Il “bibliomotocarro” fa leggere i bambini del Sud

Dal 1999 Antonio La Cava gira il Sud Italia con la sua Ape 500, di colore celeste e a forma di casetta, denominata Bibliomotocarro, con l’obiettivo di dare in prestito i suoi libri che ammontano a 1300 unità. “Ho sempre creduto in una scuola viaggiante e nell’importanza dell’uso didattico del territorio”, racconta nella nostra intervista.bibliomotocarro470

Giunge come una prodigiosa epifania nei piccoli e remoti centri abitati del Sud Italia catalizzando al suo passaggio l’attenzione di tutti coloro che lo vedono arrivare. E’ l’estroso e bizzarro “Bibliomotocarro”, un’insolita Ape 500 celeste a forma di casetta, con tanto di tetto tegolato e comignolo, colma di libri per bambini. Ideato da Antonio La Cava, insegnante di scuola elementare in pensione, è una moto ibrida, unica nel suo genere, dalla parvenza quasi mitologica: un umile mezzo di trasporto, in grado, comunque, di coprire grandi distanze e raggiungere con serafica pazienza borghi spesso isolati e distanti tra loro, modificata ingegnosamente per assolvere alla funzione di biblioteca mobile e trasportare migliaia di volumi in continuo aumento e aggiornamento. Con il suo “Bibliomotocarro” il maestro parte ogni volta da Ferrandina, comune in provincia di Matera in cui è nato e vive, e raggiunge diversi paesi della Basilicata e delle regioni limitrofe per dare in prestito i suoi libri (che ammontano a circa 1300 volumi) ai bambini che accorrono incuriositi al suo arrivo nelle piazze per poi tornare in quegli stessi luoghi, dopo poco più di un mese, a recuperare i testi prestati e portarli in altre località, ad altri bambini. E’ una vera e propria missione educativa volta a stimolare ed incentivare nei più piccoli il piacere della lettura quella che il maestro lucano ha intrapreso sedici anni fa e che porta ancora avanti con ammirevole passione e dedizione. Con lo stesso entusiasmo ha risposto ad alcune domande di approfondimento.
Il “Bibliomotocarro” è un mezzo originale e vincente di didattica itinerante. A lei è stato riconosciuto il grande merito di dare l’opportunità di appassionarsi alla lettura ai bambini che popolano le strade dei piccoli centri. Da dove ha tratto l’ispirazione? “Sono tante le ragioni che nel 1999 mi portarono ad ideare il Bibliomotocarro. Essere maestro, naturalmente. Voglio dire che facendo il maestro e, quindi, osservando da vicino il progressivo affievolimento del rapporto tra il mondo della fanciullezza e il libro, pensai ad un mezzo umile, semplice, lento e povero, che potesse avvicinare i libri ai bambini. Che potesse portare, cioè, i libri dove ce n’è più bisogno. Ciò si coniugava, peraltro, con la mia ambizione di sempre: sentirmi maestro di strada. Ho sempre creduto in una scuola viaggiante e nell’importanza dell’uso didattico del territorio. Facendo il maestro, ho sempre portato più paese a scuola, ma sono sempre stato affascinato dall’idea di portare più scuola nel paese. E poi l’amore e la passione per il libro, la lettura e la scrittura. Un amore e una passione illuminati e riscaldati dalla luce fioca e dal calore tenue di una candela che dentro di me non si è mai spenta. Era la candela che da fanciullo, quando avevo 8-9 anni, accendevo quando mia madre spegneva l’unica lampadina di casa. I miei genitori erano contadini e abitavamo in un sottano, in fondo al quale c’era la stalla con l’asino”. 
Quanto è cambiato, nel corso degli anni, il rapporto dei bambini con i libri? In che misura l’avvento della tecnologia e il suo dilagante uso e abuso, nonché dipendenza nei casi limite, li ha distratti dal piacere della lettura?

“Il Bibliomotocarro è un’idea post-moderna che coniuga la tradizione con l’innovazione. La nostra proposta è vincente perché non demonizza i nuovi mezzi di comunicazione, che peraltro ritengo indispensabili, ma li usa riempiendoli di contenuti positivi. Sia noi dello staff che i bambini prendiamo questi contenuti dai libri, che sono insostituibili”.
Cosa manca, a suo parere, nella programmazione scolastica che accresca l’interesse verso la lettura per il puro piacere che essa arreca? “Nei programmi scolastici manca l’idea che la lettura sia un piacere e non un obbligo, una costrizione. Soprattutto nella scuola primaria, questo devono capirlo gli insegnanti”.bibliomotocarro01

Quale approccio didattico ha adottato durante la sua lunga esperienza di insegnamento nella scuola elementare? Cosa ha cercato di trasmettere ai suoi alunni e cosa le hanno trasmesso loro?
“Ho fatto per 42 anni il maestro cercando sempre negli occhi e negli sguardi degli alunni le linee ispiratrici per la mia azione educativa e didattica e fino all’ultimo giorno ho trovato conferma della bontà di tale scelta. Del resto il Bibliomotocarro è il frutto di questo gioioso e positivo coinvolgimento. Quando, 20 anni or sono, dicevo agli alunni che ero preoccupato per la crescente disaffezione nei confronti del libro e che bisognava fare qualcosa, loro mi dicevano che potevo farlo io. Dopo 2-3 anni la mia preoccupazione si tramutò in angoscia: l’angoscia di invecchiare in un paese di non-lettori. Allora  dissi agli alunni che era necessario lanciare un grido d’allarme. Ebbene loro, cogliendo l’aggravamento del mio stato d’animo da preoccupazione ad angoscia, non mi ripeterono più che potevo fare io questa cosa ma che dovevo!”.
Quali difficoltà ha incontrato nelle fasi iniziali del progetto? “Fin dall’inizio il Bibliomotocarro ha avuto una vita gioita e sofferta: gioita perché vissuta intensamente con gioia ed entusiasmo; sofferta per i problemi da affrontare e risolvere tutti i giorni. Il Bibliomotocarro ha sedici anni di vita, ormai, essendo nato nell’ottobre del 1999, e per i primi 14 anni è andato avanti in solitudine e nell’indifferenza generale. Solo da due anni a questa parte è passato agli onori della cronaca diventando un fenomeno nazionale ed internazionale”.

Qual è la reazione delle persone al suo arrivo? “Inizialmente ci furono scetticismo e perplessità, battute del tipo: “Ma dove va questo?”, “Ancora con i libri!? Ora c’è il computer!”. Poi le cose sono cambiate. Ora i bambini si avvicinano, chiedono libri e, soprattutto, utilizzano la richiesta di un libro per avviare un contatto, uno scambio, un legame con me o con altri che sono vicino al Bibliomotocarro, perché a furia di connetterci con il mondo intero, ci siamo “scollegati” dal dirimpettaio e dal vicino di casa che, sofferente, chiede e implora, inascoltato, che qualcuno si accorga di lui”.bibliomotocarro02

Tra le svariate iniziative culturali che è riuscito a realizzare con il Bibliomotocarro, quale ha avuto maggiore successo?
Il Bibliomotocarro realizza nelle scuole il progetto “Amico Libro”. Sono in particolare quattro le attività di questa iniziativa che suscitano entusiasmo negli alunni e negli insegnanti: “I libri hanno messo le ruote”, servizio di biblioteca viaggiante con prestito gratuito dei libri, che conta 8 presenze, una al mese, nell’anno; “I libri bianchi”, libri composti da racconti scritti da bambini di paesi diversi; “ Entrare con la testa, uscire con gli occhi”, realizzazione di un video di animazione a partire da un testo letterario; e “Dalla pagina al mondo”, creazione di un cortometraggio a partire da un testo letterario. Naturalmente, vivendo quasi ogni giorno a contatto con il mondo della fanciullezza, gli episodi da raccontare sarebbero tanti ma ho piacere a citare l’ultimo. Qualche mercoledì fa ero a Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi. Lì ho incontrato 27 scolaresche. Uno dei circa 600 alunni, di nome Mattia, mi ha chiesto come mi sentissi ad essere l’idolo dei bambini. Sappiamo bene chi sono gli idoli ai nostri tempi: calciatori, cantanti, attori, attrici, modelle, personaggi dello spettacolo. Non è meraviglioso che un fanciullo di 10 anni abbia espresso un pensiero in assoluta controtendenza? L’idolo di tanti bambini era per lui un umile bibliotecario di strada”.
Pensa che il suo Bibliomotocarro possa avere lo stesso successo anche in altre regioni d’Italia oltre a quelle dove è approdato? “Il Bibliomotocarro ha percorso finora 100.000 chilometri, di cui 80.000 in Basilicata e 20.000 nelle altre regioni, a cominciare da quelle limitrofe. In particolare, la Puglia si è innamorata del Bibliomotocarro, per cui mi sento di dire che se il Bibliomotocarro è e rimane un simbolo lucano, sta diventando sempre più un fenomeno nazionale”.
Il tentativo di escogitare mezzi fantasiosi ma efficaci per diffondere cultura a tutti i livelli ricorda molto quello messo in atto in Argentina da un giovane artista, Raul Lemesoff, che ha comprato una vecchia Ford Falcon in dotazione alle Forze Armate Argentine e ne ha ricavato una libreria semovente che trasporta e regala volumi (frutto di donazioni) lungo le strade di Buenos Aires. Questo carro armato dei libri, che Lemesoff  ha chiamato “Arma di istruzione di massa”, è nato con lo scopo di “colonizzare” culturalmente le zone più carenti di mezzi di istruzione. Di fatto, a questo ambizioso progetto hanno collaborato nessuna o pochissime istituzioni pubbliche o private e ciò ha influito negativamente sul proseguimento della lodevole iniziativa. Il bibliomotocarro ha un enorme potenziale d’azione. Ha mai pensato di chiedere finanziamenti per sostenere le ovvie e onerose spese di cui deve farsi carico? Ma soprattutto, per realizzare un progetto di portata nazionale e magari destinarlo anche agli adulti? La partecipazione a programmi televisivi di reti nazionali, oltre all’indiscutibile popolarità, non l’hanno aiutata in questo senso? Ha ricevuto offerte o proposte di finanziamento?
“Il Bibliomotocarro non ha sponsor o finanziamenti istituzionali. Ne ha bisogno, perciò li cerca e li chiede  anche se fino ad ora invano. Ho presentato il progetto “Fino ai margini”, rivolto ai paesi piccolissimi, al disotto dei 1.000 abitanti, al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, che non ha risposto. Lo stesso progetto è stato presentato alla Provincia di Matera, che non ha risposto. La Regione Basilicata ha risposto e ha concesso il patrocinio gratuito. Stiamo pensando alle Fondazioni, ma anche ad una forma di finanziamento dal basso, visto che anche la partecipazione a programmi televisivi nazionali e l’attenzione riservata dalla grande stampa, non hanno fin qui portato né offerte né proposte. Ma non ci arrendiamo e andiamo avanti  promuovendo il libro, la lettura e la scrittura”.

Fonte: ilcambiamento.it

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Amianto e scuole: l’asbesto è presente in 2400 edifici scolastici italiani

Secondo l’Osservatorio nazionale amianto sono a rischio 350mila alunni e 50mila dipendenti del Ministero dell’Istruzione.  Si terrà il 10 aprile al Palazzo Vecchio di Firenze una conferenza per fare il punto su un problema che riguarda 2400 scuole sul territorio nazionale: quello dell’amianto, materiale utilizzato per anni nell’edilizia pubblica e privata. Secondo l’Osservatorio nazionale amianto, organizzatore della conferenza, i materiali contenenti amianto rappresentano una fonte di rischio per la salute di 350mila alunni e di 50mila dipendenti del Ministero dell’Istruzione, senza considerare gli altri edifici pubblici e le università (per esempio quella di Torino, della quale abbiamo segnalato in passato alcuni decessi dovuti al mesotelioma pleurico). Le indagini epidemiologiche hanno messo in luce decine di casi di mesotelioma e di altre patologie asbesto-correlate fra ex docenti e personale non docente che hanno spinto l’Ona a chiedere le bonifiche: ci sono i casi della Falcone di Roma e della Da Vinci di Firenze, dove gli alunni convivono con cartelli e avvisi che vietano di appendere chiodi, graffiare pareti, chiudere porte e finestre e persino spostare banchi, sedie e cattedre che potrebbero provocare la caduta di materiale contenente fibre di amianto. Nella scuola fiorentina la prima denuncia di presenza di amianto venne fatta nel 1997: diciotto anni dopo la struttura che ospita i ragazzi del Biennio è ancora in piedi, non bonificata, più vecchia e, naturalmente, più pericolosa. Qualcosa si sta muovendo: lo scorso anno il Comune è intervenuto per rimuovere il tetto e il controsoffitto, ma molto resta da fare e il prossimo passo dell’Ona sarà l’istituzione di controlli sanitari su tutti coloro che hanno frequentato il Leonardo Da Vinci e gli altri siti contaminati.146635841-586x390

Fonte:  Ansa

© Foto Getty Images

Le scuole “cartonissime” celebrano la vittoria e inaugurano le “carTOniadi invernali”

Mercoledì 21 gennaio nell’Auditorium della Scuola Media Rosselli sono stati illustrati i risultati che il quartiere Vanchiglia ha ottenuto durante le Cartoniadi di Torino. Presentata anche la versione “invernale” della gara, che durerà fino al 28 febbraio e mette in palio due premi di 4.000 e 3.000 euro

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Si è svolto il 21 gennaio l’incontro con gli alunni della scuola media Rosselli, le insegnanti, il Coordinatore all’Ambiente della Circoscrizione 7 e le dirigenti scolastiche degli Istituti Comprensivi del quartiere Vanchiglia – Vanchiglietta, vincitrice dalle Cartoniadi del mese di novembre. Nell’Auditorium della scuola sono stati proietatti i video e le foto realizzati nelle varie circoscrizioni della città durante le attività di “cartonaggio”, cioè raccolta di scatole di cartone mal riposto, e illustrato i risultati, positivi, che il quartiere Vanchiglia grazie al suo impegno, ha portata a casa. E’ stato un incontro, soprattutto, importante per ricordare che le Cartoniadi non sono terminate e che continueranno fino al 28 febbraio. Le chiamiamo “Cartoniadi invernali” ma i contenuti della gara sono gli stessi: obiettivo è infatti quello di promuovere la corretta pratica della raccolta differenziata, in modo tale che diventi un’azione duratura nel tempo. Un’azione che deve diventare una pratica quotidiana ordinaria nei cittadini torinesi. Ancora una volta ad essere premiate saranno le scuole primarie e secondarie di primo grado e il criterio secondo cui si decreterà la nuova scuola “cartonissima” sarà il calcolo della raccolta dei mesi di gennaio e febbraio paragonato a quelli di ottobre e novembre.
In palio due premi: 4.000 il primo e 3.000 euro il secondo.

 

Ecco un breve video dell’incontro presso la Scuola Media Rosselli:

Fonte: ecodallecitta.it

L’educazione ambientale diventa materia obbligatoria nelle scuole

L’educazione ambientale sarà presto materia scolastica obbligatoria e si studierà dalla materna alla secondaria superiore già dall’anno scolastico 2015-2016Barbara-Degani-620x350

Indiscrezioni raccolte oggi alla presentazione di un libro a Roma presso la sede del Coni, a cui a presenziato il sottosegretario all’ambiente, Barbara Degani vogliono che per il prossimo anno scolastico 2015-2015 sarà introdotta l’ educazione ambientale quale nuova materia obbligatoria il cui insegnamento partirà dalla scuola materna e proseguirà fino alla seconda superiore. Barbara Degani stamattina durante l’incontro presso la sede del Coni a Roma a cui hanno preso parte i bambini delle scuole elementari e medie e i rappresentanti della FIPSAS, la Federazione Italiana Pesca sportiva e attività subacquee, ha detto:

Il lavoro che ci ha visto impegnati per mesi parte proprio dai bambini e non poteva che essere così. Sono loro il nostro futuro e potranno a pieno titolo essere chiamati nativi ambientali. Io credo che comminare sanzioni, contemplare reati in ambito ambientale sia doveroso ma non sia sufficiente: è necessario intervenire con una politica di grande respiro, a lungo termine altrimenti il patrimonio che abbiamo a disposizione oggi non ci sarà più domani. Ecco allora entrare in campo l’Educazione ambientale come strumento imprescindibile da cui partire per far capire l’importanza di alcune scelte.

E indiscrezioni dell’ultim’ora vogliono che il progetto di rendere l’educazione ambientale una materia obbligatoria nelle scuole italiane sia racchiuso in un fascicolo di 150 pagine oggetto di un accordo tra MIUR e ministero dell’Ambiente. Il programma prevedrebbe l’insegnamento di vari temi che vanno dalla biodiversità alla gestione dei rifiuti. L’occasione entro cui sono state raccolte le indiscrezioni sulla nuova materia scolastica, ha riguardato la presentazione del libro Alla scoperta della pesca sportiva in mare realizzato dalla Federazione Pesca con il contributo del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Alla platea di bambini è stato presentato anche il progetto Sharklife finanziato dalla Comunità Europea per tutelare la presenza degli squali nel Mar Mediterraneo. L’obiettivo del libro, secondo Daniela Ferrando che ne ha curato i testi, è di consentire ai bambini di conoscere la pesca sportiva attraverso gli attrezzi utilizzati, ma anxche la biodiversità marina legata alle regole di pesca che si adottano nei mari italiani. Come pratica è stata presentata la catch and release, ossia la cattura del pesce e il suo rilascio da vivo.

Fonte: Il Secolo XIXFIPSASMinambiente
Foto | Barbara Degani@facebook

 

Inquinamento, nel Regno Unito scuole e ospedali lontani dalle strade

I decessi provocati dall’inquinamento atmosferico sono 29mila all’anno. Dopo aver preso atto dei dati che certificano 29mila decessi all’anno a causa dell’inquinamento atmosferico, il Regno Unito volta pagina e decide che in futuro scuole, ospedali e case di cura verranno costruiti lontano dalle strade principali a causa dei pericoli di inquinamento atmosferico. L’Environmental Audit Committee ha parlato esplicitamente dell’inquinamento atmosferico come di “una crisi di salute pubblica” che causa ormai tanti morti quanto il fumo. È stato suggerito di avviare un regime che incentivi le rottamazioni delle auto a diesel al fine di ridurre le emissioni. Joan Walley, la presidente del Comitato, ha dichiarato alla BBC che c’è una crisi di salute pubblica in termini di cattiva qualità dell’aria. Le morti causate dall’inquinamento atmosferico sono tante quanto quelle per il fumo. La priorità è fermarsi prima che una nuova generazione di bambini sia esposta. Come? Rendendo impossibile la costruzione di scuole, ospedali, cliniche e centri di assistenza nei pressi di luoghi con alti livelli di inquinamento. Il traffico automobilistico è, infatti, responsabile del 42% delle emissioni di monossido di carbonio, del 46% degli ossidi di azoto e del 26% dell’inquinamento da particolato. Fra gli altri suggerimenti del Comitato vi sono: 1) previsioni meteo sull’inquinamento atmosferico, sulla falsariga di quelle su polline e raggi Uv, 2) un piano nazionale per zone a basse emissioni per contrastare i veicoli altamente inquinanti, 3) incentivi finanziari per i carburanti alternativi, 4) incentivi alla mobilità pedonale e ciclistica.smog1-586x390

Fonte:  BBC

© Foto Getty Images

Riqualificazione energetica nelle scuole di Torino. Lavolta: “obiettivo è il miglioramento del comfort nelle scuole rispettando l’ambiente”

 

A Torino la Giunta comunale ha approvato su proposta dell’assessore all’Ambiente Enzo Lavolta alcuni interventi di riqualificazione energetica nelle centrali termiche di alcuni edifici scolastici381372

Nell’ultima seduta della Giunta comunale, su proposta dell’Assessore all’Ambiente Enzo Lavolta, sono stati alcuni interventi di riqualificazione energetica nelle centrali termiche di alcuni edifici scolastici di proprietà del Comune di Torino.
L’intervento iniziale per questa razionalizzazione ha interessato la riqualificazione energetica di 6 edifici scolastici di proprietà della Città di Torino, (oltre al Conservatorio Musicale di Torino) attraverso l’adozione di soluzioni tecnologiche di eccellenza relative sia all’impiantistica, sia agli involucri edilizi (riduzione dei carichi termici di riscaldamento prevista con percentuali variabili tra il 60 ed il 70%).  Il Comune di Torino ha presentato alla Regione un ulteriore progetto per la realizzazione di interventi di “Revamping” delle centrali termiche in una quarantina di edifici scolastici della Città, dove è prevista la sostituzione dei generatori di calore esistenti con caldaie ad alta efficienza a condensazione. Questo intervento ha un valore complessivo di euro 3.750.000. I lavori, che inizieranno, presumibilmente, nella primavera 2015 saranno realizzati da Iren Servizi e Innovazione Spa in virtù del contratto di servizio vigente che definisce l’attività relativa alla gestione degli impianti elettrici e termici sia per interventi di manutenzione ordinaria che straordinaria, degli edifici di proprietà della Città. “Migliorare il comfort delle scuole della Città di Torino, rispettando l’ambiente, – ha ribadito l’Assessore Enzo Lavolta – consumando meno energia è un obiettivo di Torino Smart City. Con questo importante provvedimento nel corso del 2015 miglioreremo gli impianti termici di 40 scuole, in particolare verranno sostituiti con caldaie meno energivore e con minor impatto ambientale; un intervento utile a migliorare la qualità dell’aria e a consolidare la strategia in campo energetico della nostra Città”.

Fonte:  ecodallecitta.it

“Adotta un nonno”, ecco le scuole che hanno aderito

Debutto, lo scorso 20 ottobre, per il primo pranzo condiviso tra allievi delle scuole Primarie e anziani soli, “ospiti d’onore” nelle mense scolastiche grazie al progetto “Io non spreco-aggiungi un posto a tavola”, a firma Comune di Milano e di Milano Ristorazione380760

di Aglaia  Zannetti
“Aggiungi un posto a tavola”: contro la solitudine e lo spreco di cibo nelle mense e alla voce solidarietà e socializzazione. Protagonisti di questa iniziativa, voluta dall’Assessorato alla Politiche Sociali e Istruzione ed Educazione di Milano, i “nonni milanesi”, scelti dall’elenco dei 24mila anziani in difficoltà già assistiti dal Comune, che avranno così la possibilità di pranzare insieme ai bambini nelle mense scolastiche delle scuole primarie, che hanno dato la propria adesione. Dopo “Io non spreco”, iniziativa di Milano Ristorazione che ha visto l’introduzione del sacchetto salvacibo (da noi di Eco dalle città ribattezzato il “Mangiopoi”) al via, dunque, quella che possiamo definire come la seconda parte del progetto che, nell’anno di Expo, mira alla riduzione dello spreco alimentare nei refettori rispondendo contemporaneamente all’esigenza di socializzazione e attenzione alle fasce più deboli della popolazione e coinvolgendo i più piccoli in un programma educativo più ampio. Diverse le scuole che hanno sinora aderito: gli Istituti Comprensivi Statali Sandro Pertini (primarie S. Pertini e G. Pirelli) , Cardarelli Massau, Paolo e Larissa Pini (primarie Martiri di Gorla e Crispi), ICS Fabio Filzi (plesso di via Ravenna e Wolf Ferrari), ICS Morosini e Savoia, ICS Nazario Sauro (primaria di Via Vespri Siciliani), IC Thouar Gonzaga e Cesare Cantù. Il piano prevede un progressivo incremento di presenze fino a 500 pensionati che, sempre accompagnati dai custodi sociali, a gruppi di due e a giorni alterni, saranno ospitati nei refettori di 18 scuole primarie di tutti i quartieri. Un quadro di attenzione contro lo spreco alimentare che passa attraverso il tema della condivisione e della consapevolezza all’interno del quale anche Eco dalle Città dà il suo contributo con l’ideazione del concorso “Formichine Salvacibo. Diario scolastico contro lo spreco alimentare” rivolto alle Primarie pubbliche di Milano, che prevede un premio di mille euro alla scuola più attiva e virtuosa contro lo spreco di cibo.
Foto da http://www.milanotoday.it

fonte: ecodallecitta.it

No al cibo nella spazzatura. La campagna di ActionAid parte dalle scuole di Torino

“Io mangio tutto” è il percorso di sensibilizzazione sul diritto al cibo per le scuole primarie che ha come obiettivo affrontare, attraverso il gioco, la tematica della fame nel mondo e dello spreco di cibo. Secondo una ricerca Ipsos il 45% dei piemontesi taglia gli sprechi alimentari, il 51% riduce gli alimenti che finiscono in pattumiera e l’87% predilige la filiera corta380659

Ogni anno in Italia vengono sprecate 20 milioni di tonnellate di cibo. Ma perché permettiamo che il cibo finisca nella spazzatura quando al mondo 870 milioni di persone soffrono la fame? Un cambiamento possibile e fortemente richiesto dai piemontesi, come dimostrano i dati Ipsos per ActionAid, diffusi in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione, secondo cui gli abitanti della regione sono sempre più attenti a tavola, con il 45% che taglia gli sprechi alimentari, il 51% che riduce gli alimenti che finiscono in pattumiera e l’ 87% che predilige la filiera corta, facendo quotidianamente la spesa al mercato e cambiando così il paradigma dei consumi. Ed è dai più piccoli che deve partire il vero cambiamento, dalla scuola, per sensibilizzare ed educare correttamente i più piccoli a mangiare tutto e non buttare nulla nella spezzatura. Io mangio tutto. No al cibo nella spazzatura. Questa la campagna di ActionAid, organizzazione internazionale ed indipendente impegnata nella lotta alle cause della povertà e dell’esclusione sociale, sponsorizzata da Nexive, il primo operatore postale privato italiano. “Io mangio tutto” è il percorso di sensibilizzazione sul diritto al cibo per le scuole primarie che ha come obiettivo quello di affrontare, attraverso il gioco e la fantasia, la tematica della fame nel mondo e dello spreco di cibo in Italia, così da sviluppare nei giovani alunni una consapevolezza maggiore sul valore del cibo e le difficoltà che una grossa fetta di umanità riscontra nell’ottenerlo. Il percorso è gratuito e si avvale di un kit didattico cartaceo, un’attività a scuola della durata di circa 2 ore, fruibile direttamente in aula dai docenti, che potranno avvalersi di una guida dettagliata e del supporto a distanza del nostro staff. In tal modo, grazie al sostegno di Nexive, circa 2000 bambini potranno sviluppare conoscenze sulla tematica della fame nel mondo, sulla prevenzione degli sprechi alimentari e sui principi di un’alimentazione giusta e sostenibile, e in 15 scuole, non solo di Torino ma anche di Firenze e Padova, si lavorerà affinché gli alunni acquisiscano maggiore consapevolezza sulle tematiche e gli strumenti necessari per partecipare attivamente alla vita dei propri territori e per promuovere un’economia del cibo locale, giusto. “Essere nati nella parte del mondo ‘più fortunata’ ci impone, da un punto di vista etico, di essere consapevoli di quanto accade nell’altra metà, di praticare e diffondere buone abitudini e sensibilizzare le nuove generazioni sulle tematiche dello spreco e del diritto al cibo –dichiara Roberta Culella, CSR Manager di Nexive- . L’alimentazione è fondamentale nella crescita di ogni bambino; tantissime persone nel mondo soffrono la fame ogni giorno e gettare cibo nella spazzatura rappresenta una sconfitta e una vergogna, per una società che ne ha un accesso privilegiato e illimitato.” “È dai bambini che frequentano le mense che può partire il vero cambiamento. Parliamo di un comparto attorno al quale ruotano 10 milioni di persone, tra addetti ai lavori, insegnanti, docenti, studenti e personale non docente. Un bacino enorme che rappresenta 1/6 della Nazione e che può farsi davvero promotore e partecipe di consumi alimentari sostenibili, attraverso l’adozione di comportamenti individuali e collettivi virtuosi –dichiara Marco De Ponte, Segretario Generale di ActionAid Italia-. Siamo dunque molto contenti che Nexive abbia scelto di essere al nostro fianco attraverso l’iniziativa Io Mangio Giusto, per intervenire fermamente nella realtà scolastica di Torino, promuovendo con forza e a tutti i livelli la lotta agli sprechi, e coinvolgendo alunni, insegnanti e genitori in attività di formazione su stili alimentari rispettosi della propria salute e delle risorse disponibili”.

Ecco le scuole che a Torino aderiscono all’iniziativa Nexive:

Istituto Comprensivo Abbadia di Stura

Scuola Carlo Casalegno

Istituto Comprensivo C. Dogliotti

Istituto Comprensivo Gabelli

Istituto Comprensivo Sidoli

 

Fonte: ecodallecitta.it

A scuola di RAEE: i bambini hanno raccolto oltre 45mila kg

Presentati a Roma i risultati del progetto nazionale RAEE@scuola: in sole due settimane sono stati raccolti 45.767,146 i kg di RAEE all’interno di 292 scuole italiane in 30 comuni. Prato è stato il comune migliore378549

Sono 45.767,146 i kg di RAEE raccolti in soli 10 giorni dai 23.669 studenti italiani che hanno partecipato al progetto nazionale RAEE@scuola, promosso dall’Anci e dal Centro di Coordinamento RAEE, che ha insegnato ai ragazzi di tutta Italia come gestire e smaltire correttamente i rifiuti da apparecchiature elettroniche (RAEE). L’iniziativa, curata da Ancitel Energia&Ambiente con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente, si è protratta da settembre 2013 a marzo 2014 coinvolgendo 292 scuole, 110 classi e complessivamente 23.669 studenti delle classi quarte e quinte delle scuole primarie di 30 comuni. Il progetto ha previsto una fase di comunicazione ambientale associata poi ad un’azione sperimentale di raccolta differenziata nelle scuole: si è chiesto ai giovani partecipanti di portare da casa i propri piccoli RAEE e di conferirli in appositi contenitori predisposti all’interno degli istituti. L’attività di raccolta si è svolta per due settimane con la collaborazione delle aziende di gestione del servizio di igiene urbana, delle amministrazioni comunali e degli insegnanti. “Questa è la campagna di sensibilizzazione ed educazione ambientale più importante in Italia, realizzata senza soldi pubblici”, ha detto Filippo Bernocchi, Delegato Anci energia e rifiuti. “L’anno prossimo – ha annunciato Bernocchi – il progetto sarà ancora più ampio e coinvolgerà 525 scuole e circa 45.000 alunni; verrà realizzato tra settembre 2014 e marzo 2015″. In particolare, sono stati premiati per aver raccolto il maggior quantitativo di RAEE i comuni di Prato (5.098 kg), Reggio Emilia (4.141 kg) e Perugia (3.834 kg). Perugia, Parma e La Spezia inoltre hanno ricevuto un riconoscimento per il maggior quantitativo di RAEE raccolto in proporzione al numero di alunni. Infine, sono stati premiati 6 bambini vincitori del concorso WEB “Fatti una foto con Baz e vinci uno zaino super”.
“I risultati del progetto sono stati davvero eccellenti, sottraendo migliaia di kg di RAEE dall’eventualità di essere smaltiti scorrettamente”, ha detto Daniele Fortini, Presidente di Federambiente. “I bambini sono senza dubbio il vettore più efficace per trasmettere le buone pratiche ambientali anche ai grandi”.

Fonte: ecodallecittà.it

Scuole come industria, educazione come merce. Proviamo a cambiare

Così come la distruzione del pianeta da parte dell’uomo è avvenuta soprattutto negli ultimi cinquanta-sessant’anni, con un’accelerazione spasmodica delle attività distruttive dovuta all’industrializzazione e poi al consumismo e alla globalizzazione, allo stesso modo la distruzione dell’animo umano, la degenerazione psichica e culturale hanno avuto un’accelerazione incontrollabile nelle ultime generazioni. Dovute agli stessi motivi.scuola_pubblica

Mentre si distrugge la natura e ci si allontana da essa,  ci si distrugge: l’uomo è natura, come tutti gli altri esseri viventi. L’inquinamento di aria, acqua e suolo mina la salute fisica, una società e una vita quotidiana sempre più artificiali deteriorano la mente e i sentimenti. Sono le ultime generazioni a pagare più delle altre lo scotto per l’inquinamento materiale, poiché lo subiscono fin dalla nascita e dalla prima infanzia e sono sempre le ultime generazioni a subire, più di tutte quelle che le hanno precedute, la deformazione dello spirito e della mente: perché non hanno avuto esperienza, e quindi non hanno memoria, di un mondo dove i rapporti tra gli esseri umani avevano ancora qualcosa di naturale, solidale e comunitario; né di un mondo dove il rapporto tra gli umani e la natura era ancora considerato essenziale e vissuto in modo semplice e non competitivo. I bambini e i giovani di oggi, come memorie ed esperienze infantili, hanno i videogiochi, le lavagne interattive sulle quali non si scrive e non si impara (…Lo spostamento di un contenuto con un gesto dimostrativo identico per ogni contenuto, non ne consente l’acquisizione….  Proprio perché il computer evita agli studenti buona parte del lavoro mentale, esercita un effetto negativo… – Manfred Spitzer “Demenza digitale”  ), i cellulari e i tablet con i quali si cammina fissando uno schermo e non vedendo ciò che ci circonda e non parlando con chi ci sta intorno, gli  i-pad con cui non si sentono i rumori della vita e si ascolta una musica che gli altri non sentono.
Avranno un addestramento all’isolamento che nemmeno i carcerati in regime di 41bis, un tirocinio alla demenza che non lascerà loro scampo: efficace, pervasivo, precocissimo. Ci sono i cartoni animati per i neonati, i finti cellulari per chi ancora non coordina i movimenti delle dita e inventeranno altro. Ci sono paesi dove si comincia a far usare il computer nella scuola dell’infanzia, cioè quando i bimbetti traballano sulle gambe e più che parlare farfugliano. Senza ancora conoscere il mondo reale, vengono tuffati nel mondo “virtuale” e lì sprofonderanno per non venirne più fuori.
E ci sono quelli già “sprofondati”. In Germania i centri di cura per il recupero delle dipendenze da internet e simili hanno cominciato ad essere aperti fin dal 2003. E poi è stato un crescendo in tutto il mondo: il governo cinese stima che il 13% degli adolescenti sia digital-dipendente, così come lo sono il 18% degli studenti britannici, l’11% dei giovani sudcoreani; nel 2009 negli USA si apre il primo ospedale dedicato unicamente alla cura della dipendenza digitale, e nel 2009 si apre un reparto analogo al policlinico Gemelli di Roma. E quando si parla di “dipendenza” non si usa un eufemismo: i sintomi sono molto simili a quelli delle tossicodipendenze, le conseguenze si assomigliano. Con la differenza che la loro “droga” questi giovani e bambini la possono trovare facilmente, gratuitamente, legalmente nella loro stessa casa, nella loro stessa scuola. Quello che non mancherà, agli zombie-robot in erba, sarà una forte carica competitiva, una buona dose di aggressività indefinita (la maggior parte dei videogiochi e dei cartoni animati sono violenti e una ragione ci sarà; senza contare la violenza sparsa a piene mani nella maggior parte dei film e programmi televisivi e, dato che nel modo in cui oggi si vive, la televisione è la prima famiglia e comunità a cui i pargoli sono indotti a far riferimento), accompagnata, e non è una contraddizione, da una passività completa nei confronti della “autorità”: economica, politica, scientifica. La perdita di autonomia psicologica, di esperienza autonoma, di autonoma iniziativa e di spirito critico conduce a questo. Anche la scuola attuale conduce a questo, con il suo carico sempre maggiore di lavoro, privo spesso di valore culturale ed educativo, inadatto a sollecitare la curiosità, l’inventiva, la fantasia, la collaborazione, ma adattissimo a selezionare i più competitivi, i più acritici, i più inconsapevolmente servili, i più frustrati: o a farli diventare tali. Una società basata sul dominio ha bisogno di servi e dominatori, ogni dominatore deve saper essere servo di chi gli sta sopra: i due ruoli si accompagnano e sovrappongono inevitabilmente ed, essendo ambedue innaturali, richiedono molta “cultura”. Forse per questo il PROGRAMMA SCOLASTICO è diventato così importante. La scuola e gli insegnanti corrono per attuare il Programma Scolastico ma nessuno sa davvero come, chi, perché abbia scelto il Programma Scolastico, nessuno sa bene cosa sia, in cosa consista, che scopi abbia e nessuno può metterci becco, tantomeno genitori e famigliari. Né del resto sembrano volerlo: il Programma Scolastico è una divinità suprema, alla quale bisogna credere, obbedire e per la quale combattere, cominciando dagli insegnanti per finire con i bambini di sei anni.   Così i ragazzi di oggi nella società di oggi crescono senza imparare quasi niente di ciò che è utile per la vita, né moralmente né materialmente: non sanno attaccarsi un bottone né far fronte agli imprevisti; non sono capaci di cucinare e lavare i piatti né di immedesimarsi nelle altrui gioie o pene. Ma oggi è assodato e accettato da (quasi) tutti che la scuola sia un bene in sé, che l’istruzione data dallo Stato sia un bene in sé. Indipendentemente da che tipo di Stato si tratti. Come se la scuola fosse qualcosa di trascendentale e di neutro. Fino a un’epoca molto recente, la scuola era il privilegio delle classi dominanti. Il luogo dove si addestrava a dominare. Per questo bisognava che i bambini futuri dominatori considerassero naturale e benefico il dominio e a questo pensava la scuola, poi bisognava che fossero messi in grado di esercitarlo. I bambini futuri dominatori venivano educati con la disciplina e con la sferza, perché per essere feroci bisogna prima aver subito la ferocia. La scuola dell’obbligo nasce con l’industrializzazione, quando diventa necessario addestrare anche i dominati, in questo caso le classi subalterne. Bisogna addestrare i figli dei contadini a diventare operai. Bisogna diventare meccanici e tornitori, tipografi e muratori, operaie tessili e commesse. La scuola di Stato, cioè la scuola di chi ha il potere nello Stato, diventa un obbligo. E un bene. Così come la tecnologia digitale nasce quando la grande industria ha bisogno di risparmiare sulla manodopera, di diventare globale e multinazionale e quindi di comunicazioni veloci ed economiche (in “tempo reale”) tra tutte le sue componenti (filiali, uffici, dirigenti locali, clienti e fornitori, governi ecc.) in tutto il mondo, e di controllare in maniera capillare, pervasiva e totale la società: dalle carte di credito agli spostamenti, dalle telefonate alle merci acquistate, “dalla culla alla tomba” e in mezzo ci sta anche il voto elettronico. E allora, negli ultimi tempi di dominio globale del capitalismo, cioè dell’ultimo impero in ordine di tempo, anche l’istruzione-competizione deve diventare globale, cioè non deve lasciare più alcuno spazio di esperienza autonoma e di educazione comunitaria ai bambini e ai ragazzi: le nuove generazioni devono essere addestrate a lavori molteplici e flessibili, devono essere educate e costrette all’isolamento individuale, devono essere educate a consumare acriticamente e maniacalmente qualsiasi prodotto l’industria globale proponga.  Eppure, e nonostante tutto, c’è una bella luce gagliarda nella tenebra educativa di una società decadente e in decomposizione: aumentano vertiginosamente le iscrizioni alle scuole “alternative”: montessoriane, steineriane, libertarie; e aumentano le “scuole a casa”, cioè i genitori che decidono di istruire ed educare autonomamente i loro bambini, senza mandarli a scuola. Evidentemente c’è in molti un sano, irriducibile istinto che ci ancora alla natura e alla “nostra” natura. Tutte queste scuole educano al senso critico, al rispetto reciproco, alla collaborazione; insegnano a fare con le mani, a ragionare con la propria testa, a non accettare supinamente ciò che viene imposto dall’alto; non costringono, non reprimono, non soffocano la fantasia e la curiosità, non mortificano gli impulsi gioiosi dell’infanzia ma educano alla discussione e all’ascolto, alla tolleranza e alla dignità. Educano alla responsabilità individuale e collettiva. “Il nostro obiettivo è elaborare una pedagogia che insegni ad apprendere per tutta la vita dalla vita stessa”, dicono le scuole steineriane; parlano di accogliere, comprendere, riflettere; di attività motorie perché i bambini  sono corpi e anime e ambedue devono svilupparsi armoniosamente. “Ogni bambino, seguendo il proprio disegno interiore di sviluppo e i suoi istinti-guida, accende naturalmente il proprio interesse ad apprendere, lavorare, costruire, portare a termine le attività iniziate, sperimentando le proprie forze, misurandole, controllandole… suscitando gioia ed entusiasmo” dicono le scuole Montessori.  “L’educazione libertaria riconosce ai bambini la capacità di decidere individualmente e in gruppo come, quando, cosa e con chi imparare” dicono le scuole libertarie, e parlano di sviluppo di ogni talento e capacità della persona nella sua interezza, mente e corpo. “Ecologia, empatia, rispetto, comprensione, libertà” dice Scuola di Paglia, una scuola libertaria pugliese.  E’ così evidente la differenza con quello che magnificano e propongono le scuole “normali”, statali e non: la differenza è il rispetto e il valore del bambino; la differenza è la considerazione e il valore che si dà al legame tra il bambino e il mondo che lo circonda, il mondo della famiglia, della comunità, della natura.  Da una parte la scuola è considerata alla stregua di una merce da vendere, se privata, o da rifilare ai genitori: conta la quantità, più ore si fanno a scuola e meglio è, se non ci si può permettere la “qualità” (e la qualità, oltre alle tante ore, deve dare un surplus di competizione e tante lingue straniere fin dalla prima infanzia, in primis naturalmente l’inglese, oltre a tanta tecnica digitale fin dalla prima infanzia). Il bambino deve essere “allenato” come un atleta da olimpiadi, perché si deve preparare a gareggiare e vincere. Le scuole “alternative” parlano un’altra lingua. Non vantano le possibilità di attrezzature particolari o discipline “all’avanguardia”. Vantano l’obiettivo di sviluppare anime e corpi, aiutando i bambini a comprendere e a godere la vita, a viverla in comunità rispettose ed unite. Vantano l’attenzione, il “chinarsi” sul bambino invece di sovrastarlo, l’ascolto. Vantano un’educazione e un’istruzione che parte dal bambino, dalle sue qualità peculiari, dalle sue esigenze infantili, e che le intreccia con quelle dei suoi compagni e con la vita tutta. E’ chiaro che le scuole “alternative” sono adatte ad un’altra società, alternativa a quella attuale. E, per realizzarla, non possiamo prescindere dall’educazione dei nostri bambini e dalla loro felicità.

La prima Alba ha trovato un bambino,
laggiù verso est l’ha trovato.
Quando l’ha trovato gli ha parlato.
Egli sorride,
pronto alla vita,
ha una voce forte e allegra.
E’ un bimbo luminoso,
colmo di pace.
(Canto Navajo)

Fonte: ilcambiamento

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