Quando la permacultura diventa una filosofia di vita…

Sostenibilità, equilibrio, biodiversità, scambio e mutuo aiuto sono i principi fondamentali che muovono il progetto dell’associazione Permacultura La Castellana, nato a Castelfranco Veneto (TV) circa un anno fa.9468-10206

Con 29 persone coinvolte, un ettaro di terra presa in affitto dal Comune e un budget al minimo (3500 euro spesi in un anno) questo progetto di permacultura ha preso il volo iniziando dalla graduale riconversione di un terreno precedentemente sfruttato dall’agricoltura intensiva. L’obiettivo è recuperare risorse e valori fondamentali per il territorio e le persone, promuovere concretamente un’economia di sostentamento e scambio con le realtà virtuose vicine oltre che ridurre progressivamente il ricorso all’economia di mercato. In una società individualistica e basata quasi esclusivamente su valori fittizi dipendenti dal denaro e dal consumo senza limiti, principi fondamentali come la condivisione dei saperi e dei frutti della terra, la solidarietà e il rispetto della natura hanno un significato profondo e dirompente. Molti i progetti futuri dell’associazione: fare rete con altre realtà basate sulla cooperazione e lo scambio, realizzare attività di reciproca conoscenza e collaborazione con le scuole tradizionali di agricoltura, approfondire e allargare le possibilità di coltivazione. Incontriamo Daniele Zanetti, uno degli ideatori del progetto e co-fondatore dell’associazione Permacultura La Castellana.

Che cos’è il Progetto Permacultura La Castellana?

Permacultura La Castellana è un’associazione culturale senza fini di lucro che ha l’obiettivo di creare una comunità aperta di persone con l’intento di fare autoproduzione, avviare un’economia di sostentamento e vendere le eventuali eccedenze. Tuttavia, la cosa per noi più importante è iniziare a praticare un’economia di scambio con altre realtà del territorio come i GAS e gli orti solidali situati nelle vicinanze.castellana

Dove avete preso la terra?

Abbiamo preso in affitto un ettaro di terra dal comune di Castelfranco per 470 euro l’anno. C’è la possibilità in seguito di prendere altri appezzamenti adiacenti, circa 5000 metri quadri. Abbiamo una concessione per i prossimi 5 anni, rinnovabile per altri 5.

Chi è stato l’ideatore del progetto e come avete incontrato gli altri soci?

L’input iniziale è stato mio e di un altro socio, Alessandro Bettati. Sono dieci anni che sono nel campo dell’associazionismo, avevo già un giro di conoscenze in questo settore e quindi non siamo partiti da zero. Attraverso incontri e fiere ci siamo fatti conoscere e sono entrate a far parte del progetto altre persone.

Con quale budget avete iniziato?

La quota associativa costa 50 euro l’anno ma col tempo abbiamo intenzione di ridurla. Abbiamo, al momento, fissato questa cifra perché abbiamo dovuto sostenere le spese per la serra e gli attrezzi necessari per l’orto. C’era bisogno di un budget iniziale ma nel giro di 5 anni la quota associativa si dimezzerà. Ci sono nostri colleghi che sono partiti con terreni di proprietà e con una cooperativa con un budget di 300000 euro. Noi siamo partiti con un budget molto limitato e alla portata di tutti. Naturalmente loro, della cooperativa, sono interessati a vendere all’esterno, noi invece siamo interessati più all’economia di scambio. Con pochissimi soldi siamo riusciti a mettere su un progetto di permacultura.

Avete tutti un altro lavoro? In questo anno che cosa avete fatto? E in che modo hanno partecipato i soci?

Molti di noi hanno il proprio lavoro ma tra i soci ci sono anche disoccupati. Per portare avanti il progetto usiamo il nostro tempo libero. Per realizzarlo pienamente occorrono circa tre anni. Per ora non si sono delineati ruoli precisi perché al momento è bene organizzarci di mese in mese e cercare di fare tutti le stesse cose con una linea guida precisa. Quando il progetto andrà avanti il gruppo diventerà un vero e proprio team all’interno del quale ciascuno avrà un ruolo preciso e quindi ci sarà chi si specializzerà nell’orto, chi avrà più interesse nella trasformazione dei prodotti: essiccati, sottolio e simili. Per specializzarci, però, dobbiamo tutti conoscere profondamente il progetto. Abbiamo un altro anno e mezzo davanti prima di concludere.castellana3

Riuscite ad essere autosufficienti?

Ci sono stati periodi in cui lo siamo stati. Al momento non lo siamo. Nel giro di due o tre anni, però, credo sia possibile arrivare a un buon livello di autosufficienza per la verdura e la frutta. Per arrivare a questo non basta solo produrre ma è necessario chiudere la filiera. Oltre a coltivare è necessario saper raccogliere, cucinare, preparare e conservare. Sembra una sciocchezza ma è una cosa che non è affatto banale o scontata perché siamo abituati ad andare al supermercato dove compriamo già tutto pronto.

Che cosa è necessario fare?

E’ necessario cambiare stile di vita. Dobbiamo considerare che durante l’anno ci sono i periodi di magra. Quindi non è che quando non si produce si debba andare al supermercato. Ci si pensa quando c’è il periodo di larga produzione conservando la verdura e la frutta che sarà poi consumata in inverno. Da dicembre ad aprile, ad esempio, è un periodo in cui non c’è frutta. Con la frutta essiccata per tempo si può arrivare a una buona percentuale di sostentamento anche in inverno. Quello che fa la differenza è l’economia di scambio. Ci sono altri gruppi simili al nostro con i quali scambiare i prodotti.

Quali sono i principi cardine dell’associazione?

Creare una comunità aperta di persone. E’ fondamentale perché recupera valori comunitari che questa società del consumo ha già in buona parte perso.  Pensiamo al valore della condivisione, dell’aiutarsi l’un l’altro, della solidarietà. Concetti che in una società individualistica e basata sul valore del denaro sono quasi inesistenti. In campo prettamente economico, vogliamo promuovere una ripresa dell’economia di sostentamento e di scambio, riducendo progressivamente l’economia di mercato.

La vostra terra si trova vicina ai centri abitati?

Sì ma contemporaneamente non è vicina a una strada trafficata e quindi il terreno è un terreno relativamente pulito. Dico “relativamente” perché si tratta comunque di un terreno in conversione e per recuperarlo, utilizziamo varie tecniche, tipo il sovescio. E’ necessario tener presente che, purtroppo, viviamo in un mondo inquinato. Certamente anche il nostro, in una certa misura lo è, ma è parte integrante del nostro progetto proprio il fatto che attraverso un approccio diverso, sano e collaborativo nei confronti della terra, col tempo, i terreni possano essere recuperati. Ci sono altre realtà simili alla nostra in zona: apicoltori e funghicoltori. C’è un bosco vicino a noi creato da un gruppo di ragazzi che ne avevano bisogno per allevare le api

Qual è l’età media dei soci e qual è il futuro del vostro progetto?

Circa 45 anni. Io ho 33 anni e sono tra i più giovani. Questo mi dispiace molto. E’ anche colpa nostra perché dobbiamo renderci più visibili. Dobbiamo andare nelle scuole e far vedere ai ragazzi che esistiamo. E’ il prossimo step che dobbiamo fare e uno dei nostri obiettivi. Ad esempio, c’è l’istituto agrario di Castelfranco, a pochi chilometri da noi, all’interno del quale il professor Alessandro Leoni è riuscito ad introdurre il biologico. Al momento nelle scuole si parla quasi solo di agricoltura tradizionale quindi è chiaro che la permacultura come concetto e come vera e propria cultura del fare, ancora non c’è. Bisogna iniziare a collaborare. Il futuro del progetto e della nostra associazione è questo.

Che cosa rappresenta il vostro progetto all’interno della realtà in cui siete inseriti?

Noi stiamo creando un ecosistema. Con i vari elementi: l’orto, il frutteto, il pollaio, la food forest, le aromatiche, i cereali stiamo andando a creare un ecosistema sostenibile. Ogni elemento all’interno del progetto è legato in un contesto di economia circolare, aumentando la biodiversità e conseguentemente le interazioni tra le varie specie viventi. Si raggiunge un livello di complessità più alto e soprattutto un equilibrio con la natura. La sostenibilità la raggiungiamo in questo modo.

Coltivate anche i cereali?

Il terreno veniva da un’agricoltura intensiva e abbiamo seminato a spaglio il sovescio di varie piante leguminose e foraggere. Da quest’anno possiamo pensare di iniziare a seminare un cereale. Un gruppo che conosco e che si trova vicino a noi ha recuperato alcuni grani antichi (Saragolla e Senatore cappelli) ed è arrivato poi a produrre le farine. In zona abbiamo, tra l’altro, un vecchio mulino. Quando ci muoveremo noi dovremo pensare attentamente alla filiera e alla gestione di tutto il processo e lo faremo nel modo più sostenibile possibile, avendo una realtà di riferimento come la loro. Vogliamo recuperare un metodo antico che oggi non si usa più. Oggi si usa il mietitrebbia che taglia tutto. Una volta, invece, le trebbie tagliavano a un’altezza maggiore e contemporaneamente si seminava una leguminosa a mano quando il grano era alto. Quando si raccoglieva falciando il grano si aveva già il terreno con le piantine di leguminose che crescevano. Questo si faceva per mantenere il terreno fertile dando la rotazione tra il cereale e le leguminose.

E’ lo stesso sistema di Masanobu Fukuoka?

Sì, ma non solo lui, direi che è una pratica antica. Masanobu Fukuoka ci ha insegnato che il terreno deve essere sempre coperto. Utilizzava il trifoglio bianco come leguminosa seminato nei campi di riso e poi d’inverno copriva con la paglia in modo tale da proteggere il terreno dalle gelate. Le cose importanti per realizzare un progetto in equilibrio con la natura sono tre: la fertilità del suolo, la qualità del seme perché oggi abbiamo semi più produttivi  rispetto alle varietà antiche, ma sono anche più delicate e si ammalano più facilmente. Dobbiamo puntare sulle nostre piante rustiche e chiaramente non ibride, altrimenti il seme non è fertile. Infine, la biodiversità. Se non c’è biodiversità l’ecosistema non è in equilibrio.

Che ruolo hanno gli animali? Li allevate per la carne?

No. Gli animali sono parte integrante del progetto perché sono fondamentali. Sono animali che troveranno il cibo sul campo. Inoltre, hanno la funzione di concimare la terra. La nostra agricoltura non è intensiva ma comunque non siamo in grado di creare da soli un sistema che si tenga in equilibrio. Le galline ci aiutano in questo, ad esempio mangiando i parassiti che danneggiano le piante (nei mesi non produttivi dell’orto). L’ecosistema che abbiamo creato sostiene le galline stesse. Sono, all’interno di un circolo virtuoso, un elemento che serve a mantenere l’equilibrio. Questo è un altro dei nostri obiettivi.

Qual è la differenza rispetto ai progetti di agricoltura tradizionale?

Noi lavoriamo con la natura e non la pieghiamo ai nostri bisogni come fa l’agricoltura tradizionale e tutta la società moderna, in ogni campo). Tuttavia, siamo consapevoli della necessità di una collaborazione nei luoghi in cui l’agricoltura tradizionale viene insegnata. Lavorare in sintonia con queste realtà è il modo che abbiamo scelto per cercare di arrivare a un risultato positivo e virtuoso per tutti: le persone, la terra, la società.

Dove avete imparato la permacultura?

Uno dei soci è permacultore (Alessandro Bettati) e ha fatto il corso con Geoff Lawton. Personalmente non sono permacultore ma mi sono formato leggendo libri e cercando di migliorarmi nella pratica in questa direzione. Il nostro progetto prevede anche che alcuni di noi si formino con corsi specifici.

Perché progetti come il vostro?

La nostra è una società consumistica e individualistica che disintegra valori come la famiglia, il rispetto del prossimo, le varie comunità nel territorio, mantenendo come unico valore il denaro. In questa società, entrano in gioco effetti che nelle economie preindustriali erano molto limitati quali: accumulazione sempre più sfrenata di beni e merci, usura, l’interesse che per sua natura è uno strumento di mera speculazione. Una società fatta in questo modo e un’economia di mercato basata sul denaro come fine e non mezzo non potrà fare molta strada.

Come vedi il futuro?

Nella storia dell’uomo è sempre stato così: c’è sempre stata un’economia di sostentamento in primo luogo, poi di scambio e poi di mercato. Adesso invece l’economia di mercato è diventata primaria e l’unico modo di sostenersi è lavorare per avere il denaro con cui comprare quello che ci serve. Non è assolutamente possibile né realizzabile un mondo che continui a basarsi sull’individualismo puro e su un consumismo senza limiti. In futuro si tornerà alle nostre radici perché una società fondata sullo sfruttamento a oltranza di risorse che non sono infinite non può essere sostenibile e non potrà garantire un benessere economico come quello cui siamo abituati. Prima o poi siamo destinati a cambiare sistema. Non siamo solo noi a pensarlo ma ci sono altri movimenti come il Movimento per la Decrescita Felice, le Transition Town, il Movimento Zero di Massimo Fini, i vari progetti di ecovillaggi.

Qual è il vostro sogno?

Stiamo cercando di fare rete con tutti gli altri movimenti che si basano su valori come la cooperazione e lo scambio attraverso un’economia sana e non basata sullo sfruttamento e sul consumo.  Fare rete significa, di fatto, iniziare a creare i presupposti per una nuova società.

Che consiglio ti sentiresti di dare a chi volesse imitarvi?

Non me la sento ancora di dare consigli. Forse ci sentiremo di farlo tra cinque o sei anni, quando ne sapremo di più. Per il momento posso dire che la prima cosa è non fare il passo più lungo della gamba, fare poche cose ma fatte bene. Altra cosa fondamentale è insistere e non scoraggiarsi alle prime difficoltà.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Artigianato: se le piccole botteghe scelgono la sostenibilità

Il futuro è nell’artigianato, come dimostra anche la rinascita di tante piccole botteghe italiane. Oggi vogliamo raccontarvi la storia della falegnameria Rubboli che dalla fine degli anni ’80 ha scelto di utilizzare solo vernici naturali e basare la sua attività sull’importanza delle relazioni e sul rispetto della natura. Più di cinquant’anni di storia e non sentirli. Anzi, ad ascoltare le parole di Stefano, ci si accorge di come egli sia proiettato nel futuro, pur tenendo in piena considerazione il passato e le tradizioni familiari.

La falegnameria Rubboli venne fondata 65 anni fa a San Zaccaria, in provincia di Ravenna, da suo padre e oggi è portata avanti da Stefano insieme alla moglie. “Abbiamo sempre condiviso le cose, non c’è mai stata una gestione da mio babbo passata a me, è sempre stata una gestione collaborativa”. Il padre si è ritirato tre anni fa. “Viene ancora a dare una occhiata, lo posso chiamare quando ho bisogno di un consiglio, cerco di coinvolgerlo quando devo andare a comprare il legno ad esempio”.

“Produciamo cose solamente fatte con prodotti naturali”. Curioso il momento in cui decisero di passare ad una produzione sostenibile e rispettosa dell’ambiente. “È un aneddoto che mi piace raccontare. Un giorno venne qui un signore che vendeva vernici naturali, con sul giubbotto un disegno di un sole che ride – ci dice sorridendo – e quando iniziò a parlare di queste tematiche legate alla sostenibilità, ci sembrò una cosa strana. Nel giro di qualche mese questi discorsi che sembravano insensati, presero forma e concretezza. Capimmo che si poteva vivere senza distruggere il mondo”. Tutto ciò accadde nel 1988.falegnameriarubboli1

La falegnameria utilizza solo vernici naturali, e la differenza rispetto a quelle tradizionale è altissima. “Con la vernice tradizionale plastifichi il legno – continua l’artigiano romagnolo – lo impermeabilizzi e lo rendi quasi un inerte; con la vernice naturale il legno rimane vivo, per cui avrà sempre le sue dilatazioni, i suoi movimenti”.

Il costo delle vernici naturali è competitivo, a differenza di quanto si possa pensare.
“Cinque litri di vernice naturale possono costarti 250 €, mentre lo stesso quantitativo di vernice tradizionale costa circa 30 €. Però v’è una differenza : per verniciare un tavolo usando il prodotto naturale si usano tre etti di vernice, con un prodotto chimico tradizionale si usano dai cinque ai dieci chilogrammi di prodotto, e buona parte di questi vanno in atmosfera”.

Inoltre ne guadagna la salute del pianeta, con meno risorse utilizzate e di migliore qualità oltreché la salubrità degli operatori che quotidianamente respirano un prodotto più naturale. “Nel lavoro tradizionale hai un consumo di energie e materie prime, di ferramenta e vernici di un certo tipo. Se invece lavori in un’altra maniera, produci molto meno. Mentre prima quando usavi le altre vernici ti sentivi rintronato per tre giorni, con questo tipo di vernici non hai questo problema. Hai un miglioramento della tua qualità di vita lavorativa enorme”.

Da uno studio specifico fatto sulle sue vernici si è dimostrato che “non provocano danni all’ambiente e agli operatori; il residuo secco può essere utilizzato per fare compostaggio, e non comportano danni all’utilizzatore finale, salvo che esso abbia delle patologie pregresse”.FalegnameriaRubboli2.jpg

Una delle componenti principali dell’attività di Stefano è la relazione. “Capita che un cliente che non viene da vent’anni, se passa da San Zaccaria si fermi a salutarmi”. I suoi clienti “sono persone normali, tendenzialmente votate al volontariato e più sensibili rispetto la media. Mi riconosco in molti di loro, sono persone semplici”. Tant’è che quando gli chiediamo qual è la sua più grande soddisfazione, ci dice che è proprio il rapporto con le persone, mentre la più grande difficoltà è il non essere capito dalle istituzioni e enti pubblici. Un’altra immensa soddisfazione per Stefano è stato istallare un impianto fotovoltaico, in grado di mettere in rete un terzo dell’energia generata. È stato l’ultimo progetto studiato e realizzato insieme al padre prima che andasse in pensione. Il legname utilizzato è esclusivamente di provenienza europea o nord americana. Non proviene dall’Africa, dal Sud America o dal Sud est asiatico per prendere materiale proveniente da deforestazione. “In Europa o in Nord America tutte le foreste sono a taglio controllato: vengono sempre ripiantate e non sono foreste vergini”.

L’amore e la passione per il suo lavoro gli danno la determinazione per continuare sempre con lo stesso entusiasmo. “Non è un lavoro che puoi fare se non ti piace, se pensi ai soldi. La testa è qui: pensi a quel che devi fare”.falegnameriarubboli3

Ascoltando Stefano capiamo quanto gli piaccia trascorrere i suoi giorni lavorando il legno. Ci viene quindi spontaneo chiedergli se c’è e qual è la sua pianta favorita. “Ci sono legni che adoro, uno di questi è il rovere. È il mio preferito. Mi piace anche il tiglio, legno semplice che cresce velocemente, tenero e compatto”. Senza dimenticarci che “l’albero è un prodotto della natura, ed ognuno è diverso dall’altro”.

Riascoltando le parole di Stefano ci viene in mente il detto di Laozi, che da oggi possiamo ribaltare: fa più rumore una foresta che cresce che un albero che cade.

Intervista: Daniel Tarozzi e Andrea Degl’Innocenti
Riprese: Paolo Cignini
Montaggio: Roberto Vietti

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/io-faccio-cosi-152-artigianato-piccole-botteghe-scelgono-sostenibilita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Ecosistema Urbano 2016: la salute delle città lombarde, nel rapporto annuale di Legambiente

Aria, acque, rifiuti, mobilità ed energia, gli indicatori considerati per stilare la graduatoria nazionale delle performance ambientali. Milano, anche se la migliore tra le metropoli, slitta dal 51° al 73° posto. Tutti i dati386553_1

Aree urbane in situazioni di stallo, città che faticano a rinnovarsi in chiave sostenibile e promuovere interventi innovativi. È il quadro della regione Lombardia dipinto dalla XXIII edizione di Ecosistema Urbano, il dossier di Legambiente realizzato in collaborazione con l’istituto di ricerche Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore, che mira a tracciare una fotografia delle performance ambientali del Paese attraverso un’analisi dei risultati ottenuti dalle principali città in diversi ambiti. Aria, acque, rifiuti, mobilità, energia: sono gli indicatori presi in considerazione per stilare la graduatoria nazionale, valutando tanto i fattori di pressione e la qualità delle componenti ambientali, quanto la capacità di risposta e di gestione ambientale. Nella top ten italiana si trova Mantova, al 3° posto, centrando buone performance nelle basse medie dell’NO2 con 23,6 μg/mc, nella dispersione della rete idrica (solo al 15,5%), nell’ottima percentuale di raccolta differenziata, che raggiunge il 77% e col secondo posto assoluto nell’indice dedicato alla ciclabilità, con 26,66 metri equivalenti ogni 100 abitanti. Lecco mantiene la 14^ posizione rispetto al 2015; Cremona sale di 4 gradini arrivando 20^; Bergamo scala la classifica dal 41° al 30° posto; Sondrio precipita dal 7° al 41°; Pavia guadagna 20 posizioni arrivando 43^; Lodi scende di 4 posizioni attestandosi alla 65^; Milano, pur passando dal 51° posto al 73° e registrando i peggiori dati per le medie di polveri sottili, resta tra le migliori grandi metropoli superando di diverse posizioni Roma, Torino, Palermo.  Tra gli indicatori della qualità dell’aria vengono presi in considerazione NO2, PM10 e Ozono, registrando una condizione generalmente stazionaria in negativo: Milano, insieme a Torino, si guadagna la maglia nera per la presenza di biossido di azoto (NO2), con valori medi superiori a 50μg/mc e per lo sforamento dei limiti di PM10 con 101 giorni; sono oltre 80 i giorni di superamento delle soglie di ozono a Bergamo, Brescia e Lecco. Dati che confermano come nei nostri centri urbani sia la mobilità privata motorizzata a farla ancora troppo da padrona.
“Mentre Milano si attesta come la città capoluogo più innovativa, le altre città fanno fatica a trovare una dimensione che le veda protagoniste in campo ambientale e per il benessere diffuso – ha detto Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia – L’inquinamento atmosferico si riconferma il grande nemico della Pianura Padana ma, mentre Milano sta agendo con uno sforzo di promozione di iniziative come il car o bike sharing, altre città non ingranano la marcia giusta. Decongestionare le città dal traffico e attuare una riqualificazione energetica degli edifici aumenterebbero il benessere dei cittadini e ne tutelerebbero la salute. Purtroppo da questi obiettivi siamo ancora lontani. Serve un cambio di passo anche delle amministrazioni anche per intercettare nuove opportunità di finanziamento, al di là dei sempre più scarsi trasferimenti statali”.

Una nota positiva arriva dal dato sul trasporto pubblico: Milano, con 472 viaggi all’anno per abitante è in crescita rispetto ai 457 viaggi del 2014, anche grazie all’aumento dell’offerta del servizio, che passa da 83 a 92 Km-vetture/ab e si conferma al primo posto, seguita da Roma e Venezia. Tra le città di medie dimensioni, spicca Brescia con più di 150 viaggi/ab (+5% rispetto al 2014). Tra le città che non raggiungono la soglia dei 10 viaggi per abitante annui, invece, troviamo Sondrio. È opportuno, però, precisare che il valore dei passeggeri trasportati per abitante è influenzato da due fattori importanti che determinano notevoli variazioni: la presenza turistica e l’incidenza del pendolarismo.
Pessime performance sullo spreco di acqua potabile: Pavia è tra le peggiori per gli per elevati consumi idrici domestici: oltre 200 litri al giorno pro capite. Sempre in tema di acqua, sulla dispersione della rete (differenza percentuale tra l’acqua immessa e quella consumata per usi civili, industriali e agricoli (%) si registrano due città lombarde che rientrano nelle prime cinque virtuose d’Italia, in grado di contenere le perdite a meno del 15%, a fronte di un consistente aumento del fenomeno a livello nazionale: Monza e Lodi. In allegato il comunicato con le tabelle regionali.
Il dossier nazionale completo di tabelle è disponibile su: http://www.legambiente.it/contenuti/dossier/ecosistema-urbano-2016 [1]

Fonte: ecodallecitta.it

Allevamenti bioetici: prove di sostenibilità

Parlare di allevamenti etici sembra una contraddizione in termini. Come può, infatti, lo sfruttamento di animali “da carne”, essere etico? Abbiamo provato a scoprirlo andando a vedere di persona l’azienda agricola Boccea di Anna Federici, che si trova alle porte di Roma e si estende per 240 ettari tra pascoli, boschi e uliveti.

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Se si fa appello, come si legge nei libri dedicati all’argomento*, al rispetto delle loro esigenze o alla loro capacità di instaurare legami profondi, le domande si pongono con ancora più forza: qual è la primissima esigenza dell’animale se non quella di vivere? L’affermazione di considerare gli animali come capaci di creare legami profondi, stride violentemente con la convinzione di essere nel diritto di allevarli per mangiarli. La profonda consapevolezza e il desiderio di conoscere la psicologia e la fisiologia dell’animale per rispettarlo e per stimolare in lui una risposta di fiducia nei confronti dell’uomo che lo alleva, non ci assolve affatto ma anzi, e proprio per questo, basa l’allevamento etico sul tradimento di quello stesso rapporto di fiducia. Gli animali sono considerati come merce, lo sappiamo, e per quanto un allevamento etico cerchi di occuparsi al massimo del loro benessere, non è sempre facile distinguere quanto viene fatto per autentico interesse dell’animale e quanto per tornaconto economico. L’animale che muore nella sofferenza e nella paura produce scariche di adrenalina che, in fondo, finiscono per rovinarne la carne, producendo, di conseguenza, un danno a noi. Quindi, per quale motivo si rende un animale meno stressato e lo si fa vivere in condizioni migliori? Che cosa significa esattamente la parola “etico”? Etico per l’animale o etico per noi e per il nostro consumo?

Sarebbe troppo facile, tuttavia, giudicare negativamente gli allevamenti di questo tipo. Si tratta di luoghi in cui gli animali vivono in condizioni eccellenti, hanno a disposizione spazi sconfinati, relazioni con i simili, buon cibo naturale e sano. Se ci facciamo guidare da due principi essenziali: la necessità o meno di mangiare carne e la qualità di vita degli animali che alleviamo, l’allevamento etico risponde e soddisfa pienamente il secondo principio. Rimane il problema etico, certo, che non si risolve affatto ma, al contrario, pone questioni sempre più stringenti. I primi a doversi porre queste questioni, però, non sono certo gli allevatori. La prima e sola responsabilità è dei consumatori che continuano a chiedere carne (anche quella tenera dei cuccioli), latte o formaggi in quantità esagerate e senza minimamente porsi (se non in parte) il problema della necessità o delle condizioni di vita degli animali. Questo non fa che alimentare il mercato e rendere indispensabile l’esistenza degli allevamenti stessi. Se si è consapevoli che il mondo non cambierà direzione domani mattina ma che ci vorranno anni di lavoro di informazione e sensibilizzazione al problema, allora le realtà di questo tipo possono rappresentare una proposta concreta e un primo passo valido e serio verso una maggiore consapevolezza su quella strada. L’allevamento etico e azienda agricola Boccea di Anna Federici si trova alle porte di Roma e si estende per 240 ettari tra pascoli, boschi e uliveti. Al momento sono presenti 230 animali in tutto, di cui 95 fattrici. Visitando il centro si passa per i pascoli a perdita d’occhio che ospitano animali allevati in libertà con enormi spazi a disposizione. Si vedono in lontananza gruppi di madri con i loro piccoli negli spazi d’ombra sotto il sole di luglio. Gli animali sono molto sereni, anche quelli che ho avuto la possibilità di vedere nella fase di finissaggio, con spazi all’aperto ben esposti, con sole e ombra a disposizione, liberi, tranquilli, sani. Si può vedere lo spazio in cui vengono sistemate le mucche in attesa di partorire, sempre in modo naturale. Nel suo allevamento non vengono usati metodi coercitivi di alcun tipo per indurre l’animale a spostarsi, ad essere pesato o condotto in altri pascoli. Anna ci guida nella sua azienda e ci racconta come è nato il suo allevamento.

Che cos’è un allevamento etico?

Un allevamento in cui il benessere dell’animale è fondamentale. Ci sono dei criteri specifici che devono essere osservati in questo senso: se possibile il 100% (noi oggi produciamo il 100% dei foraggi e il 50 per cento delle granaglie) dell’alimentazione deve essere prodotto in azienda e da agricoltura biologica; le cure e i farmaci devono essere più possibile naturali, gli spazi e le strutture adeguati. Deve essere inoltre assicurato il rispetto dei comportamenti specie-specifici degli animali, un’alimentazione corretta e un allevamento a ciclo chiuso in cui l’animale possa trascorrere tutta la sua vita, il trasporto deve essere effettuato in condizioni idonee e il macello a km zero. Fare in modo che si instauri una relazione di fiducia tra uomo e animale è fondamentale. Un allevamento etico significa attenzione al benessere degli animali, sostenibilità ambientale e qualità del prodotto.

Come ha iniziato e quando?

Dal 2011 l’allevamento è così come lo si vede adesso. L’azienda appartiene alla mia famiglia e l’ho presa in mano nel 2002. Da quel momento ho fatto molti tentativi per arrivare a questo risultato. Prima me ne occupavo ma in maniera minore.

Quali sono state le difficoltà maggiori?

La difficoltà iniziale per me, quando ho preso in mano l’azienda, è stata proprio trovare le persone che mi aiutassero. Gli agronomi e i veterinari hanno, di solito, un’impostazione scientifica e universitaria ed era molto difficile far loro capire che cosa volevo fare: un allevamento in cui venissero rispettate le esigenze degli animali. I bovini sono erbivori ed hanno bisogno di erba fresca e grandi spazi all’aperto a disposizione. Gli animali che vengono alimentati soltanto con i cereali non sono animali sani. Diventano grassi ma questo è innaturale e dannoso. Ho avuto la fortuna di incontrare la dottoressa Francesca Pisseri, veterinario, che mi fece vedere, all’epoca, un allevamento in Toscana basato sugli stessi principi. Avevo già chiesto all’agronomo che mi aiutava di organizzare un sistema di rotazione di pascoli e di recinzioni collegate in maniera tale da poter far passare agevolmente gli animali da un pascolo all’altro ma non sapevamo, per esempio, come gestire le mandrie. La collaborazione con Francesca Pisseri mi ha permesso di realizzare quello che avevo in mente.

Come curate gli animali che si ammalano?

Non usiamo, ad esempio, avernectine. Si tratta di una serie di sostanze nocive per l’animale e per l’ambiente e che servono ad eliminare i parassiti che si annidano nello stomaco dei bovini. Con una corretta gestione del problema (monitoraggio) gli animali pian piano si desensibilizzano e formano una sorta di resistenza. Può capitare, quindi, che c’è l’annata in cui il parassita è più aggressivo ma noi, invece di usare le avernectine che sono sostanze dannose anche per il terreno e distruggono tutti i microrganismi presenti, usiamo i semi di zucca. Utilizziamo, inoltre, l’omeopatia per i problemi digestivi. Nei casi in cui non è possibile farne a meno facciamo uso di antibiotici ma solo eccezionalmente e non perché si segua un protocollo. Agli animali che vivono negli allevamenti intensivi vengono somministrati, infatti, antibiotici per protocollo perché si ammalano. Per tenerli in salute viene fatta questa scelta ma questo significa che quelle sostanze passeranno, attraverso la carne, agli umani. Questo, tra l’altro, crea una serie di problemi anche a livello di resistenza dell’uomo agli antibiotici.

Come si è sviluppata dentro di lei questa sensibilità?

Mi sono trovata ad occuparmi delle aziende di famiglia che erano gestite in maniera convenzionale e con risultati economici poco interessanti ma, soprattutto, con conseguenze devastanti per l’ambiente e con poco rispetto nei confronti dell’animale. La cosa non mi piaceva ed ho iniziato ad avvicinarmi alla biodinamica e al mondo del biologico. Purtroppo non viene insegnato come vengono fatte le cose. Sono entrata in contatto con il mondo della biodinamica, vi ho trovato l’ approccio olistico che cercavo e un metodo concreto e pratico di lavoro. E’ un sistema che insegna come trattare i terreni, quali macchinari e attrezzatura usare per le lavorazioni e quali no, come usare il letame compostato come concime, come usare i preparati biodinamici. E funziona. Il nostro terreno, da quando pratichiamo la biodinamica, è cambiato notevolmente.

Dove acquistate il cibo per gli animali?

Lo autoproduciamo quasi totalmente in azienda, appunto, biodinamica. Il resto lo acquistiamo biologico. Non arriviamo ancora ad essere autosufficienti con le granaglie perché ci mancano le strutture per conservare adeguatamente cereali e altri semi. Stiamo lavorando alla costruzione di alcuni silos proprio per questo. L’idea iniziale era di alimentare tutte le mandrie delle fattrici al pascolo e di continuare a farlo anche con i vitelli fino all’età di circa 14/16 mesi. Dopo, li teniamo normalmente in recinti appositi nella fase di finissaggio che può durare tre o quattro mesi. Abbiamo fatto però delle prove di finissaggio all’erba. C’è un problema di alternanza stagionale: c’è tanta erba molto nutriente in primavera, niente in estate e poi di nuovo erba buona in autunno. Dovrebbe cambiare la mentalità delle persone che comprano la nostra carne. Se lasciassi tutti gli animali sempre al pascolo, anche con aggiunte di fieni e cereali nei mesi in cui manca l’erba non potrei macellarli prima dei 24 mesi. Adesso, invece, gli animali escono a circa 20 mesi. In questo momento tutti vogliono la carne biologica ma si è poco disposti a pagarla di più. C’è differenza tra biologico e biologico. Sono, però, abbastanza soddisfatta dei risultati.

Che cosa significa per lei “biologico”?

Biologico non è solo il cibo che gli animali mangiano ma tutto il nostro allevamento che si basa sul principio che l’animale deve essere rispettato in toto: le sue esigenze di spazio e di aria, di relazione tra madre e piccolo, l’accoppiamento e la gravidanza che avvengono in modo naturale e non artificiale, le cure e le attenzioni per la psicologia dell’animale stesso. Conoscere profondamente i nostri animali significa capire le loro paure, evitare comportamenti che possano spaventarli. Cerchiamo di dar loro un ambiente in cui vivere che tenga conto della loro natura. Con questo tipo di allevamento si riduce moltissimo l’impatto ambientale anche riguardo alle emissioni di anidride carbonica.

Ha mai pensato che l’allevamento degli animali da carne sia qualcosa di non etico? Ha mai avuto dubbi in questo senso?

Ho pensato molto se allevare o no prima di dedicarmi completamente a questa attività. C’è stato un periodo in cui sono stata vegetariana e non ero sicura se fosse la strada giusta. Personalmente ho deciso a un certo punto di allevare: avevo molta terra a disposizione, boschi e pascoli che per i bovini sono una grande risorsa. Ho smesso di essere vegetariana perché mi sembrava una contraddizione. Ho deciso di prendere questa strada e di allevare le mie mandrie rispettando l’etologia e le necessità fisiche dei bovini

Come ha risolto, all’epoca, il problema etico?

L’ho risolto pensando che questi animali vivono, vengono allevati ed esistono perché c’è una sorta di simbiosi con l’uomo. Non esisterebbero mucche se nessuno le mangiasse. Fa parte di un ciclo. L’animale ti dà latte, carne e proteine. Cioè l’animale trasforma l’erba in qualcosa che l’uomo può mangiare. Nel passato tutto era vissuto in modo più semplice: il bue faceva il lavoro che fanno le macchine oggi, c’era il latte e poi c’era il vitello, le pelli venivano utilizzate per quello che serviva. Era tutto più equilibrato e non c’era questo pensiero folle di dover mangiare la carne ogni giorno. La carne non deve essere mangiata tutti i giorni. Mi definisco una reducetariana.

Come avviene in un allevamento etico la macellazione degli animali?

Cerchiamo di fare tutto il possibile per ridyrre al minimo lo stress per l’animale. Lo portiamo in un macello che soddisfa criteri precisi e per il trasporto mi affido a un trasportatore di fiducia. Quando l’animale deve essere mandato al macello lo si fa facendo massima attenzione: si mandano capi che sono abituati a stare insieme, si fa in modo che guardino meno possibile facendoli passare in corridoi stretti. Gli animali si fidano. Cerchiamo di controllare che l’animale non abbia paura. Appena l’animale arriva dopo un viaggio più breve possibile, non aspetta ore interminabili ma viene macellato subito. L’attenzione principale è nella calma dell’operatore. Gli animali vengono prima rilassati con delle docce apposite e poi gli viene sparato un colpo alla testa. La morte è immediata. Se l’animale non morisse subito si scaricherebbe una tale carica di adrenalina che tutta la carne ne risulterebbe rovinata.

L’animale soffre?

Non c’è agonia ma non mi sento di dire che l’animale non soffra anche perché sente il sangue, per quanto si faccia estrema attenzione a mantenere l’ambiente pulito. L’uccisione di un animale fa impressione. Essere a contatto con la morte è duro. Ancor più perché così organizzata e razionalizzata. Dovremmo investigare molto sul ruolo dell’uomo sulla Terra. Quando si è allevatori si è spesso a contatto con la morte di un animale (incidenti, malattie, macellazione) ma anche con la vita (accoppiamenti, nascite, i vitelli che crescono ecc.) Non ho una risposta su questo argomento. Amo il mio lavoro e la mia linea guida è il rispetto per la vita ricordando sempre di essere radicata in una realtà specifica.

Ci parla meglio di questo rapporto di fiducia che si crea tra uomo e animale?

Dal momento in cui vengono svezzati, intorno ai 7-8 mesi, imparano a fidarsi di noi. Li lasciamo completamente liberi ma sempre a contatto con l’uomo. Gli animali imparano a riconoscerci, ci vengono incontro quando diamo loro del cibo aggiuntivo come farebbe un cane. Questo permette all’uomo di evitare situazioni pericolose e all’animale di stare meglio perché non è stressato.

Le è mai capitato di affezionarsi a un animale?

Ci sono animali che per qualche motivo non riescono a nutrirsi da soli o perché hanno perso la madre per una malattia o per altre ragioni. Seguiamo una regola: se sono femmine comunque le alleviamo. Se sono maschi non possiamo farlo ma se sono femmine sì. Ce lo siamo imposto come regola. Vengono messe nel gruppo delle fattrici. Ad alcuni di questi animali diamo un nome, loro si ricordano di noi e ci riconoscono. All’inizio mi è capitato di affezionarmi molto ma adesso ci stiamo tutti un po’ più attenti.

Quanto vive una fattrice?

Non lo sappiamo di preciso. Penso che una mucca potrebbe vivere anche 25 anni ma in realtà nel momento in cui la fattrice smette di fare vitelli, non possiamo più tenerla quindi viene mandata al macello o, se si ammala, viene soppressa.

Che cosa significa per lei la parola “etica”?

Etica per me non significa solo non uccidere. Significa piuttosto difendere la vita. Etica è difendere la vita delle persone producendo un cibo sano. Se io decidessi di chiudere l’azienda per non uccidere gli animali, dovrei venderla. Ma sarebbe tutto molto falso perché gli animali finirebbero, forse, in mano ad allevatori senza scrupoli e morirebbero comunque.

Producete latte?

No. Produciamo solo carne. Un allevamento etico che producesse latte dovrebbe comunque togliere il piccolo alla madre al massimo dopo un mese. Dopo il vitello dovrebbe essere tenuto insieme agli altri in modo che il piccolo non si senta separato e solo. E’ chiaro che questa è una violenza, in un certo senso ma, d’altra parte, se noi vogliamo bere latte e mangiare formaggio, questa è la realtà.

Producete solo carne bovina?

Al momento sì ma stiamo pensando di mettere le galline ovaiole. L’allevamento sarà tutto all’aperto e le galline saranno completamente ruspanti. Se andrà bene faremo anche un allevamento di polli.

Quali attenzioni usate verso l’animale?

A parte lo spazio necessario a disposizione e tutte le regole relative al benessere dell’animale, nelle stalle usiamo una lettiera permanente in paglia. Sul cemento gli animali si fanno male, scivolano, cadono. E’ anche un modo per tenere molto pulite le mucche: il letame mescolato alla paglia si autosanifica perché fermenta e si crea una sorta di equilibrio naturale nei microrganismi. Usiamo una macchina per pesare gli animali che li avvolge come in un abbraccio, facciamo attenzione a non lasciare fazzoletti che sventolano dove gli animali pascolano, non li obblighiamo in alcun modo a camminare su zone scure in cui l’animale vede il baratro e si spaventa. Non facciamo rumori inutili, non agitiamo braccia o oggetti in loro presenza. Nel mio allevamento non esistono fruste o oggetti per percuotere gli animali per spingerli a muoversi verso una direzione. Al contrario usiamo dei richiami. I nostri animali sono sereni e rispettati.

Riguardo alla carne di vitella, qual è la vostra posizione?

Ho avuto molte richieste in questo senso. C’è molta domanda perché la carne del vitello è tenerissima ma non ci sembra etico macellare un cucciolo. In genere gli animali vengono macellati intorno ai 20 mesi. Pensiamo che un animale debba essere consentito di poter avere un ciclo vitale adeguato.” E, inoltre, è una cosa del tutto inutile perché una carne tenerissima non ci è necessaria. Una volta si macellava il vitello soprattutto negli allevamenti da latte. In un allevamento da carne la cosa non avrebbe molto senso.

Come ingravidate le mucche?

Solo in modo naturale. Negli altri allevamenti, quelli intensivi da latte, lo fanno in modo artificiale con costi molto alti e trattando l’animale come una macchina. La mucca viene ingravidata a 24 mesi la prima volta, dopo tre o quattro volte l’animale si ammala e viene scartato. E’ naturale che si ammali: deve produrre 40 litri di latte al giorno per tutta la sua breve vita con conseguenti problemi, mastiti e malattie correlate. Nel nostro allevamento le mucche sono completamente libere e partoriscono in modo naturale.

Quante persone la aiutano?

I miei collaboratori sono 6. Una persona è responsabile della mandria, un’altra dell’orto e un’altra delle semine. Poi ci sono degli aiutanti.

Come ha formato i suoi collaboratori?

Mi ha aiutato molto Francesca Pisseri per quanto riguarda l’allevamento e Carlo Noro che ci è stato molto vicino per quanto riguarda l’orto e le coltivazioni. Carlo Noro ha organizzato corsi qui in azienda perché volevo che i miei operai fossero educati alla biodinamica.

Dal punto di vista economico, un allevamento etico costa di più?

E’ molto costoso all’inizio perché richiede preparazione e formazione. Ma sul lungo termine si abbattono molti costi. Non devo più comprare concimi e diserbi, per esempio. Utilizziamo le risorse dell’azienda. Questo aspetto ci pone dei limiti riguardo alla crescita del numero dei bovini che possiamo allevare. Il nostro allevamento avrà sempre una dimensione legata al luogo. Un allevamento etico non può avere i numeri degli allevamenti intensivi industriali. La rendita dell’orto è molto interessante. L’allevamento non è molto più costoso di un allevamento intensivo.

Quanto costa la vostra carne in media?

16 euro al chilo. Poi dipende dai tagli ma in media questo è il prezzo. Il costo, quindi, non è molto più alto rispetto alla carne da allevamento intensivo.

Qual è il futuro dell’allevamento di animali?

Il futuro è questo. L’allevamento è legato anche alla coltivazione del terreno che viene reso fertile anche dalla presenza degli animali. I pascoli gestiti lasciano un terreno ricco di humus. Il letame compostato è una magnifica risorsa per l’orto. Credo che tutti dovremmo mangiare meno carne, in questo modo ci sarebbe meno richiesta e si potrebbero dismettere nel tempo gli allevamenti intensivi. I consumatori dovrebbero cominciare a cambiare le loro abitudini alimentari. Purtroppo richiedono sempre gli stessi tagli mentre dell’animale si potrebbe mangiare tutto. L’altro grande problema mondiale è l’enorme produzione di scarti alimentari che ammontano a circa il 40% della produzione mondiale di cibo. Questo avviene lungo tutto il processo che va dall’agricoltore al consumatore (che è parte assai attiva nello sprecare il cibo). Dovremmo arrivare a produrre meno e a ridurre o riutilizzare gli scarti. In questo modo si ridurrebbe questo drammatico spreco.

*Con-vivere. L’allevamento del futuro di Carla De Benedictis, Francesca Pisseri, Pietro Venezia (Arianna Editrice)

 

Fonte: ilcambiamento.it

 

Recup e QuartieriRicicloni in zona Stazione Centrale: la collaborazione possibile con chi aiuta i profughi

Ecco come il progetto Recup, nell’ambito di Quartieri Ricicloni, si sta sviluppando a Milano. Dal recupero del cibo ancora buono nei mercati, alla collaborazione possibile con chi affronta l’emergenza profughi in zona Stazione CentraleImmagine1

In zona Stazione Centrale, a Milano, ci sono realtà per molti ignote, ma indispensabili alla città e soprattutto a tantissime persone. Compito del progetto Quartieri Ricicloni é anche quello di mappare il territorio, creare collegamenti e solidarietà tra realtà già esistenti, magari limitrofe, ma che non si conoscono. Così come informare la cittadinanza su ciò che accade proprio sotto i propri balconi, dentro o fuori dai cortili condominiali, nelle strade e nelle piazze, nei mercati e nei retrobottega di alcuni negozi.  Perché facciamo questo? Si parla sempre di eventi spiacevoli, di quanto sia dannoso l’intervento dell’uomo sulla natura, di quanto sia cattivo lo stesso essere umano con i propri simili. Con Quartieri Ricicloni, invece, vogliamo portare l’attenzione su notizie positive, lasciare indicazioni da seguire per essere più consapevoli, più sostenibili, per rendere la città migliore, attraverso l’evoluzione di alcune buone pratiche possibili nella vita quotidiana. In via Sammartini, alcuni giorni fa, ho incontrato i rappresentanti di tre importanti associazioni che hanno cura del quartiere e dei suoi abitanti. L’ appuntamento é avvenuto nella sede di una di queste, presso laCasa Famiglia (SPRAR) del progetto Farsi Prossimo dove, insieme alla responsabile Daniela Ceruti e aDonatella Ronchi e Orsola Saporiti di Fas (Gruppo Ferrante Aporti Sammartini) abbiamo dialogato a lungo sui loro progetti e su come il progetto Recup, contro lo spreco alimentare e l’esclusione sociale, potrebbe integrarsi.
SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) é un progetto dato in gestione dal Comune di Milano alla Cooperativa Farsi Prossimo nella sede in via Sammartini 75. Alcuni ospiti provengono già dal territorio italiano, altri arrivano con voli umanitari dai Paesi in cui si stanno svolgendo terribili guerre. Spaesati, spaventati, giungono a Milano e possono trovare un minimo di tranquillià all’interno della Casa Famiglia. Solitamente, il tempo di permanenza é un anno, fino all’ottenimento della risposta della commissione territoriale, che può affidare loro una propria dimora.  All’interno della casa si raccolgono abiti, oggetti, giocattoli (essendo una «casa-famiglia» ospita anche bambini!) biciclette … Tutto ciò che non viene più usato da altri può trovare una nuova appartenenza e un nuovo scopo. Anche il cibo: si ricevono infatti derrate dal Refettorio Ambrosiano e dai panettieri in zona, che deliziano gli ospiti con pizze e focacce. Daniela mi propone di collaborare col progetto Recup«I nostri ospiti potrebbero recarsi al mercato ad aiutare i volontari di Recup e, allo stesso tempo, a recuperare per loro stessi. In via Zuretti, qui vicino, c’é un mercato: una volta imparato a “far Recup”, si potrebbe avviare anche li’». 

Anche Donatella e Orsola, attraverso il progetto contAMIniamoCI, hanno creato legami tra le attività presenti sul territorio. Loro fanno parte dell’Associazione FAS che dal 2012 lotta per mantenere alti i riflettori su quei 3 km di strada (o di «deserto», come sottolinea Donatella) che corrono ai lati dei binari della Stazione Centrale e, più precisamente, sui magazzini abbandonati delle vie Ferrante Aporti e Sammartini.Ci sono ben 138 magazzini, quasi tutti inutilizzati. Ripeto: 138 per un totale di di 44.00 mq! Dal 2001 di proprietà di Grandi Stazioni, che ha sfrattato le precedenti attività, nei pochi magazzini ancora utilizzati trovano posto una discoteca, due locali pubblici, due depositi, il Memoriale della Shoah, l’HUB di Arca che ne occupa più di uno, ma avrebbe bisogno di più spazio. Il gruppo FAS insieme ad altre associazioni di quartiere è riuscito ad ottenere la ripulitura delle facciate, per migliorare l’aspetto del quartiere, ma per ora nulla di più. L’obiettivo sarebbe quello di rendere alcuni magazzini una fucina di attività ad uso e gestione degli stessi cittadini residenti e FAS potrebbe porsi come capofila del progetto. Recuperare volumetria, riattivando questi luoghi strategici sul territorio, sarebbe la cosiddetta “rigenerazione urbana”, ottenibile con minor consumo di suolo e maggior integrazione tra il quartiere e i magazzini stessi. L’anno scorso quelli di FAS hanno anche pubblicato un libro sull’argomento, «C’è vita intorno ai Binari- Passato, presente e futuro dei Magazzini Raccordati della Stazione Centrale di Milano», per presentare il lavoro fatto intorno ai Magazzini di Via Sammartini e Ferrante Aporti, la storia del luogo, il suo presente, cosa potrebbe divenire. Insieme a Donatella e a Orsola, abbiamo infine lasciato la Casa Famiglia di via Sammartini 75 per recarci poco più avanti, all’HUB di Progetto Arca, al civico 120 di via Sammartini. Qui, ogni giorno arrivano circa 300 migranti. Lo spazio é poco, anche se accogliente. Ci sono circa 70 posti letto: molti sono costretti a dormire all’aperto, nonostante la sala principale venga riempita di brandine fino quasi alla porta, per cercare di soddisfare tutti. Alcuni volontari ci vengono incontro, curiosi del motivo per cui mi sono recata lì. Spiego loro il progetto RECUP, che consentirebbe di poter fornire con continuità le cucine di HUB Arca con frutta e verdura recuperati dal mercato. Così come abbiamo fatto la prima volta lunedì scorso quando (grazie a Donatella Ronchi e al suo furgoncino) già 180 kg di banane recuperate nel mercato di via Esterle/Cambini, erano arrivate in via Sammartini 120.  La collaborazione tra queste realtà e un progetto come Recup, attivo contro lo spreco alimentare e l’esclusione sociale, potrebbe essere un nodo importante del cambiamento che tutti vogliono attuare: una maggiore unione, solidarietà, forza, la proposta di una città migliore e rispettosa dei  suoi luoghi, dei suoi abitanti, di tutti coloro che da Milano passano, per ritornarvici anche solo col cuore.

*QuartieriRicicloni fa parte del progetto “Cittadinanza attiva contro lo spreco a Milano”, realizzato con il contributo di Fondazione Cariplo.

Fonte: ecodallecitta.it

Milano Food policy, un concorso per premiare buone pratiche sul cibo sostenibile

Iscrizioni aperte fino al 30 agosto e riservate a orti urbani, catering e attività anti spreco già esistenti. In palio premi da 2.500 euro. Il concorso si inserisce nel progetto “Food Smart Cities for Development”, cofinanziato dalla UEImmagine

Il Comune di Milano e Equo Garantito, l’associazione italiana che raggruppa più di 80 organizzazioni del Commercio Equo e Solidale in Italia, hanno indetto un concorso per premiare le buone pratiche locali sul cibo sostenibile, che rispondano alle priorità della Food Policy di Milano. Tra le possibili attività finanziabili ci sono gli orti urbani, i micro giardini, i micro catering, i mercati di contadini o gruppi di acquisto locale, attività di recupero delle eccedenze alimentari e molte altre azioni già in essere. Le iscrizioni per la partecipazione al bando si chiuderanno il 30 agosto 2016. Le migliori pratiche verranno selezionate da una giuria e votate dal pubblico online e le tre vincitrici riceveranno un premio di 2.500 euro. Il bando “Micro-azioni per la creazione di un sistema alimentare locale più equo e sostenibile” e il modulo di presentazione della domanda sono scaricabili dal sito di Equo Garantito a questo link.
Il concorso si inserisce nell’ambito delle azioni del progetto europeo “Food Smart Cities for Development”, cofinanziato dall’Unione Europea e coordinato dal Comune di Milano, che vede la partecipazione di altre 11 città a livello internazionale e di molte organizzazioni della società civile, tra cui Equo Garantito, che nel 2015 ha promosso la “World Fair Trade Week”,  la più grande fiera del Commercio Equo e Solidale realizzata in Italia.
“Food Smart Cities for Development” ha l’obiettivo di sensibilizzare i cittadini europei sui temi del cibo e della cooperazione allo sviluppo, creando occasioni per promuovere pratiche che rendano i sistemi alimentari più equi e sostenibili. Il progetto europeo, attraverso il coinvolgimento della società civile milanese, vuole promuovere azioni che rispondano agli obiettivi della Food Policy, la strategia del cibo approvata lo scorso ottobre dal Consiglio comunale, dopo un lungo percorso partecipato. La Food Policy di Milano ha stabilito 5 priorità: 1) Garantire accesso al cibo sano e acqua potabile; 2) Promuovere la sostenibilità del sistema alimentare; 3) Educare al cibo; 4) Lottare contro gli sprechi; 5) Sostenere e promuovere la ricerca scientifica in campo agroalimentare.

Fonte: ecodallecitta.it

Torna a Milano la fiera della sostenibilità

Spezie nostrane ed esotiche, workshop di creatività sostenibile, territori resistenti ed economia circolare alla fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili. Italia che Cambia è tra i mediapartner della tredicesima edizione di “Fa’ la cosa giusta” che si terrà a Milano dal 18 al 20 marzo.

Dal 18 al 20 marzo prenderà il via la tredicesima edizione di “Fa’ la cosa giusta!, la fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, organizzata da Terre di mezzo Eventi nel centrale quartiere fieristico di fieramilanocity. Fa’ la cosa giusta! 2016 sarà luogo di incontro, scambio e condivisione. Ospiterà stand, laboratori, spazi verdi, ristoranti, spettacoli e incontri. Italia che Cambia, tra i mediapartner della fiera, terrà il 19 marzo alle ore 11 l’incontro “L’Italia che agisce e reagisce… e ce la fa!”  e alle ore 18 l’incontro “Cosa significa essere un Agente del Cambiamento?”, incentrato sulla Campagna dell’1% per cambiare l’ItaliaLaboratorio_orti-FLCG2015_credits_Alessia_Gatta

I Laboratori di Fa’ la cosa giusta (Foto di Alessia Gatta)

Il pubblico di Fa’ la cosa giusta! troverà nuovi temi e progetti, affiancati a prodotti ed iniziative negli ambiti che da sempre caratterizzano la fiera, all’interno di 9 sezioni tematiche e 8 spazi speciali: alimentazione biologica, a km zero o cruelty free, moda etica, mobilità a basso impatto, abitare green, giochi e proposte sostenibili per l’infanzia, prodotti del commercio equo e progetti delle associazioni e cooperative non profit. Tra le novità dell’edizione 2016 il progetto “Speziale”: un’area tutta da vivere, dove degustare differenti miscele di tè, sperimentare sapori esotici o nostrani, dai preziosi pistilli di zafferano sardo fino alle bacche di vaniglia del Madagascar, passando per il sapore giusto di un cioccolato che unisce la sapienza dei maître chocolatier belgi alle materie prime coltivate nel rispetto dei contadini e della terra. Un luogo di vendita, di incontro di tradizioni e di scambi culturali, dove sarà possibile scoprire l’utilizzo e le proprietà delle diverse piante, anche all’interno di laboratori e dimostrazioni pratiche. Molti i progetti speciali di Fa’ la cosa giusta!, tra cui anche un ampio spazio tematico dedicato ai Percorsi a piedi e Grandi itinerari italiani ed europei, particolarmente centrale in occasione dell’anno nazionale dei Cammini, che coincide anche con il Giubileo straordinario. Viaggiare e farlo in maniera consapevole è, infatti, una scelta che sempre più caratterizza le vacanze di italiani e non; migliaia di camminatori e pellegrini che ogni anno calcano i 6.600 km di sentieri in Italia. Cammini di storia e di fede come la Via Francigena o il Cammino di Santiago, scelti per motivi spirituali o di svago, ma anche percorsi culturali, paesaggistici e puramente ludici. In Italia scarseggia la terra ma ci sono sempre più territori abbandonati. Valli bellissime, zone collinari o di media montagna, aree periferiche fino a ieri abitate e coltivate e oggi a rischio di spopolamento. Succede alle porte delle nostre città, in zone che, sulla carta, non si potrebbe definire povere, sull’Appennino parmense come su quello ligure, al Nord come al Sud.Laboratori-FLCG_2016-credits-Alessia-Gatta-845x684

I Laboratori di Fa’ la cosa giusta
(Foto di Alessia Gatta)


Territori resistenti è lo spazio dedicato a questi luoghi: a chi ci abita, a chi vorrebbe tornare a farlo e quindi cerca un modo per rendere questo ritorno sostenibile. Quest’anno con una vera e propria “Scuola del ritorno”, a cura di Fondazione Nuto Revelli e Rete del ritorno ai luoghi abbandonati, tenuta da artigiani, imprenditori agricoli e uomini di cultura, con l’obiettivo di “mettere in comune” saperi e pratiche concrete per assicurare una sostenibilità effettiva – anche economica – a chi sceglie di restare o di tornare a vivere in territori d’abbandono. Uno dei focus sarà dedicato all’economia circolare, un modello economico basato sulla riparazione e sulla rigenerazione, in cui gli scarti di una fase di lavorazione diventano materia prima per il processo produttivo di un’altra realtà economica (ad esempio come materia prima o combustibile). L’economia circolare permette un notevole risparmio di risorse vergini e di materiali altrimenti destinati alla discarica. Il tema sarà al centro del convegno di apertura di Fa’ la cosa giusta! e di una gamma di laboratori tenuti da artigiani esperti in tecniche di upcycling e recupero materiali. Il programma di laboratori, incontri e dimostrazioni vedrà tante nuove proposte per iniziare a “far da sé”. Un filone sarà dedicato al “design per tutti e ovunque”: workshop in cui imparare a realizzare complementi di arredo e oggetti decorativi per la casa, per trasformare del materiale “di risulta” in bellissimi oggetti. I laboratori di autoproduzione permetteranno di scoprire come trasformare abiti non utilizzati, effettuare piccole riparazioni sul proprio guardaroba, produrre cosmetici e detersivi.  Tra i laboratori di cucina e gli show cooking in programma, diverse proposte a tema vegan, per scoprire il gusto di cucinare in modo completamente etico e pieno di gusto ma anche a preparare ricette a basso indice glicemico, adatte anche ai diabetici e ai celiaci (perché prive di glutine).Cucigioco-FLCG2015-credits_Luana_monte-845x684

Cucigioco (Foto di Luana Monte)


Bimbi e famiglie avranno spazi completamente dedicati a loro e differenziati per età. Il primo, pensato per la fascia 0-8 anni, in cui gattonare, giocare, realizzare marionette e partecipare a laboratori creativi, a cura dell’associazione Trillino selvaggio. I piccolissimi, dai pochi mesi fino ai 3 anni, avranno ad disposizione un tappeto interattivo tematico, caratterizzato dai quattro elementi naturali (aria, acqua, terra e fuoco), in cui fare esperienze sensoriali accompagnati dalle mamme e dai papà. I ragazzi più grandi, tra gli 8 e i 14 anni saranno i protagonisti dello spazio Teenmaker: un polo in cui cimentarsi in esperimenti scientifici e tecnologici.

 

Il sito di Fa’ la cosa giusta! 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/02/fa-la-cosa-giusta-milano-fiera-sostenibilita/

Officine Frida: design e moda sostenibile dagli scarti

Un  laboratorio di moda e design all’insegna della creatività e della sostenibilità. Questa settimana vi raccontiamo la storia delle Officine Frida, dove lo scarto di lavorazione si trasforma in una risorsa preziosa capace di prendere nuova vita.

“La città è di aspetto curiosissimo, viene situata in tre valli profonde nelle quali, con artificio, e sulla pietra nativa e asciutta, seggono le chiese sopra le case e quelle pendono sotto a queste, confondendo i vivi e morti la stanza”. Così scriveva di Matera Giovan Battista Pacichelli, nel 1703. In questa città esoterica, dove un filo sottile ma tenace lega preistoria e modernità, si trovano le Officine Frida, che del passato vorrebbero farne tesoro per il futuro.

Officine Frida nasce come associazione culturale dall’incontro di sei soci, è un laboratorio di moda sostenibile e design che realizza abbigliamento e accessori da materiale di recupero proveniente da privati, da scarti di lavorazione di aziende locali, campionari, banner pubblicitari, scampoli e rimanenze di ogni tipo di tessuto. Il nome è un omaggio alla pittrice messicana Frida Kahlo, simbolo di creatività e icona di un’immagine femminile fortemente determinata, capace allo stesso tempo di innovare e di difendere con orgoglio le proprie radici.10404076_674416279295967_1220380559144171961_n

“L’idea era quella di partire dalla sostenibilità, sia relativa alle materie che utilizziamo per il nostro lavoro, sia relativa alla sostenibilità economica per chi si rivolge a noi: non dovendo acquistare le materie prime, abbattiamo il costo finale delle nostre produzioni” ci spiega Mariella Basile, co-fondatrice di Officine Frida. “Quello che deve creare la relazione tra noi e chi si rivolge a noi è sul cosa fare, sul come lo si fa e soprattutto su quali principi si parte per farlo”. I soci di Officine Frida provengono da diverse realtà (teatro, arte, economia solidale per citarne alcune) ed hanno fatto di questa diversità una ricchezza: Officine Frida è aperta a proposte esterne, chi ha voglia di creare spazi laboratoriali ed eventi all’interno è libero di proporre perché “è il vero spirito di Officine Frida: è un luogo che si fonda sullo scambio. E questo ci sta procurando delle esperienze bellissime, ci mette in contatto diretto con il territorio”. I materiali utilizzati per le creazioni da Officine Frida vengono infatti regalati da fabbriche della zona, da amici tappezzieri fino alla gente comune, che porta nello spazio oggetti e tessuti che non vengono più usati in casa. “Sono scarti, ma è già qualcosa. E da lì nascono comunque relazioni!”.città

Ci spiega Mariella che Matera “ci sta insegnando, in questi ultimi anni, un sud diverso che si apre molto all’esterno, che accoglie. Siamo partiti con il passaparola da amici e persone a noi più intime, con il tempo sono poi venute sempre più persone a portarci tessuti e materiali: la bellezza è stata scoprire la quantità e la qualità delle cose che escono dalle case delle persone!”. Officine Frida si pone dunque come uno spazio dove lo scarto diventa il mezzo per rivalutare il senso della relazione e dello stare in società, un luogo dove il destino apparentemente scontato di un materiale (divenire rifiuto) si trasforma completamente, fino a divenire l’esatto contrario: ricchezza, sogno per una nuova e originale attività lavorativa, mezzo per creare relazioni e inclusione sociale, la base per una nuova Italia che Cambia.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2015/11/io-faccio-cosi-98-officine-frida-design-moda-sostenibile/

 

“Ritorno in Valtellina per dedicarmi alla viticoltura eroica, camminando controvento”

Biodiversità e sostenibilità, agricoltura alpina, creatività dei popoli di montagna, cibo genuino e molto altro ancora. In Valtellina un gruppo di liberi pensatori ha deciso di passare all’azione e si è messo in cammino… in salita, controvento ma con il sole in faccia e il sorriso in volto. La storia di Jonatan.

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Jonatan Fendoni, trentun anni, valtellinese, trasferito a Milano per studiare, da sei anni è tornato a casa, tra le sue montagne, per riprendere il lavoro del nonno e dedicarsi alla terra. Insieme a lui un gruppo di amici riscopre tecniche antiche e applica nuovi saperi all’agricoltura e alla viticoltura, in un luogo in cui la natura è davvero impervia, ma solo se non la sai ascoltare. Terrazzamenti costruiti pietra su pietra, rupi su rupi, labirinti di viti, scalette di roccia, pendenze ripide, gradini piccoli e scoscesi, in Valtellina l’agricoltura non è per niente facile… “e non è neanche meccanizzabile – precisa Jonatan – Qui facciamo tutto a mano. Spesso lavoriamo molto d’inverno, sotto zero. Ci carichiamo gli attrezzi in spalla, curiamo le viti una a una, conosciamo ogni centimetro di queste terrazze”.
Ma come ti è venuto in mente? “Studiavo scienze naturali a Milano e già questo mi sembrava un paradosso. La voglia di tornare la stavo maturando da tempo ma mi mancava la spinta. E’ arrivata sei anni fa, quando ho perso mio nonno, viticoltore, figlio di viticoltori. I miei genitori, figli invece del boom economico, non avevano seguito la strada dei padri e così quei terreni sarebbero rimasti incolti. Non potevo permetterlo. Quindi ho lasciato la città, sono tornato a casa e mi sono messo al lavoro”.  A San Giacomo di Teglio, 4000 abitanti sparsi in 120 chilometri quadrati di Alpi Orobiche Jonatan ha imparato un mestiere e ora, dopo anni, ne sta raccogliendo i frutti: “Posso applicare le tecniche che mi sono state tramandate e insieme sperimentare ciò che ho appreso in anni di studio su testi scientifici…” e i risultati si vedono. In un puzzle di vigneti, quelli della famiglia Fendoni saltano subito all’occhio: “Sono i più disordinati, ma la natura non è ordine. E questa, ti posso garantire, è l’uva più naturale della zona”. Perché Jonatan non solo non utilizza mezzi meccanici ma cerca di ridurre a zero anche gli interventi chimici sulle piante: “Quest’arte, in Valtellina, richiede enormi fatiche, niente mezzi motorizzati ma molte camminate su queste antiche scale e terrazzi monumentali. Le fatiche sono ampiamente ricompensate dal frutto dei vitigni: Cìauenasca, Pignola, Rossula, Brugnola e altre… che, se lavorati con la testa e senza additivi, sanno dare un vino onesto da 13 gradi che sa di tutti i buoni e veri profumi della Valle di Teglio”.

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In molti però hanno abbandonato… “Sì, ormai sempre più terreni vengono lasciati incolti alla morta dei vecchi proprietari. Per fortuna adottarli è facile! Quando trovo un terreno abbandonato inizio a chiedere in giro agli anziani del luogo di chi è. Una volta scoperto cerco di contattare gli eredi, spesso trasferiti, disinteressati al terreno o addirittura inconsapevoli di averlo. Una volta trovati basta quasi sempre chiedere semplicemente di poterlo coltivare. In cambio di vino o anche di niente te li lasciano senza problemi”.  Insomma se a qualcuno piace divertirsi faticando, qui in Valtellina, il modo e il luogo lo si trova… “Altroché, infatti siamo già aumentati di numero – spiega Jonatan – Tre ragazzi disoccupati mi stanno aiutando con i vigneti e con la terra in cambio dei miei insegnamenti. Insieme cerchiamo di coltivare anche sementi autoctone e antiche. Questi ad esempio sono piccoli campi di grano saraceno… – mi mostra Jonatan entusiasta – Un tempo qui si coltivava molto grano saraceno. Oggi è praticamente tutto importato dall’est Europa e dalla Cina. Noi abbiamo recuperato dei semi antichi da vecchi mulini, bauli e soffitte e una volta fatti analizzare abbiamo iniziato a piantarli per moltiplicarli”. Un progetto portato avanti in collaborazione con l’Università Bicocca di Milano ma senza l’appoggio delle istituzioni locali: “Non vogliamo avere alcuna contaminazione. Non vogliamo far parte di certe dinamiche. La nostra genuinità sta anche in questo”.

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Tanto non c’è fretta. “Cammino, non voglio correre, voglio andare avanti con calma anche se il terreno è impervio e la strada è in salita. Voglio applicare alla mia vita i metodi che cerco di applicare alle mie piante: come lascio che la natura segua il suo corso nei campi, vorrei che anche in me la natura potesse seguire il proprio corso. Vorrei vivere con i suoi ritmi e vorrei, soprattutto, dedicare a lei la mia vita”.     Jonatan ha più che mai le idee chiare: “Non mi interessa vendere il mio vino o fare soldi. Non mi interessa l’omologazione dei gusti e dei sapori. Mi interessa che anche solo poche persone vengano qua a conoscere queste storie, questi luoghi, questi sapori”. E così facendo, in qualsiasi caso, sarà un successo: “Certo! Se andrà bene riuscirò a mettere sul mercato dei prodotti naturali e genuini, davvero autoctoni e locali. Buoni! Se andrà male continuerò a mangiare, bere e vivere bene in compagnia di grandi amici. Perché ritrovarsi tra amici in queste cantine, mostrare a viaggiatori e curiosi il nostro lavoro, portare avanti certi discorsi e diffondere certi saperi, bevendo il nostro vino e mangiando ciò che autoproduciamo, per me, ha un valore inestimabile”.
Eroi? “Più che altro Liberi Pensatori passati all’azione – sorride Jonatan – Eravamo tutti qui, con qualcosa dentro che non riuscivano a esprimere. Altri erano lontani ma volevano tornare. Ci siamo incontrati grazie alla Rete ed è stato subito facile riconoscerci”. Così è nata l’idea di creare Orto Tellinum: “Un progetto che vuole esortare al ritorno a un’agricoltura veramente sostenibile, incentivare la creatività rurale e la fantasia applicata ai territori di montagna – spiega Jonatan – La nostra idea di agricoltore è di un custode dei semi, in grado di moltiplicare e salvare semenze locali antiche; diffondere saperi e arti in disuso aggiornandole e adattandole; recuperare sentieri e mulattiere in disuso; festeggiare con eventi i passaggi principali delle stagioni seguendo i ritmi delle semine e dei raccolti” E, ovviamente, brindare a tutto questo con dell’ottimo vino.  Ti manca qualcosa? “Un po’ di stabilità economica… e anche botti, tini, tinelli e attrezzatura varia per cantina, per la gestione delle strutture nel vigneto e per l’imbottigliamento! A parte questo… qui ho tutto! Tornare a casa senza sentirsi in prigione e dedicare la vita alla propria passione non ha prezzo”.jonatan003

 

 

Convertire le aziende alla sostenibilità? Terra Institute spiega come fare

Il marketing dovrà davvero lavorare per migliorare il mondo. Ne sono convinti gli specialisti di Terra Institute, un centro che offre per tutti i rami d’impresa, soluzioni e consulenze rivolte alle aziende che vogliono modificare il proprio orientamento rendendolo più sostenibile e meno impattante sull’ambiente. In sintesi, Terra Institute aiuta i suoi clienti a riconvertire le proprie aziende rendendole più sostenibili.

“Vivere e lavorare in modo sostenibile è più bello! – afferma Evelyn Oberleiter, di Terra Institute – C’è bisogno di cambiare, e sono necessari degli ‘accompagnatori’ ai processi di trasformazione. Vogliamo accelerare un cambiamento di sistema e accompagnare le aziende ad essere parte della soluzione e non più del problema”. A chi si rivolge Terra Institute? “Vogliamo accompagnare le persone che si rendono conto dell’entità della crisi attuale: stiamo vivendo una crisi sociale molto forte, una crisi delle risorse naturali, crisi personali e spirituali. Non crediamo che l’uomo intenzionalmente volesse portare avanti questo sfruttamento e determinare la crisi di oggi, ma è successo così. Il modo in cui sono state fatte le cose ha portato a questi effetti. La domanda che ora ci poniamo è: come possiamo riconnetterci a tutto e trovare un modo di lavorare che faccia bene a noi stessi ma anche alla società, all’ambiente e all’economia? Le alternative ci sono, ma ci vuole un cambiamento totale nel modo di vedere e sentire”.10299921_960197394020414_4252154818147902206_n

Secondo Terra Institute, il marketing deve essere basato sul valore, sulle alleanze, su una visione comune. “Lavoriamo anche sulla tipologia di organizzazione, per un passaggio da una struttura gerarchica ad una circolare basata sulla collaborazione. Deve esserci una visione comune. Bisogna rendersi conto che ogni organizzazione è una rete, è come un organismo vivente”.

“Ci chiamano – ci spiega Evelyn Oberleiter – le aziende che si rendono conto dell’importanza della sostenibilità e vogliono essere guidate in un processo di conversione, che necessariamente sarà graduale. Si può iniziare dal passaggio da un fornitore ad un altro, da un cambiamento nei processi di produzione, da nuovi modelli di business ad una particolare attenzione nell’uso dei materiali, in un’ottica di risparmio e riutilizzo di tutte le risorse impiegate”.

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“I prezzi di tutte le risorse stanno aumentando e la quantità diminuisce, questo vuol dire che non abbiamo scelta: deve esserci un cambiamento nella realizzazione dei prodotti”. Le aziende, in un’ottica di cambiamento del sistema, possono essere parte della soluzione e non rappresentare più il problema. Terra Institute riceve moltissime richieste. “Un numero crescente di imprenditori si sta aprendo a questa logica, sempre più persone vogliono fare qualcosa che abbia un senso. Prima lavoravamo solo nel mondo ‘tedesco’. Ora vogliamo puntare sempre di più sull’Italia, dove c’è più solidarietà. Negli ultimi due anni ho visto un grande aumento di consapevolezza negli abitanti dell’Alto Adige. Cerchiamo di applicare il modello della sostenibilità anche alla nostra azienda. Tra le tante scelte, ad esempio, ci muoviamo in aereo il meno possibile. Vivere e lavorare in modo più sostenibile rende la vita più piacevole e gioiosa”.

fonte: italiachecambia.org