Terra Madre: un’altra moda, biologica, etica e sostenibile

Mentre i grandi marchi dell’abbigliamento stanno cercando di recuperare l’immagine “erosa” dalle campagne di sensibilizzazione sulle sostanze tossiche usate in questo tipo di industria, sta prendendo piede quello che si chiama “abbigliamento biologico”. Si tratta di un settore relativamente nuovo, in Italia fatto di piccole realtà, che prevede l’uso di materiali e tessuti (cotone, canapa, ortica, lana, seta) provenienti da un’agricoltura non convenzionale che, come tale, non fa uso di sostanze chimiche di sintesi per trattare le colture.

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La selezione delle materie prime nell’abbigliamento biologico prevede metodi di coltivazione naturali per preservare la qualità del suolo, per affrontare le malattie delle piante e controllare i parassiti e trasformare le materie prime adoperando tecnologie sostenibili attraverso una filiera economica equosolidale. Ma non si tratta solo di agricoltura: tutti i materiali provenienti dal mondo animale sono, anch’essi, prelevati in modo sostenibile ed etico. È il caso, per fare un esempio, della lana di pecora o di alpaca proveniente da allevamenti a chilometro zero ed etici, della seta Ahimsa o seta non violenta che non prevede l’uccisione in massa di migliaia di bruchi per produrre pochi grammi di seta tradizionale.  Ne abbiamo parlato con Teresa Celeste e Patrick Madiona, insieme anche nella vita da oltre trent’anni e ideatori di Terra Madre & Co, una piccola azienda di abbigliamento biologico e solidale di Massa Marittima, in provincia di Grosseto.

Quando vi è venuta l’idea di un’azienda di abiti biologici?

Abbiamo deciso di passare al biologico otto anni fa. Io ero un’appassionata di uncinetto e quando lavoravo, vedevo che i filati facevano le scintille provocandomi strane sensazioni alle mani. Ho iniziato a farmi delle domande e da lì è iniziata la ricerca. Poi siamo arrivati, dopo varie esperienze in questa direzione, in India. Avevamo la necessità di recuperare tessuti e filati all’origine. Siamo arrivati fino in Nepal e abbiamo visto le realtà dalle quali avremmo voluto arrivassero i nostri tessuti. Volevamo essere certi che la produzione all’origine fosse etica e sostenibile sia nei confronti dell’ambiente che delle persone e in particolare dei bambini. Siamo venuti a contatto con la produzione della seta Ahimsa, abbiamo avuto molte difficoltà per trovare produzioni di cotone biologico certificato. Abbiamo incontrato un produttore di lana Cashmere che ci ha aperto un vero e proprio mondo mostrandoci le realtà in cui viene prodotto.

Quali sono i valori fondanti della vostra piccola, grande azienda?

La sostenibilità ecologica e sociale.

Che cos’è la seta Ahimsa che usate per realizzare i vostri capi?

La seta Ahimsa è bellissima e rara oltre che non violenta.Per ottenere il filo di seta, nella lavorazione della seta comune, i bozzoli vengono gettati nell’acqua bollente per uccidere il bruco e spesso la seta viene trattata chimicamente. Per 250 grammi di seta si uccidono circa 3000 bruchi. La seta Ahimsa, o non violenta, è prodotta senza uccidere i bachi. Proviene da bozzoli di seta tussah, seta selvaggia, l’unica seta adatta per i vegani o per tutti coloro che rispettano profondamente la natura, in quanto non si ottiene bollendo i bozzoli dei bachi da seta, ma si aspetta che questi abbiano completato la metamorfosi, volando via sotto forma di magnifiche farfalle dopo aver forato il bozzolo.

La vostra è un’azienda che produce biologico e anche equo e solidale?

Sì, infatti nella lavorazione della seta Ahimsa il filo, che normalmente può anche essere lungo fino a 900 metri, si spezza e viene rifilato manualmente con grande pazienza da una cooperativa di donne indiane, quindi oltre ad acquistare una seta naturale prodotta senza uccidere nessun animale si sostiene un’intera comunità di donne legate a un progetto sociale per uno sviluppo equo ed eco-sostenibile. La seta Ahimsa non è lucida come la seta comune, ma molto più morbida al tatto e sulla pelle ed è dotata di una sua particolare lucentezza. Prendiamo questa seta che viene prodotta in modo etico per creare i nostri modelli. Conosciamo personalmente le persone che lavorano in questo settore.

Dove prendete la lana di Alpaca?

C’è un allevamento di Alpaca a 30 chilometri da qui. La signora svizzera che ha questo allevamento e che ci ha fornito la lana, lo fa da anni con molta passione. Ci confezioniamo capi invernali che poi vendiamo anche attraverso il sito internet. La lana viene cardata e filata da lei stessa e poi venduta. Con gli altri produttori di biologico ci passiamo le informazioni sui produttori etici e sicuri da questo punto di vista.

Per i vostri capi usate anche i filati di ortica. Che cosa sono?

Si tratta di un tessuto realizzato a partire dalla pianta di ortica. È un filato sottilissimo e molto bello. Non solo ortica ma anche canapa. Dovremmo pensare a produrre colture sostenibili qui in Italia. La canapa viene prodotta soprattutto in Romania e in Cina. Vedo, in questo settore grosse possibilità anche di sviluppare lavoro nel nostro territorio. Usiamo anche il cotone. In Egitto c’è un’azienda che lo produce con l’agricoltura biodinamica, è morbidissimo e diverso dal cotone a cui siamo abituati.. Le produzioni alternative ci sono e vanno cercate con attenzione.

Quanti siete?

La nostra è una piccola realtà familiare. Ci sono anche delle amiche che sanno lavorare bene e con le quali ci sono delle collaborazioni ma si tratta di una realtà molto piccola. Abbiamo creato dei modelli con mia figlia che è interessata a continuare questo settore. Ci piace così e non ci siamo mai rivolti ai canali classici di distribuzione. A noi interessa di più la qualità della vita che deve venire prima di tutto. Se fossimo stati interessati a qualcosa di diverso saremmo partiti per Milano dove ci sono senz’altro più possibilità ma a noi piace vivere una vita a misura d’uomo, nel nostro territorio. La nostra è una passione per le tecniche e per la conoscenza ma non solo. Ad esempio il Macramè e i suoi nodi o l’uncinetto sono anche una meditazione profonda e non solo un modo di confezionare indumenti.

Come siete organizzati? Teresa, come crei le collezioni?

Abbiamo un laboratorio e un negozio che apriamo durante l’estate. Prima invece avevamo un negozio aperto tutto l’anno. Adesso abbiamo un sito e abbiamo iniziato a vendere anche on line. Non programmiamo una collezione vera e propria per l’estate e per l’inverno. Produco i miei capi quando ho il materiale giusto, con i colori che mi piacciono e con la giusta ispirazione senza preoccuparmi dell’estate o dell’inverno. Nel passaggio verso un abbigliamento biologico facemmo delle sfilate qui a Massa Marittima ma poi capimmo che era un’assurdità anche solo il fatto di creare i vestiti per l’anno successivo. Il mio pensiero da quel tipo di moda è molto lontano.

Chi sono i vostri clienti?

Il riscontro maggiore è con i turisti. Con la gente del luogo è stato più difficile. La gente all’inizio ci prendeva per pazzi e non era abituata a questo tipo di attività. Adesso ci sono anche clienti del posto e clienti italiani nonostante noi non abbiamo mai fatto molto per pubblicizzare la nostra azienda.

E i costi? I vostri prodotti sono più costosi rispetto alla media.

Tutto è relativo e pian piano la gente imparerà a capire la differenza tra un prodotto biologico e uno tradizionale.

Quali sono state le difficoltà?

C’è stata resistenza e timore intorno a noi all’inizio. Adesso però credo che la gente prima o poi inizierà a capire l’importanza di un prodotto naturale e biologico. Molte persone non sono ancora informate.

Chi vi ha aiutato all’inizio?

Giuditta Blandini che, a Firenze, è stata la prima ad occuparsi di abbigliamento biologico e l’azienda Altarosa. Sono state entrambe molto disponibili con noi.

È possibile una moda etica e sostenibile? E come vedi, Teresa, il futuro in questo senso?

Vedo un futuro bellissimo per la moda. Ogni donna dovrebbe avere il diritto di mettersi quello che le va. Questo significa esattamente moda etica e sostenibile. Non dovrebbe esistere la dipendenza da uno stilista. Ciascuna di noi è una stilista, con la sua creatività, il suo gusto e la sua personalità. Dobbiamo arrivare a cercare e a valorizzare questa creatività personale. Le donne per come le presenta la moda tradizionale sono tutte uguali mentre ogni donna è diversa e particolare. E come tale deve essere valorizzata. Pensando a tutte le lotte che le donne hanno fatto nel tempo, mi dispiace vedere che per la moda a cui siamo abituate, le donne siano presentate come se dovessero essere tutte uguali. La donna attraversa differenti età e momenti come la gravidanza o la maturità che comportano cambiamenti nel corpo. Ed è bello così.

Un modello che è tipico di Terra Madre?

Il Multidress, realizzato qualche anno fa. È un modello che si può indossare in molti modi diversi e ogni donna lo può mettere come desidera. È un pezzo semplice. Credo che la semplicità sia molto importante.

Riuscite a vivere con la vostra attività?

Noi lo facciamo su piccola scala e integriamo la nostra attività da un anno con l’ospitalità che offriamo su Airbnb. Adesso stiamo cercando di lavorare on line e abbiamo visto un piccolo incremento in questi ultimi mesi.

Quali sono i vostri prossimi progetti?

Sto pensando di rilavorare alcuni materiali recuperandoli e riutilizzandoli. Quindi un progetto di riuso e trasformazione anche dei materiali che si hanno senza buttare niente. Inoltre, mi piacerebbe puntare di più sulla canapa che è un tessuto naturale che va bene sia per l’estate che per l’inverno. Poi il nostro obiettivo è quello del chilometro zero. Ci sono adesso realtà in Italia che iniziano a pensare di produrre seta non violenta. Ci sono delle sperimentazioni in questo senso. Non è escluso che si inizi a produrre anche in Italia in questa direzione. Nella nostra vita personale, invece, c’è il progetto di vivere il più possibile in campagna e piantare alberi. È il nostro sogno nel cassetto.

Fonte. ilcambiamento.it

Ecco perché l’alluminio limita la crescita delle piante

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A volte la terra smette di essere produttiva: si stima che negli ultimi 40 anni circa un terzo dei terreni coltivabili di tutto il mondo sia stata persa in questo modo. Uno degli elementi responsabili di questo processo è l’alluminio, che costituisce un problema in particolare per i suoli acidi, circa il 40% dei terreni agricoli del mondo, in cui i minerali si dissolvono e rilasciano in soluzione il metallo, che poi limita la crescita delle piante. Nonostante gli effetti dell’alluminio fossero noti sin dai primi del Novecento, le ragioni alla base della sua tossicità non sono mai state comprese fino in fondo. Oggi, uno studio pubblicato sulla rivista Plant Physiology, e realizzato dall’Università del Queensland (Australia), l’Università dell’Australia del Sud, l’Università di Oxford ed Elettra Sincrotrone Trieste in Area Science Park, aiuta a chiarire i meccanismi di tossicità dell’alluminio, fotografando per la prima volta le modalità d’accumulo dell’alluminio nelle radici dei semi di soia, in funzione dei tempi di esposizione. Lo studio ha utilizzato il microscopio TwinMic, che usa la luce di sincrotrone di Elettra, dimostrando che gli effetti tossici dell’alluminio sono estremamente rapidi, esercitandosi già a partire dai primi cinque minuti di esposizione al metallo e sono dovuti a un’inibizione diretta dell’allungamento di determinate cellule situate all’apice della radice e direttamente responsabili della sua crescita. “Utilizzando TwinMic e la tecnica della fluorescenza ai raggi X – commenta Alessandra Gianoncelli, ricercatrice di Elettra – siamo riusciti a ottenere una serie di mappe chimiche, che hanno evidenziato come l’alluminio si concentri nelle pareti di queste cellule, impedendone l’allentamento e l’allungamento necessari. In questo modo le radici non possono crescere e la pianta non potrà accedere all’acqua e ai nutrienti necessari per portare a termine il ciclo riproduttivo. L’effetto è già chiaramente visibile in pochi minuti ma, anche lasciando passare 24 ore, le cellule in cui l’alluminio si è concentrato sono sempre quelle collocate nella stessa zona della radice”. “Questo studio – commenta Peter Kopittke dell’Università australiana del Queensland, primo autore della pubblicazione – è una chiave importante per la corretta costruzione di strategie atte a contrastare la perdita dei suoli agricoli. Una possibile soluzione per tutelare la produzione agricola passa infatti attraverso la produzione di colture più resistenti all’alluminio. A questo scopo la conoscenza dei meccanismi d’accumulo e d’azione del metallo, a livello cellulare e subcellulare, è di fondamentale importanza”.

Riferimenti: Identification of the primary lesion of toxic aluminum (Al) in plant roots; Peter M. Kopittke et al.; Plant Physiology doi:10.1104/pp.114.253229

Credits immagine: via Pixabay

Fonte: galileonet.it

Inceneritore di Scarlino, arsenico e altre sostanze tossiche nei pozzi

I dati raccolti da Scarlino Energia, dalla Nuova Solmine e dai bollettini di analisi dell’Arpat evidenziano valori fuori norma. L’arsenico e altre sostanze tossiche sono presenti nel sottosuolo della Piana di Scarlino, nel grossetano, dove si trova un inceneritore da tempo causa di preoccupazione per i residenti e oggetto di una recente sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato le autorizzazioni a operare. In una recente conferenza stampa, il geologo Lodovico Sola ha portato alla luce i dati raccolti da Scarlino Energia, dalla Nuova Solmine e dai bollettini di analisi dell’Arpat. Dall’esame dei valori risultano numerosi valori fuori dalla norma. Nonostante i problemi di inquinamento della Piana di Scarlino siano noti da anni non tutti i siti contaminati sono stati oggetto di una bonifica e la procrastinazione ha condotto all’inquinamento delle falde sottostanti. Il canale di Solmine, alcune strade poderali e alcune aree industriali sono le aree a maggiore criticità. Ad avere rallentato gli interventi è stato soprattutto il fatto di avere attribuito un’origine naturale alla presenza di arsenico nella piana. Le analisi compiute dall’Asl nei tre pozzi dell’acquedotto dell’area industriale di Follonica hanno mostrato come l’arsenico sia fuori norma al punto tale da aver reso necessaria l’installazione di un impianto di dearsenificazione. E mentre la quantità dell’As continua a crescere, alcuni pozzini di esplorazione della Nuova Solmine hanno evidenziato la presenza di ceneri contaminanti e di altri inquinanti oltre all’arsenico: manganese, ferro, solfati, boro e cromo esavalente. Quest’ultimo – altamente cancerogeno – è presente nelle analisi compiute dal 2010 al 2012 in tre piccoli pozzi. Sia per Arpat che per Scarlino Energia l’elemento non compare nel 2013, mentre non si hanno risultati per il 2014. Un problema che, secondo Sola, è stato affrontato con“superficialità” e con la sottovalutazione dei “dati provenienti da pozzi e piezometri esistenti nell’are specifica degli impianti industriali che, come si è visto anche nel caso di Scarlino Energia discusso, sono portatori di valori anomali”.

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Fonte:  La Nazione

Foto | Google Earth

Contaminava con pesticidi il terreno del vicino, condannato

Con una sentenza importante, il tribunale di Pistoia ha obbligato un agricoltore a contenere le irrorazioni di pesticidi che finivano nel terreno del vicino. Un precedente che può costituire l’ispirazione per tanti che hanno questo grosso problema.pesticidi_atomizzatore

 

Il tribunale di Pistoia con sentenza del 26 agosto 2014 ha ordinato ad un viticoltore di Quarrata, in provincia di Pistoia, di eseguire i trattamenti antiparassitari con modalità che potessero contenere le immissioni di sostanze nocive nella proprietà del vicino (lenta velocità del mezzo di distribuzione, bassa pressione, orientamento dei bocchettoni di irrorazione in direzione opposta al confinante). Per la prima volta il giudice, riconoscendo l’applicabilità dell’articolo 844 del codice civile, ha dichiarato l’intollerabilità delle immissioni di sostanze tossiche nel fondo del vicino ordinando quindi al produttore di trattare il proprio vigneto con accorgimenti che riducano gli impatti derivanti dall’uso di fitosanitari. Tutto è partito da un residente di Quarrata che si è ritenuto danneggiato dalla quantità di diserbanti e/o pesticidi che si depositavano nei suoi terreni, diffondendosi anche all’interno della propria abitazione. Ciò lo aveva portato ad interrompere la coltivazione dell’orto e a tenere chiuse le finestre di casa. Aveva anche fatto analizzare un campione di insalata prelevata dal proprio orto trovando la presenza di rame in concentrazione significativa, mentre rame e pesticidi erano stati rinvenuti in un campione di erba prelevato nella zona di confine. Si è quindi rivolto al tribunale di Pistoia per chiedere di individuare la responsabilità del proprietario del vigneto; il risarcimento dei danni; l’immediata cessazione delle immissioni. Il giudice ha disposto accertamenti tecnici e il consulente ha concluso che risulta impossibile individuare una modalità di irrogazione tale da escludere del tutto il rischio di effetto deriva, però ha indicato una serie di accorgimenti che lo possono ridurre notevolmente. Questi accorgimenti sono gli stessi assunti nella sentenza giudiziaria di Pistoia. Pertanto il consulente ha stabilito che i trattamenti antiparassitari eseguiti dal viticoltore hanno effettivamente provocato l’immissione delle sostanze nella proprietà confinante, ma ha anche dimostrato che diverse modalità di irrorazione dei fitosanitari potevano rendere praticamente irrilevante la loro deriva. Il giudice ha però respinto la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale; ha condannato il produttore vinicolo al pagamento delle spese processuali e di consulenza tecnica d’ufficio e non ha accolto la richiesta del cittadino di vietare l’uso dei fitofarmaci in una zona cuscinetto indicata dal richiedente in almeno 50 metri dal confine. Su questo ultimo punto diverso è stato il pronunciamento del Tar di Trento che, con sentenza del 14 gennaio 2012, aveva di fatto confermato la legittimazione del Comune a stabilire limiti di distanza di nebulizzazione dalle abitazioni, in quel caso fissato in 50 metri.  La sentenza potrebbe e dovrebbe quindi sollecitare una maggiore attenzione delle autorità sull’incremento dell’uso dei diserbanti e sugli effetti negativi che può provocare sulla biodiversità, sugli equilibri ecologici, sulla fauna e flora e sulle acque destinate alla potabilizzazione. Il monitoraggio di ARPAT del 2013 aveva evidenziato un deciso incremento di presenza di residui di fitofarmaci nelle acque superficiali e sotterranee destinate alla produzione di acque potabili. Su questo incremento dei residui di fitofarmaci l’Agenzia ha chiesto attenzione ai gestori dei servizi idrici ed alle ASL inviando la propria relazione a Regione, ASL, Comuni e Gestori dei servizi idrici. Con decreto del 22 gennaio 2014, il Ministro delle politiche agricole, di concerto con il Ministro dell’ambiente ed il Ministro della salute ha adottato il Piano di azione nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari. In Parlamento risultano depositati disegni di legge per limitare l’impiego di sostanze diserbanti chimiche e per regolamentarne l’uso nelle operazioni di manutenzione ordinaria delle strade urbane ed extraurbane e delle aree destinate a verde urbano.  Già l’articolo 19 del decreto legislativo152/2012 aveva stabilito che dall’1 gennaio 2014 gli utilizzatori professionali di prodotti fitosanitari sono obbligati ad applicare i principi generali della difesa integrata che prevede l’applicazione di tecniche di prevenzione e di monitoraggio delle infestazioni e delle infezioni, l’utilizzo di mezzi biologici di controllo dei parassiti, il ricorso a pratiche di coltivazione appropriate e l’uso di prodotti fitosanitari che presentano il minor rischio per la salute umana e per l’ambiente.

Fonte: ilcambiamento.it

Sicurezza alimentare, abbassati i livelli massimi accettabili delle sostanze tossiche

La commissione del Codex Alimentarum abbassa i livelli massimi accettabili per piombo, arsenico, farmaci e pesticidi nei prodotti alimentari.

La Commissione del Codex Alimentarum si è riunita a Ginevra, in luglio, per adottare una serie di norme che hanno abbassato i livelli massimi accettabili di piombo nel latte artificiale e nell’arsenico nel riso. Questa commissione – nata nel 1963 per iniziativa dell’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura delle Nazioni Unite (FAO) e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – ha il compito di sviluppare standard alimentari uniformi, linee guida e codici, a livello globale, per la promozione di un cibo più sicuro e nutriente. Quattro sono gli ambiti principali delle decisioni prese alcune settimane fa. Innanzitutto il Codex Alimentarius ha raccomandato che il latte artificiale non abbia un contenuto di piombo superiore a 0,01 mg per kg, uno standard dimezzato rispetto al precedente di 0,02 mg per kg. Questo per tutelare i neonati dagli effetti negativi che il piombo può arrecare al cervello e al sistema nervoso. Viene introdotto, per la prima volta, un livello massimo di arsenico nel riso standardizzato in 0,2 mg per kg. L’esposizione prolungata a questa sostanza può provocare lesioni tumorali e alla pelle, nonché diabete, malattie cardiache e danni al sistema nervoso del cervello. L’arsenico è presente in quantità elevate in alcune regioni e il riso risulta particolarmente esposto poiché la sua coltivazione necessità di grandi quantità di acqua che rischia di essere contaminata. Divieto assoluto, invece, per alcuni farmaci veterinari che contengono sostanze vietate (cloramfenicolo, verde malachite, carbadox, furazolidone, Nitrofural, clorpromazina, stilbeni e olaquinadox) i cui residui possono finire nella catena alimentare, in carne, latte, uova e miele. Valori massimi sono stati ritoccati anche nell’impiego di pesticidi per l’agricoltura (con un limite massimo di 0,02 mg per kg per il diserbante diquat che si utilizza sulle banane o sui chicchi di caffè), mentre è stato adottato un nuovo codice d’igiene per minimizzare la contaminazione delle spezie nelle fasi di produzione.mais1-586x439

Fonte:  Food Safety News

© Foto Getty Images

Inquinamento, alzati i limiti delle sostanze pericolose

Nel Decreto Competitività previsti innalzamenti dei limiti per gli sversamenti delle sostanze inquinanti in mare e delle tolleranze di sostanze tossiche nei siti militari. Qual è il prezzo da pagare per tornare a essere competitivi? Ancora una volta le ragioni del profitto avranno la meglio su quelle della natura? Fra le pieghe del Decreto Competitività, nella sezione Ambiente protetto, spettante al dicastero retto da Gian Luca Galletti, si dà il via libera all’innalzamento dei limiti per gli sversamenti delle sostanze inquinanti in mare e delle tolleranze di sostanze tossiche nei siti militari. La denuncia parte dalle associazioni ambientaliste che sottolineano come, per risolvere l’oneroso problema delle bonifiche, i livelli di inquinamento siano stati equiparati a quelli delle aree industriali, quindi molto più alti rispetto ad aree verdi e residenziali. I valori dei cianuri potranno essere centuplicati (da 1 a 100 mg/kg), così come il benzopirene o la sommatoria dei composti policiclici aromatici (etilbenzene, stirene, toluene e xilene), lo stagno potrà avere una concentrazione nel suolo di 350 volte superiore rispetto alle vecchie tolleranze, mentre i fluoruri potranno essere rilasciati in quantità venti volte superiori, così come il benzene. Per Angelo Bonelli, co-portavoce dei Verdi, si tratta di “un evidente regalo al Ministero della Difesa, che in questo modo potrà evitare di intervenire sui numerosi siti di propria competenza”. Senza infrazioni ai nuovi limiti non ci saranno bonifiche, secondo la logica della polvere scopata sotto il tappeto. Cambiano anche le regole per gli impianti industriali di grandi dimensioni come acciaierie, centrali elettriche e a carbone, cementifici, raffinerie, stabilimenti chimici, rigassificatori e inceneritori: d’ora in poi più si produrrà e più alto sarà il quantitativo di reflui che si potranno scaricare in mare. Il profitto prima della salute, l’industria prima dell’ambiente. La sezione ambientale del Decreto Competitività è una beffa ad anni di conquiste nell’ambito della salute pubblica. Come se le pagine oscure di Taranto e Casale Monferrato non fossero mai state scritte. In poco più di un anno ben quattro decreti sulle bonifiche sono stati emanati da tre diversi governi. All’inizio del 2013, nelle ultime settimane del Governo Monti, il ministro Corrado Clini portò Siti di interesse nazionale (quelli maggiormente inquinati e pericolosi per la salute) da 57 a 39, affidandone 18 alla competenza delle Regioni. Il Decreto del Fare del Governo Letta previde che le bonifiche potessero essere compiute “ove economicamente possibile”. Con Destinazione Italia è stato previsto un condono, con contributi pubblici erogati anche per finanziare le bonifiche a carico dei responsabili dell’inquinamento. Nessuno dei tre decreti ha sortito gli effetti sperati, anzi, il margine di operatività è stato ridotto al minimo e il Decreto Competitività l’ammissione di una sconfitta per la collettività e una vittoria per le aziende coinvolte nella stagione dei veleni che possono assistere compiaciute alla progressiva riduzione della chiamata alle proprie responsabilità a opera della politica.top8-586x389

Fonte:  L’Espresso

© Foto Getty Images –

Inquinamento: allarme per la correlazione fra sostanze chimiche e deficit cerebrali

Una ricerca pubblicata su Lancet Neurology amplia la black list delle sostanze chimiche che interferiscono negativamente nello sviluppo cerebrale dei bambini

Secondo una ricerca pubblicata da Lancet Neurology negli ultimi sette anni sarebbe raddoppiato il numero delle sostanze chimiche in grado di provocare alterazioni nello sviluppo cerebrale fetale e infantile. Secondo Philippe Grandjean della Harvard School of Public Health e Philip J. Landrigan delle Icahn School of Medicine at Mount Sinai molte sostanze estremamente nocive per il sistema neuronale si troverebbero in molti oggetti di uso quotidiano, dall’abbigliamento ai mobili, ma soprattutto nei giocattoli, oggetti con i quali i bambini interagiscono per molte ore al giorno. Otto anni fa, nel 2006, le sostanze tossiche sotto osservazione per i danni allo sviluppo cerebrale erano piombo, metilmercurio, arsenico, policlorobifenili (PCB) e toluene, ora, a questa black list, si sono aggiunte anche manganese, i fluoruri, i pesticidi chlorpyrifos e DDT, il solvente tetracloroetilene, e i ritardanti di fiamma a base di polibromodifenileteri (PBDE), si tratta di sostanze chimiche che potrebbero andare dal disturbo da deficit di attenzione (ADHD) alla dislessia e agli altri Dsa (discalculia, disgrafia). Anche se la placenta è un potentissimo “filtro” in grado di proteggere il feto, molti composti tossici ambientali passano dalla madre al feto. Nei soli Stati Uniti l’avvelenamento da piombo nella popolazione infantile costa alla collettività 50 miliardi di dollari, mentre quello da metilmercurio circa 5 miliardi. Secondo i due ricercatori sarebbe in atto una vera e propria pandemia con pesanti conseguenze non solo sulla salute pubblica, ma sulla stessa economia. La perdita di un punto di QI peserebbe, nell’intera vita lavorativa, in una cifra stimabile in 12mila euro e visto che nell’Unione Europea si stimano come perduti 600mila punti QI a causa dell’interazione con sostanze tossiche, il danno economico sarebbe di circa 10 miliardi di euro annui. A queste sostanze in grado di condizionare negativamente lo sviluppo cerebrale vanno aggiunte altre 200 capaci di danneggiare il cervello adulto. Ma le sostanze tossiche potrebbero essere molte di più visto che la maggior parte degli 80mila composti chimici utilizzati negli Stati Uniti non sono mai stati testati in tal senso. Una delle soluzioni suggerite dai ricercatori è vincolare la distribuzione delle sostanze chimiche all’obbligo per i produttori di dimostrare la non nocività della propria produzione. Un iter molto simile a quello seguito prima dell’uscita dei farmaci sul mercato.169225259-586x415

Fonte:  Lancet Neurology

Piccoli mostri nell’armadio: la chimica nei vestiti dei bimbi

Si intitola “Piccoli mostri nell’armadio” il rapporto che Greenpeace ha diffuso sull’utilizzo di sostanze chimiche per fabbricare abiti e scarpe per i bambini. Vi proponiamo una sintetica guida che vi spiega cosa sono e come agiscono queste sostanze.mostri

L’ultimo rapporto di Greenpeace Asia rivela la presenza di sostanze tossiche pericolose nei vestiti per bambini di 12 marchi globali della moda. Da quelli sportivi come Adidas a quelli di lusso come Burberry. Si intitola “piccoli mostri nell’armadio” e ha dato l’avvio ad una campagna che chiede ai marchi che ancora utilizzano sostanze pericolose di eliminarle per salvaguardare la salute dei più piccoli. Prosegue dunque la campagna “Detox” di Greenpeace che in questo ultimo anno ha unito milioni di persone in tutto il mondo nella certezza che i vestiti che indossiamo non debbano contenere sostanze tossiche o pericolose e che non debbano inquinare l’ambiente. La campagna ha indotto già grandi marchi come Zara, H&M e Valentino ad impegnarsi a ripulire i loro prodotti e la loro filiera, lavorando con i fornitori per essere sicuri che nessuna sostanza pericolosa venga usata per fabbricare i vestiti che indossiamo.

Clicca qui per leggere la guida alle sostanze tossiche nei vestiti.

Fonte. Il cambiamento

Misurare l’inquinamento sulle Dolomiti

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Gli scienziati dell’Università Ca’ Foscari Venezia hanno attivato nei giorni scorsi una stazione di rilevamento ai 2.550 metri di quota del Col Margherita, nei pressi del Passo San Pellegrino, al confine tra Veneto e Trentino-Alto Adige. Sulle Dolomiti, gli studiosi misureranno la presenza naturale nell’atmosfera di mercurio gassoso, inquinante emesso da processi industriali. Questo dato sarà poi confrontato con le informazioni raccolte da decine di altre stazioni sparse per il mondo e contribuirà quindi a indirizzare le future politiche ambientali.  L’Università Ca’ Foscari Venezia e l’Istituto per la Dinamica dei Processi Ambientali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) entrano così nella prima rete mondiale di monitoraggio del mercurio, metallo tra i più tossici per l’essere umano e l’ambiente.  La stazione di Col Margherita, infatti, è un nodo della rete globale Gmos (Global Mercury Observation System), che coinvolge 23 istituti internazionali ed è finanziata con 10 milioni di euro dall’Unione Europea nell’abito del 7° Programma Quadro. Le stazioni attive si trovano a terra in aree sensibili, ma non solo: strumenti si trovano in volo a 6mila metri di quota, montati su aerei, e altri attraversano gli oceani a bordo di navi. “Vogliamo capire quale sia l’impatto dell’essere umano sulle variazioni nel ciclo del mercurio nell’ambiente”, spiega Carlo Barbante, professore di Chimica analitica all’Università Ca’ Foscari e direttore dell’Istituto per la Dinamica dei Processi Ambientali del Cnr, “Il compito della nostra stazione è vedere quale sia il fondo naturale dell’inquinante in un sito di alta quota. La strumentazione ci aggiorna telematicamente ogni cinque minuti con i dati sul mercurio, inoltre misura parametri meteorologici e campioni di precipitazioni”.
La ricerca coinciderà con la divulgazione. Informazioni preziose saranno messe a disposizione degli sciatori, in tempo reale: alla base della funivia del Col Margherita i visitatori vedranno su uno schermo dati utili come temperatura, precipitazioni, effetto del vento sulla sensazione termica. Il progetto è stato realizzato in collaborazione con la società degli impianti sciistici del San Pellegrino, che ha permesso ai ricercatori di trasportare sulla cima il container e gli strumenti per il monitoraggio.

Gli istituti di ricerca che partecipano a Gmos sono: Ca’ Foscari Venezia, Cnr-Iia (Italia), Nilu (Norvegia), Ivl (Svezia), Jsi (Slovenia), Inibioma (Argentina), Ifremer (Francia), Intec (Suriname), Chalmers University of Technology (Svezia), National Environmental Research Institute (Danimarca), Hzg (Germania), Ujf (Francia), University of York (Regno Unito), Igcas (China), Aplba (Brasile), Msc-E (Russia), Mpg (Germania), Jrc (Belgio), Iom-Auc (India), Saws (Africa), Inmg (Capo Verde), Iaps (Lettonia), Spbsu (Russia).

Fonte: galileonet.it

La pasta che tutti vorremmo in tavola

Per fare un’ottima pasta “non basta un grano sano e antico, coltivato senza prodotti chimici e conservato senza sostanze tossiche”. Come sapere allora che quello che arriva sulle nostre tavole è un prodotto buono e genuino?

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Sapere quando sono nati i maccheroni e chi ha inventato gli spaghetti è davvero impresa ardua. Certo Pulcinella poco aveva a che fare con essiccatori turbo e farine devitalizzate. È risaputo infatti che la pasta si otteneva lavorando farina di cereali con acqua, senza lieviti e fermenti per farla essiccare inizialmente esposta al sole e quindi in ambienti chiusi leggermente riscaldati con bracieri. Di sicuro nel lontano1337 si registra la presenza su Firenze della Corporazione dei Pastai e dei Fornai, mentre davvero per designarne le origini si citano gli etruschi e Orazio Flacco, gli arabi e gli stessi cinesi. Possiamo comunque immaginare che il grano duro veniva coltivato in rotazione con le leguminose o dopo accurati sovesci che arricchivano i terreni predisposti ad accogliere varietà selezionate nel tempo per essere non solo produttive, ma saporite e soprattutto digeribili. Il chicco di grano che atterrava su queste terre veniva custodito per poter finalmente germogliare, dando vita ad una pianta magica che da un semplice stelo, in primavera ne forma 5o 6, che crescono verso il cielo fino a spigare , fiorire e maturare. Se dal grano tenero, fino a 60 anni orsono molito esclusivamente a pietra, si ottiene la farina, dal grano duro abbiamo la semola, molto più grossolana, ma ugualmente pronta ad amalgamarsi con l’acqua per potersi trasformare in pane, corasau, chapati, pizze, piadina e chiaramente pasta. Non sappiamo quanto buone potessero essere le lasagne citate dai latini, né che tipo di pasta preparassero gli etruschi di fatto appena si è stati capaci di essiccare le tagliatelle, i vermicelli e magari le orecchiette, si è creato un mercato florido per esportare queste delizie, ormai conservabili nel tempo.

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Sicuramente l’ingegno italiano dalla Sicilia e le Puglie, produttrici di grano duro, alla Liguria marinara, alla Toscana piena di tradizioni, alla Lombardia pronta ad inventar strumenti, ha permesso la geniale creazione delle macchine per trafilare la pasta, riuscendo ad ottenere, premendo la massa fresca impastata, vermicelli molto più lunghi di quelli che si ottenevano a mano, ma sopratutto i maccheroni, vera delizia per la quale gli italiani sono conosciuti in tutto il mondo. Oggi il grano duro ha subito tantissimi miglioramenti funzionali spesso per resistere ai diserbanti, per non piegarsi dopo essere stati concimati chimicamente, a volte per non ammalarsi, spesso per avere una consistenza completamente vitrea dei chicchi ed una alta percentuale di glutine, tutti parametri bidimensionali con cui l’industria alimentare si è divertita a classificare il frumento duro, dimenticando il profumo, il sapore e la digeribilità, parametri imposti agli agricoltori come imprescindibili per la loro commercializzazione. Oggi dopo tante mistificazioni e dopo una sperimentazione cinquantennale fatta sulla nostra pelle che ha portato e tuttora induce a rimpinguare i nostri bambini con pappine iperproteiche, mal digerite, senza gusto e produttrici di squilibri, malassorbimenti ed intolleranze, si torna per la pastificazione artigianale ad utilizzare con grande successo una vecchia varietà denominata Senatore Cappelli, chiaramente da coltura biologica.spiga_grano_duro

Definito “razza eletta” il grano duro Senatore Cappelli è stato ottenuto nel 1915 a Foggia da un grande genetista (incoraggiato proprio dal senatore abruzzese che introdusse importanti concetti nella riforma agraria) incrociando antiche popolazioni di grani nord africani. Non basta comunque un grano sano e antico, coltivato senza prodotti chimici e conservato senza sostanze tossiche, per fare un’ottima pasta serve non cadere nelle maglie dei moderni molini a cilindri in cui ogni chicco viene sfogliato e liberato dal germoglio trasformandolo in una polvere inerte senza enzimi, né vitamine, decurtato di 20 dei 25 minerali che costituiscono il frumento, puro amido insomma, conservabile e non deteriorabile da poter vendere a distanza e a scadenze maggiori di una farina ottenuta dalla molitura a pietra. Molita a pietra la semola viene rimacinata e quindi impastata, lavorata, trafilata, essiccata gradualmente a basse temperature per mantenere il più possibile inalterate le sue proprietà e sfornata, raffreddata , confezionata. Quello che arriva in questo modo sulla nostra tavola è chiaramente il prodotto più genuino e più buono del mondo non solo per come è stato coltivato il Senatore Cappelli o per come è stato molito, ma per i pastifici ed i maestri pastai che le producono e per la stessa etica con cui queste aziende agricolo artigianali vengono condotte. Tocca a noi essere attenti nel cuocerle, nel condirle e sopratutto nel masticarle attentamente per assaporane appieno gli aromi e le caratteristiche e riappropriarci del gusto più tipico che ci caratterizza a tavola. Senza trascurare l’aspetto salutistico perché, anche se è solo un’esagerazione di Pulcinella, “…sono stati sempre buoni, per la cura dei polmoni mangiate sempre maccheroni”.

Fonte: il cambiamento