I contadini indiani vincono la battaglia con la PepsiCo sulle patate brevettate

Vittoria per i contadini del Gujarat: la PepsiCo ha deciso di ritirare le richieste di risarcimento nei confronti di nove contadini indiani, accusati di avere coltivato, senza permesso, varietà di patate registrate o brevettate dalla multinazionale.

Vittoria per i contadini del Gujarat: la PepsiCo ha deciso di ritirare le richieste di risarcimento nei confronti di nove contadini indiani, accusati di avere coltivato, senza permesso, varietà di patate registrate o brevettate dalla multinazionale. Lo ha reso noto un portavoce del gigante globale dell’alimentazione. La PepsiCo, che usa quel tipo di patate per le chips vendute sul mercato indiano col marchio Lays, ha accettato di addivenire a un accordo dopo l’intervento del governo del Gujarat, che si è schierato con gli agricoltori e ha affermato che rivestirà un ruolo di controllo. La soluzione è stata salutata dalle associazioni dei coltivatori con grande soddisfazione, perché rappresenta un successo: “in questo modo” dicono gli attivisti “si è evitato un pericoloso precedente che avrebbe minacciato i contadini di tutta l’India”.

A fine aprile era uscita la notizia che la multinazionale aveva fatto causa ai contadini indiani chiedendo un risarcimento che li avrebbe messi in ginocchio, ma la sollevazione a difesa degli agricoltori ha sortito per loro effetti positivi. Quella in questione è la varietà di patata detta FC5, che ha un livello di umidità inferiore alla patata media. Ciò la rende particolarmente adatta a essere impiegate per preparare snack, quelli che Pepsi imbusta sotto il nome Lay’s. La PepsiCo aveva chiesto 125mila euro a ciascun agricoltore accusandoli di aver violato il diritto di copyright. L’azione della compagnia, avevano denunciato gli attivisti è “contro la sovranità alimentare” e la “sovranità delle nazioni”, come aveva detto Kapil Shah del gruppo Jatan, impegnato nella difesa degli agricoltori.

Fonte: ilcambiamento.it

Sovranità alimentare, la lotta continua

Si è concluso in Romania il Forum di Nyéléni, il più grande raduno a livello europeo per la sovranità alimentare promosso da movimenti e associazioni di base. I partecipanti, provenienti da oltre 40 paesi, hanno preparato il terreno per riprendere e rilocalizzare i nostri sistemi alimentari.9406-10139

«La battaglia contro l’agro-industria e per un futuro giusto e sostenibile per l’agricoltura contadina ha fatto un passo avanti in questi giorni durante l’appena concluso Forum di Nyéléni, il più grande raduno a livello europeo per la sovranità alimentare, che si è svolto a Cluj-Napoca, in Romania»: lo affermano i promotori della iniziativa, i membri dell’Associazione Rurale Italiana. Dopo cinque giorni di discussioni, i partecipanti, provenienti da oltre 40 paesi, hanno ben preparato il terreno per riprendere e rilocalizzare i nostri sistemi alimentari e moltiplicare le piattaforme per la sovranità alimentare in tutta Europa. Durante il Forum erano presenti proprio coloro che sono direttamente impegnati nei sistemi alimentari, ovvero un’ampia varietà di contadini, braccianti, sindacalisti, ricercatori, attivisti, pescatori, pastori, indigeni, consumatori e difensori dei diritti umani. Dall’Italia, una delegazione di 25 persone ha animato molte delle discussioni, dei laboratori, dei gruppi di lavoro, condividendo con gli altri delegati europei e non il percorso italiano verso la sovranità alimentare, che passa in particolare dalla “Campagna Popolare per l’agricoltura contadina”. Come sottolineato da Alessandra Turco di ARI – Associazione Rurale Italiana: “In Italia abbiamo un milione e mezzo di aziende agricole, e di queste l’80% sono contadine. Abbiamo sentito la necessità di rivendicare un percorso a livello nazionale per promuovere un regolamento che permettesse ai contadini e ai piccoli produttori di portare avanti un modello di sovranità alimentare sui propri territori, che garantisse a tutti l’accesso ad un cibo sano e prodotto localmente. Per questo nel 2009 la campagna popolare è diventata una proposta di legge, attualmente in discussione nel nostro Parlamento”. Riconoscere l’agricoltura contadina come modello, quindi, con specifiche garanzie per garantirne la sopravvivenza e la produzione. Un grande traguardo del Forum è rappresentato anche dalla convergenza delle organizzazioni dell’Europa dell’Est e dell’Asia Centrale con le loro controparti dell’Europa Occidentale. Ramona Duminicioiu di Eco Ruralis, organizzazione rumena che ha ospitato e coordinato l’evento, ha affermato a tal proposito: “La maggior parte dei paesi dell’Europa Orientale sono come la Romania: hanno una popolazione contadina molto ampia e vibrante quanto vulnerabile, minacciata da chi vuole accaparrarsi le loro terre o fare investimenti fondiari economici. Se il movimento per la sovranità alimentare è forte in Europa Orientale e in Asia Centrale, è forte anche nell’Europa intera”.

La convergenza a Cluj-Napoca ha portato alla formazione di piani congiunti per il cibo e l’agricoltura, promuovendo un modello di agricoltura agro-ecologico. Jocelyn Parot, Segretario Generale di Urgenci ha detto: “Milioni di consumatori in tutta Europa stanno supportando modelli agricoli alternativi, basati sull’agroecologia: si stanno unendo ai contadini nella loro lotta per reclamare il controllo democratico sulle catene alimentari. Chiedono un cambiamento nelle politiche pubbliche, che dovrebbero proteggere queste iniziative piuttosto che spingere in favore di imperativi commerciali distruttivi. Questo forum è stato un passo fondamentale per le organizzazioni di consumatori per sviluppare una strategia all’interno del movimento per la sovranità alimentare”.

Per far fronte allo sfruttamento distruttivo del sistema alimentare industriale, il forum ha scelto di portare avanti una serie di azioni, tra cui strategie per equi diritti dei lavoratori agricoli – ed in particolare per i lavoratori migranti -, politiche pubbliche che mettano le risorse naturali nelle mani della popolazione locale piuttosto che delle multinazionali, sistemi di distribuzione di cibo che mettano al primo posto il cibo locale e sostenibile, incentivare un trattato delle Nazioni Unite che vincoli le azioni delle imprese al rispetto dei diritti umani, e un movimento più inclusivo che rappresenta i popoli emarginati. Al centro di queste azioni sta l’agroecologia, un approccio radicalmente locale, inclusivo e sostenibile per l’agricoltura. Inoltre, la delegazione turca ha ribadito l’importanza di includere la lotta contro le guerre e i loro effetti, all’interno delle discussioni sulle politiche alimentari: “La guerra forza le persone a lasciare le loro terre, le loro case. La crisi dei rifugiati in Turchia ed in Europa è il risultato di una guerra. Come difensori della sovranità alimentare lottiamo per i diritti dei rifugiati e li accogliamo nei nostri paesi. E’ fondamentale per la battaglia globale per la sovranità alimentare lottare per la pace”, ha ribadito Ali Bulent Erdem di Ciftci-Sen, la confederazione dei sindacati dei piccoli agricoltori in Turchia. Invece di incentivare il nazionalismo tra i paesi europei, i paesi dall’Est all’Ovest si sono uniti insieme ed hanno unito le forze. Nel bel mezzo delle negoziazioni per i tossici accordi di libero commercio, come il CETA – firmato di recente – tra l’UE e il Canada, che minacciano l’esistenza stessa dei contadini, le organizzazioni del Forum hanno messo la sovranità alimentare al centro del proprio cooperare.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Costruiamo una nuova democrazia alimentare

Oggi le politiche alimentari e agricole sono ostaggio del business internazionale, della globalizzazione, degli interessi delle multinazionali. Un problema dalla gravità ormai evidente che raggiunge il suo apice. L’antidoto? Un cambio di paradigma che parta dal basso, da chi la terra la ama e la lavora, in alleanza con chi gode dei suoi frutti. L’obiettivo? Una nuova democrazia alimentare.democrazia_alimentare

Era il 1993 quando dai contadini del Costa Rica e dello stato indiano del Karnataka nascevano le prime marce di protesta che poi hanno dato vita al movimento internazionale Via Campesina, che oggi conta 164 organizzazioni nazionali e locali e rappresenta circa 200 milioni di contadini nel mondo. Quando era ormai chiaro che sul cibo si sarebbero giocate le strategie del futuro, nasce l’idea della sovranità alimentare come solidarietà e cooperazione contro la competitività di un mercato senza scrupoli. Da allora si è iniziato a combattere contro le pressioni, contro i negoziati commerciali che spingevano i produttori a competere fra loro, che esercitavano sui contadini le pressioni e le coercizioni del mercato mondiale, contro lo strapotere delle multinazionali dell’agroalimentare. Via Campesina ha cominciato ben oltre vent’anni fa a sottolineare la necessità di una nuova sovranità alimentare dove i movimenti sociali si sostituissero ai governi come fonte di legittimazione delle scelte; dove comunità resilienti coltivassero su piccola scala quanto occorre rilocalizzando il sistema alimentare; dove l’arte dell’agricoltura soppiantasse il business dell’agricoltura. Ma gli attivisti sono stati attaccati su più fronti, accusati di voler fare gli interessi dei produttori a danno dei consumatori, ai quali invece le grandi industrie avrebbero assicurato abbondanza di prodotti a basso prezzo. Così è stato, ma mai come oggi si comprendono i limiti e le trappole di un simile approccio. Ci ammaliamo a causa di ciò che mangiamo, il cibo industriale (tanto e a basso costo) ci fa male, non è fatto per noi né per l’ambiente, i cui segnali ormai non sono più ignorabili. «Banane e soia vendute migliaia di chilometri lontano da dove sono state prodotte? Non è l’unico mercato possibile» spiega Olivier De Schutter, docente all’univesità di Louvain e membro della Commissione Onu sui diritti economici e sociali.  «I mercati e i sistemi locali e regionali sono stati strenuamente osteggiati ma oggi gli attivisti della sovranità alimentare sono in grado di evidenziare e provare i rischi cui i paesi vanno incontro quando dipendono dalle importazioni per il cibo e quindi dai prezzi imposti dal mercato globale». E oggi non sono più solo gli attivisti di Via Campesina o di altri movimenti di resistenza contadina a comprendere l’importanza di una sovranità alimentare. Essa è invocata anche dalle autorità che si occupano di politica alimentare che hanno un briciolo di lungimiranza. E il fronte impegnato in questa battaglia ha fatto un salto di qualità. «Ha gettato ponti tra i consumatori nelle città e i contadini- spiega De Schutter – Le persone da consumatori passivi si trasformano in cittadini attivi che esigono di avere il controllo su ciò che mangiano, si rafforzano i legami sociali e dunque la cooperazione. Si privilegia la resilienza al posto dell’efficienza ed è proprio la resilienza che sta alla base della nascita del movimento della Transizione nel 2006, le cosiddette Transition Towns. Le parole chiave sono resilienza, appunto, diversità e ridotta dipendenza. Si tratta di un movimento che afferma come le soluzioni siano da trovare localmente, usando risorse del posto, diversificando le risposte». In Italia, poi, da acuni anni a questa parte si assiste alla crescita di un movimento di resistenza contadina che afferma la propria identità anche all’esterno delle stesse certificazioni del biologico, perchè «i cibi genuino non hanno bisogno di timbri e burocrazia, ma di coerenza e consapevolezza» dicono le realtà che aderiscono a Genuino Clandestino. Non ultimo, la sovranità alimentare è allineata con l’agroecologia, spiega sempre De Schutter, un approccio che punta a ridurre l’uso di fonti esterne fossili, a riciclare il rifiuti e a combinare i differenti elementi della natura nel processo di produzione al fine di massimizzare le sinergie tra di essi. Ma l’agroecologia è anche più di questo: è certamente un modo nuovo di pensare al nostro rapporto con la natura e sta crescendo come movimento sociale. Secondo De Schutter, è la vera rivoluzione verde di cui abbiamo bisogno in questo secolo, ci invita ad abbracciare la complessità della natura e a considerare il contadino come uno scopritore che procede sperimentando e osservando le conseguenze delle combinazioni, individuando ciò che funziona meglio e costruendo su di esso un sapere solido che va condiviso e diffuso. Esattamente il contrario di ciò che fa l’agricoltura “moderna”, che punta a semplificare la natura e a piegarla ai propri bisogni, privatizzandola quando si può. Il legame tra sovranità alimentare, movimento della transizione ed agroecologia è dunque una diagnosi condivisa e una gestione comune dell’ecosistema in cui viviamo. Il sistema alimentare mainstrean, quello attuale e industriale, è basato sulle multinazionali, è energivoro, ci fa ammalare, è ossessionato dai prezzi, sfrutta il terreno e causa danni. E’ dunque il momento per dar corpo e voce all’alternativa che permetta alle persone di “democratizzare” e rilocalizzare la produzione del cibo, in cui si badi meno all’efficienza e più alle esigenze effettive delle persone. Ci sono forti resistenze, è indubbio. Ma si può procedere mattone dopo mattone, passo dopo passo, campo dopo campo.

Fonte: ilcambiamento.it

Per preservare la sovranità alimentare bisogna preservare il clima

Si chiuderà il 18 marzo in Giappone la terza conferenza mondiale sulla riduzione dei disastri climatici, oggi più che mai all’ordine del giorno. A lanciare un appello all’azione è José Graziano Da Silva, direttore generale della FAO, organizzazione anche molto criticata ma che, evidentemente, non può più ignorare la realtà: per preservare la sovranità alimentare occorre preservare il clima.cambiamenti_climatici_

Si chiudono mercoledì 18 marzo i lavori della terza conferenza mondiale sulla riduzione del rischio dei disastri climatici. E a parlarne è José Graziano Da Silva, direttore generale della FAO.

«Carne artificiale, itticolture in spazi chiusi, fattorie verticali, droni per l’irrigazione: una volta si pensava che tutto questo fosse solo fantasia, oggi è la realtà. La produzione alimentare sta diventando hi-tech, almeno in alcune aree del pianeta» dice Da Silva riferendosi all’Occidente. «Mentre la gran parte delle fattorie nel resto del mondo deve fronteggiare un clima sempre più compromesso».

«In occasione della seconda conferenza internazionale sulla nutrizione tenutasi a Roma lo scorso novembre, Papa Francesco ha affermato: Dio perdona sempre, l’uomo a volte, la Terra mai. Madre Natura risulta sempre più compromessa e quando si assiste a siccità, tsunami e atri disastri del genere, le conseguenze per la sicurezza alimentare dei popoli sono profonde».

«Nel mondo ci sono 2,5 miliardi di attività a conduzione familiare che dipendono dall’agricoltura e questo settore copre il 30% del Prodotto interno lordo in paesi il Burkina Faso, il Burundi, la Repubblica Centro-africana, il Chad, l’Etiopia, il Kenya, il Mali, il Niger e il Mozambico. A mettere a rischio l’agricoltura sono anche le guerre e le crisi economiche, ma le perdite dovute a disastri naturali sono triplicate nell’ultimo decennio, arrivando al 22% almeno dell’intera produzione tra il 2003 e il 2013. E a essere particolarmente a rischio sono i piccoli contadini, i pescatori e le comunità che dipendono dalle foreste, cioè quelle stesse persone il cui 75% rappresenta la popolazione più affamata e povera del mondo».

«È la stessa agricoltura a offrire la soluzione, ma bisogna cambiare il modo di utilizzare i terreni, individuare un approccio più sostenibile alla produzione alimentare, proteggere l’ambiente e favorire la resilienza delle comunità». Vedremo se i paesi seduti al tavolo della conferenza mondiale sapranno ascoltare e decideranno di agire in qualche modo. «Dobbiamo ridurre i fattori di rischio per i piccoli contadini, i pastori e chi vive delle foreste – dice Da Silva – e questo è possibile concentrandoci e investendo su modelli più sostenibili di produzione alimentare e su pratiche agricole che proteggano le risorse naturali».

Bene: anche la FAO è arrivata a questa conclusione!

Fonte: ilcambiamento.it

La Commissione Europea ritira la riforma del mercato delle sementi. Via Campesina: “Riprendiamoci la nostra sovranità alimentare”

La Commissione Europea ha annunciato la sua decisione di ritirare la riforma del mercato sementiero, da più parti invocata affinché potesse essere contenuto lo strapotere delle multinazionali e reso possibile lo scambio dei semi per affrancare i contadini dalla schiavitù delle royalties. Ora si tratta di vedere cosa accadrà. Intanto l’associazione internazionale contadina La Via Campesina lancia i suoi “5 passi” per nutrire veramente il pianeta (altro che Expo 2015!) e rivendica la sovranità alimentare dei popoli.via_campesina

La Commissione Europea ha annunciato al Parlamento europeo la sua decisione di ritirare la riforma della regolamentazione del mercato sementiero, cancellando di fatto le seppur timide aperture cui la Commissione precedente era stata costretta dalle pressioni dei movimenti per la sovranità alimentare e dai gruppi rappresentativi in agricoltura. Quelle aperture lasciavano sperare che finalmente la UE potesse prendere in considerazione norme e interventi a difesa della biodiversità e preservazione dei suoli, a difesa del diritto dei contadini allo scambio delle loro sementi, del diritto delle piccole aziende a commercializzare tutte le biodiversità disponibili senza dover essere costrette a registrarle nei cataloghi istituzionali e a difesa della possibilità di aprire quei cataloghi ai semi non “standardizzati”, sinonimo di maggiore ricchezza nutritiva dei cibi. Nulla di tutto ciò, tutto cancellato, la pressione delle lobby di interesse e delle multinazionali sementiere evidentemente è devastante. Intanto l’associazione internazionale di contadini La Via Campesina rimarca la sua critica al sistema industriale di produzione del cibo, «causa principale dei cambiamenti climatici e responsabile del 50% delle emissioni di gas serra in atmosfera». Eccoli i punti critici principali.

Deforestazione (15-18% delle emissioni). Prima che si cominci a coltivare in maniera intensiva, le ruspe e i bulldozer fanno il loro lavoro abbattendo le piante. Nel mondo, l’agricoltura industriale si sta spingendo nella savana, nelle foreste, nelle zone più vergini divorando una enorme quantità di terreno.

Agricolture e allevamento (11-15%). La maggior parte delle emissioni è conseguenza dell’uso di materie rime industriali, dai fertilizzanti chimici ai combustibili fossili per far funzionare i macchinari, oltre agli eccessi generati dagli allevamenti.

Trasporti (5-6%). L’industria alimentare è una sorta di agenzia di viaggi globale. I cereali per i mangimi animali magari vengono dall’Argentina e vanno ad alimentare i polli in Cile, che poi sono esportati in Cina per essere lavorati per poi andare negli Usa dove sono serviti da McDonald’s. La maggior arte del cibo prodotto a livello industriale percorre migliaia di chilometri prima di arrivare sulle nostre tavole. Il trasporto degli alimenti copre circa un quarto delle emissioni legate ai trasporti e il 5-6% delle emissioni globali.

Lavorazioni e packaging (8-10%). La trasformazione dei cibi in piatti pronti, alimenti confezionati, snack o bevande richiede un’enorme quantità di energia e genera gas serra.

Congelamento e vendita al dettaglio (2-4%). Dovunque arrivi il cibo industriale, là deve essere alimentata la catena del freddo e questo è responsabile del consumo del 15% di energia elettrica nel mondo. Inoltre i refrigeranti chimici sono responsabili di emissioni di gas serra.

Rifiuti (3-4%). L’industria alimentare scarta fino al 50% del cibo che produce durante tutta la catena di lavorazione e trasporto, i rifiuti vengono smaltiti in discariche o inceneritori.

La Via Campesina rivendica la sovranità alimentare dei popoli e indica 5 passi fondamentali per arrivarci. Eccoli.

  1. Prendersi cura della terra.

L’equazione cibo/clima ha radici nella terra. La diffusione delle pratiche agricole industriali nell’ultimo secolo ha portato alla distruzione del 30-75% della materia organica sul suolo arabile e del 50% della materia organica nei pascoli. Ciò è responsabile di circa il 25-40% dell’eccesso di CO2 in atmosfera. Questa CO2 potrebbe essere riportata al suolo ripristinando le pratiche dell’agricoltura su piccola scala, quella portata avanti dai contadini per generazioni. Se fossero messe in pratiche le giuste politiche e le giuste pratiche in tutto il mondo, la materia organica nei suoli potrebbe essere riportata ad un livello pre-industriale già in 50 anni.

  1. Agricoltura naturale, no alla chimica.

L’uso di sostanze chimiche nell’agricoltura industriale è aumentata in maniera esponenziale e continua ad aumentare. I suoli sono stati impoveriti e contaminati, sviluppando resistenza a pesticidi e insetticidi. Eppure ci sono contadini che mantengono le conoscenze di ciò che è giusto fare per evitare la chimica diversificando le colture, integrando coltivazioni e allevamenti animali, inserendo alberi, piante e vegetazione spontanea.

  1. Limitare il trasporto dei cibi e concentrarsi sui cibi freschi e locali.

Da una prospettiva ambientale non ha alcun senso far girare il cibo per il mondo, mentre ne ha solo ai fini del business. Non ha senso disboscare le foreste per coltivare il cibo che poi verrà congelato e venduto nei supermercati all’altro capo del mondo, alimentando un sistema altamente inquinante. Occorre dunque orientare il consumo sui mercati locali e sui cibi freschi, stando lontani dalle carni a buon mercato e dai cibi confezionati.

  1. Restituire la terra ai contadini e fermare le mega-piantagioni.

Negli ultimi 50 anni, 140 milioni di ettari sono stati utilizzati per quattro coltivazioni dominanti ed intensive: soia, olio di palma, olio di colza e zucchero di canna, con elevate emissioni di gas serra. I piccoli contadini oggi sono confinati in meno di un quarto delle terre coltivabili nel mondo eppure continuano a produrre la maggior parte del cibo (l’80% del cibo nei paesi non industrializzati). Perché l’agricoltura su piccola scala è più efficiente ed è la soluzione migliore per il pianeta.

  1. Dimenticate le false soluzioni, concentratevi su ciò che funziona

Ormai si ammette che la questione agricola è centrale per i cambiamenti climatici. Eppure non ci sono politiche che sfidino il modello dominante dell’agricoltura e della distribuzione industriali, anzi: governi e multinazionali spingono per far passare false soluzioni. Per esempio, i grandi rischi legati agli organismi geneticamente modificati, la produzione di “biocarburanti” che sta contribuendo ancor più alla deforestazione e all’impoverimento dei suoli, continuano ad essere utilizzati i combustibili fossili, si continua a devastare le foreste e a cacciare le popolazioni indigene. Tutto ciò va contro la soluzione vera che può essere solo il passaggio da un sistema industriale di produzione del cibo a un sistema nelle mani dei piccoli agricoltori.

Fonte: ilcambiamento.it

Ecco perché gli ogm non sfameranno il mondo

La lobby del biotech ci ha provato fin dall’inizio con i ricatti emotivi: gli ogm risolveranno il problema della fame nel mondo, ci siamo sentiti ripetere per anni. Ma è quanto di più lontano dalla realtà ci possa essere. Ecco perché, nel rapporto del Canadian Biotechnology Action Network (CBAN).ogm_pannocchia

Ecco perché gli ogm non sfameranno il mondo.

La lobby del biotech ci ha provato fin dall’inizio con i ricatti emotivi: gli ogm risolveranno il problema della fame nel mondo, ci siamo sentiti ripetere per anni. Ma è quanto di più lontano dalla realtà ci possa essere. Ecco perché.

A Robert Fraley, vicepresidente di Monsanto, è stato consegnato nel 2013 (scatenando polemiche in tutto il mondo) il World Food Prize, un premio, dunque, per il cibo. Fraley è un uomo che dice queste cose: «Ci sono 7,2 miliardi di persone sul pianeta. Ce ne saranno 9,6 miliardi nel 2050. La richiesta di cibo raddoppierà…Solo usando il cibo geneticamente modificato e la scienza  saremo in grado di nutrire il pianeta…Tutto ciò rappresenta un’opportunità di business ed è certo importante da una punto di vita sociale»[1]. Le parole di Fraley fanno fremere di indignazione ma danno l’idea effettiva di ciò che gli ogm sono, nulla più di un’opportunità per fare affari, un modo per arricchire una manciata di individui travestiti da altruisti. [2]  «Nel breve termine può sembrare difficile pensare che io possa fare soldi con gente che i soldi non li ha. Ma nella pratica lo sviluppo dell’agricoltura a livello dei villaggi è qualcosa che può fruttare moltissimo nel tempo». E queste sono le parole di Robert Shapiro, già dirigente di Monsanto (citato nel rapporto del CBAN “Will GM Crops Feed The World”). «Con la parola sviluppo, Shapiro intende la possibilità per Monsanto di assumere il controllo delle politiche agricole e delle strategie, distruggendo i metodi, le conoscenze e le pratiche tradizionali per poterle sostituire con le politiche aziendali [3]» spiega Colin Todhunter, giornalista inglese da sempre impegnato sul fronte ambientale e dei diritti umani; ha vissuto molti anni in India scrivendo per il Deccan Herald, il New Indian Express e il Morning Star. Vogliamo un esempio delle strategie di comunicazione con cui Monsanto e le lobby del biotech tentano di ammantare le loro politiche di altruismo e buonismo, cercando di trasformare chi è critico verso gli ogm in un nemico dei poveri? Lo fornisce il senatore statunitense Charles Grassley: «E’ una vergogna che i leader sudafricani, così evidentemente ben nutriti, preferiscano vedere il loro popolo affamato piuttosto che fargli mangiare lo stesso cibo che noi consumiamo ogni giorno negli Stati Uniti». Ecco qui: i sostenitori degli ogm vogliono convincerci che abbiamo bisogno di questa tecnologia per vincere la fame e nutrire i popoli del mondo. Ci hanno detto che gli ogm sono essenziali, che vanno bene per l’ambiente e che forniranno ai contadini gli strumenti necessari per affrontare i cambiamenti climatici. Ci hanno detto che gli ogm daranno maggiori raccolti e maggiori guadagni agli agricoltori. Ebbene, il Canadian Biotechnology Action Network (CBAN) ha appena pubblicato un rapporto che smentisce, punto per punto, tutte queste affermazioni [4]. Non è certo il primo e non sarà neanche l’ultimo; è un altro tassello che si aggiunge all’enorme mole di evidenze che dimostrano come gli organismi geneticamente modificati siano la peggiore delle strade imboccate. «Innanzi tutto la fame è causata dalla povertà e dalle disuguaglianze – spiega Todhunter, commentando il rapporto – Le persone non sono affamate a causa della produzione agricola insufficiente ma perché non hanno denaro per comprare il cibo, non hanno accesso alla terra per coltivarselo, perché il territorio è stato depredato, perché il sistema di distribuzione alimentare non funziona, perché mancano l’acqua e le infrastrutture per irrigare, conservare, trasportare e finanziare gli agricoltori. Se questi problemi di fondo non saranno risolti e se la catena alimentare rimarrà inaccessibile a chi è affamato e povero, allora un aumento della produzione agricola non servirà». Noi già produciamo abbastanza cibo per nutrire l’intera popolazione mondiale ed era così anche durante il picco della crisi alimentare, nel 2008. L’attuale produzione alimentare è sufficiente per nutrire dieci miliardi di persone. Nel mondo si produce il 17% del cibo in più a persona rispetto a 30 anni fa eppure il numero degli affamati è ancora molto alto. La crisi dei prezzi alimentari del 2008 e del 2011 si è manifestata in anni di raccolti da record, dimostrando con chiarezza che tali crisi non sono il frutto della scarsità di cibo. I cereali ogm che oggi sono sul mercato non sono destinati a sfamare gli affamati. Quattro tipi di cereali ogm coprono all’incirca il 100% dei terreni destinati a questo tipo di coltivazione. E tutti e quattro sono stati sviluppati per un sistema agricolo industriale su larga scala, vengono utilizzati soprattutto per essere esportati, per produrre carburante o per confezionare cibi industriali e mangimi animali. Le coltivazioni ogm non hanno prodotto un aumento dei raccolti e tanto meno un aumento nei guadagni degli agricoltori. Le coltivazioni ogm portano ad un aumento nell’utilizzo di pesticidi e causano immensi danni all’ambiente. In India avevano promesso una diminuzione di pesticidi con il cotone Bt, ma ciò non è avvenuto. Le coltivazioni ogm sono coperte da brevetto, appartengono alle multinazionali e generano profitti per le multinazionali. I piccoli agricoltori hanno visto aumentare i loro costi perché devono sempre comprare i semi e soggiacciono ai rischi insiti nell’utilizzo degli ogm. Ne esce un messaggio chiaro: la fame, la sicurezza alimentare e il fatto di poter nutrire il pianeta sono un problema politico, sociale ed economico e come tale va affrontato[5]. La sicurezza, la democrazia e la sovranità alimentare non si ottengono rendendo i contadini dipendenti da un pugno di multinazionali il cui scopo è quello di sfruttare l’agricoltura per massimizzare i profitti. Come anche altri rapporti [6,7], quello del CBAN conclude che abbiamo bisogno di metodologie agroecologiche differenti e sostenibili, sviluppando le economie alimentari su basi locali. Anche perché sono proprio i piccoli agricoltori (che spesso servono comunità locali) ad essere più produttivi dei giganti industriali (che puntano all’export) [8].

1] http://www.globalresearch.ca/weaponization-of-the-food-system-genetically-engineered-maize-threatens-nepal-and-the-himalayan-region/30512

2] http://www.thetimes.co.uk/tto/business/industries/consumer/article4069203.ece

3] http://www.globalresearch.ca/independent-india-selling-out-to-monsanto-gmos-and-the-bigger-picture/5395187

4] http://www.cban.ca/Resources/Topics/Feeding-the-World

5] Glover, Dominic. 2010. Exploring the Resilience of Bt Cotton ‘s “Pro-Poor Success Story”. Development and Change, 41(6), pp.955-981.

6] http://unctad.org/en/PublicationsLibrary/tdr2013_en.pdf

7]http://www.unep.org/dewa/agassessment/reports/IAASTD/EN/Agriculture%20at%20a%20Crossroads_Global%20Report%20(English).pdf

8] http://www.grain.org/article/entries/4929-hungry-for-land-small-farmers-feed-the-world-with-less-than-a-quarter-of-all-farmland

9]http://www.theecologist.org/News/news_analysis/2267255/gm_crops_are_driving_genocide_and_ecocide_keep_them_out_of_the_eu.html

Fonte: ilcambiamento.it

 

Roberto Burdese e Slow Food: tradizione e innovazione per un cambiamento reale

Incontro Roberto Burdese i primi giorni del mio grande viaggio in camper. Siamo in Piemonte, per la precisione a Bra, e i miei occhi non sono stati ancora colmati dalle centinaia di volti e paesaggi che avrei poi incrociato nel resto d’Italia.

Roberto, Presidente storico di Slow Food, mi riceve nel suo ufficio e subito cominciamo a discutere di agricoltura, economia, beni comuni, acqua pubblica, cambiamenti climatici, difesa dei territori, ruolo di Slow Food e sue trasformazioni in questi decenni. Contrariamente a quanto spesso si pensa, Slow Food dopo la sua fondazione si è presto allontanata dalla pura gastronomia portando avanti un percorso evolutivo che l’ha condotta ad interrogarsi su tutto ciò che gira intorno al cibo: agricoltura, energia, disuguaglianze sociali, acqua pubblica, biocarburanti, dissesto idrogeologico, valorizzazione delle tradizioni locali, tutela del paesaggio, rinascita delle comunità. A Bra è sorta anche l’Università degli Studi di scienze gastronomiche – che approfondiremo in una prossima puntata – e in giro per il Paese sono nate diverse “condotte”: gruppi di cittadini che si attivano per valorizzare cibi e tradizioni locali e che in molti casi mettono in atto o favoriscono lo sviluppo dei cosiddetti “presidi”, coltivazioni o lavorazioni di cibi che nel tempo sono andati scomparendo (legumi di tutti i tipi, antichi mestieri, eccellenze legate ai vini, solo per citare alcuni esempi).bandiera-Slow-Food

Intorno ad un presidio, però, si sviluppa una logica sistemica che caratterizza il nuovo corso di Slow Food. Accanto alla valorizzazione della biodiversità alimentare e alla ricerca del gusto e del piacere, infatti, si sviluppano azioni tese a valorizzare tutto ciò che ruota intorno a quel cibo, a quella coltivazione, a quel luogo.

«Dobbiamo imparare a lavorare insieme – mi spiega Roberto –. Gli “altri” sono uniti perché fanno soldi, profitto. Noi, che perseguiamo i beni comuni, spesso finiamo per distinguerci su tutto, ma questa cosa deve finire». Entriamo nel merito delle politiche di Slow Food, delle sue grandi battaglie. «Viviamo in una società sommersa di cibo. Questo ne ha comportato la svalutazione. Per questo le comunità del sud del mondo sono spesso “più avanti”. È fondamentale ridurre il nostro impatto e allo stesso tempo dobbiamo adattare la nostra agricoltura ai cambiamenti climatici, cambiando anche il modo di coltivare. La chiave è semplice: tornare a produrre il cibo per gli esseri umani. Oggi in pianura padana, così come accade in molte altre parti del mondo, si produce cibo per produrre energia elettrica che viene venduta a prezzi di grandissimo favore grazie ai generosi incentivi dei Conti energia! I biogas. Se non invertiamo la rotta, rischiamo di affamare ulteriormente le popolazioni del cosiddetto terzo mondo. Lo stesso discorso si può fare per la produzione di cibo destinato al consumo degli animali “da carne”. Se vogliamo un futuro sostenibile – continua Roberto – dobbiamo diminuire il consumo di carne e incentivare le produzioni agricole locali, il cosiddetto “km 0”: il cibo prodotto in una certa zona dovrebbe essere riservato, in primis, a chi abita quella zona; poi si esportano le eccedenze.burdese

Bisognerebbe quindi andare verso un regime di “sovranità alimentare” dei popoli fondato sulle reali esigenze delle persone e possibilmente bisognerebbe tornare a mangiare cibi di stagione, variando di più la dieta». Gli chiedo cosa si aspetta dal futuro e quale sia la ricetta che lui propone.

«Tradizione e innovazione devono imparare ad andare insieme. Spesso le persone si dividono: o si è attaccati al passato o lo si rinnega. Dobbiamo invece imparare dal passato e innovare il presente. Per un cambiamento reale, dobbiamo imparare ad assumerci la responsabilità su un doppio livello, individuale e sociale. La chiave è non scoraggiarsi e provare. Provando si sbaglia, ma sbagliando si impara».

 

fonte: italiachecambia.org/

Agricoltura su piccola scala: in preparazione un libro per la difesa della sovranità alimentare e il ritorno alla terra

Lanciata una raccolta di fondi per finanziare dal basso il progetto di un libro autoprodotto sull’agricoltura contadina, quell’agricoltura che costituisce ancora oggi gran parte della struttura produttiva alimentare anche nel nostro paese e in molti altri del mondo. Un libro per affermare con vigore la necessità di politiche agro-igienico-alimentari che permettano anche al piccolo produttore, e a chi sceglie di ritornare a vivere nella natura, di prodursi e vendere i suoi prodotti trasformati senza vincoli legali e fiscali che impedirebbero a chiunque di sopravvivere. Un libro importante per scardinare false certezze e impostare nuove soluzioni al fine di favorire una decrescita di scala cosciente e una deurbanizzazione ormai necessariacabras_agricoltura

“Uno spettro si aggira per l’Europa” diceva qualcuno molto tempo fa annunciando così l’avvìo di una lunga stagione di lotte e di speranze, anche di immani tragedie, ma certamente di entusiasmo e della fiducia di poter cambiare il mondo. Oggi sta forse ripartendo, più silenziosa, una diversa spinta radicale al cambiamento che prende le distanze dal modello di vita imperante e ne costruisce uno diverso. Più che uno spettro è uno spirito, di vita e non di morte, anche se la falce in mano potrebbe averla. E, come per uno spettro, si tratta di qualcosa che risorge, riappare, dopo esser venuta meno, essere stata data per estinta: è l’agricoltura contadina, familiare, su piccola scala, di sussistenza o come vogliamo chiamarla, ma un modello sostenibile di quell’interazione produttiva, quel dialogo infinito tra umani e Natura che è (o dovrebbe essere) l’agricoltura. Sono sempre di più le persone che, di fronte alla crisi profonda (e forse al collasso imminente) della “civiltà” consumista cercano altre basi sulle quali vivere, senza consumarsi in militanze, combattimenti e progetti da “sol dell’avvenire”, senza aspettare che il mondo cambi per cambiare la propria vita, e così contribuendo qui ed ora a una riconversione più generale. Restando sulla terra, per chi ci è nato, tornandoci o, meglio, facendone il proprio futuro per chi viene dalla città. Quando l’ho fatto io, alla fine degli anni ’70, andare in campagna era additata da molti, impegnati nelle lotte politiche, come niente più che una fuga dalla realtà. Non lo era, e oggi queste scelte sono all’ordine del giorno come alternativa radicale e credibile, mentre il concetto di rivoluzione sociale in cui si credeva allora lo è molto meno. Ma fuga non poteva essere anche perché la realtà del Sistema in cui viviamo non trascura di venirci incontro a ogni passo, anche in campagna, a presentarci il conto a ogni buona occasione. Da Roma mi ero trasferito sul Monte Peglia, in Umbria, dove c’era (e tuttora resiste) una comunità di persone (allora un centinaio) sparse in una ventina di casolari e terreni demaniali abbandonati cui era stata ridata vita, occupandoli: molto lavoro di ricostruzione dei casali e bonifica dei pascoli, allevamento, lavoro dei campi… Ma ciò che più ci rendeva e rende tuttora difficile la vita è il rapporto con le istituzioni (Comunità Montana, Regione) che fra tentativi di sgombero e poi affitti precari, non hanno mai concesso un contratto di lungo periodo che consentisse di poter fare progetti con tranquillità. Mentre nella stessa zona ci sono decine di migliaia di ettari abbandonati ed oltre cento casolari disabitati già crollati. Le politiche sul demanio (che sarebbe un bene comune) volte a favore di disegni speculativi anziché per un’ottica di ripopolamento rurale, si son sempre presentate ai nostri occhi come dei pericoli più che come delle opportunità. Anni dopo, avevo cominciato a coltivare un oliveto e ho avuto un’idea: avrei potuto imbottigliare a casa il mio olio e venderlo al mercato in paese: vivere producendo cibo sano e, vendendone una parte, guadagnare quanto mi serviva di denaro liquido. Niente di nuovo, del resto, ciò che si è sempre fatto per generazioni. Non era una buona idea? E un’attività onesta? No: è un’atto criminale, si incaricarono di informarmene dopo non più di due ore i carabinieri che vennero a sequestrarmi l’olio e a farmi una bella multa. Anche solo per imbottigliare l’olio serve una procedura HACCP (1) e un laboratorio con l’approvazione della ASL e, per ottenere le attrezzature e i requisiti necessari, bisogna spendere decine di migliaia di euro che, per un piccolo produttore, sono impossibili da recuperare. Eppure il frantoio dove eran state spremute le olive era in regola e nella mia cucina io posso preparare cibo sia per me che per degli ospiti, anche per dei bambini, e (lasciatemelo dire) la qualità del mio olio (che è bio per davvero) sarà mica inferiore a quello del supermercato? Niente da fare: la legge è la legge. Certo, ma c’è anche un’altra cosa da sapere: che la legge è politica, non sta scritta nelle stelle, siamo noi umani che la facciamo, e possiamo cambiarla. E allora, durante trent’anni di vita in campagna, mi son sempre chiesto perché ancora in pochi vedono una scelta di vita contadina oggi come un’alternativa possibile. Che è importante, perché una cosa è anacronistica, isolata e marginale quando è praticata da poche persone, altrimenti diventa un’opzione normale. Ho pensato che non a tutti piace vivere sempre sul filo dell’illegalità, senza poter lavorare alla luce del sole e vendere tranquillamente i propri prodotti, indefinibili professionalmente, ignorati dalle normative che concepiscono solo la figura dell’“Imprenditore Agricolo Professionale”. Ho pensato che, tra le varie cose che riesco ad autoprodurmi, ci mancava un libro. Un libro in cui dar voce a chi lavora da anni per far valere le ragioni dei contadini tradizionali nel mondo e di quelli nuovi, che hanno scelto di esserlo. Un libro per dire, ad esempio, che l’agricoltura su piccola e piccolissima scala è ben lungi dall’essere estinta o residuale: il cibo che sfama l’umanità in tutto il pianeta, infatti, è tuttora prodotto al 75% da piccoli agricoltori e in Italia l’85% delle aziende sono a conduzione familiare, nella stragrande maggioranza piccole e senza dipendenti. L’estensione media per azienda è vicina ai 7 ettari, per l’85% è inferiore a 10 e nel 47% di questa quota è inferiore a 2; solo nel 2,2% dei casi l’estensione è superiore ai 50 ettari. Più che “marginale” si tratta forse solo di una realtà che non ha l’“onore” dell’attenzione dei media, dunque. Che per la PAC (2) 2014-2020, appena varata in via definitiva, dopo tanto parlare di sostegno ai piccoli agricoltori si è finito per destinargli solo qualche spicciolo (circa 500 € l’anno) senza invece mettere un tetto ai contributi diretti ai grandi latifondisti (3); che solo quest’anno son stati tolti dalle categorie beneficiarie degli aiuti in denaro i proprietari di terreni usati come aeroporti, campi da golf e simili, ma accatastati come agricoli, che hanno ottenuto (legalmente) per decenni soldi destinati all’agricoltura, ma si è lasciato alla discrezione dei vari stati nazionali come definire chi va considerato “agricoltore attivo” e quindi avente diritto agli aiuti o meno e che tra i soggetti meritevoli di sostegno allo sviluppo rurale son state inserite anche le compagnie di assicurazioni (4). Un libro per dire che la biodiversità agricola (e alimentare) è in serio pericolo se è vero che il mercato globale delle sementi è controllato all’80% dalle prime 10 aziende multinazionali del settore e al 53% dalle prime 3 (Monsanto ha da sola il 27%), che sono anche le corporations leader dell’agrochimica e dell’ingegneria genetica applicata in campo agricolo; che nel mondo si è passati in pochi decenni da migliaia di varietà di piante ad uso alimentare a pochissime e sempre più artificiali e iperselezionate; ma anche per raccontare della risposta di tante organizzazioni contadine, de La Via Campesina, del miglioramento genetico partecipativo dello scienziato italiano Salvatore Ceccarelli; per parlare della rapina della terra nel mondo attraverso il land-grabbing, ma anche delle “dismissioni” del demanio in Italia per far quadrare i conti con l’Europa e con le banche d’affari mentre è in corso un evidente processo di concentrazione della proprietà fondiaria (5). Un libro per analizzare le leggi vigenti, soprattutto in materia igienico-sanitaria e sulla vendita diretta, e dimostrare tutta la questione di volontà politica e di interessi che sta dietro al modello unico della produzione agroalimentare industriale e della Grande Distribuzione. Una ricerca atta a segnalare che esistono diverse proposte di legge che vanno nella direzione di un’apertura di spazi di agibilità legale per le produzioni contadine (come quella di agricoltura contadina a livello nazionale e altre presentate in diverse Regioni italiane) e che vi sono inoltre già alcune leggi esistenti (come nella Provincia di Bolzano e nella Regione Abruzzo). Inoltre, con questo lavoro avanzo io stesso personalmente alcune idee inedite di soluzione della questione, il cui scopo è soprattutto quello di dare un contributo a una discussione su temi che ci riguardano tutti e che credo sia molto importante e urgente affrontare.

Per arrivare alla pubblicazione di questo libro è attualmente in corso una raccolta fondi di produzione dal basso/crowd funding sul sito:

www.limoney.it

ed è anche attiva una pagina Facebook: Terra e futuro, l’agricoltura contadina ci salverà

1. Un sistema creato dalla NASA per assicurare l’igienicità del cibo nelle navicelle spaziali e ora richiesto dai regolamenti europei sulle produzioni alimentari che non distinguono tra le piccole produzioni contadine e l’agroindustria.

2. Politica Agricola Comune europea; le è destinato quasi il 50% dei fondi pubblici europei.

3. I dati relativi ai contributi PAC del 2011 ci dicono che in Italia il 93,7% delle aziende agricole (1.170.000 aziende) ha ricevuto il 39,5% dei fondi a disposizione, per una media di 1000 € (mille euro) ad azienda, il 18% è andato allo 0,29% delle aziende e il 6% è stato diviso tra lo 0,0001% che sono 150 aziende alle quali è toccata una media di 1.589.000 € ognuna.

4. Per polizze contro i disastri provocati dai cambiamenti climatici e dalla volatilità dei prezzi sui mercati globali/speculazioni finanziarie sul cibo – problemi a cui si dovrebbero trovare ben altri tipi di soluzione che non le coperture assicurative.

5. Tra il 2000 e il 2010 le aziende con una superficie agricola tra i 2 e i 10 ettari sono diminuite del 20% circa. Questa tipologia di aziende ha perso in questo decennio un totale di circa 550.000 ettari e nello stesso periodo le aziende di oltre 100 ha hanno registrato un incremento di 270.000 ha e quelle tra i 50 ed i 100 ha di altri 360.000. Oggi l’1% delle aziende ha il 30% dei terreni agricoli e la tendenza è in aumento.

Fonte: il cambiamento

WTO a Bali: al via la campagna tweet bombing in difesa della sovranità alimentare

Parte su twitter oggi dalle dalle 13 alle 15 il bombing per chiedere al governo italiano di accettare la proposta dell’India sulla sovranità alimentarewto1-620x350

E’ in corso in queste ore a Bali il tavolo negoziale della WTO sull’agricoltura. Il cibo che ogni giorno è sulle nostre tavole è oggetto di complessi accordi internazionali che vedono di volta in volta i governi più forti accaparrarsi derrate alimentari usate poi come commodities. In queste ore la posizione del G33 e dell’India va verso il sostegno ai piccoli produttori. Spiega Trade Game blog che ha lanciato l’iniziativa del tweet bombing in Italia:

Nello specifico, la richiesta di India e G33 va nella direzione di un ripensamento dell’Accordo agricolo, che mira a mettere nelle mani del mercato la produzione di cibo, per ridare possibilità ai Governi di sostenere le produzioni locali e di dare risposte ai tanti, produttori come consumatori, colpiti dalla crisi.

Ma l’Italia si oppone a questa proposta in chiave protezionistica: teme vi possa essere un invasione di riso dall’India a prezzi molto bassi. Proprio stamane CGIL e Fairwatch, con l’osservatorio italiano TRADE GAME hanno incontrato Carlo Calenda Viceministro del Ministero dello Sviluppo Economico per chiedere che il pacchetto Bali sia approvato tenendo conto delle istanze dei G33 e dell’India e per sostenere questa posizione si è pensato al tweet bombing da inviare dalle 13 alle 15 ora italiana con il testo:

A #Bali #WTO Italia sostenga la proposta #G33 per sovranità alimentare http://goo.gl/L9wWCg @amedeoteti @WTODGAZEVEDO #tradegame #EndWTO

Fonte:ecoblog.it

Presentata alla Camera la Campagna popolare per l’agricoltura contadina

La campagna popolare per l’agricoltura contadina è stata presentata ai Gruppi Parlamentari a partire dalle Linee guida per una legge quadro sulle agricolture contadine. L’obiettivo è quello di avviare un lavoro congiunto che porti all’approvazione di una legge di riferimento ed a norme collegate in materia.12

Giovedì scorso, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, è stata presentata – dalle 11,30 alle 13,30 – la Campagna popolare per l’agricoltura contadina. Il fine era presentare ai Gruppi Parlamentari le Linee guida per una legge quadro sulle agricolture contadine, per far sì che si avviasse un lavoro congiunto che portasse all’approvazione di una legge di riferimento ed a norme collegate in materia. “Il percorso di questa Campagna popolare per l’agricoltura contadina”, spiegano gli organizzatori ripercorrendo i vari passaggi, “nasce nel 2009 in forma di petizione con l’intento di lavorare per il riconoscimento istituzionale delle agricolture contadine. Sono state così iniziate azioni di sensibilizzazione verso i referenti istituzionali e sociali. Nel marzo 2010 era stato avviato un primo confronto con il Ministero per le Politiche Agricole, interrotto in seguito ai successivi cambiamenti e non ancora ripreso. Nel novembre 2010 questo nostro primo lavoro è stato presentato in Commissione agricoltura della Camera, dove sono state raccolte indicazioni in merito. Dal 2011 è stato sviluppato un lavoro su quei temi la cui applicazione normativa finale è di competenza regionale”. Centrale la sovranità alimentare dei popoli, il diritto alla produzione, il controllo e la gestione del proprio cibo da parte dei contadini e dei cittadini. Il tutto “ripreso in chiave contemporanea per identificare pratiche agronomiche e strutture economiche ancora oggi presenti e preziosa risorsa per il futuro. Riteniamo che i modelli contadini siano strutturalmente più adeguati per fermare il continuo spopolamento agricolo delle aree interne, riportandovi lavoro ed occupazione, riutilizzando le risorse territoriali e riducendo di conseguenza i costi ambientali (assetto idrogeologico, manutenzione dei suoli, tutela della biodiversità) e ricostruendo paesaggi sociali rurali. Nelle aree ad agricoltura intensiva, possono essere invece alternativa concreta di riconversione e di ricostruzione di agrobiodiversità”. La politica agricola italiana attuale, viene vista dai promotori unicamente con la funzione di “sostenere un modello agroindustriale di agricoltura specializzata e sempre più capitalizzata nell’ambito della competitività del mercato globale. Questo porta ad intervenire in termini di comparti produttivi con un corpus normativo dimensionato a questi fini. Orientando in modo sostanzialmente unidirezionale la distribuzione delle risorse della Pac”. Il programma della mattinata è stato suddiviso in due parti: Introduzione e presentazione dei contenuti delle Linee Guida a cura di esponenti della Campagna popolare; Interventi a sostegno. Numerosa la platea degli invitati: Nicolino di Giano, Gruppo lavoro Nuova agricoltura – Rete Economia Solidale Italia; Andrea Ferrante, Comitato di coordinamento Via Campesina Europa; Vandana Shiva, Navdanya International. Molti interventi ci sono stati anche da parte dei parlamentari coinvolti sull’argomento. Tra questi: Leana Pignedoli, Vice Presidente Commissione Agricoltura Senato; Adriano Zaccagnini, Vice Presidente Commissione Agricoltura Camera; Susanna Cenni, Commissione Agricoltura Camera; Paolo Parentela, Commissione Agricoltura Camera; Mino Taricco, Commissione Agricoltura Camera.

Fonte: il cambiamento