Smog, Bruxelles apre una nuova procedura d’infrazione contro 19 zone d’Italia

L’Italia torna nel mirino dell’Ue per il mancato rispetto della normativa sulla qualità dell’aria. Le aree colpite vanno da Nord a Sud e interessano dieci Regioni italiane: Veneto, Lombardia, Toscana, Marche, Lazio, Puglia, Sicilia, Molise, Campania e Umbria. Le autorità italiane devono rispondere, fornendo chiarimenti, entro fine ottobre380456

L’Italia torna nel mirino dell’Ue per il mancato rispetto della normativa sulla qualità dell’aria: una nuova procedura d’infrazione avviata dalla Commissione europea accusa diciannove zone e agglomerati di mettere in pericolo la salute dei cittadini con livelli di smog troppo elevati. Le aree colpite vanno da Nord a Sud e interessano dieci Regioni italiane: Veneto, Lombardia, Toscana, Marche, Lazio, Puglia, Sicilia, Molise, Campania e Umbria.
La procedura d’infrazione è stata aperta lo scorso luglio con l’invio di una lettera di messa in mora a cui le autorità italiane devono rispondere, fornendo chiarimenti, entro fine ottobre. Se la risposta non dovesse essere ritenuta soddisfacente, la Commissione europea potrà passare alla seconda fase della procedura attraverso un parere motivato in cui inviterà l’Italia a mettersi in regola al più presto con le norme sulla qualità dell’aria. Non è la prima volta che l’Italia viene bacchettata da Bruxelles per la violazione della legislazione che dal 2005 impone livelli massimi di concentrazione delle polveri sottili. Una precedente procedura d’infrazione si era conclusa nel 2012 con una condanna della Corte di giustizia che confermava il mancato rispetto nel 2006 e nel 2007 dei limiti di PM10 in 55 zone. A pochi anni di distanza, l’esame dei valori di polveri sottili ha mostrato che in 13 di queste 55 aeree i valori massimi sono stati continuamente superati anche nel periodo 2008-2012. Per questo motivo la Commissione europea ha deciso di avviare una nuova procedura d’infrazione che, oltre alle 13 aree già identificate nella precedente indagine, coinvolge sei nuove zone e agglomerati. L’Italia non è il solo Paese a non ancora aver attuato pienamente le norme sulla qualità dell’aria, non rispettate complessivamente da 17 Stati membri dell’Ue.  Negli ultimi cinque anni il rispetto della legislazione sulle polveri sottili è stato fra le priorità del commissario europeo all’Ambiente, Janez Potocnik, e il nuovo commissario designato Karmenu Vella ha promesso battaglia sullo stesso fronte. “La qualità dell’aria è un problema ancora molto grave e con effetti negativi sulla salute, sull’ambiente e sull’economia”, ha affermato oggi il politico maltese durante un’audizione davanti agli eurodeputati. “Conto di agire velocemente su questo”, ha aggiunto Vella, impegnandosi a non permettere “standard diversi” fra i Paesi Ue, perché tutti i cittadini hanno diritto “allo stesso livello di tutela”.

 

Fonte: ecodallecitta.it

Trivelle, petrolio e ambiente: le mani che si allungano sulle coste siciliane

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In questi giorni si sta assistendo a un rovente botta e risposta tra associazioni ambientaliste e rappresentanti del governo. In particolare, ci riferiamo alle recenti dichiarazioni rilasciate da Matteo Renzi inerenti lo sfruttamento delle risorse petrolifere del meridione e al contrattacco di Greenpeace. Il presidente del Consiglio, infatti, in un’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera, ha affermato: “Nel piano sblocca Italia c’è un progetto molto serio sullo sblocco minerario. È impossibile andare a parlare di energia e ambiente in Europa se nel frattempo non sfrutti l’energia e l’ambiente che hai in Sicilia e in Basilicata. Io mi vergogno di andare a parlare delle interconnessioni tra Francia e Spagna, dell’accordo Gazprom o di South Stream, quando potrei raddoppiare la percentuale del petrolio e del gas in Italia e dare lavoro a 40 mila persone e non lo si fa per paura delle reazioni di tre, quattro comitatini”. Parole che hanno acceso gli animi di tutte quelle persone che le trivellazioni, l’estrazione del petrolio e gli interessi delle multinazionali li pagano sulla propria pelle. Nei giorni scorsi, la Rainbow Warrior è approdata al porto di Palermo per manifestare contro una situazione di sfruttamento che favorisce le multinazionali e va avanti da anni. Secondo Greenpeace, sarebbero circa 20 le autorizzazioni in via di concessione da parte del ministero dell’Ambiente per operazioni di ricerca e di estrazione al largo delle coste siciliane. Concessioni che, denuncia Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace, consentono alle piattaforme petrolifere di stazionare anche a poco più di 20 km dalla rive e vicinissimo ad aree protette e riserve naturali. Una corsa al petrolio che, stando a quanto affermato da Greenpeace, lascia il tempo che trova, affossando ancora una volta i buoni propositi di sostenibilità e futuro rinnovabile. Nella risposta fornita dall’organizzazione alle parole del presidente del Consiglio, si legge: “Forse offuscato dalla voglia di fare, Renzi ha dimenticato di analizzare in maniera approfondita i dati, quelli veri. Parla di 40.000 posti di lavoro, prendendo per buoni i dati di Assomineraria (che ha recentemente dichiarato anche che le trivelle in mare fanno bene alla pesca), e dimenticandosi ad esempio di rapporti di Confindustria e sindacati, che evidenziano come il ramo occupazionale legato all’efficienza energetica sia enormemente più ampio e importante. Si potrebbero creare 160 mila posti di lavoro l’anno per dieci anni, senza considerare l’indotto per l’economia e i risparmi per i cittadini”. Una battaglia quella dell’estrazione del petrolio che, secondo Greenpeace, sarebbe inutile visto che “non coprirebbe neppure due mesi di consumi del sistema paese. Senza considerare le royalties, tra le più basse d’Europa”. E che dire di quei tre quattro comitatini che contano centinaia di migliaia di persone che, ogni giorno, in tutta Italia, vivono sulla propria pelle le conseguenze delle fonti fossili? Tralasciando la mancanza di diplomazia e il cattivo gusto con cui un rappresentante politico ha chiamato in causa una buona fetta della popolazione  che lotta per i propri diritti, il rischio è che, come al solito, oneri e onori siano distribuiti in maniera poco equa, con rischi e danni ambientali ai cittadini e guadagni nelle tasche dei soliti noti. Secondo quanto denunciato da Giannì: “Ci sono vergognose omissioni nel decreto ministeriale che ha sancito la compatibilità ambientale delle nuove trivellazioni nel Canale di Sicilia: non sono stati valutati i rischi di incendi sulle piattaforme, di frane del sottosuolo marino, di dispersione di petrolio in mare, si pongono le basi per un disastro ambientale nel Mediterraneo. Abbiamo già avviato la procedura per presentare ricorso al Tar, ma i tempi stringono e abbiamo bisogno dell’aiuto delle amministrazioni locali e delle associazioni di categoria”. In particolare, l’organizzazione fa riferimento al progetto “Offshore Ibleo” dell’Eni, che prevede otto pozzi, gasdotti e una piattaforma in mare a largo della costa tra Gela e Licata. Oltre che infrastrutture di terra proprio dentro l’area protetta di Biviere di Gela. Sono anni che l’Eni allunga le mani sulla Sicilia, alla ricerca di guadagni. Qualche tempo fa, ad esempio, abbiamo parlato del progetto denominato “Vela 1”, un progetto di ricerca di idrocarburi gassosi al largo del comune di Licata (Agrigento) per cui è stato presentato uno Studio di impatto Ambientale (SIA) su cui sono intervenute numerose associazioni. All’epoca, le associazioni denunciavano uno studio di impatto superficiale e fuorviante, senza una reale valutazione dei rischi e istruzioni su come intervenire in caso di disastri (potete approfondire l’argomento a questo link).  È da tempo che i “comitatini” denunciano gli interessi delle multinazionali e i rischi che l’ambiente e i cittadini siciliani corrono in questa lotta a chi trivella più a fondo. È da tempo che le organizzazioni come Greenpeace chiedono un incontro coi politici per risolvere una questione che nessuno sembra voler considerare. Greenpeace, in circa due mesi, ha raccolto con la sua iniziativa oltre 45.000 firme di cittadini che hanno sottoscritto la dichiarazione online di “indipendenza dalle fonti fossili”. Non si può e non si deve ignorare questa voce. Ma, del resto, questo governo “del fare” ci ha già abituati ai regali alle multinazionali che attentano all’ambiente: http://ambientebio.it/mari-e-fiumi-piu-inquinati-grazie-al-nuovo-decreto/

Fonte: ambientebio.it/

Maurizio Spinello, pane e magia in un paese fantasma

Arriviamo a Borgo Santa Rita percorrendo una stradina che pare dipinta con un tocco di pennello in mezzo alle campagne nissene verdi e gialle. La marmitta della macchina di Marcello, che ci accompagna, si è sganciata e sferraglia rumorosamente per terra. Appena giungiamo a pochi metri dall’ingresso del paese, un branco di cani eccitati e polverosi si raduna come dal nulla e inizia ad inseguire la macchina abbaiando.  Borgo Santa Rita è un paesello sperso nelle campagne attorno a Caltanissetta. Le sue origini risalgono agli anni Venti, probabilmente sotto il fascismo, ma sulla data esatta vi molta incertezza. D’altronde è facile perdere la memoria storica di un posto che è andato incontro ad un progressivo ma quasi inesorabile abbandono. Già, perché oggi a Borgo Santa Rita abitano solo cinque famiglie. Per il resto è un paese fantasma. Lo si percepisce percorrendone le vie abbandonate, osservandone le case diroccate. C’è un ché di romantico in questa desolazione. Marcello ha insistito molto perché venissimo fin qui. E il motivo è presto detto: conoscere Maurizio Spinello, il “miglior panettiere di Sicilia”, che ha fatto di questo borgo la sua ragione di vita.

Maurizio esce dal suo forno un po’ accaldato e ci stringe vigorosamente la mano. Poi inizia a raccontarci la storia del suo paese, un tempo pieno di gente, molti giovani, oggi praticamente disabitato. L’agricoltura ha perso molto appeal negli anni, soprattutto sui più giovani, ed il richiamo della città si è fatto sentire prepotente. Ma Maurizio non ha voluto seguire il gregge; non se la sentiva di abbandonare il paese dove era cresciuto, dove la sua famiglia aveva messo le radici. Un legame di sangue lo teneva ancorato a Borgo Santa Rita e gli impediva di andarsene. Vedere gli altri fuggire era una sorta di emorragia personale.10411797_673378036066458_2590272494648684731_n

I cani ci attendono all’ingresso del Borgo

Ora, molti di noi in una situazione come questa si sarebbero rassegnati ad un destino che appare ineluttabile. Nel migliore dei casi sarebbero rimasti al paese con la sensazione di essere l’ultimo dei Mohicani, estremo baluardo di un passato destinato a scomparire con noi. Maurizio invece no. Lui vuole che il borgo torni a vivere come un tempo. E ha un piano. Qualche anno fa, quando si è accorto che con l’agricoltura non riusciva più a campare la famiglia, ha deciso di cambiare mestiere e ha aperto un forno, il Forno Santa Rita. Che idea geniale, penserete, aprire un forno in un paese fantasma, ci sarà la fila! Già, solo che lui non ha aperto un forno qualsiasi: ha creato un’eccellenza. Fa il pane utilizzando grani antichi siciliani e ricette tradizionali. Quando entriamo dentro al forno ci avvolge un profumo inebriante che ci riporta ad una dimensione diversa, più naturale. Ci offre dei biscotti alla lavanda da inzuppare in un bicchiere di vino ambrato profumatissimo. 10386245_673377642733164_7990805059353204417_n

Marcello e Maurizio in una delle strade di Borgo Santa Rita, di fronte al panificio

In breve tempo Maurizio ha vinto vari riconoscimenti nazionali e internazionali. Il suo pane è richiesto da tutte le parti della Sicilia. Tiene dei corsi di panificazione a cui partecipano da tutto il mondo. Recentemente è stato intervistato dalla tv giapponese e da quella americana ed è stato persino invitato a tenere dei corsi in Giappone. Adesso vuole aprire un pastificio che faccia pasta fresca e secca di qualità, sempre a Borgo Santa Rita. Inoltre si ingegna di organizzare attività per richiamare la gente fin là. C’è un ché di magico in tutto questo. Quando gli chiedo se si sente più un nostalgico o un innovatore non ci pensa neanche un istante: “un sognatore“.

 

Andrea Degl’Innocenti

 

Fonte: italiachecambia.org/

Nel Canale di Sicilia si spertusa: Rosario Crocetta autorizza le trivellazioni

Con l’accordo sottoscritto ieri tra la Regione Siciliana, Assomineraria, EniMed Spa, Edison Idrocarburi e Irminio Srl autorizzate le perforazioni off shore e a terra per estrarre petrolio

E’ stato firmato ieri il protocollo d’intesa che autorizza lo sviluppo di giacimenti nel Canale di Sicilia, ossia le trivellazioni off-shore “Ibleo” e “Vega B” (Licata e Pozzallo) e on shore (Ragusa), cioè a terra con il progetto “Irminio”; saranno peraltro potenziati potenziamento della produzione onshore in siti esistenti (5 campi); realizzazione di attività esplorativa. Alla firma erano presenti Rosario Crocetta presidente della Regione Siciliana e Linda Vancheri assessore alle attività produttive con Pietro Cavanna Presidente Settore Idrocarburi Assomineraria; Renato Maroli Amministratore Delegato EniMed SpA; Giovanni Antonio Di Nardo Presidente di Edison Idrocarburi Sicilia Srl; Antonio Pica Amministratore Delegato di Irminio Srl. La nota della Regione Siciliana che vedete in alto mira a sottolineare che l’accordo prevede congrue royalties e rispetto per l’ambiente. L’investimento è pari a 2 miliardi e 400 milioni in 4 anni e l’occupazione è stata stimata intorno alle 7000 unità. Capirete che la Sicilia davanti a questi numeri sia entusiasta, sopratutto per quei settemila nuovi posti di lavoro sbandierati come obiettivo per permette di chiudere due occhi sugli eventuali scempi ambientali e inquinamento che si potrà realizzare. tant’è che nell’accordo viene anche previsto un comitato paritetico che possa spingere quando necessario e possa anche controllare le prescrizioni ambientali e di sicurezza. Ma i posti di lavoro stimati non sembrano proprio essere 7 mila almeno secondo i conti fatti dal direttore delle Campagne di Greenpeace, Alessandro Giannì che spiega:

Solo due posti di lavoro, due tecnici specializzati che l´Edison, o chi per loro, farà arrivare non certo da Pozzallo. Sarà assunto, inoltre, qualche marittimo che servirà per l´indotto, ma scordatevi i «milioni» di posti di lavoro promessi dal sindaco di Pozzallo. Sono solo favole. La Vega B sarà automatizzata, al massimo saranno accontentati due o tre marittimi pozzallesi che lavoreranno nell´indotto.

E nel merito dell’estrazione di petrolio sottolinea ancora Giannì:

Ma quale petrolio! Sarà estratto del bitume, con capacità di recupero, se dovesse succedere un disastro, davvero miserrime. Finiamola col dire che la Vega B estrarrà petrolio e smettiamo di dire che ci sono riserve per molti anni. Si attivino, invece, le istituzioni, adesso, in modo che non ci si venga a dire un giorno «Ma Greenpeace dov´era?». Tirare giù un impianto come le trivelle non è cosa da poco.

Ma Rosario Crocetta Presidente della regione Siciliana è di tutt’altro avviso:

Con questo accordo contribuiamo al rilancio economico della Sicilia, al miglioramento della situazione finanziaria per effetto dell’incremento delle entrate relative alle royalties, alla fiscalità e diamo una risposta di tipo innovativo che rilancia fortemente l’occupazione con un progetto di investimenti ecosostenibili”.

Francamente le trivellazioni di petrolio non rientrano nei progetti di sviluppo ecosostenibili. Va bene tutto ma meglio evitare di spingersi un po’ troppo avanti con la presunta ecologia: o no?

Via | La Sicilia, Corriere di Ragusa
Fonte:  Greenpeace

 

La storia di Mariano: con lui è rinato un pezzetto di Sicilia

Mariano Caputo ha lavorato per molti anni come responsabile di cantiere; poi, un bel giorno, ha detto basta. E’ tornato nella sua Sicilia, da dove era emigrato ancora in fasce e si è votato completamente ad un’avventura: rimettere in sesto, pezzetto dopo pezzetto, il terreno che aveva lasciato. E ora ne vede i frutti, della terra e del cuore. E vede lontano, perché oltre alle piante, sono fioriti anche i progetti.mariano_caputo_sicilia

Voglia di cambiare, voglia di ritornare a contatto con la natura, voglia di casa. E’ stato così che Mariano Caputo, per tanti anni responsabile di cantiere al nord, è ritornato nella sua Sicilia dove ha rimesso in sesto un’area rurale con edifici, sentieri e terreni. Una storia vera, una scelta nient’affatto impossibile. A Mariano abbiamo voluto dare voce per poter condividere l’entusiasmo e le idee. «Dopo molti anni come responsabile di cantiere, mi sono fermato per valutare se continuare a essere succube della corsa allo sviluppo edilizio da speculazione o cambiare vita, cercando ritmi più sereni e sostenibili. Nell’ultimo cantiere ho fatto una bella esperienza di tecnologia con materiali bio, ma poi ho deciso che da lì dovevo cambiare. E così è stato; ho deciso di ritornare al paesino dove ero nato e da dove ero emigrato al nord ancora in fasce; paesino dove io andavo a passare le vacanze estive. La decisione si partire l’ho presa nel dicembre del 2012, mi sono lasciato alle spalle la vita trascorsa e ne ho iniziata un’altra in un mondo agricolo in quasi abbandono; ma la voglia di fare e la forza di volontà erano troppo forti per non poter fare quello che avevo in mente. Dopo essere arrivato in Sicilia e a casa, mi sono chiesto da dove iniziare con tutto il lavoro che c’era da fare. Non mi sono perso d’animo e ho deciso di seguire ritmi di lavoro duro, ogni giorno. Ho fatto il muratore, l’idraulico, l’agricoltore, mi sono immerso nel lavoro manuale come mai prima nella mia vita. Mi dava energia stare  contatto con le piante, mentre le potavo sembrava che mi parlassero, le vedevo rivivere, i terreni in parte cominciavano a essere visibili dopo aver estirpato rovi ed erba infestante. Oggi ogni mattina mi guardo intorno e la soddisfazione di vedere rinascere questo posto non ha prezzo. Il progetto sarebbe di ricavare un Bed & Breakfast, un luogo dedicato al turismo rurale, con i sentieri esistenti  in pietra dove si possono ammirare natura e fauna; poi produrre prodotti di nicchia autoctoni nel rispetto della coltivazione tramandata dagli avi. Con un carissimo amico scrittore vorremo fare un percorso letterario con altri scrittori e comporre brani su alcune case e anche sul percorso dei sentieri. Vorremmo produrre  per essere autonomi; a livello alimentare  ci siamo già. Vorremmo anche produrre energia con un prototipo già in funzione ad acqua con illuminazione tutto a led. Vedo molti che vorrebbero fare questa scelta di cambiamento; vorrei dare loro un consiglio: se amate la natura e volete essere liberi, fate il passo e osate. Non è una vacanza, è duro lavoro ma questo vi dà la forza e la prospettiva di vivere con altri valori costruiti da voi stessi e non imposti dal consumismo».

Chi volesse mettersi in contatto con Mariano può scrivere alla mail: marians57blu@yahoo.it

Fonte: il cambiamento.it

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Giornalisti in viaggio premio alle Hawaii per parlare bene dei MUOS

I MUOS, le antenne americane in Sicilia sono un progetto che per gli Stati Uniti ha un valore fondamentale e per dimostrarlo pagano il viaggio alle Hawaii ai giornalisti del mainstream italiano per rabbonire l’opinione pubblica

Scrive Massimo Zucchetti su Il Manifesto:

Giunge noti­zia con­fer­mata che il Dipar­ti­mento di Stato Usa ha invi­tato i gior­na­li­sti delle mag­giori testate ita­liane ad andare a visi­tare i Muos già fun­zio­nanti all’estero, in Vir­gi­nia e alle Hawaii. Per dimo­strare come i para­bo­loni siano del tutto inno­cui e la gente viva loro vicino in asso­luta con­ten­tezza, leti­zia e salute. Il viaggio-premio avverrà fra fine feb­braio ed i primi di marzo, in modo da otte­nere buoni arti­coli sulla stampa locale — ita­liana ed euro­pea -, quag­giù nelle colo­nie, in vista del grande avve­ni­mento, ormai tra­pe­lato: l’accensione del Muos intorno ad aprile. Magari il 25 del mese, in modo che in futuro si possa sosti­tuire la festa della libe­ra­zione con l’anniversario della messa in fun­zione del defi­ni­tivo sistema per la guerra totale che per­mise il trionfo della demo­cra­zia. Sarà dav­vero un bella scam­pa­gnata, cui pur­troppo – inspiegabilmente – noi del Mani­fe­sto non siamo stati invi­tati: già imma­gino l’infornata di giornalisti ita­liani – fino al giorno prima con­vinti che MUOS fosse il nome di un poke­mon – in visita alle basi, con la loro brava cartelletta-briefing, le foto ricordo e – come fu anche in occa­sione della visita dei giornalisti a Niscemi lo scorso luglio – le belle gri­gliate offerte nei prati den­tro le basi. Non potrà che sor­tirne un ottimo ritorno d’immagine, pen­sano i nostri “alleati” sta­tu­ni­tensi. Certo, pare che il MUOS in Vir­gi­nia sia in un posto niente di che, ma quello alle Hawaii merita dav­vero un’escursione. Pec­cato che nel pacchetto-vacanze non sia com­preso anche l’altro Muos, quello in Austra­lia, desti­na­zione un po’ meno bana­lotta delle ormai sfrut­tate Hawaii.Immagine

I MUOS ovvero le Mobile User Objective System ossia le antenne militari installate a Niscemi servono agli Usa per controllare quanto accade nel Mediterraneo e nel 2011 Ecoblog raccontava di come Wikileaks avesse già svelato le pressioni statunitensi nel merito: no al Ponte sullo stretto e si alle antenne militari. I Comitati cittadini di siciliani che si battono perché non siano attivate le antenne poiché come scrivono sul loro sito:

La salute potrebbe essere compromessa dall’esposizione prolungata a campi elettromagnetici di media intensità (rischio di tumori, leucemie, caterratte, …). Inoltre, l’esposizione a campi molto intensi può essere fatale (ad esempio, per un errore di puntamento di una parabola).

Ma che importa: a breve avremo valanghe di articoli con salamelecchi agli americani scritti da prestigiose firme del giornalismo italiano e da firme di pseudo ambiantalisti che per un viaggetto alle Hawaii saranno disposti a raccontare che sì le onde elettromagnetiche fanno durare l’abbronzatura più a lungo. Cari lettori di Ecoblog, quando leggerete quei mirabolanti articoli, voi saprete perché sono stati scritti.

Fonte: ecoblog.it

Bellezza e legalità: il coraggio di difendere la propria terra

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Emanuele Feltri è un giovane siciliano innamorato della sua terra e della legalità, che ha deciso di restare per far rinascere una delle valli più belle dell’isola. Emanuele Feltri ha 34 anni, è nato a Catania ed è perito agrario. Dopo aver preso il diploma, ha deciso di non emigrare al nord, ma di restare nella sua Sicilia per avviare una coltivazione di prodotti biologici e un allevamento di ovini nella Valle del fiume Simeto.  I primi due anni di attività, però, non sono stati facili. Emanuele crede fermamente nell’imprenditoria agricola sana, svincolata da ricatti e prepotenze, che non convive con le ecomafie, ma che punta su biologico, vendita diretta, qualità dei prodotti e consorzi tra piccole aziende. Ma la criminalità organizzata ha cercato di piegarlo alle sue “regole” in tutti i modi, con richieste di pagamento del pizzo, minacce e danneggiamenti. Hanno bruciato l’agrumeto, danneggiato l’impianto d’irrigazione, rubato attrezzature, ma Emanuele ha deciso di non cedere. Si è rivolto alle forze dell’ordine e ha denunciato tutti i tentativi di soffocare la sua piccola azienda biologica attraverso l’imposizione di pizzo, prezzi di vendita e passaggi commerciali.“La scelta di rimanere”, spiega, “è avvenuta nel momento in cui una proposta di lavoro mi stava portando per l’ennesima volta lontano dalla Sicilia. Adesso è giunto il momento di mettere a frutto il mio vissuto per dare il mio apporto ad una terra che amo profondamente, ma che è piena di problemi e contraddizioni”.

La Valle del Simeto incarna tutte le problematiche della Sicilia”, continua, “ma la sua bellezza, la storia del suo vissuto rurale mi hanno chiamato a proporre un modello di lavoro e di vita che esprimono la volontà di non scendere a compromessi con un sistema basato sullo sfruttamento del territorio e dell’uomo”.

L’azienda agricola di Emanuele si trova su una collina vicino a Paternò, dalla quale si vede l’Oasi avi-faunistica di Ponte Barca, nata nel 2009. Ma Emanuele si rende conto che l’area protetta esiste solo sulla carta: la zona non solo è incustodita, ma è anche una discarica a cielo aperto. Mancano recinzioni e controlli e chiunque può entrarvi per appiccare incendi, cacciare la selvaggina e scaricare rifiuti. Si rivolge, ancora una volta, alle forze dell’ordine per segnalare lo stato di degrado dell’Oasi e anche le numerose discariche abusive presenti nella Valle, dove i camion scaricano rifiuti di ogni tipo, anche pericolosi e tossici. Inoltre, denuncia la continua moria di pesci e lo sversamento di sostanze nocive nel fiume Simeto, che, con i suoi 113 km di lunghezza, è il secondo fiume dell’isola e il primo per portata d’acqua ed estensione del bacino idrografico. Denuncia l’assenza di vigilanza nei boschi, che favorisce la presenza dei bracconieri, e la mancanza di controllo e manutenzione delle aree archeologiche, per la gioia di ladri e tombaroli. E consegna ai Carabinieri di Paternò un lungo memoriale dove racconta tutto ciò che ha visto e ha subito in prima persona.

Avere espresso in maniera forte la mia distanza dalle dinamiche criminali presenti nella valle”, racconta Emanuele, “proponendo uno sviluppo eco-sostenibile, è bastato per scatenare due anni di furti, danneggiamenti alla proprietà, minacce, tentativi di tirarmi dentro ad una rete di “protezione” e, infine, due episodi intimidatori di stampo mafioso, con l’uccisione delle mie pecore, sparate a pallettoni, e il ritrovamento della testa di un agnello di fronte alla porta di casa”.

Dopo questo episodio, avvenuto il 29 giugno scorso, la notizia fa il giro della Valle e il 7 luglio viene organizzata una manifestazione spontanea di solidarietà nei suoi confronti, alla quale partecipano 500 persone. Due giorni dopo, la criminalità risponde facendogli trovare un agnello sventrato, ma accade piccolo miracolo: nasce un coordinamento spontaneo di cittadini, trasversale e privo di connotazioni politiche (il “Coordinamento in Difesa della Valle del Simeto”), che sostiene Emanuele nella sua battaglia in difesa del territorio, della legalità e dell’imprenditoria sana.

Sono i ragazzi di Paternò e dei paesi limitrofi”, spiega,“che, come me, hanno scelto di non partire e di costruire un futuro migliore nella loro terra; sono le famiglie con i loro figli che hanno espresso la voglia di una vita più a misura d’uomo; sono agricoltori consapevoli che vogliono difendere il mio e il loro diritto di esistere, vivendo e lavorando in pace e serenità”.

Grazie al nuovo comitato, la storia di Emanuele raggiunge l’opinione pubblica, i social network, i media nazionali e le autorità. Anche il sindaco di Paternò, Mauro Mangano, e il Governatore della Sicilia, Rosario Crocetta, sposano la sua causa, mentre il Prefetto di Catania si impegna personalmente, insieme all’associazione Libera, ad offrirgli protezione contro nuove intimidazioni.

“Non bisogna essere super eroi”, sottolinea Emanuele, “per portare avanti i propri ideali, per testimoniare che, a volte, il coraggio sta proprio nel condurre la propria vita quotidiana con coerenza e senza compromessi. Quando ci renderemo conto che ci stanno togliendo tutto, anche la possibilità di vivere nella propria terra, forse inizieremo a voler essere i reali protagonisti del nostro futuro. Io resto qui, non andrò via”.

E conclude: “La Valle del Simeto è già rinata, perché ha reagito ad un forte attacco con coraggio ed unione. Adesso la sfida è riuscire a trasmettere tutto questo, andando avanti e fronteggiando i possibili ulteriori contrattacchi di chi vuole che nulla cambi. Io la mia terra non la lascio: è come chiedermi di smettere di respirare”.

Fonte:buonenotizie.it

Ricercatori morti alla Facoltà di farmacia a Catania, il film va a Venezia

In memoria di Emanuele Patané sarà presentato a Venezia 70 fuori concorso per la regia di Costanza Quatriglio il film Con il Fiato sospeso che in 35 minuti racconta dei veleni inalati alla facoltà di farmacia di Catania da parte dei ricercatorifiato-sospeso1-620x350

La storia di Emanuele Patané, dottorando alla Facoltà di farmacia all’Università di Catania che muore per cancro a 29 dopo aver inalato a lungo miasmi del laboratorio di ricerca, vera e propria discarica di veleni tossici, diventa un film. Sarà Michele Riondino a dare voce a Emanuele Patanè nella pellicola Con il fiato sospeso diretto da Costanza Quatriglio e presentato al Venezia Film Festival 2013.

Emanuele Patané era ricercatore della Facoltà di Farmacia di Catania e nel suo memoriale raccontò come i veleni che aveva inalato durante i suoi anni di studio lo avessero fatto ammalare di cancro ai polmoni. Emanuele è morto all’età di 29 anni nel 2003 e con lui hanno perso la vita altre 15 persone, fatto per cui è in atto un processo presso il Tribunale di Catania. Il progetto della Quatriglio dunque sarà presentato a Venezia 70 dall’Istituto Luce il prossimo 31 agosto e come viene spiegato sulla pagina Fb dedicata al film:

Tutti coloro che hanno partecipato al film, lo hanno fatto prima di tutto per dare voce a questa storia. Questa storia difficile da contenere in una definizione, una storia di università, di giovani ricercatori, di inadeguato trattamento di sostanze tossiche, di professori che dicono che tutto va bene e di ragazzi che muoiono di cancro. Grazie ad Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Anna Balestrieri e i Black Eyed Dog, Gaetano Aronica, Paolo Buonvino, Sabrina Varani, Luca Gasparini, Letizia Caudullo, Andrea Campajola, Beatrice Scarpato, Francesca Vecchi, Roberta Vecchi, Daniela Tartari, Gianluca Scarlata, Edgar Iacolenna, In House, Laura Muccino, Gianmaria Sortino, Christian Bonatesta, Paolo Sperandeo, Ines Vasiljevic, l’Istituto Luce Cinecittà che per primo se ne è innamorato e l’ha voluto in distribuzione e la casa di produzione Jolefilm che si è unita a noi in questi giorni.

Fonte:  Catania Today

 

Parchi eolici sequestrati in Toscana e Sicilia

Due sequestri nel giro di pochi giorni a Zeri e nell’ennese: stop anche a quello che avrebbe dovuto nascere ai laghi di Conversanofi_10_941-705_resize-586x416

È guerra ai parchi eolici. Nella sola giornata di venerdì due parchi eolici sono stati sequestrati: quello di Zeri, nel massese, e quello del Giunchetto, posto fra i comuni di Nicosia, Leonforte e Assoro. Da venerdì pomeriggio i sigilli della Procura di Parma bloccano la strada d’accesso che da Albareto, nell’Appennino parmense, conduce al crinale di Zeri, situato in Toscana. Lì dovrebbe nascere Vento di Zeri che prevede l’installazione di cinque pale eoliche di oltre 120 metri d’altezza. A causare il sequestro è stato il mancato rispetto dei parametri fissati per il trasporto delle pale: per far transitare le pale le strade montane avrebbero dovuto essere allargate di 3 metri, ma l’aumento è stato di 10 metri. Da qui il sequestro. In zona, precisamente nel parco eolico di Santa Donna a Borgo Taro, la polemica potrebbe accendersi a breve a causa del progetto d’installazione di 9 pale di 150 metri d’altezza. Sempre venerdì, in Sicilia, è stato effettuato il sequestro preventivo del parco eolico del Giunchetto che sorge fra i comuni ennesi di Nicosia, Leonforte e Assoro. Il provvedimento ordinato dal Gip del tribunale di Nicosia Stefano Zammuto è stato aperto contro ignoti per inquinamento acustico dopo un esposto dei residenti della zona. Nei mesi scorsi gli inquirenti hanno accertato gravi violazioni edilizie e difformità tra i progetti originari approvati dalla Regione e le opere poi realizzate. Sempre per rimanere in tema, negli scorsi giorni la Regione Puglia tramite il bollettino ufficiale ha reso noto l’annullamento del parco eolico che avrebbe dovuto nascere nel territorio dei comuni di ConversanoTuri e Putignano, una zona a forte valenza paesaggistica e naturalistica che si è deciso di tutelare.

Fonte: ecoblog