Comunità energetiche, avanti tutta. Al via il progetto nel Pinerolese

Dopo l’approvazione della norma regionale che regola le comunità energetiche di condivisione e scambio dienergia prodotta da fonti alternative, al via il primo progetto nel Pinerolese.Verso le Oil Free Zones in Piemonte.

Scambio, unione e condivisione. È qui che spesso risiede la forza dei nuovi progetti e dei processi trasformativi dal basso che mirano ad una maggiore sostenibilità ambientale, economica e sociale. E proprio questi elementi possono guidare quella transizione energetica sempre più urgente. In questa direzione va la legge sulle comunità energetiche di cui, per prima in Italia, si è dotata la RegionePiemonte e alla quale ha fatto seguito il progetto pilota di rilancio sostenibile del territorio del Pinerolese che, presentato qualche settimana fa a Torino, prevede lo scambio dell’energia autoprodotta. La nuova norma regionale permette infatti a comunità di persone, enti e imprese di scambiare tra loro l’energia prodotta da fonti alternative. L’idea alla base è quella della cooperativa di produzione e consumo di energia per ottenere elettricità e calore da fonti rinnovabili disponibili localmente e forme di efficentamento e riduzione dei consumi.  Quella approvata a luglio in Piemonte è la prima norma che definisce nel dettaglio le modalità di implementazione dello scambio di energia autoprodotta da fonti rinnovabili in un contesto di comunità locale. Sebbene manchino ancora alcune definizioni attuative, il Pinerolese si sta intanto muovendo per porne le basi attraverso il Consorzio CPE nell’ambito del progetto di rilancio del territorio voluto da Acea Centro Sviluppo Innovazione. L’obiettivo è far sì che lo scambio di energia autoprodotta da fonti rinnovabili da Aziende, Comuni aderenti al CPEe da privati cittadini possa contribuire a rilanciare economicamente e in modo sostenibile il territorio.

Come ha spiegato Angelo Tartaglia, Senior Professor del Politecnico di Torino, “la chiave di un simile ente associativo è la possibilità di scambiare energia tra soggetti diversi, cosa che fino a qualche mese fa non era prevista dal nostro ordinamento, salvo che in un numero ben definito e limitato di casi. Oggi – ha aggiunto Tartaglia – si è aperto uno spiraglio normativo che, partendo dalle Oil Free Zones, ha portato la Regione Piemonte a varare una legge la quale consente esplicitamente la costituzione di comunità energetiche senza fini di lucro. Nel Pinerolese il Consorzio CPE e le aziende socie sono pronte a darvita ad un primo esempio di comunità energetica di scala vasta”.

 Peraltro, il Politecnico di Torino, socio del Consorzio CPE, sta anche portando avanti nel territorio piemontese un’azione di mappatura energetica del territorio per permettere alle Comunità Energetiche di organizzarsi al meglio. Verrà sfruttata in particolare l’energia fotovoltaica, già ampiamente utilizzata nella zona, e per il futuro si prevede che l’energia pulita ricavata dal sole possa soddisfare le necessità di tutta l’area. La costituzione delle comunità energetiche dovrebbe e potrebbe tradursi infatti nella creazione di cosiddette “Oil Free Zones” ovvero aree indipendenti totalmente per il loro fabbisogno energetico dalle fonti fossili. Anche di questo si parla proprio inquesti giorni a Rimini dove è in corso il Key Energy, il Salone dell’Energia edella Mobilità Sostenibile, che si tiene in contemporanea ad Ecomondo. Si è tenuta lo scorso martedì, in particolare, la conferenza di presentazione del primo impianto eolico collettivo, un progetto per l’indipendenza energeticalanciato da ènostra, fornitore cooperativo di energia elettricarinnovabile.Fonte:http://piemonte.checambia.org/articolo/comunita-energetiche-avanti-tutta-progetto-nel-pinerolese/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Non c’è sostenibilità possibile se non è ecologica e sociale allo stesso tempo

Non molti se ne rendono conto, purtroppo. Ma la natura offre all’uomo una serie di servizi che hanno un enorme valore, ma non di mercato. Ci sembrano gratuiti. E tali li considerano, ancora una volta purtroppo, anche gli economisti che aderiscono alla scuola classica.9879-10667

Ma gratuiti non lo sono affatto, perché quasi tutti i beni che la natura ci offre sono soggetti a depletion (esaurimento) e/o a pollution (inquinamento). Sentono l’impronta umana. È nostro interesse e, insieme, nostro dovere morale dare un valore ai beni della natura che sfuggono all’unico sistema di valutazione universalmente conosciuto o, almeno, concretamente applicato: il valore di mercato. Perché solo se ne riconosciamo il valore possiamo utilizzarli, quei beni della natura, in maniera sostenibile.  Di recente gli economisti ecologici hanno trovato un metodo – perfettibile, per carità – per dare un valore ai beni della natura al di là di quello di mercato: lo chiamano willingness to pay (WTP), che potremmo tradurre in “disponibilità a pagare”. Quanti quattrini sei disposto a tirar fuori per una spiaggia pulita e per un’aria tersa e per fermare l’erosione della biodiversità e per contrastare i cambiamenti climatici? Chi studia il rischio sa bene quanto conti la sua percezione. Se noi percepiamo che una spiaggia sporca o un’aria inquinata o la perdita di biodiversità o i cambiamenti del clima sono un rischio, allora siamo disponibili a impegnarci per minimizzarlo. Il willingness to pay altro non è che un modo di quantificare la percezione del rischio o anche, se volete, a valorizzare i capitali della natura che non hanno un valore di mercato. Ebbene, molte analisi, sia teoriche che empiriche, hanno dimostrato che la willingness to pay, la disponibilità a pagare per un bene naturale che non ha mercato cresce con il reddito. Con il reddito familiare, per una persona singola. Con il Prodotto interno lordo per una nazione. Più si è ricchi, più si è disposti a pagare. Ma la disponibilità a pagare e a riconoscere un valore ai beni della natura che non hanno un valore di mercato, dicono da tempo gli economisti ecologici, non cresce indefinitamente con il reddito. Al contrario, tende asintoticamente a un valore soglia. Non è sorprendente. A tutte le cose attribuiamo un valore massimo, che dipende sì dal nostro reddito, ma non solo da esso. Per una bella giornata al mare siamo disposti a pagare molto, ma non più di tanto. Per la sicurezza di un nostro figlio non c’è prezzo. È evidente che nell’attribuire un valore a beni – come una bella giornata al mare o a un figlio – intervengono altri fattori che non sono solo economici. Così è anche per la willingness to pay per i beni della natura. Quando attribuiamo (o non attribuiamo) loro un valore, entrano in gioco fattori economici ma anche fattori di altro tipo. Già, ma di che tipo?

Per quanto strano possa sembrare, pochi finora hanno tentato di rispondere a questa domanda. Alcuni, di recente, hanno tentato di farlo per via teorica. Ma solo ora abbiamo un’analisi che sia di tipo teorico che empirico: l’hanno resa pubblica nei giorni sulla rivista Ecological Economics il tedesco Moritz A. Drupp, dell’Università di Amburgo, e un gruppo di suoi collaboratori. Ed è una risposta inattesa, almeno in apparenza: oltre che dal reddito la willingness to pay dipende dal tasso di equità sociale del Paese in cui si vive. Il che significa che a parità di reddito, uno svedese o un tedesco (che vivono in paesi con alto tasso di uguaglianza sociale) è disponibile a pagare di più per un bene della natura di un americano o di un italiano, Paesi dove la disuguaglianza sociale è altissima. La risposta è solo in apparenza sorprendente, perché è chiaro che la percezione dei beni comuni è maggiore proprio lì dove la ricchezza individuale è meglio distribuita. È evidente, concludono Drupp e colleghi, che per diminuire l’impatto umano sull’ambiente e consumare meno e con maggiore oculatezza i capitali della natura dobbiamo lavorare anche per abbattere l’indice di Gini, ovvero il tasso di disuguaglianza di una società. Non è una proposta nuova, a ben vedere. In fondo lo sappiamo dai tempi del Rapporto Brundtland reso pubblico nel 1987 da una commissione indipendente proposta dalle Nazioni Unite che prendeva il nome dal suo presidente, la signora Gro Harlem Brundtland, primo ministro di Norvegia. Il rapporto sosteneva, né più e né meno, che non c’è sostenibilità possibile se non è, nel medesimo tempo, ecologica e sociale. E che il miglior modo per tutelare l’ambiente è costruire una società più giusta.

Pietro Greco

Laureato in chimica, giornalista scientifico e scrittore. È responsabile del Centro Studi di Città della Scienza e direttore della Rivista Scienza&Società. È autore di oltre venti monografie sulla scienza e sulla storia della scienza. È conduttore di Radio3Scienza. Collabora con le università Bicocca di Milano e Sapienza di Roma. Ha fondato, insieme ad altri, il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. È membro del consiglio scientifico di ISPRA. Collabora con la rivista Micron

 

Fonte: ilcambiamento.it

 

Lotta a qualsiasi tipo di sfruttamento ambientale, umano e sociale nel sistema produttivo agricolo dei nostri territori. Ecco la sfida di Slow Food Italia per il 2020

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A Montecatini Terme con l’elezione dei sette componenti del Comitato Esecutivo prende il via la nuova era di Slow Food Italia. Aboubakar Soumahoro: “5 milioni di migranti sono l’8% della popolazione italiana, lo stesso numero di giovani che vanno a lavorare all’estero. Oggi chiudono i porti per i migranti, e se domani chiudessero gli aeroporti per loro?

Stiamo vivendo una fase storica della nostra Associazione che segnerà la strada per un futuro straordinario, in Italia come nel mondo. La dichiarazione di Chengdu, Cina ottobre 2017, con le mozioni approvate a sostegno della nostra nuova via, rappresentano una linfa vitale che ha rinnovato molti entusiasmi nei territori in cui Slow Food è presente e dove la sua attività è stata al centro di iniziative importanti. Da quel momento, in tutte le nostre Condotte, in tutti i consessi regionali, all’interno del nostro Consiglio nazionale, le parole rinnovamento, inclusività, apertura, ascolto, sorriso, disponibilità, hanno acquisito nuova forza nei dialoghi e nei confronti e dovranno continuare a farlo per portare la nostra rete italiana a presentarsi degnamente al prossimo Congresso Internazionale del 2020”. È con queste parole che i sette componenti del nuovo Comitato Esecutivo di Slow Food Italia si sono presentati ai 650 delegati riuniti a Montecatini Terme per il IX Congresso nazionale.

Ci impegniamo a far nostri i temi delle mozioni, dei documenti e dei contributi che sono stati depositati da diverse parti d’Italia durante il Congresso sui temi delle migrazioni, della giustizia del cibo che consumiamo, del sostegno della rete dei giovani, dell’agricoltura sociale, della riqualificazione ambientale, della mobilità sostenibile così come della lotta a qualsiasi tipo di sfruttamento ambientale, umano e sociale nel sistema produttivo agricolo dei nostri territori. Il nostro modo di guardare alla biodiversità è stato e continua ad essere unico nel mondo, al confronto con la moltitudine di associazioni ed organizzazioni che lavorano sulla conservazione della biodiversità con le quali pure già collaboriamo e sempre più collaboreremo. Questa ricchezza dovrà essere al centro della nostra attività attraverso il nostro progetto dei presìdi, lo sviluppo dei mercati della terra, il consolidamento della rete dell’alleanza dei ristoratori. Ma anche attraverso il rafforzamento delle reti territoriali così come quelle tematiche che stanno svolgendo e possono svolgere un ruolo fondamentale nel nostro Paese, soprattutto in aree con specifiche fragilità. E questo impegno dovrà convergere in modo ancora più forte nell’ambito delle campagne internazionali come quella sugli orti in Africa che ci hanno già visto impegnati negli anni scorsi o quella sul cambiamento climatico che merita una strategia attenta a partire proprio dai nostri territori con la consapevolezza di come si svolge a livello globale”. (Clicca  per leggere il testo integrale dell’intervento).

Gaetano Pascale, presidente uscente di Slow Food Italia, ha formalizzato il passaggio di consegne al nuovo Comitato Esecutivo: “Miei cari, vi aspettano due anni impegnativi. Noi tutti soci dobbiamo ringraziare queste persone che avranno tante soddisfazioni, ma gli oneri e le responsabilità saranno superiori agli onori che gli tributiamo oggi e che riceveranno in futuro. Dobbiamo essere a loro disposizione, con cura e attenzione, perché il nostro impegno passa anche attraverso il loro sacrificio. In me troverete sempre una persona di supporto in qualsiasi cosa farete. Siete straordinari per aver assunto la responsabilità dell’associazione in un momento così importante. Faremo molto insieme, con tutte queste belle persone che ci sono oggi e anche chi non è potuto venire. Grazie e buon lavoro!”.
Chiamati a dirigere l’Associazione nel percorso di rinnovamento che porterà al Congresso del 2020, i sette componenti portano in dote la loro variegata esperienza nella rete Slow Food italiana:

Massimo Bernacchini, cinquant’anni, vive e lavora a Orbetello, dove è attivo nel mondo della cooperazione e della pesca. Dal 2006 è membro della Segreteria Regionale di Slow Food Toscana e consigliere nazionale;
Giorgia Canali, classe 1986, vive a Cesena dove lavora come giornalista. Nel 2010 viene eletta fiduciaria, contribuendo alla nascita della Rete giovani di Slow Food in Italia;

Antonio Cherchi, sassarese, 63 anni, commercialista, vive e lavora a Modena. Dal 2010 al 2014 è stato presidente di Slow Food Emilia-Romagna; dal 2015 ha ricoperto l’incarico di Tesoriere e consigliere nazionale;
Silvia De Paulis, agronoma, dal ’98 al Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Dal 2009, dopo il terremoto che ha sconvolto L’Aquila, ha contribuito alla realizzazione prima del progetto 10 orti per 10 tendopoli e poi del Mercato Contadino;
Giuseppe Orefice, tecnologo alimentare, ha 42 anni e dal 2014 è formatore nell’ambito del progetto Orto in Condotta e docente Master of Food; è il presidente uscente di Slow Food Campania e Basilicata;

Francesco Sottile, agronomo, insegna Biodiversità e qualità delle colture agrarie all’Università di Palermo. In Slow Food ha cominciato vent’anni fa dal mondo dei Presìdi siciliani allargando sempre più la propria collaborazione sul piano tecnico e associativo anche all’estero. (Clicca qui per le biografie dei sette componenti del Comitato Esecutivo di Slow Food Italia).

Tra gli interventi della giornata conclusiva anche quello del sindacalista Usb Aboubakar Soumahoro che ha portato il saluto delle lavoratrici e dei lavoratori della piana di Gioia Tauro, della Puglia, dei braccianti cuneesi: “Chi continua a cercare lavoro, chi ha già un lavoro ma si sente schiavo e quelli a cui viene detto che non hanno diritto a un futuro migliore. Prima di parlare di futuro però serve anche la memoria: ascoltando i delegati ieri mi veniva in mente la mia infanzia, il villaggio in cui sono nato in Costa Avorio dove non andavamo a fare la spesa nei supermarket. C’era tutto: quello che si coltivava si mangiava, i semi erano nostro e non venivano imposti da nessuno, si conosceva la loro qualità. Primo Levi diceva che viviamo in una guerra costante con la memoria. Questa guerra dice che non abbiamo un passato e che il presente deve essere di odio verso il diverso, di un Paese in cui si chiudono i porti dei nostri mari per i migranti lasciando indisturbate le navi da guerra. Si continua a dire che siamo invasi dai migranti ma è solo una realtà falsificata. Abbiamo 5 milioni di persone partite dagli altri continenti che non esprimono una scelta divina, ma fuggono dai cambiamenti climatici, dalle guerre in corso. Ma non è tutto perso: ci sono tante persone, tanti giovani che non prendono il megafono dell’odio per attaccare i più poveri. La risposta deve essere restituire sovranità alimentare e giustizia sociale a chi è più sofferente. Il vero problema in Italia non sono i profughi: ci sono 7 milioni di poveri che non se la prendono con migranti. Il nostro presente è fatto di luce e speranza, di uomini e donne come voi e insieme possiamo portare la nave Italia a riva senza far affogare nessuno. Insieme!”.

Emozionante per la platea è stato anche l’intervento dello studente dell’Università di Scienze Gastronomiche Muhamed Abdikadir, detto Mudane: “Sono un ragazzo sfortunato e fortunato allo stesso tempo. Sfortunato perché da quando sono nato non ho mai visto pace nel mio paese, la Somalia, perché non conosco la mia data nascita, perché sono cresciuto nell’anarchia e nella fame. Ma sono fortunato perché da 1991 ho avuto un aiuto fondamentale da una Ong italiana che molti altri bambini non hanno avuto. Ho potuto studiare e ora frequento un Master all’università di Pollenzo, cosa che nessun altro somalo ha potuto fare. Sono stato fortunato anche perché ho vissuto un terzo della mia vita nel segno della filosofia di Slow Food”.

Il saluto ai mille tra delegati, osservatori e ospiti della Chiocciola alla cittadina Toscana è dato dall’assessore alle attività produttiva, Helga Bracali a nome di tutta l’amministrazione comunale di Montecatini Terme: “Grazie per aver colorato la nostra città. La presenza di Slow Food a Montecatini Terme è per noi un’opportunità incredibile. Spero portiate a casa tutti bel ricordo di noi e della città e spero che il connubio con il nostro territorio continui perché è davvero bello sentirvi dire che siamo una città a misura vostra. Per questo ci piacerebbe accogliere Slow Food Toscana nel territorio della Valdinievole. Vi aspettiamo il 13 ottobre per la presentazione e degustazione nazionale di Slow Wine. Porteremo ancora una volta la vostra Chiocciola sotto il nostro Tettuccio”.

Fonte: ecodallecitta.it

Torino, seconda edizione del bando “Cittadino albero. Spazio pubblico, verde e sociale”

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Stanziati 280 mila euro per il miglioramento della qualità urbana nel Comune di Torino e della prima e seconda cintura torinese. La Compagnia di San Paolo lancia la seconda edizione del bando “Cittadino Albero. Spazio pubblico, verde e sociale”: la Fondazione con questo strumento invita a presentare proposte per iniziative che riguardano la dotazione di nuovo patrimonio arboreo e la cura delle aree adiacenti negli spazi urbani. Obiettivo di questa azione, a favore della quale la Compagnia ha stanziato 280 mila euro, è intervenire sugli spazi urbani, sostenendo processi di partecipazione per la progettazione e la gestione delle aree verdi. Le iniziative dovranno prevedere, oltre alla piantumazione di alberi, anche delle azioni di sviluppo delle comunità locali, di animazione territoriale, di sensibilizzazione su tematiche legate alla biodiversità urbana, volte a promuovere e sostenere processi di cittadinanza attiva. Possono essere oggetto di contributo progetti localizzati nel Comune di Torino o in Comuni della prima e seconda cintura torinese (Comuni confinanti direttamente con Torino o Comuni confinanti con i primi.  La richiesta di contributo per ogni singolo progetto potrà essere compresa tra i 10.000 e i 50.000 euro e non potrà essere superiore al 75% dei costi totali del progetto.

Saranno prese in considerazione proposte che riguardano la messa a dimora di alberi e che promuovano e sostengano processi di cura dell’area di riferimento da parte di gruppi di cittadini e/o enti del terzo settore anche in collaborazione con le amministrazioni cittadine o altri enti pubblici. Le iniziative potranno riguardare uno o più spazi verdi urbani, già esistenti o di nuova creazione, ad uso pubblico, la cui dimensione sia compresa tra 500 e 20.000 mq2; qualora gli spazi siano di proprietà privata si richiede l’esistenza giuridicamente accertata di un vincolo di destinazione a uso pubblico per un periodo minimo di 10 anni a partire dalla realizzazione del progetto.

Le proposte potranno essere presentate entro il 10/6/2018 inviando una mail con oggetto “Bando Cittadino albero” all’indirizzo filantropiaterritorio@compagniadisanpaolo.it: l’esito definitivo delle richieste di contributo sarà comunicato entro il 15/10/2018.

Per maggiori informazioni e chiarimenti scrivere a: filantropiaterritorio@compagniadisanpaolo.it.

Fonte: ecodallecitta.it

 

I “Bambini delle Fate”: un nuovo modo di fare “sociale”

Di autismo si comincia, ormai, a parlare molto. Si sa poco, però. Si sa poco del problema, poco delle sue cause, delle sue molte forme e, soprattutto, pochissimo di come vivano le famiglie che si trovano ad affrontarlo. Perché in Italia le famiglie coinvolte sono sempre di più e si parla di un caso ogni 60 nuovi nati.9500-10255

Nella vita di Franco e Andrea Antonello l’autismo entra prepotentemente un giorno di qualche anno fa, quando Andrea ha due anni e mezzo, attraverso le parole di un medico. Autismo, la diagnosi. La famiglia viene travolta dalla forza di un terremoto, dice Franco. Un terremoto che non passa ma dura tutta la nostra vita e quella dei nostri figli, anche dopo di noi. Il colpo è fortissimo e la vita comincia a cambiare, a prendere una strada diversa, aprendo scenari e prospettive prima completamente sconosciuti. Franco inizia a rendersi conto di cosa sia l’universo del Sociale, dei suoi problemi, dei suoi punti deboli, cercando di elaborare nuove possibilità e soluzioni. Lui, imprenditore da sempre, non si capacità del fatto che si tratti di una realtà costretta a contare sulla carità della gente, sulle donazioni sporadiche quando ci sono, su modalità che, di fatto, non funzionano e non permettono di assicurare alle persone che ne hanno bisogno, il sostegno adeguato e continuativo necessario. Così, ha un’idea: coniugare la realtà di impresa a quella del Sociale per perseguire tre obiettivi fondamentali: aiutare l’inserimento delle persone autistiche, sostenere le loro famiglie attraverso progetti sul territorio, organizzare raccolte fondi per attivare i progetti di inclusione. Da questa intuizione, nel 2005 nasce a Castelfranco Veneto, la fondazione I Bambini delle Fate che aiuta, al momento, 44 tra Associazioni, Enti ed Ospedali in 12 Regioni: Veneto, Trentino Alto Adige, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Abruzzo, Lazio Puglia e Sicilia. Sono molti i progetti in Veneto: 4 in provincia di Treviso, 4 in provincia di Vicenza, 2 nel Padovano e 1 in provincia di Venezia. Nel solo 2016 sono stati distribuiti 1.930.000 euro. Le famiglie coinvolte ricevono i finanziamenti erogati dalla fondazione proprio attraverso quelle associazioni e strutture e, in questo modo, riescono ad avere accesso gratuito a terapie, trattamenti e percorsi riabilitativi che sarebbero altrimenti inaccessibili per via dei costi troppo alti. Franco e Andrea Antonello, che oggi ha 23 anni, hanno al loro attivo diversi libri scritti a quattro mani e viaggi in giro per il mondo

Incontriamo Franco Antonello

Che tipo di progetti finanzia l’Associazione I Bambini delle Fate?

Qualsiasi tipo di progetto che riguardi la disabilità infantile. Fino ad ora la maggior parte dei progetti sono relativi all’autismo ma semplicemente perché la fondazione nasce dall’esperienza di Andrea. Finanziamo qualsiasi progetto in questa direzione.

Perché è nata l’associazione?

E’ nata perché ho visto troppi gruppi e progetti, di solito formati dalle famiglie, non decollare per mancanza di fondi che non arrivano né dallo stato né dai comuni. Se arrivano lo fanno sotto forma di sms ma sono forme che non condivido. Noi lo  facciamo senza chiedere donazioni né versamenti una tantum.

In che modo l’associazione trova i finanziamenti?

La Fondazione realizza i suoi obiettivi attraverso il coinvolgimento delle imprese sul territorio dove si realizzano i progetti. Le aziende fanno versamenti costanti. In questo modo garantiscono sviluppo e continuità alle attività in corso oltre ad assumersi un fondamentale ruolo di responsabilità sociale, facendosi carico delle difficoltà del territorio in cui producono ricchezza.

Come è riuscito a coinvolgere gli imprenditori?

Tutte le persone sono disponibili ad aiutare. Il problema è che non si sa mai dove vadano a finire i contributi versati. Noi chiediamo agli imprenditori una quota mensile e ogni mese ci impegniamo a pubblicare, sui quotidiani che ci danno pagine a disposizione, tutte le informazioni relative all’uso di quei fondi. Ciascuno può verificare attraverso un numero di telefono in che modo sono stati impiegati i soldi. Rendiamo conto, quindi, di tutto ciò che ci viene dato, pubblicando i nomi dei ragazzi sostenuti, nomi e recapiti dei responsabili delle associazioni e degli enti che gestiscono i fondi erogati, una puntuale rendicontazione sull’utilizzo delle somme. Un Comitato Medico Scientifico, inoltre, supervisiona i progetti. Quindi, la trasparenza di ogni operazione è massima. Al momento le aziende che ci sostengono sono oltre 700 in tutta Italia, da Bolzano a Ragusa. Abbiamo in piedi 50 progetti. Sono un imprenditore da sempre e mi sono chiesto che cosa  vorrei sapere se donassi dei soldi. Quello che  vorrei è semplicemente trasparenza e serietà. E’ quello che chiede chiunque si impegni economicamente: sapere dove vanno a finire i propri soldi. Quello che sto facendo è cercare di portare la gestione di impresa nel Sociale. Ci sono fabbriche di qualsiasi genere di prodotto che fanno utili spaventosi mentre il Sociale ha bisogno di carità. Questo non va. Sono convinto che il nostro sia un modo efficace per sostenere le persone che ne hanno bisogno.

Se anche un privato volesse  aiutarvi?

Anche i privati possono dare il loro contributo attraverso l’iniziativa Sporcatevi Le Mani: la modalità è sempre attraverso donazioni mensili che aiutano bambini e ragazzi con autismo a crescere con percorsi personalizzati.

Quante famiglie vengono sostenute attraverso la Fondazione?

Al momento oltre 2000 famiglie in tutta Italia.

Come mai avete scelto questa modalità di “donazione continua”?

Il nostro obiettivo è realizzare insieme dei progetti che offrano soluzioni e benefici garantiti nel tempo. Qualche sporadica donazione non ci permetterebbe di mantenere questa promessa.

L’autismo è in aumento. Quali sono al momento i dati? E come mai, nonostante questo, se ne sa ancora così poco?

Ormai si parla di un caso ogni 60 nuovi nati. Il problema è che ci sono tante forme di autismo. Se ne parlerà sempre di più perché diventerà la piaga del secolo. Non se ne parla perché viviamo in una società che ci obbliga a guardare sempre avanti senza fermarci a guardare indietro e a chi si è perso. Fino a quando non ci tocca direttamente.

Qual è la difficoltà più grande che devono affrontare le famiglie?

Quando arriva un bambino con autismo in una famiglia è come se arrivasse un terremoto. Un terremoto che durerà tutta la tua vita e anche quella di tuo figlio quando non ci sarai più. Mi fa male vedere che chi ha le possibilità economiche si salva. Con le possibilità economiche, infatti, si possono migliorare molto le condizioni delle persone autistiche. Chi non ha i mezzi, invece, si trova ad affrontare problemi grandissimi. In Italia sono 400000 le famiglie che hanno a che fare con questo problema. La maggior parte di loro non ha le possibilità di accedere ai percorsi terapeutici e riabilitativi necessari.

Come si pensa al futuro?

Tutti i genitori pensano al “dopo di noi”. E mi fa profondamente male parlare di questo. Il “dopo di noi” significa centri o strutture, che una volta si chiamavano manicomi, in cui i ragazzi vengono sedati per calmarli o vengono usati metodi non sempre controllati per tenerli fermi. E’ inutile che si raccontino storie. Non voglio più parlare del futuro perché è una tragedia. Personalmente sono convinto che se ogni azienda donasse il suo contributo e se le persone donassero due ore alla settimana alle famiglie che ne hanno bisogno, la situazione sarebbe molto diversa. Si potrebbe iniziare a parlare, così, di un altro modo di pensare il futuro delle persone autistiche. Il “dopo di noi” deve cominciare da ognuno di noi perché non sarà certo lo Stato a pensarci. Deve cominciare dalla società dove ciascuno può fare qualcosa di concreto.

Che cos’è la Banca del Tempo Sociale?

E’ un progetto in cui mettiamo insieme, in un sistema molto organizzato, ragazzi delle scuole superiori con i ragazzi con disabilità. Troviamo per ogni ragazzo disabile tre amici che si impegnano con due ore settimanali a fargli compagnia. Partirà a marzo ma esiste già con la collaborazione di un centro per ragazzi disabili di Bolzano che si chiama Il Cerchio e con due scuole superiori. Tale esperienza fa si che gli alunni partecipanti possano ricevere crediti scolastici.

Lei e Andrea, nel 2010, avete fatto un lungo viaggio negli Stati Uniti e in America Latina a bordo di una moto. Perché? E che cosa è cambiato dopo?

Quello che è cambiato è la presa di coscienza di Andrea. Prima era chiuso nel suo mondo e non sapeva come uscirne. Adesso si è reso conto che anche lui può fare cose come viaggiare, incontrare tante persone e fare esperienze nuove. Adesso Andrea è completamente diverso rispetto a sette anni fa, quando abbiamo fatto il viaggio.  Nel film Forrest Gump si dice che la vita è come una scatola di cioccolatini e non puoi mai sapere quello che ti capita. Se ci tocca quello amaro è inutile restare troppo a piangere. Piangere va bene ma poi da lì si deve partire per andare avanti. Oltre a fare le cose che mi interessano e cioè i contratti con le aziende, ci prestiamo molto ai media perché non vogliamo parlare dell’autismo come problema. Non ci ascolterebbe nessuno se lo facessimo. Per questo ne stiamo parlando su una moto, facendo un viaggio, dal palco di una rockstar o cose simili.

Quali sono i prossimi progetti dell’Associazione I Bambini delle Fate?

Finanziare progetti come stiamo già facendo e portare in tutta Italia la Banca del Tempo. Altri progetti che riguardano la comunicazione sono, al momento, top secret. Abbiamo in previsione di girare un film tratto dal libro che uscirà nel 2018 con il fine di sensibilizzare le persone a capire il mondo dell’autismo.

Per chi volesse saperne di più:www.ibambinidellefate.it

Fonte: ilcambiamento.it

 

Linda e Giovanni: “Ecco la nostra famiglia a rifiuti zero!”

Moglie, marito e tre figli: vivono a zero rifiuti. Non hanno auto, televisione e non comprano vestiti. “Abbiamo scelto di vivere in modo ecologico e di dedicare più tempo alle relazioni, all’autoproduzione, alla cura del sociale e al volontariato piuttosto che alla carriera. Alcuni ci criticano, ma noi siamo felici così”.

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Linda Maggiori ha 34 anni. Vive con suo marito, Giovanni Angeli, di 36 anni, e tre figli, di 8, 5 e 3 anni in un trilocale in affitto a Faenza. Lei, volontaria in varie associazioni, ha fondato un gruppo di auto aiuto sull’allattamento, segue la pannolinoteca comunale per il prestito dei pannolini lavabili, gestisce laboratori di educazione ambientale nelle scuole ed è autrice di due libri ecologici per ragazzi “Anita e Nico dal delta del Po alle Foreste Casentinesi” e “Salviamo il mare”. Il marito è educatore in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Insieme formano una famiglia che si definisce a “rifiuti zero”.

Perchè? Presto detto.

Perché fino a poco tempo fa, Giovanni ha lavorato come operaio in una cooperativa sociale impegnata nelle discariche e nella raccolta dei rifiuti: “Poi l’appalto della cooperativa è passato a una grande multinazionale – racconta Linda – e, anche se la nuova azienda lo avrebbe riassunto, mio marito non voleva accettare di lavorare per una multinazionale poco etica. Così si è trovato disoccupato. Per fortuna nella stessa cooperativa sociale c’era bisogno di un educatore. E lui, laureato in psicologia, non se lo è fatto ripetere due volte!”. Ma l’esperienza nella raccolta dei rifiuti ha lasciato il segno: “Quando mio marito lavorava nelle discariche ogni giorno tornava a casa raccontandomi di scenari deprimenti – spiega Linda – abbiamo cominciato così a impegnarci nei comitati locali contro gli inceneritori e le discariche e a lottare per una raccolta porta a porta. All’epoca stavamo meno attenti al nostro impatto ambientale, eravamo meno organizzati e andavamo sempre al supermercato per fare spesa. Potrei dire che spendevamo molti più soldi e più tempo. Ricordo che ogni volta era un incubo buttare via l’immondizia, con quel bidone che si riempiva così velocemente. Noi differenziavamo, ma gli imballaggi erano ugualmente tantissimi. Plastica, carta e anche indifferenziata. Quando andavo a fare la spesa al supermercato mi deprimevo, con quella lista lunghissima di cose da comprare…”.
Poi un giorno, circa un anno fa, ecco la lampadina accendersi: “Se davvero vogliamo vivere in modo ecologico dobbiamo essere più coerenti anche nel campo rifiuti – si è detta Linda – è giunto il momento di mettersi alla prova!”. Con un monitoraggio attento dei rifiuti e una tabella in cui segnare chilogrammi e materiale di scarto Linda ha iniziato un attento monitoraggio dei rifiuti. “Mio marito all’inizio era piuttosto scettico anche perché io sono disorganizzata, casinista e impulsiva, insomma un mix catastrofico e per nulla promettente!” sorride Linda. “Infatti all’inizio è stata davvero dura – ammette – ma poi anche mio marito si è ricreduto! E ora dopo un anno, abbiamo ridotto drasticamente tutti i nostri rifiuti e abbiamo imparato a organizzarci, a recuperare, riusare, a  fare tante cose in casa, abbiamo risparmiato tanti soldi e il bidone della spazzatura non si riempie quasi mai, è una vera liberazione! Ormai buttiamo i rifiuti solo una volta ogni 2 mesi. Quindi davvero un impegno minimo”. Dopo un anno a casa di Linda l’ammontare dell’indifferenziata arriva a 0,6 kg annui a testa, contro una media cittadina di 160 kg. Numeri non da poco, “ma alla portata di tutti”, afferma lei. E per chi pensa sia impossibile, tutto è documentato sul loro blog:www.famiglie-rifiutizero.blogspot.it
“Quando tornare all’essenzialità non è una rinuncia ma una scelta consapevole e motivata si riacquista il proprio, una grande energia vitale e si istaurano rapporti più ricchi e vissuti – continua Linda – Tanta gente è presa dal circolo vizioso sempre più lavoro, sempre più bisogni, sempre meno tempo, sempre più consumo. Noi riusciamo a vivere con uno stipendio da educatore, ma non dobbiamo mantenerci l’auto, facciamo a meno di tanti prodotti (ce li autoproduciamo), non andiamo in palestra (andiamo sempre in bici o a piedi), i nostri figli non fanno mille attività e non facciamo costose vacanze. La gente pensa “che vitaccia” e invece il tempo passato coi nostri figli, giocando al parco o andando con loro in bici, è impagabile”.

Sì, perché Linda e Giovanni non solo vivono a rifiuti zero, ma anche a emissioni zero! “La rinuncia all’auto è stata una scelta dapprima forzata, poi sempre più motivata e consapevole – racconta Linda – cinque anni fa un’auto ha invaso la nostra carreggiata e ci è venuto addosso distruggendoci la macchina. Guidavo io, i bambini erano dietro, ben legati. Per fortuna ci siamo salvati tutti, ma da allora non ho più voluto guidare. Tutti cercavano di convincermi, ma io dicevo: ma se non mi serve perché devo usarla? Vivo in centro, vado ovunque in bici, piedi, treno, bus e se proprio serve, in rari casi, chiedo passaggi. Tra l’altro tutti dovremmo imparare a vivere con meno auto. In Italia ce ne sono più di una ogni 2 persone! – afferma – Anche mio marito non amava troppo l’auto. Abbiamo provato ad aspettare a ricomprarcela. Col passare del tempo abbiamo sempre più approfondito le ragioni per non avere l’auto, abbiamo conosciuto altre famiglie che non l’avevano, creato una rete. Da allora non l’abbiamo più ricomprata”.

Ma come si svolgono le giornate di una famiglia a impatto zero?

“Io e mio marito di solito ci alziamo all’alba per leggere, scrivere o meditare. I bambini si alzano alle sette, facciamo colazione con i biscotti, con il kefir, cereali, pane e crema spalmabile, o marmellata, tutti fatti in casa. Poi portiamo i bimbi a scuola in bici. Se serve facciamo compere al mercato portandoci sempre dietro sporte e contenitori da casa. Il più delle volte acquistiamo tramite gruppo d’acquisto solidale o nei piccoli negozi in città, che vendono sfuso o equosolidale. Mio marito va al lavoro in bici (lavora a 10 km in collina). Prima di pranzo andiamo a prendere i bambini a scuola. Se è bello facciamo un picnic al parco e restiamo là a giocare fino al pomeriggio. Poi si fanno i compiti, si prepara la cena e finito di mangiare si legge o si gioca insieme. Non abbiamo la televisione!”. nutella

Niente televisione e niente vestiti! “Non li compriamo quasi mai… ce ne sono così tanti da passarsi tra familiari, amici e conoscenti! – afferma Linda – A volte mia mamma ci regala scarpe ecologiche comprate nelle fabbriche marchigiane”. Insomma in cinque con un solo stipendio si vive bene comunque… “Certo! Ci bastano 300 euro al mese per gli alimenti, 450 euro per l’affitto, e altre 100/200 euro per tutto il resto. Se penso che in media una famiglia italiana spende più di 2000 euro al mese…”.

A chi dice che non avrebbe mai il tempo cosa rispondete? “Che anche noi con 3 figli, un lavoro, tanto volontariato e impegno sociale non abbiamo certo tempo da perdere! Spesso è solo una questione di organizzazione e abitudine. Ognuno fa quel che può, magari iniziando con piccoli passi. Sicuramente bisogna anche darsi delle priorità. Noi abbiamo scelto di dedicare più tempo all’autoproduzione, alla cura sociale e al volontariato piuttosto che alla carriera. Alcuni ci criticano, ma noi siamo felici così”.

E vedendoli è difficile pensare il contrario: sereni, sorridenti, tranquilli… come se non gli mancasse nulla! “Questo stile di vita ci ha permesso di guadagnare molto… nelle relazioni con i nostri figli, con la natura, con gli altri, con i bambini in difficoltà. Nanni Salio, del centro Studi Sereno Regis diceva: ‘Troppe automobili, troppo cemento, troppe case, troppi rifiuti, troppo cibo, troppi prodotti usa e getta non creano un mondo migliore, ma ci impediscono di avere relazioni più armoniose e distese tra noi e con gli altri esseri viventi’. Invece di arricchirci ci impoveriscono. Ecco allora la scelta della semplicità volontaria. E anche se come tutte le famiglie abbiamo i nostri momenti di stanchezza, conflitto e crisi di base abbiamo quella consapevolezza dell’immenso miracolo che ci è capitato e che ci circonda, che dobbiamo tutelare. Una volta mio figlio mi ha detto ‘che bello non avere l’auto, così possiamo sempre sentire il vento in faccia!’ Per ora questo mi basta”.

Link:

https://www.facebook.com/groups/famiglierifiutizero/

www.famiglie-rifiutizero.blogspot.itrifiutizero1

Fonte: ilcambiamento.it

Gli scambi solidali e il crowdfunding per sociale e cultura: Banca Etica fa comunità

Scambi solidali tra i soci in rete e la raccolta fondi dal basso per finanziare progetti sociali e culturali portati avanti da chi fa parte della comunità: Banca Etica fa il punto a due anni dall’avvio di questi due progetti.bancaetica_crowdfunding

Progetti che sempre più consentono di far comprendere come il denaro non sia e non debba essere un fine ma un mezzo per realizzare un obiettivo sostenibile e portatore di valori positivi. Soci in Rete (www.sociinrete.bancaetica.it) è stato sviluppato nel 2013 con l’obiettivo di rafforzare la mutualità interna nei confronti dei soci. «Il progetto è finalizzato a facilitare la relazione tra le persone e le organizzazioni sul territorio – spiegano da Banca Etica – attraverso l’apertura alla partecipazione attiva e la capacità di rispondere ai bisogni della comunità di riferimento. Si tratta in particolare di un mercato virtuale a cui possono partecipare solo i soci della Banca, in cui si incontra chi offre e chi acquista beni e servizi, materiali e relazionali. Il principio è, da un lato, quello di riservare un vantaggio a chi sostiene una visione economica e sociale nuova, dall’altro, privilegiare, nelle scelte di acquisto, soggetti economici coerenti con questa visione. Lo strumento è accessibile tramite un portale online, gestito da Banca Etica, che accetta esclusivamente le offerte di prodotti e servizi di persone o organizzazioni socie e che rispettano i valori espressi nel Codice Etico e nello Statuto della Banca. A fine 2014 al portale risultano iscritti 21 soci che hanno proposto complessivamente 48 offerte: il progetto consente l’iscrizione ad una newsletter, alla quale sono iscritte 1.400 persone. Banca Etica attualmente sta riflettendo in merito all’evoluzione dello strumento: in particolare si prevede di estendere le offerte commerciali a possibilità di lavoro e di volontariato. Riguardo al crowdfunding, la Banca ha iniziato un percorso importante con la prima piattaforma di settore, Produzioni dal Basso (www.produzionidalbasso.com), sviluppando al suo interno una specifica rete. Il network di Banca Etica all’interno di Produzioni dal Basso è attivo da giugno 2014 e ha visto l’inserimento progressivo di progetti nati dalla base sociale o che la base sociale ha deciso di sostenere con azioni proattive di affiancamento e di comunicazione. I progetti inseriti nel 2014 sono stati 12: tra questi 7 hanno raggiunto il budget indicato, concludendosi positivamente, 2 non hanno raggiunto il budget e si sono chiusi e 3 si sono conclusi nei primi mesi del 2015. Nei giorni scorsi è stato anche presentato il bilancio sociale: a fine 2014 il capitale sociale di Banca Etica ammontava a 49.769.055 euro, registrando un incremento di 3.167.062 euro rispetto a fine 2013 (+ 6,8%).

A fine 2014 i soci di Banca Etica sono 36.815:

  • 16,1% persone giuridiche
  • 83,9% persone fisiche.

Il capitale sociale è apportato per il 35,5% da persone giuridiche e per il 64,5% da persone fisiche.

Tra i soci ci sono 355 enti pubblici (284 Comuni, 43 Province, 8 Regioni), che rappresentano il 3,1% del capitale sociale (1.586.025 euro).

Fonte: ilcambiamento.it

Il Risparmiatore Etico e Solidale
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Agricoltura biologica, oltre 43 milioni di ettari nel mondo e due milioni di contadini

Le zone in cui e’ piu’ diffusa sono l’Oceania e l’Europa comn un volumen di affari globali oltre i 70 milioni di dollari.

L’agricoltura biologica continua a crescere: e’ appena uscito il rapporto 2015 a cura di FiBL e IFOAM, che certifica che in tutto il pianeta le coltivazioni e gli allevamenti biologici superano i 43 milioni di ettari. La regione di maggiore diffusione e’ l’ Oceania con ben 17 milioni di ettari, quasi tutti di pascoli naturali (1), seguita dall’ Europa con 11,5 milioni di ettari, In Italia si e’ arrivati a 1,3 milioni di ettari. In 11 nazioni la superficie bio supera il 10% del totale agricolo. A tutto cio’ va aggiunto anche il settore della cosiddetta raccolta selvatica, 30 milioni di ettari di foreste non inquinate dove vengono raccolti noci, funghi e bacche. Complessivamente il volume d’affari supera i 72 milioni di dollari, generati da circa due milioni di famiglie contadine. «Siamo particolarmente compiaciuti delle recente eccellente crescita in tutto il mondo» ha dichiarato Markus Arbenz, direttore esecutivo dell’ IFOAM. «Gli impatti positivi dal punto di vista ambientale, sociale ed economico del settore ne conferma l’importanza, paragonabile a quella di un faro.» L’agricoltura biologica consuma circa un terzo di energia in meno rispetto all’agricoltura chimico-industriale e cattura piu’ carbonio nel suolo, al punto che se fosse diffusa a livello planetario potrebbe assorbire tra il 20 e il 60% delle emissioni.Agricoltura-biologica

(1) Cioe’ pascoli non trattati con fertilizzanti chimici

Fonte: ecoblog.it

Colloqui di Dobbiaco: etica e bene comune per il futuro dell’imprenditoria

Intraprendere la Grande Trasformazione. Questo il tema centrale dell’edizione 2013 dei Colloqui di Dobbiaco, ideati e organizzati da Hans Glauber al fine di proporre soluzioni concrete alle principali questioni ambientali. Da Paolo Cignini, un resoconto della sua partecipazione ai Colloqui, dove si è discusso in particolare del rapporto tra imprenditoria e bene comune.sostenibilita_ambientale1

Come sarà la società del futuro? Ci sarà sicuramente una società post-fossile, post-crescita, basata su una riscoperta del locale e sulla riduzione dei consumi: ma che caratteristiche avrà? E in questo nuovo contesto, che ruolo avranno gli imprenditori cosiddetti “virtuosi”? Con questi interrogativi, illustrati in apertura dall’ideatore e moderatore Karl-Ludwig Schibel, si è aperta l’edizione 2013 dei Colloqui di Dobbiaco, una serie di convegni e relazioni che cercano di proporre delle soluzioni concrete alle tematiche ambientali di maggior rilievo. Quest’anno il tema dei Colloqui, ideati da Hans Glauber nel 1985, sono stati incentrati sul tema “Intraprendere la grande trasformazione”; le discussioni tra i vari relatori e il pubblico, spesso discordanti e ricche di contenuti, hanno ruotato intorno a come continuare a produrre in maniera ecologicamente e socialmente sostenibile, senza per questo rinunciare ad un giusto profitto dalla propria attività imprenditoriale. Come ricordato dallo stesso Schibel all’apertura dei lavori, la società dei consumi nata alla fine del diciannovesimo secolo avrà una fine ma non è ancora chiaro da quale tipo di nuova civiltà sarà sostituita e quali saranno le nuove linee guida che la caratterizzeranno. Wolfgang Sachs, anche lui tra i curatori della rassegna, è dello stesso avviso. L’aspetto maggiormente interessante dell’edizione 2013 dei Colloqui, per chi come noi ha partecipato per la prima volta, è stata la forte presenza imprenditoriale tra il pubblico partecipante. Alcuni tra i più interessati di questi imprenditori erano di origine brianzola, e come sappiamo nella tabella dei luoghi comuni italiani, la figura dell’imprenditore brianzolo non ha un’ottima fama: testimonianza che la realtà è molto più complessa delle semplificazioni.dobbiaco

Diverse sono state le analisi e le soluzioni proposte, con un punto in comune: per i cambiamenti in corso e a venire servirà la collaborazione di tutti e non una dipendenza totale dai governi e dai poteri alti. In questo contesto, il ruolo degli imprenditori che mettono la sostenibilità ambientale e sociale al centro della loro attività diventa fondamentale per trovare delle soluzioni alle prossime sfide ambientali. Dopo questo principio di base, le questioni intorno alle quali si sono incentrate le maggiori discussioni sono state: come far conciliare le pratiche virtuose imprenditoriali con la sostenibilità economica? E soprattutto, come spingere i prodotti delle imprese “non sostenibili” fuori dal mercato? In questo, il geografo e scienziato della sostenibilità Daniel Dahm è sembrato il più critico: partendo dal fatto che dagli anni Settanta l’overshoot mondiale è stato superato sempre più presto, Dahm ha sostenuto che il drastico calo della produttività biologica del pianeta Terra dipende soprattutto da alcune attività imprenditoriali e da logiche legate al profitto ad ogni costo. Tutto questo si trasforma in un deficit enorme di beni collettivi a disposizione dell’umanità, che però allo stesso tempo si trasforma in un utile sempre più grande per l’impresa sfruttatrice. Dunque le imprese “esternalizzano”, scaricandoli all’esterno, i costi delle loro attività, privandoci di un futuro sereno; ma è proprio esternalizzando che, secondo Dahm, le imprese possono produrre una gran quantità di merci a prezzi più bassi, perché non esiste nessun sistema giuridico o legislativo in grado di far pagare a queste imprese il prezzo delle loro azioni, che paradossalmente diventano le uniche ad essere economicamente convenienti. C’è dunque un forte contrasto alla base tra il capitalismo odierno e il futuro della nostra umanità, che bisogna risolvere cambiando le leggi e le regole che disciplinano le attività imprenditoriali. La relazione di Christian Felber, autore e fondatore del ramo austriaco di ATTAC, è sembrata il naturale proseguimento di quanto detto da Dahm. Felber ha illustrato la sua soluzione ai problemi spiegati da Dahm, che si chiama “economia del bene comune”, un vero e proprio modello di economia alternativo all’economia di mercato capitalista e all’economia pianificata. In questo modello il bene comune non è qualcosa da esternalizzare come scarto indesiderato di un’attività volta solo al profitto economico, ma diventa lo scopo fondamentale di ogni iniziativa imprenditoriale.

Cinque valori di riferimento (dignità umana, solidarietà, equità, sostenibilità e democrazia) diventano le fondamenta del “bilancio del bene comune”, in base al quale ogni azienda può ottenere un punteggio fino a mille: quanto migliore è il suo bilancio del bene comune, tanti maggiori vantaggi potrà avere questa azienda virtuosa in termini di tasse più basse, crediti più agevolati e precedenza negli appalti pubblici. Così, anche da un punto di vista economico, i prodotti etici diventano più convenienti di quelli non etici, la crescita a tutti i costi non sarebbe la strategia principale di un’impresa così come sarebbe la collaborazione, e non la competizione a tutti i costi, a poter migliorare il bilancio comune di ognuna delle aziende.sostenibilita6

Una favola? Non proprio, dato che dal 2009 a oggi questo modello è sostenuto da più di seicento imprese in quindici paesi diversi e nel 2011 sessanta di queste hanno compilato il bilancio del bene comune. Il problema? Lasciare il contesto così com’è oggi, con leggi e costituzioni non applicate, non servirebbe a nulla: secondo Felber alcune Costituzioni degli Stati europei hanno già al proprio interno l’assunto fondamentale, cioè che l’economia dovrebbe avere come obiettivo il bene comune. La stessa Costituzione Italiana citata da Felber recita all’articolo 41 che l’iniziativa economica privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. Basterebbe dunque far applicare realmente i dettami costituzionali e non permettere invece l’incostituzionalità del profitto di pochi che danneggia l’utilità sociale. Ma una grande assente è sicuramente la politica, soprattutto quella dei governi: la sensazione dell’inazione legislativa rispetto a queste problemi ha messo tutti d’accordo i partecipanti. Nella brillante e amaramente ironica presentazione dell’imprenditore Gabriele Centazzo, presidente della Valcucine e autore del manifesto “Per un nuovo Rinascimento italiano”:, alcune slide realizzate molti anni fa mostravano caricature dei politici più conosciuti a livello nazionale: gli stessi di oggi, un simbolo di un rinnovamento finora in larga parte mancato. Centazzo ha illustrato la sua ricetta per cercare di dare una rotta a quella che lui ha chiamato “Nave Italia”, che si deve basare sulle due colonne della bellezza e della creatività, delle quali le Piccole e Medie imprese italiane possono farsi costruttrici e motori fondanti. Le due colonne però non potranno mai tenersi in piedi se alla base non esiste l’etica, spesso grande assente di questi anni nella politica, ma soprattutto nell’odierna finanza, che secondo Centazzo è una delle maggiori responsabili del caos odierno avendo perso completamente qualsiasi collegamento con l’industria reale, l’economia, il lavoro. Molto interessanti sono stati anche i continui rimandi di Centazzo alla Decrescita, considerata come una filosofia positiva da prendere comunque in considerazione come reazione forte al modello distruttivo dell’attuale società; una presa di posizione da parte di una figura imprenditoriale non è sempre così scontata. Stefan Schaltegger ha invece approfondito i concetti di sostenibilità ecologica e sociale come parte integrante degli obiettivi d’impresa. Secondo Schaltegger non esiste la sostenibilità totale: qualsiasi azione umana ha delle conseguenze ecologiche negative. Obiettivo futuro dell’imprenditoria e in generale dell’essere umano è cercare, a piccoli passi, di trasformare in meglio la nostra società verso un maggior rispetto dell’ambiente. Schaltegger è convinto però, al contrario di Centazzo, che siano i grandi a dover diventare i motori del nuovo cambiamento: se una grande impresa diventa più sostenibile, avrebbe una maggiore possibilità di incidere e cambiare le sorti del mercato rispetto all’azione del piccolo.bene__comune

Reinhard Pfriem, dopo aver ricordato che gran parte dei processi strutturali e culturali legati al capitalismo (si pensi ad esempio all’individualizzazione o alla commercializzazione) sono stati ai tempi sinonimo di emancipazione dall’oppressione e dallo sfruttamento, ha citato Henry Ford come chiave di questo paradigma. Ford è oggi ricordato come l’ideatore di una svolta anti-ecologica della mobilità collettiva, ma ai suoi tempi fu visto come un innovatore per aver permesso alle masse di poter acquistare un’automobile a prezzo contenuto. Secondo Pfriem oggi è dunque necessario cambiare dall’interno ilsistema di valori delle aziende, anche qui insistendo su modelli più sostenibili che possano farle cambiare in modo radicale ma senza alienarsi dal Mercato. A tal punto, molto interessanti anche i“Fish Bowl” mediati da Eva Lotz: tutto il pubblico partecipante ha potuto interagire e partecipare attivamente a un dibattito con alcuni imprenditrici e imprenditori portati come esempio di equilibrio di successo tra mercato e responsabilità, che hanno potuto illustrare i casi delle loro aziende storiche che operano nel locale (Lukas Meindl dell’omonima azienda calzaturiera di secolare tradizione, o Ander Schanck della catena di negozi biologici lussemburghese NATURATA), nel settore delle energie alternative (Federica Angelantoni di Archimede Solar Energy) o nel biologico (Valentino Mercati di Aboca Spa, leader nel settore agro-farmaceutico, e Alois Lageder responsabile dell’omonima azienda vitivinicola a vocazione biologico-dinamica). In sintesi, non sono emerse soluzioni concrete e valide per tutti dai tre giorni di dibattito: come detto in apertura, nessuno ha in mano soluzioni o ricette precostituite. Ma il beneficio del dubbio ha sicuramente favorito un aperto confronto tra tutti i partecipanti, una maggiore ricchezza d’informazioni alla fine dei lavori e una notizia importante e forse indiscutibile: esistono imprenditori consci del loro impatto e del loro ruolo sulle vite di tutti, che stanno cercando di mettersi in discussione per trovare una soluzione diversa rispetto a un mercato solo orientato al profitto. Ci è sembrata un’ottima notizia.

Fonte: il cambiamento

In Germania si costruisce il futuro: l’ecovillaggio di Sieben Linden

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Affrontare l’attuale crisi ambientale, sociale ed economica dando vita ad un nuovo modello di società fondato su solidarietà, condivisione, risparmio e consapevolezza. Questi i presupposti da cui ha preso vita oltre quindici anni fa l’ecovillaggio di Sieben Linden, nel nord della Germania. L’ecovillaggio di Sieben Linden è situato in aperta campagna nel nord della Germania, regione della Sassonia Anhalt (ex DDR), ed è abitato da 150 persone di cui 40 bambini e adolescenti. Queste persone hanno deciso che la crisi ambientale, sociale, economica, politica la risolvono per davvero.

Il progetto esiste da oltre quindici anni e dimostra che, se si vuole, si può migliorare la qualità della vita dando a questa un senso profondo. Persone normali di tutte le estrazioni sociali e possibilità economiche hanno creato un sistema sostenibile senza essere marziani, hippies o miliardari. Le abitazioni sono state costruite con materiali come il legno locale, balle di paglia, isolamento in fibra di cellulosa e fibra di legno, terra cruda e vengono alimentate energeticamente da legna, pannelli solari fotovoltaici e termici, il tutto per ridurre al minimo l’impatto ambientale. Le decisioni vengo prese da tutti, ci sono i vari gruppi di lavoro e ognuno ha un ruolo all’interno dell’ecovillaggio che è un modello di micro società alternativa, così come dovrebbero e potrebbero esserlo tanti progetti anche da noi e infatti c’è chi in Italia ci sta già provando. La cucina è vegetariana e vepersone,abitazioni,gan con molti alimenti auto prodotti all’interno di un sistema di permacultura. Per tutto quello che non si autoproduce c’è un acquisto collettivo biologico che coinvolge l’intera comunità e che riduce i costi del 40% dei prodotti non solo alimentari ma anche di tutti quelli che servono per l’igiene personale e la pulizia della casa. Per i bambini c’è un asilo interno dove i bambini passano molto tempo all’aperto e non corrono il rischio di essere investiti.

A Sieben Linden la cucina è vegetariana e vegan con molti alimenti auto prodotti all’interno di un sistema di permacultura. Su 150 persone le automobili sono solo una ventina e alcune sono della comunità a disposizione di tutti e se si usano si pagano solo i chilometri effettivamente percorsi, senza bisogno di pensare ad assicurazioni, spese di manutenzione, etc. Le persone si aiutano molto fra di loro, c’è solidarietà e supporto fra gli abitanti che permette di rafforzare le relazioni e anche risparmiare molti soldi in servizi che nella società normale devono essere pagati e che invece in progetti del genere sono gratuiti e volentieri donati reciprocamente. Sieben Linden sfata i pregiudizi di coloro che pensano che questi progetti siano isole felici scollegate dalla realtà e per pochi disadattati. Laddove in quella zona prima dell’arrivo di queste persone c’era abbandono, deserto relazionale e culturale, è stata portata una ventata di entusiasmo e di rinascita dell’economia locale con persone che vengono a Sieben Linden a lavorare o a visitare il posto da tutte le parti della Germania e anche dall’estero. Fra le tante attività si organizzano infatti corsi, seminari, incontri internazionali per tutti coloro che siano interessati a conoscere questa interessante realtà. La famosa cultura che si cita spesso come aspetto prioritario nella città e poi magari si va a teatro una sola volta l’anno, la fanno direttamente gli abitanti di Sieben Linden. Una volta a settimana c’è il cinema, ci sono spettacoli teatrali organizzati da loro, c’è la discoteca, un locale bar, un negozio interno, la sauna, un coro, si organizzano corsi di yoga, thai chi, danza, pittura, etc e la maggior parte sono gratuiti. Ci sono tante relazioni con persone di diverse professionalità, conoscenze, culture, storie che regalano una grande ricchezza a chiunque frequenti il posto anche per poco tempo.
Le abitazioni sono state costruite con materiali come il legno locale, balle di paglia, isolamento in fibra di cellulosa e fibra di legno, terra cruda. Ma veniamo all’argomento principe, la pietra angolare di tutto: i soldi. Proprio perché in questo posto non si spreca, si risparmiano energie e risorse, ci si dà una mano, si condivide molto senza per questo fare particolari rinunce o essere dei monaci, la vita costa veramente poco. Una persona, considerati gli elementi base di affitto, alimentazione, energia, acqua, internet, etc, spende mediamente al mese circa 500/600 euro e poco più se ha dei figli. All’interno di questa cifra si può anche usufruire di una mensa comune biologica che prepara quotidianamente pasti per la colazione, pranzo e cena. A Sieben Linden hanno fatto quadrare il cerchio, si spende poco, si ha tutto quello che serve, si vive a contatto con la natura, si ha supporto dalla comunità, si ha vita culturale, si imparano molte cose nuove e mestieri, si conoscono persone e culture diverse. Ma secondo i parametri economici tedeschi (simili ai nostri), in teoria queste persone a cui non manca nulla, vivono al di sotto della soglia di povertà. Viene da chiedersi allora la povertà dove sta davvero? In chi guadagna più soldi ma fa una vita di inferno? In chi non si costruisce nessuna prospettiva e aspetta che gli cali dal cielo qualche miracolo? A cosa serve avere tanti soldi, inseguire uno stipendio che deve essere sempre più alto per comprare sempre più cose? Chi è veramente povero nella società dei consumi? Secondo quali parametri totalmente sballati si viene considerati poveri? Le persone di Sieben Linden vivono così come tanti predicano ma che non fanno. Cosa ci sarà di tanto difficile nel mettere assieme la teoria con la pratica? In ogni caso vista la situazione drammatica attuale, volenti o nolenti, la società del futuro, speriamo non troppo lontano, sarà simile a quella di questi pionieri. Sieben Linden sfata i pregiudizi di coloro che pensano che questi progetti siano isole felici scollegate dalla realtà. Nasceranno sempre più variegati progetti di questo tipo che si scambiano competenze e informazioni e si rafforzano fra loro, progetti costituiti da persone consapevoli, attive e che danno risposte pratiche e sensate ai problemi che ci stanno portando a fondo. Basta poco per avere ispirazione, basta fare un viaggetto e vedere con i propri occhi, poi rimboccarsi le maniche e rifare dalle nostre parti cose simili, tenendo ben presente che noi in Italia siamo molto più avvantaggiati perché con le nostre condizioni geoclimatiche, potremmo autoprodurci molti più alimenti ed energia. E poi volete mettere il clima italiano e il clima del nord della Germania? In Italia potremmo diventare un meraviglioso giardino nel quale fare crescere speranza e bellezza.

Per tutti quei giovani che pensano che possibilità non ce ne siano, che non ci sia lavoro, che si sentono inutili o aspettano non si sa bene cosa, consiglio caldamente di visitare posti del genere dove ognuno ha una sua collocazione, un ruolo, un senso, non si sente da solo contro il mondo. Bisogna darsi da fare, essere attivi e crearsi opportunità, di certo nulla verrà per grazia ricevuta ma se non ci si dà da fare, se non ci si muove, non si possono certo scoprire i propri talenti e misurare le proprie possibilità. Prima di criticare iniziative del genere o liquidarle con commenti banali e idiozie assortite parlando di Arcadie, di utopie, di isole felici, di progetti impossibili, andate a trovarli e vi accorgerete che sono estremamente realistici e quello che fanno è riproponibile senza sforzi titanici o montagne si soldi. I progetti impossibili, le vere utopie sono quelle che la società dei consumi ci ha martellato fino ad ora ed è ormai evidente che non ci portano proprio da nessuna parte.

Fonte: il cambiamento

Pensare come le Montagne

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