Venezia, alberi cadono per l’inquinamento del sottosuolo

immagine

La caduta di quattro alberi non dovrebbe fare notizia, ma le cose cambiano se il vento è debole e se gli alberi erano all’apparenza sani. Negli scorsi giorni all’aeroporto Marco Polo di Tessera quattro alberi sono caduti distruggendo tre auto parcheggiate, fortunatamente senza danni per le persone. Secondo un’analisi dell’Arpav a causare la caduta sarebbe stato l’inquinamento nel sottosuolo del parcheggio: nel terreno sarebbero state rilevati arsenico e altri metalli pesanti oltre i limiti consentiti dalla legge. Della vicenda si sta occupando la Procura di Venezia insieme al nucleo operativo ecologico dei carabinieri. Nell’inchiesta che vuole fare chiarezza su ciò che si trova sotto il parcheggio P5 del Marco Polo sarebbe coinvolta anche l’azienda Mestrinaro, rea di avere venduto ai cantieri edili calce e cemento miscelati con sostanze inquinanti. Una manovra pensata per rendere inerti i rifiuti inquinanti senza passare dalle (onerose) spese di smaltimento, un giro d’affari illecito quantificabile in alcune centinaia di migliaia di euro. Secondo gli inquirenti il materiale inquinante sarebbe stati utilizzati anche nel nella nuova terza corsia dell’autostrada A4, in prossimità del casello di Roncade di Treviso, nel quale sarebbero stati individuati quantitativi di arsenico, cobalto, nichel, cromo e rame fino a 100 volte oltre i limiti fissati dalle legge. L’azienda coinvolta avrebbe dovuto recuperare e trasformare i rifiuti che, invece, ha immesso nell’ambiente in grosse quantità, contaminando i materiali edili utilizzati nelle attività svolte fra il 2010 e il 2012.

Fonte:  Venezia Today

Annunci

Inquinamento, alzati i limiti delle sostanze pericolose

Nel Decreto Competitività previsti innalzamenti dei limiti per gli sversamenti delle sostanze inquinanti in mare e delle tolleranze di sostanze tossiche nei siti militari. Qual è il prezzo da pagare per tornare a essere competitivi? Ancora una volta le ragioni del profitto avranno la meglio su quelle della natura? Fra le pieghe del Decreto Competitività, nella sezione Ambiente protetto, spettante al dicastero retto da Gian Luca Galletti, si dà il via libera all’innalzamento dei limiti per gli sversamenti delle sostanze inquinanti in mare e delle tolleranze di sostanze tossiche nei siti militari. La denuncia parte dalle associazioni ambientaliste che sottolineano come, per risolvere l’oneroso problema delle bonifiche, i livelli di inquinamento siano stati equiparati a quelli delle aree industriali, quindi molto più alti rispetto ad aree verdi e residenziali. I valori dei cianuri potranno essere centuplicati (da 1 a 100 mg/kg), così come il benzopirene o la sommatoria dei composti policiclici aromatici (etilbenzene, stirene, toluene e xilene), lo stagno potrà avere una concentrazione nel suolo di 350 volte superiore rispetto alle vecchie tolleranze, mentre i fluoruri potranno essere rilasciati in quantità venti volte superiori, così come il benzene. Per Angelo Bonelli, co-portavoce dei Verdi, si tratta di “un evidente regalo al Ministero della Difesa, che in questo modo potrà evitare di intervenire sui numerosi siti di propria competenza”. Senza infrazioni ai nuovi limiti non ci saranno bonifiche, secondo la logica della polvere scopata sotto il tappeto. Cambiano anche le regole per gli impianti industriali di grandi dimensioni come acciaierie, centrali elettriche e a carbone, cementifici, raffinerie, stabilimenti chimici, rigassificatori e inceneritori: d’ora in poi più si produrrà e più alto sarà il quantitativo di reflui che si potranno scaricare in mare. Il profitto prima della salute, l’industria prima dell’ambiente. La sezione ambientale del Decreto Competitività è una beffa ad anni di conquiste nell’ambito della salute pubblica. Come se le pagine oscure di Taranto e Casale Monferrato non fossero mai state scritte. In poco più di un anno ben quattro decreti sulle bonifiche sono stati emanati da tre diversi governi. All’inizio del 2013, nelle ultime settimane del Governo Monti, il ministro Corrado Clini portò Siti di interesse nazionale (quelli maggiormente inquinati e pericolosi per la salute) da 57 a 39, affidandone 18 alla competenza delle Regioni. Il Decreto del Fare del Governo Letta previde che le bonifiche potessero essere compiute “ove economicamente possibile”. Con Destinazione Italia è stato previsto un condono, con contributi pubblici erogati anche per finanziare le bonifiche a carico dei responsabili dell’inquinamento. Nessuno dei tre decreti ha sortito gli effetti sperati, anzi, il margine di operatività è stato ridotto al minimo e il Decreto Competitività l’ammissione di una sconfitta per la collettività e una vittoria per le aziende coinvolte nella stagione dei veleni che possono assistere compiaciute alla progressiva riduzione della chiamata alle proprie responsabilità a opera della politica.top8-586x389

Fonte:  L’Espresso

© Foto Getty Images –

Inquinamento in Cina sempre più preoccupante, si espande la nube di smog

L’inquinamento atmosferico in Cina ha raggiunto livelli mai registrati prima: e c’è chi teme che la nube di smog possa espandersi ulteriormente e spostarsi156788466-586x3871

Una bomba ad orologeria che non si sa quando e se esploderà: la nube di smog sui cieli cinesi, una coltre fittissima che a Pechino costringe gli abitanti a chiudersi in casa (in città la visibilità è sotto i 100m), si comincia a temere possa ingrossarsi ulteriormente ed emigrare sospinta dai venti sui cieli di tutta l’Asia. Nei periodi di stabilità atmosferica, scarsamente avvettivi (come fu in gennaio) le concentrazioni delle sostanze inquinanti nell’aria cinese hanno raggiunto picchi finora mai visti prima nel mondo: proibire i barbecue e le fritture non è bastato e nemmeno invitare le persone a chiudersi in casa. A metà gennaio 2013, quando un robusto anticiclone stazionò sulla Cina centrale, favorendo una scarsa ventilazione con il conseguente ristagno di ingenti sostanze inquinanti nei bassi strati dell’atmosfera, gli indici sulla qualità dell’aria a Pechino erano impietosi: 755 µg/m di agenti inquinanti, quando la soglia per considerarsi in serio pericolo è tra i 300 e i 500. Il fatto è che questo altissimo livello di inquinamento si teme possa rappresentare il nemico numero uno dell’incredibile sviluppo economico cinese: dove il comunismo si è trasformato in capitalismo spinto, dove non ha potuto nulla il dollaro americano, dove ha fallito l’euro degli albori, lo smog potrebbe essere la causa madre del crollo dell’impero economico industriale cinese. La Cina, secondo l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) detiene il 40% delle morti da inquinamento registrate sulla Terra (dato non riconosciuto dal governo della Repubblica Popolare), ma la nuvola di inquinanti è sempre là (un giorno più fitta e un giorno un po’ meno, ma sempre presente) a sbugiardare le fasulle affermazioni dei tutta posto al governo di Pechino. C’è inoltre chi non crede alle baggianate raccontate da Pechino: su tutti il Giappone, dopo che una nuvola di sostanze inquinanti partita proprio dalla Cina si è diretta verso l’arcipelago, determinando il superamento dei limiti di qualità dell’aria su molte città del Giappone centro-meridionale. Il nuovo presidente Li Keqiang ha garantito maggiore attenzione al problema, promettendo investimenti su eolico e solare e puntando alla riduzione del 5% delle sostanze inquinanti: come inizio un po’ poco per un paese di 1,6 miliardi di abitanti. In realtà il Partito Comunista Cinese si è trovato costretto ad affrontare il tema in seno ad un dibattito interno: le pressioni dei cittadini grazie ad internet e qualche articolo smaliziato nei blog hanno reso evidente il problema a tutti.

Fonte: ecoblog