Gli inquinanti nelle acque di Milano potrebbero arrivare alla falda profonda. Lo studio del Mario Negri

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La ricerca ha osservato che i depuratori non trattengono numerose sostanze chimiche che dagli scarichi industriali, zootecnici o umani finiscono nell’acqua del capoluogo lombardo. “Si rischia in futuro anche l’interessamento della falda profonda, con possibili effetti sulla qualità dell’acqua potabile e sulla salute umana”

Uno studio condotto dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri in collaborazione con il Servizio Idrico di MM (ex Metropolitana Milanese e finanziato da Fondazione Cariplo, ha valutato l’inquinamento dei cosiddetti nuovi inquinanti (comprendenti farmaci, droghe, disinfettanti, prodotti chimici per la cura della persona, sostanze perfluorurate e plastificanti, oltre a caffeina e nicotina) nel sistema acquifero della grande area urbana milanese e della loro distribuzione nel corso di 5 anni. Le acque dei fiumi che percorrono l’area Milanese, le acque fognarie prodotte dalla città di Milano e le acque delle falde da cui si estraggono le acque potabili, sono state analizzate per verificare la presenza di circa 80 sostanze. Le analisi dei fiumi in ingresso e in uscita dalla città, l’Olona, il Seveso e il Lambro, hanno mostrato che Milano scarica ogni giorno nei fiumi circa 6.5 kg di farmaci, 1,3 kg di disinfettanti e di sostanze chimiche utilizzate per la cura della persona, 200 g di sostanze perfluorurate, 600 g di plastificanti e 400 g di droghe di abuso, oltre a circa 13 kg di nicotina e caffeina. Il che, ad esempio, significa circa 2,5 tonnellate all’anno di farmaci, quasi mezza tonnellata di prodotti chimici per la cura della persona, 1,6 quintali di droghe d’abuso. Secondo Sara Castiglioni, che dirige l’Unità di biomarkers ambientali dell’Istituto Mario Negri: “Tutte queste sostanze vengono utilizzate quotidianamente in quantità elevate e possono essere immesse nell’ambiente tramite gli scarichi urbani. Parte del carico di inquinanti deriva dai depuratori che ricevono le acque fognarie prodotte dalla città di Milano contenti inquinanti in notevoli quantitativi. I depuratori contribuiscono a ripulirli prima del loro scarico nell’ambiente ma solo parzialmente e molti inquinanti, in particolare i farmaci, le droghe e i prodotti chimici utilizzati per la cura della persona permangono nelle acque trattate e sono riversati in canali e fiumi con ripercussioni sugli ecosistemi. A ciò si aggiungono anche altre fonti di inquinamento, tra cui gli scarichi diretti delle attività zootecniche ed industriali.
“La contaminazione dei fiumi – spiega Ettore Zuccato, Capo Laboratorio di Tossicologia Alimentare,- impatta sull’ambiente ma anche sull’uomo, dato che l’inquinamento dei fiumi è correlato a quello delle falde acquifere. Fortunatamente al momento il trasporto di inquinanti sembra riguardare più la falda superficiale e meno la profonda, da cui si ottiene l’acqua per il consumo umano e quindi ad oggi la qualità dell’acqua può definirsi buona. Si rischia però in futuro anche l’interessamento della falda profonda, con possibili effetti sulla qualità dell’acqua potabile e sulla salute umana. Al momento i dati mostrano che non ci siano rischi associati a queste sostanze ed è con un monitoraggio continuo che sarà possibile garantire la qualità della nostra acqua. Tra gli interventi possibili vi è la regolamentazione degli scarichi in ambiente, migliorando le capacità di rimozione dei depuratori e controllando gli scarichi diretti, ma anche sensibilizzando i consumatori a una maggior attenzione per utilizzo e smaltimento di farmaci e di altri prodotti chimici che possono inquinare l’ambiente”.
“Questi studi – aggiunge Enrico Davoli, alla guida del Laboratorio di Spettrometria di Massa, Dipartimento Ambiente e Salute, dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri – sono importanti poiché misurano quanto le reti acquifere delle grandi città, delle ‘regioni urbane’, siano vulnerabili e come sia importante la conoscenza del loro stato di salute per tutti i processi di pianificazione del territorio e delle risorse disponibili e per programmare interventi”.
I risultati dello studio sono disponibili on-line:
(https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0043135417310424),
e saranno pubblicati su Water Research, Volume 131, 15 marzo 2018, pag. 287–298.

Fonte: ecodallecitta.it

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Il cibo avvelenato: ecco quanti pesticidi mangiamo

I dati lasciano poco spazio ai dubbi: su certi alimenti ci sono fino a 21 residui di principi chimici attivi e aumentano i campioni fuorilegge. I dati di Legambiente ci aprono gli occhi. Per fortuna cresce anche il biologico.9480-10221

Il tè verde fa bene alla salute. A meno che non risulti contaminato da un mix di ben 21 differenti sostanze chimiche. Anche le bacche vanno molto di moda nelle diete attuali, peccato che alcuni campioni analizzati dall’attento laboratorio della Lombardia contenessero fino a 20 molecole chimiche differenti. Residui chimici in quantità sono stati rinvenuti anche nell’uva da tavola e da vino, tutta di provenienza nazionale, contaminata anche da 7, 8 o 9 sostanze contemporaneamente. Sebbene i prodotti fuorilegge (cioè con almeno un residuo chimico che supera i limiti di legge) siano solo una piccola percentuale (l’1,2% nel 2015, era lo 0,7% nel 2014), tra verdura, frutta e prodotti trasformati, la contaminazione da uno o più residui di pesticidi riguarda un terzo dei prodotti analizzati (36,4%).

Stop pesticidi , il dossier di Legambiente che raccoglie ed elabora i risultati delle analisi sulla contaminazione da fitofarmaci nei prodotti ortofrutticoli e trasformati, realizzati dalle Agenzie per la Protezione Ambientale, Istituti Zooprofilattici Sperimentali e ASL, è stato presentato a Roma e ha subito catturato l’attenzione dei consumatori. Nonostante la crescente diffusione di tecniche agronomiche sostenibili, l’uso dei prodotti chimici per l’agricoltura in Italia rimane significativo. Sebbene la situazione tra il 2010 e il 2013 sia migliorata con un trend di diminuzione dell’uso pari al 10%, nel 2014 si è registrata una inversione di tendenza e il consumo di prodotti chimici nelle campagne è tornato a crescere, passando da 118 a circa 130 mila tonnellate rispetto all’anno precedente. In particolare, nel 2014, sono stati distribuiti circa 65 mila tonnellate (T) di fungicidi (10,3 mila T in più rispetto al 2013), 22,3 mila T di insetticidi e acaricidi, 24,2 mila T di erbicidi e infine 18,2 mila T di altri prodotti. Nel complesso, l’Italia si piazza al terzo posto in Europa nella vendita di pesticidi (con il 16,2%), dopo Spagna (19,9%) e Francia (19%), piazzandosi però al secondo posto per l’impiego di fungicidi. In positivo, però, va segnalata la crescita delle aziende agricole che scelgono di non far ricorso ai pesticidi e di produrre secondo i criteri biologici e biodinamici, seguendo forme di agricoltura legate alle vocazioni dei territori, operando per salvaguardare le risorse naturali e la biodiversità grazie alla ricerca e all’innovazione. La superficie agricola biologica in Italia, infatti, tra il 2014 e il 2015 ha registrato un aumento del 7,5%.

“Lo studio presentato oggi – ha dichiarato la presidente di Legambiente Rossella Muroni –  evidenzia in modo inequivocabile gli effetti di uno storico vuoto normativo: manca ancora una regolamentazione specifica rispetto al problema del simultaneo impiego di più principi attivi sul medesimo prodotto. Da qui la possibilità di definire “regolari”, e quindi di commercializzare senza problemi, prodotti contaminati da più principi chimici contemporaneamente se con concentrazioni entro i limiti di legge. Senza tenere conto dei possibili effetti sinergici tra le sostanze chimiche presenti nello stesso campione sulla salute delle persone e sull’ambiente. Eppure le alternative all’uso massiccio dei pesticidi non mancano. La crescita esponenziale dell’agricoltura biologica e delle pratiche agronomiche sostenibili sta dando un contributo importante alla riduzione dei fitofarmaci e al ripristino della biodiversità e alla salute dei suoli”.

“La terra, l’aria, l’acqua, il cibo, la salute sono di tutti, non solo di una categoria economica – ha dichiarato il presidente di Alce Nero Lucio Cavazzoni – Si tratta di un diritto fondamentale per una società civile, spesso celato da normative ipocrite che trascurano l’effettiva pericolosità della diffusione di tante molecole chimiche dannose.  È dovere di tutti operare a 360 gradi per ridurre l’impatto della chimica di sintesi nell’ambiente e di cibi che possono recare danno alla salute: è tempo di passare ad azioni concrete per risultati concreti. L’importante termometro di Legambiente chiama tutti ad un’azione di responsabilità: non è sufficiente produrre cibo, si deve e si può produrre cibo sano, che nutra bene e sia buono per l’uomo e per l’ambiente. Che è la casa dell’uomo”.

Anche quest’anno, la quantità dei residui di pesticidi che le Agenzie per la Protezione Ambientale e Istituti Zooprofilattici Sperimentali hanno rintracciato nei prodotti da agricoltura convenzionale, nei prodotti trasformati e miele, resta elevata: salgono leggermente i campioni irregolari (1,2% nel 2015, erano lo 0,7% del 2014); mentre i prodotti contaminati da uno o più residui contemporaneamente raggiungono il 36,4% del totale, più di un terzo dei campioni analizzati (9608 campioni), in leggero calo rispetto al 2014 (41,2%). La percentuale di campioni regolari senza alcun residuo invece, in leggero rialzo rispetto al 58% del 2014, si attesta al 62,4%. Tra i casi eclatanti, i già citati prodotti di provenienza extra Ue come il tè verde con 21 residui chimici e le bacche con 20, ma anche il cumino con 14 diverse sostanze, le ciliegie con 13, le lattughe e i pomodori con 11 o l’uva con 9 principi attivi. Ancora una volta la frutta è il comparto dove si registrano le percentuali più elevate di multiresiduo e le principali irregolarità. Ma il massiccio impiego di pesticidi non ha ricadute significative solo sulla salute delle persone. Una maggiore attenzione deve essere rivolta anche alle ricadute negative sull’ambiente. Nuove molecole e formulati sono stati immessi sul mercato senza un’adeguata conoscenza dei meccanismi di accumulo nel suolo, delle dinamiche di trasferimento e del destino a lungo termine nell’ambiente. Occorre valutare meglio gli effetti in termini di perdita di biodiversità, di riduzione della fertilità del terreno, di accelerazione del fenomeno di erosione dei suoli. Per le sostanze su cui non esiste ancora un parere unanime del mondo scientifico sui rischi, come per il famoso Glifosato, dovrebbe valere il principio di precauzione e il divieto di utilizzo. Tra le sostanze attive più frequentemente rilevate: il Boscalid, il Penconazolo, l’Acetamiprid, il Metalaxil, il Ciprodinil, l’Imazalil e il Clorpirifos,  sostanza riconosciuta come interferente endocrino, cioè capace di alterare il normale funzionamento del sistema endocrino e dannoso per l’organismo. I dati di Stop pesticidi sono il frutto delle analisi condotte dai diversi laboratori pubblici italiani. Come sempre, vale il principio del ‘chi cerca trova’ e così le maggiori irregolarità sono state riscontrate dai laboratori più zelanti, che conducono il maggior numero dei controlli (Lombardia e l’ottima Emilia Romagna) contemplando il più alto numero delle sostanze da ricercare. Mancano invece all’appello i dati della Calabria, che non ha fornito alcuna informazione, e della regione Toscana, che ha fornito i dati in maniera disaggregata, non assimilabile al resto del rapporto. Nel complesso, uva, fragole, pere e frutta esotica (soprattutto banane) sono i prodotti più spesso contaminati dalla presenza di residui di pesticidi. Circa un terzo dei campioni (30,1%) analizzati dal laboratorio del Lazio, contiene uno o più residui di sostanze attive. Si arriva a combinazioni di 21 residui in un campione di foglie di tè verde, di cui 6 superano il limite di legge (Buprofezin, Imidacloprid, Iprodione, Piridaben, Triazofos, Acetamiprid) e 14 residui in un campione di semi di cumino, di cui 9 superano il limite (Carbendazim, Esaconazolo, Imidacloprid, Miclobutanil, Profenofos, Propiconazolo, Tiametoxam, Triazofos, Acetamiprid). Come già accennato, l’uva risulta tra i prodotti maggiormente contaminati: tutti i campioni (12) analizzati dai laboratori del Friuli Venezia Giulia presentano uno o più residui; in Valle d’Aosta si è registrata una irregolarità per superamento del limite ammesso di Clorpirifos, due campioni regolari con un residuo (Clorpirifos) e quattro campioni regolari ma con multiresiduo. In Liguria in un campione regolare sono stati rilevati fino a sette residui (Boscalid, Ciprodinil, Clorpirifos, Imidacloprid, Metossifenozide, Pirimetanil, Fludioxonil) mentre in Puglia si è arrivati anche a 9. Situazione simile anche in Sardegna, dove l’uva da tavola risulta essere sempre contaminata da più residui, in Umbria (multiresiduo in 6 campioni su 7) e Veneto, che registra la presenza di multiresiduo nel 62,5% dei campioni di uva analizzati. In Emilia Romagna risultano contaminate il 46,1% delle insalate e l’81,6% delle fragole (multiresiduo), mentre spiccano per numero di molecole presenti contemporaneamente un campione di ciliegie e uno di uva sultanina ‘in regola’ con 13 e 14 principi attivi. 15 le irregolarità rilevate: 8 su pere locali e 7 nel comparto verdura. Cocktail di sostanze attive si trovano anche in Lombardia con due campioni di bacche provenienti dalla Cina con 12 e 20 residui, mentre irregolarità per superamento dei limiti massimi consentiti dalla legge sono state segnalate dal laboratorio abruzzese (per eccesso di Clorpirifos in 3 campioni di pesche). Anche la regione Sicilia presenta 6 campioni irregolari, uno nel comparto verdura (cereali) e cinque nel comparto frutta. La regione Puglia ha rilevato 20 irregolarità tra cui 6 su campioni di melograno provenienti dalla Turchia.

«Eppure, proprio l’agricoltura potrebbe rappresentare il più importante alleato per affrontare le attuali sfide ambientali e per lo sviluppo di una nuova economia – dice Legambiente – Il primo passo è il rilancio di buone pratiche agricole attente alla complessità dei processi naturali e soprattutto capaci di innovare e sperimentare nuove tecnologie. Il motore di questo cambiamento, che include anche la riduzione dei pesticidi, è l’agricoltura biologica, con le sue molteplici varianti, come l’agricoltura biodinamica. I criteri dell’agricoltura biologica permettono infatti di sostituire l’intervento chimico con l’utilizzo dei meccanismi naturali contribuendo alla difesa delle piante e al ripristino della fertilità dei suoli e della biodiversità. Ci sono poi prodotti innovativi, come i biofumiganti, biostimolanti e corroboranti e metodi di gestione – consociazioni, rotazioni, sovesci, semina su sodo, minime lavorazioni del terreno e diserbo meccanico – che riducono il rischio di malattie delle piante e che inducono negli anni effetti benefici sulla struttura del suolo, sulla sua capacità di ritenzione idrica e sulla salute delle piante. Governo e Regioni dovrebbero investire maggiormente in ricerca e formazione per sostenere con maggior forza questo processo di cambiamento che è stato avviato».

Fonte: ilcambiamento.it

 

Terra Madre: un’altra moda, biologica, etica e sostenibile

Mentre i grandi marchi dell’abbigliamento stanno cercando di recuperare l’immagine “erosa” dalle campagne di sensibilizzazione sulle sostanze tossiche usate in questo tipo di industria, sta prendendo piede quello che si chiama “abbigliamento biologico”. Si tratta di un settore relativamente nuovo, in Italia fatto di piccole realtà, che prevede l’uso di materiali e tessuti (cotone, canapa, ortica, lana, seta) provenienti da un’agricoltura non convenzionale che, come tale, non fa uso di sostanze chimiche di sintesi per trattare le colture.

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La selezione delle materie prime nell’abbigliamento biologico prevede metodi di coltivazione naturali per preservare la qualità del suolo, per affrontare le malattie delle piante e controllare i parassiti e trasformare le materie prime adoperando tecnologie sostenibili attraverso una filiera economica equosolidale. Ma non si tratta solo di agricoltura: tutti i materiali provenienti dal mondo animale sono, anch’essi, prelevati in modo sostenibile ed etico. È il caso, per fare un esempio, della lana di pecora o di alpaca proveniente da allevamenti a chilometro zero ed etici, della seta Ahimsa o seta non violenta che non prevede l’uccisione in massa di migliaia di bruchi per produrre pochi grammi di seta tradizionale.  Ne abbiamo parlato con Teresa Celeste e Patrick Madiona, insieme anche nella vita da oltre trent’anni e ideatori di Terra Madre & Co, una piccola azienda di abbigliamento biologico e solidale di Massa Marittima, in provincia di Grosseto.

Quando vi è venuta l’idea di un’azienda di abiti biologici?

Abbiamo deciso di passare al biologico otto anni fa. Io ero un’appassionata di uncinetto e quando lavoravo, vedevo che i filati facevano le scintille provocandomi strane sensazioni alle mani. Ho iniziato a farmi delle domande e da lì è iniziata la ricerca. Poi siamo arrivati, dopo varie esperienze in questa direzione, in India. Avevamo la necessità di recuperare tessuti e filati all’origine. Siamo arrivati fino in Nepal e abbiamo visto le realtà dalle quali avremmo voluto arrivassero i nostri tessuti. Volevamo essere certi che la produzione all’origine fosse etica e sostenibile sia nei confronti dell’ambiente che delle persone e in particolare dei bambini. Siamo venuti a contatto con la produzione della seta Ahimsa, abbiamo avuto molte difficoltà per trovare produzioni di cotone biologico certificato. Abbiamo incontrato un produttore di lana Cashmere che ci ha aperto un vero e proprio mondo mostrandoci le realtà in cui viene prodotto.

Quali sono i valori fondanti della vostra piccola, grande azienda?

La sostenibilità ecologica e sociale.

Che cos’è la seta Ahimsa che usate per realizzare i vostri capi?

La seta Ahimsa è bellissima e rara oltre che non violenta.Per ottenere il filo di seta, nella lavorazione della seta comune, i bozzoli vengono gettati nell’acqua bollente per uccidere il bruco e spesso la seta viene trattata chimicamente. Per 250 grammi di seta si uccidono circa 3000 bruchi. La seta Ahimsa, o non violenta, è prodotta senza uccidere i bachi. Proviene da bozzoli di seta tussah, seta selvaggia, l’unica seta adatta per i vegani o per tutti coloro che rispettano profondamente la natura, in quanto non si ottiene bollendo i bozzoli dei bachi da seta, ma si aspetta che questi abbiano completato la metamorfosi, volando via sotto forma di magnifiche farfalle dopo aver forato il bozzolo.

La vostra è un’azienda che produce biologico e anche equo e solidale?

Sì, infatti nella lavorazione della seta Ahimsa il filo, che normalmente può anche essere lungo fino a 900 metri, si spezza e viene rifilato manualmente con grande pazienza da una cooperativa di donne indiane, quindi oltre ad acquistare una seta naturale prodotta senza uccidere nessun animale si sostiene un’intera comunità di donne legate a un progetto sociale per uno sviluppo equo ed eco-sostenibile. La seta Ahimsa non è lucida come la seta comune, ma molto più morbida al tatto e sulla pelle ed è dotata di una sua particolare lucentezza. Prendiamo questa seta che viene prodotta in modo etico per creare i nostri modelli. Conosciamo personalmente le persone che lavorano in questo settore.

Dove prendete la lana di Alpaca?

C’è un allevamento di Alpaca a 30 chilometri da qui. La signora svizzera che ha questo allevamento e che ci ha fornito la lana, lo fa da anni con molta passione. Ci confezioniamo capi invernali che poi vendiamo anche attraverso il sito internet. La lana viene cardata e filata da lei stessa e poi venduta. Con gli altri produttori di biologico ci passiamo le informazioni sui produttori etici e sicuri da questo punto di vista.

Per i vostri capi usate anche i filati di ortica. Che cosa sono?

Si tratta di un tessuto realizzato a partire dalla pianta di ortica. È un filato sottilissimo e molto bello. Non solo ortica ma anche canapa. Dovremmo pensare a produrre colture sostenibili qui in Italia. La canapa viene prodotta soprattutto in Romania e in Cina. Vedo, in questo settore grosse possibilità anche di sviluppare lavoro nel nostro territorio. Usiamo anche il cotone. In Egitto c’è un’azienda che lo produce con l’agricoltura biodinamica, è morbidissimo e diverso dal cotone a cui siamo abituati.. Le produzioni alternative ci sono e vanno cercate con attenzione.

Quanti siete?

La nostra è una piccola realtà familiare. Ci sono anche delle amiche che sanno lavorare bene e con le quali ci sono delle collaborazioni ma si tratta di una realtà molto piccola. Abbiamo creato dei modelli con mia figlia che è interessata a continuare questo settore. Ci piace così e non ci siamo mai rivolti ai canali classici di distribuzione. A noi interessa di più la qualità della vita che deve venire prima di tutto. Se fossimo stati interessati a qualcosa di diverso saremmo partiti per Milano dove ci sono senz’altro più possibilità ma a noi piace vivere una vita a misura d’uomo, nel nostro territorio. La nostra è una passione per le tecniche e per la conoscenza ma non solo. Ad esempio il Macramè e i suoi nodi o l’uncinetto sono anche una meditazione profonda e non solo un modo di confezionare indumenti.

Come siete organizzati? Teresa, come crei le collezioni?

Abbiamo un laboratorio e un negozio che apriamo durante l’estate. Prima invece avevamo un negozio aperto tutto l’anno. Adesso abbiamo un sito e abbiamo iniziato a vendere anche on line. Non programmiamo una collezione vera e propria per l’estate e per l’inverno. Produco i miei capi quando ho il materiale giusto, con i colori che mi piacciono e con la giusta ispirazione senza preoccuparmi dell’estate o dell’inverno. Nel passaggio verso un abbigliamento biologico facemmo delle sfilate qui a Massa Marittima ma poi capimmo che era un’assurdità anche solo il fatto di creare i vestiti per l’anno successivo. Il mio pensiero da quel tipo di moda è molto lontano.

Chi sono i vostri clienti?

Il riscontro maggiore è con i turisti. Con la gente del luogo è stato più difficile. La gente all’inizio ci prendeva per pazzi e non era abituata a questo tipo di attività. Adesso ci sono anche clienti del posto e clienti italiani nonostante noi non abbiamo mai fatto molto per pubblicizzare la nostra azienda.

E i costi? I vostri prodotti sono più costosi rispetto alla media.

Tutto è relativo e pian piano la gente imparerà a capire la differenza tra un prodotto biologico e uno tradizionale.

Quali sono state le difficoltà?

C’è stata resistenza e timore intorno a noi all’inizio. Adesso però credo che la gente prima o poi inizierà a capire l’importanza di un prodotto naturale e biologico. Molte persone non sono ancora informate.

Chi vi ha aiutato all’inizio?

Giuditta Blandini che, a Firenze, è stata la prima ad occuparsi di abbigliamento biologico e l’azienda Altarosa. Sono state entrambe molto disponibili con noi.

È possibile una moda etica e sostenibile? E come vedi, Teresa, il futuro in questo senso?

Vedo un futuro bellissimo per la moda. Ogni donna dovrebbe avere il diritto di mettersi quello che le va. Questo significa esattamente moda etica e sostenibile. Non dovrebbe esistere la dipendenza da uno stilista. Ciascuna di noi è una stilista, con la sua creatività, il suo gusto e la sua personalità. Dobbiamo arrivare a cercare e a valorizzare questa creatività personale. Le donne per come le presenta la moda tradizionale sono tutte uguali mentre ogni donna è diversa e particolare. E come tale deve essere valorizzata. Pensando a tutte le lotte che le donne hanno fatto nel tempo, mi dispiace vedere che per la moda a cui siamo abituate, le donne siano presentate come se dovessero essere tutte uguali. La donna attraversa differenti età e momenti come la gravidanza o la maturità che comportano cambiamenti nel corpo. Ed è bello così.

Un modello che è tipico di Terra Madre?

Il Multidress, realizzato qualche anno fa. È un modello che si può indossare in molti modi diversi e ogni donna lo può mettere come desidera. È un pezzo semplice. Credo che la semplicità sia molto importante.

Riuscite a vivere con la vostra attività?

Noi lo facciamo su piccola scala e integriamo la nostra attività da un anno con l’ospitalità che offriamo su Airbnb. Adesso stiamo cercando di lavorare on line e abbiamo visto un piccolo incremento in questi ultimi mesi.

Quali sono i vostri prossimi progetti?

Sto pensando di rilavorare alcuni materiali recuperandoli e riutilizzandoli. Quindi un progetto di riuso e trasformazione anche dei materiali che si hanno senza buttare niente. Inoltre, mi piacerebbe puntare di più sulla canapa che è un tessuto naturale che va bene sia per l’estate che per l’inverno. Poi il nostro obiettivo è quello del chilometro zero. Ci sono adesso realtà in Italia che iniziano a pensare di produrre seta non violenta. Ci sono delle sperimentazioni in questo senso. Non è escluso che si inizi a produrre anche in Italia in questa direzione. Nella nostra vita personale, invece, c’è il progetto di vivere il più possibile in campagna e piantare alberi. È il nostro sogno nel cassetto.

Fonte. ilcambiamento.it

Cocktail chimici ogni giorno: ecco come ci fanno ammalare

Oltre 80 differenti sostanze chimiche cui siamo esposti ogni giorno possono avere effetti sinergici e agire favorendo lo sviluppo del cancro: lo conferma uno studio condotto da una rete di 174 scienziati in 28 paesi del mondo.chimica_tossica

Le sostanze chimiche cui siamo esposti ogni giorno nella nostra quotidianità sono spesso approvate dagli enti governativi che hanno stabilito soglie minime e massime affinché non risultino pericolose. E per anni ci è stato ripetuto che “è la dose che fa il veleno”.  Può anche essere stato vero in determinate condizioni e per determinate sostanze, ma oggi siamo esposti a talmente tante sostanze chimiche insieme che è ormai chiaro come non sia più possibile calcolarne la tossicità singolarmente. Pensate a un semplice picnic in un parco cittadino. L’aria che respirate è piena di particolato inquinante proveniente dalla combustione delle auto, i terreni sono trattati con erbicidi o fertilizzanti chimici la plastica dentro cui è confezionato il vostro cibo può contenere BPA o ftalati, le bibite possono contenere conservanti, gli spray detergenti che usate dopo mangiato possono contenere triclosan e i filtri solari che vi spalmate sulla pelle probabilmente contengono nanoparticelle. Ora moltiplicate tutto questo per ogni giorno della vostra vita. Il settore agricolo ci permette di comprendere, a livelli estremi, come questo meccanismo di intossicazione può avvenire. In un’azienda agricola si è esposti ad azoto, fosforo, potassio sotto forma di fertilizzanti chimici, erbicidi, insetticidi e fungicidi. Si tratta di sostanze per le quali esistono soglie limite e quantità massime cui essere esposti in un determinato periodo di tempo, ma non si considera che un agricoltore vi è esposto tutto l’anno e tutti gli anni, utilizzando peraltro mix di queste sostanze che hanno azioni sinergiche per buona parte sconosciute. Ora arriva uno studio condotto da 174 scienziati su 28 paesi che indaga quali sono i livelli minimi di esposizione per 85 sostanze chimiche quali sono gli impatti delle combinazioni di sostanze sullo sviluppo del cancro. Tutte le sostanze sono state selezionate perché sono dappertutto nell’ambiente e non sono classificate come cancerogene per l’uomo prese singolarmente. Ognuna di esse agisce attraverso diversi canali e modalità e gli autori dello studio sospettano che le interazioni possano aumentare il rischio di cancro. Il team ha attestato che 50 di queste 85 sostanze possono avere un ruolo nella genesi del cancro anche alle basse dosi con cui sono presenti nell’ambiente ed è stata avanzata la richiesta di regolamentarle. Purtroppo invece si continua ostinatamente ad andare nella direzione esattamente opposta. Ogni sostanza viene considerata a sé e mai nella sua azione combinata con tutte le altre cui siamo esposti. Basti pensare, per esempio, agli inceneritori; vengono misure le emissioni degli impianti sostanza per sostanze per verificare se ognuna di esse resta sotto i limiti di legge ma non si considera mai che la popolazione è esposta alla miscela di queste sostanze che escono dai camini sotto forma di fumi.

Fonte: ilcambiamento.it

Nuovi pericoli per l’ozono

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Lo strato di ozono che circonda e protegge la Terra è più a rischio di quanto pensassimo. Stando a uno studio appena pubblicato su Nature Geoscience dai ricercatori della University of Leeds, infatti, diverse sostanze chimiche non incluse nelprotocollo di Montreal, il trattato siglato dalle Nazioni Unite per proteggere l’ozono, le cosiddette “very short-lived substances” (Vsls) stanno pericolosamente aumentando, mettendo a repentaglio la “buona salute” della nostra atmosfera. Ryan Hossaini, uno degli autori dello studio, della School of Earth and Environment di Leeds, racconta infatti che “le Vsls sono di origine sia industriale che naturale. La loro produzione industriale non è regolamentata dal protocollo di Montreal perché, storicamente, queste sostanze non hanno contribuito molto al danneggiamento dell’ozono. Tuttavia, oggi abbiamo osservato che una di esse sta crescendo più della norma. Se il trend dovesse continuare, lo strato di ozono correrebbe nuovamente un grande pericolo”. Nel loro studio, gli scienziati hanno usato un modello computerizzato dell’atmosfera per determinare l’impatto delle Vsls su ozono e clima, analizzando anche le serie storiche su emissioni e presenza delle sostanze sull’atmosfera, fornite dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) statunitense. I risultati hanno evidenziato un improvviso aumento del diclorometano, un Vsls di origine umana emesso in diversi processi industriali. “Dobbiamo continuare a monitorare la presenza atmosferica di questi gas e determinarne la sorgente”, spiega Martyn Chipperfield, un altro autore del lavoro. “Al momento, la ‘ricompattazione’ dello strato di ozono dopo la messa al bando dei Cfc [i famigerati clorofluorocarburi, nda] è ancora in atto, ma la presenza sempre maggiore di diclorometano rende la situazione molto più incerta”. Anche perché il diclorometano, stando all’analisi degli scienziati è almeno quattro volte più pericoloso dei clorofluorocarburi in termini di danneggiamento dello strato di ozono e influenza sul clima. Forse è arrivato il momento di aggiornare gli accordi internazionali.

Riferimenti: Nature Geoscience doi: 10.1038/ngeo2363

Credits immagine: liquidnight via Compfight cc

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Fonte: galileonet.it

Dipartimento UE per la salute: due terzi dei membri hanno conflitti di interesse

Semmai ci fossero ancora dubbi in proposito, ecco una nuova ricerca che rivela enormi conflitti di interesse nelle commissioni scientifiche del Directorate General for Health and Consumer Affairs (DG Sanco), il dipartimento della Commissione Europea che dovrebbe tutelare gli interessi dei consumatori.conflitto_interessi

Semmai ci fossero ancora dubbi in proposito, ecco una nuova ricerca che rivela enormi conflitti di interesse nelle commissioni scientifiche del Directorate General for Health and Consumer Affairs (DG Sanco), il dipartimento della Commissione Europea che dovrebbe tutelare gli interessi dei consumatori. Il rapporto è stato redatto dal Corporate Europe Observatory (CEO) che non manca di sottolineare come le commissioni del DG Sanco si occupino proprio di attestare i rischi per l’essere umano e per l’ambiente delle sostanze chimiche presenti in grandi quantità nei prodotti che usiamo ogni giorno, dagli shampo ai biberon. L’opinione di queste commissioni sta alla base delle norme regolatorie della Commissione Europea, che decide cosa è sicuro e a quali livelli e cosa invece sarebbe da vietare. La ricerca ha rivelato che «i due terzi degli scienziati hanno almeno uno, ma alcuni molti di più, conflitti di interesse dovuti ai loro legami con l’industria – spiega Colin Todhunter, scrittore e giornalista per il New Indian Express e il britannico Morning Star – L’analisi ha riguardato in particolare le procedure di valutazione di quattro sostanze, inclusi i parabeni (distruttori endocrini) e il biossido di titanio (che danneggia il DNA) sotto forma di nanoparticelle. Tutte queste sostanze sono già ampiamente disponibili sul mercato». Ha detto Pascoe Sabido del Corporate Europe Observatory: «Decidere se definire potenzialmente dannose oppure no sostanze come i parabeni può avere un enorme impatto sulla nostra salute, sull’ambiente e anche sullo sviluppo dei neonati». Già, un enorme impatto. Ma il giudizio delle commissioni può avere un grande impatto anche sulle fortune finanziarie delle società che quelle sostanze le producono e le utilizzano. Ed è questo il nocciolo della questione. «Ciò significa che l’indipendenza degli scienziati che forniscono i pareri deve essere garantita – aggiunge Sabido – e non deve assolutamente essere toccata dal sospetto di influenze da parte delle industrie». Il rapporto ha preso in esame le dichiarazioni annuali sul conflitto di interesse di 57 membri delle commissioni che hanno a che fare con parabeni, biossido di titanio nano in nano particelle, nano-argento e amalgame dentarie al mercurio. Il 67% di essi è risultato avere legami con industrie  con interesse diretto o indiretto nelle sostanze chimiche interessate. La ricerca rivela legami con il gigante farmaceutico GlaxoSmithKline, il gigante della chimica DuPont e la multinazionale Unilever. Il CEO ha scoperto che nella maggior parte dei casi questi esperti hanno avuto rapporti con le industrie come consulenti; ciò significa pagamenti diretti, anche se in alcuni casi si è trattato di istituzioni di ricerca, per servizi resi a quelle società i cui prodotti devono poi essere normati sulla base dei pareri di quegli esperti. «Tutto ciò mina seriamente l’indipendenza delle commissioni scientifiche, insieme al fatto che i fondi pubblici sono scarsi  – aggiunge Sabido – Il DG Sanco deve valutare di riformare con rigore queste procedure». Ciò che emerge con chiarezza è che dall’Efsa, cioè l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, al DG Sanco ci sono conflitti di interessi massivi; la Commissione Europea è massicciamente legata alle lobby e alle multinazionali, comprese quelle del biotech. Le corporazioni, ricche e potenti che si nascondono dietro il concetto di “libero commercio”, non fanno che distruggere i diritti dei lavoratori, indebolire le garanzie per la salute e la sicurezza, immettere prodotti spesso anche dannosi sul mercato e con enormi pressioni anche sui governi.  Non si può continuare ad essere ciechi di fronte ai rischi sistemici per la popolazione causati da prodotti che vengono autorizzati sulla base di una ricerca e di una valutazione non indipendenti.

Letture utili

1]http://corporateeurope.org/sites/default/files/attachments/ceo_-_sanco_sc_conflicts_of_interest.pdf

2] http://corporateeurope.org/revolvingdoorwatch

3]http://corporateeurope.org/sites/default/files/attachments/unhappy_meal_report_23_10_2013.pdf

4]http://corporateeurope.org/sites/default/files/attachments/financial_lobby_report.pdf

5] http://corporateeurope.org/international-trade/2014/07/who-lobbies-most-ttip

6] http://www.globalresearch.ca/the-us-eu-trans-atlantic-free-trade-agreement-tafta-devastating-social-and-environmental-consequences/5375692

7]http://www.gmwatch.org/index.php/news/archive/2014/15519-the-glyphosate-toxicity-studies-you-re-not-allowed-to-see

8] http://earthopensource.org/index.php/reports/17-roundup-and-birth-defects-is-the-public-being-kept-in-the-dark

9)http://corporateeurope.org/sites/default/files/record_captive_commission.pdf

Fonte: ilcambiamento.it

Pesce Frankestein…ma non è il solo a farci male!

La Food and Drug Administration americana ha in animo di autorizzare il primo pesce geneticamente modificato, già soprannominato “frankenfish”, ma i consumatori nemmeno immaginano quanto possa essere rischioso per la salute il pesce che già oggi troviamo nei supermercati, soprattutto quello d’allevamento.allevamentopesci1

Spesso rischioso per la salute, dannoso per l’ambiente e/o economicamente insostenibile. E’ il pesce oggi, nella nostra società del consumo e dello spreco sfrenato. Un terzo delle riserve mondiali di pesce sono al collasso, la fauna ittica non riesce a rigenerarsi data la velocità con cui viene catturata e uccisa, stando a quanto riportato anche nel libro Oceana di Ted Danson. In attesa dell’ok al salmone ogm, intanto è bene fare attenzione al pesce d’allevamento (anche il salmone ogm lo sarà), come ammonisce anche l’associazione Organic Consumers. La sempre maggiore richieste di pesce e di integratori a base di omega-3 hanno fatto ancor più la fortuna dell’acquacoltura, un’industria che sta crescendo velocemente. Già nel 2013 il pesce d’allevamento copriva oltre la metà del pesce mangiato e ha addirittura superato la produzione di carne di manzo. Il pesce libero, cosiddetto wild, è invece diminuito per l’eccessivo sfruttamento. I pesci d’allevamento sono allevati in vasche, spesso hanno pochissimo spazio per muoversi, sono sottoposti a fortissimo stress e sono molto più suscettibili alle malattie. Quindi si utilizzano grandi quantità di antibiotici e sostanze chimiche che finiscono poi, insieme al pesce, sulle nostre tavole. Mentre alcuni pesci di allevamento assumono alimenti vegetali, altri sono carnivori e necessitano di altro pesce più piccolo per mangiare. Quindi significa che, a meno che non vengano alimentati con mangimi costituiti da scarti e carcasse o altre sostanze simili, per alimentare i pesci come tonni e salmoni occorre utilizzare altri pesci più piccoli in grandi quantità e questo è un altro punto in negativo per la sostenibilità degli allevamenti ittici. I pesci possono essere anche nutriti con soia o derivati animali di vario genere e non c’è modo per il consumatore di sapere cosa ha mangiato il pesce che gli finisce nel piatto. Occorre poi considerare l’impatto ambientale delle deiezioni dei pesci in caso di allevamenti intensivi. Nella aree marine vicine agli allevamenti si riscontra una elevata quantità di carbonio, azoto e fosfati che possono mettere a rischio gli ecosistemi locali e accumularsi sotto forma di sedimenti oceanici. Tali sostanze possono portare al proliferare di alghe e alla de-ossigenazione dell’acqua. Più l’industria ittica cresce, più i prezzi del pesce calano e i pesci più a buon mercato provengono dalle aree dove la legislazione è meno vincolante. Inoltre soprattutto per il pesce proveniente dall’Asia, occorre riflettere bene sul sistema di sfruttamento della manodopera di cui abbiamo scritto anche in precedenza. Meglio dunque acquistare pesce solo da piccoli pescatori nei luoghi di pesca, almeno si contribuisce al sostentamento della popolazione locale. E se questo è possibile solo ogni tanto…lasciamo che sia ogni tanto. Di più rischia di essere, appunto, insostenibile e rischioso per la salute.

Pesci più salubri di altri:

http://www.seafoodwatch.org/cr/cr_seafoodwatch/download.aspx

Pesci pescati con impatto minore:

http://blueocean.org/seafoods/

fonte: ilcambiamento.it

 

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Tinture per capelli: trovate sostanze cancerogene in alcuni prodotti

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Diverse ricerche hanno analizzato il problema della tossicità delle tinture per capelli, soprattutto nello sviluppo di malattie gravi. Non solo, quindi, sensibilità ai composti chimici adoperati nella realizzazione dei prodotti, ma anche aumento della percentuale di tumori tra chi è costantemente a contatto con queste sostanze. Secondo un nuovo studio condotto dallaUniversity’s Division of Occupational and Environmental Medicine di Lund (Svezia), alcune tinture permanenti per capelli potrebbero ancora contenere delle sostanze chimiche cancerogene, già bandite per la loro pericolosità. I ricercatori dell’Università di Lund hanno infatti riscontrato la presenza di sostanze tossiche, in concentrazioni più elevate, nel sangue dei parrucchieri che applicano tinture permanenti. A rischio sarebbero quindi i professionisti e i consumatori che fanno uso mensile di questi prodotti. La sostanza incriminata è l’o-toluidina, un’ammina aromatica, tossica e pericolosa per l’uomo e per l’ambiente. Secondo i ricercatori, le presunte sostanze cancerogene entrerebbero a far parte della composizione delle tinture durante il processo di produzione. Le tinture permanenti per capelli funzionerebbero infatti sfruttando una reazione chimica tra i cosiddetti “intermedi”, appunto le ammine aromatiche. Molte delle ammine aromatiche, tra cui l’o-toluidina, sono sospettate di provocare cancro della vescica, linfoma non-Hodgkin, leucemia e cancro al seno. Tali sostanze, come fa notare il DailyMail, sono state vietate dall’UE nei primi anni ’90 proprio per la loro pericolosità. Gli scienziati che hanno realizzato lo studio hanno misurato i livelli di otto composti cancerogeni, tra cui l’o-toluidina, nel sangue di 295 parrucchieri, 32 clienti che tingono regolarmente i capelli, e 50 persone che non avevano usato alcuna tintura permanente per 12 mesi. I risultati hanno evidenziato che le persone che sono entrate regolarmente a contatto con le tinture per capelli presentavano livelli di toluidina più alti, con un più alto rischio di cancro. La conclusione è chiara: l’esposizione ad alcune tinture permanenti porta all’introduzione nel flusso sanguigno di sostanze coloranti cancerogene. Per tali ragioni, i ricercatori hanno deciso di effettuare ulteriori studi sugli ingredienti presenti in tali prodotti, anche per verificare la probabilità che queste sostanze chimiche vengano trasferite nell’acqua. C’è ancora un ampio dibattito sulla presenza o meno di composti cancerogeni nelle moderne tinture per capelli. Questi prodotti sono così complessi, che spesso non si ha idea di cosa contengono e delle reazioni chimiche che possono innescare. Proprio per questo, le persone che li utilizzano dovrebbero adoperare guanti monouso e cercare di ridurre al minimo il contatto con la pelle. Già precedenti studi hanno collegato l’uso di tinture per capelli a un aumento del rischio di alcuni tumori (carcinoma della vescica e della mammella). Ricordiamo, ad esempio, una ricerca presso la University of Southern California (“Use of permanent hair dyes and bladder-cancer risk” Int J Cancer. 2001 Feb 15;91:575-9.) condotta nel 2001, che aveva dimostrato come le tinture per capelli potessero provocare il cancro. Lo studio aveva evidenziato che le donne che erano solite tingersi i capelli una volta al mese avevano il doppio dei rischi di contrarre il cancro. Un rischio che si triplicava se l’uso raggiungeva  i 15 anni o più (se volete approfondire l’argomento, potete farlo a questo link). Nel nostro articolo avevamo avuto modo di vedere come anche alcuni prodotti naturali per la tintura dei capelli contenessero in realtà degli aiuti chimici per potenziarne il colore. Cosa fare quindi?

Di sicuro, il primo passo è imparare a leggere bene l’etichetta dei prodotti. In alternativa, potete utilizzare dei metodi naturali per coprire i capelli bianchi, come ad esempio l’Henné o dei preparati a base di erbe. Potete trovare alcuni consigli utili a questo link:http://ambientebio.it/tinture-naturali-per-coprire-i-capelli-bianchi/

(Foto: ohsarahrose)

Fonte: ambientebio.it

Inquinamento: allarme per la correlazione fra sostanze chimiche e deficit cerebrali

Una ricerca pubblicata su Lancet Neurology amplia la black list delle sostanze chimiche che interferiscono negativamente nello sviluppo cerebrale dei bambini

Secondo una ricerca pubblicata da Lancet Neurology negli ultimi sette anni sarebbe raddoppiato il numero delle sostanze chimiche in grado di provocare alterazioni nello sviluppo cerebrale fetale e infantile. Secondo Philippe Grandjean della Harvard School of Public Health e Philip J. Landrigan delle Icahn School of Medicine at Mount Sinai molte sostanze estremamente nocive per il sistema neuronale si troverebbero in molti oggetti di uso quotidiano, dall’abbigliamento ai mobili, ma soprattutto nei giocattoli, oggetti con i quali i bambini interagiscono per molte ore al giorno. Otto anni fa, nel 2006, le sostanze tossiche sotto osservazione per i danni allo sviluppo cerebrale erano piombo, metilmercurio, arsenico, policlorobifenili (PCB) e toluene, ora, a questa black list, si sono aggiunte anche manganese, i fluoruri, i pesticidi chlorpyrifos e DDT, il solvente tetracloroetilene, e i ritardanti di fiamma a base di polibromodifenileteri (PBDE), si tratta di sostanze chimiche che potrebbero andare dal disturbo da deficit di attenzione (ADHD) alla dislessia e agli altri Dsa (discalculia, disgrafia). Anche se la placenta è un potentissimo “filtro” in grado di proteggere il feto, molti composti tossici ambientali passano dalla madre al feto. Nei soli Stati Uniti l’avvelenamento da piombo nella popolazione infantile costa alla collettività 50 miliardi di dollari, mentre quello da metilmercurio circa 5 miliardi. Secondo i due ricercatori sarebbe in atto una vera e propria pandemia con pesanti conseguenze non solo sulla salute pubblica, ma sulla stessa economia. La perdita di un punto di QI peserebbe, nell’intera vita lavorativa, in una cifra stimabile in 12mila euro e visto che nell’Unione Europea si stimano come perduti 600mila punti QI a causa dell’interazione con sostanze tossiche, il danno economico sarebbe di circa 10 miliardi di euro annui. A queste sostanze in grado di condizionare negativamente lo sviluppo cerebrale vanno aggiunte altre 200 capaci di danneggiare il cervello adulto. Ma le sostanze tossiche potrebbero essere molte di più visto che la maggior parte degli 80mila composti chimici utilizzati negli Stati Uniti non sono mai stati testati in tal senso. Una delle soluzioni suggerite dai ricercatori è vincolare la distribuzione delle sostanze chimiche all’obbligo per i produttori di dimostrare la non nocività della propria produzione. Un iter molto simile a quello seguito prima dell’uscita dei farmaci sul mercato.169225259-586x415

Fonte:  Lancet Neurology

Ecco 6 piante per purificare l’aria

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Le nostre case pullulano di sostanze nocive alla salute. Sostanze chimiche provenienti da mobili e strutture, muffe, batteri e germi corrono insospettati nelle nostre dimore e vengono spostati qua e là dagli indumenti che indossiamo o dai fedeli amici a quattro zampe. Il modo più ovvio per risolvere questo problema sarebbe quello di usare detersivi o disinfettanti, ma non è detto che sia la soluzione migliore, anzi, qualcuno preferisce optare per tattiche più naturali.

Ma quali sarebbero questi “metodi alternativi” per combattere le impurità domestiche? Sicuramente la soluzione è più vicina, concreta e, anche, esteticamente piacevole di quello che si possa pensare. Sono le piante. Ancora loro infatti potrebbero essere l’arma decisiva contro le sostanze dannose che si annidano in casa e con le quali noi, più o meno inconsciamente, entriamo in contatto ogni giorno. Ecco la “top six” delle piante mangia-impurità più comuni:

  1. Palma di Bambu: serve ad assorbire sostanze come la formaldeide ed è un ottimo deumidificatore naturale.
  2. Pianta del serpente: dalle foglie sinuose come rettili, la pianta è in grado di assorbire sostanze come ossidi di nitrogeni e formaldeide.
  3. Palma Areca: maestosa e decorativa, la palma è anche una delle piante più adatte alla pulizia generale dell’aria di ambienti interni.
  4. Pianta Ragno: proprio come un ragno, la pianta da interno cattura particelle di monossido di carbonio e altre tossine nell’aria.
  5. Giglio della pace: non solo bello ma anche utile da collocare in locali particolarmente umidi come bagni e lavanderie, perché in grado di intercettare sostanze come muffe, spore, formaldeide e tricoetilene.
  6. Gerbera Daisy: un’esplosione di colore con doti di sonnifero naturale. Questa bella pianta fiorita concilierebbe il sonno perché in grado di rilasciare maggiori quantità di ossigeno durante la notte.piante-purifica-interni

Fonte: tuttogreen.it