Giuseppe Li Rosi: in Sicilia i semi antichi per combattere l’agri-business

Sintetizzato dal chimico tedesco Fritz Haber negli anni venti, utilizzato nei campi di concentramento tedeschi per sterminare i prigionieri negli anni quaranta, impiegato in Vietnam per stanare i vietcong negli anni settanta, oggi l’acido cianidrico è nei nostri campi, sugli scaffali dei supermercati, sulle nostre tavole. È il paradosso dell’agri-industria, per la quale la velocità di trasformazione dei prodotti e la massimizzazione delle rese contano più di ogni cosa, anche della salute di chi quel cibo lo mangia.

Nello scenario molto più confortante e accogliente della calda Sicilia, culla della biodiversità italiana, incontriamo Giuseppe Li Rosi, agricoltore e custode del tesoro dell’agricoltura tradizionale: i semi. «Le multinazionali hanno capito che mettere le mani sui diritti dei semi è una mossa strategica – ci spiega Giuseppe – e attraverso tali diritti possono controllare economia, salute e possibilità di evoluzione di qualsiasi popolo». Mentre parla, alle sue spalle si muove placidamente un mare verde smeraldo: è il campo di germoplasma della Stazione Sperimentale di Granicoltura, dove viene conservata parte dei semi autoctoni siciliani a rischio di estinzione. «La Stazione – racconta – nasce nel 1927 e oggi si dedica alla conservazione di questi frumenti, che rappresentano una specie di banca dati alla quale attingere in caso di malattie dei nostri grani moderni, modificati attraverso una mutagenesi». Si tratta di un patrimonio importantissimo per continuare ad avere la capacità di produrre il cibo in Sicilia, ma ovunque è vitale conservare la biodiversità locale, frutto dell’esperienza millenaria della comunità rurale.terre_frumentarie

Per anni l’agribusiness ha manipolato le colture conformandole alle proprie esigenze. Questo ha trasformato due elementi basilari per la vita dell’uomo – il cibo e le medicine – nei suoi più grandi nemici. «Prendiamo il caso del glutine», spiega Giuseppe. « Il frumento è stato “modificato” per migliorare la pastificazione, per elevarne la temperatura di essiccazione e accorciare i tempi di produzione. Per fare questo, è stato aumentato l’indice di glutine, che misura la durezza o l’elasticità del glutine. La ricerca mira a creare frumenti con un indice di glutine alto, vicino al 100, ottimi per l’industria. I frumenti con basso indice di glutine sono classificati come scarsi. Ma un alimento con un indice di glutine ottimo il nostro intestino non lo riconosce e non lo digerisce». Giuseppe è legato da sempre alla campagna siciliana, dov’è nato e cresciuto e dove da anni porta avanti un percorso di reintroduzione delle sementi originarie. Una battaglia che non si limita all’ambito agricolo, ma sconfina in quello legale e culturale. «Ho cominciato a piantare poco a poco i semi antichi, fino a quando tutta la porzione dell’azienda coltivata a cereali, circa 100 ettari, è stata convertita con grani autoctoni siciliani. Questa scelta è stata fatta due anni fa. Quando ho cominciato a coltivare questi grani l’ho dovuto fare di nascosto, perché se li semini perdi i contributi europei, legati solo all’utilizzo di semi certificati, appartenenti a multinazionali o sementieri». Alle difficoltà burocratiche si è aggiunto lo scetticismo degli altri agricoltori, inizialmente ostili e oggi indifferenti agli sforzi di Giuseppe e della sua azienda, Terre Frumentarie. Anche la circolazione dei semi è rigidamente normata: «Per legge non si possono comprare i semi da un’altra azienda agricola. Ma tutti i semi venduti dall’industria sementiera sono nati con la mutagenesi indotta, contengono glutini che non vengono riconosciuti dal nostro intestino, hanno bisogno di nitrato d’ammonio sennò non producono niente. Oggi per fortuna alle aziende biologiche è permesso autoriprodursi il seme, però non si può comprarlo né venderlo. Dalla Stazione di Granicoltura si può prendere solo qualche piccola parcella di semi. In realtà, se venissero applicati alcuni articoli della legge sementiera italiana, potremmo scambiarci semi fra aziende, ma non succederà mai. C’è un trattato FAO sul traffico di semi che l’Italia ha recepito, senza però fare le legge applicativa. Nel resto d’Europa la situazione è molto simile. Il problema è che chi fa le leggi in campagna non c’è mai stato».raddusa

Dicevamo che è anche una battaglia culturale. «È così: hanno fatto perdere la dignità all’agricoltore e far scattare in lui la molla della rivalsa. Così ha cercato di far studiare i figli, di ingentilirsi, di ammodernarsi, di applicare le tecnologie. Per questo è stato facile convincerlo a utilizzare tecniche che facilitano la coltivazione. Tutta l’agricoltura è stata asservita all’industria: oggi è un atto illegale comprare semi da chi non è autorizzato a venderli. Bisogna poi comprare il fosfato, il nitrato, il diserbante e il fungicida. E quando si vende, la materia prima è destinata solo all’industria». Ciononostante, in questo periodo di forte crisi, Giuseppe è soddisfatto dell’andamento economico di Terre Frumentarie. La svolta è arrivata quando ha deciso di sottrarsi al giogo dell’agricoltura industriale: «Oggi le mie prospettive sono molto migliori rispetto a qualche anno fa, quando producevo frumento e lo vendevo alle aziende di trasformazione. Sono entrato in un indotto che si rifornisce con materie naturali, non geneticamente modificate. Oggi chi acquista cibo è più consapevole, più attento alla qualità, più esigente. Per questo il mercato del biologico è in grande crescita». Terre e Tradizioni è il secondo marchio che Giuseppe ha creato, che si occupa della trasformazione e della vendita dei prodotti dell’azienda agricola.

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Ci sono sempre più persone che si fanno delle domande, c’è più movimento, se ne parla di più sui mass media. Cominciamo ad avere voce in capitolo. Il mercato più fertile per il biologico rimane quello del nord Italia, ma anche la Sicilia comincia a svegliarsi: aumentano i negozi bio, i mercatini, i punti di vendita diretta. «La Sicilia ha un patrimonio genetico più grande di tutte le altre regioni messe insieme», conclude Giuseppe. La missione dunque è tutelarlo e farlo prosperare, affinché diventi parte integrante dell’economia e della cultura dell’Isola.

Fonte: italiachecambia.org/

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La Commissione Europea ritira la riforma del mercato delle sementi. Via Campesina: “Riprendiamoci la nostra sovranità alimentare”

La Commissione Europea ha annunciato la sua decisione di ritirare la riforma del mercato sementiero, da più parti invocata affinché potesse essere contenuto lo strapotere delle multinazionali e reso possibile lo scambio dei semi per affrancare i contadini dalla schiavitù delle royalties. Ora si tratta di vedere cosa accadrà. Intanto l’associazione internazionale contadina La Via Campesina lancia i suoi “5 passi” per nutrire veramente il pianeta (altro che Expo 2015!) e rivendica la sovranità alimentare dei popoli.via_campesina

La Commissione Europea ha annunciato al Parlamento europeo la sua decisione di ritirare la riforma della regolamentazione del mercato sementiero, cancellando di fatto le seppur timide aperture cui la Commissione precedente era stata costretta dalle pressioni dei movimenti per la sovranità alimentare e dai gruppi rappresentativi in agricoltura. Quelle aperture lasciavano sperare che finalmente la UE potesse prendere in considerazione norme e interventi a difesa della biodiversità e preservazione dei suoli, a difesa del diritto dei contadini allo scambio delle loro sementi, del diritto delle piccole aziende a commercializzare tutte le biodiversità disponibili senza dover essere costrette a registrarle nei cataloghi istituzionali e a difesa della possibilità di aprire quei cataloghi ai semi non “standardizzati”, sinonimo di maggiore ricchezza nutritiva dei cibi. Nulla di tutto ciò, tutto cancellato, la pressione delle lobby di interesse e delle multinazionali sementiere evidentemente è devastante. Intanto l’associazione internazionale di contadini La Via Campesina rimarca la sua critica al sistema industriale di produzione del cibo, «causa principale dei cambiamenti climatici e responsabile del 50% delle emissioni di gas serra in atmosfera». Eccoli i punti critici principali.

Deforestazione (15-18% delle emissioni). Prima che si cominci a coltivare in maniera intensiva, le ruspe e i bulldozer fanno il loro lavoro abbattendo le piante. Nel mondo, l’agricoltura industriale si sta spingendo nella savana, nelle foreste, nelle zone più vergini divorando una enorme quantità di terreno.

Agricolture e allevamento (11-15%). La maggior parte delle emissioni è conseguenza dell’uso di materie rime industriali, dai fertilizzanti chimici ai combustibili fossili per far funzionare i macchinari, oltre agli eccessi generati dagli allevamenti.

Trasporti (5-6%). L’industria alimentare è una sorta di agenzia di viaggi globale. I cereali per i mangimi animali magari vengono dall’Argentina e vanno ad alimentare i polli in Cile, che poi sono esportati in Cina per essere lavorati per poi andare negli Usa dove sono serviti da McDonald’s. La maggior arte del cibo prodotto a livello industriale percorre migliaia di chilometri prima di arrivare sulle nostre tavole. Il trasporto degli alimenti copre circa un quarto delle emissioni legate ai trasporti e il 5-6% delle emissioni globali.

Lavorazioni e packaging (8-10%). La trasformazione dei cibi in piatti pronti, alimenti confezionati, snack o bevande richiede un’enorme quantità di energia e genera gas serra.

Congelamento e vendita al dettaglio (2-4%). Dovunque arrivi il cibo industriale, là deve essere alimentata la catena del freddo e questo è responsabile del consumo del 15% di energia elettrica nel mondo. Inoltre i refrigeranti chimici sono responsabili di emissioni di gas serra.

Rifiuti (3-4%). L’industria alimentare scarta fino al 50% del cibo che produce durante tutta la catena di lavorazione e trasporto, i rifiuti vengono smaltiti in discariche o inceneritori.

La Via Campesina rivendica la sovranità alimentare dei popoli e indica 5 passi fondamentali per arrivarci. Eccoli.

  1. Prendersi cura della terra.

L’equazione cibo/clima ha radici nella terra. La diffusione delle pratiche agricole industriali nell’ultimo secolo ha portato alla distruzione del 30-75% della materia organica sul suolo arabile e del 50% della materia organica nei pascoli. Ciò è responsabile di circa il 25-40% dell’eccesso di CO2 in atmosfera. Questa CO2 potrebbe essere riportata al suolo ripristinando le pratiche dell’agricoltura su piccola scala, quella portata avanti dai contadini per generazioni. Se fossero messe in pratiche le giuste politiche e le giuste pratiche in tutto il mondo, la materia organica nei suoli potrebbe essere riportata ad un livello pre-industriale già in 50 anni.

  1. Agricoltura naturale, no alla chimica.

L’uso di sostanze chimiche nell’agricoltura industriale è aumentata in maniera esponenziale e continua ad aumentare. I suoli sono stati impoveriti e contaminati, sviluppando resistenza a pesticidi e insetticidi. Eppure ci sono contadini che mantengono le conoscenze di ciò che è giusto fare per evitare la chimica diversificando le colture, integrando coltivazioni e allevamenti animali, inserendo alberi, piante e vegetazione spontanea.

  1. Limitare il trasporto dei cibi e concentrarsi sui cibi freschi e locali.

Da una prospettiva ambientale non ha alcun senso far girare il cibo per il mondo, mentre ne ha solo ai fini del business. Non ha senso disboscare le foreste per coltivare il cibo che poi verrà congelato e venduto nei supermercati all’altro capo del mondo, alimentando un sistema altamente inquinante. Occorre dunque orientare il consumo sui mercati locali e sui cibi freschi, stando lontani dalle carni a buon mercato e dai cibi confezionati.

  1. Restituire la terra ai contadini e fermare le mega-piantagioni.

Negli ultimi 50 anni, 140 milioni di ettari sono stati utilizzati per quattro coltivazioni dominanti ed intensive: soia, olio di palma, olio di colza e zucchero di canna, con elevate emissioni di gas serra. I piccoli contadini oggi sono confinati in meno di un quarto delle terre coltivabili nel mondo eppure continuano a produrre la maggior parte del cibo (l’80% del cibo nei paesi non industrializzati). Perché l’agricoltura su piccola scala è più efficiente ed è la soluzione migliore per il pianeta.

  1. Dimenticate le false soluzioni, concentratevi su ciò che funziona

Ormai si ammette che la questione agricola è centrale per i cambiamenti climatici. Eppure non ci sono politiche che sfidino il modello dominante dell’agricoltura e della distribuzione industriali, anzi: governi e multinazionali spingono per far passare false soluzioni. Per esempio, i grandi rischi legati agli organismi geneticamente modificati, la produzione di “biocarburanti” che sta contribuendo ancor più alla deforestazione e all’impoverimento dei suoli, continuano ad essere utilizzati i combustibili fossili, si continua a devastare le foreste e a cacciare le popolazioni indigene. Tutto ciò va contro la soluzione vera che può essere solo il passaggio da un sistema industriale di produzione del cibo a un sistema nelle mani dei piccoli agricoltori.

Fonte: ilcambiamento.it

I lavori dell’orto nel mese di settembre

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Cosa fare nel proprio orto una volta che l’estate è finita? Semplicemente preparare il terreno alle colture invernali e se il clima lo permette continuare a piantare. Si pianta all’aperto: cime di rapa, carote, cipolla, indivie, lattughe, scarola, spinaci. E ricordarsi che, seppure con minore intensità, a settembre ancora fa caldo, quindi mai dimenticarsi di irrigare con una certa frequenza. Continuate a raccogliere i frutti dalle piante e gli ortaggi estivi che ancora continuano a crescere. Man mano che le colture termineranno il loro ciclo vitale badate a estirparle dal terreno. L’orto, se non avete più nulla da raccogliere, a settembre va pulito e preparato alla vangatura. In ogni modo in questo periodo si possono mettere a dimora cicorie, lattughe, ravanelli, spinaci, carote e rape. All’aperto e con l’uso di un semenzaio si coltivano cavoli cappuccio e cipolle. Ricordatevi che andranno trapiantati tra novembre e dicembre. Seminare il finocchio in semenzaio invece richiede un’attesa di 30 e anche 40 giorni. Dopodiché quando avranno raggiunto i 10-15 cm di altezza si potranno piantare in pieno campo. Le piantine vanno disposte a 20 cm di distanza sulla fila, lasciando uno spazio di 60-70 cm tra le file. Per chi non lo sapesse il semenzaio è uno strumento davvero utile per chi vuole un prodotto naturale al 100%. Nessuno può impedirvi di costruire in casa un vero semenzaio degno dei migliori contadini. Alcuni lo comprano già pronto da chi vende prodotti per l’agricoltura; ma altri s’ingegnano in maniera diversa. Come chi usa il contenitore delle uova, lo fora nell’estremità più bassa e lo riempie con terreno fertile. Ma una volta piantati, i semini procedete sempre all’innaffiatura, senza mai esagerare. Anche sull’impiego delle sementi siate accorti, per non correre il rischio di mangiare prodotti modificati geneticamente. Ci sono poi quelle colture quasi abbandonate che rischiano l’estinzione se non si fa qualcosa per proteggerle. Magari nel nostro piccolo orto, se le caratteristiche del terreno lo permettono, potremmo coltivarci quelle varietà perdute per far posto a colture più intensive. A tal proposito esiste un’associazione Rete Semi Naturali che “sostiene, facilita, promuove il contatto, il dialogo, lo scambio e la condivisione di informazioni e iniziative tra quanti affermano i valori della biodiversità e dell’agricoltura contadina e si oppongono a ciò che genera erosione e perdita della diversità e all’agricoltura mineraria basata sulla monocoltura intensiva e/o sulle colture geneticamente modificate”. Una maniera intelligente e creativa di contribuire a salvaguardare l’ambiente in cui viviamo.

Fonte: tuttogreen

Sana 2013,Vandana Shiva inaugura il Salone del biologico e del naturale

Si svolge a Bologna, dal 7 al 10 settembre, la venticinquesima edizione del Salone Internazionale del biologico e del naturale. Tutte le informazioni sulla manifestazione

 

 sabato 7 a martedì 10 settembre torna Sana 2013, il Salone Internazionale del biologico e del naturale, la manifestazione di riferimento nel settore dei prodotti bio e naturali che quest’anno compie 25 anni. A tagliare il nastro dell’edizione che festeggia il quarto di secolo sarà Vandana Shiva, la scienziata ed ecologista fondatrice dell’associazione Navdanya e del Centro per la Scienza, la Tecnologia e la Politica delle Risorse Naturali di Dehra Dun (India). Nel suo intervento Semi di libertà, giardini di speranza. L’agricoltura biologica per salvare il mondo si concentrerà, oltre che sul ruolo che va riconosciuto all’agricoltura.

biologica, anche sulla campagna internazionale da lei promossa a tutela della biodiversità dei semi, contro i brevetti delle sementi industriali. All’inaugurazione sarà presente anche Maurizio Martina, sottosegretario alle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali con delega all’EXPO 2015 di Milano, mentre ad animare e coordinare l’apertura ci sarà Serena Dandini, la conduttrice televisiva che ha dato alle stampe Dai diamanti non nasce niente. Storie di vita e di giardini.

La manifestazione fieristica – l’unica, in Italia, interamente dedicata al biologico certificato – è in programma al Quartiere Fieristico di Bologna ed è organizzata da BolognaFiere in collaborazione con Federbio, con il patrocinio dei Ministeri delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, dell’Ambiente, dello Sviluppo Economico e di Expo 2015 di Milano, e il supporto di Ifoam.

Sana 2013 propone ai visitatori, professionali e non, i prodotti dell’agricoltura biologica, a base di erbe officinali e i cosmetici naturali e biologici.

Sana 2013, i settori e gli eventi

Tre sono i settori merceologici della manifestazione:

1) L’alimentazione: è il settore dedicato esclusivamente alle aziende con produzioni biologiche certificate, la cui verifica delle certificazioni è affidata a una Commissione di controllo esterna, composta dai rappresentanti degli organismi di certificazione.

2) Il benessere: si tratta del settore dedicato alle aziende coon produzioni bio certificate e naturali a base di erbe officinali.

3) Altri prodotti naturali: propone una selezione dei prodotti a basso impatto ambientale da utilizzare in casa p nella vita quotidiano e, anche in questo caso, le certificazioni sono affidate a una commissione interna.

Saranno circa 100 i momenti di incontro dell’edizione 2013, fra convegni, incontri e workshop. Verrà consegnato il terzo Sanaward Benessere che premierà le Erboristerie che abbiano maggiormente investito sull’innovazione e sul servizio al cliente. Nell’area Sana Novità verranno esposti 150 prodotti innovativi, mentre nell’Osservatorio Sana saranno presentati i risultati di ricerche delle quali potranno beneficiare le aziende del settore. Con Sana Academy gli operatori del settore potranno prendere parte a corsi di aggiornamento sui temi di maggiore attualità condotti da esperti italiani ed internazionali.

Sana 2013: dove, quando, biglietti e contatti

Dove: Quartiere Fieristico di Bologna

Ingressi: Ingresso Aldo Moro e Piazza Costituzione

Data: da Sabato 7 a Martedì 10 Settembre 2013

Orari di apertura: Da Sabato 7 a Martedì 10 Settembre 2013 dalle 9:30 alle 18:30

Biglietti: Ingresso gratuito per operatori del settore, previa registrazione. Visitatori € 20,00

Show Office
BolognaFiere S.p.a.
Piazza Costituzione 6 – 40128 Bologna
Tel. 39.051.282111 – Fax. 39.051.6374031
sana@bolognafiere.it

Parcheggi: http://www.bfparking.it

Come arrivare a Bologna Fiere

Dall’aeroporto

L’Aeroporto Internazionale Guglielmo Marconi è direttamente collegato a BolognaFiere con il comodo servizio navetta AEROBUS BLQ. Il servizio è attivo in occasione di tutte le manifestazioni fieristiche (escluso Motorshow) e il prezzo della corsa semplice è di 5 euro. Per ulteriori informazioni consulta il sito: http://www.bologna-airport.it

Dalla stazione Fs

La Stazione Centrale di Bologna si trova a soli 10 minuti da BolognaFiere ed è collegata agli ingressi di Piazza Costituzione e Viale Aldo Moro dalle linee 35, 35/ e 38.

Dall’autostrada

Da Firenze, Milano e Ancona: prendere direttamente l’uscita “BOLOGNA FIERA” sull’autostrada A14. Da Padova: tangenziale uscita 8 per Ingressi Nord, Michelino, Moro e Parcheggio Michelino; tangenziale uscita 7 per Ingresso e Parcheggio Costituzione.

In autobus

Il Quartiere Fieristico di Bologna è raggiungibile ogni giorno con le linee ATC a tariffa urbana 28 – 35 – 35/ – 38 – 39 e durante le manifestazioni fieristiche, con la linea speciale diretta BLQ AEROBUS Aeroporto-Fiera.

Via | Sana 2013

 

Monsanto annuncia il ritiro degli OGM in Europa, siamo alla propaganda?

Siamo alla fase due della resa di Monsanto in Europa che sembra piuttosto una propaganda che non il vero ritiro dal mercato delle sementi OGM nel Continente.monsanto-594x350

Euractiv con Reuters riportano la notizia secondo cui Monsanto, la multinazionale degli OGM americana, starebbe meditando di ritirare tutte le richieste di approvazione per coltivare nuovi tipi di colture geneticamente modificate nell’Unione europea, a causa della mancanza di prospettive commerciali. Il ritiro riguarda 5 varietà di mais, 1 di colza e 1 di barbabietola da zucchero. La multinazionale ha però precitato che non avrebbe ritirato la sua domanda di rinnovo solo per il mais MON810 unica coltura OGM attualmente coltivata e in commercio in Europa tra cui anche in Italia, attraverso le battaglie legali condotte da Giorgio Fidenato. Il presidente della Monsanto e Managing Director per l’Europa, Jose Manuel Madero, ha detto a Reuters che lo ha contattato telefonicamente:

Ci sarà il ritiro delle approvazioni nei prossimi mesi.                                  

Madero ha spiegato che la decisione avrebbe permesso alla società di concentrarsi sulla crescita nel settore delle sementi convenzionali in Europa. Un portavoce della Commissione europea, che gestisce il sistema di approvazione degli OGM dell’UE, ha confermato che la Monsanto aveva comunicato la sua intenzione di ritirare le richieste di approvazione. Ma il dubbio che si possa trattare di propaganda piuttosto che di genuina seppur sofferta decisione inizia a avanzare. In effetti c’è una novità che probabilmente preoccupa Monsanto. Lo scorso 25 maggio si è tenuta la March Against Monsanto Marcia contro Monsanto che ha coinvolto milioni di persone su tutto il Pianeta, anche se l’Italia era assente. Hanno manifestato contemporaneamente contro la multinazionale americana in 52 paesi. Il punto è che la manifestazione è sorta spontaneamente e si è coordinata attraverso i social network senza la collaborazione di alcuna associazione governativa o non governativa e innescata negli Stati Uniti dalla firma di quel Monsanto Protection Act firmato dal presidente Barack Obama, ceh assicura alla multinazionale protezione, ai limiti dell’impunità, sulle conseguenze che potrebbero avere i suoi prodotti sulla salute umana. Per intenderci, una protezione simile è riservata alle case farmaceutiche per i vaccini. In effetti, come rileva anche Altra informazione, i social dunque sono stati la rete di collegamento nel mondo e per la prossima volta potrebbero sfondare il muro della Cina o dell’India e far si che la protesta sia davvero completamente globale. E ciò evidentemente può diventare un problema serio da gestire in quanto le controparti non sono aggregare in organismi societari individuabili. In occasione della March against Monsanto la multinazionale divulgò un comunicato stampa in cui sostanzialmente ribadì il proprio ruolo e la correttezza con cui questo era svolto:

L’agricoltura sostenibile deve essere economicamente sostenibile e socialmente responsabile. Deve essere volta a preservare la terra, l’acqua e le risorse genetiche per le generazioni future. Altri gruppi sostengono che le prossime sfide che dovranno essere affrontate con un sistema agricolo che tenga conto della manodopera e meno dell’innovazione. Rispettiamo tale parere, anche se non lo condividiamo. A nostro avviso, a vantaggio dell’agricoltura, così come molti altri settori della vita quotidiana, vi è il progresso e l’ innovazione. Produrre di più. Conservare le risorse. Migliorare gli standard di vita. Questa è l’agricoltura sostenibile, e questo è ciò che è la Monsanto.

E dunque piuttosto che di frustrazione per Monsanto che risponde per ben due volte con messaggi molto più che rassicuranti e del tipo: ok avete vinto voi, diventa sempre più consistente pensare che ci sia stata una revisione della strategia di comunicazione, ossia fare un passo indietro per rassicurare l’opinione pubblica. Ricorda infatti proprio Euractiv che nonostante la pubblica ostilità l’Europa resta uno dei principali acquirenti mondiali di grano biotech per un’importazione di più di 30 milioni di tonnellate di mangimi GM per la sua industria del bestiame. I mangimi OGM non si dichiarano e dunque per l’opinione pubblica non esistono.

Fonte: ecoblog

Agricoltura: l’Ue vuole soddisfare le multinazionali

In base ad una nuova legge proposta dalla Commissione europea tutti i semi e le piante potranno essere commerciati solo se “approvate” da un ufficio preposto, “certificati” e inseriti in un elenco ufficiale. Si tratta di un provvedimento volto a favorire le multinazionali a discapito dei piccoli agricoltori che potrebbero essere considerati “pericolosi fuorilegge”._agricoltura8

L’uomo che piantava gli alberi oggi non potrebbe più farlo: secondo la proposta di legge europea sul “materiale riproduttivo vegetale”, che ci minaccia tutti, sarebbe un criminale. Quello che nel bel racconto “vero” di Jean Giono è un silenzioso eroe, colui al quale gli abitanti di Verdun e tutti gli esseri umani finora dovevano essere grati per il manto forestale che copre quelle montagne, un tempo aride e nude, sarà domani un pericoloso fuorileggeSic transit (et muta) gloria mundi. Soprattutto se a farla mutare ci sono le lunghe mani e gli artigli delle multinazionali. Nel 2005 la Monsanto compera Seminis e diviene uno dei colossi mondiali delle sementi ortofrutticole, dal 2007 la solerte Commissione Europea ha cominciato a studiare la legge che darà definitivamente in mano alle multinazionali l’agricoltura europea. Non solo la Monsanto, ovviamente, ci sono anche la Dupont, la Novartis, la Cargill… E’ al loro servizio il “Testo unico sul materiale riproduttivo vegetale”. Una legge che si propone di controllare totalmente semi e piante: “tutti i semi, tutte le piantine, piante o talee”. Potranno essere commerciati solo semi e piante “approvate” da un ufficio preposto, “certificate” e inserite in un elenco ufficiale; potranno essere coltivati per il mercato solo vegetali prodotti con i suddetti semi e piante. Sarà l’ufficio apposito della Commissione Europea a decidere quali semi e quali piante, ad approvare e disapprovare; sarà un’apposita Agenzia, istituita ad hoc, a controllare gli agricoltori e i giardinieri (!), che pagheranno i controlli di tasca loro. Del resto già paghiamo i 1000 (mille) funzionari della Commissione Europea per l’Agricoltura. Così si combatte la disoccupazione! Secondo voi, di chi saranno semi e piante approvate? I miei susini autoctoni e introvabili nel resto del mondo?mani_pianta_agricoltura

Le caratteristiche richieste, su cui la legge batte il chiodo insistentemente sono “distinguibilità, omogeneità, stabilità”. Proprio quelle delle piante industriali, ancor meglio se “brevettate”. Sì, perché le multinazionali stanno brevettando quelle rose che noi riproduciamo per talea, quelle zucche di cui conserviamo e ripiantiamo il seme un anno dopo l’altro. Dunque è importante la “stabilità”: se il seme brevettato della multinazionale producesse una pianta diversa da quella originaria (per esempio, le zucche si ibridano facilmente con lo spontaneo aiuto di api e bombi), come potrà provare che è roba sua e che non ho il diritto di riseminarla? Ma la legge ha pensato a tutto: distinguibilità, omogeneità, stabilità. Tutte caratteristiche atte a farci pagare i “diritti d’autore” e a rendere illegali le piante prodotte dai contadini direttamente. Un altro dei chiodi su cui il testo di legge batte monotonamente e instancabilmente è il “controllo”.

“Cosa vuoi fare stasera, Prof?”

“Quello che facciamo tutte le sere, Mignolo. Tentare di conquistare il mondo”.

Pare che la conquista del mondo per mezzo degli OGM stia subendo qualche intoppo. Benché abbiano provocato la rovina di intere popolazioni di contadini e dell’economia agricola di grandi regioni del mondo, gli OGM non stanno riuscendo nel loro scopo: quello di mettere l’intera produzione di cibo in mano alle multinazionali. C’è chi resiste al loro espandersi, a volte interi stati; c’è chi, essendo rovinato, fa causa alla Monsanto, per esempio i latifondisti argentini. L’umanità, evidentemente, non è ancora abbastanza omogenea e stabile. Per rimediare a tale instabile disomogeneità, il Pupo di turno alla Casa Bianca si è affrettato ad emanare la legge che mette la Monsanto al riparo: “Monsanto Protection Act”, una legge su misura! Quando si dice la democrazia. Gli OGM stanno deludendo le grandi imprese che avevano puntato su di loro, hanno innescato delle reazioni impensate. Del resto, non si può pensare a tutto, nemmeno quando si hanno alle proprie dipendenze veri squadroni di “mercenari del pensiero”, che tramano e progettano, suggeriscono leggi, predispongono e prevedono, falsificano ricerche scientifiche, diffamano scienziati indipendenti e onesti, scrivono sui giornali, costruiscono siti dal nome falso o fuorviante, mandano persino lettere ai giornali e commenti ad altri siti sotto falso nome. Quante spese e che impegno! Bisognerà bene che ci sia un risultato!pomodori__orto2

Ecco qua. Visto che per ora non si riesce a vincere la resistenza e la diffidenza verso gli OGM, si proverà ad impadronirsi degli organismi non geneticamente modificati. Ad impadronirsi della vita attaccandola da un lato più sguarnito. Chi si aspettava, infatti, che per piantare un boschetto di pioppi e ontani, per vendere al mercato del paese qualche cassetta di ciliegie o di noci si dovesse avere il “certificato” di idoneità di pioppi e ontani, ciliegie e noci. La gente non riesce nemmeno a crederci. Sì, la legge si occupa anche del “materiale riproduttivo forestale”. Per intenderci, insomma, chiunque abbia un vivaio e venda piante, dai tagete al sedano, dalle zinnie ai cipressi, dai pomodori al rosmarino, sarà controllato in maniera ferrea: potrà coltivare e seminare solo piante “approvate”, catalogate e certificate; dovrà etichettarle a norma di legge (e la legge insiste molto sulle etichette), dovrà imballarle a norma di legge (che insiste molto anche sugli imballaggi); dovrà tenere registri e scartoffie infinite e dovrà rendere continuamente conto di quello che produce e che vende. La conseguenza evidente, voluta e inevitabile sarà che nessun vivaista si azzarderà più a produrre le proprie piante, ognuno si limiterà a comperare e rivendere quelle fornite dalle multinazionali, con etichetta e imballaggio sicuramente regolare, dato che li hanno decisi e imposti loro. Benché la mia famiglia abbia un orto e un frutteto per il proprio consumo, non seminiamo tutto noi. Ogni primavera andiamo al paese vicino, da un piccolo vivaista-contadino, con una piccola serra non riscaldata, e comperiamo piantine di pomodori di almeno cinque differenti varietà, tra cui il “costoluto fiorentino”, che sicuramente non è stabile e omogeneo. Ogni anno c’è qualche problema dovuto al cambiamento climatico, che rende la vita difficile ad alcune varietà di pomodori ma, avendone piantate tante varietà diverse, ci sono sempre quelle che resistono al guaio dell’anno. E non sono sempre le stesse. E noi così ogni anno riusciamo a mangiare i nostri pomodori e a fare la nostra salsa. Ma l’Unione Europea riuscirà ad impedircelo e riuscirà ad eliminare il nostro piccolo vivaista.__agricoltura__0

Quel che riguarda le piantine vale anche per i semi, vale per i prodotti che poi venderà il contadino: sarà sempre più difficile e costoso anche solo attenersi alla legge. Ed ecco il grande risultato: fine della piccola e media azienda agricola. Come è già successo per l’allevamento, l’agricoltore diventa un operaio dell’industria agroalimentare, magari sul suo stesso terreno, di cui detiene formalmente la proprietà, così tocca a lui pagarci anche le tasse e, se il prodotto non si vende, andare alla malora. E il biologico? Niente paura, la Commissione Europea ha pensato anche a quello. È probabile, anzi, che avrà un occhio di riguardo per l’agricoltura biologica. Infatti: “… date le caratteristiche specifiche necessarie all’agricoltura biologica, è opportuno che la metodologia e le prescrizioni fissate per l’esame delle varietà tengano in debita considerazione le esigenze specifiche”. Non vi suona minaccioso, pur nel suo mellifluo e sgrammaticato linguaggio? Questa legge non riguarda solo chi vive di agricoltura: siamo tutti consumatori di prodotti agricoli. Riguarda la vita, la libertà, la salute di tutti. L’agricoltura contadina ha selezionato migliaia di piante adatte a migliaia di luoghi diversi, di climi e terreni diversi, e alle diverse stagioni. La forza dell’agricoltura contadina è la forza della vita e sta nella sua varietà, non nell’omogeneità. Preservare tale diversità, preservare l’agricoltura contadina e la libertà del contadino vuol dire preservare la libertà di tutti e la possibilità di nutrirci di cibi salubri. Vuol dire preservare la biodiversità, piante e animali che si sostengono a vicenda nella rete e nell’equilibrio della vita. Con questa legge il contadino che si procura il proprio reddito e sostentamento dalla terra, sparisce. Non può più decidere cosa coltivare , e “cosa” uno coltiva determina anche il “come” coltiva. Ma probabilmente e in ogni modo non può nemmeno più sopravvivere economicamente, perché le spese dei semi e delle piante certificate e/o brevettate, le spese dei controlli che gli verranno fatti, saranno insopportabili per lui. Più le spese delle multe, inevitabili dato che le piante “viaggiano” e si contaminano allegramente, non conoscendo barriere, loro: “Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà”. Nel 2004 in Iraq il governatore delle forze d’occupazione dell’Impero, Paul Bremer, impose una legge che mirava ad “adeguare” l’Iraq “agli standard internazionali riconosciuti nella protezione della proprietà intellettuale”. Cioè che impediva ai contadini iracheni di conservare le proprie sementi e li costringeva a comperare semi made in USA da “fornitori autorizzati”. Non ve lo dico, chi erano i fornitori autorizzati; scommetto che lo indovinate tutti. Dopo 600.000 iracheni morti ammazzati (cifre ufficiali) non deve essere stato difficile imporre una simile legge. Oggi l’Europa, che dell’Impero fa parte, pensa di poter mettere al collo dei suoi contadini lo stesso cappio: l’appetito vien mangiando.semi7

Dopo aver fatto le debite considerazioni sulle nostre responsabilità di consumatori per l’accresciuto potere delle multinazionali agroalimentari, e magari aver fatto anche qualche buon proposito per il futuro, tipo quello di mangiare prodotti biologici, locali e di stagione d’ora in poi, forse dovremmo prendere in considerazione l’opportunità di reagire a questo attacco pericolosissimo alla libertà e alla vita. Ci sono molte petizioni su internet contro questa legge e sicuramente è bene firmarle ma, avendo visto a cosa hanno approdato il milione e mezzo di firme raccolte per il referendum sull’acqua pubblica e il referendum stesso, non dovremmo limitarci alle petizioni. Dopo l’acqua, il cibo. I folli vogliono conquistare il mondo, peccato che il loro “conquistare” si traduca con “distruggere”. Noi, che vogliamo difendere e preservare, dovremmo mobilitarci contro questa legge con determinazione e tenacia. Molti di noi fanno parte di associazioni piccole e grandi, da quelle dei piccoli e medi coltivatori, Coldiretti e CIA e Via Campesina, dei coltivatori biologici come AIAB, a quelle ambientaliste come Greenpeace, WWF, LIPU e tutti i gruppi e le associazioni meno note, i comitati piccoli e grandi sorti in ogni dove per difendere l’ambiente da scempi di ogni tipo, ai Gruppi di Acquisto Solidale: in tutti questi ambiti dovremmo promuovere l’informazione e l’impegno contro tale legge. Potremmo porci l’obiettivo di arrivare a una giornata di manifestazioni in tutta Europa, una giornata che veda uniti contadini e cittadini, ambientalisti e consumatori. Una giornata per dimostrare che c’è un’Europa unita che non è quella al servizio dei potentati economici e delle multinazionali mondiali, è quella che invece si batte per uscire dalla crisi con una nuova economia, solidale e sostenibile. Un’economia al servizio di tutti gli esseri umani e rispettosa del mondo di cui fanno parte; un’economia che non minaccia la libertà, non distrugge la natura, non ha il suo fondamento nella guerra, nella rapina, nello sfruttamento. Possiamo far vedere un’Europa unita per salvare semi e piante, biodiversità e agricoltura contadina? Io penso che possiamo. Per salvare noi stessi e la Madre Terra che tutti ci nutre.

… E poi c’è stata la mano,
la solita mano segnata

di solchi e di calli,
nodosa come una radice;
una mano pacifica
e dal sorriso evidente:
ogni solco sorride,
ogni unghia listata di terra
e le nocche e le ruvide dita.
La mano del contadino,
che conosce il ragno del sole
e sa avvolgere e svolgere
le sue ragnatele
come un mago antico,
un sotterraneo prestigiatore.
E’ una mano che non ha
niente di tragico,
benché l’abbiano inchiodata
a tutte le croci.

Fonte: il cambiamento

Ue e piccoli ortaggi fuorilegge, la notizia è una bufala

Impariamo a leggere e a comprendere le leggi europee: non ci sarà nessun limite alla coltivazione e giardinaggio casalingo.orto-594x350

Riprendo l’ottimo post della collega Maria Ferdinanda Piva di Blogeko che riassume efficacemente la situazione attuale delle sementi in Italia e Europa: si può coltivare per il proprio consumo senza sottostare a alcun vincolo. Insomma gli orti privati non sono illegali né in Italia e né in Europa e la registrazione delle sementi serve semplicemente e mantenere elevati gli standard di qualità delle sementi destinati a chi coltiva in maniera professionale. Scrive infatti Maria Ferdinanda:

La proposta offre la scelta ai contadini tra usare semi certificati o non certificati (standard). La scelta dipende dalle necessità e dalle preferenze di ogni coltivatore. I semi certificati offrono migliori garanzie di qualità mentre quelli standard di solito hanno prezzo più bassi. Lo scambio di semi o altro materiale per la riproduzione delle piante tra non professionisti resta al di fuori degli scopi della legge. Ciò che viene venduto da non professionisti o da micro imprese per mercati di nicchia è esente dall’obbligo di registrazione. Le imprese con meno di 10 dipendenti e un fatturato annuo inferiore ai 2 milioni di euro possono vendere le loro varietà di piante di nicchia senza obbligo di registrazione.

D’altronde la FAO è sempre stata molto chiara in merito esprimendosi proprio contro il monopolio delle sementi. Come ebbe modo di spiegarci in una intervista esclusiva Mario Catania, ex ministro all’Agricoltura l’istituzione di un Catalogo ufficiale europeo delle sementi per cui alcuni mesi fa la Corte europea di Giustizia si espresse il 12 luglio 2012 in merito e che ha :

ha semplicemente confermato l’obbligo di iscrizione al registro ufficiale comunitario che, assicurando le caratteristiche delle varietà iscritte, rappresenta una garanzia per i produttori agricoli come per i consumatori. Inoltre è il caso di ricordare che una volta ammesse nei registri nazionali, le sementi vengono automaticamente inserite nel catalogo ufficiale europeo. Si tratta di una procedura che non è particolarmente complessa ed è anche gratuita perché la registrazione delle sementi tradizionali non prevede alcun costo e le domande di iscrizione al registro nazionale possono essere presentate anche dai singoli cittadini e dalle aziende.

Misure esagerate? Probabilmente, ma ciò non giustifica le bufale in merito che non fanno altro che confondere leggi e situazioni. non facendo capire da che parte effettivamente conviene protestare.

Fonte: ecoblog

Pesticidi killer in Europa: “stiamo perdendo le api”

È stato pubblicato ieri da Greenpeace un rapporto che ribadisce l’importanza sia ecologica che economica di proteggere le popolazioni di api e la necessità di eliminare dalle pratiche agricole i pesticidi che le minacciano.

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Greenpeace ha pubblicato ieri il rapporto “Api in declino – le minacce agli insetti impollinatori e all’agricoltura europea” . Il rapporto mette in evidenza l’importanza sia ecologica che economica di proteggere e mantenere in buone condizioni le popolazioni di api e la necessità di eliminare dalle pratiche agricole i pesticidi che le minacciano. L’eliminazione di tali sostanze è un primo passo cruciale ed efficace per tutelare la salute delle popolazioni di api e per salvaguardare la loro attività di impollinazione, un servizio vitale per la produzione di cibo e per l’ecosistema. “Le evidenze scientifiche sulle conseguenze dei pesticidi più dannosi per le api sono chiare. Non possiamo permetterci di perdere le api e il resto degli impollinatori naturali: l’Italia e gli altri Paesi europei devono agire per vietare queste sostanze killer” dichiara Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura Sostenibile di Greenpeace. “La drastica riduzione delle api è solo un sintomo di un sistema agricolo che ha fallito, basato sull’uso intensivo di prodotti chimici per servire gli interessi di potenti multinazionali come Bayer e Syngenta. Incrementare subito metodi agricoli sostenibili è l’unica soluzione a lungo termine per salvare le api e l’agricoltura in Europa”. Il rapporto “Api in declino” segna il lancio di una nuova campagna europea di Greenpeace per salvare le api , e per promuovere un’agricoltura di stampo ecologico, in grado di produrre alimenti sani riducendo l’uso di sostanze chimiche e fornire habitat sicuri per gli insetti impollinatori domestici e selvatici. Il drammatico calo complessivo delle api è il risultato di molteplici fattori: malattie e parassiti, cambiamenti climatici, pratiche agricole di stampo industriale. In particolare alcuni pesticidi, fra i quali i neonicotinoidi, rivestono il ruolo di veri e propri killer nei confronti degli insetti impollinatori. Oltre ai fenomeni di intossicazione acuta che portano alla morte immediata delle api, sono molti gli effetti sub-letali legati a questi pesticidi, come ad esempio effetti sulla fisiologia, interferenze con la capacità di approvvigionamento del cibo, problemi d’orientamento e l’impatto sui processi di apprendimento. La capacità delle api di resistere a malattie e parassiti sembra essere direttamente influenzata dalla loro esposizione a tali sostanze tossiche, con conseguenze catastrofiche per la salute e la sopravvivenza delle api e degli altri impollinatori naturali. Senza api sono a rischio interi ecosistemi, l’agricoltura e la produzione alimentare

Greenpeace ha individuato sette pesticidi che devono essere subito vietati a causa della loro tossicità estremamente alta e degli effetti sub-letali e/o sistemici sulle api. L’elenco comprende imidacloprid e clothianidin della Bayer, thiamethoxam della Syngenta, fipronil della Basf e clorpirifos, cipermetrina e deltametrina prodotti da diverse aziende agrochimiche che incamerano profitti significativi dall’uso massiccio di queste sostanze chimiche in agricoltura. Secondo Greenpeace i governi europei devono sostenere – come primo passo – il divieto dei tre neonicotinoidi come proposto dalla Commissione europea lo scorso 15 marzo; approvare adeguati piani d’azione a livello europeo per vietare tutti i pesticidi dannosi per le api e gli altri impollinatori; aumentare i finanziamenti per ricerca, sviluppo e applicazione di pratiche agricole ecologiche. In Italia i tre neonicotinoiti oggetto delle proposta europea sono già stati sospesi dal 2008 per il trattamento delle sementi. Le stesse sostanze vengono comunque diffuse in ambiente tramite formulazioni differenti (sotto forma di spray per i trattamenti fogliari, e granulare per la geodisinfestazione), e lo stesso avviene per altri insetticidi particolarmente tossici per le api. Anche nel corso del 2012 sono stati registrati spopolamenti di alveari, in particolare in corrispondenza di coltivazioni intensive soggette a trattamenti con pesticidi (come mais, vite e melo).

Fonte: il cambiamento

Le Api
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