A Londra piccioni “sentinelle” dell’inquinamento

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Si chiama Pigeon Air Patrol il progetto di monitoraggio dell’inquinamento atmosferico lanciato da DigitasLBi e Plume Labs nei cieli di Londra. Dopo essere stati impiegati per molti anni in campo militare, ora i piccioni verranno dotati di una sorta di mini-zainetto equipaggiato con dei sensori in grado di controllare il biossido di azoto, l’ozono e altri composti volatili. Plume Labs è un’azienda hi tech che aiuta i consumatori a tracciare e ridurre la loro esposizione all’inquinamento atmosferico, mentre DigitasLBi è una delle più grandi agenzie globali di marketing e tecnologia. Le due aziende hanno equipaggiato dieci piccioni con le mini centraline per la registrazione dell’inquinamento.  Le persone possono twittare la loro posizione a @PigeonAir e scoprire quali livelli di inquinamento siano stati registrati nella loro zona ed è anche possibile visualizzare i movimenti dei piccioni in volo su di una mappa live.CdhhSTQUUAM5eIQ

I piccioni compiono il loro “lavoro” sotto il monitoraggio di un veterinario che si assicura che non soffrano alcun tipo di disagio. Plume Labs ha detto che 10mila persone muoiono per l’inquinamento atmosferico ogni anno nella sola Londra. Pigeon Air Patrol mira a incoraggiare i londinesi a diventare essi stessi tester di questo innovativo sistema di misurazione dell’inquinamento che utilizza i piccioni, volatili di grande intelligenza e con uno spiccatissimo senso dell’orientamento.

Fonte:  BBC

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A Torino le api urbane “sentinelle” dell’inquinamento

Contrariamente a quanto si possa pensare, talvolta l’ambiente urbano è più salutare e meno inquinato per le api di quanto non lo siano le campagne, sempre più spesso “assediate” da pesticidi e fertilizzanti di ogni genere. Capita così che molte api migrino in città e talvolta vi trovino l’ambiente ideale per restarvi. La prima città sensibile a un discorso di apicoltura urbana è stata New York, poi anche Parigi ha seguito l’esempio d’Oltreoceano, con tanto di incentivi pubblici per l’apicoltura e per la produzione mellifera urbana. Anche a Torino, città particolarmente attiva per ciò che concerne le pratiche “smart”, l’idea dell’apicoltura urbana si sta facendo strada grazie al progetto UrBeesche cerca di coinvolgere la cittadinanza nell’allevamento delle api in città, in modo da poter beneficiare di miele, cera e propoli, ma, allo stesso, tempo sfruttare il biomonitoraggio dell’ambiente urbano che le api sono in grado di compiere con la loro produzione mellifera. Se l’aria è inquinata, infatti, le api producono un miele ricco di metalli pesanti(piombo, nichel, cromo e benzene). Proprio per questa ragione si è analizzata la produzione delle arnie torinesi: i risultati sono stati confortanti, con livelli assolutamente irrilevanti che ne consentono la commestibilità. Gli esperti di UrBees si mettono a disposizione dei cittadini che possano e vogliano ospitare un’aria e possono aiutarli a diventare apicoltori con appositi corsi e workshop.

Fonte:  Repubblica

Primo sguardo delle “sentinelle dei rifiuti” nei mercati di Torino

I mercati di Torino sotto la lente d’ingrandimento delle sentinelle dei rifiuti. Eco dalle Città fa il punto sulla situazione della raccolta differenziata e intervista Irene Vaccaro, presidente del Gruppo Organizzato Indipendente Ambulanti (GOIA). On line il video girato al mercato di piazza Barcellonamercati

Le sentinelle dei rifiuti entrano in azione con un primo sguardo alla situazione della raccolta differenziata nei mercati di Torino con un’intervista a Irene Vaccaro, presidente del Gruppo Organizzato Indipendente Ambulanti (GOIA) e un video girato al mercato di piazza Barcellona.
Intervista a Irene Vaccaro, presidente del Gruppo Organizzato Indipendente Ambulanti (GOIA)
A che punto è la raccolta differenziata nei mercati di Torino?
I banchi di ortofrutta hanno a disposizione un proprio cassonetto per l’organico. Le cassette, sia di legno che di plastica, vengono divise dai rifiuti. Ci sono alcune cooperative che si occupano della loro raccolta. Il resto invece finisce tutto assieme. Per carta, plastica e quel poco di indifferenziato che produciamo l’Amiat distribuisce ogni mattina dei sacchetti trasparenti. Noi ambulanti possiamo anche differenziare, ma a fine giornata in genere c’è un unico mezzo che li raccoglie.
Quindi il problema è nella raccolta e non nel conferimento?
Più che altro diventa inutile la nostra differenziata. Però l’Amiat continua a richiederla. Per anni abbiamo pagato una maggiorazione sulla TARSU perché il parco mezzi e il servizio dovevano essere potenziati, ma di risultati se ne sono visti pochi. Alla fine abbiamo i bidoni per l’organico. Ci sono costati molto cari.
È così dappertutto?
A Torino sì. Nei mercati della cintura e in molti della provincia invece è un’altra storia. In diverse aree mercatali sono stati installati dei bidoni fissi. Ogni ambulante differenzia e getta da sé i propri rifiuti. I vigili fanno multe salate a chi sgarra. E a fine giornata il plateatico è sgombro, non resta praticamente nulla. I mezzi della raccolta rifiuti devono solo svuotare i bidoni.
Sarebbe possibile migliorare la differenziata nei mercati?
Basterebbe iniziare dal sistema di tassazione. Fuori città si paga la TIA, mentre il Comune di Torino applica solo la TARSU. (Per ulteriori informazioni e differenze tra tassa (TARSU) e tariffa (TIA) rifiuti clicca qui ndr). Con la TIA pagheremmo anche di meno perché ci sarebbe una valutazione più puntuale di quanti rifiuti effettivamente produciamo. Una valutazione che si può fare se si differenzia. Invece con la TARSU le tariffe sono stabilite solo sulla base della metratura dell’area occupata e sul costo del servizio di raccolta.
Certo non potete rimpicciolire i banchi. Come sono calcolati i costi del servizio?
Noi del GOIA non siamo ancora riusciti a capirlo. Eppure dovrebbero essere dati pubblici. Se lo chiediamo all’Amiat e al Comune ci rispondono che è l’Amiat stessa che ha svolto un’indagine sui costi. Questo nel migliore dei casi. Nel peggiore si trincerano dietro non meglio specificate difficoltà nella raccolta dei rifiuti. E se insistiamo sventolano la foto di un mercato a fine giornata. Come a dire, siete voi che sporcate quindi non lamentatevi.
Prima tappa

Nel mercato di Piazza Barcellona i bidoni per la raccolta dell’organico sono in realtà utilizzati per ogni genere di rifiuto. Inoltre, per terra, a fine giornata, rimane qualsiasi cosa: cassette di plastica e legno, lattine, vetro, sacchetti di nylon, tutte cose che per aver toccato il suolo non sarebbero più differenziabili e che quindi finiscono tutte insieme nel generico

Fonte. Eco dalle citta

UrBEES: api in città, sentinelle contro l’inquinamento

L’apicoltura urbana è già una realtà a New York, Londra, Parigi, Tokyo. E si fa strada anche a Torino, con il progetto UrBEES. Le api di città fanno il miele – buono e sano come quello di campagna – e servono a monitorare gli inquinanti. Roba da esperti? No. Chiunque può adottare un’arnia: non è pericoloso, non è difficile e basta un balcone. “Join the Revolution!”

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Un annuncio gira su facebook: “Abbiamo bisogno di voi per portare avanti il Progetto UrBEES. Cerchiamo postazioni in Torino e Provincia per installare nuovi apiari urbani. Balconi, terrazze, giardini, orti, tetti, parchi, cortili… e qualsiasi altro spazio per poter rendere, finalmente, ecosostenibili le nostre città. Se siete interessati contattateci su urbees@hotmail.com Join our revolution!”. E noi l’abbiamo fatto. Ecco cosa ci ha raccontato Antonio Barletta, l’ideatore del progetto. “Io sono apicoltore da circa sette anni; avevo le api in Val Chiusella assieme ad un amico, ma cercavo delle postazioni più vicine a Torino, dove vivo. All’inizio concentravo le ricerche in zone periferiche, ma poi mi sono detto “Perché invece che mettere le api in periferia non le portiamo in città?”. E ho cominciato ad informarmi. In rete ho scoperto la realtà dell’apicoltura urbana, le esperienze nel mondo: Londra, Parigi, New York, Hong Kong, Tokyo… Ho cercato di capire se ci fossero realtà simili in Italia, ma non ne esistevano. E allora ho deciso di provarci io. Prima di tutto ho cercato di capire se nella mia città ci fossero divieti contro l’apicoltura urbana – divieti che esistono in altre città: la stessa New York, ora all’avanguardia in questo campo, inizialmente lo vietava – e ho visto che a Torino il divieto non c’era. Così ho cominciato a parlarne ad amici, conoscenti, apicoltori…ecodaleecitta1

Ed è nato Urbees. Cosa volete fare esattamente?

Il progetto consiste nel coinvolgere i cittadini nell’allevamento delle api in città per beneficiare non solo di miele, cera e propoli, ma anche dei suoi servizi di biomonitoraggio: chiunque voglia ospitare le api sul balcone, o sul giardino avrà in cambio i prodotti dell’alveare e ci darà la possibilità di creare una “centralina di monitoraggio” per la qualità dell’ambiente urbano. Le api sono sentinelle dell’ambiente ed è arrivato il momento di utilizzarle anche per quello che è il loro ruolo nella natura. Attraverso l’analisi del miele e della cera delle api possiamo controllare la presenza dei metalli pesanti, degli inquinanti, e rilevare cosa sta cambiando nell’ecosistema della città. Il patto è questo: i cittadini mettono a disposizione uno spazio sul proprio balcone (bastano uno o due metri quadri), noi veniamo a fare un sopralluogo e installiamo l’arnia che diventa una postazione di monitoraggio. In cambio il cittadino si prende il miele. Urbees non ha ancora natura giuridica, non guadagniamo, per ora siamo tutti volontari e amici.

Non fa male mangiarsi il miele “inquinato”?

Il miele urbano è buono come quello prodotto in campagna ma si tira dietro un mucchio di scetticismo. Abbiamo analizzato il miele prodotto a Torino l’estate scorsa, misurando la presenza di piombo, nichel, cromo e benzene, cosa che non fanno i produttori tradizionali perché nessuno glielo chiede. Bene, nel nostro miele, questi metalli pesanti erano presenti solo in minime tracce, completamente irrilevanti dal punto di vista della commestibilità e della salute umana. Ma noi queste minime tracce possiamo analizzarle per fare un monitoraggio della qualità ambientale della città, avendo a disposizione i valori chimico fisici dei metalli pesanti ma anche quelli biologici: cosa causano questi metalli pesanti all’interno di un organismo?

Insomma, le api sono microcentraline…

Le api sono sentinelle: sono bioindicatori, un po’ come i muschi e i licheni, monitorano tutto e ci dicono come cambia l’ambiente. Ma non solo. Dove ci sono le api si garantisce il mantenimento della biodiversità. Possiamo scoprire come varia la presenza botanica spontanea in città, creare una mappatura della vegetazione urbana, utile anche per chi ha allergie. (Fra l’altro il miele è anche ipoallergenico: si abitua l’organismo ad introdurre piccole parti della sostanza a cui si è intolleranti), ripristinare le piante necessarie all’ecosistema… La natura in città deve essere funzionale, non solo estetica. E per ridurre l’inquinamento non basta solo evitare di prendere l’auto una volta ogni due settimane, bisogna anche reintrodurre la natura in città, per esempio attraverso gli orti urbani, i giardini verticali e perché no, le api.

Perché in altre città l’apicoltura urbana è vietata?

Le api si conoscono per due ragioni: perché fanno il miele e perché pungono. E nessuna delle due cose sembra adatta alla città. E invece non è così, prima di tutto perché le api arrivano spontaneamente in città. Ci stanno bene. Come tanti altri animali che sembrano “fuori posto”: i gabbiani, gli scoiattoli, i corvi, le formiche… Le api in città arrivano in sciami, spesso scappando dall’inquinamento della campagna. Sembra un paradosso ma l’inquinamento cittadino non causa la moria delle api come invece fanno i pesticidi e i fertilizzanti chimici usati nelle campagne. A New York successe proprio questo: si decise di aprire la città alle api per aiutarle a sopravvivere e si decise di investire sulla produzione di miele urbano. Idem a Parigi, dove sono state proprio le istituzioni pubbliche ad incentivare l’apicoltura urbana. Qui in Italia invece c’è molto scetticismo, prima di tutto tra gli apicoltori tradizionali; un po’ temono che in città le api possano morire, e un po’ sono spaventati dalla concorrenza del miele urbano. Non si riesce a vedere la forza dell’innovazione. Oltretutto in un mercato che importa il 40% del miele dall’estero… perché dobbiamo importarlo quando possiamo produrlo? Eppure in Italia sono il primo a portare avanti questo progetto.

Nessun pericolo per chi decide di adottare un alveare?

No. Le api sono vegetariane. Non ci pungono. Quelle sono le vespe, che sono carnivore, e rompono un po’ le scatole. Ma sono animali diversi. L’ape esce dall’alveare e si dirige subito sul fiore, perché la comunicazione dell’alveare è efficiente. Sanno già dove devono andare, non perdono tempo…E in ogni caso forniamo tutte le regole comportamentali e le “istruzioni per l’uso” ai cittadini che decidono di aderire al progetto.

E può farlo chiunque?

Non bisogna per forza diventare apicoltori per ospitare le api. Chi ci mette a disposizione uno spazio sul proprio balcone può affidarsi a noi per tutto il resto: mettiamo in sicurezza l’arnia e ci occupiamo della sua gestione. Se invece un cittadino vuole imparare a diventare apicoltore, organizziamo corsi e workshop apposta. Per allevare una famiglia di api basta un controllo a settimana, non richiede molto tempo. Ma, ripeto, non è necessario diventare apicoltore. Chiunque può aderire a Urbees e trasformare il proprio balcone in una centralina di monitoraggio. Non ci vuole niente, e ovviamente non ci sono costi per chi decide di intraprendere l’avventura. Abbiamo avuto api in Via Cavour, da un ragazzo che mangiava sul balcone e a volte ci dormiva anche, e non gli hanno mai causato problemi.

Le api no, ma gli altri condomini?

Nessun regolamento condominiale vieta l’installazione di un alveare sul balcone…anche perché di solito a nessuno viene in mente di farlo. A Parigi ci sono regolamenti appositi per le api in città, ma direi che prima di arrivare a una discussione simile al parlamento italiano ne passerà… Quando cominciai a cercare informazioni sul tema provai con i vigili urbani. Mi chiesero “Perché, vuoi denunciare qualcuno che ha messo le api sul balcone?” No veramente vorrei metterle io e capire a cosa mi fate se lo faccio…”. In assenza di un regolamento per l’apicoltura urbana ci si rifà alla legge nazionale, che dice che le api possono stare ovunque purché rispettino le distanze di sicurezza. Da un balcone all’altro basta che ci sia una barriera, un dislivello di due metri a separare l’arnia dalla proprietà adiacente. Di norma non ci sono problemi quindi. Certo, qualche vicino potrà brontolare. Ma bisogna far capire alla gente che avere le api sul balcone accanto è un ottimo indicatore di qualità ambientale. Ed è un buon segno: vuol dire che lì si vive bene…Ai condomini scettici faremo vedere come lavorano le api, spiegheremo loro che non c’è alcun pericolo… e se no proveremo ad addolcirli con un po’ di miele!

Fonte: eco dalle città

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