“Saresti disposto a ospitarci?”. Così due studenti di economia hanno girato l’Italia

Mattia e David sono due studenti di economia e fondatori di Needyou Project. Per tre settimane hanno girato per l’Italia con l’idea di dimostrare che è possibile costruire un nuovo modello economico fondato sulla gratuità, sullo scambio e sulla condivisione. In questa intervista ci raccontano com’è andato l’esperimento.  Incontro David e Mattia a Dynamo, la velostazione di Bologna, in una piovosa giornata settembrina, esattamente tre settimane dopo che sono partiti da Genova in sella alle loro biciclette. Durante questi venti giorni di viaggio in giro per l’Italia hanno vissuto tante avventure – e qualche disavventura! –, ma soprattutto hanno scoperto che viviamo in un paese in cui generosità e condivisione sono ancora sentimenti forti e diffusi, che potrebbero essere il motore dell’economia del futuro! Questi due studenti di economia hanno infatti lanciato Needyou Project, un bike-tour da nord a sud durante il quale hanno somministrato questionari e cercato giorno per giorno ospitalità, vitto, idee e conoscenze, condividendo ciò che potevano mettere a disposizione e le loro competenze.needyou7

Giusto il tempo di sederci a un tavolo e toglierci le giacche bagnate che il loro racconto inizia, incalzante ed entusiastico: «La prima tappa, Genova, è stata soprattutto un test per le gambe: 80 chilometri di pista ciclabile sul mare, intervallata da scalini che ci costringevano a smontare dalla sella e salire a piedi. Arrivati in città abbiamo distribuito i questionari, in cui l’ultima domanda era: “Siete disposti a ospitarci?”. Un genovese ci ha risposto di sì e ci ha accolti in casa propria, dove per ricambiare abbiamo lavato i piatti e collaborato alla gestione casa».

Il giorno dopo, rotta verso la Toscana: hanno raggiunto in treno Montecatini, per poi coprire in bicicletta i 20 chilometri (con 700 metri di dislivello) fino a Casore del Monte (PT). Qui hanno conosciuto una comunità dell’associazione Nuovi Orizzonti, che si occupa di curare persone con dipendenze. «È stata un’esperienza molto forte – ricordano –, poiché ci siamo integrati con il loro gruppo e abbiamo osservato e partecipato alle loro dinamiche. La maggior parte erano ragazzi in cura per via delle loro dipendenze: droghe, alcol, ludopatia».

La loro giornata è strutturata per ricominciare a vivere la vita, una routine a cui hanno partecipato anche David e Mattia: «Lavorano in un ambiente rurale, si fa la legna, si curano gli animali, si pulisce la casa. Anche noi abbiamo dato il nostro contributo nello svolgere le mansioni quotidiane. È un’associazione di stampo cattolico, quindi abbiamo partecipato anche a momenti di preghiera, ma non convenzionali: liturgia della parola, preghiera spontanea, autocoscienza… molti si sono aperti, hanno chiesto aiuto e ringraziato. Sono stati momenti forti e toccanti».needyou10

Il viaggio è proseguito verso sud: «A Colle val d’Elsa l’associazione Intercultura ci ha dato ospitalità accogliendoci nelle case per gli stagisti, mentre a Firenze abbiamo avuto qualche difficoltà perché tutte le persone che incontravamo erano turisti! Tuttavia, appena abbiamo cominciato a dare questionari abbiamo trovato riscontro. Ci ha ospitato a cena una professoressa universitaria cordiale e amichevole, sembrava una serata in famiglia!».

Varcato il confine umbro, sono giunti a Perugia, città strana, che dicono di non essere riusciti a inquadrare bene. Nella piazza hanno dato questionari e hanno trovato subito ospitalità presso due ragazze per una doccia e da una signora per cena, poi hanno trovato posto in un ostello. Qui hanno conosciuto due volontarie per il servizio civile all’estero, una ragazza polacca e una turca. Da lì si sono spostati a Roma, dove hanno vissuto uno dei momenti più intensi del viaggio: «Abbiamo organizzato in poco tempo un’intervista con l’imam di un centro culturale islamico. Nonostante lo scarso preavviso, ci ha accolti con calore e ci ha offerto the e biscotti. È stato un incontro lungo e piacevole, abbiamo conversato per più di un’ora senza barriere religiose né culturali, all’insegna del dialogo e del confronto».

La sera li aspettava un’altra sorpresa. Su facebook avevano conosciuto i membri del gruppo Meetworld – Incontrarsi nel mondo e hanno partecipato a un aperitivo organizzato da loro: «Ci hanno riservato un’accoglienza quasi da VIP, siamo stati con loro e ci hanno aiutati a trovare un alloggio in zona, visto che eravamo un po’ decentrati. Il giorno dopo un ragazzo del gruppo, Christian, ci ha ospitati a casa sua e con lui abbiamo parlato in maniera più approfondita di condivisione e solidarietà.needyou9

Dalla capitale si sono spostati a Napoli e Caserta, dove sono rimasti tre giorni. Essendo a metà del viaggio ne hanno approfittato per riposarsi, ma hanno comunque trovato persone che hanno offerto loro cena o aperitivo. Ripassando da Roma, si sono spostati a L’Aquila, un’altra tappa emotivamente molto impegnativa.

 

«Arrivati in prossimità del capoluogo abruzzese, vedevamo solo gru in lontananza. La città è ancora deserta e distrutta. Nella piazza principale c’era una mostra, ma non c’era quasi nessuno». Per vie traverse hanno trovato il contatto di un’associazione che si trova nell’ex manicomio della città, ora gestito in parte dall’ASL e in parte – dopo il terremoto – dall’associazione stessa, che ha occupato alcuni locali. «È un progetto del comitato 3e32 chiamato Case Matte: sono case abbandonate che gli attivisti hanno occupato per dare un riparo a chi non ce l’aveva più e per creare un luogo di comunità e condivisione, mangiare e stare insieme, autorganizzandosi. Sono stati i primi a fare un campo autogestito dopo il terremoto. Qui abbiamo conosciuto Alessandro, uno dei leader del progetto. Anche qui abbiamo aiutato, mettendo a posto un deposito da riordinare: nessuno ci aveva chiesto di farlo, ma il nostro gesto è stato molto apprezzato».

Risalendo verso nord si sono fermati a Pesaro, dove hanno incontrato Alessandro, un ragazzo che li aveva contattati su facebook dopo aver letto la loro intervista su Italia che Cambia e che li ha ospitati con entusiasmo, in modo naturale, con grande amicizia, cedendo loro il suo appartamento. Da Pesaro hanno fatto una gita verso l’interno per visitare l’ecovillaggio La Città della Luce. «Purtroppo abbiamo potuto solo fermarci a cena e per dormire, ripartendo l’indomani, poiché tutti erano impegnati in un corso di permacultura. Ma è stata anche una fortuna, perché l’ecovillaggio era pieno e abbiamo potuto conoscere molta gente, sia esterni iscritti al corso che membri della comunità, anche se non siamo riusciti a svolgere nessuna attività insieme a loro». Prima di proseguire verso a Reggio Emilia sono ripassati da Pesaro, di nuovo ospiti di Alessandro.needyou8

A Reggio, quasi alla meta, ecco il primo imprevisto del viaggio: «Mentre eravamo in zona universitaria per un esame, ci hanno rubato la bici da un posteggio di fronte all’Università. Abbiamo continuato verso Bologna in treno e qui – quasi per caso, in un bar – tramite amici di amici abbiamo trovato una bicicletta. Ce l’ha prestata ragazzo che non conoscevamo, lasciandocela a tempo indeterminato». Ecco quindi che uno spiacevole inconveniente si è trasformato in un bell’episodio di solidarietà! Così, siamo arrivati alla fine del viaggio. Rimane il tempo per una veloce visita alla velostazione, un selfie di rito e poi via al binario da dove partirà il treno che li riporterà a Torino. Ora David e Mattia lavoreranno sui dati raccolti grazie ai questionari, che serviranno per stilare un documento con resoconti e impressioni di viaggio che conterrà i risultati della ricerca e che verrà presentato a INES2017, il grande incontro del mondo dell’economia solidale.needyou6

Al di là di questo, rimangono i ricordi di un viaggio straordinario e soprattutto la certezza – toccata con mano – che viviamo in una terra abitata da persone generose, aperte e pronte ad accogliere il prossimo, anche se lo hanno appena conosciuto. E che è possibile partire da questo per costruire un nuovo modello sociale ed economico fondato sulla solidarietà e sulla condivisione.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/saresti-disposto-a-ospitarci/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Bilanci di Giustizia: come diventare una famiglia sostenibile

Abbiamo intervistato alcuni protagonisti di Bilanci di Giustizia, una rete che raccoglie centinaia di famiglie italiane che hanno modificato il proprio stile di vita rendendolo più etico e sostenibile. Hanno scoperto che in questo modo si risparmia denaro, si guadagna tempo, ma soprattutto si diventa più felici!  Comincia tutto con una domanda: sono felice? Mi serve davvero tutto ciò che possiedo? Voglio un mondo più giusto? Voglio diminuire il mio impatto sul Pianeta? Una volta che ci si è posti questi quesiti, la strada è spianata. È per questo che aderire ai Bilanci di Giustizia non è un sacrificio, né una sfida, né tantomeno un obbligo. Si tratta di una scelta volontaria e motivata dal bisogno di cambiamento.bilanci4

Ma andiamo con ordine. Cosa sono i Bilanci di Giustizia? Si tratta prima di tutto di una comunità umana. Decine, centinaia di famiglie italiane che hanno deciso, nel corso degli ultimi venti anni, di modificare il proprio stile di vita in maniera etica e sostenibile e che si incontrano, si confrontano, condividono esperienze e si supportano a vicenda.

Chi sono invece i bilancisti? Persone normali, con vite e impieghi normali, ma dotati di una sensibilità e una consapevolezza più sviluppate. C’è chi proviene dal mondo del commercio equo-solidale, chi invece semplicemente conduceva una vita che non lo soddisfaceva e ha conosciuto per caso l’esperienza dei Bilanci di Giustizia, aderendovi. Antonella, per esempio, ne ha sentito parlare all’Università e si è legata a tal punto a questa esperienza da farci la tesi. Giuseppe proviene dal mondo dell’ambientalismo, Renato da quello della finanza etica, mentre Giancarlo dal commercio equo-solidale.bilanci6

Anche chi, come loro, aveva già esperienze pregresse di impegno civile però, ha trovato nei Bilanci una nuova ricchezza: quella della rete. “La forza del gruppo è che c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare”, dice Irene. E la ricchezza di questo gruppo è la diversità: non esistono obiettivi prestabiliti che ciascun bilancista deve raggiungere. Ognuno procede fissando piccoli traguardi personali: diminuire l’uso dell’auto o il consumo di carne, aumentare gli alimenti autoprodotti rispetto a quelli acquistati, modificare i propri investimenti in banca.

Spontaneamente, gradualmente e senza forzature, il percorso di cambiamento diventa più strutturato e abbraccia un numero sempre maggiore di ambiti della vita quotidiana. Il risultato è che una famiglia di bilancisti consuma mediamente il 47% di energia elettrica in meno rispetto a una normale, spende il 30% in meno per i trasporti, il 41% in meno per il cibo, ma il 68% in più per divertimenti e cultura (dati ricavati da Prove di felicità quotidiana, Terre di Mezzo Editore, 2011).

Interpretando queste statistiche, possiamo ricavare alcune informazioni su coloro che hanno deciso di aderire ai Bilanci di Giustizia. La prima è che hanno più soldi a disposizione. Non perché questa esperienza sia ad appannaggio esclusivo di famiglie benestanti, ma perché orientando meglio i consumi, rinunciando al superfluo e autoproducendo molti beni che prima venivano acquistati, i bilancisti spendono meno: è stato calcolato che il loro reddito disponibile subisce un aumento che va dal 10% al 25%.bilanci3

Tale aumento dà accesso a una risorsa che per molte delle famiglie italiane è sconosciuta: il tempo. I bilancisti hanno più tempo – e, come abbiamo visto poco fa, anche più soldi! – per fare ciò che amano, per dedicarsi alle proprie passioni. Confrontando i loro dati con quelli dei cittadini normali, si può notare che il 42% di chi ha aderito a Bilanci di Giustizia lavora meno di 30 ore settimanali, mentre a livello nazionale solo il 25% della popolazione ha questo “privilegio”.

Meno lavoro, più denaro, più tempo libero quindi. Ma anche minore impatto ambientale e maggior giustizia sociale. Autoproducendo, consumando meno energia, acquistando prodotti etici e sostenibili, i bilancisti riducono sensibilmente la loro impronta ecologica. Questo dato evidenzia come i Bilanci di Giustizia non siano un escamotage per avere più soldi a disposizione, quanto piuttosto una modalità per vivere in maniera più consapevole che ha anche ricadute economiche positive. Partendo dall’idea di giustizia e di sobrietà, la scoperta positiva è stata che tutto questo si coniugava con maggior benessere, migliori relazioni e quindi una vita più felice.

È questo il risultato più importante che ottengono le famiglie bilanciste. E questa esperienza è così straordinaria nella sua semplicità e nel fatto che porta vantaggi per tutti – per l’individuo, per la comunità, per l’ambiente – che sono diversi i casi in cui le istituzioni si sono mosse per studiarne i meccanismi, dall’Istituto Wuppertal – che ha indagato sulla correlazione fra qualità della vita, giustizia ed etica –, all’Istat, il cui ex presidente Enrico Giovannini ha dichiarato, riferendosi ai Bilanci di Giustizia, che “partire dalle nostre scelte quotidiane di consumo e di allocazione del tempo di cui disponiamo è un modo per contribuire al cambiamento delle nostre società”.bilanci2

Ma non si tratta di un sovvertimento epocale, di un cambio drastico. È una rivoluzione silenziosa, che inizia dalla vita di tutti i giorni. I bilancisti non sono dei “disadattati” che fanno scelte estreme, poiché uno dei segreti di questo modello è che si adatta perfettamente alle condizioni sociali ed economiche in cui viene applicato. In poche parole: possono farlo tutti, dovunque. È una scelta spontanea e condivisa, prima di tutto con la propria famiglia – da questo punto di vista è molto interessante Fuori Rotta, il programma per far sperimentare la vita da bilancista anche ai ragazzi, che crescono così in maniera consapevole e informata. Come detto all’inizio, parte tutto da una domanda e dalla consapevolezza che è necessario uscire dal paradigma economico del capitalismo e del consumismo. I Bilanci di Giustizia dimostrano che questo si può fare nella vita quotidiana: si comincia con piccoli passi e, a un certo punto, ci si rende conto di essersi liberati da una vera e propria schiavitù.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/bilanci-di-giustizia-diventare-famiglia-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Roma Makers: a Garbatella un FabLab per progettare un futuro condiviso

Connettere i makers della capitale e promuovere la cultura dell’artigianato digitale, seguendo i principi della sharing economy e dell’open source. Con questi obiettivi è nata l’associazione Roma Makers che ha come sede operativa un FabLab a Garbatella, storico quartiere romano che accoglie molteplici iniziative basate sulla condivisione e lo scambio di saperi.

Tante persone, in Italia e nel Mondo, conoscono Roma per il suo centro storico, le sue meraviglie, i suoi scorci e le sue bellezze architettoniche e monumentali. Ad uno sguardo più attento scopriamo però anche che è una città enorme (1285.30 km quadrati), policentrica e frammentata. La Storia che vi raccontiamo oggi è l’esperienza di Roma Makers  e del loro FabLab di via Magnaghi 59, nel quartiere di Garbatella: testimonianza di una città abitata da persone che guardano al presente e al futuro, oltre che al passato, convinte che l’artigianato e il digitale non siano assolutamente due categorie da contrapporre e che l’incontro tra realtà diverse e la capacità di fare rete autentica possano alleviare il senso di una città che sembra così enorme da non incontrarsi mai. Roma Makers “è il network nato con lo scopo di connettere tutte le singole realtà legate al mondo dei Makers  presenti sul territorio di Roma” (tratto dal sito romamakers.org), ed ha la sua sede operativa nel FabLab presente nel quartiere Garbatella, nato nel 2013 nella sede provvisoria di via Frediani da una rete romana di Makers entusiasmati dall’idea di attirare sempre più gruppi di persone a questo tipo di realtà. Dopo una fase di autofinanziamento da parte dei soci, aumentando la risposta da parte del territorio, da luglio 2015 il laboratorio si è ingrandito (oggi è grande 150 metri quadrati) e trasferito nella sede di via Magnaghi 59. “Noi abbiamo aperto un FabLab per motivi di esigenze: più persone avevano la necessità di avere un posto fisico per potersi incontrare e scambiarsi idee e opinioni, e anche per utilizzare determinate tecnologie: dal laboratorio classico di falegnameria ad una stampante 3d, fino ad un saldatore”, ci racconta Silvio Tassinari, co-fondatore del FabLab Roma Makers. “Il problema è che ognuno singolarmente dovrebbe investire tanti soldi per avere un laboratorio attrezzato, che tra l’altro non sfrutterà mai completamente. Mettendo gli strumenti di ognuno a sistema, come si fa qui, tante persone possono avere a disposizione attrezzatura professionale, grazie alla condivisione del mezzo. Ogni lavorazione sul macchinario ha un costo per il tesserato, che comunque è inferiore ai prezzi di mercato a livello service. Una quota andrà al laboratorio per sostenere le spese, un’altra quota al privato che ha concesso lo strumento a disposizione. Questo offre la possibilità a tutto il territorio, alle persone che vogliono partecipare a questa attività di far crescere il laboratorio in un volano sostenibile, poiché tutti gli utili vengono reinvestiti nel Fab Lab”.garba

Costituita formalmente nel 2013, l’associazione Roma Makers raggruppa una delle più attive comunità di makers romani

 

Officine Roma makers è infatti un’Aps, un’associazione di promozione sociale, e l’ingresso al FabLab è aperto a tutti: “Questo FabLab è un’associazione che ospita persone dai dieci ai novanta anni. È aperto al professionista, allo ‘smanettone’, al curioso, allo studente. È una realtà mista, quindi si innestano molteplici dinamiche che hanno portato più persone sia a creare delle piccole startup che ad incontrarsi in questo posto anche non sapendo nulla di questi mondi, ben entusiaste però di imparare nuove tecnologie, di utilizzarle, di sperimentare”.

Per poter accedere al FabLab Roma Makers è necessario un tesseramento di cinquanta euro annuali, che permette l’accesso dalle 17 alle 22 al laboratorio, con copertura assicurativa compresa. Ma lo spazio è aperto anche al mattino, quando solitamente si incontrano soprattutto persone legate agli ambienti lavorativi come piccoli artigiani, start-up e piccole aziende, oltre che studenti. All’interno del FabLab si trovano vari laboratori: uno in 3d (con attrezzature sia di modellazione che di stampa 3d), uno di taglio e fresatura, uno di crafting, uno di elettronica e robotica e uno di interaction design, oltre ad un laboratorio Mini Makers per bambini. Oltre agli spazi interni al laboratorio, Roma Makers ha aiutato ad aprire dei Fab Lab all’interno di alcuni istituti scolastici, sia nel comune di Roma sia fuori dal comprensorio romano. “Più i FabLab aprono a Roma, più noi siamo contenti” ci spiega Leonardo Zaccone, co-fondatore del FabLab Roma Makers “la città è grande, i FabLab sono pochissimi e c’è bisogno più di collaborazione che di competizione. Più saranno diffusi i FabLab in città e in Italia, più la gente li vedrà come punto di aggregazione e formazione, aumenteranno il numero di persone che verranno al FabLab e sapranno anche cosa fare all’interno dello spazio. C’è necessità di comunicare che ci sono questi spazi perché tanta gente non sa proprio che esistono i coworking o i FabLab: in molti comprano una stampante 3d, poi vengono da noi e ci dicono che se avessero saputo della nostra esistenza non l’avrebbero comprata e avrebbero invece usato le nostre. Più siamo più si saprà che esistiamo”.

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L’associazione Roma Makers ha come sede operativa un FabLab a Garbatella

 

Il FabLab a Garbatella: una città policentrica che si incontra

Il FabLab Roma Makers ha la sua sede nel quartiere Garbatella a Roma, anche se nessuno dei fondatori è originario di questo luogo: la scelta non è stata casuale, perché il quartiere è una realtà particolare di Roma, che si contraddistingue per la sua caratteristica di condivisione e per la presenza di numerose realtà socialmente impegnate nel tessuto romano. Per una città fortemente policentrica e frammentata come Roma, è un posto molto particolare, adatto ad accogliere iniziative di condivisione e scambio di saperi tipiche del FabLab. Ci racconta Zaccone: “Ci teniamo sempre a dirlo: il fatto che oggi il nostro quartier generale sia a Garbatella è un segno distintivo, è uno dei quartieri con il maggior numero di realtà socialmente impegnate a partire da centri sociali importanti come La Strada e Casetta Rossa, qua sono sorti i primi orti urbani e qua è sorto il primo coworking comunale dell’urban center Millepiani. Per noi quindi nascere a Garbatella significava entrare in un tessuto civico di condivisione molto ampio e mettersi in rete con tutte queste realtà. Ad un certo punto abbiamo cominciato a lavorare a stretto giro con il coworking Millepiani: nascono in Italia tanti coworking e FabLab insieme, noi siamo uno dei rari casi di coworking e FabLab che condividono lo spazio, ma che vivendo uno molto vicino all’altro hanno cominciato a lavorare insieme, ad offrire corsi comuni, una tessera comune, a fare la mensa comune”.

 

L’Artigianato Digitale: il concetto di Chiralità

Quando ci si approccia ai concetti di FabLab e di Makers, ci si trova spesso di fronte al concetto di artigianato digitale  come nuovo punto di incontro rispetto al forte contrasto tra produzione di massa e produzione artigianale. Ma il mondo del digitale, della prototipazione e della stampa 3d è in grado di conciliarsi con l’originalità del pezzo unico tipica dell’artigianato? “Bisogna superare dei piccoli pregiudizi per capire in che direzione andare – ci spiega Zaccone – il primo è quello che confonde il concetto di ‘artigianale’ con ‘manuale’. In realtà quasi nessuna lavorazione è manuale perché noi usiamo comunque degli strumenti tecnologici di tutti i tipi”. Tuttavia, mentre le macchine di fabbricazione di massa sono state create per creare un sistema produttivo sempre uguale a se stesso nei processi e nei prodotti, nella fabbricazione digitale da FabLab rendere il sistema uguale sempre a se stesso, è praticamente impossibile.

“Noi per descrivere questa dicotomia abbiamo coniato un termine: chirale. La chiralità è la qualità delle mani, che sono uguali ma non sovrapponibili, uguali ma non perfettamente identiche, e viene mutuata nella chimica per tutte quelle molecole che sono speculari ma non sovrapponibili. Noi in realtà lo abbiamo mutuato in senso estetico filosofico per dire che tu puoi considerare un oggetto veramente artigianale quando puoi vedere dieci produzione artigianali, le riconosci come lo stesso oggetto ma in realtà non sono mai perfettamente sovrapponibili, non sono perfettamente identiche. Questa è la qualità è la chiralità dell’oggetto artigianale: il problema non è se fatto a mano o con una macchina, bensì se è una produzione di massa oppure una produzione chirale dove gli oggetti non sono mai identici a se stessi”.garba2

Roma makers è un’associazione di promozione sociale, e l’ingresso al FabLab è aperto a tutti

Agricoltura e FabLab: un’integrazione possibile

“La cosa che mi ha affascinato di più della digital fabrication è che non essendo un settore ma un insieme di processi, è possibile applicare questi processi a qualunque settore”. Mauro Jannone è un collaboratore del FabLab di Roma Makers e Tech Manager al Fab Lab di Bracciano , in provincia di Roma, nato nel 2015 e specializzato nel settore della coltivazione denominato “Agri-food”.

“Io personalmente sto facendo un percorso che ha a che fare con la natura e la sostenibilità, sto cercando di mettere insieme questi due percorsi con degli studi che sto facendo riguardo l’agricoltura. Esiste un nuovo trend che è l’agricoltura di precisione, che prevede l’utilizzo di sensori da applicare ai seminativi, sia di piccole dimensioni che di grandi dimensioni, che permettono di individuare anche un piccolo batterio su un’unica foglia. Si tratta di tecnologie che grazie alla digital fabbrication sono alla portata di tutti: ad esempio fare una sonda che misura l’umidità del terreno può costare molto poco e permettere di far risparmiare l’80% di acqua che si immette normalmente nel campo”.

 

A Bracciano sono stati realizzati numerosi progetti in tal senso, che vanno dalla fusione di design artigianale e agricoltura  fino appunto alla realizzazione di sonde low-cost  capaci di misurare la temperatura e l’umidità del terreno.

 

Il sito di Roma Makers 

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/04/io-faccio-cosi-117-roma-makers-garbatella-fablab-progettare-futuro-condiviso/

L’Alveare che dice sì, un social network per i gruppi d’acquisto

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È stato presentato nell’ambito della fiera Fa la cosa giusta il social network dei gruppi d’acquisto L’Alveare che dice Sì!un social network che consente di vendere e comprare prodotti freschi e di qualità grazie a Internet e alla sharing economy e che favorisce la filiera corta e i gruppi d’acquisto. Questa nuova piattaforma online rende più efficiente la distribuzione dei prodotti locali:

“L’innovazione di L’Alveare che dice Sì! non è reinventare la filiera corta ma spingerla a prenderla e dare i mezzi alla filiera corta di diventare virale ed arrivare in ogni quartiere della città. Quali sono i pilastri? La parte tecnologica con internet. La seconda innovazione è la sharing economy applicata alla filiera corta”, spiega Eugenio Sapora, ceo della start up. In Francia questo modello di distribuzione a km zero conta già 650 alveari, mentre in Italia sono 30, distribuiti su tutto il territorio. La produzione locale si riunisce in alveari che raggruppano le imprese agricole in un raggio di 250 km; i consumatori si registrano e acquistano tramite la piattaforma ciò che desiderano e lo vanno a ritirare dalle mani dei produttori.

Fonte:  Askanews

 

Unlearning, un’altra vita è possibile

Originale, divertente, solare e allo stesso tempo riflessivo, propositivo, costruttivo,Unlearning di Lucio Basadonne è una delle più belle sorprese di Cinemambiente 2015. Lucio, Anna e Gaia decidono di prendersi sei mesi sabbatici e di percorrere, videocamera alla mano, l’Italia alla ricerca di chi ha scelto strade estranee al conformismo, sia dal punto di vista esistenziale che da quello educativo e scolastico. Il risultato è un “familydriven” divertentissimo, caratterizzato da uno stile videoclipparo, da un ampio utilizzo della camera a mano, un gran ritmo di montaggio e un’estetica volutamente “obliqua”. L’impressione è che quella scelta da Basadonne sia l’unica estetica possibile per raccontare vite libere dai vincoli, dalle regole e dalle costrizioni. Nel viaggio dei tre protagonisti si incontrano gli abitanti di alcuni ecovillaggi, madri che scelgono per i loro figli la scuola familiare, steineriana o libertaria, pastori e allevatori con un passato impiegatizio (felicemente) alle spalle, persone che vivono in prossimità della natura e rifiutano la società dei consumi. Lucio e la sua famiglia, sfruttando tutte le possibilità della sharing economy – dal ride sharing di BlaBlaCar al couch surfing, dal lavoro barattato con l’ospitalità grazie a Workaway e Wwofing alla casa prestata grazie a Homelink, dalle cene scambiate con Gnammo ai baratti ultimati grazie a Reeose – sono riusciti a spendere appena600 euro in tre nei sei mesi del loro viaggio lungo 5821 km. Un documentario e un viaggio fatti per “disimparare” il pensiero dominante e guardare con occhio critico all’educazione (sia essa famigliare, scolastica o mediatica) che (ci) propina il Pil come indicatore di benessere e felicità, il lavoro fisso come sinonimo di sicurezza e la prima casa come pilastro della stabilità famigliare.

Foto | Cinemambiente

Fonte: ecoblog.it

 

Il bike sharing che fa guadagnare i proprietari di biciclette

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La sharing economy prende strade inattese che, talvolta, giocano in contropiede rispetto agli stessi modelli di maggiore successo di questa economia della condivisione. È il caso di AirDonkey, il progetto creato dalla danese Donkey Republic. AirDonkey è, allo stesso tempo, un catenaccio e una piattaforma di condivisioneper i proprietari di biciclette che possono affittare il loro mezzo a tutti coloro che abbiano scaricato sul loro smartphone l’applicazione della società danese. Per entrare in questo particolare circuito di bike sharing privato occorre acquistareun kit da 80 euro che, una volta montato, trasforma la bicicletta in un veicolo in grado di essere condiviso con altri utenti e, quindi, in grado di generare un piccolo reddito per il suo possessore che non deve fare altro che definire le aree e gli orari in cui il suo mezzo può essere condiviso. Per chi affitta la bici è sufficiente aprire il lucchetto con la app scaricata sullosmartphone e fare il processo inverso quando la depositano. Grazie all’integrazione fra il device del proprietario e l’AirDonkey montato sulla bici, la posizione della bicicletta e l’identità dell’utilizzatore del mezzo sono costantemente monitorati. I primi test sono stati fatti a Copenaghen ovvero nella migliore città al mondo per i ciclisti e ora gli ideatori hanno promosso una campagna su Kickstarter con la quale ambiscono a raccogliere 250mila corone svedesi. La campagna si basa proprio sui benefici economici per chi mette a disposizione la propria bici. Mediamente l’affitto giornaliero di una bici costa dieci euro? Con AirDonkey il guadagno non va più all’azienda di bike sharing, ma viene spartito fra Donkey Republic (20%) e fra il proprietario della bici condivisa (80%).

Fonte:  AirDonkey

“Mi fido di te”, un passo concreto verso il cambiamento

Non è il primo e non sarà l’ultimo libro a parlare di sharing economy, ma colpisce. “Mi fido di te. Lavorare, viaggiare, mangiare, divertirsi. Un nuovo modo di vivere con gli altri e salvarsi” è il lavoro di Gea Scancarello edito per Chiarelettere e di recentissima uscita.mi fido di te

Sempre più persone hanno deciso di condividere la casa, l’automobile, ma anche i propri saperi e le proprie passioni, sia per trovare nuove opportunità per viaggiare per il mondo, ma anche per trovare un modo per avere entrate aggiuntive o per vivere in modo alternativo. Questo libro non è soltanto, per così dire, un prontuario, ma parla anche di tutto quello che ha vissuto Gea in prima persona. Si leggono così i suoi timori, la sua voglia di provare, ma si affrontano anche i momenti in cui ha dovuto mettersi in guardia riflettendo bene su come affrontare le varie situazioni; poi sono raccontate le storie di vita delle persone che le è capitato di incontrare. Gli ingredienti principali per la condivisione sono la fiducia nell’altro, è così che si può uscire fuori dal proprio guscio; ma ad aiutare in tale senso è anche l’accesso veloce alle relazioni attraverso la tecnologia informatica. Ed ecco che ci si ritrova a poter noleggiare un’auto in car sharing a Milano così come in Germania, oppure si riesce a individuare un nuovo proprietario per le innumerevoli cose che rimangono inutilizzate; e ancora, si riesce a vivere una vacanza sulle colline toscane o a preparare un pranzo con il menù che riesce meglio. Leggendo questo ibro, anche quando pensiamo di non avere niente, ci si accorge di possedere una miniera a disposizione: la casa, una stanza, l’auto, semplicemente se smettiamo di considerarle esclusivamente “nostre”. Ma le cose fondamentali rimangono la fiducia e la relazione con gli altri, senza le quali tutto si ridurrebbe ad una mera questione economica e allora non varrebbe la pena darsi tanto da fare ad organizzare una cena per degli sconosciuti o per offrire un posto letto nella propria casa. Airbnb, blablacar, couchsurfing sono solo alcuni dei siti più conosciuti, ma tanti altri compaiono sulle pagine del libro raccolti in schede che aiutano ad orientarsi per iniziare o a prendere coraggio per fare il primo passo. Sì, perché mentre si scorrono le pagine viene voglia di cimentarsi, di mettersi alla prova, di fare esperienze; quelle che ti aiutano ad arricchire la vita, a trovare nuovi contatti per il lavoro, a scoprire nuove opportunità e soprattutto a non sentirsi “soli”, perché c’è anche un altro modo.

Fonte: ilcambiamento.it

Mi Fido di Te
€ 13.9

Carpooling: Italia al terzo posto della classifica europea, dopo Germania e Francia

Secondo i dati di http://www.carpooling.it sempre più italiani scelgono la formula dell’auto di gruppo per spostamenti di media e lunga percorrenza. Dal lancio del servizio nel 2010, in Italia sono stati condivisi 64 milioni di kilometri, con un risparmio di 3,5 milioni di litri di carburante e 7.000 tonnellate di CO2

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Secondo i dati di http://www.carpooling.it, il portale leader in Europa nel settore del ridesharing, sempre più italiani scelgono la formula dell’auto di gruppo per spostamenti di media e lunga percorrenza. Dal lancio del servizio nel 2010, in Italia sono stati condivisi 64 milioni di kilometri, con un risparmio di 3,5 milioni di litri di carburante e 7.000 tonnellate di CO2. Un bilancio positivo che attesta lo sviluppo del carpooling anche nel nostro Paese e ci colloca, a livello europeo,al terzo posto dopo Germania e Francia. Ad utilizzare il servizio di carpooling in Italia sono prevalentemente uomini (circa il 68,5%), ma le registrazioni al femminile sono in crescita. In Europa, la ripartizione della community dei carpooler è al contrario: 47% uomini e 53% donne. Gli utenti italiani hanno un’età compresa tra i 25 e i 34 anni, come i connazionali europei; sono per lo più studenti, impiegati e liberi professionisti. Si scelgono i viaggi in auto condivisa per risparmiare fino al 75% rispetto al viaggio in solitaria: in carpooling, per esempio, si può andare da Roma a Milano con 30€. Grazie al crescente affermarsi dell’economia della condivisione, in Italia c’è anche chi sceglie di offrire un passaggio solo per avere in cambio un po’ di buona compagnia. Un utente di carpooling.it in partenza per Lamezia Terme giovedì Santo scrive: “Siamo una giovane coppia di Torino e volevamo condividere il viaggio verso il Sud con qualcuno che, come noi, vuole passare le feste di Pasqua con la famiglia!”. A livello europeo il carpooling si pratica da decenni. In Germania si viaggia in “Mitfahrgelegenheit” da prima dell’avvento di Internet. Nel 1920 nascevano, vicino alle stazioni, i primi uffici per la mediazione dei passaggi. In Francia il “covoiturage” è promosso da anni dal governo, che dal 2010 ha indetto la “journée du covoiturage”. Nel nostro Paese il fenomeno è ancora giovane.
“Il caro benzina, l’aumento dei pedaggi autostradali e delle polizze assicurative, come anche il recente affermarsi della sharing economy, sono stati i catalizzatori del carpooling in Italia” afferma Daniela Mililli, country manager di carpooling.it. “La strada da percorrere è ancora lunga, ma i risultati ottenuti in questi 3 anni sono molto promettenti”.

Fonte: eco dalle città