La Yogurta, una casa laboratorio dove tutto è possibile

Una fucina di idee fertili, un luogo di cui prendersi cura, uno spazio dove esprimere la creatività collettiva e risolvere i conflitti. Era l’estate del 2017 quando con il montaggio della yurta ha preso forma e anima il progetto “La Yogurta”, una casa laboratorio aperta alla comunità a pochi chilometri da Roma che ospita seminari, workshop e formazioni residenziali. Siamo andati a trovare e abbiamo intervistato la fondatrice Irene Ausiello. Ci troviamo a pochi chilometri da Roma, vicino al Lago di Bracciano, nel piccolo Borgo di Quadroni, una terra circondata da boschi di cerri alle spalle del Monte Calvario che, da più di 400 anni è luogo spirituale e dimora dei Padri Carmelitani Scalzi. Mi trovo con Irene Ausiello in una piccola abitazione nata dal recupero di un casaletto in pietra che, da qualche anno, sta cambiando pelle e identità. Infatti, da poco più di due anni è atterrato nel terreno un “disco volante” che, come per magia, ha trasformato questo luogo in un “terreno fertile per i sogni nel cassetto” dove la yurta (nome comune di cosa) o più conosciuta come la Yogurta (nome comune di persona) è il cuore pulsante, il salotto condominiale, un nido per progetti da covare, un vulcano di idee, uno spazio capace di accogliere e dare voce a tutte le emozioni.

Come è arrivata qui, in quella che da dieci anni è casa tua, la yurta?

Per tanti anni ho frequentato luoghi magici di formazione: Panta Rei, la Casa Laboratorio il Cerquosino e Casa Cenci. In questi luoghi ho vissuto esperienze intense di scambio e crescita con le persone ed i luoghi. Nell’autunno del 2016, durante un seminario della scuola di Arte del Processo, ho sentito nascere dentro di me il desiderio di trasformare il luogo che mi ospita in uno spazio collettivo, dove poter rivivere quella magia. L’estate del 2017 questo desiderio ha trovato una sua concretezza nell’arrivo e nel montaggio della yurta e in un battesimo di visi e canti, prima insieme al Gruppo Creativo della scuola di Arte del Processo e poi insieme agli amici arrivati da tutta Italia per la festa di inaugurazione. La yurta ha dunque iniziato a respirare, ha iniziato ad avere un nome, ma la sua identità aveva bisogno di una storia e di un tempo. 

Perché si chiama Yogurta?

All’inizio avevo pensato ad un nome: “La luna nera”, ma lo sentivo così pesante; quando mi hanno suggerito “ La Yogurta” mi è subito piaciuto: era leggero, rimandava all’idea dei fermenti dello yogurt, della loro vitalità e capacità di far lievitare, come la pasta madre. 

A luglio la Yogurta avrà due anni. Come si è delineata la sua storia e la sua identità in questo tempo?
Fra un corso e l’altro, negli anni, ho continuato a chiedermi “che cos’è la Yogurta?”. C’è stato un episodio in particolare, un anno fa, in cui questa domanda mi è arrivata con grande forza, insieme ad un mal di denti che ha coinvolto proprio quel dente che la dentosofia associa agli stati d’animo legati ai grandi progetti. Sotto l’effetto dell’antidolorifico mi sono arrivate delle immagini che rispondevano alla mia domanda, le ho fermate su di un foglio che custodisco nella yurta.

In quello stesso giorno mi sono posta anche un’altra domanda: “Ma io da piccola ho mai avuto la possibilità di sdraiarmi su un prato, di sentirmi leggera?”. Ho quindi iniziato a pensare alla Yogurta come ad uno spazio per i bambini, per tornare bambini. Non faccio altro che gironzolare nel terreno pensando a come trasformare ogni angolo in uno spazio in cui esprimere una parte di sé: un luogo per avventurarsi, uno per sognare burattini e marionette, la casa sull’albero come rifugio, la falegnameria per familiarizzare con il legno, il giardino delle aromatiche per stimolare l’olfatto. 

So che la Yogurta ha ospitato un gran numero di corsi e attività. Ce ne vuoi accennare qualcuno?

Innanzitutto mi piace riconoscere che tante persone hanno lasciato qui un’impronta e la loro energia, che, chi passerà da qui, potrà ancora osservare e respirare. Fra tutte, quella di Saviana Parodi, che, con il suo sguardo aperto da permacultrice, mi ha dato molti suggerimenti su come curare il terreno per ottimizzare le energie in entrata e in uscita. Per fare solo un esempio, prima tagliavo tutto il prato, lei ha osservato e mi ha detto “Non siamo mica mucche che vanno al pascolo. Dovresti fare dei sentieri, e il resto lo lasci crescere, così hai la rugiada e le erbe spontanee”. Poi ci sono stati i laboratori teatrali di Ilaria Drago, un’artista a tutto tondo. Durante il laboratorio, nei momenti di improvvisazione, si ferma su un gesto, un suono, uno sguardo non intenzionale, non previsto, di verità e bellezza, e ti porta ad indagarlo e ad amplificarlo per scoprire che storia vuole raccontare.  

Francesco Prota, con i suoi incontri sull’Astromanzia Quantistica e sulla Tensegrità, ci ha dato accesso e ha nutrito i sogni notturni e diurni. Un altro grande contributo sono stati i corsi sull’Economia del Dono e sull’Agricoltura Sociale tenuti da Francesco Bernabei, alchimista del 21esimo secolo, capace di trasformare le leggi giuridiche – che spesso percepiamo come limiti e costrizioni – in appigli per una scalata avventurosa verso mete inesplorate. Tantissimi sarebbero i racconti da fare sui workshop di CanyaViva, le lezioni di Yurtango, ci sarà forse un’altra occasione, mi piace per ora ringraziare tutti coloro che hanno creduto e sostenuto questo progetto, da vicino e da lontano.

So che provieni da un percorso di formazione sulla facilitazione dei processi partecipativi che hai portato avanti attraverso l’APS CantieriComuni ed il Teatro dell’Oppresso e ora la tua esperienza come studentessa nella scuola di Arte del Processo. Mi incuriosisce sapere come questo tuo bagaglio è entrato nella Yogurta?
Nel 2017, a ridosso della legge Lorenzin, ho portato avanti insieme ai Genitori “No Obbligo Lazio” e alla compagnia T.I.T.U.R. Teatro Instabile della Tuscia Romana, un percorso laboratoriale sulla tematica dei vaccini, il cui frutto è stato uno spettacolo di teatro forum intitolato “Vaccipiano”. In quel periodo molti genitori si incontravano per trovare soluzioni concrete a un disagio reale. In questi incontri, a cui ho partecipato, non c’era spazio per le emozioni, così abbiamo deciso di aprire noi quello spazio mettendo in scena non storie reali ma incubi e sogni notturni. Grazie ad uno sguardo che proviene dai miei studi presso la scuola di Arte del Processo, abbiamo scardinato alcune regole del Teatro dell’Oppresso. Abbiamo permesso al pubblico, durante il forum, che prevede delle sostituzioni di alcuni personaggi in scena per trovare strategie di risoluzioni alla problematica portata, di riconoscersi non solo nell’oppresso, ma anche nell’oppressore. È stato un lavoro che mi ha molto toccata, e del quale mi piacerebbe creare una memoria scritta da condividere. Nel percorso laboratoriale “Mi trasformo” ho cercato di restituire un po’ di libertà nel modo in cui ci raccontiamo a noi stessi, attingendo agli strumenti di processwork e giocando a rimodellare le nostre narrazioni attraverso il suono, il movimento, le immagini e il sentire. Dall’estate scorsa sono nati i “Wild Camp”, campi avventura per bambini dai cinque ai dieci anni e per le loro famiglie. Questo è il momento dell’anno che attendo con più gioia, in questi giorni diamo libero sfogo alla fantasia e alla creatività; il terreno si trasforma in un laboratorio a cielo aperto, la yurta ospita i nostri sonni e i nostri sogni che, come ha osservato un bambino al risveglio, “non sono più solo nostri perché durante la notte hanno ballato con quelli degli altri”.

Foto di Guido Parola

Quali sono i prossimi progetti della Yogurta? Quali sono gli orizzonti futuri?

A breve partirà un GAS per sostenere un progetto nascente di Orto Sociale e Fattoria Didattica, “Fortebraccio”, all’interno del progetto “Collina dei venti” che darà asilo ad un centro di seconda accoglienza per donne vittime di violenza. L’ultima luna piena ha accolto la prima Tenda Rossa, un cerchio di donne che nasce dal desiderio di condividere la magia del femminile. Quest’estate avremo il terzo incontro del Gruppo Creativo, nato spontaneamente tra gli studenti della Scuola di Arte del Processo, e per il primo anno ospiteremo anche studenti di altre scuole europee, a partire da quelle spagnole. Da qui anche i desiderio di supportare la Scuola nel divulgare questo meraviglioso approccio che è il processwork organizzando seminari, laboratori e processi di gruppo. Per il futuro sono aperta a quello che verrà.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/06/yogurta-casa-laboratorio-tutto-possibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Torino, siglato l’accordo per la sperimentazione della guida autonoma

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L’accordo tra Comune, numerose aziende, Università e Politecnico, prevede la realizzazione di un laboratorio in ambito urbano con strade e infrastrutture tecnologiche dove svolgere attività di sperimentazione e testing di veicoli a guida autonoma e connessa. Firmato questa mattina a Palazzo ​Civico  il protocollo d’intesa fra Città di Torino, FCA Group, GM Global Propulsion Systems S.r.l., ANFIA, 5T s.r.l., Politecnico di Torino, Università degli Studi di Torino, Fondazione Torino Wireless, Tim S.p.A., Open Fiber S.p.A., Italdesign Giugiaro S.p.A., Unione Industriale di Torino, FEV Italia e Unipol che prevede la realizzazione di un laboratorio in ambito urbano con strade e infrastrutture tecnologiche dove svolgere attività di sperimentazione e testing di veicoli a guida autonoma e connessa. La Città di Torino investe sull’attrazione di innovazione di frontiera con l’obiettivo di creare un’esperienza unica per i cittadini che vivono e visitano il capoluogo. L’accordo favorisce la sperimentazione sul nostro territorio di soluzioni tecnologiche per il supporto di veicoli connessi e a guida autonoma, nonché l’adeguamento della rete infrastrutturale ai più avanzati servizi smart e per la guida automatizzata. Un’opportunità che trova terreno fertile nella nostra città ricca di know-how, aziende all’avanguardia, dipartimenti universitari ed enti di ricerca attivi nei settori dell’auto, della componentistica, delle telecomunicazioni, della sensoristica, dell’elettronica avanzata e dell’intelligenza artificiale. L’eterogeneità dei partner conferma l’interesse della ​Città nella creazione di una nuova filiera: quella dell’auto autonoma e connessa.  Soluzioni e servizi innovativi saranno messi a sistema per creare un’esperienza unica e sicura nel campo della mobilità. Grazie alla sensoristica e alla connettività delle reti 5G che permetteranno la comunicazione in tempo reale fra veicolo e veicolo, V2V, e fra veicolo e infrastruttura, V2I, il guidatore potrà essere supportato laddove l’errore umano è più probabile (velocità molto basse o elevate, ovvero nel traffico urbano e sui lunghi tratti autostradali)​,​ utilizzando una mobilità sempre più assistita da servizi intelligenti per aumentare i livelli di sicurezza, snellire il traffico, annullare il numero di incidenti stradali e ridurre gli impatti sull’ambiente. La sperimentazione sull’auto a guida autonoma e connessa si trova a un punto di svolta, con i primi modelli ormai prossimi a uscire sul mercato: si stima, dal 2020, una crescita esponenziale che, nel giro di vent’anni, potrebbe portare alla circolazione di oltre 30 milioni di esemplari nel mondo, per un valore stimato di 7 trilioni di dollari. La tecnologia per la self driving car è già disponibile, ma la sua adozione dipenderà dalla creazione di un modello di business sostenibile che sia in grado di creare un servizio per il cittadino, compito questo non solo dei produttori ma anche dei singoli governi e della risposta delle amministrazioni locali.

Per il sistema economico e industriale di Torino e del suo territorio si tratta di un’intesa rilevante perché – sottolinea la sindaca Chiara Appendino – consente di favorire un’ampia collaborazione tra soggetti che operano nel campo dei trasporti, realizzando soluzioni innovative per il settore automotive e, più in generale, dando corpo a progetti utili a perseguire l’obiettivo di creare un sistema di mobilità sempre più integrata, condivisa e, soprattutto sostenibile.  Inoltre – aggiunge la sindaca – per una città dove la produzione di auto e l’indotto ad essa collegato rappresentano non solo la storia, ma sono ancora oggi una parte tutt’altro che marginale del suo sistema produttivo, questo accordo spinge l’intero sistema delle imprese verso la strada dell’Industria 4.0, quella della crescita attraverso l’innovazione che, ne sono certa, potrà generare per il territorio ricadute positive e importanti anche sotto l’aspetto economico e occupazionale”.

Con la firma di oggi l’Amministrazione promuove modelli e forme di sviluppo economico basati sulla semplificazione della relazioni tra pubblico e privato e sulla condivisione con le aziende che sviluppano innovazione ​a Torino della conoscenza che la città ha del suo territorio. Una scelta che riconferma la strategia basata sulla competitività e sull’attrattività del sistema economico torinese, con particolare attenzione al suo impatto sociale.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Torino, conclusa la sperimentazione delle bici sul metrò. Lubatti: “Il servizio è tecnicamente sostenibile”

Si è conclusa il 30 novembre la fase di sperimentazione del trasporto biciclette sulla metro, iniziata lo scorso 20 luglio. Secondo il comune i risultati ottenuti sono positivi e permetteranno di procedere con un’adeguata normativa su modalità e fasce orarie in cui poter usufruire del servizio381263

Con la fine del mese di novembre la sperimentazione del trasporto di biciclette nella metropolitana di Torino, iniziata il 20 luglio scorso, è terminata. Secondo il Comune i risultati sono stati positivi: le analisi svolte “hanno mostrato come la prova sia stata accolta favorevolmente dai cittadini e come le regole di utilizzo siano state recepite in modo corretto e semplice”, è il commento di Palazzo Civico. Alla luce di questo, viene annunciato che nelle prossime settimane i tecnici formuleranno una proposta per definire le modalità con cui procedere e stabilire le fasce orarie più opportune per il trasporto delle due ruote. La sperimentazione si ferma dunque nei mesi di Dicembre e Gennaio e riprenderà appena verranno stabilite le norme per il definitivo trasporto. Sul tema Bike Pride ha espresso, come già all’inizio della fase di sperimentazione, il suo parere favorevole all’integrazione del servizio della metro con l’uso delle biciclette. “Questo avviene in quasi tutte le città del mondo senza problemi – spiega Giuseppe Piras, presidente di Bike Pride -. Il fatto che Torino sperimenti pionieristicamente il servizio anche sul sistema VAL è un buon segno e fa onore all’assessore ai Trasporti Lubatti che ha sfidato la diffidenza dei tecnici”.  Entusiasta anche lo stesso assessore Lubatti che, dopo aver confermato la necessità di definire le modalità con cui stabilizzare il servizio, pensa alla possibilità di rendere gratuito il trasporto della bici (nella fase di sperimentazione erano previsti, invece, 50 centesimi in più al costo del biglietto ordinario). Proprio su questo, il presidente di Bike Prike auspica che l’Amministrazione continui a investire sulla mobilità sostenibile, che diventa sempre più a portata di tutti anche grazie alla possibilità di usufruire gratuitamente del servizio, abbonato o meno.

Fonte: ecodallecitta.it

Lampade e neon esausti: parte a Milano la sperimentazione per la raccolta porta a porta

Lampade e neon esausti, parte a Milano la sperimentazione del “porta a porta” di un rifiuto RAEE da portare sinora nelle riciclerie. Il progetto AMSA-Ecolamp inizia il 30 settembre con 120 luoghi nelle Zone 3 e 4: scuole, biblioteche, centri ricreativi, sedi dei Consigli di Zona, impianti sportivi, centri anziani, parrocchie e punti vendita380164

Partirà dalle Zone 3 e 4, la sperimentazione della raccolta ‘porta a porta’ di lampade a basso consumo e neon esausti che avrà durata dal 30 settembre al 30 maggio 2015.  Il progetto presentato da AMSA, in collaborazione con il consorzio Ecolamp (che sosterrà interamente i costi dell’operazione), ha individuato 120 punti di raccolta, tra scuole di ogni ordine e grado (dagli asili nido alle università), biblioteche, centri ricreativi, sedi dei Consigli di Zona, impianti sportivi, centri anziani, parrocchie e punti vendita che aderiranno all’iniziativa. Il progetto ‘porta a porta’ tocchi quindi anche le scuole delle due Zone e si propone di promuovere tra i più piccoli l’importanza del riciclo di oggetti di uso comune,attivando pratiche virtuose.  Milano si presenta bene a questa nuova sperimentazione nella raccolta differenziata, perché nel 2013, con oltre 3 chilogrammi di rifiuti elettrici ed elettronici raccolti (RAEE) per ogni abitante, ha vinto il confronto con gli altri grandi capoluoghi italiani.  Come funzionerà la raccolta? Presso i siti prescelti, verranno posizionati contenitori appositi per la raccolta di lampade e neon, facilitando così il conferimento di questo tipo di rifiuti, sinora conferibile solo nelle riciclerie AMSA. Secondo Fabrizio D’Amico, direttore generale di Ecolamp, “ai cittadini già molto attivi nella raccolta differenziata delle sorgenti luminose esauste, verrà offerto un servizio di prossimità, proprio nei luoghi più frequentati dalle famiglie”. Anche per Emilia Rio, presidente di AMSA, l’intervento s’inquadra nella strategia del settore ambientale diA2A e Amsa, di valorizzazione del riciclo e di prossimità ai cittadini.  Il consorzio Ecolamp, senza scopo di lucro e fondato dalle principali aziende produttrici di apparecchiature di illuminazione, fa parte del Centro Coordinamento RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), costituito con l’obiettivo di organizzare la raccolta dei rifiuti elettrici ed elettronici garantendone il recupero e l’avvio del riciclo. Le sorgenti luminose a basso consumo esauste, che rientrano tra i RAEE, possono essere riciclate fino al 95%.

Fonte:ecodallecitta.it

Vivisezione e sperimentazione sugli animali: i crimini dell’ uomo contro la natura

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Immaginate di vivere rinchiusi in una gabbia senza alcun controllo su ogni aspetto della vostra vita. Senza il potere di decidere cosa mangiare, come spendere il vostro tempo, o se avere o non avere un compagno o dei figli.

Sareste disposti a passare la vostra vita in questo modo?

Prigionieri senza essere colpevoli di alcun crimine, perché questa è la vita di un animale in laboratorio. Deprivazione, isolamento e miseria. E non illudetevi che in Italia o sotto la benemerita UE, possa essere differente..

Nei soli U.S.A. oltre alla deprivazione a cui sono costrette le cavie, la legislazione autorizza l’uso di metodi disumani come avvelenamento, isolamento, annegamento, uso di droghe, danni al cervello e mancata somministrazione di cibo.

Nessun esperimento non importa quando doloroso e banale è proibito:

Gli antidolorifici non sono utilizzati. Anche quando le alternative all’uso degli animali in laboratorio sono disponibili, la legge non richiede che essi siano usati, e purtroppo non lo sono quasi mai. Gli Animali vengono infettati con malattie che non avremmo mai potuto e dovuto contrarre, come i topi che sviluppano tumori grandi quando il loro intero corpo, gatti che vengono di proposito accecati, ratti che vengono sottoposti a chirurgia, e il cranio dei primati viene aperto per conficcare elettrodi all’intero. E alla fine di tutte queste terrificanti, malsane e dolorose procedute gli animali vengono di nuovi rinchiusi in gabbia, senza antidolorifici per lenire la loro sofferenza. Molti video ci narrano di come queste povere creature temano ogni persona che si avvicini alle sbarre della loro prigione. Senza sapere se verranno trascinati per subire un iniezione, un operazione chirurgica o la morte.

Immaginate di vivere rinchiusi in una gabbia senza alcun controllo su ogni aspetto della vostra vita.

Senza il potere di decidere cosa mangiare, come spendere il vostro tempo, o se avere o non avere un compagno o dei figli. Sareste disposti a spendere la vostra vita così? Prigioni senza essere colpevoli di alcun crimine, perché questa è la vita di un animale in laboratorio. Deprivazione, isolamento e miseria. Nei soli U.S.A. oltre alla deprivazione a cui sono costrette le cavie, la legislazione autorizza l’uso di metodi disumani come avvelenamento, isolamento, annegamento, uso di droghe, danni al cervello e mancata somministrazione di cibo. Nessun esperimento non importa quando doloroso e banale è proibito: e gli antidolorifici non sono richiesti. Anche quando le alternative all’uso degli animali in laboratorio sono disponibili, la legge non richiede che essi siano usati, e purtroppo non lo sono quasi mai.

Gli Animali vengono infettati con malattie che non avremmo mai potuto e dovuto contrarre,

Come i topi che sviluppano tumori grandi quando il loro intero corpo, gatti che vengono di proposito accecati, ratti che vengono sottoposti a chirurgia, e il cranio dei primati viene aperto per implementare elettrodi all’intero. E alla fine di tutte queste terrificanti, malsane e dolorose procedute gli animali vengono di nuovi rinchiusi in gabbia, senza antidolorifici per lenire la loro sofferenza. Molti video ci narrano di come queste povere creature temano ogni persona che si avvicini alle sbarre della loro prigione. Senza sapere se verranno trascinati per subire un iniezione, un operazione chirurgica o la morte.

Nessun animale è immune dalla sperimentazione:

Primati, cani, ratti, gatti, conigli, pesci e gatti sono solo alcuni degli animali di rutine che vengono resi cavie inermi ed impotenti.

Tratto da peta.org

Sfortunatamente noi tutti “beneficiamo” di questi esperimenti. Ogni prodotto, ogni sostanza dedicata all’ uomo deve essere necessariamente testa sugli animali. Questo è un dato di fatto. Quindi se vogliamo veramente combattere anche la vivisezione con le sue crudeltà, dobbiamo essere disposti a rinunciare al nostro stile di vita consumistico e abbandonare l’ ipocrisia che alberga nel cuore di ognuno di noi.

Alessandro Di Coste

Fonte: naturopatiaonline

 

La pasta che tutti vorremmo in tavola

Per fare un’ottima pasta “non basta un grano sano e antico, coltivato senza prodotti chimici e conservato senza sostanze tossiche”. Come sapere allora che quello che arriva sulle nostre tavole è un prodotto buono e genuino?

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Sapere quando sono nati i maccheroni e chi ha inventato gli spaghetti è davvero impresa ardua. Certo Pulcinella poco aveva a che fare con essiccatori turbo e farine devitalizzate. È risaputo infatti che la pasta si otteneva lavorando farina di cereali con acqua, senza lieviti e fermenti per farla essiccare inizialmente esposta al sole e quindi in ambienti chiusi leggermente riscaldati con bracieri. Di sicuro nel lontano1337 si registra la presenza su Firenze della Corporazione dei Pastai e dei Fornai, mentre davvero per designarne le origini si citano gli etruschi e Orazio Flacco, gli arabi e gli stessi cinesi. Possiamo comunque immaginare che il grano duro veniva coltivato in rotazione con le leguminose o dopo accurati sovesci che arricchivano i terreni predisposti ad accogliere varietà selezionate nel tempo per essere non solo produttive, ma saporite e soprattutto digeribili. Il chicco di grano che atterrava su queste terre veniva custodito per poter finalmente germogliare, dando vita ad una pianta magica che da un semplice stelo, in primavera ne forma 5o 6, che crescono verso il cielo fino a spigare , fiorire e maturare. Se dal grano tenero, fino a 60 anni orsono molito esclusivamente a pietra, si ottiene la farina, dal grano duro abbiamo la semola, molto più grossolana, ma ugualmente pronta ad amalgamarsi con l’acqua per potersi trasformare in pane, corasau, chapati, pizze, piadina e chiaramente pasta. Non sappiamo quanto buone potessero essere le lasagne citate dai latini, né che tipo di pasta preparassero gli etruschi di fatto appena si è stati capaci di essiccare le tagliatelle, i vermicelli e magari le orecchiette, si è creato un mercato florido per esportare queste delizie, ormai conservabili nel tempo.

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Sicuramente l’ingegno italiano dalla Sicilia e le Puglie, produttrici di grano duro, alla Liguria marinara, alla Toscana piena di tradizioni, alla Lombardia pronta ad inventar strumenti, ha permesso la geniale creazione delle macchine per trafilare la pasta, riuscendo ad ottenere, premendo la massa fresca impastata, vermicelli molto più lunghi di quelli che si ottenevano a mano, ma sopratutto i maccheroni, vera delizia per la quale gli italiani sono conosciuti in tutto il mondo. Oggi il grano duro ha subito tantissimi miglioramenti funzionali spesso per resistere ai diserbanti, per non piegarsi dopo essere stati concimati chimicamente, a volte per non ammalarsi, spesso per avere una consistenza completamente vitrea dei chicchi ed una alta percentuale di glutine, tutti parametri bidimensionali con cui l’industria alimentare si è divertita a classificare il frumento duro, dimenticando il profumo, il sapore e la digeribilità, parametri imposti agli agricoltori come imprescindibili per la loro commercializzazione. Oggi dopo tante mistificazioni e dopo una sperimentazione cinquantennale fatta sulla nostra pelle che ha portato e tuttora induce a rimpinguare i nostri bambini con pappine iperproteiche, mal digerite, senza gusto e produttrici di squilibri, malassorbimenti ed intolleranze, si torna per la pastificazione artigianale ad utilizzare con grande successo una vecchia varietà denominata Senatore Cappelli, chiaramente da coltura biologica.spiga_grano_duro

Definito “razza eletta” il grano duro Senatore Cappelli è stato ottenuto nel 1915 a Foggia da un grande genetista (incoraggiato proprio dal senatore abruzzese che introdusse importanti concetti nella riforma agraria) incrociando antiche popolazioni di grani nord africani. Non basta comunque un grano sano e antico, coltivato senza prodotti chimici e conservato senza sostanze tossiche, per fare un’ottima pasta serve non cadere nelle maglie dei moderni molini a cilindri in cui ogni chicco viene sfogliato e liberato dal germoglio trasformandolo in una polvere inerte senza enzimi, né vitamine, decurtato di 20 dei 25 minerali che costituiscono il frumento, puro amido insomma, conservabile e non deteriorabile da poter vendere a distanza e a scadenze maggiori di una farina ottenuta dalla molitura a pietra. Molita a pietra la semola viene rimacinata e quindi impastata, lavorata, trafilata, essiccata gradualmente a basse temperature per mantenere il più possibile inalterate le sue proprietà e sfornata, raffreddata , confezionata. Quello che arriva in questo modo sulla nostra tavola è chiaramente il prodotto più genuino e più buono del mondo non solo per come è stato coltivato il Senatore Cappelli o per come è stato molito, ma per i pastifici ed i maestri pastai che le producono e per la stessa etica con cui queste aziende agricolo artigianali vengono condotte. Tocca a noi essere attenti nel cuocerle, nel condirle e sopratutto nel masticarle attentamente per assaporane appieno gli aromi e le caratteristiche e riappropriarci del gusto più tipico che ci caratterizza a tavola. Senza trascurare l’aspetto salutistico perché, anche se è solo un’esagerazione di Pulcinella, “…sono stati sempre buoni, per la cura dei polmoni mangiate sempre maccheroni”.

Fonte: il cambiamento

Staminali: ok alla sperimentazione con il metodo stamina con Aifa e Iss

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Voto unanime in commissione Affari sociali a un emendamento al decreto staminali che dà l’ok alla sperimentazione di terapie avanzate a base di cellule staminali mesenchimali, quelle usate con il metodo Stamina, promossa dal ministero della Salute avvalendosi di Aifa, Iss e Cnt e con l’unico paletto della sicurezza dei pazienti. Saranno stanziati tre milioni di euro, vincolati nel Fondo sanitario nazionale, per la sperimentazione delle terapie avanzate con cellule staminali mesenchimali. Lo prevede l’emendamento della commissione Affari sociali che istituisce anche un osservatorio per il monitoraggio con esperti e associazioni dei pazienti. La sperimentazione è autorizzata a partire dal 1 luglio per 18 mesi e per garantire “la ripetibilità delle terapie le modalità di preparazione” dovranno essere rese disponibili ad Aifa e Iss. “Abbiamo voluto consentire la possibilità di fare una sperimentazione clinica con le staminali, e in questo caso a Stamina Foundation. Ma con un unico paletto: ciò che danno non deve essere nocivo ai pazienti”. Lo dice Pierpaolo Vargiu, presidente e relatore della Commissione Affari sociali della Camera, dopo il voto in vista della conversione in legge del decreto sulle cure a base di cellule staminali, già approvato dal Senato. “Dal mio punto di vista è andata bene – commenta Vargiu all’uscita dei lavori – perché avevamo di fronte un tema delicato, complesso, che colpisce tutte le sensibilità. Per noi non era facile, dovevamo tenere conto anche dell’intervento del Senato e dovevamo compendiare varie esigenze”. Vargiu si riferisce da un lato “all’attenzione che dovevamo avere nei confronti del mondo scientifico”, che recentemente aveva manifestato perplessità sul metodo Stamina, e dall’altra “all’attenzione, ancora più alta, per l’esigenza di fare sperimentazione. Non dimentichiamoci – conclude – che il nostro datore di lavoro sono i pazienti e le famiglie”. Nel pomeriggio c’è stata tensione in piazza Montecitorio tra le forze dell’ordine e le famiglie dei malati che stanno manifestando a sostegno del decreto per la sperimentazione delle cure con cellule staminali del protocollo Stamina. Alcuni manifestanti stanno cercando di forzare il cordone dei poliziotti per raggiungere Montecitorio. Spingendo le transenne, un gruppo di manifestanti sta urlando, “fuori, fuori”, indirizzandosi ai politici. In riferimento al via libera alla sperimentazione Davide Vannoni: “bisogna capire – ha detto Vannoni a margine della manifestazione in corso a Montecitorio a favore di Stamina – che tipo di laboratori attueranno la stessa sperimentazioni. Se si dovesse trattare di laboratori farmaceutici, allora Stamina non può attuarla perché la nostra metodica non può entrare in questi laboratori”. Intanto in piazza Montecitorio alcuni centauri sono intervenuti a sostegno dei manifestanti facendo rombare le proprie moto.

Fonte: huffington post