1000 miglia in bici a caccia di cibo di scarto. Il secondo viaggio di Rob Greenfield

Pedalando per sette settimane da Madison a New York City, Rob Greenfiled ha rovistato in 300 cassonetti. Oltre ad aver mangiato solo cibo di scarto, insieme ad alcuni volontari reclutati durante il percorso ha recuperato e regalato più di 10.000 dollari di generi alimentari a circa 500 persone. Dopo quella del 2013 è la sua seconda esperienza380497

Rob Greenfield si è rimesso a pedalare. Dopo il viaggio del 2013, l’attivista americano è montato nuovamente in sella alla sua bici di bamboo alla ricerca di cibo di scarto, percorrendo in sette settimane circa 1000 miglia nel nord ovest degli Stati Uniti – da Madison nel Wisconsin a New York – e cibandosi quasi esclusivamente di quello che ha trovato nell’immondizia. Alimenti ancora buoni e perfettamente commestibili, in grandi quantità.
“Non lo faccio solo per soddisfare le mie esigenze – racconta nel suo blog sull’Huffinghton Post – Lo sto facendo per sensibilizzare l’America e indurla a smettere di buttare via il cibo”. Le cifre spaventose dello spreco alimentare prodotto negli Stati Uniti, secondo Greenfield, da sole non bastano per avere una percezione reale della situazione. Si parla di 165 miliardi di dollari di cibo buttati ogni anno, a fronte di 50 milioni di cittadini americani che non raggiungono la soglia di sicurezza alimentare. Senza contare lo sperpero di risorse per prodotti destinati alle discariche. É per questo che Greenfield, dopo un primo viaggio nel 2013, si è rimesso a pedalare al motto di “vedere per credere”, mostrando attraverso delle curiose esposizioni pubbliche tutti gli sprechi di cibo che ha scovato in oltre 300 cassonetti. “Solitamente facevo le mie perlustrazioni di notte, per poi sistemare ciò che trovavo in un parco pubblico il giorno successivo. Molte delle persone che son riuscito a coinvolgere nelle varie tappe sono rimaste letteralmente scioccate da ciò che ho mostrato loro. Erano ancora più arrabbiate di me pensando a quanti milioni di americani hanno fame”. Tutti gli alimenti raccolti nel corso del viaggio hanno permesso a Rob e ai volontari reclutati nelle sette città visitate di regalare più di 10.000 dollari di cibo a circa 500 persone. Dall’esperienza è nato l’hashtag #DonateNotDump per documentare situazioni di grande spreco alimentare da parte di chi vende o produce cibo. “Il nostro messaggio ai negozi di alimentari è che vogliamo fermare lo spreco e incoraggiarli a donare il cibo in eccesso a organizzazioni no-profit che lo ridistribuiscano a persone bisognose”. “La scusa più comune per non donarlo è che temono ripercussioni legali – aggiunge Greenfield – ma secondo uno studio dell’Università di Arkansas negli Stati Uniti non una sola causa è stata mai fatta contro un negozio di alimentari che ha donato cibo per un programma di salvataggio”.

Ecco alcune delle foto delle esposizioni pubbliche di Rob Greenfield.ecodallecitta

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Fonte: ecodallecitta.it

Sicurezza alimentare, per Expo 2015 si cercano le soluzioni per nutrire il futuro

La sicurezza alimentare è ancora una promessa e dunque in occasione di Expo 2015 è stato presentato il bando per la ricerca delle migliori pratiche per lo sviluppo sostenibile. La sicurezza alimentare è ancora una promessa, viene detto all’inizio del video spot in alto. Ma che cos’è la sicurezza alimentare innanzitutto? E perché per Expo 2015 è stato aperto concorso Bando delle Best Practices: le Sfide e il Futuro della Sicurezza alimentare? Andiamo con ordine. Qualche giorno fa si è riunita a Milano e per la prima volta, al Centro Congressi della Fondazione Cariplo, la Giuria internazionale di valutazione delle Best Practices dell’Esposizione Universale. La Giuria è altamente qualificata e presieduta da S.A.S. il Principe Alberto II di Monaco. La Giuria che vede tra gli altri anche la presenza del Segretario Generale del BIE Vicente Loscertales e del Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Maurizio Martina è chiamata a selezionare le 15 migliori iniziative e soluzioni in tema di sostenibilità ambientale e alimentare tra le proposte inviate. Il bando sarà chiuso il 31 ottobre e il 31 dicembre saranno resi noti i vincitori.

 

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Veniamo alla sicurezza alimentare o food security un concetto che qui è inteso nella sua versione più ampia, ossia garantire a ogni essere umano un adeguato nutrimento fatto di cibo e acqua ma anche di condizioni igieniche tale da consentirgli una vita dignitosa. Ecco che la sicurezza alimentare rappresenta uno degli anelli fondamentali del tema di Expo 2015,Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita. Perché la sicurezza alimentare è poi collegata allo sviluppo sostenibile? Qualche giorno fa è stata presentata la relazione annuale SOFI 2014 con gli ultimi e più recenti dati su quella che comunemente definiamo la fame nel mondo: nel biennio 2011-13, le persone sottoalimentate nel mondo erano 842 milioni. La tendenza sembra essere in diminuzione anche se invece olti milioni di individui combattono ancora quotidianamente diversi livelli di malnutrizione che non consentono loro di condurre una vita dignitosa.. La popolazione mondiale è destinata a crescere e entro il 2050 potrà toccare i 10 miliardi di persone: ci sarà abbastanza cibo per tutti? E a quel costo per le risorse naturali del Pianeta? Quanta acqua servirà per produrre cibo per tutti? e quanto suolo? Sono queste le domande a cui sono chiamati a rispondere i partecipanti al concorso che dovranno individuare le migliori pratiche possibili per creare un sistema virtuoso da condividere. Diversamente, se non ci prepariamo adeguatamente alla crescita della popolazione mondiale rischiamo il collasso a causa delle limitate risorse naturali disponibili. I progetti vincitori saranno poi esposti all’interno del Padiglione Zero. Dunque ecco perché sarà importante raggiungere gli obiettivi proposti nel bando, ossia progetti e iniziative scientifiche che puntino al miglioramento delle condizioni di vita della maggior parte delle persone. Obiettivi che ruotano peraltro intorno al programma Feeding Knowledge che mira a diffondere sapere e conoscenze proprio sul tema sella nutrizione.

Fonte: ecoblog.it

Sicurezza alimentare, abbassati i livelli massimi accettabili delle sostanze tossiche

La commissione del Codex Alimentarum abbassa i livelli massimi accettabili per piombo, arsenico, farmaci e pesticidi nei prodotti alimentari.

La Commissione del Codex Alimentarum si è riunita a Ginevra, in luglio, per adottare una serie di norme che hanno abbassato i livelli massimi accettabili di piombo nel latte artificiale e nell’arsenico nel riso. Questa commissione – nata nel 1963 per iniziativa dell’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura delle Nazioni Unite (FAO) e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – ha il compito di sviluppare standard alimentari uniformi, linee guida e codici, a livello globale, per la promozione di un cibo più sicuro e nutriente. Quattro sono gli ambiti principali delle decisioni prese alcune settimane fa. Innanzitutto il Codex Alimentarius ha raccomandato che il latte artificiale non abbia un contenuto di piombo superiore a 0,01 mg per kg, uno standard dimezzato rispetto al precedente di 0,02 mg per kg. Questo per tutelare i neonati dagli effetti negativi che il piombo può arrecare al cervello e al sistema nervoso. Viene introdotto, per la prima volta, un livello massimo di arsenico nel riso standardizzato in 0,2 mg per kg. L’esposizione prolungata a questa sostanza può provocare lesioni tumorali e alla pelle, nonché diabete, malattie cardiache e danni al sistema nervoso del cervello. L’arsenico è presente in quantità elevate in alcune regioni e il riso risulta particolarmente esposto poiché la sua coltivazione necessità di grandi quantità di acqua che rischia di essere contaminata. Divieto assoluto, invece, per alcuni farmaci veterinari che contengono sostanze vietate (cloramfenicolo, verde malachite, carbadox, furazolidone, Nitrofural, clorpromazina, stilbeni e olaquinadox) i cui residui possono finire nella catena alimentare, in carne, latte, uova e miele. Valori massimi sono stati ritoccati anche nell’impiego di pesticidi per l’agricoltura (con un limite massimo di 0,02 mg per kg per il diserbante diquat che si utilizza sulle banane o sui chicchi di caffè), mentre è stato adottato un nuovo codice d’igiene per minimizzare la contaminazione delle spezie nelle fasi di produzione.mais1-586x439

Fonte:  Food Safety News

© Foto Getty Images

Biomasse? Una brutta faccenda…

Coltivare consumando suolo, acqua, energia e risorse per poi…usare ciò che si è coltivato come combustibile: una faccenda che, fin dall’inizio, seppur sbandierata come la nuova frontiera dell’energia rinnovabile e sostenibile, lasciava dubbi enormi, poneva contraddizioni irrisolvibili. Una scelta che oggi sta mostrando tutti i suoi limiti.biomasse_biogas

Dopo il rapporto choc di Nomisma , secondo cui le biomasse risultano più inquinanti del gasolio, oltre che del gpl e del metano, restano pochi dubbi sulle contraddizioni che questa scelta di politica energetica si porta dietro. Anche le commissioni europee lo hanno ammesso: le biomasse di origine alimentare favoriscono la deforestazione, quindi ora vorrebbero indirizzare gli incentivi verso le biomasse di origine non alimentare (in sostanza i rifiuti e qui si potrebbe aprire un altro capitolo). Eppure si continuano a prevedere incentivi e si ha quasi la sensazione che la crisi del settore agricolo europeo possa trovare nelle agroenergie un nuovo sbocco produttivo. Finanziamenti pubblici in questo senso sono previsti anche dalla nuova Politica  Agricola Comunitari(PAC) 2014-2020 per colture da “energia” quali: mais, barbietola, che possono essere trasformate in alcool, e colza, girasole, soia che possono essere trasformate in olio combustibile.

E’ bene analizzare con senso critico la questione.

Non ci sono solo il rapporto Nomisma e il parere delle commissione UE a mettere in allerta. Analisi energetiche di “sistema”, che considerano cioè tutta la filiera produttiva, dal costo energetico per la produzione di fertilizzanti e dei pesticidi al processo di trasformazione, forniscono risultati critici circa la sostenibilità di questo sistema produttivo. Da queste ricerche, svolte da specialisti del settore, la trasformazione di biomassa in bio-combustibili liquidi (bioalcol o biodisel) risulta essere inefficiente dal punto di vista energetico. Ad esempio, per produrre 100 unità  energetiche di bioalcol da mais, il processo ne richiede circa il 30% in più; così come per ottenere 100 unità energetiche di biodisel da girasole ne servono 200 (il 100% in più). In laboratorio la trasformazione dell’amido di mais in alcol è un processo fattibile ed efficiente. Quando però si passa dal laboratorio alla realtà, dobbiamo tener presente che le cose si complicano. Molti altri criteri ed indicatori devono  essere introdotti, per esempio tutti i costi energetici relativi alla produzione del mais e allo smaltimento dei residui, l’impatto ambientale di questa coltura, gli effetti sul sistema agroalimentare della trasformazione di grandi quantità di mais in combustibili.

Ci sono però anche studi secondo cui se gli impianti a biomassa sono piccoli e utilizzano scarti o comunque si basano su una filiera corta, potrebbero avere qualche chance in più.

Un altro aspetto è dato dal fatto che la produzione di agroenergia porta necessariamente all’adozione della monocoltura intensiva, quindi, con un grande uso di fertilizzanti e pesticidi e con un relativo impatto sul territorio che contrasta con gli stessi obiettivi della PAC in merito alla conservazione della qualità dell’ambiente, della biodiversità e della salute del suolo. Il rapporto indica che la conversione di colture alimentari in colture energetiche sta accelerando, e se questo processo rimane incontrollato, oltre che ad un notevole aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, avrà un impatto negativo anche sulla biodiversità e potrebbe causare un aumento netto delle emissioni di gas serra invece che una riduzione di queste (Gallagher, 2008).

Il terzo elemento da considerare è che la produzione di agroenergie ha pesanti ricadute sociali poiché la trasformazione di queste colture di sussistenza in carburanti sta causando l’aumento dei prezzi degli alimenti con gravi ripercussioni sulla sicurezza alimentare delle popolazioni dei paesi poveri. Un rapporto riservato della Banca Mondiale scoperto e reso pubblico dal quotidiano britannico The Guardian (Chakrabortty, 2008), attesta che il 75% del rincaro dei prezzi degli alimenti di questi ultimi tempi (i prezzi sotto esame sono cresciuti del 120% tra il 2002 e il febbraio 2008) può essere imputato all’effetto delle politiche nazionali e internazionali sui biocarburanti. Fatte queste premesse, non si può non considerare nella definizione di una politica agroenergetica nazionale e globale, questioni come la sicurezza alimentare o l’impatto ambientale che queste produzioni hanno sugli ecosistemi. Infine, si dovrebbe anche rivedere la domanda di energia e quindi il sistema di consumi, cercando allo stesso tempo di investire in differenti energie alternative, quale il solare termico, soprattutto in quei paesi dove il sole abbonda, l’eolico, e il fotovoltaico, quest’ultimo ancora poco efficiente ma con possibili prospettive di miglioramento.

Fonte: il cambiamento.it

Rapporto IPCC: i rischi per la produzione agricola

Gli effetti del global warming si fanno già sentire sulle rese di grano e mais e in misura minore di riso e soia. Gli eventi climatici estremi provocheranno aumenti del prezzo del cibo.

Il quinto rapporto del secondo gruppo di lavoro dell’IPCC sull’ impatto dei cambiamenti climatici è on line da oggi (il traffico sul sito potrebbe rendere difficoltoso l’accesso, qui si può trovare un’altra fonte). Iniziamo a parlare di uno dei temi più rilevanti: l’impatto sulla sicurezza alimentare. Sulla base di molti studi che riguardano diverse regioni del pianeta e tipologie di raccolto, gli impatti negativi dei cambiamenti climatici sono stati più comuni di quelli positivi. I pochi casi positivi riguardano zone ad elevata latitudine e non sono conclusivi. Come si può vedere dal grafico in basso, il global warming ha già ridotto le rese di frumento e mais a livello globale, mentre l’impatto su riso e soia è stato più contenuto. E’ da notare che, contrariamente a quanto normalmente si pensa, la riduzione di resa sarà più marcata nelle zone temperate rispetto a quelle tropicali.(1) L’impatto sulla sicurezza alimentare riguarda soprattutto la componente agricola, anche se gli aspetti distributivi non sono marginali: dai tempi del quarto rapporto del 2007, gli eventi climatici estremi hanno determinato un significativo aumento dei prezzi. In queste situazioni, sono soprattutto le componenti più povere della popolazione a soffrire per gli elevati costi del cibo, e le rivolte alimentari tendono a diffondersi.

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(1) Questo grafico (p. 36 del rapporto) mostra le previsioni di variazione % decennale delle rese per i 4 principali raccolti e per le zone del pianeta. I numeri in parentesi sopra alle barre mostrano il numero di studi presi in considerazione. Nel caso del grano la mediana è a -2%, con un range da -6% a 0). Il riso ha una mediana prossima allo zero, ma il range varia da -3,5% a +0,5%.

Fonte: ecoblog.it

No agli ogm: i centri sociali occupano l’Efsa

I centri sociali di Emilia Romagna, Nord Est e Marche hanno occupato nei giorni scorsi la sede dell’Efsa, l’agenzia europea per la sicurezza alimentare, per dare il via a una campagna contro l’intropduzione massiccia degli ogm in Italia e in Europa.ogm_efsa

Un nutrito gruppi di attivisti dei centri sociali del nord Italia (Coalizione Centri Sociali dell’Emilia Romagna, Centri sociali del Nord est e Centri sociali delle Marche) ha portato avanti un’azione dimostrativa nei giorni scorsi nei confronti dell’Efsa, l’agenzia europea per la sicurezza alimentare con sede a Parma. Vestiti con tute e cappucci bianchi, hanno attaccato adesivi e lanciato slogan al megafono contro la coltivazione degli Ogm. I manifestanti sono entrati e hanno raggiunto il piano rialzato, scortati dalle forze dell’ordine, ma l’Efsa ha fatto evacuare la sede a tutti i suoi dipendenti. Forti i momenti di tensione con le forze dell’ordine: negli scontri sono rimasti feriti alcuni manifestanti, un agente e due dirigenti della polizia, un ufficiale dei carabinieri. Gli attivisti hanno accusato le forze dell’ordine di avere reagito in “maniera violenta” e hanno attaccato l’Amministrazione comunale: “La reazione della polizia è stata allucinante. Il sindaco del movimento 5 stelle e la città si sono piegati all’inceneritore, non si accorgono delle strane dinamiche di Efsa sugli ogm e sono prontissimi a scatenare una repressione incredibile contro attivisti che non hanno fatto altro che portare fisicamente delle domande a Efsa”. Il sindaco Pizzarotti ha commentato: “Le proteste sono sempre legittime fintanto che rientrano nei giusti canoni del viver civile. Ci sarà la necessità di fare chiarezza, mi confronterò con le istituzioni preposte per capire che cosa è accaduto e come si sono svolti i fatti. L’importante è garantire oggi e domani l’integrità e la sicurezza della città”.    “Con l’occupazione dell’EFSA rilanciamo pubblicamente una campagna di conflitto aperto e diretto contro l’introduzione degli OGM in Italia e in Europa – hanno spiegato i manifestanti – Centri sociali, ambientalisti, attivisti, agricoltori, in molti ci stiamo organizzando  con la rabbia degna che anima gli agricoltori dal Sudamerica all’india, le comunità rurali di tutto il mondo riunite ne La Via Campesina, i fauchers francesi che hanno respinto la Monsanto cacciandola dalla terra. Le colture OGM, così come l’agricoltura industriale, esercitano una violenza inaccettabile sull’agricoltura, sull’ambiente e sui nostri corpi. Gli OGM non hanno altra ragione di esistere che il profitto delle multinazionali che li producono e il controllo che consentono sulla catena alimentare e l’agricoltura: il pensiero magico che li accompagna è solo un contrabbando ideologico. Non sono più produttivi, inducono un utilizzo smodato e crescente di diserbanti, disastrosi per l’ambiente e pericolosi per la salute, e determinano l’insorgere ormai incontrollato di infestanti e insetti resistenti, pongono serie criticità e preoccupazioni per l’effetto sulla salute umana. Con le altre monocolture intensive sono tra le principali cause dei cambiamenti climatici e della crisi ecologica. Riducendo la biodiversità, impoverendo i terreni e introducendo l’inaccettabile principio del copyright minano alle radici la sicurezza e la sovranità alimentare, la libertà di scelta e di produzione di cibo delle comunità, la condivisione delle risorse alimentari. Tutto questo è inaccettabile e non siamo disposti ad attendere lo svolgersi dei giochi di ruolo delle lobbies: non lo fanno coloro che si fanno agenti delle multinazionali, che forzano la legalità, in Friuli come in altre parti d’Europa, e forzano soprattutto i confini del bios con conseguenze irreparabili. Per questo abbiamo occupato l’EFSA, l’Authority che dovrebbe garantire la sicurezza alimentare ma che sicuramente nel caso degli OGM garantisce soltanto, insieme alla Commissione Europea, una facile via di accesso alle multinazionali. Non un parere negativo è stato mai espresso: a detta dell’EFSA perché il livello scientifico delle richieste è sempre stato molto alto. Stranamente però molti governi e scienziati sono spesso stati in profondo disaccordo con questa conclusione basata su documentazione fornita dalle stesse multinazionali senza alcuna verifica indipendente e quasi sempre a partire da dati non pubblicati. Le linee guida di EFSA per il processo di valutazione dei rischi sono scandalose. Le multinazionali hanno la totale libertà di determinare gli elementi essenziali per la valutazione del rischio, e le metodologie prese in considerazioni sono state formulate da, o con, tecnici che lavorano per le stesse multinazionali.  L’elemento principale del processo, la “valutazione comparativa del rischio”,  gemella della “sostanziale equivalenza” dell’ente USA, fu definito da scienziati (in particolare Kuiper e Kok) che lavoravano per l’ILSI, un istituto finanziato dalle multinazionali biotech, in collaborazione con personale alle dirette dipendenze delle stesse multinazionali (Monsanto, Bayer, Dow, Syngenta), e che poi ricoprirono cariche di primaria importanza nella valutazione del rischio per gli OGM. EFSA seguì successivamente il suggerimento di ILSI di ritenere la valutazione comparativa l’elemento principale del processo di valutazione e, in pratica, una valutazione in sé anziché soltanto il primo di una serie di passaggi obbligatori. La valutazione comparativa non ha un reale valore scientifico, come minimo perché non ha nessuna definizione quantitativa e non tiene conto della specificità genetica che non ha niente a che vedere con l’ereditarietà e la normale regolazione genica. Nonostante ciò sarebbe sufficiente a rigettare le piante OGM, se fosse applicato rigorosamente. Infatti è dimostrato che le piante OGM NON sono “sostanzialmente equivalenti” alle piante non-OGM da cui sono derivate poiché mostrano importanti differenze nei nutrienti e nelle proteine, nonché nel livello di tossine e allergeni (nel qual caso queste differenze sono classificate come “non biologicamente rilevanti” dagli stessi scienziati che hanno definito le linee guida).
Il trucco usato dalle multinazionli è di attuare la valutazione comparativa non tra la pianta OGM e la linea isogenica non-OGM da cui è derivata ma con un database vastissimo che include molte varietà non isogeniche, coltivate in luoghi e tempi diversi (alcune anche più di 50 anni fa), in modo da ampliare la variabilità di riferimento includendo anche varietà inusuali con valori atipicamente alti o bassi di alcune componenti. EFSA riconosce validi questi stessi database creati dalle multinazionali senza richiedere alcuno studio più rigoroso. (E tutto ciò, notiamo, è addirittura contrario alla direttiva Europea sul rilascio di piante OGM)  Non è richiesta la valutazione degli effetti combinati di differenti erbicidi o differenti tossine espresse dalla pianta, nonostante gli effetti sinergici non siano prevedibili o conosciuti.  Non è richiesta la valutazione a sé stante di piante che combinino più tratti genetici specifici.  Non è richiesta una valutazione degli effetti su organismi non-target a tutti i livelli della catena alimentare, ma solo dei livelli più bassi, né è richiesta una valutazione completa degli effetti cumulativi a lungo termine. Non c’è alcun obbligo esplicito per la pubblicazione dei dati sperimentali prodotti dalle multinazionali, in modo che essi siano accessibili per studi indipendenti. A questo proposito, annota un editoriale di Scientific American (13 agosto 2009), “è impossibile verificare che le piante ogm si comportano come viene detto [..] perché le compagnie biotech hanno il potere di veto sul lavoro di ricercatori indipendenti [..]
Solo studi che siano stati da loro approvati approdano alle riviste [..]”. Tutto questo è inaccettabile e renderebbe ridicolo, se non fosse oltraggioso, la pretesa delle direttive europee in materia di coltivazione delle piante OGM, per le quali la valutazione della loro sicurezza è affidata a livello Europeo proprio a EFSA. E se non bastasse, sarebbe sufficiente incrociare le dichiarazioni della Monsanto (“Monsanto non dovrebbe dover rispondere della sicurezza del cibo biotech. Il nostro interesse è di venderne il più possibile. Assicurarne la sicurezza è il lavoro delle agenzie governative (FDA, l’agenzia USA per la sicurezza alimentare, corrispettivo di EFSA). Philip Angell, Monsanto’s director of corporate communication, NYT magazine, 25 ottobre 1998″) con quelle di EFSA, così come appaiono dalle sue linee guida (“Non è previsto che EFSA produca studi indipendenti, poiché è onere del proponente di dimostrare la sicurezza della pianta GM in questione”) per comprendere come la questione degli OGM è esattamente quello che appare: un conflitto aperto fra il biocapitalismo e la libertà per la difesa della terra, del cibo, della salute e dell’ecosistema”.

Fonte: il cambiamento.it

Il declino delle api crea problemi per l’impollinazione in agricoltura

Le politiche agricole europee hanno fatto aumentare la superficie di raccolti che dipendono dall’impollinazione degli insetti cinque volte più in fretta dell’aumento delle colonie di api. Questo ha creato gravi deficit soprattutto nei paesi del nord EuropaImpollinazione

Le piccole api rendono un enorme servizio agli ecosistemi, e quindi anche all’agricoltura, provvedendo ogni anno all’impollinazione dei fiori.  Senza di loro, oltre 120 specie vegetali consumate dall’uomo si riprodurrebbero con maggiore difficoltà. Secondo uno studio appena pubblicato su PlosOne, il declino delle api in tutta Europa sta sollevando preoccupazioni  sulla disponibilità di sufficienti servizi di impollinazione all’agricoltura. Nello stesso tempo, le politiche agricole hanno spinto per una maggiore estensione di colture che necessitano di impollinazione, tra cui i biofuel. Tra il 2005 e il 2010, l’estensione di queste colture è cresciuta cinque volte più rapidamente delle colonie di api, che soddisfano meno del 90% della domanda in 22 paesi europei su 41. Se l’Italia ha fortunatamente visto crescere la capacità di impollinazione dal 50 al 75% (vedi la mappa qui sotto), n Gran Bretagna, Finlandia, paesi baltici e Moldavia, essa si situa al di sotto del 25%, iniziando a porre serie preoccupazioni sulla sicurezza alimentare, non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi, dal momento che un’altra ricerca rileva come i maggiori apporti all’umanità di vitamina A e C, di calcio, fluoro e acido folico provengono proprio dai raccolti impollinati dalle api.Capacità-di-impollinazione

Fonte: ecoblog

Nasce la scuola di alta formazione per la sicurezza alimentare

I ministeri dell’Istruzione e della Salute insieme ad Expo 2015 danno vita a una nuova scuola di formazione post-laurea per rafforzare la tutela della sicurezza nel settore dell’alimentazione178903107-586x390

Il ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Maria Chiara Carrozza, e il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, insieme con Expo 2015 SpA, hanno siglato negli scorsi giorni l’accordo per la nascita della Scuola di alta formazione per la sicurezza alimentare, un passo che ha come obiettivo la definizione di iniziative per la formazione di alti funzionari pubblici e dirigenti di imprese, di enti e aziende private su queste tematiche strategiche per l’economia italiana che ha un grande potenziale da spendere sui mercati esteri grazie all’eterogeneità nel campo dell’alimentazione. Il protocollo è stato siglato anche dall’Università degli Studi di Milano e dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e prevede, in particolare, l’istituzione da parte delle università di una scuola inter-ateneo. La scuola di formazione post-laurea ha in programma corsi di dottorato di ricerca della durata di tre anni e master della durata di un anno. I corsi sono rivolti a laureati stranieri e le attività didattiche inizieranno a partire dal prossimo anno accademico, contestualmente all’Expo 2015 che sarà dedicato in maniera specifica ai temi della nutrizione. Secondo il ministro dell’Istruzione Carrozza, l’Expo 2015

rappresenta un’occasione unica per l’Italia, anche dal punto di vista delle collaborazione possibili tra istituzioni e nel mondo della ricerca. Come Ministero siamo impegnati per far sì che questo appuntamento si trasformi in un’opportunità di sviluppo per le nostre università e il sistema della formazione.

L’accordo degli scorsi giorni è solamente il primo capitolo di un percorso comune che il ministero dell’Istruzione intraprenderà con l’Expo 2015 relativamente ai temi centrali della nutrizione e della questione energetica. Secondo il ministro Lorenzin la creazione della scuola di alta formazione

contribuirà a rafforzare i livelli di sicurezza alimentare non solo in Italia. Attraverso la partecipazione di esperti e dirigenti dei servizi di controllo internazionale servirà anche a far conoscere la bontà delle nostre procedure di controllo nella sicurezza alimentare universalmente riconosciute.

Fonte:  Ansa

5. ZOOM SU…Gli sprechi alimentari

Circa un terzo del cibo prodotto in tutto il mondo finisce perso o buttato. Quando più di un miliardo di persone nel mondo vanno a dormire affamate, è impossibile non chiedersi cosa possiamo fare.12

Tuttavia, lo spreco alimentare non rappresenta soltanto un’occasione mancata per sfamare gli affamati. Rappresenta una perdita sostanziale di altre risorse, fra cui la terra, l’acqua e l’energia, ma anche il lavoro. Ricchi o poveri, giovani o vecchi, abbiamo tutti bisogno di mangiare. Il cibo è molto più che un nutrimento e va ben al di là di una ricca varietà di sapori in bocca. Più di 4 miliardi di persone dipendono da tre colture di base: riso, mais e frumento. Questi tre alimenti forniscono i due terzi del nostro apporto energetico. Poiché i vegetali commestibili sono oltre 50.000, il nostro menù di tutti i giorni appare estremamente monotono dato che alla nostra alimentazione contribuiscono solo poche centinaia di specie. Dato che miliardi di persone dipendono da poche colture di base, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari fra il 2006 e il 2008 si è fatto sentire in tutto il mondo. Benché i paesi sviluppati siano generalmente riusciti a dare da mangiare alla popolazione, alcune zone dell’Africa hanno dovuto fare i conti con la fame. La causa non è solo il fallimento del mercato. Il cambiamento climatico va ad aggiungersi alle pressioni sulla sicurezza alimentare e alcune regioni faticano più di altre. Siccità, incendi e alluvioni compromettono direttamente la capacità produttiva. Purtroppo, il cambiamento climatico interessa i paesi più vulnerabili e che più difficilmente dispongono degli strumenti necessari per adeguarsi. In un certo senso, tuttavia, il cibo non è altro che un «bene» come tanti. Per produrlo servono risorse, come la terra e l’acqua. Come avviene per altri prodotti sul mercato, viene consumato o utilizzato, e può essere sprecato. Una quantità notevole di cibo viene buttata via, soprattutto nei paesi sviluppati, e ciò significa buttare anche le risorse utilizzate per produrlo. Il settore alimentare e lo spreco alimentare figurano fra i punti chiave evidenziati nella «Tabella di marcia verso un’Europa efficiente nell’impiego delle risorse» elaborata dalla Commissione europea nel settembre 2011. Benché sia ampiamente riconosciuto che il cibo che produciamo viene in parte sprecato, è piuttosto difficile proporre una stima precisa. La Commissione europea calcola che nella sola UE ogni anno buttiamo 90 milioni di tonnellate di cibo, equivalenti a 180 kg a testa. Molto di questo cibo è ancora idoneo al consumo umano13

Non solo cibo

Gli impatti ambientali derivanti dallo spreco alimentare non si limitano all’utilizzo del territorio e dell’acqua. Secondo la  tabella di marcia della Commissione europea, la catena di valore dei prodotti alimentari e delle bevande nell’UE è all’origine del 17% delle emissioni dirette di gas a effetto serra e del 28% dell’uso di risorse naturali. Tristram Stuart, scrittore e uno dei principali organizzatori dell’iniziativa denominata «Feeding the 5k», un pranzo per 5.000 persone a Trafalgar Square a Londra, ritiene che la maggior parte dei paesi ricchi butti via fra un terzo e la metà di tutto il cibo che ha a disposizione. «Non è soltanto un problema del mondo ricco. I paesi in via di sviluppo sono afflitti da livelli di spreco alimentare talvolta pari a quelli dei paesi ricchi, ma per ragioni molto diverse. L’assenza di infrastrutture agricole adeguate, come le tecnologie post-raccolto, è la prima responsabile. Si può stimare che almeno un terzo di tutti i prodotti alimentari del mondo venga gettato via», afferma Tristram. Lo spreco alimentare si verifica in tutte le fasi della catena di produzione e di approvvigionamento, così come nella fase del consumo. E le ragioni possono essere molteplici. Una parte dello spreco alimentare deriva dalle disposizioni di legge, spesso poste in essere a tutela della salute umana. Un’altra parte può essere collegata alle preferenze e alle abitudini dei consumatori. Occorre analizzare e prendere in considerazione tutte le diverse fasi e le diverse ragioni al fine di ridurre lo spreco alimentare. La tabella di marcia della Commissione europea sollecita «sforzi congiunti di agricoltori, operatori dell’industria alimentare, rivenditori e consumatori e l’impiego di tecniche di produzione che fanno un uso efficiente delle risorse, così come scelte alimentari sostenibili». L’obiettivo europeo è chiaro: dimezzare lo spreco di alimenti commestibili nell’UE entro il 2020. Alcuni deputati del Parlamento europeo hanno chiesto che il 2013 sia proclamato «Anno europeo contro gli sprechi alimentari».

«Non esiste una formula magica. Ogni singolo problema è diverso e richiede una soluzione diversa», afferma Tristram.

E aggiunge: «La bellissima notizia è che abbiamo la possibilità di ridurre il nostro impatto ambientale e che non c’è motivo per cui debba essere un sacrificio. Non si tratta di chiedere alla gente di prendere meno aerei, di mangiare meno carne o di usare meno l’auto, tutte cose che forse dovremo anche fare. In realtà si tratta di un’opportunità. Dobbiamo semplicemente smettere di buttare via il cibo e imparare ad apprezzarlo».

Fonte: EEA (agenzia europea ambiente)

 

Sicurezza alimentare: 2 milioni di etichette false dall’inizio del 2013

Negli ultimi giorni sequestrate 77 tonnellate di prodotti e 600 etichettature irregolari11

L’etichettatura è il più importante strumento di controllo nella quotidiana battaglia per garantire la sicurezza alimentare. Dall’inizio del 2013, in Italia, sono stati scoperti ben due milioni di confezioni di alimenti etichettate in maniera ingannevole. Il ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Nunzia De Girolamo, ha presentato quest’oggi i risultati dei controlli svolti dall’Ispettorato Controllo Qualità e Repressione Frodi (Icqrf) di concerto con il Nucleo antifrodi carabinieri:

Ho chiesto fin dai primi giorni del mio mandato che gli accertamenti sulla filiera agroalimentare fossero intensificati e razionalizzati. Per questo non nascondo la grande soddisfazione che provo nel vedere quali risultati stia dando il programma di controlli straordinari, che abbiamo avviato con azioni congiunte del nostro Ispettorato, l’Icqrf, con i Nas dei carabinieri. Proprio in questi giorni infatti sono stati sequestrati oltre 77.000 kg di prodotti e oltre 600.000 etichette irregolari, che portano a 2 milioni le componenti di packaging ingannevoli scoperte da inizio 2013.

Nonostante sia scesa nelle classifiche relative alla sicurezza alimentare, l’Italia resta uno dei Paesi con le normative più severe riguardo al controllo degli alimenti commercializzati. Molte delle frodi riguardano l’indebito uso dei marchi a denominazione, con un danno sia per i consumatori che cercano prodotti di qualità, sia per i produttori di eccellenze che devono fare i conti con la concorrenza sleale. Gli accertamenti sono stati effettuati sulla commercializzazione di prodotti con marchi di qualità Dop, IgpStg biologico in settori quali il lattiero-caseario, l’ortofrutticolo e quello dei prodotti gastronomici lavorati. Fra le principali irregolarità: 1) 9 tonnellate di latte vaccino sequestrate e bufalino senza tracciabilità e in violazione delle norme igienico-sanitarie sequestrate a Salerno, 2) 50 tonnellate di alimenti e 300mila etichette e componenti di packaging false a Mantova, 3)300mila etichette di prodotti ortofrutticoli commercializzate e pubblicizzate irregolarmente a Cesena e Brescia con l’utilizzo improprio del marchio Dop.

Fonte: Agi