Torino: nelle scuole dei comuni Covar14 si impara anche a non sprecare il cibo

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Alle ormai tradizionali lezioni su raccolta differenziata e compostaggio domestico si affianca una nuova tipologia di intervento volta a sensibilizzare sul tema dello spreco alimentare. E’ in pieno svolgimento da un mese circa, il progetto scolastico gestito da Achab Group “La differenza si (ri)fa a scuola”, erede di quello dello scorso anno ed ennesima edizione, come da tradizione ormai pluriennale per Covar14, di interventi di educazione ambientale presso i plessi scolastici (scuole dell’infanzia, primarie e secondarie) dei 19 comuni consorziati (area sud ovest di Torino). Grande successo ha avuto l’iniziativa del Consorzio di affiancare alle ormai tradizionali lezioni su raccolta differenziata e compostaggio domestico una nuova tipologia di intervento (per le primarie e le secondarie di primo grado) ovvero quella volta a sensibilizzare sul tema dello spreco alimentare. Una visione proposta ai bambini che va dalll’impatto della produzione globale di cibo fino alla gestione del frigo di casa propria e che ha raccolto le preferenze di più di 100 classi. In totale (da segnalare anche la novità di lezioni sui RAEE per le scuole secondarie di primo grado) sono aumentate le adesioni rispetto allo scorso anno con ben 215 lezioni in classe, 37 laboratori di compostaggio domestico e 17 classi aderenti (anche superiori) a visite a impianti del territorio (termovalorizzatore del Gerbido o Ecocentri consortili). Per un totale di circa 4.500 studenti coinvolti e 269 attività. Tira le somme Leonardo Di Crescenzo, presidente del Consiglio di Amministrazione di Covar14 : “Il confronto con i 215 appuntamenti del 2016 prova che, anno per anno, cresce la sensibilità degli insegnanti verso questo argomento e le scuole si mettono in gioco per fare la loro parte. La loro collaborazione per la nostra attività è molto importante e proporre loro un’iniziativa che riscuote gradimento è un motivo di orgoglio”.

Come al solito l’offerta didattica è integrata da materiali informativi per gli insegnanti (spreco alimentare e RAEE i temi) e alunni con un opuscolo sul rifiuto organico a 360° (dalla raccolta differenziata al compostaggio, oltre che utili consigli per evitare lo spreco degli alimenti) e con interessanti pieghevoli sempre a tema RAEE e riciclo degli imballaggi.

Fonte (testo e foto): Achab Group

 

‘RAEEvolution’, premiate a Bari le scuole vincitrici della gara cittadina sulla raccolta dei Raee

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A vincere il concorso è risultata la scuola primaria “C. Collodi” che ha raccolto ben 180 chili di rifiuti elettrici ed elettronici, a seguire la scuola primaria “C. Perone” e la scuola secondaria di secondo grado “Panetti” .

Sono state premiate questa mattina, mercoledì 15 marzo, presso l’Auditorium della scuola Levi, in via Babudri, al quartiere Libertà, alla presenza dell’assessora alle Politiche educative e giovanili Paola Romano, del consigliere Giuseppe Cascella e della consigliera incaricata per le Politiche di supporto alle attività culturali nelle scuole dell’obbligo Rosa Grazioso, si terrà la cerimonia di premiazione del concorso “RAEEvolution” che si è concluso nello scorso mese di dicembre.387190_3

Il progetto “RAEEvolutioninvitava tutte le scuole cittadine a raccogliere presso le proprie strutture, in appositi bidoni color amaranto, il materiale RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche). Una vera e propria gara di buoni comportamenti indetta da Amiu Puglia (Consorzio RAEE) in collaborazione con l’Assessorato all’Ambiente del Comune di Bari e con l’Ufficio Scolastico Regionale. Tra le varie scuole è nata una vera e propria competizione che attraverso il coinvolgimento degli studenti ha voluto stimolare la sensibilità delle famiglie con l’obiettivo di aumentare la percentuale di raccolta differenziata sul territorio cittadino. A vincere il concorso è risultata la scuola primaria “C. Collodi” che ha raccolto ben 180 chili di rifiuti elettrici ed elettronici, a seguire la scuola primaria “C. Perone” e la scuola secondaria di secondo grado “Panetti”. Nel corso della cerimonia il presidente dell’Amiu Puglia, Gianfranco Grandaliano consegnerà alla scuola vincitrice del concorso un videoproiettore.

Si fa presentecome scrive l’Istituto Comprensivo Perone Levi sul suo sitoche sono state scelte le scuole perché sono luoghi di prossimità dove chiunque può differenziare questa tipologia di rifiuto e che il riciclo di questi prodotti è fondamentale per diversi motivi: innanzitutto perché contribuisce a ridurre le emissioni di CO2 in quanto vengono eliminati in modo sicuro i gas serra e altre sostanze nocive, poi per il risparmio di energia e per il recupero di materie prime, come l’alluminio, il vetro, il rame o la plastica, che in questo modo si possono riutilizzare. Inoltre, questa rappresenta una delle tante possibilità di abituare i ragazzi a svolgere il loro dovere di cittadinanza”.

Foto via Amiu Puglia e IC Perone Levi

Fonte: ecodallecitta.it

Bari: rumore in città oltre le soglie di legge, situazione più critica nei pressi delle scuole

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Treno Verde di Legambiente: “Occorre ripensare il modo di vivere le nostre città: le auto continuano a farla da padrona. Serve una riorganizzazione e progettazione della mobilità in favore del trasporto pubblico locale”

L’inquinamento acustico a Bari raggiunge livelli ben al di sopra di quelli consentiti dalla legge: sembra un problema marginale ma l’eccessivo rumore ha conseguenze dirette sul benessere e sulla qualità della vita e sta diventando sempre più una minaccia per la salute pubblica secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Per combattere smog e inquinamento acustico occorre un decisivo cambio di passo nel pensare lo sviluppo di una città: per questo Legambiente lancia la sua sfida alle amministrazioni delle città pugliesi per una nuova idea di mobilità che privilegi il trasporto pubblico locale; una mobilità fatta di aree pedonali e zone a traffico 30 per agevolare anche la ciclabilità nelle aree urbane. È questa la richiesta che arriva dal Treno Verde, la campagna di Legambiente e del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane – realizzata con la partecipazione del Ministero dell’Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare – che oggi chiude la sua tappa a Bari, quarta città toccata dal tour 2017. I risultati del monitoraggio sono stati presentati questa mattina in conferenza stampa da Manuela Cardarelli, portavoce Treno Verde; Francesco Tarantini, presidente Legambiente Puglia alla presenza di Domenico Santorsola, assessore all’Ambiente Regione Puglia; Pietro Petruzzelli, assessore all’Ambiente Comune di Bari; Vito Bruno, presidente Arpa Puglia e Mariella Polla, direttore Divisione Trasporto regionale Trenitalia Puglia.387143_2

“Come ogni anno il Treno Verde segue un programma di monitoraggio della qualità dell’aria nelle città italiane per ribadire la necessità che questa diventi una priorità di governo, a scala locale, regionale e nazionale, altrimenti continueremo a condannare i cittadini italiani a respirare aria inquinata – Manuela Cardarelli, portavoce Treno Verde -. Le soluzioni ci sono, occorrono la volontà politica e gli strumenti per metterle in campo. Occorre uscire dalla logica dell’emergenza e garantire un diverso modo di pianificare gli spazi nelle aree urbane, oltre a investimenti nella riqualificazione e nell’innovazione nell’edilizia e nel riscaldamento, sistemi di mobilità innovativi e investimenti sul verde urbano. Anche qui in Puglia il trasporto privato continua ad essere anche qui la modalità più diffusa per muoversi verso le città e al loro interno. Solo invertendo questa tendenza e garantendo un trasporto pubblico efficace e competitivo si possono restituire ai cittadini una migliore qualità dell’aria e della vita”.

Le città sono il centro della sfida climatica in tutto il mondo, perché è nelle aree urbane che si produce la quota più rilevante di emissioni. Per questo è indispensabile ripartire dai centri urbani avviando ripensando al sistema della mobilità, facendo scelte innovative per farle uscire dall’immobilismo attuale in cui si trovano e affrontare i problemi legati all’inquinamento ambientale e alla vivibilità quotidiana. “Sebbene quello del Treno Verde sia un monitoraggio puntuale, una fotografia momentanea, ci preoccupano le soglie di rumore raggiunte nella città di Bari, oltre i valori di legge consentiti, ecco perché chiediamo che nel capoluogo pugliese venga approvato un piano di zonizzazione acustica, obbligatorio per legge ormai da anni – dichiara Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia -. Nonostante negli ultimi anni non siano mancate le buone pratiche sul fronte della mobilità sostenibile, utili a ridurre i livelli di inquinamento atmosferico e a migliorare la qualità dell’aria in città, come i parcheggi di scambio, la tariffazione concentrica, e in ultimo la velostazione di Bari, resta ancora poco il verde urbano fruibile, e risultano assenti le zone 30 che favoriscono spostamenti sicuri a piedi e in bici. Per ridurre non di poco l’inquinamento acustico e atmosferico in città sarebbe opportuno potenziare e rendere più efficiente il trasporto pubblico locale che continua a perdere passeggeri. Le politiche urbane pesano non poco sulla qualità dell’aria. Di fronte allo smog non servono interventi sporadici ma misure radicali e, talvolta, impopolari per una mobilità verso “zero emissioni”.

Il monitoraggio smart del Treno Verde

Il monitoraggio del Treno Verde – realizzato grazie alla collaborazione con VALORIZZA brand di Studio SMA e Gemmlab, Orion, e con il contributo scientifico della Sapienza, del CNR-IIA e dell’Università IUAV di Venezia e realizzato grazie ad una strumentazione portatile che consente di misurare i valori di inquinanti atmosferici (PM10, PM2,5, PM1) e acustici – non vuole sostituirsi ai controlli eseguiti dagli enti preposti, ma fornire un’istantanea, in termini d’inquinamento atmosferico e rumore, su alcuni percorsi all’interno dei quartieri delle nostre città.387143_3

Nei cinque punti individuati nel capoluogo pugliese sono state eseguite, nelle giornate del 5 e 6 marzo, misurazioni di un’ora di polveri sottili e di rumore (Corso Cavour nei pressi del Liceo scientifico Scacchi, via Vito Fornari all’altezza della scuola Mazzini, Corso Vittorio Emanuele II all’incrocio con via Da Bari, via Argiro nell’area pedonale della città ed infine a Corso Italia altezza via Quintino Sella).

Non essendo dotata la città di Bari di un piano di zonizzazione acustica, le misurazioni del rumore eseguita dai tecnici di Legambiente sono state confrontate con i limiti legislativi appartenenti a classi di destinazione d’uso simili a quelle monitorate: il quadro che emerge mostra come nelle strade di fronte alle due scuole in Corso Cavour e via Fornari, il rumore immesso dalle diverse sorgenti cittadine abbia raggiunto rispettivamente un LAeq (l’unità di misura equivalente per le misurazioni ambientali) di 66,3 db e 62,5db contro i 50db come limite normativo per zone che ricadono nella prima classe (aree particolarmente protette come, appunto, le scuole). Male anche gli altri punti dove il LAeq ha raggiunto i 71,6db in corso Vittorio Emanuele II (contro un limite di 65db), 61,8db nell’area pedonale di via Argiro (che rientrerebbe in una III classe di aree di tipo misto con un limite di 60db), e 71,2db in Corso Italia (limite previsto 65db).

Bassi i valori di polveri sottili registrati nelle misurazioni di un’ora eseguite in alcuni punti strategici della città e nelle misurazioni di 10 minuti eseguite nelle vie secondarie.

Novità di quest’anno è la misurazione dell’inquinamento indoor con l’analisi di alcuni inquinanti che determinano la buona o la cattiva qualità dell’aria in un ambiente chiuso, come a scuola, a casa, al lavoro. A Bari il monitoraggio è stato eseguito nell’Istituto comprensivo “San Giovanni Bosco – Melo da Bari”, presso il plesso Guglielmo Marconi. L’inquinamento indoor – un problema oggi troppo spesso sottovalutato – è riconducibile sia ad una serie di sorgenti (pitture, lacche, pesticidi, prodotti per la pulizia, materiali di costruzione, materiali per uffici come adesivi, marcatori, stampanti, fotocopiatrici) che alle caratteristiche di ventilazione, delle attività e delle abitudini di chi vive o lavora negli ambienti chiusi. Per esigenze di risparmio energetico, inoltre, si tende a sigillare gli ambienti che, di conseguenza, tendono ad arricchirsi di composti inquinanti emessi da materiali, persone e prodotti. Il monitoraggio svolto dai tecnici di Legambiente, col supporto dell’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del CNR, è stato eseguito campionando nei 10 giorni precedenti la tappa del Treno Verde le concentrazione dei composti organici volatili (VOC), un insieme di sostanze che posso essere emesse dai materiali e prodotti precedentemente descritti. I risultati mostrano delle concentrazioni interne agli ambienti monitorati leggermente al di sopra delle concentrazioni esterne, come normalmente si verifica, ma in quantità assolutamente accettabili. “Anche se basse, le concentrazioni alla lunga possono portare all’insorgenza di diverse tipologie di problemi, quindi l’importanza di fare attenzione ai piccoli gesti quotidiani che vanno da una scelta consapevole dei prodotti che si utilizzano ad una costante areazione dei locali, non è mai da sottovalutare”, sottolinea Lucia Paciucci, dell’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del CNR.

Documenti scaricabili:

IL MONITORAGGIO DI SMOG E RUMORE A BARI 5 e 6 marzo 2017 [0,04 MB]

Fonte: ecodallecitta.it

Firmato il contratto per la riqualificazione energetica di 18 edifici dell’area metropolitana di Torino

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Sottoscritto il contratto tra Città metropolitana di Torino e Bosch Energy and Building Solutions Italy srl per la riqualificazione energetica di 18 edifici pubblici, di cui 15 scuole, 1 municipio e 2 palestre. È stato sottoscritto nella sede di corso Inghilterra, il contratto tra Città metropolitana di Torino e Bosch Energy and Building Solutions Italy srl, la ditta vincitrice della prima gara del progetto europeo 2020Together, Programma energia intelligente Europa, per la riqualificazione energetica di 18 edifici pubblici, di cui 15 scuole, 1 municipio e 2 palestre. Il valore complessivo dell’investimento offerto da Bosch per gli interventi sugli edifici ammonta a oltre 2,9 milioni di euro, e garantirà un risparmio energetico medio maggiore del 60% rispetto ai consumi attuali. La Città metropolitana di Torino, con il supporto degli altri partner, Regione Piemonte, Città di Torino e Environment Park, ha svolto con successo le funzioni di stazione appaltante per conto dei Comuni di Bruino, None, Orbassano, Piossasco e Volvera, aiutando le amministrazioni locali a ottenere importanti economie di scala e la massa critica di investimenti necessaria per ottenere migliori condizioni contrattuali. Saranno ora direttamente i Comuni a sottoscrivere i contratti con la Energy Service Company (ESCo) aggiudicataria, vale a dire con Bosch, beneficiando da subito in media di un risparmio economico dell’11,53% all’anno, rispetto a quanto speso fino ad oggi per il pagamento delle bollette energetiche. Terminato il periodo di concessione a Bosch, la spesa storica subirà una ulteriore decisa riduzione. Per quanto riguarda gli interventi proposti, in ben 15 casi verrà, infatti realizzato un intervento strutturale con isolamento termico delle pareti esterne e dei tetti degli edifici; in altri casi sarà effettuata anche la sostituzione degli infissi e l’installazione di impianti fotovoltaici abbinati a pompe di calore, oltre alla revisione di tutte le centrali termiche. Due edifici saranno certificati a energia quasi zero (nearly energy zero building), anticipando l’obiettivo di efficienza energetica previsto dalla normativa per gli edifici pubblici a partire dal 2018. Ricordiamo che il bando di gara del progetto 2020Together ha proposto un’innovativa modalità di finanziamento: una partnership tra amministrazioni pubbliche e ESCo nell’ambito della quale queste ultime realizzano degli interventi di riqualificazione energetica a proprie spese che vengono remunerati nel corso degli anni in funzione del risparmio energetico effettivamente realizzato. Ora, grazie all’individuazione dell’investitore privato le amministrazioni comunali potranno avviare quegli importanti interventi sui loro edifici che diversamente non si sarebbero potuti realizzare a causa della limitata capacità di spesa. Il progetto, prosegue il suo percorso con l’obiettivo di attivare altre due gare: una sull’illuminazione pubblica (oltre 3.000 punti luce in 6 comuni), e un’altra sempre sugli edifici (30 edifici in 13 Comuni).

Fonte: ecodallecitta.it

 

Bambini e permacultura: la via del cambiamento

Prende piede CIP, Children in Permaculture, progetto internazionale che nasce dalla collaborazione di diverse associazioni in Europa. Il progetto si rivolge alle scuole e alle famiglie con l’obiettivo di recuperare, mantenere e valorizzare il naturale approccio dei bambini alla conoscenza e al rispetto dell’ambiente in cui vivono.9297-10120

Se la permacultura è basata su una serie di etiche che sono la cura della terra, delle persone e dell’ambiente in cui viviamo, affinché si recuperi sostenibilità e benessere in una relazione nuova col nostro pianeta, allora ci è immediatamente chiaro quanto sia necessario e urgente educare ed educarci a una visione che, purtroppo, non ci è più naturale. Non ci è naturale perché spesso l’educazione va in una direzione diversa o non prende in considerazione aspetti fondamentali della nostra vita, come la relazione strettissima col nostro pianeta e l’impatto delle nostre scelte su di esso. Chi ha fatto, nel tempo, e da adulto, percorsi di educazione a una nuova consapevolezza e sensibilità, sa quanto sia impegnativo e complesso allontanarsi dagli schemi mentali con cui siamo cresciuti e ci siamo formati a cominciare dai primissimi anni di vita. In sostanza, non ci è più naturale ciò che, invece, dovrebbe assolutamente esserlo. Riadattarci, nonostante la volontà e la convinzione, non è sempre facile. D’altra parte, “Una società che culturalmente riesca a non distruggere l’ambiente in cui vive e si sviluppa, è una società che avrà buone possibilità di continuare a permanere su questo pianeta. L’uomo infatti sta distruggendo il suo ambiente ed è, quindi, sempre più urgente una nuova consapevolezza”. Queste parole di Ignazio Schettini ci portano al cuore del problema: una visione futura a lungo termine non è immaginabile senza un intervento educativo immediato a cui ciascuno di noi è chiamato a partecipare. In questa ottica si capisce l’importanza di un progetto come il CIP, Children in Permaculture che si rivolge proprio alle scuole e alle famiglie con l’obiettivo di recuperare, mantenere e valorizzare il naturale approccio dei bambini alla conoscenza e al rispetto dell’ambiente in cui vivono. E’ possibile, infatti, intervenire con strumenti, tecniche e materiali specifici messi a punto proprio per questo obiettivo, direttamente nelle scuole. Se si considera che ogni bambino, oltre ad essere egli stesso un vero e proprio agente di cambiamento, ha un potenziale moltiplicatore enorme all’interno della sua famiglia, dei suoi amici e delle persone che incontrerà nella sua vita anche da grande, si capisce quanto progetti come il CIP siano indispensabili e urgenti. I bambini educati fin da piccoli a un approccio permaculturale alla vita saranno adulti più coscienti, più sani e attenti sia alla terra che alle persone. Valentina Cifarelli, 36 anni, co-fondatrice dell’associazione Paradiso Ritrovato, sposata con Roberto Cardinale, anche lui membro attivo dell’associazione e impegnato nel progetto CIP, ci parla della sua esperienza sul campo come responsabile di Children in Permaculture.

Che cos’è il progetto Children in Permaculture?

Il nostro è un progetto internazionale che nasce dalla collaborazione di diverse associazioni in Europa. Si tratta di associazioni che si occupano di educazione ambientale e alla sostenibilità per bambini e adolescenti. Ci sono però moltissime realtà che non fanno ancora parte del nostro network che hanno già esperienza in questo campo e hanno sviluppato materiale ed esercizi in questa direzione. L’obiettivo è, infatti, sviluppare materiale e risorse didattiche utili agli insegnanti, agli educatori, ai genitori e a tutti coloro che sono interessati all’educazione alla sostenibilità. Il progetto si rivolge alle scuole. Al momento siamo operativi a Forlì e a Novara.

Chi siete?

Noi siamo un’associazione che si chiama Il Paradiso Ritrovato che è partner italiano di questo progetto internazionale. I partner sono associazioni dall’Inghilterra, dalla Slovenia, dalla Repubblica Ceca e dalla Romania. E’ un progetto che è partito a settembre dell’anno scorso e durerà per altri due anni.

Come reagiscono gli insegnanti alle vostre proposte?

In alcuni casi c’è estrema motivazione e sensibilità nonostante le difficoltà di conciliare i programmi con le attività extracurricolari. In altri casi è un po’ più complicato. La nostra strategia è trovare un alleato all’interno alla scuola, un insegnante interessato e motivato che faccia da tramite tra noi e il dirigente scolastico e che spieghi l’impatto e l’importanza di attività come le nostre. Fino ad ora la collaborazione è stata positiva in termini di risultati. A volte ha un costo elevato per chi lo propone perché è necessaria molta motivazione ed energia che non sempre è disponibile.

Come reagiscono i bambini?

I bambini sono contentissimi. Abbiamo notato che molti ragazzi che vengono considerati problematici o che hanno disturbi dell’attenzione o iperattività, recuperando il semplice contatto con la natura e l’aria aperta si calmano o si concentrano con molta più facilità. L’impatto è, quindi, estremamente positivo ed è la conferma che un maggiore contatto con la natura è fondamentale e spesso risolutivo di molte problematiche. I bambini sono attentissimi, hanno una capacità di osservazione altissima e iniziano a fare connessioni aperte e nuove. Ci offrono continuamente nuovi spunti di riflessione. Noi diamo gli input ma in realtà lo scambio è profondo e alla pari.

Come sei entrata a contatto col mondo della permacultura?

E’ nato dalla mia necessità di scoprire la natura e di avere con essa un rapporto più intimo. Volevo integrare la natura nella mia vita di tutti i giorni. Farlo non solo per me ma anche per gli altri ha soddisfatto pienamente questa mia necessità. Attraverso lo scambio sono cresciuta e ho imparato molto.

Il tuo lavoro è questo? Se sì, quali sono le entrate?

Sì, il mio lavoro è questo e ci sosteniamo con i progetti europei che ci hanno dato un finanziamento. Lavoro in questo ambito da oltre dieci anni con organizzazioni pubbliche e ho sviluppato le mie competenze. Ora le ho messe al servizio di ciò in cui credo con disciplina e metodo. Attraverso questi finanziamenti intendiamo soprattutto finanziare la ricerca e lo sviluppo di strumenti educativi innovativi e di qualità soprattutto nell’ambito dell’educazione non formale. Quello a cui miriamo è offrire a bambini e a giovani adulti occasioni e percorsi di apprendimento nuovi e dinamici. Grazie a questa esperienza abbiamo modo di proporci al mercato con corsi e strumenti educativi già consolidati.

Quali sono le attività che sviluppate?

La progettazione di orti se abbiamo a disposizione degli spazi esterni ma anche attività in natura attraverso le uscite in gruppo e con le famiglie. Andiamo nel bosco, facciamo il fuoco, raccogliamo la legna, riconosciamo le piante selvatiche. Poi ci sono le attività all’interno attraverso gli incontri: gli elementi, come comportarsi col terreno, con l’aria e con l’acqua. Parliamo del ciclo dell’acqua e come usarla nel nostro quotidiano per non sprecarla. Come occuparsi dei propri rifiuti e averne consapevolezza. Diamo delle idee. Come riciclare i rifiuti, ad esempio e farne degli orti o altri oggetti.

Perché insegnare la permacultura ai bambini? Qual è l’obiettivo?

Riconosciamo che il cambiamento passa attraverso l’educazione delle prossime generazioni e che quando siamo adulti non è facile smettere di fare qualcosa, disimparare e cambiare le nostre abitudini. Ecco perché abbiamo bisogno di cambiare l’educazione che i bambini ricevono. Il nostro progetto mira a fornire reti, risorse e ispirazione per sostenere una formazione in permacultura dei bambini. Chi volesse saperne di più può visitare il sito http://www.childreninpermaculture.com

Non è molto pesante per un bambino piccolo venire a contatto con la reale situazione che stiamo vivendo?

Infatti. E’ esattamente così ed è proprio per questo che facciamo molta attenzione a concentrarci su quello che tutti possiamo fare e sulle soluzioni. E’ necessario fare molta attenzione e poniamo le questioni sempre in modo molto soft proprio per non schiacciarli. Spesso i problemi sono pesantissimi anche per gli adulti che sono in difficoltà a gestire questi problemi che ci sembrano più grandi di noi. Per questo ci concentriamo su quello che possiamo fare noi nel nostro piccolo: come usare l’acqua, come differenziare i rifiuti, come non sprecare. Invece di sentirsi spaventati i bambini si sentono coinvolti e in grado di poter contribuire attivamente alla gestione e alla protezione dell’ambiente in cui vivono.

La permacultura è anche relazioni. Come lavorate sulle relazioni?

C’è una parte che riguarda proprio la gestione delle relazioni. Abbiamo molti livelli. Ci sono attività il cui obiettivo è sviluppare il contatto con se stessi: lavorare l’orto e farlo in modo meditativo e silenzioso, per esempio, li aiuta nell’osservazione e nell’attenzione. Inoltre gli fa conoscere un ritmo diverso da quello cui sono abituati e cui siamo abituati tutti. La cura delle relazioni con gli altri è insita in alcune attività che prevedono un’educazione all’attenzione e all’ascolto, alla disponibilità, all’attesa e all’empatia.

Esistono progetti di permacultura anche per ragazzi adolescenti?

Tutti i progetti esistenti al momento sono pensati per gli adulti. Tutte le pratiche che si apprendono durante il corso di progettazione in permacultura, ad esempio, non sono pensate per i bambini. C’è un vero e proprio vuoto in questo senso. Questo progetto si rivolge ai ragazzi di scuola primaria e secondaria di primo grado. Dai 3 ai 6 anni e poi dai 6 ai 12. Dopo le scuole medie abbiamo degli altri progetti per ragazzi più grandi. Non è facile coinvolgere e interessare i ragazzi di questa fascia di età ma cerchiamo di utilizzare le dinamiche tra pari. Una volta che si è entrati in relazione con loro tutto il resto è molto facile. E’ tutto molto naturale solo che sono pratiche che i ragazzi spesso non conoscono o sono fuori dalle loro abitudini. Cerchiamo di trattarli in modo da farli sentire importanti, attivi e responsabilizzati. Questo normalmente ha effetti estremamente positivi.

Che adulti saranno i bambini educati alla vita con un approccio permaculturale?

David Sobel dice: “Se vogliamo che i bambini rifioriscano e diventino gli uomini e le donne del futuro, dobbiamo permettere loro di amare la terra prima di chiedere loro di salvarla.” Uno dei principi della permacultura è “lavorare con la natura”. Quindi dobbiamo prima imparare come funziona la natura in modo che possiamo lavorare con lei. Children in Permaculture ha creato un programma per i bambini sulla permacultura. Stiamo creando case studies, sessioni di formazione, attività e altre risorse per sostenere gli educatori (compresi i genitori) in modo da condividere la permacultura con i bambini.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Nuove Formichine Salvacibo* contro lo spreco alimentare

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Anche la scuola di Vittorio Bottego, in via San Mamete a Milano, aderisce all’iniziativa promossa da Eco dalle Città e Fondazione Cariplo.

La scuola primaria “Vittorio Bottego” situata in via San Mamete, 11 a Milano aderisce all’iniziativa “Formichine-salvacibo, contro lo spreco alimentare”. Aderiscono tutte le classi dalla prima alla quinta in quanto tutte adottano da anni azioni finalizzate a sensibilizzare gli alunni ad evitare lo spreco di cibo.

1-il martedì e il giovedì, dei volontari dell’associazione “SITICIBO” del “BANCO ALIMENTARE” milanese con sede ora a Muggiò, vengono a ritirare il pane intero non usato e la frutta integra avanzati in mensa dopo il pranzo, per donarli alle mense dei poveri gestite dal “BANCO ALIMENTARE”; pertanto i nostri alunni sono ormai sensibilizzati a non sprecare/rovinare per gioco questo cibo che non vogliono perché sanno che è indispensabile per nutrire altre persone. Gli alunni hanno avuto modo di incontrare i volontari;

2-la classe III C raccoglie sempre  i pezzetti di pane avanzato (non integro) per donarlo ad un canile dove presta servizio volontario il nonno di un alunno;

3-nei giorni di lun. merc. e ven. poiché non passano i volontari di “SITICIBO” il pane e la frutta che non viene consumata viene conservata dal singolo alunno nel proprio sacchetto “salva merenda” fornito da “Milano ristorazione” e portata a casa; molti alunni della classe V B la riportano a scuola il giorno dopo per consumarla durante la merenda di metà mattina delle 10,30;

4-gli alunni delle classi quinte prima di iniziare a consumare la portata del proprio pranzo, se non intendono consumarla tutta, ne ripongono una piccola parte in un piatto pulito da utilizzare come bis da dividere fra i compagni che hanno ancora fame e ne vogliono ancora, questa ormai nelle nostre classi quinte è diventata una buona consuetudine che ci permette di evitare sprechi di cibo accontentando tutti.

*Formichine Salvacibo è un progetto cittadinanza attiva contro lo spreco con il contributo di Fondazione Cariplo.

Fonte: ecodallecitta.it

Mangia con loro. Scuole, mense e genitori contro

“In ogni caso, la mensa è una conquista sociale e andrebbe difesa, migliorandola sempre”. “Una comunità forte dovrebbe valorizzare la socialità e non alimentare le differenze tra bambini” – da ARCIPELAGOMILANO.IT del 4.10.2016386300_1

Schiscetta è un termine milanese che sa di fabbrica, di pausa pranzo in cantiere, che profuma di pasta al sugo, cotoletta e fatica. Gavetta o gamella è la traduzione italiana, ma la versione contemporanea della scodella per il cibo degli operai e dei soldati è il lunchbox, il contenitore portato da casa negli uffici. E di schiscetta, da qualche settimana si sente parlare anche nelle scuole. Questa storia comincia a Torino, dove il Tribunale qualche mese fa ha dato ragione a delle famiglie che rivendicavano il diritto a portare il cibo da casa per i loro figli, in alternativa alla mensa scolastica. I genitori promotori della protesta, criticano soprattutto il rapporto qualità prezzo: “mio figlio non mangia niente”, “torna a casa affamato”, “la qualità è bassissima”. La sentenza piemontese ha avuto un effetto domino e pure a Milano qualche famiglia ha dotato il proprio figlio di schiscetta (a volte panino). Ma entrare in una grande comunità, come una scuola, con del cibo che viene da fuori, non è scontato, esistono parametri e regole di sicurezza igienica da rispettare, così i bambini con il lunchbox hanno dovuto consumare il pasto da soli, non in mensa con gli altri. Questi sono i fatti. La conseguente polemica non pare destinata a placarsi, almeno per il momento. È un problema complesso e appassionante quello della corretta alimentazione dei figli. Da anni esistono a Milano, come in molte città, le Commissioni mensa, composte da genitori che si battono per migliorare la qualità del cibo nelle scuole. Nel tempo, diverse cose sono cambiate grazie alle azioni congiunte di queste commissioni, altre sono ancora da mettere a punto, comunque, secondo molti, la madre di tutte le battaglie è quella sulle “materie prime”. Negli approvvigionamenti di Milano Ristorazione (la società partecipata del Comune), anni fa si è visto passare di tutto, dalle mozzarelle tedesche, al pesce del Sud Africa, dall’olio d’oliva in bottiglie di plastica, alla pasta di scarsissima qualità. Tutti prodotti che sono stati sostituiti anche grazie all’intervento delle commissioni mensa. Sulla qualità dei prodotti, si gioca quindi la possibilità per i genitori di incidere davvero nell’alimentazione dei figli a scuola. Ma chi sosterrà questa battaglia se in tanti cominceranno a scegliere la strada della schiscetta? E quante famiglie decideranno di abbandonare la mensa? Forse non molte in realtà. Strozzati come sono dal lavoro, gli orari, la centrifuga di vita che conosciamo bene, non so quanti genitori riuscirebbero a preparare tutti i giorni pasti completi per la pausa pranzo dei figli. In ogni caso, la mensa è una conquista sociale e andrebbe difesa, migliorandola sempre. Per farlo ci vogliono azioni comuni, mentre la scelta della schiscetta sembra andare nella direzione opposta, quella della“libertà individuale”, in questo caso di abbandonare un servizio che non soddisfi. Una comunità forte, invece, dovrebbe valorizzare la socialità e non alimentare le differenze tra bambini. I bambini, ecco. Nello scontro tra alcuni genitori e le istituzioni, i protagonisti vengono lasciati sullo sfondo. Eppure il momento della mensa è un grande rituale educativo, a quell’ora non ci si nutre soltanto, ma si impara a condividere e a conoscersi. Chiunque abbia fatto parte delle Commissioni, avrà notato che i gusti dei bambini cambiano nel corso degli anni. Se in prima elementare vengono apprezzati quasi soltanto la pizza e gli spaghetti al pomodoro (per fare un esempio), quando si arriva in quinta molti ragazzini cominciano ad assaggiare tutti i piatti, in pratica i loro gusti si evolvono. E questa è un’esperienza di crescita, un’avventura collettiva. Essere parte del gruppo, i bambini desiderano questo, ci tengono alla propria storia, ma cominciano fin da piccoli a costruirsi un’identità al di fuori del nucleo familiare. Abituarli ad assaggiare i cibi nuovi in mensa e a mangiare comunque, anche in giornate non proprio riuscite dal punto di vista gastronomico (ce ne sono, eccome), significa renderli persone più adattabili alle situazioni, aperte alle culture, disponibili alla scoperta. L’alternativa schiscetta, invece, sa di chiusura a riccio nel nucleo protettivo della famiglia. Sa di sconfitta, un sapore un po’ amaro.

Fonte: ecodallecitta.it

Il “bibliomotocarro” fa leggere i bambini del Sud

Dal 1999 Antonio La Cava gira il Sud Italia con la sua Ape 500, di colore celeste e a forma di casetta, denominata Bibliomotocarro, con l’obiettivo di dare in prestito i suoi libri che ammontano a 1300 unità. “Ho sempre creduto in una scuola viaggiante e nell’importanza dell’uso didattico del territorio”, racconta nella nostra intervista.bibliomotocarro470

Giunge come una prodigiosa epifania nei piccoli e remoti centri abitati del Sud Italia catalizzando al suo passaggio l’attenzione di tutti coloro che lo vedono arrivare. E’ l’estroso e bizzarro “Bibliomotocarro”, un’insolita Ape 500 celeste a forma di casetta, con tanto di tetto tegolato e comignolo, colma di libri per bambini. Ideato da Antonio La Cava, insegnante di scuola elementare in pensione, è una moto ibrida, unica nel suo genere, dalla parvenza quasi mitologica: un umile mezzo di trasporto, in grado, comunque, di coprire grandi distanze e raggiungere con serafica pazienza borghi spesso isolati e distanti tra loro, modificata ingegnosamente per assolvere alla funzione di biblioteca mobile e trasportare migliaia di volumi in continuo aumento e aggiornamento. Con il suo “Bibliomotocarro” il maestro parte ogni volta da Ferrandina, comune in provincia di Matera in cui è nato e vive, e raggiunge diversi paesi della Basilicata e delle regioni limitrofe per dare in prestito i suoi libri (che ammontano a circa 1300 volumi) ai bambini che accorrono incuriositi al suo arrivo nelle piazze per poi tornare in quegli stessi luoghi, dopo poco più di un mese, a recuperare i testi prestati e portarli in altre località, ad altri bambini. E’ una vera e propria missione educativa volta a stimolare ed incentivare nei più piccoli il piacere della lettura quella che il maestro lucano ha intrapreso sedici anni fa e che porta ancora avanti con ammirevole passione e dedizione. Con lo stesso entusiasmo ha risposto ad alcune domande di approfondimento.
Il “Bibliomotocarro” è un mezzo originale e vincente di didattica itinerante. A lei è stato riconosciuto il grande merito di dare l’opportunità di appassionarsi alla lettura ai bambini che popolano le strade dei piccoli centri. Da dove ha tratto l’ispirazione? “Sono tante le ragioni che nel 1999 mi portarono ad ideare il Bibliomotocarro. Essere maestro, naturalmente. Voglio dire che facendo il maestro e, quindi, osservando da vicino il progressivo affievolimento del rapporto tra il mondo della fanciullezza e il libro, pensai ad un mezzo umile, semplice, lento e povero, che potesse avvicinare i libri ai bambini. Che potesse portare, cioè, i libri dove ce n’è più bisogno. Ciò si coniugava, peraltro, con la mia ambizione di sempre: sentirmi maestro di strada. Ho sempre creduto in una scuola viaggiante e nell’importanza dell’uso didattico del territorio. Facendo il maestro, ho sempre portato più paese a scuola, ma sono sempre stato affascinato dall’idea di portare più scuola nel paese. E poi l’amore e la passione per il libro, la lettura e la scrittura. Un amore e una passione illuminati e riscaldati dalla luce fioca e dal calore tenue di una candela che dentro di me non si è mai spenta. Era la candela che da fanciullo, quando avevo 8-9 anni, accendevo quando mia madre spegneva l’unica lampadina di casa. I miei genitori erano contadini e abitavamo in un sottano, in fondo al quale c’era la stalla con l’asino”. 
Quanto è cambiato, nel corso degli anni, il rapporto dei bambini con i libri? In che misura l’avvento della tecnologia e il suo dilagante uso e abuso, nonché dipendenza nei casi limite, li ha distratti dal piacere della lettura?

“Il Bibliomotocarro è un’idea post-moderna che coniuga la tradizione con l’innovazione. La nostra proposta è vincente perché non demonizza i nuovi mezzi di comunicazione, che peraltro ritengo indispensabili, ma li usa riempiendoli di contenuti positivi. Sia noi dello staff che i bambini prendiamo questi contenuti dai libri, che sono insostituibili”.
Cosa manca, a suo parere, nella programmazione scolastica che accresca l’interesse verso la lettura per il puro piacere che essa arreca? “Nei programmi scolastici manca l’idea che la lettura sia un piacere e non un obbligo, una costrizione. Soprattutto nella scuola primaria, questo devono capirlo gli insegnanti”.bibliomotocarro01

Quale approccio didattico ha adottato durante la sua lunga esperienza di insegnamento nella scuola elementare? Cosa ha cercato di trasmettere ai suoi alunni e cosa le hanno trasmesso loro?
“Ho fatto per 42 anni il maestro cercando sempre negli occhi e negli sguardi degli alunni le linee ispiratrici per la mia azione educativa e didattica e fino all’ultimo giorno ho trovato conferma della bontà di tale scelta. Del resto il Bibliomotocarro è il frutto di questo gioioso e positivo coinvolgimento. Quando, 20 anni or sono, dicevo agli alunni che ero preoccupato per la crescente disaffezione nei confronti del libro e che bisognava fare qualcosa, loro mi dicevano che potevo farlo io. Dopo 2-3 anni la mia preoccupazione si tramutò in angoscia: l’angoscia di invecchiare in un paese di non-lettori. Allora  dissi agli alunni che era necessario lanciare un grido d’allarme. Ebbene loro, cogliendo l’aggravamento del mio stato d’animo da preoccupazione ad angoscia, non mi ripeterono più che potevo fare io questa cosa ma che dovevo!”.
Quali difficoltà ha incontrato nelle fasi iniziali del progetto? “Fin dall’inizio il Bibliomotocarro ha avuto una vita gioita e sofferta: gioita perché vissuta intensamente con gioia ed entusiasmo; sofferta per i problemi da affrontare e risolvere tutti i giorni. Il Bibliomotocarro ha sedici anni di vita, ormai, essendo nato nell’ottobre del 1999, e per i primi 14 anni è andato avanti in solitudine e nell’indifferenza generale. Solo da due anni a questa parte è passato agli onori della cronaca diventando un fenomeno nazionale ed internazionale”.

Qual è la reazione delle persone al suo arrivo? “Inizialmente ci furono scetticismo e perplessità, battute del tipo: “Ma dove va questo?”, “Ancora con i libri!? Ora c’è il computer!”. Poi le cose sono cambiate. Ora i bambini si avvicinano, chiedono libri e, soprattutto, utilizzano la richiesta di un libro per avviare un contatto, uno scambio, un legame con me o con altri che sono vicino al Bibliomotocarro, perché a furia di connetterci con il mondo intero, ci siamo “scollegati” dal dirimpettaio e dal vicino di casa che, sofferente, chiede e implora, inascoltato, che qualcuno si accorga di lui”.bibliomotocarro02

Tra le svariate iniziative culturali che è riuscito a realizzare con il Bibliomotocarro, quale ha avuto maggiore successo?
Il Bibliomotocarro realizza nelle scuole il progetto “Amico Libro”. Sono in particolare quattro le attività di questa iniziativa che suscitano entusiasmo negli alunni e negli insegnanti: “I libri hanno messo le ruote”, servizio di biblioteca viaggiante con prestito gratuito dei libri, che conta 8 presenze, una al mese, nell’anno; “I libri bianchi”, libri composti da racconti scritti da bambini di paesi diversi; “ Entrare con la testa, uscire con gli occhi”, realizzazione di un video di animazione a partire da un testo letterario; e “Dalla pagina al mondo”, creazione di un cortometraggio a partire da un testo letterario. Naturalmente, vivendo quasi ogni giorno a contatto con il mondo della fanciullezza, gli episodi da raccontare sarebbero tanti ma ho piacere a citare l’ultimo. Qualche mercoledì fa ero a Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi. Lì ho incontrato 27 scolaresche. Uno dei circa 600 alunni, di nome Mattia, mi ha chiesto come mi sentissi ad essere l’idolo dei bambini. Sappiamo bene chi sono gli idoli ai nostri tempi: calciatori, cantanti, attori, attrici, modelle, personaggi dello spettacolo. Non è meraviglioso che un fanciullo di 10 anni abbia espresso un pensiero in assoluta controtendenza? L’idolo di tanti bambini era per lui un umile bibliotecario di strada”.
Pensa che il suo Bibliomotocarro possa avere lo stesso successo anche in altre regioni d’Italia oltre a quelle dove è approdato? “Il Bibliomotocarro ha percorso finora 100.000 chilometri, di cui 80.000 in Basilicata e 20.000 nelle altre regioni, a cominciare da quelle limitrofe. In particolare, la Puglia si è innamorata del Bibliomotocarro, per cui mi sento di dire che se il Bibliomotocarro è e rimane un simbolo lucano, sta diventando sempre più un fenomeno nazionale”.
Il tentativo di escogitare mezzi fantasiosi ma efficaci per diffondere cultura a tutti i livelli ricorda molto quello messo in atto in Argentina da un giovane artista, Raul Lemesoff, che ha comprato una vecchia Ford Falcon in dotazione alle Forze Armate Argentine e ne ha ricavato una libreria semovente che trasporta e regala volumi (frutto di donazioni) lungo le strade di Buenos Aires. Questo carro armato dei libri, che Lemesoff  ha chiamato “Arma di istruzione di massa”, è nato con lo scopo di “colonizzare” culturalmente le zone più carenti di mezzi di istruzione. Di fatto, a questo ambizioso progetto hanno collaborato nessuna o pochissime istituzioni pubbliche o private e ciò ha influito negativamente sul proseguimento della lodevole iniziativa. Il bibliomotocarro ha un enorme potenziale d’azione. Ha mai pensato di chiedere finanziamenti per sostenere le ovvie e onerose spese di cui deve farsi carico? Ma soprattutto, per realizzare un progetto di portata nazionale e magari destinarlo anche agli adulti? La partecipazione a programmi televisivi di reti nazionali, oltre all’indiscutibile popolarità, non l’hanno aiutata in questo senso? Ha ricevuto offerte o proposte di finanziamento?
“Il Bibliomotocarro non ha sponsor o finanziamenti istituzionali. Ne ha bisogno, perciò li cerca e li chiede  anche se fino ad ora invano. Ho presentato il progetto “Fino ai margini”, rivolto ai paesi piccolissimi, al disotto dei 1.000 abitanti, al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, che non ha risposto. Lo stesso progetto è stato presentato alla Provincia di Matera, che non ha risposto. La Regione Basilicata ha risposto e ha concesso il patrocinio gratuito. Stiamo pensando alle Fondazioni, ma anche ad una forma di finanziamento dal basso, visto che anche la partecipazione a programmi televisivi nazionali e l’attenzione riservata dalla grande stampa, non hanno fin qui portato né offerte né proposte. Ma non ci arrendiamo e andiamo avanti  promuovendo il libro, la lettura e la scrittura”.

Fonte: ilcambiamento.it

Amianto e scuole: l’asbesto è presente in 2400 edifici scolastici italiani

Secondo l’Osservatorio nazionale amianto sono a rischio 350mila alunni e 50mila dipendenti del Ministero dell’Istruzione.  Si terrà il 10 aprile al Palazzo Vecchio di Firenze una conferenza per fare il punto su un problema che riguarda 2400 scuole sul territorio nazionale: quello dell’amianto, materiale utilizzato per anni nell’edilizia pubblica e privata. Secondo l’Osservatorio nazionale amianto, organizzatore della conferenza, i materiali contenenti amianto rappresentano una fonte di rischio per la salute di 350mila alunni e di 50mila dipendenti del Ministero dell’Istruzione, senza considerare gli altri edifici pubblici e le università (per esempio quella di Torino, della quale abbiamo segnalato in passato alcuni decessi dovuti al mesotelioma pleurico). Le indagini epidemiologiche hanno messo in luce decine di casi di mesotelioma e di altre patologie asbesto-correlate fra ex docenti e personale non docente che hanno spinto l’Ona a chiedere le bonifiche: ci sono i casi della Falcone di Roma e della Da Vinci di Firenze, dove gli alunni convivono con cartelli e avvisi che vietano di appendere chiodi, graffiare pareti, chiudere porte e finestre e persino spostare banchi, sedie e cattedre che potrebbero provocare la caduta di materiale contenente fibre di amianto. Nella scuola fiorentina la prima denuncia di presenza di amianto venne fatta nel 1997: diciotto anni dopo la struttura che ospita i ragazzi del Biennio è ancora in piedi, non bonificata, più vecchia e, naturalmente, più pericolosa. Qualcosa si sta muovendo: lo scorso anno il Comune è intervenuto per rimuovere il tetto e il controsoffitto, ma molto resta da fare e il prossimo passo dell’Ona sarà l’istituzione di controlli sanitari su tutti coloro che hanno frequentato il Leonardo Da Vinci e gli altri siti contaminati.146635841-586x390

Fonte:  Ansa

© Foto Getty Images

Le scuole “cartonissime” celebrano la vittoria e inaugurano le “carTOniadi invernali”

Mercoledì 21 gennaio nell’Auditorium della Scuola Media Rosselli sono stati illustrati i risultati che il quartiere Vanchiglia ha ottenuto durante le Cartoniadi di Torino. Presentata anche la versione “invernale” della gara, che durerà fino al 28 febbraio e mette in palio due premi di 4.000 e 3.000 euro

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Si è svolto il 21 gennaio l’incontro con gli alunni della scuola media Rosselli, le insegnanti, il Coordinatore all’Ambiente della Circoscrizione 7 e le dirigenti scolastiche degli Istituti Comprensivi del quartiere Vanchiglia – Vanchiglietta, vincitrice dalle Cartoniadi del mese di novembre. Nell’Auditorium della scuola sono stati proietatti i video e le foto realizzati nelle varie circoscrizioni della città durante le attività di “cartonaggio”, cioè raccolta di scatole di cartone mal riposto, e illustrato i risultati, positivi, che il quartiere Vanchiglia grazie al suo impegno, ha portata a casa. E’ stato un incontro, soprattutto, importante per ricordare che le Cartoniadi non sono terminate e che continueranno fino al 28 febbraio. Le chiamiamo “Cartoniadi invernali” ma i contenuti della gara sono gli stessi: obiettivo è infatti quello di promuovere la corretta pratica della raccolta differenziata, in modo tale che diventi un’azione duratura nel tempo. Un’azione che deve diventare una pratica quotidiana ordinaria nei cittadini torinesi. Ancora una volta ad essere premiate saranno le scuole primarie e secondarie di primo grado e il criterio secondo cui si decreterà la nuova scuola “cartonissima” sarà il calcolo della raccolta dei mesi di gennaio e febbraio paragonato a quelli di ottobre e novembre.
In palio due premi: 4.000 il primo e 3.000 euro il secondo.

 

Ecco un breve video dell’incontro presso la Scuola Media Rosselli:

Fonte: ecodallecitta.it