Il petrolio non sfama più il Venezuela

Il Venezuela sta vivendo una crisi profonda, trascinato nel baratro da un’economia, basata esclusivamente sul petrolio, oggi in gravissima crisi. L’inflazione è alle stelle, la popolazione non riesce nemmeno a comprarsi da mangiare, la crisi energetica impone tagli drastici all’erogazione del servizio. La sveglia sta suonando!

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«Con i soldi che ci bastavano per colazione, pranzo e cena, ora possiamo comprare solo la colazione. E nemmeno molto buona» hanno detto le famiglie venezuelane all’agenzia Reuters. Ma cosa sta accadendo? L’inflazione altissima e le carenze croniche di un sistema basato esclusivamente sullo sfruttamento del greggio hanno spinto in recessione il paese dell’Opec. Sempre più venezuelani fanno fatica a mettere in tavola tre pasti nutrienti al giorno. Tutte le 1.500 famiglie intervistate in un recente sondaggio hanno ammesso di aver aumentato la quantità di carboidrati nella loro dieta. Il 12 per cento ha smesso di mangiare tre volte al giorno. Il leader socialista Hugo Chávez aveva investito parte dei proventi della vendita del petrolio in programmi per i poveri. Il suo successore Nicolás Maduro si è trovato impreparato di fronte al crollo del prezzo del greggio, su cui si regge l’economia nazionale. E intanto, 30 milioni di cittadini fanno fatica a comprare latte, uova e carne. Il fotografo della Reuters Carlos García Rawlins lo ha raccontato, entrando nelle loro case, aprendo dispense e frigoriferi. L’inflazione è alle stelle, si parla del 500% nel 2016, e per fare la spesa serve uno zaino pieno di banconote. Intanto in tutto il paese esplodono le proteste contro le misure di austerità adottate dal governo. A Maracaibo, nell’ovest del paese, le forze dell’ordine hanno arrestato almeno 121 persone accusate di aver saccheggiato decine di negozi a margine delle proteste contro le misure approvate dal governo per fare fronte alla crisi energetica. A Caracas centinaia di persone hanno firmato una petizione per chiedere l’allontanamento dal potere del presidente Maduro. Per esempio, è stato deciso che settimana lavorativa durerà due giorni. Si tratta di una nuova misura d’emergenza, che riguarda solo gli impiegati pubblici, per risparmiare elettricità. Il paese è colpito da una grave crisi energetica: la siccità causata da El Niño ha reso inservibile la centrale idroelettrica che assicura il 70 per cento dell’energia del paese. La corrente elettrica viene tolta per quattro ore al giorno nel tentativo di contenere i consumi. Gia a inizio 2016 i segnali risultavano molto chiari, lo aveva messo in luce anche Il Sole 24 Ore. Alejandro Werner, responsabile del Fmi per l’America Latina, aveva dichiarato che le condizioni del Paese erano inquietanti. La Banca centrale del Venezuela – dopo oltre un anno di mancate comunicazioni ufficiali – aveva informato che nel 2015 l’inflazione era stata del 141,5% e la contrazione del Pil del 7,1%. Werner aveva sottolineato che per affrontare la drammatica crisi, acuita dal crollo dei prezzi internazionali del petrolio, era necessario ridurre le spese del settore pubblico e soprattutto rilanciare la produzione privata, «ripristinando una economia di mercato». Ancora una volta pseudo-soluzioni destinate a peggiorare il male, ma d’altra parte ormai praticate in massa dai governi. E la disperazione porta violenza. Nel 2015 la capitale del Venezuela è diventata la città più pericolosa del mondo, con un tasso di omicidi superiore a quello di San Pedro Sula, in Honduras. Ad affermarlo è il Consiglio Cittadino per al Sicurezza e la Giustizia Penale, una Ong che compila studi statistici sul tema dell’insicurezza: con 119,87 omicidi ogni 100 mila abitanti, l’anno scorso Caracas ha superato San Pedro Sula, dove si è registrato un tasso di di 111,03 omicidi ogni 100 mila abitanti. Nella lista delle città più pericolose del mondo preparata dalla Ong, le cinque che risultano in testa si trovano tutte in America Latina: dopo Caracas e San Pedro Sula seguono San Salvador (capitale del Salvador, 108,54), Acapulco (importante centro turistico della costa pacifica messicana, 104,73) e Maturin (nel nordest del Venezuela, 86,45).

Fonte: ilcambiamento.it

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Love Kitchen, la cucina dell’amore

Sfamano a colazione e pranzo, due volte a settimana, migliaia di persone bisognose e lo fanno da 25 anni. Helen Ashe e Ellen Turner, sorelle gemelle, vivono a Knoxville e l’eco della loro generosità ha superato non solo i confini del Tennessee, ma anche quello degli Stati Uniti.lovekitchen

A dar loro una mano è un gruppo di volontari che le assiste in questa faticosa battaglia contro la fame e la povertà, che negli Stati Uniti è una piaga dilagante, benché se ne parli davvero poco. Helen ed Ellen hanno 82 anni, ma non demordono e da 25 anni preparano i pasti, due volte la settimana, per centinaia di persone bisognose della loro città, Knoxville, con la loro Love Kitchen. Ci sono i senzatetto, quelli che hanno perso il lavoro e quelli che hanno perso la speranza, bianchi e neri. Helen ed Ellen sono cresciute in una famiglia povera ad Abbeville, nel Sud Carolina; all’età di 8 anni lavavano già i piatti e aiutavano i genitori in campagna, con le galline e nella mungitura delle mucche. “Abbiamo avuto i genitori migliori del mondo – dicono – non avevamo molti soldi, ma non abbiamo mai patito la fame. Lavoravamo per ottenere ciò che ci serviva e condividevamo quanto ottenevamo. Nostro padre ci ha insegnato che il lavoro non è una vergogna e ci ha insegnato anche che c’è un Dio, che c’è una sola razza, quella umana, e che non si deva mai togliere l’ultimo pezzetto di pane dalla tavola perché ci potrà sempre essere qualcuno che ne ha bisogno per sfamarsi”. Quando le due sorelle si sono diplomate nel 1946, il padre ha utilizzato i risparmi per comprare loro il biglietto del bus che le avrebbe condotte laddove ci sarebbero state opportunità di una vita migliore. Decisero di andare a Knoxville, dove vivevano alcune zie. Trovarono un lavoro e risparmiarono i soldi per proseguire la loro educazione. Il primo lavoro fu lavare i piatti in una caffetteria. Poi lavorarono in un bar e quindi un ristorante, The Hickory Grill. Ma le gemelle avevano progetti più ambiziosi e sono entrate al College per diventare infermiere; ebbero successo e andarono a lavorare al University of Tennessee Hospital. Helen accudiva i pazienti indigenti ad un piano ed Ellen seguiva gli afroamericani su un altro piano, erano i tempi della segregazione razziale. Fu lì che ebbero l’idea. Ma hanno dovuto attendere altri anni prima di realizzarla. Quando sono andate in pensione si sono dette che dovevano aiutare le persone nelle stesse condizioni di quelle che avevano aiutato in ospedale. Nel 1986 hanno iniziato a servire da mangiare ai poveri davanti alla loro piccola casa: il primo giorno hanno distribuito 22 pasti. Avevano bisogno di più spazio e hanno chiesto al sacerdote della loro chiesa di avere a disposizione il piano terra della sagrestia. Dapprima il parroco aveva detto sì, ma poi si è tirato indietro quando ha temuto di attirare gli “indesiderabili”.  Hanno continuato a servire pasti dove trovavano posto, fino a che il sindaco non ha sistemato un edificio recuperato allestendo una cucina e affittandola a Helen ed Ellen per la cifra simbolica di 1 dollaro all’anno. Love Kitchen ha continuato a crescere, con sempre più volontari e arrivando anche a preparare pasti che i bisognosi possono portar via o che vengono recapitati a domicilio a chi non si può muovere. Le difficoltà sono arrivate nel 2008, all’inizio della crisi, quando hanno iniziato ad aumentare le richieste e a diminuire i fondi derivanti dalle donazioni. Nel 2009 hanno registrato un +60% delle richieste e un -60% di donazioni. Il presidente e tesoriere dell’associazione nata nel frattempo ha annunciato la chiusura, a meno che non fossero arrivati 40mila dollari. Si è mossa la televisione locale di Knoxville, la WBIR, che con la stazione radio WIVK, ha lanciato una campagna di raccolta fondi. In due settimane sono arrivati 130mila dollari e un sacco di cibo. Dalla fine del 2009 ad oggi Love Kitchen ha ricevuto circa 300mila dollari e il sogno di Helen ed Ellen è stato salvato, grazie a una combinazione azzeccata di cuore, tenacia e pazienza. Oltre naturalmente alla dolcezza e al sorriso che non ha mai abbandonato il volto delle due sorelle. Ad aiutarle negli anni si sono messi a disposizione la Confraternita Phi Gamma Delta dell’università del Tennessee, i ragazzi della scuola battista, i membro del Cherokee Health Systems and dello Scripps Networks, oltre a tanti singoli cittadini. Love Kitchen sforna la colazione il mercoledì distribuendo anche i pasti nei sacchetti. Il giovedì c’è il pranzo e la consegna a domicilio per chi non può muoversi. Ogni settimana vengono serviti 2200 pasti.

Helen ed Ellen sono sempre in prima fila.

Fonte: ilcambiamento.it