del fatturato complessivo ed impiega l’11% della forza lavoro. Dal punto di vista dell’assetto proprietario il 34% delle aziende ha natura completamente privata e il 66% risulta partecipato dal pubblico.

INVESTIMENTI

La stima del fabbisogno nazionale di investimenti in raccolta differenziata e nuovi impianti – in base a un’analisi su un panel di gestori a partecipazione pubblica – viene valutata in circa 4 miliardi di euro. Gli investimenti complessivamente realizzati dai gestori del campione nell’arco temporale 2012-2017 ammontano a 1,4 miliardi di euro, pari a 82,5 euro per abitante in sei anni (14 euro a testa all’anno). Il 46% degli investimenti è destinato alla raccolta e allo spazzamento, mentre il 54% agli impianti di selezione, avvio a recupero e smaltimento. Nel 2017 il trend degli investimenti in raccolta sono aumentati del 73% rispetto al 2012. Sul versante degli impianti, c’è stato un netto calo degli investimenti in impianti di incenerimento (meno 55% rispetto al 2012); in controtendenza rispetto al recupero energetico risultano gli investimenti in discarica che nel 2017 crescono rispetto al 2012 di oltre il 200%. Gli investimenti in impianti di selezione e valorizzazione delle frazioni differenziate passano da 9 milioni di euro nel 2012 a circa 18 milioni di euro nel 2017. Infine, mentre gli investimenti in compostaggio e Tmb hanno un andamento crescente, quelli in digestione anaerobica sono fermi fino al 2016, per l’incertezza sul meccanismo di incentivazione. Rispetto agli investimenti realizzati sulla fase impiantistica, solo il 39% ha riguardato la realizzazione di nuovi impianti; mentre la voce più importante è sugli interventi di manutenzione straordinaria e revamping (46%), seguita dall’ampliamento di impianti esistenti (15%). Dai Piani di investimento dei gestori – parte dell’analisi – emerge un incremento complessivo di circa il 60% del volume di investimenti pianificati tra il 2018 e il 2021, rispetto a quelli realizzati nei quattro anni precedenti.

Fonte: ecodallecitta.it

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Food Coop: il supermercato etico e autogestito

Italia che Cambia è mediapartner di “Food Coop”, il film che racconta quello che è stato definito “il miglior esperimento sociale di tutti gli USA”. Fondato a Brooklyn nel 1973, Park Slope Food Coop propone prodotti di alta qualità a prezzi bassi, grazie al contributo dei soci della cooperativa, che sono al contempo lavoratori e clienti del supermarket.

 “Food Coop” è il titolo del film-documentario di Tom Boothe, regista statunitense residente a Parigi, che racconta l’esperienza del “Park Slope Food Coop” di New York. Fondato a Brooklyn nel 1973 da alcuni attivisti locali, è un “supermercato cooperativo” o “supermercato collaborativo e autogestito” e aperto solo ai soci, ma al quale tutti possono aderire senza distinzioni. I soci, che oggi sono 17.000, hanno la possibilità di acquistare cibo di ottima qualità, genuino e biologico a prezzi molto più favorevoli rispetto al mercato, in cambio di circa 3 ore al mese di lavoro non retribuito. La manodopera è la voce che incide maggiormente sul prezzo finale ed è il lavoro di tutti i soci a permettere di contenere sensibilmente i costi e, quindi, vendere cibo sano a prezzi accessibili a chiunque. Pagare di più e non lavorare non è contemplato: tutti i soci sono uguali, tutti pagano la stessa quota e tutti devono farsi carico degli stessi obblighi.insegna-food-coop

A differenza di una cooperativa alimentare, il “supermercato cooperativo” è un’associazione senza scopo di lucro perciò può avvalersi di volontariato, aiuti economici, crowdfunding, ecc. e gli eventuali utili vengono reinvestiti nel supermercato. Grazie alla totale autogestione, Food Coop applica prezzi accessibili sui ottimi prodotti e, al tempo stesso, assicura la giusta remunerazione ai produttori che lavorano con elevati standard qualitativi. Solo i soci hanno il diritto di fare acquisti a Food Coop, ma hanno anche il dovere di condividere le responsabilità dell’autogestione, pena l’esclusione dalla cooperativa. Chi desidera diventare socio, quindi, deve impegnarsi a lavorare qui per 2 ore e 45 minuti ogni 4 settimane, a seconda delle proprie attitudini e delle necessità del momento. Si va dalla gestione del magazzino alle pulizie, dal carico-scarico all’amministrazione ordinaria, dalla cassa alla piccola manutenzione e al rifornimento degli scaffali. I turni iniziano prima delle 5 di mattina, quando vengono scaricate le merci e caricati i vuoti a rendere, e molti soci preferiscono fare il primo turno perché così non devono chiedere permessi: vengono qui per tre ore, poi passano da casa a cambiarsi e vanno in ufficio. Nata come sperimentazione di modello economico alternativo alla grande distribuzione newyorkese, Food Coop è diventata il “miglior esperimento sociale di tutti gli USA”. Oggi realizza un fatturato annuo di circa 19,4 milioni di dollari, le vendite al metro quadrato superano di 10 volte quelle della distribuzione convenzionale e la rotazione totale dell’intero magazzino è di 70 volte all’anno contro una media statunitense di 15. I dati parlano chiaro: i prezzi sono mediamente inferiori del 40% rispetto a quelli di mercato – in particolare GDO e negozi specializzati nel biologico – e ogni famiglia risparmia in media 250 dollari al mese, circa 3.000 dollari all’anno. Per aderire a Food Coop si versa una tantum una quota di adesione di 25 dollari non rimborsabili, e un piccolo investimento di 100 dollari, rimborsabili in caso di uscita volontaria o esclusione dalla cooperativa.interno-food-coop

Di fronte ai vantaggi offerti da Food Coop, i soci sono ben lieti di lavorare gratis, aspettare in fila alla cassa anche per 40 minuti, viaggiare per più di due ore, prendendo due metro e due autobus, pur di fare la spesa qui, perché sanno perfettamente cosa comprano. Lavorare qui 3 ore al mese rafforza sia il senso di appartenenza, sia il senso di responsabilità nei confronti della cooperativa. Tutte le politiche e le scelte aziendali, infatti, sono il più possibile condivise – soprattutto gli acquisti. Tutti i soci hanno voce nel processo decisionale, partecipano attivamente alla gestione del supermercato e alla pianificazione della cooperativa: conoscono da dove viene il cibo e come è stato coltivato o allevato, scelgono gli alimenti da mettere sugli scaffali e sanno che i prezzi rimangono accessibili solo se ciascuno fa la sua parte contribuendo a contenere le spese e assicurare la regolare manutenzione alla struttura, dedicando un po’ del suo tempo e delle sue capacità. Food Coop non ha consigli d’amministrazione o dirigenti, azionisti a cui rendere conto, jet privati o stock option da finanziare, ma solo un’Assemblea generale dei soci e alcune “commissioni”, sempre elette tra i soci, che si occupano del coordinamento dei 17.000 soci – come la commissione ambientale, la commissione disciplinare, ecc. Tutti i soci possono presentare idee e suggerimenti per migliorare la gestione della cooperativa e, una volta all’anno, tutte le proposte sono portate in Assemblea, messe all’ordine del giorno, discusse e votate. Su proposta dei soci sono nati, ad esempio, il “servizio babysitter” interno per i soci che fanno i turni e il “servizio scorta” per chi fanno la spesa – in pratica, se il socio ha molte borse pesanti, prende in prestito un carrello della spesa e un volontario lo scorta fino alla fermata della metro, dell’autobus o all’auto, lo aiuta a scaricare le borse e riporta indietro il carrello. Per molti newyorkesi comprare frutta e verdura in città è proibitivo – soprattutto nei quartieri più poveri, dove l’offerta è solo cibo industriale o frutta ammuffita a prezzi elevati proprio perché ci sono alternative. Uno dei motivi principali per cui tutte le classi sociali aderiscono a Food Coop, oltre a condividerne i valori di fondo, è potersi permettere ortofrutta fresca e biologica. A Food Coop tutti possono accedere a cibo di alta qualità grazie al volontariato, alla frequente rotazione del magazzino e alla scelta di favorire i piccoli produttori biologici e OMG free.i-soci-al-lavoro

L’ufficio acquisti di Food Coop ha ordine di intrattenere rapporti diretti con aziende a conduzione familiare e cooperative il più possibile vicine a New York, in particolare della Pennsylvania, e di riconoscere loro prezzi equi. Ne consegue che il ricarico sull’ortofrutta fresca è solo del 20% e nessun altro supermercato in USA è in grado di fare lo stesso. Quando la differenza di prezzo tra biologico e agricoltura tradizionale non è troppo elevata, si acquista solo il bio, ma se la differenza di prezzo è sproporzionata, si comprano entrambi e si espongono uno di fianco all’altro per permettere ai soci di fare il confronto e scegliere in libertà. Se i soci chiedono di poter acquistare cibi impossibili da reperire in loco, ad es. certi tipi di frutta esotica, questi provengono comunque dal circuito biologico equo e solidale. Anche se la precedenza di Food Coop va ai prodotti alimentari biologici, sani e lavorati il meno possibile, i soci possono comunque fare una spesa completa. I prodotti non alimentari seguono gli stessi principi del cibo: l’ufficio acquisti assicura l’equa remunerazione ai produttori, seleziona i prodotti col minor impatto ambientale, il più possibile locali, che rispettano i diritti dei lavoratori, cruelty free, no toxic, ecc. Infine, se alcuni soci chiedono di poter trovare anche cibi o prodotti industriali di marche molto note, l’ufficio acquisti va loro incontro acquistandoli in quantità minime e collocandoli in appositi espositori, evidenziati da cartelli chiari e ben visibili a tutti. Avendo 17.000 soci da gestire, Food Coop oggi copre il 75% dei costi di manodopera col volontariato e – per ovvie ragioni organizzative – ha un 25% di soci-lavoratori retribuiti, tutti con contratti regolari e stabili, mai precari. Questi soci-lavoratori si occupano soprattutto di contabilità e amministrazione (ufficio acquisti, bilancio, burocrazia, pagamenti) e di attività di coordinamento all’interno delle commissioni elette tra i soci. Nel 2015 il regista Tom Boothe, dopo aver cercato un supermercato di simile al “Park Slope Food Coop” a Parigi e non avendo nulla, ha deciso di esportare lui stesso questo modello. Ha organizzato una raccolta fondi online ed ha fondato il supermercato “La Luove”  che ha circa 3.000 soci e una superficie di 1.500 mq. Dopo l’uscita del film sul territorio francese, sono nate molti supermercati partecipativi in tutta la Francia (ad es. Bordeaux, Tolosa, Montpellier, Bayonne, Lille, Nantes e Biarritz) e nel vicino Belgio (Bee Coop a Bruxelles). Per quanto riguarda l’Italia il film uscirà a novembre, sarà distribuito dalla Film Compaigner Agency “Gli Azionisti”  e ogni proiezione sarà preceduta dalla presentazione di una cooperativa locale, un GAS o un gruppo di persone intenzionate a replicare il modello “Parlk Slope Food Coop” anche nella loro città. Italia che Cambia è mediapartner del progetto.  Nel frattempo, a Bologna è partito “Camilla – Emporio di comunità”, il progetto del primo emporio autogestito italiano. L’augurio è che l’arrivo nelle sale italiane ispiri la nascita di altri Food Coop in tutta Italia.

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Vivere senza supermercato: così ho guadagnato tempo, salute e soldi

Ex consumista perfetta, ex insoddisfatta cronica, ex fumatrice, ex dipendente a tempo indeterminato. Ad un certo punto Elena Tioli ha detto basta e ha cambiato la sua vita, a partire dalla spesa. Dal 2015 non entra in un supermercato, ha acquisito una nuova consapevolezza legata ai consumi e ha guadagnato in salute, tempo e relazioni. Elena Tioli non entra in un supermercato da quasi 3 anni. Èpassata da normale consumatrice al consumo critico e consapevole. Le chiediamo quale percorso l’ha portata a questo drastico cambiamento. Lei ci spiega che in un periodo buio della propria vita, disoccupata da pochi mesi e il mutuo da pagare, si rese conto che senza lavoro non era in grado di avere alcun controllo sulla propria vita. Capì che non potendo modificare l’esterno doveva lavorare su di sé. Smise di fumare. “Ho speso soldi per anni per avvelenarmi. Ho lavorato ore e ore per potermi permettere di avvelenarmi. Come è possibile…”.io_spesa_ok-1170x824

Così la presa di coscienza del tempo investito nel lavoro per poter acquistare prodotti le ha fatto maturare la capacità di scelta sugli acquisti, dal cibo ai detersivi. Si era resa conto di aver sprecato tempo e denaro finanziando una economia dello sfruttamento di persone, comunità e dell’ambiente. Proprio la grande distribuzione con i suoi piccoli e grandi supermercati alimenta e sostiene le economie dello spreco, inquinanti e predatorie delle risorse ambientali, immettendo sul mercato prodotti scadenti, troppo trattati, eccessivamente zuccherati e industriali. Ma, soprattutto, la grande distribuzione troppo spesso alimenta filiere basate sullo sfruttamento dei lavoratori e sull’assenza dei diritti: “Quegli stessi diritti che rivendicavo per me stessa quotidianamente, attraverso i miei acquisti, li negavo ad altri lavoratori” ci racconta Elena che, a un certo punto della sua vita, proprio per non essere più complice di quel sistema, ha detto basta.

Attraverso i GAS (gruppi di acquisto solidale), negozi leggeri (si vende merce sfusa, senza imballaggio) e i mercati contadini, ora Elena spende molto meno e ha nettamente migliorato la qualità delle cose che acquista. “A pensarci bene, la cosa migliore che mi è capitata è stato la disoccupazione. In un momento di profonda crisi, non solo economica, ho preso in mano la mia vita, ho messo in discussione le mie abitudini e ho cercato di ripartire da me. Grazie a quel periodo nero sono cambiata radicalmente, sono cambiate le mie priorità e la mia idea di qualità della vita”.18813601_472396303100156_5342674205562101945_n

Domenica 15 Ottobre a Labico, cittadina dei Colli Prenestini, verrà presentato il libro di Elena Tioli: “Vivere senza Supermercato”. La presentazione è organizzata dai volontari del #nosprecoalimentare, in collaborazione con l’Associazione Labicocca di Labico. Il #nosprecoalimentare favorisce relazioni utili tra chi produce e le realtà in emergenza alimentare. Il #nosprecoalimentare recupera l’invenduto dal mercato contadino di Zagarolo e lo trasforma per poi destinarlo dove c’è bisogno, ad esempio, ai migranti del Baobab Experience. Inoltre, organizzando cene ed eventi solidali, i volontari raccolgono fondi per sostenere situazioni emergenziali, come ad esempio, le comunità colpite dal sisma del centro Italia. Tramite la sperimentazione dei buoni “spesa sospesa”, distribuiti ai collaboratori del progetto, si favorisce un’economia circolare virtuosa che incentiva gli acquisti dagli stessi produttori del mercato contadino di Zagarolo.  Tra le varie iniziative, la presentazione del libro: Vivere Senza Supermercato, “Perchè il mercato siamo noi” conclude Elena.

 

Foto tratte dal sito Vivere senza supermercato

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Vivere senza supermercato… si può. E risparmiando!

Per molti di noi cambiare è un verbo che sa di nuovo. Suona come una parola definitiva e liberatoria che pronunciamo quando arriva il momento della quasi-resa, quando siamo stanchi o quando qualcosa impatta su di noi in modo improvviso, forte, qualche volta anche doloroso.supermercato

Cambiare, spesso, non è neppure una decisione ma proprio una necessità, un’evoluzione indispensabile del nostro essere al mondo. E’ per questo, forse, che chi lo fa non lo racconta come qualcosa di impraticabile elencandone le difficoltà e gli ostacoli sulla sua strada. Al contrario, chi attua il cambiamento se ne innamora perdutamente e molto raramente torna indietro. Chi attua il cambiamento, in un modo o nell’altro, è destinato a coinvolgere tutti gli altri, a cominciare dalle persone che gli sono vicine: la famiglia, gli amici, la gente in contatto sui social, i colleghi. Il contagio è inevitabile per i semi e le spore che si lasciano cadere intorno ogni volta che parliamo, agiamo o facciamo scelte in una direzione o in un’altra.

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Il cambiamento ha bisogno di condizioni favorevoli, di conoscenza, consapevolezza, sensibilità, informazione e tempo di riflessione, cose che nel modo in cui viviamo, ai ritmi velocissimi cui siamo abituati e assuefatti, sono sempre più difficili. E sono proprio queste condizioni a doppio taglio che diventano poi la giustificazione per non iniziare mai. Siamo spesso inconsapevoli del fatto che siamo quasi sempre noi stessi le condizioni all’interno delle quali il cambiamento si realizza.  Per noi e per gli altri

Il libro “Vivere senza supermercato” è il risultato di una storia di cambiamento possibile. Voluta e vissuta dall’autrice, Elena Tioli, che ha cambiato radicalmente le sue abitudini. Due anni interi senza entrare in un supermercato, destinati a diventare molti di più. Ma per quale motivo? Che senso ha? Cosa c’è di male a fare la spesa in un grande centro commerciale? E poi, come sopravvivere senza in una grande città come Roma? Fare la spesa, in realtà, è molto di più che acquistare generi alimentari e prodotti per la casa. E’ un vero e proprio atto politico e rivoluzionario con un significato preciso e con un impatto sulla nostra vita e sul nostro tempo, sull’ambiente in cui viviamo, sul lavoro delle persone in  i un tempio religioso, con prodotti nuovi e lucenti che non vediamo l’ora di portarci a casa stimola un’eccitazione cui pochi possono ormai rinunciare. Interi reparti stipati all’inverosimile di oggetti e alimenti tossici impacchettati in confezioni colorate e accattivanti e di cui ignoriamo (quasi sempre) la provenienza vengono presi letteralmente d’assalto ogni giorno. La spinta è la pubblicità martellante in tv, i bisogni spesso indotti, il poco o pochissimo tempo a disposizione per farci domande. Questo significa quantità spropositate di imballaggi spazzatura, veleni e tossine riversati nell’ambiente e nei nostri piatti ogni giorno, tempi senza fine in macchina e a cercar parcheggio, sfruttamento nelle filiere senza fine della grande distribuzione, accumulo di oggetti e alimenti in eccesso che  in buona parte butteremo, soldi spesi inutilmente.

Su questo possiamo anche essere d’accordo ma poi, nella vita di tutti i giorni, quanto è difficile iniziare a fare la spesa in modo diverso, critico ed etico? Elena Tioli, 34 anni, con un lavoro che la assorbe tutta la giornata e con un passato da consumatrice inconsapevole, è riuscita a percorrere le strade della spesa alternativa tra Gruppi di Acquisto Solidale, negozietti di quartiere, botteghe, produttori locali e la ricerca di prodotti a km zero e biologici. In due anni non è stato soltanto il portafoglio e la qualità di ciò che ha portato a casa a giovarne ma anche un diverso approccio alla spesa che ha generato, di volta in volta, sempre più conoscenza e consapevolezza sulle conseguenze di ogni piccolissimo gesto di acquisto e consumo.

“Vivere senza supermercato” è un libro scritto in uno stile semplice, leggerissimo, divertente e divertito, ironico, scorrevolissimo. Elena Tioli affronta ogni aspetto della nostra spesa: dai cibi preconfezionati e pronti ai prodotti per l’igiene personale e per la casa, dai prodotti usa e getta in plastica di cui siamo campioni di produzione e consumo all’acqua in bottiglia, dalla realtà degli orti urbani alla “necessità” del consumo di carni. Che cosa c’è dietro l’abitudine di acquistare un determinato prodotto? E quali sono le conseguenze a livello locale e globale? Il libro è anche un vero e proprio manuale con esempi, consigli, riferimenti e contatti utili per chi vuole cominciare a dare una svolta consapevole e critica al suo modo di acquistare. Non è necessario farsi sopraffare dalle difficoltà di organizzazione o da tutto quello che ci sarebbe da fare. E’ possibile iniziare anche solo soffermandosi e riflettendo sul proprio stile di consumo e gradualmente ridurre gli sprechi o cimentandosi in piccole autoproduzioni. La consapevolezza vien facendo. E si vedrà che non è poi così difficile, dice l’autrice. Anche lavorando a tempo pieno e vivendo in città, cambiare abitudini può rivelarsi, oltre che utile, estremamente creativo e divertente. Per tutti.

In ogni caso, dopo aver letto questo libro, entrare in un supermercato non sarà più la stessa cosa.

Fonte: ilcambiamento.it

Vivere Senza Supermercato
€ 11.5

Ortociclo: i prodotti dell’orto arrivano in bici a casa tua

Prodotti sani e naturali provenienti dall’orto arrivano direttamente a domicilio in sella ad una bicicletta. Partito a Brescia, il progetto Ortociclo è stato ideato da Andrea Morandi che, due giorni alla settimana, in sella ad una bici speciale, consegna a domicilio frutta, verdure, spezie e altri prodotti. Cambiare vita è un concetto che spesso si sovrappone al cambiare lavoro, essendo quest’ultimo un tratto di noi che, volente o nolente, ci identifica spesso. La storia che vi raccontiamo questa settimana riguarda questo e altro: c’entra il lavoro, ma anche l’agricoltura e la sostenibilità umana e ambientale. Andrea Morandi è un ragazzo di Brescia che fece il suo ingresso nel mondo lavorativo come geometra; complice la crisi, i ritmi lavorativi diminuirono sensibilmente. In compenso Andrea scoprì in questa fase che nella vita voleva fare altro, lavorare e vivere di conseguenza in maniera diversa. Dopo aver vissuto in un paesino alle porte di Brescia, Andrea si era nel frattempo trasferito in centro ed aveva notato un particolare della città: “mancava un servizio di approvvigionamento di frutta e verdura biologica, la gente doveva spostarsi e andare nei mercati contadini o direttamente nelle aziende agricole per trovare prodotti di questo tipo” racconta Andrea. Perché non provare a realizzare un’impresa che realizzi consegne a domicilio di questi tipi di prodotto?

Andrea è appassionato di bicicletta ed è, dal 2015, segretario del circolo di Brescia del Movimento per la Decrescita Felice. Il puzzle è quasi completo: perché non unire la sua intuizione alle sue passioni nel lavoro? È quello che ha fatto.

Ortociclo nasce nel giugno del 2015 allo scopo di fare consegne a domicilio di prodotti provenienti da agricoltura naturale con una cargo bike, una bicicletta a due ruote (ma può averne anche tre ndr) dotata di un grande cassone molto capiente, tra il manubrio e la ruota davanti. Ortociclo si approvvigiona da aziende agricole che Andrea Morandi conosce e valuta personalmente, contribuendo a creare uno stretto rapporto reciproco di trasparenza, fiducia ed armonia tra produttori e clienti. La bici è diventata anche l’elemento caratteristico e principale dell’avventura di Andrea: “l’immaginario della bici conta moltissimo”, ci spiega, “in primis perché realizzare consegne con questo mezzo è una mia scelta di tipo etico che coincide con il primo obiettivo di Ortociclo, che è quello di consegnare prodotti genuini, rispettandone la stagionalità, abbattendo le emissioni di anidride carbonica.” Il trasporto incentiva così la scelta verso un consumo più critico e attento alla riduzione dell’impatto ambientale. Gli ordini vengono effettuati tramite il sito internet di Ortociclo e consegnati due giorni a settimana, il martedì e il venerdì pomeriggio dopo che Andrea li ha ritirati direttamente la mattina dalle aziende agricole selezionate. Altre consegne minori vengono fatte in alcuni punti di smistamento a Brescia, dunque le persone hanno anche la possibilità di andare a prendere direttamente i prodotti. La consegna è gratuita, il guadagno di Ortociclo è un ricarico sui prodotti che consegna.12376162_1096423180388242_7685587101468024366_n

L’aspetto che colpisce Andrea e che lo sorprende tutt’oggi è “la reazione delle persone quando mi vedono girare e consegnare con questa bici pittoresca: nonostante ormai mi conoscano in molti, sorridono sempre al mio passaggio. Il rapporto umano che si crea con le persone, sia produttori che consumatori, e le sensazioni che emana la mia figura mentre consegno sono gli aspetti che amo di più del mio lavoro.”

Dopo un anno e mezzo, Ortociclo sta crescendo sempre di più: gli ordini aumentano, Andrea sta pensando di inserire una nuova figura per la gestione degli ordini: “all’inizio ordinare prodotti freschi online potrebbe apparire come una cosa insolita, non è immediato per le persone fidarsi” racconta Andrea “ma il fatto che ci ho messo la faccia ha semplificato questo aspetto più difficile del lavoro.”img-20161130-wa0014

Flower market al castello Quistini di Rovato

 

Il furto della bici: un esempio di solidarietà concreto

Concludiamo con un aneddoto che ci è sembrato un esempio di come l’esperienza di Ortociclo sia entrata nel cuore degli abitanti di Brescia (e non solo). Nell’agosto di quest’anno, durante una consegna, la Cargo Bike di Andrea è stata rubata e purtroppo mai più ritrovata. Un brutto colpo, emotivo ma soprattutto pratico perché in quel momento la situazione finanziaria di Andrea non gli avrebbe permesso in tempi brevi di riacquistare il mezzo. A sfatare uno dei ricorrenti luoghi comuni sul “nord individualista ed egoista” sono arrivati tantissimi gesti di solidarietà da parte delle persone: all’inizio sotto forma di messaggi e chiamate per Andrea, con il suggerimento di aprire una campagna di raccolta fondi, con un conto deposito, per comprare un’altra bici. Nell’arco di quattro giorni sono arrivati i fondi necessari per acquistare la cargo nuova; il segno che secondo Andrea “Ortociclo è entrato nel cuore dei bresciani e questo è il lato rincuorante e positivo di una disavventura che si è trasformata in una conferma che mi dona gioia e fiducia”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/12/io-faccio-cosi-145-ortociclo-prodotti-orto-bici-casa-tua/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

L’Alveare che dice Sì! La spesa a km 0 social e innovativa

Una rete di vendita di prodotti locali per promuovere la filiera corta, permettendo ai cittadini di produrre, distribuire e consumare in modo sano e sostenibile. Il tutto con il supporto di internet e dei social network. Nato nel 2014 a Torino, il progetto “L’Alveare che dice Sì” si sta espandendo in tutta Italia contribuendo alla transizione verso un nuovo modello di produzione e distribuzione più umano, ecologico e giusto.

La filiera corta si evolve e la spesa a km 0 diventa sempre più social con “L’Alveare che dice Sì!” , un progetto nato a Torino e ideato da Eugenio Sapora. L’idea che ne sta alla base è semplice: creare, attraverso internet e social network, strumenti innovativi per permettere ai cittadini di produrre, distribuire e consumare in un modo più sano e giusto. Con l’obiettivo di produrre senza distruggere l’ambiente, consumare in modo consapevole e realizzare una più ampia transizione sociale ed economica verso un nuovo modello di produzione e di consumo.11224205_1633617243578402_8799665457441323169_n1

Nel settembre 2014 “L’Alveare che dice Sì!” viene incubato dal Politecnico di Torino ed è qui che a novembre dello stesso anno nasce il primo Alveare d’Italia, detto “Alveare Madre”. Il 4 dicembre 2015, grazie ai risultati positivi ottenuti dell’Alveare Madre, l’idea di Eugenio si trasforma in una start-up vera e propria e gli Alveari cominciano a moltiplicarsi in tutta Italia. Il loro funzionamento è semplice: chiunque – privato cittadino, produttore locale o associazione – può mettersi in contatto con l’Alveare Madre per diventare Gestore di un Alveare locale. Il Gestore, attraverso una piattaforma online intuitiva e facile da utilizzare, promuove presso i propri concittadini i prodotti di qualità che si trovano “sotto casa” e dei quali spesso non si conosce l’esistenza. Dell’Alveare fanno parte i produttori che si riconoscono nei principi della Carta Etica della rete e che credono nella transizione ecologica: contadini che hanno scelto un’agricoltura sana, non intensiva e non estensiva, e artigiani che hanno puntato su qualità e salvaguardia ambientale. Fare una reale spesa a km 0 richiede maggiore impegno di una spesa al supermercato e non tutti (o non sempre) abbiamo tempo, voglia o fondi a disposizione per farlo in prima persona. I residenti in una certa zona, detti “Membri” dell’Alveare, possono accedere alla piattaforma online dedicata e ordinare comodamente da casa prodotti locali come frutta, verdura, pane, vino, birra, carne, ecc. La spesa si ritira una volta alla settimana e la consegna avviene presso l’Alveare – che può essere una libreria, un bar, un ristorante o gli spazi di un’associazione – sempre nello stesso giorno e alla stessa ora, in modo che i Membri possano organizzarsi al meglio.Alveare3

Una differenza con le altre filiere corte sta nel fatto che l’Alveare chiede ai produttori di essere presenti alla distribuzione degli ordini in prima persona, insieme al Gestore, affinché i cittadini possano fare domande sui prodotti e sulla lavorazione e i fornitori, a loro volta, possono conoscere le opinioni e le aspettative dei consumatori. Un’altra importante differenza è che, in tutta la rete, ogni produttore è pienamente libero di fissare i prezzi di vendita e la quantità minima ordinabile, perché è solo lui a possedere tutti gli elementi per valutare qual è la giusta remunerazione del suo lavoro, cioè quella che gli permette di lavorare dignitosamente e coprire tempi e costi. Solo quando la somma dei singoli ordini raggiunge la quantità richiesta dal produttore, l’ordine viene confermato e l’Alveare… dice sì! A questo punto il Gestore organizza la logistica e la distribuzione degli ordini presso l’Alveare, ma non è un intermediario. Il produttore vende ai Membri dell’Alveare, incassa direttamente da loro e ogni vendita è seguita da un servizio di fatturazione automatico messo a diposizione dall’Alveare Madre. Oltre alla piattaforma internet e ad un servizio di social dedicati, infatti, l’Alveare Madre fornisce a tutta la rete supporto tecnico e commerciale 7 giorni su 7, l’emissione automatica di fatture, buoni d’ordine, buoni di consegna e qualsiasi documento contabile e la loro archiviazione a tempo indeterminato e, soprattutto, la certezza e rapidità nei pagamenti: 15 giorni tra la distribuzione della merce presso i locali dell’Alveare e l’arrivo dei soldi sul conto corrente del fornitore. Per tutti questi servizi, i fornitori pagano una spesa fissa e contenuta: una percentuale del 16.7% sul fatturato esentasse realizzato con l’Alveare locale. Una metà di queste spese (cioè l’8,35%) va al Gestore dell’Alveare, che ha il dovere di garantire i locali, la logistica e la distribuzione delle consegne, coordinare gli ordini, organizzare incontri di (info)formazione e visite alle aziende per far conoscere ai cittadini le realtà produttive locali e le loro problematiche. L’altra metà va all’Alveare Madre di Torino, dove un team di 5 persone (compreso Eugenio Sapora) si occupa della gestione della piattaforma e di tutti i servizi online, del supporto tecnico e commerciale e del corretto sviluppo della rete degli Alveari nel rispetto della Carta Etica.12316400_1655609074712552_7582079981506147641_n

Oggi “L’Alveare che dice sì!” conta una trentina di Alveari sparsi in tutta Italia, dal Piemonte alla Sicilia, più di 2500 membri iscritti e oltre 200 produttori locali. Inoltre, fa parte del movimento europeo “The Food Assembly” – nato in Francia tra il 2010 e il 2011 col nome di “La Ruche qui dit Oui!” – e presente anche in Germania, Spagna, Belgio e Regno Unito con circa 900 Alveari. Abbiamo raggiunto Eugenio Sapora e gli abbiamo chiesto di parlarci della sua esperienza con gli Alveari italiani: “Il progetto”, ci spiega, “è semplice e sostenibile dal punto di vista economico e sociale: si tratta di rimettere al centro i produttori e i consumatori e reinventare il nostro approccio con il cibo e la sua produzione. Oggi il modello agro-industriale dominante ha dimostrato i suoi limiti, i suoi rischi e la sua ingiustizia nei confronti di produttori e consumatori. I problemi e i temi legati all’alimentazione e alla produzione di cibo sono complessi e di fondamentale importanza: la salute, l’ambiente, il territorio, il lavoro, i legami sociali… “L’Alveare che dice Sì!” persegue il duplice obiettivo di produrre senza distruggere l’ambiente e consumare consapevolmente. Sostiene l’agricoltura sana, non intensiva e non estensiva e l’economia locale che rispetta l’ambiente”. “Ogni giorno”, continua, “le comunità degli Alveari agiscono concretamente a livello locale per affrancarsi dall’agricoltura intensiva, dall’industria alimentare e dall’economia globale. Fare la spesa a km 0 e in modo consapevole sostenendo i piccoli produttori locali e virtuosi, permette loro di farsi conoscere, vivere dignitosamente e tenere aperta l’attività. L’Alveare che dice Sì! ricolloca il produttore nel cuore della relazione commerciale e, al tempo stesso, permette ai consumatori di riappropriarsi della propria alimentazione accettando i cicli e i tempi della natura, di capire le realtà e le difficoltà del mondo rurale e artigiano e di apprendere mille cose utili sulla catena di produzione che prima ignorava. Se ognuno di noi mangia meglio e mangia giusto, tutta la comunità ne trae beneficio: le aziende agricole restano ‘umane’, l’allevamento persegue il rispetto degli animali e le pratiche agricole proteggono i suoli, i paesaggi e la biodiversità.

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“Credo fermamente nell’impresa sociale e che l’imprenditorialità possa essere messa al servizio della collettività. Credo che lo spirito imprenditoriale debba avere come obiettivo l’interesse generale e che debba mettere il successo sociale e ambientale alla pari di quello economico. Ma anche la creatività oggi è importante e l’innovazione è una leva fondamentale per il successo della spesa a km 0 e della filiera corta in generale. Vorrei dire a tutti i lettori di ItaliaCheCambia”, conclude Eugenio, “che oggi non è più possibile restare indifferenti, ma è necessario che ognuno di noi faccia la sua parte, che faccia un gesto concreto, anche piccolo, per migliorare le cose. Personalmente sono ottimista: credo che, anche attraverso la rete degli Alveari, i cittadini, gli agricoltori e gli artigiani italiani daranno il loro contributo a creare un nuovo modello economico di produzione e distribuzione più umana, più ecologica e più giusta”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/02/alveare-che-dice-si-spesa-a-km-0-social-innovativa/

 

Spesa di stagione: i prodotti del mese di Giugno

Giugno arriva col suo carico di frutta: ciliegie, fragole, albicocche, le prime angurie ed il succoso e dolce melone. Fare la spesa in questo periodo è un piacere perché c’è molta scelta. La frutta fa bene e ce la consigliano i nutrizionisti da anni, purché di stagione. Non solo aiuta a mantenere la pelle elastica ma previene malattie e fastidi vari.frutta-fresca-e1338563927272-400x250

Col caldo molto richiesta è la macedonia. Da premettere che se utilizziamo frutta che si ossida è preferibile cospargere i pezzetti sbucciati con del succo di limone. Li aiuterà a non annerirsi, rovinando l’intera composizione. Delle fragole in particolare bisogna farne scorta, perché contengono moltissima vitamina Cpiù delle arance,oltre a sali minerali e organici alcalini mentre il loro zucchero è adatto anche a chi soffre di diabete. Sono depurative, battericide e rimineralizzanti. Fate attenzione che se sono troppo scure sono anche troppo mature e quindi è bene consumarle in poco tempo. Se ve la sentite, cimentatevi nel fare le marmellate in casa. È un piacere spalmare fette biscottate o guarnire crostate con marmellate artigianali. E’ un modo per conservare questa meravigliosa frutta stagionale anche in inverno…Scegliete la frutta più matura, altrimenti il sapore finale sarà troppo acidulo e lavatela bene. Eliminate le parti macchiate o annerite e cuocetele sul fuoco con una miscela di acqua, zucchero e succo di limone. Marmellatadi.it contiene tantericette sull’argomento. Ma non sbagliatevi fra marmellata e confettura. Secondo una normativa europea, infatti, è considerata marmellata soltanto quella fatta di agrumi mentre vengono definite confetture tutti gli altri composti di frutta. In estate si va tutti al mare e ancora una volta è la natura che ci viene in soccorso. Bere succo di carote(d’origine biologica, se possibile) prepara la pelle all’esposizione solare favorendo la produzione di melanina. Provate a centrifugare le carote, le troviamo facilmente a giugno, con un mezzo limone, oppure un’arancia e un 1 pezzetto di zenzero fresco; il risultato sarà un preparato rinfrescante e nutriente. Studi recenti sembrerebbero dimostrare che bere 2 bicchieri di succo di carote al giorno rinvigorisce le protezioni immunitarie addirittura del 70%. Inoltre contiene betacarotene (vitamina A) che aiuta a mantenere la pelle liscia e morbida. La carota protegge addirittura contro gli agenti inquinanti e secondo la tradizione contrasta la vista debole. È anche indicata per combattere le affezioni polmonari, gastro-duodenali, dell’insufficienza epato-biliare e delle dermatosi. Anche il melone giallo o bianco si comincia a vedere in questo primo mese caldo. Ricco di vitamine, in particolare la A e la C, deve però essere gustato quando è maturo, altrimenti non sa di nulla! Verificate schiacciando la scorza alle estremità, deve essere molle e picchiettandolo, deve uscirne un suono sordo. Niente di meglio del piatto estivo per eccellenza, prosciutto e melone, dunque! Ma largo anche a centrifugati e frullati a base di melone e carota, magari rinfrescati con foglioline di menta. Oppuremelone con la mela oppure con le con le fragole. Ma ricordate, maicon il latte! Tra le verdure di giugno possiamo scegliere: peperoni, lattugaasparagipatate novellepiselli, zucchine melanzane. Risotti e timballi vanno a braccetto con le verdure estive così come le insalate di pasta fredda o tiepida e due contorni mediterranei per eccellenza, la ratatuoille e la caponata siciliana

Giugno è un mese privilegiato anche per mangiare pesce. Possibilmente 2 volte la settimana. Abbiamo: pesce azzurro, muggine, dentice, nasello, orata, sardina, sogliola, spigola e pesce spada. Sottolineiamo sempre l’importanza di comprare verdure di stagione. Sono più buone e costano di meno! Mangiare prodotti fuori stagione fa male perché i produttori, per favorirne la crescita, sono ricorsi a serre riscaldate con combustibili fossili e a trattamenti chimici. Pensateci bene prima di comprare un frutto fuori stagione.

Fonte: tuttogreen.it

Buoni sconto in cambio dei rifiuti in plastica, a Grugliasco la spesa si fa col riciclo

Verrà inaugurato mercoledì 22 gennaio in via Fratel Prospero 4 l’ecopoint Garby di Grugliasco, alle porte di Torino, dove i cittadini potranno ottenere buoni sconto per la spesa in cambio dei loro rifiuti in plastica. Nella nuova isola ecologica potranno essere conferite bottiglie in Pet, flaconi in HDPE e lattine in alluminio, destinati al riciclo377870

Grugliasco più pulita. È questo lo slogan del progetto Garby nato per promuovere il riciclo in città senza trascurare i cittadini che, per la prima volta, otterranno tanti buoni sconto per la loro spesa quanto l’apporto dei rifiuti raccolti. E’ questa la base dell’iniziativa che sta spopolando in tutta Italia e che ora approda a Grugliasco, primo comune in provincia di Torino ad attivare l’ecopoint. La nuova isola ecologica Garby sarà inaugurata mercoledì 22 gennaio, alle 9, in via Fratel Prospero 4, presso il Supermercato Delizie di Mare. Durante l’evento saranno presenti l’Assessore all’Ambiente Luigi Turco e al Commercio Salvatore Fiandaca, oltre a Riccardo Lajolo, concessionario Garby di Grugliasco.

«L’obiettivo – spiega l’assessore all’ambiente Luigi Turco – è quello di differenziare meglio i materiali riciclabili, con un beneficio per l’ambiente cittadino e per il bilancio delle famiglie. Dopo il progetto l’EcoCentro ti premia, parte, quindi, il progetto dell’Ecopoint nella nostra città, proseguendo il percorso per una raccolta differenziata sempre più spinta, premiando i cittadini più sensibili. Se il servizio avrà un riscontro positivo, valuteremo la possibilità di istallare altri Eco-point in punti diversi della città».

«Il progetto – afferma l’assessore al commercio Salvatore Fiandaca – mira a coinvolgere nella sfida della sostenibilità ambientale le attività commerciali della Città, proponendo loro un ruolo attivo sulla sensibilità ecologica. L’idea è quella di dare seguito all’iniziativa estendendola a più punti vendita della Città coinvolgendo più negozianti, che ringrazio per la loro sensibilità e disponibilità».

«L’isola ecologica Garby nasce dall’esigenza di creare qualcosa di innovativo, di diverso -conferma il concessionario Garby di Grugliasco, Riccardo Lajolo – che produca lavoro e allo stesso tempo educhi al riciclo e alla raccolta differenziata. L’eco-compattatore Garby infatti protegge l’ambiente e allo stesso tempo dà vantaggi al cittadino che risparmierà sugli acquisti. Inoltre le attività locali potranno farsi conoscere sul mercato e incrementare la loro clientela con le varie promozioni collegate all’iniziativa».

Il funzionamento di un eco-compattatore Garby è molto semplice: all’inserimento dei materiali da riciclare, quindi PET, HDPE e alluminio, lo stesso rilascerà uno scontrino, o meglio un eco-bonus abbinato alle seguenti promozioni:
– presso il Supermercato, 3 cent. a punto sul 10 % della spesa sull’acquisto di prodotti del reparto surgelati, gastronomia e ortofrutta.
– consegnando il talloncino presente alla fine dello scontrino la compagnia teatrale dell’Associazione culturale Bear Entertainment di zona, effettuerà uno sconto sull’acquisto dei biglietti dei suoi spettacoli teatrali.

L’eco-compattatore Garby dà il via a una filiera virtuosa. Tali rifiuti, infatti, non finiranno in discarica, ma saranno ridotti di volume dall’eco-compattatore Garby, poi imballati e trasportati alle aziende di trasformazione per diventare nuova risorsa. Questi sistemi compattano fino all’80% il volume degli imballaggi e riducono i passaggi della filiera dei rifiuti: dopo averli raccolti in balle, verranno trasportati direttamente alle aziende di trasformazione by-passando l’eco-centro e la messa in riserva, al fine di diminuire il livello di CO2 nell’atmosfera.
Un messaggio importante e positivo, quello che si diffonde grazie all’installazione delle isole ecologiche Garby: riciclando guadagna la città, guadagnano i cittadini e gli esercizi commerciali che aderiscono al progetto. Dunque anche a Grugliasco chi ricicla risparmia sulla spesa.

Fonte: ecodallecittà

Vacanze 2013, il cibo diventa un souvenir

Il 26% degli italiani, prima di tornare a casa dalle vacanze, ha messo in valigia vini e prodotti tipici locali

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Il 26% degli italiani, prima di tornare a casa dalle vacanze, ha messo in valigia vini e prodotti tipici locali. Con la crisi la spesa degli italiani si contrae e cambiano le abitudini. Invece dei souvenir che prendono soltanto polvere e danno un tono kitsch all’ambiente, meglio un più consistente souvenir alimentare che pur essendo effimero rinfranca corpo e anima. Anche in vacanza cambiano le abitudini: un italiano su quattro (per la precisione il 26%) al rientro dalle vacanze sceglie di portare con sé i prodotti agroalimentari tipici del territorio, anche se il 45% ammette di non avere acquistato nulla per risparmiare. Coldiretti ha analizzato i dati provenienti da Ipr marketing e relativi all’estate 2013, statistiche nelle quali si scopre che l’11% acquista oggetti artigianali (ceramiche, tessuti e lavorazioni in legno), mentre gadget, magliette e cartoline rappresentano una parte minoritaria del mercato, appena il 7%. Le pin, le medagliette benedette, i portachiavi, le calamite per il frigorifero, le t-shirt, i cappellini e l’oggettistica da portare ad amici e parenti al ritorno dalle vacanze rappresenta un business per ben 21 mila attività (elaborazione camera di Commercio di Milano), ma sono i prodotti tipici come vini, formaggi, salumi, olio, conserve e dolci a imporsi su tutte le altre offerte. Un discorso che una volta valeva solo per gli stranieri e oggi vede un import/export extraregionale in crescita sul mercato interno. La scelta del souvenir gastronomico ha, fra l’altro, anche una sua valenza psicologica poiché perpetua e rievoca abitudini alimentari tipiche delle vacanze rendendo più morbido il rientro. L’Italia è l’unico Paese al mondo a poter contare su 4.698 specialità tradizionali alimentari ottenute seguendo regole tramandate nel tempo e realizzate con metodiche praticate omogeneamente sul territorio. A queste specialità (una media di oltre 230 a regione!) si aggiungono 252 prodotti Dop e Igp e ben 331 vini a denominazione di origine controllata, 59 Docg e 118 Igt (indicazione geografica tipica). La tendenza è stata favorita da eventi, manifestazioni, percorsi enogastronomici, città del gusto e sagre che – con una media di 250 appuntamenti al giorno (18 mila all’anno) – hanno moltiplicato le occasioni di incontro fra produttore e consumatore.

Fonte:  Coldiretti

 

Acqua pubblica: l’energia per gestirla costa più dell’illuminazione stradale

Il consumo energetico per gli acquedotti supera stabilmente quello per l’illuminazione pubblica: gli acquedotti comunali hanno bisogno di immense quantità di energia per le attività di sollevamento, potabilizzazione, depurazione e alimentazione delle condotte adduttrici cittadine 73080889-586x390

Gestire le acque pubbliche costa caro e la bolletta energetica è sempre più salata. Per Alleanza per il Clima (la più grande rete europea di enti locali e territoriali impegnati per una politica di energia intelligente e favorevole al clima) il tema della spesa energetica necessaria per portare l’acqua ai nostri rubinetti è un tema da affrontare con estrema urgenza.

I comuni aderenti al Patto dei Sindaci (il network della Commissione europea per raggiungere e superare gli obiettivi del 20-20-20 del quale fanno parte quasi 2.500 comuni italiani, ndr), nella redazione dei loro Piani d’Azione per l’Energia Sostenibile sono chiamati a dar conto dei propri consumi energetici anche in riferimento ai consumi delle infrastrutture di servizio pubblico, direttamente o indirettamente attribuibili alla competenza comunale. Tra questi è emerso evidente il peso e il relativo potenziale di risparmio energetico delle infrastrutture pubbliche del servizio idrico, voce che in molti bilanci energetici comunali ha addirittura superato quella relativa ai consumi per la pubblica illuminazione,

si legge in una nota di Alleanza per il Clima. Secondo i dati di Terna Spa relativi al quinquennio 2007-2011, in Italia, il consumo energetico per gli acquedotti ha superato stabilmente quello per l’illuminazione pubblica. L’ingente spesa energetica è dovuta alle immense quantità di energia necessarie per sollevare, potabilizzare, depurare e alimentare le condutture adduttrici cittadine. Inoltre non va trascurato il problema della dispersione idrica che, in quest’ottica, è un doppio spreco: di acqua e dell’energia utilizzata per veicolarla. Ma mentre l’acqua dispersa (in Puglia, Sardegna, Molise e Abruzzo e più del 50% di quella intubata) torna nel ciclo naturale, l’energia elettrica è persa con la relativa CO2 emessa inutilmente in atmosfera. Un problema da risolvere al più presto con interventi decisi sulle infrastrutture.

Fonte: Comunicato stampa