Società allo sfascio: serve l’azione individuale e collettiva per creare luoghi liberi di resilienza

Per lasciarsi alle spalle il sistema che ormai collassa su se stesso fagocitando le persone, occorre creare e alimentare sempre più gruppi e aree di resilienza, condivisione, autosufficienza e nuove relazioni. Si può!

La nostra società è ormai allo sfascio e non può essere altrimenti dato che si basa su principi e obiettivi che sono contro le persone e la natura. Basta guardare all’Italia, dove non funziona quasi nulla, dove ci si barcamena per andare avanti in una lotta quotidiana e costante contro i mille balzelli e le mille trappole di un sistema sanguisuga in cui l’imperativo per salvarsi è mors tua vita mea e così si creano le basi per un conflitto costante fra simili. Ci ritroviamo in una società dove dilaga l’incattivimento di persone che fanno lavori controvoglia, lavori che odiano e che non abbandonano solo perché hanno bisogno di uno stipendio. A ciò si aggiungono ignoranza, arroganza e maleducazione di chiunque detenga anche un briciolo di potere e naturalmente lo esercita sull’ultimo malcapitato che gli capita a tiro. Dagli uffici statali alle aziende private, dai commercianti ai professionisti, ci si stupisce le rare volte che qualcuno non cerca di fregare il prossimo, oppure quando qualcuno esegue un lavoro come si deve, fornisce un’informazione corretta, con educazione; e se questo incredibilmente accade lo si percepisce come un miracolo e si santifica la persona che ha fatto semplicemente quello che doveva fare.

Siamo abituati a essere trattati come idioti, rassegnati ad attese secolari, sbattuti da uno sportello all’altro, da una informazione all’altra, dove qualsiasi addetto a call center, ufficio che sia, dà una risposta diversa da quello precedente in un labirinto infinito di ipotesi e contraddizioni. Siamo sommersi da una burocrazia che è un muro di gomma e che ha come unico obiettivo lo strangolamento del cittadino e lo svuotamento del suo portafoglio. Tutto contribuisce ad alimentare una società allo sbando e marcia che va rifondata dalle basi, con altri principi, un’etica e una cultura che ovviamente non possono essere quelle televisive o dei grandi media, che la cultura l’hanno fatta a pezzi, l’hanno sepolta sotto una valanga di pseudo-notizie inutili, di gossip contornato da pubblicità senza fine. Basta accendere un qualsiasi canale televisivo a ogni ora del giorno e della notte, per accorgersi dello squallore infinito in cui siamo precipitati. A questo sfascio si aggiunge una situazione ambientale catastrofica provocata anche dalla stessa mentalità menefreghista di cui sopra, che mette in pericolo l’esistenza dell’umanità e impone un piano individuale e collettivo di salvataggio. Individualmente bisogna prendere coscienza che solo l’azione può garantirci un futuro degno di questo nome e ciò significa puntare il più possibile all’autosufficienza alimentare ed energetica, ridurre le proprie spese, fare un  lavoro che non sia nocivo per gli altri e per l’ambiente, riavvicinarsi alla natura per recuperare il centro della persona e le basi della vita.  Ma la presa di coscienza e l’azione individuale, per poter avere maggiore possibilità di successo, dovrebbero affiancarsi a una azione collettiva.

Assieme ad altre persone si possono ad esempio cercare terre abbandonate di cui l’Italia è piena, da coltivare in uso civico, in affitto (a seconda delle regioni hanno costi di poche centinaia di euro all’anno). Si possono costituire gruppi con obiettivi condivisi che acquistino terre e ruderi da ristrutturare (ci sono addirittura comuni che li offrono per un euro, altri comuni in spopolamento che danno molte agevolazioni per chi vuole stabilirsi). Nell’organizzarsi collettivamente ci si aiuta vicendevolmente che significa rinsaldare le relazioni ed essere un grande beneficio per ridurre le spese. Una grande ricchezza è poi condividere le proprie capacità ed esperienze, scambiarsi informazioni, conoscenze, per un obiettivo e progresso comune. Fare quindi l’esatto contrario di quello che succede nella gran parte dei posti di lavoro tradizionali, dove ogni informazione viene gelosamente custodita e ci se ne serve per poter scavalcare gli altri e fare carriera, ottenere avanzamenti, promozioni. Bisogna quindi uscire da queste logiche miopi che non portano a nulla, se non ad aspetti negativi e ad avere un clima lavorativo pessimo. In un luogo dove c’è collaborazione, c’è forza, si impara moltissimo e tutto diventa più semplice e fattibile. La relazione con la natura poi rende la vita più leggera e anche eventuali lavori che richiedono impegno e dedizione vengono vissuti con altro spirito e altra consapevolezza. Inoltre laddove si crea nuova vita, si crea cultura che non è certo appannaggio solo di scuole o università ma soprattutto di luoghi che fanno rinascere esperienze, saperi antichi, saggezza e dove ognuno ha un ruolo e una importanza, dal bambino all’anziano che non sono rispettivamente uno scolaro e un pensionato ma persone che possono donare agli altri tanto, semplicemente con il loro essere. Bisogna riuscire a creare sempre più zone resilienti, libere e per quanto possibile autosufficienti, significa creare tante arche che con l’aggravarsi della situazione potranno dare esempio e supporto alle persone che si troveranno in grosse difficoltà per aver confidato in una società orientata al sicuro suicidio. E più arche, cioè luoghi di azione, liberazione, resilienza ci saranno e più l’umanità potrà rinascere con valori completamente diversi rispetto a quelli unici del mondo attuale cioè quelli monetari. Sembra utopico, irrealizzabile tutto ciò ma non è così perché ci sono già tante esperienze in Italia e nel mondo che stanno andando in questa direzione, basta conoscerle, visitarle, rendersi conto che i veri marziani non sono quelli che stanno dando risposte reali ai problemi; il vero marziano e utopista è chi continua a girare la ruota del criceto senza farsi nemmeno una domanda su se stesso o su quello che sta facendo. Le alternative e le strade su cui incamminarsi per una nuova vita ci sono sempre e sono alla nostra portata.

Fonte: ilcambiamento.it

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Costruiamo insieme la società del futuro

L’ecovillaggio tedesco di Sieben Linden si presenta in Italia. Dal 3 al 5 luglio per la prima volta nel nostro paese Eva Stützel, cofondatrice di Sieben Linden e consulente internazionale di progetti comunitari da 15 anni.sieben_linden

L’ecovillaggio di Sieben Linden, uno dei più famosi a livello mondiale, è situato in aperta campagna nel nord della Germania, regione della Sassonia Anhalt (ex Germania Est), ed è abitato da 150 persone di cui 40 bambini e adolescenti. Queste persone hanno deciso che la crisi ambientale, sociale, economica, politica la risolvono per davvero, giorno dopo giorno, nel loro quotidiano, con le loro azioni, con la loro coerenza, con la loro (auto)determinazione. Il progetto esiste dal 1997 e dimostra che, se si vuole, si può migliorare la qualità della vita dando a questa un senso profondo. Persone normali di tutte le estrazioni sociali e possibilità economiche hanno creato un sistema sostenibile senza essere marziani, hippies o miliardari. Le abitazioni sono state costruite con materiali come il legno locale, balle di paglia, isolamento in fibra di cellulosa e fibra di legno, terra cruda e vengono alimentate energeticamente da legna, pannelli solari fotovoltaici e termici, il tutto per ridurre al minimo l’impatto ambientale. Le decisioni vengono prese da tutti attraverso metodologie maturate nel corso di molta esperienza sul campo; ci sono vari gruppi di lavoro e ognuno ha un ruolo all’interno dell’ecovillaggio che è un modello di micro società del futuro. La cucina è vegetariana e vegan con molti alimenti autoprodotti all’interno di un sistema di permacultura. Per tutto quello che non si autoproduce c’è un acquisto collettivo biologico che coinvolge l’intera comunità e che riduce i costi del 40% dei prodotti non solo alimentari ma anche di tutti quelli che servono per l’igiene personale e la pulizia della casa. E’ presente un asilo dove i bambini passano molto tempo all’aperto e non corrono il rischio di essere investiti. Su 150 persone le automobili sono solo una ventina e alcune sono della comunità a disposizione di tutti; se si usano si pagano solo i chilometri effettivamente percorsi, senza bisogno di pensare ad assicurazioni, spese di manutenzione, etc. Le persone si aiutano molto fra di loro, c’è solidarietà e supporto fra gli abitanti che permette di rafforzare le relazioni e anche risparmiare molti soldi in servizi che nella società normale devono essere pagati e che invece in progetti del genere sono gratuiti e volentieri donati reciprocamente. Una volta a settimana c’è il cinema, ci sono spettacoli teatrali organizzati dalla comunità, c’è la discoteca, un locale bar, un negozio interno, la sauna, un coro, si organizzano corsi di yoga, thai chi, danza, pittura, eccetera e la maggior parte di queste attività è gratuita per i membri dell’ecovillaggio. Ci sono tante relazioni con persone di diverse professionalità, conoscenze, culture, storie che regalano una grande ricchezza a chiunque frequenti il posto anche per poco tempo. Sieben Linden sfata i pregiudizi di coloro che pensano che questi progetti siano isole felici scollegate dalla realtà e per pochi disadattati. Laddove in quella zona prima dell’arrivo di queste persone c’era abbandono, deserto relazionale e culturale, è stata portata una ventata di entusiasmo e di rinascita dell’economia locale con persone che vengono a Sieben Linden a lavorare o a visitare il posto da tutte le parti della Germania e anche dall’estero. Fra le tante attività si organizzano infatti corsi, seminari, incontri internazionali per tutti coloro che siano interessati a conoscere questa interessante realtà. Proprio perché in questo posto non si spreca, si risparmiano energie e risorse, ci si dà una mano, si condivide molto senza per questo fare particolari rinunce o essere dei monaci, la vita costa veramente poco. Una persona, considerati gli elementi base di affitto, alimentazione, energia, acqua, internet, eccetera, spende mediamente al mese circa 500/600 euro e poco più se ha dei figli. All’interno di questa cifra si può anche usufruire di una mensa comune biologica che prepara quotidianamente pasti per la colazione, pranzo e cena. A Sieben Linden hanno fatto quadrare il cerchio, si spende poco, si ha tutto quello che serve, si vive a contatto con la natura, si ha supporto dalla comunità, si ha una intensa vita culturale, si imparano molte cose nuove e mestieri, si conoscono persone e culture diverse. La società del futuro, speriamo non troppo lontano, sarà simile a quella di questi pionieri. Nasceranno sempre più variegati progetti di questo tipo che si scambiano competenze e informazioni e si rafforzano fra loro, progetti costituiti da persone consapevoli, attive e che danno risposte sensate e pratiche ai problemi. Per avere ispirazione da Sieben Linden si potrà incontrare Eva Stutzel, una delle cofondatrici dell’ecovillaggio, per un evento imperdibile al Parco dell’Energia Rinnovabile in Umbria dal 3 al 5 luglio, tenendo ben presente che noi in Italia siamo molto più avvantaggiati perché con le nostre condizioni geoclimatiche, potremmo autoprodurci molti più alimenti ed energia. L’Italia può diventare un meraviglioso giardino nel quale fare crescere speranza e bellezza. Attraverso il corso con Eva, i partecipanti impareranno i fattori che contribuiscono al successo o al fallimento di un progetto comune. e partendo dall’esperienza di Sieben Linden Eva metterà a disposizione le sue competenze di 15 anni di lavoro di consulenza per progetti comunitari. La bussola per lo sviluppo di progetti comunitari e organizzazioni, rappresenta l’essenza del suo lavoro identificando le 5 maggiori aree tematiche che bisogna tenere presente nella costruzione di un progetto comune: Comunità, Visione, Struttura, Economia, Interrelazione.

QUI tutte le informazioni sul corso: come partecipare e come iscriversi.

Fonte: ilcambiamento.it

“Fare società riducendo i rifiuti”, on line la mappa “salvacibo” del quartiere Vanchiglia di Torino

Nell’ambito del progetto “Fare società riducendo i rifiuti” Eco dalle Città ha svolto un’indagine tra negozianti, bar e ristoranti del quartiere Vanchiglia per documentare il loro impegno nell’evitare che il cibo diventi un rifiuto. Risultato: la creazione di una mappa consultabile on line con le attività che promuovono azioni per limitare gli sprechi382080

Nell’ambito del progetto “Fare società riducendo i rifiuti”, il progetto co-finanziato dalla Compagnia di San Paolo volto a informare e attivare iniziative sul tema della riduzione dei rifiuti, Eco dalle Città ha svolto un’indagine rivolta a negozianti, bar e ristoranti del quartiere Vanchiglia per documentare il loro impegno nel limitare lo spreco alimentare.
L’indagine prende dunque il via da alcune semplici domande che hanno i seguenti obiettivi: da una parte, determinare le azioni intraprese dai commercianti per ridurre gli sprechi, sapere se i negozianti prendono misure concrete per ridistribuire il cibo invenduto a fine giornata (aderendo per esempio a piattaforme web come LastMinuteSottoCasa eNextDoorHelp oppure collaborando con il gruppo Foodsharing di Torino); dall’altra individuare quanto sia diffuso presso i ristoratori l’utilizzo della “vaschetta salvacibo”.
Risultato dell’inchiesta sul borgo torinese è stata la creazione di una mappa consultabile on line che verrà arricchita e aggiornata nel corso dei mesi del progetto. Il suo fine è ben preciso: in primo luogo condividere le informazioni raccolte con gli abitanti di Vanchiglia e con la Social Street di via Santa Giulia e dintorni, in secondo luogo attivare e strutturare azioni di recupero e ridistribuzione delle eccedenze alimentari sul territorio.
Allo stato attuale, ad essere mappate sono state 21 attività segnalate con tre colori diversi sulla base dei comportamenti più o meno virtuosi in merito al tema della oggetto dell’indagine:
con il colore verde sono evidenziate tutte le attività che intraprendono azioni concrete per evitare che il cibo invenduto diventi un rifiuto;

con il colore blu sono segnalate le attività che, pur mostrando interesse alla tematica, intraprendono iniziative solo se stimolate dal cliente

Con il colore rosso, infine, le attività che non hanno, ad oggi, attuato azioni per limitare lo spreco di cibo.
La mappa mostra sul quartiere Vanchiglia una situazione di sostanziale sensibilità al tema.
Si passa, infatti, da coloro che si preoccupano, per esempio a fine giornata, di ridistribuire il cibo invenduto tra parenti e associazioni di volontariato, a chi fornisce regolarmente la “vaschetta salvacibo” ai clienti che non hanno terminato il piatto ordinato. Non mancano tuttavia, anche se fortunatamente rappresentano una minoranza, attività commerciali che, per motivazioni diverse, non rientrano nell’elenco delle attività sostenibili sul tema dei rifiuti alimentari.
Per aggiornare e completare la mappatura del territorio, i residenti e commercianti del quartiere sono invitati a inviare una segnalazione indicando le azioni intraprese all’indirizzo mail contatti@ecodallecitta.itEco dalle Città verificherà e aggiornerà costantemente la mappa on line.

Clicca qui per visualizzare la mappa

 

fonte:  ecodallecitta.it

Piemonte: il TAR sospende i tagli al trasporto pubblico decisi dalla giunta Cota

E’ stata accolta la richiesta dell’ATAP, società che gestisce il tpl a Biella e Vercelli, per la sospensione della delibera con cui la Regione Piemonte aveva deciso di tagliare del 16% i trasferimenti per i trasporti pubblici su gomma e ferrovia per il triennio 2013-2015

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Con un’ordinanza il TAR del Piemonte ha accolto l’istanza cautelare presentata dall’ATAP, la società che gestisce il trasporto pubblico nei territori di Biella e Vercelli, sospendendo la delibera di Giunta della Regione Piemonte del 6 maggio 2013 con cui venivano tagliati drasticamente i trasferimenti per il trasporto pubblico locale. L’atto impugnato prevedeva per il triennio 2013-2015 una riduzione del 16,21% degli importi messi a disposizione per i trasporti pubblici su gomma e ferrovia a favore di Province e Comuni piemontesi. Con il provvedimento cautelare il TAR intima quindi alla Regione Piemonte “di riesaminare gli atti di programmazione dei servizi alla luce dei vizi evidenziati nel ricorso introduttivo e palesati nella motivazione dell’ordinanza”, come spiega una nota dello Studio Massimo Malena & Associati che ha assistito la società di tpl del biellese. L’ATAP ha deciso di fare ricorso al TAR in quanto la delibera della Giunta Cota penalizzava particolarmente la città di Biella, con un taglio di risorse del 35% (pari a 425.064 euro, passando da 1.139.194 a 714.130 euro), e l’intera provincia, con un taglio del 34% per il 2013 (per complessivi 1.589.652 euro, da 4.646.197 a 3.066.245). Nel triennio 2013-2015, secondo il piano messo a punto dalla Giunta Cota, la Provincia di Biella avrebbe dovuto rinunciare complessivamente al 37,5% delle risorse (da 4.646.982 a 2.811.838 euro) contro una media del 16,35% prevista per le restanti province piemontesi. Nello stesso triennio la città di Biella avrebbe perso addirittura il 66% delle risorse a fronte di una media del 32,25 per cento delle altre città capoluogo di provincia.

Fonte: ecodallecittà

Riti e simboli nella società. Il ritorno della civetta

“Il consumismo globalizzato, ultima fase di una società di dominio e divisione, riducendo tutto a merce sta distruggendo riti e simboli ovunque nel mondo ‘sviluppato’ e si dà da fare per distruggerli anche nel mondo assoggettato”. Eppure oggi c’è chi ritorna alla terra è chi torna a fare il pane, a ritrovare i gesti e la calma concentrazione, gli odori e il tatto, il cibo sacro.simboli

Nella stanza da letto delle mie zie c’era una campana di vetro, proteggeva Maria Bambina: una piccola bambola di porcellana e stoffa che rappresentava una neonata in fasce, circondata di fiori. Era il simbolo della Dea Madre nella sua espressione primaverile: la rigenerazione della vita. Nessuno ne era più consapevole ma non aveva importanza; rimaneva un simbolo sacro e pur sempre un simbolo di (ri)nascita e di amore.

… Signora, a casa nostra nessuno mai parlava di te

così come non dicevamo “respiro per vivere”,

solo respiravamo,

e quando a volte l’amarezza ci sigillava la bocca

ti vedevamo a un tratto risplendere alle spalle della madre

così come un mattino scendendo un impervio pendio

diretti ai campi

vediamo il mandorlo riarso dal gelo illuminarsi dei suoi

fiori… (Ghiannis Ritsos, “La Signora delle vigne”)

Simboli, come le lenticchie a Capodanno, piccoli semi color della terra per l’augurio, nel letargo invernale, di una rinascita primaverile; riti e simboli, come immergere la mano nell’acquasantiera e poi farsi il segno della croce: l’acqua sacra e il segno del sole per il riprodursi della vita.

Riti e simboli che ci hanno accompagnato dalla notte dei tempi, che facevano parte della condizione umana e ci legavano a tutta la vita, al suo fluire completo. Facevano parte della nostra coscienza e del nostro inconscio, scorrevano attraverso il tempo e permettevano che anche noi scorressimo nel grande flusso. Riti e simboli che appagavano e davano pace. Venivano da lontano, dal neolitico e alcuni addirittura dal paleolitico, da quando nasce la cultura umana, dai tempi dei disegni nelle grotte e delle piccole figure femminili di pietra, di terracotta, sicuramente di legno e di stracci per i giochi dei bambini: le figure della Dea Madre, che non era altro che la Vita in tutte le sue forme.

Le religioni e le culture sono cambiate nella storia dell’uomo, ma tutte hanno dovuto assumere quei simboli e quei riti, anche tentando di deformarne il significato a volte, ma senza poterli escludere dalla quotidianità umana. Tralci di vite, alberi frondosi, agnelli, sirene, colombi e tori nelle cattedrali gotiche. Bambole sedute tra i cuscini del letto matrimoniale, Sacre Famiglie appese a capoletto nella mia infanzia. Lumi accesi e fiori davanti alle immagini dei morti, in augurio e omaggio alla loro rinascita, ancora oggi. Ancora oggi?carrello_consumismo2_2

Il consumismo globalizzato, ultima fase di una società di dominio e divisione, riducendo tutto a merce sta distruggendo riti e simboli ovunque nel mondo “sviluppato” e si dà da fare per distruggerli anche nel mondo assoggettato. Sembra che questo sia anzi uno degli scopi a cui tende con perseveranza e, se non addirittura consapevolmente, certo con istinto sicuro, il capitalismo globale. Del resto, la civiltà del dominio si adoperò fin dalla sua nascita per distruggere culture, religioni e riti legati alla Vita, alla Grande Dea pacifica e amorevole, alla natura in tutte le sue forme. Del resto, il dominio e la divisione cominciano, nella storia umana, assieme al distacco dalla natura e alla sua rapina. La società dei dominatori e dominati vuole dominare anche la vita e l’universo. Ma è un’impresa impossibile e conduce solo all’autodistruzione, come abbiamo visto e vediamo ogni giorno. Così come la distruzione di tutti i nostri riti e simboli distrugge anche la nostra anima. Sulle brocche di terracotta pugliesi era dipinto il galletto. Come su quelle minoiche erano dipinti i delfini, la spirale, la cerva, il polpo. Immagini dei nostri compagni nella vita e simboli di vita, rigenerazione, flusso degli elementi e dell’energia vitale. In Sud-Tirolo si usa ancora tenere appese nelle case le sculture della donna-pesce, dell’uomo-cervo. Nei mercati dei contadini, almeno fino agli anni settanta, si vendevano partite di cereali, sementi e bestiame suggellando l’accordo con un’energica stretta di mano. Non serviva altro: era un pegno, la parola data. Nessuno si sarebbe sognato di cambiare idea dopo quella stretta di mano, che era un rito e un simbolo e di questi aveva la forza. Una forza che ci sosteneva. Senza che ce ne rendessimo conto, riti, simboli, usanze costituivano il terreno su cui ci muovevamo, la ragnatela sospesa in cui trovavamo le nostre strade anche nella bufera. Erano una rete che ci univa tra esseri umani e nello stesso tempo ci univa all’universo intero.

… Sull’abete hanno scolpito la tua colonna quelli che hanno

per cinture i monti

sulla pietra hanno scolpito il tuo silenzio i mietitori… (G. Ritsos – La Signora delle vigne)

C’era una filastrocca da recitare mentre spezzavamo i gambi dei soffioni per farne delle trombette, la filastrocca avrebbe propiziato la riuscita dell’operazione. C’era un desiderio da esprimere quando vedevamo cadere una stella. C’era un bicchiere sotto cui mettere il dente da latte che si era staccato, perché qualche essere magico ci risarcisse. I bambini vivevano nella magia quotidiana, ne erano circondati e, anche quando smettevano di crederci, si attenevano ai suoi “precetti”. Diventati riti e simboli. Senza tutto questo, senza riti, usanze, simboli che ci manifestino la sacralità della vita, della natura, dei rapporti coi nostri simili, che cosa siamo? Gente persa e confusa, perennemente in competizione con sé stessa, con gli altri esseri umani, col mondo intero. Perennemente insoddisfatta, perché la competizione non ha limiti e non raggiunge mai mete definitive. Sballottata tra una pubblicità e l’altra, una merce e l’altra, una moda e l’altra. Subissata di notizie e stimoli che si affastellano nella mente alla rinfusa, poiché non abbiamo con che misurarli e discernerli. Gente alla disperata ricerca di usanze e riti che riempiano il suo spirito e che trova solo le “usanze” e i “riti” imposti dalla macchina industrial-consumistica, i “simboli” di effimere vittorie nella competizione infinita. Senza più dei, senza tribù, gens, comunità, senza più un’idea della vita e della morte.

Ti vedevamo nella mano che mostrava i campi dicendo “la

terra è buona” o “Dio sia con te”,

nella mano della nonna che si segnava mormorando “per

grazia dei Padri Santi”

nella mano che fa la croce sul pane col coltello, sicura

e onesta… (G. Ritsos – La Signora delle vigne)grano__mano

Ed ecco che c’è chi ritorna alla terra: un istinto forte e saldo gli dice che lì c’è la realtà, il necessario e il sacro. E c’è chi torna a fare il pane, a ritrovare i gesti e la calma concentrazione, gli odori e il tatto, il cibo sacro. E su ogni pane, prima di infornarlo, si incideva il simbolo del sole: la croce. E cosa cambia se lo si considera il simbolo di Dio? E c’è da un po’ di tempo chi colleziona ninnoli che rappresentano rane o civette. E sono solo donne a farlo, senza sapere che la rana e la civetta erano due simboli della Dea onnipresenti in tutta l’Europa neolitica; potenti simboli di fertilità, nascita, morte e rigenerazione. Che ritornano da un inconscio ancestrale proprio quando la nostra società dissipatrice e distruttrice sta facendo scempio della vita in ogni sua forma. Consciamente o inconsciamente sentiamo tutti il bisogno di riannodare i fili della vita, della nostra appartenenza all’universo. Ma, come i simboli e i riti che sancivano la nostra appartenenza all’universo erano simboli e riti di amore, rispetto, venerazione nei confronti di ogni essere vivente, così è solo attraverso tutto ciò che possiamo recuperarli. Cominciando anche da piccoli gesti come curare un orto o un giardino, come una tisana bevuta la sera coi vicini “a veglia”, come il ritrovarsi per fare assieme il pane. O una partita a carte, o una passeggiata coi bambini, o per cantare in coro: ritrovarsi per fare, non per consumare, né tantomeno per competere. Perché il contatto con la natura e le cose fatte liberamente insieme, in spirito di amicizia e solidarietà, diventano spontaneamente riti. Appagano e danno pace, ci fanno sentire parte di una comunità o di qualcosa di più grande ancora. Le piccole cose di cui è fatto il mosaico scintillante che è la vita. Le cose che spontaneamente seguono il suo flusso, perché dove non c’è dominio, avidità, divisione e competizione, non c’è nemmeno spreco e distruzione, e la consapevolezza persa ritorna poco a poco a riformarsi e a crescere, assieme al nostro legame con la natura.

…Signora grande, come sommesso il primo buongiorno del

cedrangolo

sommesso il tuo passo e il respiro del pesce accanto alla luna

sommesso il chiacchiericcio della formica davanti alla

chiesetta della margherita.

Ah, quanto oro deposita un raggio sulla goccia di rugiada

quando le pleiadi ti appendono sulla fronte i sette ramoscelli

di mimosa,

ah, quanto polline stipato in bocca all’ape per il miele,

quanto silenzio nel tuo cuore per il canto… (G. Ritsos – La Signora delle vigne)

L’antica civiltà del neolitico, da cui discende il culto della Dea ormai dimenticato, ma che si manifesta persino oggi continuamente, anche nei fiori raccolti in campagna o in giardino e messi al centro della tavola o sull’altare della Madonna, era una civiltà pacifica, ugualitaria, consapevole. Profondamente consapevole. In quella civiltà le donne erano pari agli uomini ma erano nello stesso tempo più importanti degli uomini, come dovrebbe essere logico per qualsiasi specie sessuata, dato che più importante è il loro ruolo nella riproduzione e conservazione della specie. Le donne erano sacre, sacre le loro mani che trasformavano il cibo, tessevano gli indumenti, allevavano bambini, curavano ammalati. E questo dovrebbe far riflettere anche sui motivi per cui, in una società fondata sulla rapina della natura, sul dominio e la competizione, nel tempo del suo degrado e della sua disgregazione finale, e quindi nel massimo esprimersi di rapina e dominio, le donne siano oggetto di quotidiane, feroci, gratuite violenze. Alle donne gli uomini baciavano le mani (ancora oggi in alcune luoghi della Polonia contadina gli ospiti baciano la mano della padrona di casa che ha preparato il cibo); alle donne si offrivano fiori, come alla Dea, fino a poco tempo fa: in particolare alle puerpere. Era una civiltà, quella del neolitico, che non conosceva le armi, che adorava piante e animali; una civiltà felice. Durata, in alcuni luoghi, anche diecimila anni. Molto più della nostra civiltà di guerra e dominio. Per questo non bisogna credere a chi cerca di convincerci della “naturale” aggressività umana verso i propri simili, della “naturale” divisione e diseguaglianza, della “naturale” supremazia dell’uomo sugli altri esseri viventi. Sono invece artificiali: gli artifici di una civiltà squilibrata che si deve puntellare su una cultura di guerra per sopravvivere: guerra in tutte le accezioni e in tutti i campi. Fino ad oggi, quando quella stessa guerra, in forma di competizione non solo militare ma economica, la sta distruggendo. E possiamo solo ritornare alla civetta, alla rana; alla terra e ai suoi frutti; cercando di ricomporre e proteggere la vita frammentata e sacrilegamente degradata dalla civiltà del dominio.

… Prepara ancora un materasso largo con cartocci freschi

immergi profondi gli occhi nelle stelle

come s’immerge la mano nella madia con le mandorle,

ah, offrici qualcosa, Signora, che aspettiamo nel tuo cortile

offrici la danza per far schiattare la morte. (G. Ritsos – La Signora delle vigne)

fonte: il cambiamento

3.Vivere in una società dei consumi

Decenni di crescita relativamente stabile in Europa hanno trasformato il nostro modo di vivere. Produciamo e consumiamo una quantità maggiore di beni e servizi. Viaggiamo di più e viviamo più a lungo. Tuttavia, l’impatto ambientale delle attività economiche, sia nel proprio paese che all’estero, è cresciuto e si è fatto più visibile. La normativa in materia di ambiente, se attuata integralmente, porta a risultati concreti. Eppure, visti i cambiamenti degli ultimi vent’anni, possiamo dire che stiamo facendo del nostro meglio? Quando Carlos Sánchez è nato, nel 1989, nell’area metropolitana di Madrid vivevano quasi 5 milioni di persone. La sua famiglia abitava in un appartamento con due camere da letto nel centro della città; non avevano l’automobile, ma possedevano una televisione. All’epoca non erano gli unici spagnoli a non avere l’auto. Nel 1992, sei anni dopo l’adesione all’Unione europea, nel paese c’erano 332 auto ogni 1.000 abitanti. Quasi due decenni dopo, nel 2009, 480 spagnoli su 1.000 possedevano un’autovettura, appena sopra la media dell’Unione europea. Quando Carlos aveva cinque anni, la famiglia Sánchez acquistò l’appartamento adiacente al proprio e lo unì al primo. Quando ne aveva otto, i suoi acquistarono la prima automobile, ma si trattava di una macchina usata.4

Società che invecchiano

Non sono solo i mezzi di trasporto a essere cambiati. Anche le nostre società sono diverse. Tranne poche eccezioni, il numero di figli per donna non è cambiato in modo significativo nei paesi dell’UE negli ultimi 20 anni. Nel 1992 le donne spagnole partorivano in media 1,32 figli e nel 2010 il dato era leggermente aumentato, arrivando a 1,39, ben al di sotto della soglia di sostituzione generalmente accettata di 2,1 figli per donna. Il tasso di fertilità complessivo nell’UE a 27 era intorno a 1,5 nel 2009. Eppure, la popolazione dell’Unione europea è in crescita, soprattutto per via dell’immigrazione. Inoltre, viviamo più a lungo e meglio. Nel 2006 l’aspettativa di vita alla nascita nell’UE era di 76 anni per gli uomini e di 82 per le donne. Alla fine di ottobre 2011, la popolazione mondiale ha raggiunto quota 7 miliardi. Malgrado il calo dei tassi di fertilità registrato negli ultimi due decenni, secondo le stime la popolazione mondiale continuerà a crescere fino a stabilizzarsi intorno ai 10 miliardi di abitanti nel 2100. Una tendenza al rialzo si riscontra anche nei tassi di urbanizzazione. Oltre la metà della popolazione mondiale vive oggi nelle aree urbane. Nell’UE, circa i tre quarti delle persone abitano in aree urbane. Gli effetti si vedono in molte città europee, inclusa Madrid. La popolazione dell’area metropolitana di Madrid ha raggiunto i 6,3 milioni nel 2011.

Tutto cresce

Negli ultimi due decenni, la Spagna, come molti altri paesi europei, ha conosciuto una crescita economica costante, un aumento dei redditi e, fino a poco tempo fa, quella che sembrava essere la soluzione reale al problema della disoccupazione nel paese. L’espansione economica è stata alimentata da prestiti prontamente disponibili, pubblici e privati, dall’abbondanza di materie prime e dall’afflusso di migranti dall’America centrale e meridionale e dall’Africa. Quando è nato Carlos, ad eccezione di qualche rete informatica interconnessa, Internet, così come lo conosciamo oggi, non esisteva. I telefoni cellulari erano poco diffusi, ingombranti da portare con sé e troppo costosi per la maggior parte delle persone. Nessuno aveva mai sentito parlare di comunità virtuali e social network. Per molte comunità nel mondo, «tecnologia» era sinonimo di approvvigionamento di energia elettrica sicuro. Il telefono era caro e non sempre accessibile. Le vacanze all’estero erano riservate a pochi privilegiati. Nonostante alcune fasi di rallentamento economico registrate negli ultimi 20 anni, l’Unione europea è cresciuta del 40%, con medie leggermente superiori nei paesi che hanno aderito nel 2004 e nel 2007. Nel caso della Spagna, lo sviluppo dell’edilizia legata al turismo ha costituito un motore di crescita particolarmente importante. In altri paesi europei, la crescita economica è stata innescata anche da altri settori, fra cui quello dei servizi e l’industria manifatturiera. Oggi, Carlos vive ancora nello stesso appartamento insieme ai genitori. Possiedono un’auto e un cellulare a testa. Lo stile di vita della famiglia Sánchez non è insolito per gli standard europei.

Un’impronta ecologica mondiale più elevata

L’impatto dell’Europa sull’ambiente è cresciuto di pari passo con la crescita economica in Europa e nel mondo. Il commercio ha svolto un ruolo fondamentale nel favorire la prosperità in Europa e nei paesi in via di sviluppo, così come nel diffondere l’impatto ambientale delle attività che svolgiamo. Nel 2008, in termini di peso, l’Unione europea importava sei volte più di quanto esportasse. La differenza è quasi interamente dovuta al volume elevato delle importazioni di carburante e prodotti minerari.5

 «Per produrre gli alimenti di cui ci nutriamo ricorriamo a concimi e pesticidi derivati dal petrolio; quasi tutti i materiali da costruzione che usiamo — cemento, plastiche eccetera — sono derivati dai combustibili fossili, così come la stragrande maggioranza dei farmaci con cui ci curiamo; gli abiti che indossiamo sono, in massima parte, realizzati con fibre sintetiche petrolchimiche; trasporti, riscaldamento, energia elettrica e illuminazione dipendono quasi totalmente dai combustibili fossili. Abbiamo costruito un’intera civiltà sulla riesumazione dei depositi del periodo carbonifero. […] Le future generazioni, quelle  che vivranno fra cinquantamila anni, […] probabilmente ci battezzeranno “popolo dei combustibili fossili” e chiameranno la nostra epoca Età del carbonio, così come noi ci riferiamo a epoche passate come all’Età del ferro o all’Età del bronzo».

Jeremy Rifkin, presidente di Fondazione sulle Tendenze Economiche e consulente dell’Unione europea. Estratto dal libro «La terza rivoluzione industriale».

La politica funziona, quando è ben studiata e ben attuata

La crescente consapevolezza globale della necessità urgente di affrontare le questioni ambientali è nata assai prima del vertice della terra di Rio del 1992. La normativa dell’UE in materia di ambiente risale ai primi anni settanta e l’esperienza maturata da allora dimostra che, attuate in modo appropriato, le norme ambientali ripagano gli sforzi. Ad esempio, la direttiva uccelli (1979) e la direttiva habitat (1992) dell’UE forniscono un quadro giuridico per le aree protette dell’Europa. L’Unione europea include oggi nella rete di protezione della natura denominata «Natura 2000» più del 17% della sua superficie sulla terraferma e un’area marina di oltre 160.000 km2. Benché molte specie e molti habitat europei siano ancora minacciati, «Natura 2000» rappresenta un passo fondamentale nella giusta direzione. Anche altre politiche ambientali hanno avuto un impatto positivo sull’ambiente europeo. La qualità dell’aria ambiente è generalmente migliorata nel corso degli ultimi due decenni. Tuttavia, l’inquinamento atmosferico a grande distanza e alcuni inquinanti atmosferici emessi su scala locale continuano a danneggiare la nostra salute. Anche la qualità delle acque europee è migliorata in maniera significativa grazie alla normativa UE, ma la maggior parte degli inquinanti emessi nell’aria, nell’acqua e nel terreno non svanisce facilmente. Al contrario, si accumulano. L’Unione europea ha inoltre iniziato a tagliare il filo che unisce la crescita economica alle emissioni di gas a effetto serra. Le emissioni globali, tuttavia, continuano a crescere, contribuendo alla concentrazione di biossido di carbonio nell’atmosfera e negli oceani. Una tendenza analoga si riscontra nell’uso dei materiali. L’economia europea produce di più con meno risorse. Eppure, continuiamo comunque a utilizzare molte più risorse di quante la massa terrestre e i mari europei non possano fornirci. L’UE continua a generare ingenti quantità di rifiuti ma la quota avviata al riciclaggio e al reimpiego è in aumento. Purtroppo, quando si tenta di affrontare una problematica ambientale, ci si rende conto che in questo settore i problemi non possono essere considerati separatamente e uno per volta. Devono essere integrati all’interno delle politiche economiche, della pianificazione urbana, della politica della pesca e di quella agricola e così via. L’estrazione dell’acqua, ad esempio, compromette la qualità e la quantità dell’acqua alla fonte e a valle. Poiché la quantità d’acqua alla fonte diminuisce a causa di una maggiore estrazione, gli inquinanti emessi nell’acqua risultano meno diluiti e producono un impatto negativo più ampio sulle specie dipendenti da quel corpo idrico. Per pianificare e ottenere un miglioramento significativo della qualità delle risorse idriche, tanto per cominciare dobbiamo chiederci per quale ragione preleviamo l’acqua. 6

Cambiare passo dopo passo

Malgrado le nostre lacune conoscitive, le tendenze ambientali oggi in atto sollecitano un intervento immediato e decisivo  che chiami in causa responsabili politici, imprese e cittadini. In assenza di cambiamenti, la deforestazione globale  continuerà a un ritmo serrato e la temperatura media potrebbe aumentare di ben 6,4 °C a livello mondiale entro la fine del secolo. Nelle isole dai fondali bassi e lungo le zone costiere, l’innalzamento del livello del mare metterà a rischio una delle nostre risorse più preziose, la terra. I negoziati internazionali spesso durano anni prima di concludersi e di giungere

ad attuazione. Quando viene attuata integralmente, una normativa nazionale ben studiata funziona ma è limitata dai confini geopolitici. Molte questioni ambientali non sono circoscritte entro i confini nazionali. In ultima analisi, potremmo tutti percepire l’impatto della deforestazione, dell’inquinamento atmosferico o dello sversamento dei rifiuti in mare. Le tendenze e i comportamenti possono cambiare, un passo alla volta. Abbiamo una buona conoscenza di ciò che eravamo

20 anni fa e di ciò a cui siamo arrivati oggi. Possiamo non avere un’unica soluzione miracolosa che consenta di risolvere

tutti i problemi ambientali all’istante, ma abbiamo un’idea, anzi una serie di idee, di strumenti e di politiche, in grado di aiutarci a trasformare la nostra economia in un’economia verde. L’opportunità di costruire un futuro sostenibile nei prossimi 20 anni è pronta per essere colta.7

Cogliere l’opportunità

Cogliere o non cogliere l’opportunità che abbiamo davanti dipende dalla nostra consapevolezza comune. Possiamo imprimere lo slancio necessario a trasformare il nostro modo di vivere solo se capiamo qual è la posta in gioco. La consapevolezza cresce, ma non sempre basta. L’insicurezza economica, la paura della disoccupazione e le preoccupazioni per la salute sembrano dominare i nostri pensieri nel quotidiano. La situazione non è diversa per Carlos o per i suoi amici, soprattutto se consideriamo le turbolenze economiche in Europa. Fra le preoccupazioni per i suoi studi in biologia e le sue prospettive di carriera, Carlos non sa dire quanto la sua generazione sia consapevole dei problemi ambientali dell’Europa e del mondo. Tuttavia, abitando in città, riconosce che la generazione di suo padre e di sua madre

aveva un legame più stretto con la natura, perché nella maggior parte delle famiglie almeno uno dei genitori era cresciuto in campagna. Anche dopo essersi trasferiti in città per lavorare, conservavano una relazione più intima con la natura. Forse Carlos non avrà mai un simile legame con la natura, ma è felice di poter fare qualcosa: raggiungere l’università in bicicletta. Ha persino convinto suo padre a fare lo stesso per andare al lavoro. La verità è che l’insicurezza economica, la salute, la qualità della vita e persino la lotta alla disoccupazione dipendono tutte dal fatto di avere un pianeta sano. Il rapido esaurimento delle nostre risorse naturali e la distruzione di ecosistemi che tanto ci offrono difficilmente garantiranno a Carlos o alla sua generazione un futuro sicuro e sano. Un’economia verde e a basse emissioni di carbonio resta l’opzione migliore e più praticabile per garantire la prosperità economica e sociale a lungo termine.

Fonte: EEA (agenzia europea ambiente)

 

La socialità delle api: tutto merito dell’antenna destra

Secondo una recente ricerca pubblicata su Nature Scientific Reports fra le api esisterebbe un fenomeno di lateralizzazione del sistema nervoso legato al comportamento sociale.

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Anche il sistema nervoso delle api, così come quello di noi umani, è interessato da fenomeni di lateralizzazione. A scoprirlo è stata una ricerca condotta dal team di lavoro composto da Lesley J. Rogers, Elisa Rigosi, Elisa Frasnelli e Giorgio Vallortigara, direttore del Centro Interdipartimentale Mente/Cervello dell’Università di Trento e Rovereto,  che ha pubblicato sulla rivista Nature Scientific Reports uno studio nel quale si dimostra come il comportamento sociale delle api sia regolato dall’antenna destra.

Le attività cerebrali nelle apiapi-4

Proprio come accade all’uomo, anche fra le operose impollinatrici le attività cerebrali sono lateralizzate: ogni emisfero gestisce determinati compiti e, in questo modo, vengono ottimizzate le risorse necessarie alla gestione dei sofisticati meccanismi cognitivi che caratterizzano i comportamenti in una società complessa.

Un milione di neuroniapi-7

A fronte di un cervello con poco meno di un milione di neuroni, le api hanno una flessibilità comportamentale notevole: riconoscono facce umane, apprendono dal contesto, si adattano alla distribuzione dei compiti e al loro ruolo sociale, comunicano e si orientano senza necessariamente rifare gli stessi tragitti. La capacità di affrontare una simile complessità ha convinto i ricercatori a indagare sulla lateralizzazione delle funzioni neuronali.  

L’antenna destraapi-13

Fino a questa ricerca era stata dimostrata soltanto una lateralizzazione relativa a sensibilità e memoria olfattiva (legata alla distribuzione dei sensilli olfattivi sulle antenne). Le api nelle quali era presente l’antenna destra erano più propense a mostrare un comportamento socievole e positivo(per esempio con l’estensione della proboscide), quelle prive dell’antenna destra, al contrario, si dimostravano aggressive, mostrando il pungiglione e le mascelle alle altre api, anche quelle del proprio alveare. Osservazioni che potrebbero essere oggetto di approfondimenti nella direzione della comunicazione fra le api, determinata dal battito delle ali e da geometrie e inclinazioni del volo che indicano, per esempio, la distanza e la direzione di un gruppo di fiori ricchi di polline.

Fonte: Le Scienze

A volte bisogna essere bambini per vedere il mondo differentemente

“Ci si trova di fronte alla semplicità spiazzante della loro tenerezza e si rimane inerti e senza parole davanti alla scoperta delle loro verità, tanto evidenti e logiche quanto scomode e, a tendere, potenzialmente pericolose per il sistema”. Le riflessioni di Dario Lo Scalzo sulla saggezza dei bambini.bambina_animali

Siamo la società che vive in automatico e in automatico rispondiamo ‘presente’ ai modelli che pochi benpensanti hanno pensato di propinarci. In genere questi opinion leader sono coloro che da secoli, ormai, conducono il teatrino del liberalismo e del consumismo, che, tradotto in soldoni, conducono per mano, direttamente o indirettamente, le masse popolari. Capita così che, sebbene individualmente, si pensi di essere astuti, svegli e liberi di pensiero, allo stato dei fatti, spesso ci mostriamo degli esseri poco pensanti , in balia delle interferenze esterne, dei moduli precostituiti e raramente si è davvero in grado, o si ha la voglia, di confrontarsi con gli standard sociali. Diveniamo vittime sociali, tutti per necessità uguali, e, assai frequentemente, in fin dei conti, abbandoniamo o sotterriamo le capacità individuali di riflessione e il nostro potenziale intellettivo. Si va in automatico, seguendo le mode, i sistemi educativi che ci vengono imposti e prontamente stacchiamo la spina alla mente, lasciandoci condurre dal cosiddetto sistema, dalla sua mano invisibile; tutto ciò su svariati fronti, su parecchie tematiche ed ambiti del modus vivendi quotidiano. Ed ecco che, per esempio, seppur tantissimi si dichiarino animalisti, malgrado si provveda a dare cure e attenzione agli animali domestici, benché tali esseri vengano anche adorati e, in breve, dall’alto del nostro dichiarato elevato amore per gli animali, nella concretezza del quotidiano dimentichiamo abbastanza sistematicamente che li indossiamo e che per di più ce ne cibiamo. È il modello sociale che ci è stato veicolato da secoli, è il cammino educativo impostoci ed è il paradigma by default che la stragrande maggioranza delle popolazioni civilizzate ha accettato senza neppure mai averlo messo in discussione, neppure nella configurazione cerebrale degli individui che lo costituiscono.animali_disney

D’altro canto, è lo stesso medesimo percorso che ci porta ad avvicinare gli animali ai bambini attraverso i cartoni animali, i fumetti, gli innumerevoli gadget e giocattoli che riproducono animali. Alcuni animali diventano persino idoli e miti positivi dei nostri figli con i quali essi interagiscono, parlano, manifestano affetto e immaginano mille avventure. Abbiamo poi gli animali sempre sorridenti e felici delle pubblicità, per intenderci, quelle in stile Mulino Bianco, quelli che saldano e consolidano il trio famiglia, natura e animali in cui tutti quanti vivono in una simbiosi armonica, quasi nell’equilibrio perfetto della felicità. Mi chiedo ma quando, nel ciclo dell’esistenza di ognuno di noi, consumatori privi di curiosità e menti che avanzano come automi, ci si trova di fronte invece al “passaggio della verità”? Quando, al bambino o all’adolescente, qualcuno, nel corso della vita, spiega cosa accade a quegli stessi animali con i quali si è cresciuti, si è entrati in empatia, con i quali si è dormito, sognato, giocato, parlato, riso, pianto? Mi chiedo in che momento gli educatori, i genitori, le istituzioni, la TV e gli altri canali mediatici che, per una fase della crescita delle giovani generazioni e del loro processo educativo, pompano ed esaltano la sensibilità degli animali e di tutti esseri viventi, raccontano della loro generosità, del loro amore, del loro altruismo, della loro fedeltà e di tanto altro ancora, quando, dicevo, decideranno di svelare a quel nutrito pubblico di consumatori e alle loro disattente famiglie la verità, il destino di quegli eroi sorridenti ad affabili? Quando ci verrà detto che i simpatici e carismatici eroi di Walt Disney sono in realtà quotidianamente seviziati, torturati, dopati, uccisi, spellati, mangiati, indossati, vivisezionati? Semplicemente mai! Il cerchio dunque non si chiude. Ma si chiude quello del mio contorto ragionamento: andiamo in automatico, tutto è acquisito ed accettato. Non si riflette a sufficienza, non ci si chiede, non si ha neppure il bisogno di andare oltre l’apparenza e oltre lo stato di fatto e i pacchetti confezionati che ci vengono rifilati. La società va avanti con il pilota automatico e raramente le masse provano a mettere in questione ciò che è considerato predefinito, impacchettato. Raramente provano ad approfondire su potenziali strade alternative, per esempio sulla riduzione dei consumi di esseri viventi, o su modifiche anche minime dei comportamenti quotidiani, degli stili di vita, sulle troppe abitudini sprecone a volte insensate che ci vengono trasmesse e dettate dal modello sociale.bambino_cane

Ma, a volte, ci pensano i più puri ed ingenui a aprire il cuore e gli occhi, davanti al mondo, i bimbi. Sì, proprio quelli che, sin dalla tenera età, cerchiamo a tutti i costi di “incarognire” alla vita con le nostre devianze risultanti da un utilizzo delle intelligenze a senso unico, da una scarsa sensibilità e dalla crisi di Amore. Ci si trova di fronte alla semplicità spiazzante della loro tenerezza e si rimane inerti e senza parole davanti alla scoperta delle loro verità, tanto evidenti e logiche quanto scomode e, a tendere, potenzialmente pericolose per il sistema. L’invito di oggi è quello di guardare questo brevissimo video che non necessita di nessun tipo di commento, che commuove per la sua tenerezza e semplicità e che fa sprofondare, almeno per qualche istante, nel silenzio della riflessione e, forse, nella riappropriazione momentanea dell’indipendenza intellettiva individuale. La saggezza è dei bambini.

Fonte: il cambiamento

ECOLOGICO INTERNATIONAL FILM FESTIVAL 2013

         Scadenza bando

         Dove: Nardò (Lecce)

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 Festival del Cinema sul rapporto dell’uomo con l’ambiente e la società. Il termine delle iscrizioni è il 10 maggio 2013.

L’iscrizione è gratuita. La scheda d’iscrizione e il regolamento sono scaricabili dal sito internet: www.eiff.it o www.ecologicofilmfestival.it

Sezioni
– International Film Competition
– Debut Italian Movies
– Taranta Movies

Formati ammessi
– Cortometraggio (max 15 minuti)
– Mediometraggio (tra i 16 e i 50 minuti)
– Lungometraggio (oltre i 51 minuti)

Premi
– ‘Taurus Award’ per il miglior lungometraggio
– ‘Taurus Award’ per il miglior mediometraggio
– ‘Taurus Award’ per il miglior cortometraggio
– ‘Taurus Award’ per il miglior Debut Italian Movie
– ‘Taranta Award’ per il miglior film sulle tradizioni della cultura salentina
– ‘Mer Khamis Award’ per il miglior film selezionato dalla critica

Il Festival si svolgerà presso la Città di Nardò dal 18 al 24 agosto 2013
Il programma può essere consultato sul sito: www.eiff.it

Il Festival è organizzato dall’Ass. Cult. Contemporary Art Addiction

Fonte: eco dalle città