La sentenza storica contro i pesticidi da far leggere al contadino sotto casa

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Il vostro vicino irrora continuamente i campi con pesticidi che, alla fine, contaminano anche il vostro piccolo orticello? Ecco una sentenza importante che dovreste leggere. Riuscire a vivere senza pesticidi può diventare una vera e propria impresa, soprattutto se accanto al vostro orto ci sono vicini che, invece, fanno uso di prodotti fitosanitari. Lo sa bene Aboca, leader nel settore della farmaceutica naturale, che a dicembre del 2015 aveva minacciato di andar via dalla Toscana a causa dei troppi pesticidi, adoperati sulle coltivazioni limitrofe di tabacco, che contaminavano anche i suoi campi. La vicenda allora si è risolta grazie all’intervento della Regione Toscana con cui Aboca ha trovato un’intesa per la realizzazione di una cabina di regia per l’agricoltura di qualità. Certo, in quel caso l’interesse a tutelare le coltivazioni di un’azienda con un fatturato annuo di 120 milioni di euro era grande.

Si potrebbe dire la stessa cosa anche dei piccoli agricoltori?

A tal proposito esiste una sentenza molto chiara, risalente al 26 agosto 2014, che crea un precedente molto importante al fine di tutelare la salute dei cittadini e i raccolti di chi ha fatto dell’agricoltura biologica la propria scelta di vita. Per la prima volta, un giudice, riconoscendo l’applicabilità dell’art. 844 del codice civile, ha dichiarato l’intollerabilità delle immissioni di sostanze tossiche nel fondo del vicino, ordinando a un viticoltore di Quarrata (PT) di trattare il proprio vigneto con accorgimenti che riducessero gli impatti derivanti dall’uso di fitosanitari. Il problema era nato quando un cittadino di Quarrata (PT), proprietario di un campo confinante, aveva accusato il proprietario di un vigneto confinante di averlo danneggiato per la quantità di diserbanti e/o pesticidi che si depositavano nei suoi terreni, diffondendosi anche all’interno della propria abitazione. Una cosa che lo aveva portato a interrompere la coltivazione dell’orto e a chiudersi dentro, sigillando le finestre. Il contadino si è quindi rivolto al Tribunale di Pistoia per accertare l’intollerabilità delle immissioni di sostanze nocive (pesticidi, diserbanti, insetticidi, ecc) provenienti dal terreno adibito a vigna e per chiedere:

  • di individuare la conseguente responsabilità del proprietario del vigneto;
  • il risarcimento dei danni dovuti alla compromissione delle proprie abitudini di vita;
  • di ordinare l’immediata cessazione delle immissioni dovute all’effetto deriva mediante inibizione all’uso dell’atomizzatore in una zona, cosiddetta cuscinetto, di almeno 50 metri dal confine.

Dopo i dovuti accertamenti tecnici, il Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU), ha stabilito che i trattamenti antiparassitari eseguiti dal viticoltore avevano effettivamente provocato l’immissione delle sostanze nella proprietà confinante, ma ha anche dimostrato che diverse modalità di irrorazione dei fitosanitari potevano rendere praticamente irrilevante la loro deriva.

Il giudice ha quindi deciso:

  • di dichiarare, ex art. 844 del codice civile, l’intollerabilità delle immissioni di sostanze tossiche nel fondo del vicino e di ordinare al viticoltore l’esecuzione dei trattamenti antiparassitari con modalità che ne riducano gli impatti;
  • di rigettare la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale in quanto tale fattispecie non rientrava nei casi tassativamente previsti dalla legge;
  • di condannare il produttore vinicolo al pagamento delle spese processuali e di consulenza tecnica d’ufficio.

Il giudice non ha tuttavia accolto la richiesta di vietare l’uso dei fitofarmaci in una zona cuscinetto indicata dal richiedente in almeno 50 metri dal confine.

Su quest’ultimo punto, però, esiste un pronunciamento del TAR di Trento che, in materia di distanza, con sentenza del 14/1/2012, ha respinto in parte il ricorso di un gruppo di coltivatori di mele del Comune di Malosco (TN), applicando il principio di precauzione e confermando la legittimazione del comune a stabilire limiti di distanza di nebulizzazione dalle abitazioni, in quel caso fissato in 50 metri.

La sentenza in forma integrale può essere scaricata a questo link:

https://gruppodistudioambientesalute.files.wordpress.com/2014/11/sentenza-cantine-bonacchi.pd

 

fonte : ambientebio.it

Sentenza rivoluzionaria in Costarica: l’ok agli ogm vìola i diritti delle persone

Sugli ogm il Costarica compie un enorme passo in avanti, che tanti auspicano possa costituire esempio per molti altre nazioni. La Sala Costituzionale della Corte Suprema di Giustizia ha deciso e le modalità con cui vengono accordati i permessi per autorizzare gli ogm è incostituzionale e vìola i diritti della collettività dei cittadini.costarica_attivisti_ogm

La decisione è arrivata in queste settimane dopo l’azione condotta da diversi gruppi ecologisti e di produttori che nel dicembre del 2012 avevano portato avanti un’azione di incostituzionalità (clicca qui per scaricare il documento) contro il Regolamento statale del Servizio Fitosanitario (qui il documento). I ricorrenti avevano già segnalato che le norme violavano i diritti dei cittadini costaricensi poiché non svelavano, anzi tenevano nascoste, le informazioni tecniche che venivano utilizzate per dare l’ok alla coltivazione di ogm sul suolo nazionale. L’organismo giudiziario ha accolto l’obiezione ritenendola fondata. In questo modo, la Sala Costituzionale ha garantito che i procedimenti per l’autorizzazione, d’ora in avanti, dovranno essere accessibili a tutti e questo permetterà ai cittadini e alle associazioni di presentare opposizione ai permessi, dal momento che mettono in grave rischio l’equilibrio degli ecosistemi e la salute della popolazione. Ma la lotta prosegue. La risoluzione 2014-15017 rappresenta la vittoria solo su uno dei fronti della guerra contro il transgenico, visto che la sentenza in sé non dà la possibilità al Costarica di liberarsi definitivamente dalle coltivazioni ogm benchè costituisca un precedente importante. I movimenti ecologisti costaricensi annunciano quindi che proseguiranno “con immutato impegno per l’eliminazione totale degli organismi geneticamente modificati”.

Per approfondimenti CLICCA QUI

Fonte: ilcambiamento.it

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India: Novartis perde battaglia per brevetto su farmaco anticancro

Non si tratta di una nuova cura per il cancro, ma della rielaborazione di un prodotto già esistente. Con questa motivazione, la Corte suprema indiana ha respinto, dopo sette anni di battaglia legale, la domanda di brevetto presentata dalla casa farmaceutica Novartis per il prodotto noto come Glivec. A vantaggio dei produttori indiani di farmaci equivalenti, ma anche di chi, in India e non solo, potrà accedere alla terapia a un prezzo molto più basso di quello previsto dal colosso svizzero.

Non è la prima sentenza della Corte suprema indiana in questa direzione e probabilmente non sarà l’ultima: a meno di un mese dalla sconfitta della tedesca Bayer – che si è vista rifiutare il brevetto per un farmaco anticancro a inizio marzo – anche la casa farmaceutica svizzera Novartis vede respinta la richiesta – presentata nel 2006 – di brevettare in India una cura per la leucemia, il Glivec. Alla base della decisione, la non originalità del farmaco, che rappresenterebbe un’evoluzione di un trattamento precedente. La legge indiana, infatti, prevede che le case farmaceutiche possano ottenere brevetti solo per nuove invenzioni, non per modifiche a farmaci già esistenti. In questo modo, New Delhi tenta di limitare la tendenza delle grandi aziende del settore a monopolizzare il mercato, ma anche di fare spazio alle aziende indiane che producono farmaci generici equivalenti a quelli delle controparti europee e li commercializzano a prezzi più contenuti. Se, infatti, la dose mensile del Glivec viene venduta a circa 2.500 dollari, il costo del farmaco generico non supera i 200; allo stesso modo, il farmaco anticancro della Bayer, oggetto di una sentenza analoga all’inizio di marzo, arriva sul mercato a 5.600 dollari (per 120 compresse), contro i 175 dollari della versione low cost. Pronta la reazione dell’azienda svizzera, che, alla notizia della sentenza, ha respinto l’accusa di precludere l’accesso alle cure da parte delle fasce più povere della popolazione: Novartis rivendica di aver garantito, attraverso i suoi programmi di donazione, la fornitura gratuita al 95% dei pazienti indiani e un rimborso, almeno parziale, al restante 5% dei pazienti, per un valore complessivo di oltre 1,7 miliardi di dollari.

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Piuttosto, secondo la casa farmaceutica, sarà lo stop della Corte a danneggiare i pazienti, perché “la carenza, da parte dell’India, di tutele dei diritti di proprietà intellettuale” scoraggerà la ricerca e l’innovazione e quindi “i progressi medici nelle patologie per le quali non sono ancora disponibili opzioni terapeutiche efficaci”. Di diverso avviso Medici senza frontiere, che parla di sentenza storica in difesa dell’accesso a farmaci a basso costo: secondo l’organizzazione umanitaria, nonostante i ripetuti attacchi, la legge dei brevetti indiana continua a proteggere la salute pubblica respingendo “le domande di brevetto prive di un reale fondamento” e ostacolando la tendenza delle aziende farmaceutiche a “far perdurare all’infinito i propri monopoli”. Ma la sentenza non ha valore solo per l’India: il problema dei prezzi troppi elevati non si supera semplicemente assicurando l’accesso alle cure alla maggior parte degli indiani. Basti pensare – ricorda MSF – che una serie di organizzazioni, come l’Unicef, si affidano proprio ai farmaci generici provenienti dall’India, ma anche dal Brasile, per somministrare cure a pazienti nei paesi più poveri. E rispetto all’eventualità, ventilata dalla Novartis, che la decisione del tribunale indiano freni l’innovazione, Medici senza frontiere spinge l’impostazione del problema: è vero che l’innovazione va finanziata, ma a non a spese dei pazienti “attraverso i prezzi elevati dei farmaci coperti da brevetti monopolistici”: “l’industria farmaceutica dovrebbe concentrarsi sulla vera innovazione, e i governi dovrebbero sviluppare delle regole che consentano lo sviluppo di farmaci resi subito disponibili a prezzi accessibili”.

Fonte: il cambiamento

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ACQUA, BOLLETTE ILLEGITTIME DAL LUGLIO 2011

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Il Forum Italiano dei movimenti per l’acqua ha reso noto che il Consiglio di Stato ha stabilito che è illegittima la remunerazione del 7% sulle bollette dell’acqua e che la nuova tariffa introdotta dall’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas è illegittimamente gonfiata.

 

Lo scorso anno, L’AEEG (Autorità per l’Energia Elettrice ed il Gas), incaricata di formulare la nuova tariffa all’indomani dello storico referendum del 12 e 13 giugno 2011, aveva chiesto un parere al Consiglio di Stato circa la remunerazione del capitale investito, cioè il profitto garantito del 7% presente nelle bollette dell’acqua.

Ebbene, il Consiglio di Stato ha risposto confermando quanto già precedentemente affermato dalla Corte Costituzionale: dal 21 luglio 2011, data ufficiale della proclamazione della vittoria referendaria, la remunerazione del capitale investito doveva cessare di essere calcolata in bolletta. Pertanto, quello che i cittadini italiani hanno pagato dalla vittoria referendaria ad oggi è illegittimo e i soggetti gestori non hanno più alibi: devono ricalibrare le bollette dell’acqua.

Lo ha reso noto ieri, attraverso un comunicato stampa, il Forum Italiano dei movimenti per l’acqua: “La sentenza del Consiglio di Stato Nr. 00267 datata 25/01/2013 rafforza la necessità di rispettare il referendum del 2011 e delegittima le scelte che hanno guidato l’AEEG nella formulazione della nuova tariffa, emessa un mese fa, in cui ‘la remunerazione del capitale investito” viene reintrodotta sotto mentite spoglie’.

“Lo ripetiamo ancora una volta”, sottolinea il comunicato stampa, ”abbiamo vinto, non si possono fare profitti sull’acqua. Questa volta a darci ragione è il parere del Consiglio di Stato sulla tariffa: le bollette che i gestori consegnano ai cittadini sono illegittimamente gonfiate e non rispettano la volontà referendaria espressa da 27 milioni di persone”.

Il Forum Italiano dei movimenti per l’acqua lo va dicendo da oltre un anno e lo ha messo in pratica attraverso la “Campagna di obbedienza civile”, attraverso la quale cui decine e decine di migliaia di persone, in tutta Italia, hanno ridotto le proprie bollette per contrastare la violazione democratica in atto.

La sentenza del Consiglio di Stato non fa che rafforzare le ragioni di chi vuole un servizio idrico ripubblicizzato e fuori dalle logiche di mercato. La mobilitazione contro la ‘nuova’ tariffa AEEG – conclude il Forum Italiano dei movimenti per l’acqua – è già iniziata e andrà avanti fino a che non verrà ritirata, nel rispetto della volontà degli italiani, nelle strade, nelle piazze e nei tribunali.

Fonte: il cambiamento