Perotti ci guida alla scoperta delle isole del Mediterraneo

Simone Perotti, scrittore/marinaio, un filosofo dell’esistenza, paladino del cambiamento vissuto in prima persona. È tutte queste cose e da qualche anno se ne va in giro per il Mediterraneo con la sua barca, accogliendo persone, raccontando storie, influenzando vite. Esce il 18 ottobre il suo ultimo libro: “Atlante delle isole del Mediterraneo”.9669-10444

Un libro da leggere e da vedere. Una mappa da seguire. Anzi, una mappa per seguirsi, ritrovarsi, dove siamo già. Il Mediterraneo. Il nuovo libro di Simone Perotti è già un “mattoncino” importante della sempre costruenda “casa del cambiamento”. È lui stesso a spiegarci da dove nasce e come nasce questa ultima fatica letteraria.

Come nasce l’idea dell’Atlante delle isole del Mediterraneo?

La storia è di quelle un po’ fatali, se vogliamo. Quando ebbi tra le mani, per la prima volta, l’”Atlante delle isole remote” di Judith Shalanski, edito in Italia da Bompiani, rimasi abbastanza di stucco. Quel libro era bellissimo, ma soprattutto era terribilmente simile a un libro scritto in gioventù, rimasto nei miei cassetti, che avevo intitolato “Atlante delle spiagge dell’immaginario”. immaginavo di scrivere di baie vere o immaginarie usando il registro letterario per comunicare ciò che, diversamente, sarebbe stato inesprimibile. Una sorta di “procedimento geosofico” ante litteram. Descrivere quelle baie, prevalentemente su isole remote, era impossibile, e ancor meno quelle che andavo sognando. Avevo in testa e nel cuore, suggestionato dalla navigazione a vela, un mondo di atmosfere, di voci, di volti, di luci, di stati emotivi. Vedere quel libro, tenerlo tra le mani, mi fece trasalire. Perché non avevano chiesto a me di scriverlo? Chi era questa tedesca dell’est che scriveva e pubblicava il mio libro? Seppi dopo che l’idea di quell’Atlante era stata la sua, che lei partiva dalla sua formazione grafica, etc. Ma mi rimase un profondo languore. Ricordo che andai a rileggere il mio Atlante, scritto forse più di due decenni fa. Poi un giorno, mentre navigavo a Kos, mi arrivò la telefonata di Marco Piani, editor di Bompiani, che mi chiedeva se conoscessi quel libro e se fossi interessato a scriverne uno per loro sul Mediterraneo. Un libro diverso, ma pure in continuità con quello che, nel frattempo, era diventato un cult, un piccolo grande caso editoriale. Trasalii ancora una volta. Stavo finendo di correggere le bozze di Rais. Chiesi un mese di tempo per finire il mio romanzo. Poi mi misi immediatamente a scrivere.

Si tratta di un atlante geografico? Una guida per chi vuole mettersi in mare e scoprirlo? Che cos’è esattamente l’Atlante delle isole del Mediterraneo?

È un testo geosofico appunto. Un viaggio alla ricerca del Mediterraneo attraverso lo strumento della geosofia, che non descrive geograficamente, e neppure specula filosoficamente, ma fonde queste due scienze, o discipline, o culture per comprendere davvero i luoghi, per entrare dentro la loro anima, per consentire a chi legge di vedere l’invisibile che li definisce. L’altro aneddoto interessante è che mentre scrivevo mi sono reso conto che quel che facevo era usare uno strumento meticcio, un metodo di indagine contaminato, nuovo, differente, e che se avessi dovuto definire tutto questo avrei dovuto coniare una parola nuova, mi venne in mente: psicografia, oppure geosofia. Mi accorsi che avevo inventato due parole, due neologismi, e questo mi parve bellissimo. Dopo qualche giorno mi accorsi tuttavia che le due parole esistevano già. E indicavano esattamente quello che stavo facendo. Rimasi impressionato. non capita tutti i giorni di fare qualcosa di nuovo (almeno per sé), di trovargli un nome, e di accogersi poi che esiste già tutto. Da un lato si resta delusi, dall’altro ero orgoglioso di aver raggiunto una parola da solo, averla vissuta, fatta nascere dentro di me autonomamente. Una sorta di viaggio pionieristico nei significati e nelle pratiche. Ecco cos’è il mio Atlante delle isole del Mediterraneo. Ma se ci pensi, ecco cos’è, in generale, la conoscenza, ecco cos’è il viaggio, cosa dovrebbe essere sempre il sapere, la vita stessa…

L’hai scritto da solo o con amici o collaboratori? In quanto tempo hai messo insieme i materiali necessari a scrivere l’Atlante?

Sono del tutto incapace di studiare e scrivere con chiunque, perfino uno sconosciuto che cammini a mezzo chilometro da me. Ci sono cose che vanno fatte da soli. Il percorso artistico di un autore è un viaggio solitario. In questo caso, tuttavia, il ruolo dell’editore, da Marco Piani a Marco Zung ai colleghi della Bompiani, è stato essenziale. Un libro così ricco, e consentimi, così bello, si fa in molte teste. Un grazie sentito va a loro.

Ci parli delle mappe? Che cos’hanno di diverso dalle cartine che possiamo trovare sui normali atlanti geografici? Chi le ha disegnate e secondo quali criteri?

Qui abbiamo dovuto immaginare tutto da capo. Non volevamo fare né straniamenti grafici né riproposizione pedissequa di carte nautiche. Nel primo caso avremmo banalizzato, nel secondo avremmo confuso. Leggere una carta nautica non è cosa che possa fare chi non è esperto di navigazione, e io volevo invece consentire al maggior numero possibile di lettori di immergersi nello splendore della cartografia, “vedere” attraverso i segni su un foglio, emozionarsi come i primi “pintori” genovesi che disegnavano carte del mondo allora sconosciuto. Rappresentare il mondo in modo veritiero, verosimile, addirittura indicativo su un foglio bianco, bidimensionale, è una magia. Ecco perché le carte nautiche ci affascinano così tanto. Sono una visione, una modalità di relazione col mondo. “Disegnare il mare”, disegnare il mondo, è una delle pratiche più antiche della creatività umana. E poi ero fresco del mio ultimo romanzo, Rais, dove tutto ruota intorno alla carta di Piri Rais, un ammiraglio cartografo ottomano del XVI secolo. Un mistero ancora oggi privo di risposte certe. Un fascino straordinario. La scelta fatta è stata quella, davvero enorme e onerosissima, di partire da zero, dal foglio bianco. Ho spiegato i maggiori rudimenti di cartografia, ho illustrato il senso della rappresentazione del mare, delle batimetriche, delle linee altimetriche sulla terraferma. Ci siamo interrogati su tutto quel che potevamo togliere, per non complicare la lettura ai non addetti ai lavori, e ciò che invece dovevamo lasciare sulle carte, perché serviva a rendere il fascino di quel mondo sospeso. Ne è emerso un lavoro dialettico lungo e ricco, anche complesso, Marco Zung è stato molto bravo a recepire tutti i miei racconti. Il risultato trovo che sia splendido.

Seguendo le indicazioni e le mappe dell’Atlante dove si può arrivare? 

Spero si arrivi a sentire. Sarebbe il risultato più ambizioso. Sentire il mare, sentire le baie, sentire i porti, viverci dentro, almeno per lo spazio minuto e inesauribile della letteratura. Conoscere le isole è possibile soltanto così. Non certo facendo i turisti o leggendo una guida.

Tutti i luoghi descritti sono reali?

Sì. Sono 42 isole del Mediterraneo inteso come area culturale, dunque anche del Mar Nero.

Dove si trova l’Isola che c’è?

L’isola che merita di essere menzionata c’è, è vera, sta lì, ti aspetta, basta andarci, assumersi la responsabilità di partire e andare per le vie che conducono ad essa, per mare. Ogni altra isola, costruita per non esserci, costruita per non esistere, è solo un alibi di chi non ha mai avuto il coraggio di sognare. Il concetto stesso di Isola che non c’è, ci ha rovinati. Così siamo autorizzati a non partire, e a sentirci perfino dei giusti non facendolo. Questa è ipocrisia, e irresponsabilità. Ogni desiderio di isola corrisponde a una carta, si può studiare, e raggiungere. Il resto è, sovente, una masturbazione dannosa. Andiamoci, sulle isole, le nostre, quelle vere, interiori, da toccare tuttavia, invece che pensare inutilmente a non partire per l’isola che non c’è.

Il calendario delle prime presentazioni?

Sono sul mio sito le prime fissate, all’agenda QUI

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Fonte: ilcambiamento.it

Il silenzio, il presente, il senso delle cose

Simone Perotti è da maggio in navigazione sulla nave Mediterranea, con un progetto unico che lo porterà fino al 2018 nel Mediterraneo, nel Mar Nero e nel Mar Rosso. Dalla nave legge e vede quanto sta accadendo nel mondo. Ospitiamo le sue riflessioni. Grazie Simone.simone_perotti_gaza

Difficile trovare un senso alle cose, in questi giorni. Non bastava la burrasca interiore, quella che tiene impegnato ognuno di noi tra le onde del destino e il proprio piccolo scafo dell’anima. Le immagini che arrivano dal mondo fanno inorridire: quelle del jihadista che posta su facebook la foto del figlio con una testa mozzata tra le mani; i colpi secchi dei fucili che passano per le armi decine di giovani stesi nella polvere, in Iraq; ancora colpi, quelli delle pistole che freddano alla nuca altri “nazareni”. Ho rivisto Il Cacciatore, capolavoro di Michael Cimino. All’epoca parve di una durezza efferata. L’ho riguardato come uno splendido film sull’amicizia e sul dramma di occuparsi sempre degli altri (De Niro) e finire col ritrovarsi soli proprio per questo. Eppure quella solitudine del protagonista è la stessa che gli fa risparmiare il cervo, nelle scene finali, quando dopo un lungo inseguimento in una battuta di caccia è a tiro, ormai, lo punta, ma poi alza la canna del fucile. La solitudine ha a che fare con il nuovo modello di vita possibile? E ogni tragedia umana deriva dall’eccesso di promiscuità? Può darsi. O forse no. Leggo molto, in questi giorni, sui monaci sufi di Hajji Bektash Veli, e poi sui meteoriti ortodossi, o sulle mille storie di eremitismo. Uomini soli, che meditavano, che cercavano il senso dove solo era possibile trovarlo. Un amico caro, a cui confidavo i miei pensieri tortuosi, mi ha scritto un messaggio qualche giorno dopo: “Scusa se non ho saputo darti consigli. Però ho ripensato molto a quello che mi hai raccontato. Emergono in me due parole: silenzio e presente”. Nel silenzio e nel presente non c’è violenza, non c’è mai aggressione. Non ci aggrediamo verso l’interno, né violentiamo fuori di noi. Ne ha esperienza il marinaio. Cosa fa la burrasca, in fondo? Irrompe clamorosa nella quiete e lancia il cuore verso il futuro. I colpi dell’onda portano la mente del navigatore fino al porto che verrà, dove vorrebbe già trovarsi, a riparo, oppure al prossimo temuto peggioramento del vento, che si augura di non vedere di lì a poco. Quando il silenzio s’impadronisce nuovamente della scena il futuro scompare, gli istanti tornano a battere il ritmo del cuore. Allora, forse, si può tornare a vivere. A chi si intestardisce sulle scelte di vita, quelle che iniziano sempre dal tema dei soldi, del lavoro, della casa, mi trovo sempre più spesso a sorridere. Come sarebbe lungo il discorso che dovrei fargli. Sarebbe tutto incentrato sul tempo, sul silenzio, sulla solitudine. Ma credo che i più non vogliano ascoltarlo. Allora sto zitto, che non servirà forse a loro, ma fa bene a me.

Fonte: ilcambiamento.it

Mediterranea, il co-sailing a impatto zero

E’ un’avventura unica, una “prima” mondiale, un’esperienza di applicazione pratica delle tecnologie più all’avanguardia in fatto di risparmio energetico e di soluzioni per l’efficienza. E’ Mediterranea, il primo esperimento al mondo di co-sailing ed è a impatto zero; tra gli sponsor tecnici, l’associazione Paea e il Parco dell’Energia Rinnovabile.mediterranea_sailing

Salperà da San Benedetto del Tronto il 17 maggio il due alberi di 18 metri Mediterranea che per 5 anni navigherà per i tre continenti europeo, asiatico e africano seguendo il periplo del Mar Mediterraneo, Mar Nero e Mar Rosso settentrionale con obiettivi di ricerca nautica, culturale e scientifica. Nata da un gruppo di appassionati di navigazione e Mediterraneo, tra cui lo scrittore e marinaio Simone Perotti, la spedizione si concluderà a Genova, tra cinque anni, dopo aver percorso circa 32.000 chilometri, facendo scalo in oltre 100 centri costieri. Tra gli sponsor, per la parte tecnica spiccano l’associazione Paea e il PeR.

Tre gli obiettivi del progetto:

•Culturale – Mediterranea incontrerà intellettuali ed artisti, filosofi e operatori culturali alla ricerca delle voci e del pensiero del Mediterraneo, materia prima preziosa per fronteggiare la crisi intellettuale, morale e civile dell’epoca.

•Scientifico – Mediterranea ha stipulato accordi di collaborazione scientifica e opererà come “laboratorio galleggiante” svolgendo ricerche ed esperimenti insieme ai ricercatori britannici del Sahfos (Sir Alister Hardy Foundation for Ocean Science), al prof. Ferdinando Boero dell’Università del Salento e Cnr-Ismar, all’università di Siena, al Cmcc (Centro euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici)

•Nautico – una spedizione a vela mai effettuata per riportare l’attenzione sul mare, sulla navigazione, sui valori della marineria.

Mediterranea percorrerà 32mila chilometri per incontrare la gente, i luoghi, i sapori, i pensieri, ascoltare le storie del Mediterraneo, «un’area resa omogenea dalla sua vicenda millenaria, resa fertile dalle diversità, resa inesauribile dalla ricchezza culturale, magnifica dall’arte e dalla natura. Un’area ambientale minacciata, ma sempre più ricca e inesauribile dei suoi assalitori» dicono i promotori. «Una porzione di mondo inquieta per gli integralismi e le follie egemoniche, per l’incomprensione e i dislivelli sociali, le discriminazioni e lo sfruttamento. Un metacontinente attraversato da tragiche migrazioni, cambiamenti repentini e sanguinosi, eppure sulla soglia di straordinari appuntamenti, che non devono essere perduti».

Mediterranea porterà con sé un messaggio di pace, rispetto per l’ambiente, sdegno per la violenza e la prevaricazione, rifiuto delle ingiustizie sociali, rifiuto di ogni totalitarismo, amore per la differenza, passione per la comunicazione e il dialogo, culto della libertà.

Il progetto si propone di sollevare l’attenzione sul Mediterraneo, creare un palcoscenico da cui parlare del Mediterraneo, mettere in collegamento sponde diverse, paesi lontani, pensiero e azione del Mediterraneo e sul Mediterraneo, racchiudendolo in un’area metaforicamente collegata e omogenea attraverso la simbologia del viaggio per mare che collega e unisce.

«Il nostro metodo di ricerca sarà il più mediterraneo tra quelli escogitati dall’uomo: il dialogo socratico, l’incontro – spiegano ancora gli organizzatori e i protagonisti –  Apriremo la barca a uomini del Mediterraneo, per incontrare i nostri simili, chiedere loro cosa sanno, cosa vedono dal loro punto d’osservazione, discutere con loro, per ascoltarli e capire. Incontreremo i loro pensieri e tramite loro i loro paesi, le loro prospettive. Il nostro calendario di incontri sarà mutevole. La rotta è incerta, quando si naviga. Così sarà il programma della nostra attività culturale. Ne daremo notizia periodicamente, in modo asistematico e imprevedibile, per poi raccontare quel che è avvenuto. Si potrà partecipare, ma si potrà anche seguire attraverso video, testi, fotografie. Molte delle domande che abbiamo in serbo risuonano già, dentro di noi, come domande non soltanto nostre. Questo le renderà ancora più affascinanti. Al Mediterraneo le cose d’altri sono sempre piaciute, tanto per la loro somiglianza, quanto per la loro diseguaglianza. E’ anche per questo che qui ha sempre avuto senso cercare. Per quanto riguarda il “laboratorio galleggiante”, ebbene svolgerà ricerche ed esperimenti, dal monitoraggio del plancton (la cui mappatura nella maggior parte del Mediterraneo non è mai stata effettuata), allo studio sull’alimentazione mediterranea. Opereremo direttamente e con terze parti per la difesa del mare e dell’ambiente marino del Mediterraneo, dove il 50% delle costa rischia la cementificazione entro il 2025. La nostra barca è a disposizione di scienziati, ricercatori, studenti che operino in enti pubblici e privati, università e laboratori con al centro il tema dell’ambiente, del mare, dell’aria, della fauna ittica e insulare. Inoltre vogliamo dare visibilità e favorire la diffusione della cultura nautica, una delle radici autentiche della cultura del Mediterraneo. Incontrando esperti e appassionati, fotografando e raccontando il mare e le barche, svolgendo corsi di vela e di navigazione, promuovendo visite a bordo, training, seminari lungo le coste del Mediterraneo, vogliamo aiutare ognuno dei paesi che vi si affacciano a riscoprire e riappropriarsi della relazione con la navigazione, le imbarcazioni, il mare, i suoi mestieri, le sue avventure, i suoi miti. Lavorare, dunque, a quella che gli anglosassoni chiamano Seamanship, termine non a caso intraducibile in italiano e in molte delle lingue del Mediterraneo».

Il progetto è nato da un’idea dello scrittore Simone Perotti e di un gruppo di appassionati di mare. Il team iniziale, composto da 9 persone, si è via via ingrandito, fino a dare vita a un vero e proprio gruppo di lavoro, un grande equipaggio formato da comandanti e marinai, decine di appassionati di viaggi e di mare che hanno sposato l’idea, l’hanno sostenuta anche economicamente e sono pronti a partire.

«I Mediterranei sono il gruppo di persone che ha letto, capito, chiesto e ha deciso di partecipare al progetto, sostenendo economicamente il viaggio, facendone parte nei modi più diversi attraverso la collaborazione, il lavoro, l’aiuto all’organizzazione, venendo a bordo – spiegano i protagonisti – Questo gruppo sostiene la spedizione, ne fa parte integrante, collabora e una quota di essi compone il Comitato dei Rais, che conduce la barca lungo tutto il viaggio. E’ il primo caso al mondo di Co-Sailing, ovvero di unione tra tante persone che condividono una passione e un progetto e che decidono di sostenerlo suddividendone tra loro oneri, responsabilità e investimento. Un’esperienza che consente a Progetto Mediterranea totale libertà intellettuale e di impostazione e dimostra che la sharing-economy non è solo una teoria trendy, ma una concreta opzione progettuale e operativa.

Mediterranea è dunque, anche, un esperimento di organizzazione e microeconomia. La spedizione è infatti sostenuta economicamente e organizzativamente da decine di “Mediterranei”, uomini e donne che condividono le finalità del progetto, contribuiscono economicamente con una quota e svolgeranno in prima persona il viaggio dandosi il cambio a  bordo e lavorando da terra come team-appoggio».

«L’epoca del mio/tuo è finita – ha aggiunto Perotti – le nostre parole d’ordine sono: sharing-economy, collaborazione, cooperazione, economie di scala, baratto, comuni obiettivi sociali, culturali e scientifici. Occorre avere nuove idee – ha concluso Simone Perotti – coabitare, coprodurre, condividere, unire le forze e soprattutto le passioni e le energie, che grazie al cielo sono ancora un motore più potente del denaro».

Ma chi condurrà Mediterranea per 20.000 miglia, circa 32.000 chilometri? Saranno i membri del Comitato dei Rais a farlo, cioè il gruppo di tutti i comandanti, i secondi in comando e gli aspiranti secondi/comandanti che si occupano della conduzione di Mediterranea per le tante miglia della sua rotta. Sono l’equipaggio nautico effettivo di Mediterranea, uomini e donne che dedicano il loro tempo alla cura e alla conduzione di barca, equipaggi, attrezzature, dandosi il cambio a bordo nei diversi tratti del viaggio, facendo i routier quando sono a terra, studiando la meteo e informando chi è a bordo di warnings e notizie urgenti, facendo da sponda per gli adempimenti doganali, la burocrazia, il contatto con le autorità e le istituzioni di terra e di mare, nazionali e internazionali, occupandosi della ricerca di luoghi protetti, manutenzione, bunkeraggio, approvvigionamento, eccetera. Ma non solo. Il Comitato dei Rais di Mediterranea è anche impegnato in un’attività di formazione alla navigazione, ai giusti valori della marineria, al rispetto delle regole e alla tutela dell’ambiente che sono parti essenziali del Progetto.

Progetto Mediterranea è parte di Fondazione Mediterraneo e membro della RIDE – Rete Italiana per il Dialogo Euromediterraneo Onlus.

L’imbarcazione isserà bandiere e guidoni del Comune di Lampedusa, che ha concesso il suo Patrocinio, in segno di solidarietà verso le vittime migranti e il solidale impegno della popolazione e dell’amministrazione dell’isola nella grave emergenza del confine meridionale d’Europa. Gode inoltre del patrocinio del Comune e della Lega navale di San Benedetto del Tronto, dove è stata preparata la spedizione e da cui l’imbarcazione salperà.

Patrocinano inoltre Progetto Mediterranea la Lega Navale Italiana, il Comando Generale delle Capitanerie di porto, che ha concesso l’uso del proprio logo ufficiale, e l’Istituto di cultura italiana a Istanbul. Nell’ambito dell’attività di cooperazione col mondo scientifico, Mediterranea ha ricevuto il patrocinio di Frascati Scienza, Università di Parma – Master COMET, FISPMED.

La spedizione Mediterranea ha stabilito accordi, collabora attivamente e svolge attività di ricerca a bordo con:

•SAHFOS (Plymouth, GB), nell’ambito del progetto Continous Plankton Recording;

•Università del Salento per la campagna “Occhio alla Medusa”, la Scienza dei Cittadini, lanciata dal Prof. Ferdinando Boero, una campagna realizzata grazie ai progetti CoConet, Perseus, Med-Jellyrisk e Ritmare in collaborazione con il Consorzio nazionale interuniversitario per la scienze del mare (CONISMA);

•Università di Siena e il Sustainable Development Solution Network (SDSN), collaborando al progetto “Plastic Busters”

•CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), utilizzando e facendo test sul sistema Sea-Conditions e altri servizi per la sicurezza in mare sviluppati nell’ambito del progetto di ricerca industriale TESSA, in collaborazione con LINKS SPA (capofila) e CNR- IAMC.

Clicca qui per vedere il video

Fonte: il cambiamento.it

Un Manifesto sull’etica del lavoro

In un periodo dove sul lavoro le idee sono assai poche e quelle poche sono senza grandi prospettive, noi proponiamo un autentico Manifesto sull’etica del lavoro. Se i sindacati, il governo, gli industriali continuano a pensare che basti lavorare, guadagnare e consumare fino a consumare l’intero mondo in maniera irreversibile come sta tragicamente accadendo, noi riteniamo invece che ci sia bisogno non solo di un’ottica del lavoro completamente diversa ma soprattutto di una nuova etica del lavoro, aspetto pressoché sconosciuto ai tre soggetti di cui sopra.etica_del_lavoro

Abbiamo scelto le parole di Simone Perotti (scrittore ma anche skipper e istruttore di vela) perché secondo noi incarnano in maniera puntuale ed efficace questa nuova etica e la sua è una riflessione che ogni persona che lavora o che cerca lavoro dovrebbe fare.

Tratto dal blog di Simone Perotti

Su LinkedIn ho trovato per caso un articolo che ha questo titolo: “How to Get a Job – No Matter What!” (Trad. Come trovare un lavoro – non importa quale). Ho subito pensato che avrei scritto l’opposto: non cercate qualunque lavoro. Soprattutto, non fatelo. Molti lavori non sono adatti a voi. In altri lavori invece soffrireste, fareste le cose mal volentieri, con pessimi risultati. Dunque non vi conviene. Ma c’è di più: molti lavori sono nocivi alla società, e tantissimi sono inutili, dunque sprecano la vostra prestazione, le vostre fatiche non costruiscono nulla. Noi siamo mal messi anche e soprattutto per questo. Quando dico che potremmo vivere già oggi, domattina, in un mondo più simile all’idea che ne abbiamo, intendo dire proprio questo: fare un lavoro rispetto a un altro non è la stessa cosa, cambia tanto, e non solo per voi, anche per il mondo. Non lavorate nell’industria bellica o collegata ad essa, siete corresponsabili della morte delle persone su cui quelle armi verranno usate. Non credete alle balle sulle deterrenze, pensate a cosa dice Gino Strada: “cominciamo a non fare questa guerra…”. Non lavorate nelle banche dove si strozzano i clienti, dove si propongono derivati alle amministrazioni comunali o dove si vendono fondi speculativi alle vecchie signore. Non lavorate in Novartis e Roche se i vari gradi di giudizio diranno che è vero che hanno fatto cartello e pressioni per diffondere un farmaco da 900 euro invece che uno, identico, da 80. Non lavorate nell’energia che inquina, nella produzione o vendita di prodotti inutili e nocivi per l’ambiente, non lavorate nelle aziende che imbottigliano e commercializzano acque minerali, non lavorate in finanza. Non lavorate nelle aziende che calpestano i diritti, che trattano male i dipendenti, che spingono gli impiegati a mettere il lavoro prima della vita. Non lavorate dove si mettono sul mercato cazzate, dove gli spot impongono mode inutili, dove escono milioni di prodotti che non servono, che ci rendono schiavi dei mutui, dei debiti, del lavoro. Non lo fate. Silvano Agosti dice che “siete opere d’arte” (chi più chi meno…)”.Non so se sia così, ma se lo siete davvero, dimostratelo. Non sprecate i talenti che avete stando male, facendovi del male, contribuendo al degrado, alla decadenza di questa civiltà, solo per avere un impiego, per denaro, per noia, o solo perché diventare sobri, gente che vive con poco, vi sembra misero, vi spaventa, non ne avete la forza. Non siate gente comune, che si sente niente se non ha, perché non siete comuni, siete solo persone qualunque, dunque identiche a tutte le altre, e potete fare le stesse cose che fa ognuno che abbia detto “no”, chiunque sia cambiato, abbia accostato la sua rotta per l’isola dove ha davvero senso atterrare. Non rinunciate all’idea di seguire quello che siete, e dunque di inventarvelo un lavoro che serve, che è utile, che ha senso per voi come esseri umani e per il mondo in cui vivete. Prima di dire che non si può, dovete aver tentato ed essere falliti almeno cento volte, altrimenti è solo un alibi. Non gettate via il vostro tempo, l’unica risorsa totalmente non rinnovabile della vita, la più preziosa che avete. La via per la salute, interiore soprattutto, matrice di tutti i possibili stati di benessere della vostra vita, quando la cominciate? I compromessi ci sono, nessuno sostiene il contrario. Ma che siano temporanei, se proprio dovete accettarli, e non, mai! sulle questioni di fondo. Io ho dovuto fare due o tre cose, nei quasi vent’anni che ho lavorato, di cui mi pento. Mi salva solo il pensiero che ne ero consapevole, che già allora avrei voluto fare diverso, e soprattutto che poi l’ho fatto.

Fonte: il cambiamento.it

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