Una Scuola di Pratiche Sostenibili alle porte di Milano

Permacultura, agricoltura organica, corsi di autoproduzione. Alle porte di Milano, ospitata dalla Cascina Santa Brera, si trova la Scuola di Pratiche Sostenibili, uno spazio di sperimentazione aperto a tutti. Nel cuore del Parco Agricolo Sud alle porte di Milano sorge l’antica Cascina Santa Brera, un’oasi di bellezza e sostenibilità. Restaurata secondo i principi della bioarchitettura da Irene di Carpegna – la proprietaria – oltre ad essere un’azienda agricola biologica e un agriturismo, oggi la struttura ospita numerose attività formative per adulti, bambini e ragazzi.  Nel 2006 è stata fondata la Scuola di Pratiche Sostenibili iniziando la formazione per adulti con corsi di progettazione in Permacultura. Diversamente dai percorsi formativi che vengono svolti solitamente, qui le lezioni si distribuiscono durante tutto l’anno solare, arrivando anche a 160 ore di lezione. “Lo facciamo sia per approfondire gli argomenti trattati – spiega Roberta Donati, referente della scuola – sia per consolidare la rete umana e relazionale, non solo tra i frequentanti ma anche tra gli alunni e i docenti”.orto

All’inizio il numero medio di iscritti arrivava anche a trenta persone, oggi le cifre sono diminuite perché l’offerta formativa in questo ambito è aumentata molto, sia nella zona che in tutta Italia, e molti degli ex alunni sono diventati docenti avviando corsi in proprio o passando da alunni a docenti proprio all’interno della Cascina stessa. Sempre in ambito agricolo, un anno e mezzo fa è partito un corso di agricoltura organica rigenerativa, una pratica (non solo di coltivazione ma anche di allevamento) molto diffusa in Sud America – dove è nata – e in via di espansione in Italia anche grazie a realtà come questa che ne diffondono la conoscenza. Alla formazione hanno partecipato infatti piccoli agricoltori con aziende agricole a conduzione familiare ma anche consulenti e periti agrari che operano in tutto il paese e potranno a loro volta trasmetterne le tecniche.

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Oltre a permacultura e agricoltura organica, sono disponibili tantissimi corsi di autoproduzione, dal sapone ai formaggi, e dal sito della scuola si dà agli utenti la possibilità di segnalare esigenze e richieste. Anche per i più piccoli si organizzano nella cascina tantissime attività, con le famiglie e le scuole. Ogni estate la struttura ospita campi estivi dove bambini e ragazzi possono sperimentare la vita in cascina, prendendosi cura del’orto e degli animali, cucinando secondo la raccolta di stagione ma anche godendosi lunghe passeggiate nel Parco Agricolo, immersi in un magnifico paesaggio tra bosco, chiuse e canali.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/scuola-di-pratiche-sostenibili-milano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Ambiente, salute e sostenibilità entrano a scuola

Una scuola con menù vegetariano/vegano e una grande attenzione al rispetto dell’ambiente. Esiste ed è alle porte di Roma, si chiama La tribù del sole. Scopritela con noi.9477-10218

Alle porte di Roma, immersa  nel parco del Veio, nasce la scuola Tribù del Sole, basata sulla pedagogia steineriana, sul metodo montessoriano, sullo stile libertario e sull’outdoor education. Questa scuola, in Decrescita felice, ha scelto di adottare un menù vegetariano tendente al vegano, e di compiere scelte in un’ottica di rispetto per l’ambiente e per gli esseri che lo popolano. Cercano di autoprodurre il più possibile, dai dolci, al pane, alla pizza, ma anche estratti, germogli, erbe officinali, erbe aromatiche e quanto il loro piccolo orto sinergico può offrirgli. A parlare della Tribù del Sole è la  giovanissima co-fondatrice della scuola, Giada Prata.

Perché avete scelto di adottare per tutti un menù vegetariano tendente al vegano?

Sia io che Paola Rusconi, la co-fondatrice della scuola, che le  maestre che collaborano, siamo molto sensibili all’argomento sia in termini di salute che etici. Da quando la scuola è iniziata  siamo entrati in contatto con le abitudini alimentari delle famiglie e ci ha fatto riflettere come, proponendo in mesa  piatti con prodotti animali, ci fosse un sovraccarico di proteine animali nell’arco della giornata. Così dopo il confronto con il nostro pediatra e alcuni nutrizionisti abbiamo deciso adottare un menù vegetariano tendente  al vegano. Questa scelta è stata accolta con un grande entusiasmo, aiutando talvolta alcune famiglie a fare un percorso di consapevolezza, forti del fatto anche che questa scelta alimentare  ha portato a cambiamenti positivi ed evidenti nei bimbi stessi. Questa scelta comporta la libertà di gestire le proteine animali nelle modalità che ogni famiglia senza creare un sovraccarico. Allo stesso tempo sarà un’occasione per i genitori per mettersi in discussione, per informarsi e perché no, magari fare scelte più consapevoli.

Che altre motivazioni ti hanno spinto a fare questa scelta?

Le motivazioni che ci hanno portato a compiere questa scelta sono dovute al fatto che noi educhiamo al rispetto alla vita, di ogni essere vivente. Il fatto di mangiare degli animali portava ad una sorta di ipocrisia pedagogica in quello che noi stavamo conducendo perché noi dicevamo al bimbo , qualora se ne presentasse l’occasione, di accompagnare  qualsiasi insetto lui trovasse fuori dalla finestra con gentilezze e senza fargli del male. Servendogli poi mucca o  pesce nel piatto, questi nostri insegnamenti crollavano come un enorme castello di carta.  Alcuni bimbi hanno coscienza che ciò che hanno nel piatto è un animale, altri lo negano. Lo negano perché il mondo dei grandi fondamentalmente dice tante bugie perciò loro vivono in una sorta di realtà quasi parallela per cui c’è una negazione del fatto che ciò che hanno nel piatto è un essere vivente . E’ una menzogna chiaramente, vivono nella menzogna.  Io credo che si debba vivere nella verità qualsiasi essa sia e poi dopo rispettare qualsiasi tipo di scelta che venga  fatta in relazione a quella verità. Perché ci sono bimbi che dicono che gli animali non si dovrebbero mai mangiare, altri che dato che sono solo animali si possono mangiare. Per me ogni loro scelta è una scelta da rispettare.

Sulla scia di questa scelta etica quali attività fate?

Cerchiamo di autoprodurre il più possibile, coinvolgendo i bimbi nelle nostre autoproduzioni. Facciamo un ottimo gelato con il latte di mandorla, lievitati e snack senza olio di palma, germogli e dolci. Da noi sono bandite le visite in fattorie, delfinari, zoo o circhi, dove gli animali sono relegati e imprigionati. Preferiamo ammirare la natura, e gli animali in libertà, nelle nostre passeggiate nel parco naturale del Sorbo. Inoltre, gli avanzi della nostra mensa, nella misura in cui questo è possibile, li portiamo agli animali abbandonati.

Che attività fate basate sul rispetto dell’ambiente?

Al di là delle singole attività il nostro intero fare educativo è volto e permeato dall’idea del  rispetto di tutto ciò che ci circonda, delle creature che lo popolano, degli esseri umani nelle loro varie diversità e animali. Questo nostro sentire viene  dalla pedagogia Waldorf che propone a livello educativo una continua interazione dell’uomo con il mondo animale, vegetale , minerale e che gli dà l’idea di come egli sia intessuto in un sistema e che non sia da solo nel mondo. Un’altra attività per noi importate sono le passeggiate nella natura, che noi chiamiamo anche passeggiate ecologiche dove mettiamo il focus sull’intruso che troviamo nell’ambiente che può essere un rifiuto come una cartaccia, un tappo. E  in più di una circostanza i bimbi hanno dimostrato un disappunto nel trovare inquinamento lungo la strada. Inoltre  leggiamo fiabe dedicate alla tematica ambientale. Sapendo che la fiaba è un incredibile mezzo di comunicazione all’interno della relazione educativa,  la usiamo anche come strumento . Talvolta le  fiabe  si trasformano in laboratorio teatrale.

In che modo gestite il riciclo e gli sprechi?

Gran parte dei nostri lavori sono fatti con materiale di riciclo, non solo riciclando il materiale all’interno della scuola ma chiediamo ai genitori di recuperare oggetti e materiali che altrimenti andrebbero gettati.  Questo dà  l’idea ai bimbi che una cosa non debba morire ma che possa dare vita a nuove cose egualmente belle e funzionali , attività che tra l’altro sviluppano la loro creatività. Limitiamo al massimo l’uso della plastica, nulla di usa e getta e utilizziamo per quanto possiamo materiali biodegradabili.  Propositi per l’anno prossimo è organizzare un gruppo di acquisto per acquistare pannolini biodegradabili. Inoltre facciamo compost con i cibo e utilizziamo detersivi con marchio vegan ok.

In base a quale criteri scegliete le aziende che orbitano attorno a voi?

Le scegliamo in base a principi etici: un’azienda che collabora con noi deve avere un codice etico molto chiaro e sviluppato. Sono per lo più piccole realtà come piccole aziende agricole o piccoli artigiani, quasi sempre a km zero. Questo è molto importante per avere un minore impatto ambientale e dare maggior impulso all’economia locale. Noi crediamo nella decrescita felice. Quindi all’interno dei nostri mercatini cerchiamo di chiamare tutti i piccoli produttori locali

Che insegnamenti volete trasmettere ai bimbi?

Noi crediamo nella decrescita felice, e pensiamo che l’attuale sistema di continua crescita non stia portando a uno stile di vita migliore, anzi. Crediamo nell’autodeterminazione e nel fatto che questo mondo fatto di delega, alimentare, medica, pedagogica non possa più funzionare perché purtroppo abbiamo subito un degenero in termini di non qualità in tutto ciò che abbiamo: cibo, medicina ed educazione dei nostri figli. Quindi quello che noi vogliamo trasmettere ai nostri bambini è la consapevolezza che un nuovo paradigma di vita è possibile e auspicabile  se ognuno di loro mette il suo contributo affinché ciò avvenga . E’ finita secondo noi l’era della sterilità, l’era di prodotti fatti in serie con materie prime scadenti e fatto con poco cuore. Si sta riscoprendo un mondo fatto di persone che amano quello che fanno dal produrlo al proporlo agli altri. Quello che noi auspichiamo è anche che si passi da una visione egocentrica, di un uomo che spadroneggia nella natura e che succhia risorse come se avesse un pianeta di scorta, a una visione ecocentrica, dove l’uomo è al cento di un sistema ed è portatore come essere umano, quindi senziente e pensante e volitivo,  di una grandissima responsabilità nei confronti di tutto ciò che lo circonda.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Monumenti Aperti: la cultura diffusa dalle persone di ogni età

E se diventassimo tutti noi promotori dei beni pubblici, rendendo consapevoli i cittadini dell’enorme patrimonio culturale del nostro territorio? Nasce in Sardegna per iniziativa di un gruppo di studenti la manifestazione Monumenti Aperti, ideata dall’associazione Imago Mundi per diffondere il valore dei monumenti delle città sarde tramite visite guidate condotte da volontari e alunni delle scuole. Una nuova modalità di fruizione del bene culturale, dove gli studenti di tutte le età diventano i protagonisti nella diffusione del valore dei monumenti delle città sarde. Tutto questo è Monumenti Aperti, l’iniziativa dell’associazione culturale Imago Mundi, dove la riscoperta di segni e tradizioni del passato va di pari passo con un modello imprenditoriale che coordina migliaia di volontari e coinvolge centinaia di migliaia di persone, sia come fruitori che come presentatori del bene culturale stesso.

L’Associazione Culturale Imago Mundi è nata per iniziativa di un gruppo di studenti dell’Università di Cagliari, nel 1992, con l’obiettivo di far conoscere e apprezzare la cultura, i monumenti e le tradizioni della città. Lo scopo principale fin dalla nascita è stato quello di coinvolgere la popolazione nella scoperta e nella diffusione del bene culturale studiato. Oggi l’associazione conta tre dipendenti e 13.500 volontari tra studenti universitari, liceali, alunni delle scuole medie e soci che hanno sposato il progetto. Ed è l’associazione che organizza la manifestazione Monumenti Aperti: un’iniziativa nata nel 1997 volta alla riscoperta di tracce, segni e testimonianze del passato cittadino cagliaritano e della Sardegna in generale. Per due giorni i monumenti di Cagliari, e oggi anche di altre realtà più piccole della Sardegna, vengano aperti al pubblico e spiegati tramite visite guidate condotte da volontari, studenti e alunni delle scuole. Si vuole così differenziare e arricchire la fruizione dei beni pubblici, rendendo consapevoli i cittadini sardi dell’enorme patrimonio archeologico, architettonico, artistico e storico della regione.13237817_1075393852541571_3733861547292167726_n

Ma come funziona esattamente? La scuola adotta un monumento e così “Il percorso didattico diventa un vero e proprio progetto culturale –  ci spiega Fabrizio Frongia, presidente dell’Associazione Culturale Onlus Imago Mundi – con una modalità nuova di presentazione del ricco patrimonio archeologico e architettonico della nostra terra. Cerchiamo di fare in modo che lo studente, attraverso i temi, gli articoli di giornale, gli scritti, i saggi brevi, possa impadronirsi del bene di prossimità, cioè del bene che va adottare o individualmente o come gruppo classe”.

Ci sono istituti che aderiscono alla manifestazione con tanti professori e studenti, con un approccio multidisciplinare facendo così in modo che ognuno, in base all’età, possa raccontare il bene di prossimità nella maniera a più consona. La trasversalità tra ordini e gradi dell’istruzione ne fa un progetto unico tra le manifestazioni culturali italiane.

Monumenti Aperti ha una rilevanza regionale ben solida, con quasi centomila visitatori ed è nata anche un’edizione piemontese della manifestazione a Santo Stefano Balbo, paese natale di Cesare Pavese. Da realtà circoscritta alla città di Cagliari, oggi è divenuta una manifestazione estesa a tutto il territorio regionale sardo e, soprattutto, ha tutte le carte per divenire un modello imprenditoriale: “da più ambiti ci sta arrivando un suggerimento pratico” ci spiega Frongia “che è quello di cercare di guardare Monumenti Aperti come modello, non percepito solamente come progetto culturale a sé ma guardatelo come progetto culturale a trecentosessanta gradi perché è anche un progetto imprenditoriale”.13179254_1072294096184880_1685287078385526884_n

La manifestazione gode del patrocinio degli assessorati al Turismo e ai Beni Culturali della Regione Sardegna. L’Amministrazione Regionale ha deciso di ampliare l’evento a tutto il territorio sardo e non solo a Cagliari, allo scopo di incentivare un turismo interno che oggi sembra in costante espansione.  All’interno di Monumenti Aperti sono nati dei programmi speciali come Monumenti in Musica, dove le visite guidate vengono animate con momenti e pillole musicali realizzati da studenti del conservatorio, professionisti, volontari e autodidatti, e Cultura Senza Barriere dove sono stati studiati percorsi per non udenti e non vedenti e, andando anche oltre la sola accessibilità, si sono organizzate visite guidate dirette da persone dalle diverse abilità fino ad arrivare ai nuovi cittadini: “A Cagliari dei senegalesi hanno adottato un lazzaretto sul mare” conclude Frongia, che è una delle prime cose che vedono quando la nave arriva sul porto. Lo raccontano in francese, ad altri nuovi cittadini che arrivano per la prima volta in città, e in italiano spiegano poi cosa ha rappresentato e rappresenta il bene adottato”.

Intervista e riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/io-faccio-cosi-151-monumenti-aperti-la-cultura-diffusa-persone-ogni-eta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Nasce in Cilento “La Via Che Porta a Scuola”

In Cilento turismo e scuola si incontrano. “La Via Che Porta a Scuola” è il nome della neonata collaborazione tra l’Associazione La Via Silente e la dirigente scolastica Maria De Biase. Uno degli istituti diretti dalla preside De Biase diventa una tappa del percorso cicloturistico della Via Silente.

È arrivato il momento in cui viaggiatori e alunni si incontrano. Grazie al lavoro di due realtà che conosciamo molto bene:  La Via Silente, associazione cilentana impegnata nella promozione del cicloturismo e del turismo lento, e la preside dell’Istituto Comprensivo di Santa Marina – Policastro Maria de Biase  hanno deciso di iniziare una collaborazione chiamata “La Via Che Porta a Scuola”. L’associazione si occupa, nello specifico, della valorizzazione della Via Silente, un ciclo- percorso di circa seicento chilometri che attraversa l’intero territorio del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Grazie alla “Via Che Porta a Scuola”, il ruolo dell’associazione sarà quello di consigliare al viaggiatore in partenza la sosta nelle scuole di Casaletto Spartano o Policastro Bussentino, con particolare rilevanza a Casaletto Spartano perché suggerita come undicesima tappa della Via Silente; l’associazione fornirà inoltre supporto allo sviluppo di progetti che nasceranno in seno a tale collaborazione, partecipando ad incontri a scuola in cui i ragazzi potranno ascoltare dalla viva voce degli ideatori del progetto, i mille aspetti correlati al passaggio di un “visitatore lento” sul proprio territorio.14021675_555266514677053_4474297691654571700_n

La scuola della dirigente De Biase, da anni nota per la divulgazione delle “buone pratiche” e della presa di coscienza della ricchezza della propria terra, si rivela così una fonte di naturale arricchimento per le tappe della Via Silente e un ulteriore tassello verso il raggiungimento dell’obiettivo centrale dell’Associazione: un turismo pienamente consapevole e votato alla conoscenza del territorio. La Via Silente è stata infatti spesso definita dai suoi stessi ideatori come un mosaico che va costruito con pazienza e intelligenza e soprattutto con un’accurata ricerca delle tessere. Essendo sempre più forte il desiderio del turista di avere un contatto autentico con i luoghi e le persone che li abitano, la scuola della dirigente De Biase rappresenta un passaggio naturale verso l’attuazione di un processo educativo che mira al rispetto del proprio ambiente di vita, all’arricchimento naturale nel contatto tra visitatore e abitante e alla tutela paesaggistica, storica e culturale del Cilento.via-silente

Un incontro che mira anche a capovolgere i ruoli, a rendere l’alunno insegnante: la capacità di differenziare i rifiuti, l’autoproduzione della merenda, le conoscenze relative agli aspetti storico – naturalistici del pezzo di Via Silente che raggiunge le scuole del plesso, rappresenterà l’offerta dell’alunno ai visitatori. Questi ultimi, in un’ottica di arricchimento e conoscenza del paesaggio attraversato, ricambieranno con il proprio racconto di viaggio o di viaggi passati agli alunni che li hanno accolti. Uno scambio che è una ricchezza per alunni, turisti e che impreziosisce ulteriormente le attività di due realtà accomunate dalla voglia di innovare le tradizioni del paesaggio che vivono.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/10/cilento-via-porta-a-scuola/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

Mense scolastiche. Rapporto Cittadinanzattiva: avanzi di cibo risultano essere del 22%

Il XIV rapporto “Sicurezza, qualità, accessibilità a scuola” di Cittadinanzattiva quest’anno si occupa anche di mense scolastiche. Tra gli argomenti, avanzi e spreco di cibo386277_1

Il XIV rapporto “Sicurezza, qualità, accessibilità a scuola” di Cittadinanzattiva quest’anno si occupa anche di mense scolastiche. Tra gli argomenti, avanzi e spreco di cibo. Si legge nel rapporto: Riguardo agli avanzi di cibo, che dalla nostra indagine risultano aggirarsi intorno al 22%, il 12,6% di un pasto cucinato per ciascun alunno rimane ogni giorno nel piatto, trasformandosi in spreco. Questo è uno dei principali risultati emersi dall’indagine pilota su quanti e quali piatti rientrano al termine del servizio con cibo avanzato (sprechi), condotta da Oricon, Osservatorio sulla Ristorazione Collettiva e Nutrizione. L’indagine è stata realizzata con questionari somministrati agli addetti alla distribuzione delle mense scolastiche. Nel periodo 26 ottobre-6 novembre 2015, sono stati monitorati oltre 64.000 pasti somministrati a 7.000 alunni d’età compresa tra i 3 e gli 11 anni. Al termine del servizio è stata valutata la percentuale di spreco per tipologia di portata. Entrando nel dettaglio, gli sprechi sono pari all’11% nei primi piatti; al 13% nei secondi; al 22% nei contorni; al 9% nei dessert; al 10% nella frutta e al 10% nel pane. Da un punto di vista economico, entrano nel bidone dei rifiuti, 0,18 centesimi per pasto (a fronte di un prezzo medio di un pasto pari a 4,6 euro).

Fonte: ecodallecitta.it

Nature rock: l’educazione esperienziale arriva nelle scuole italiane

Imparare con l’esperienza, all’aria aperta, attraverso l’avventura e l’errore. Già diffuso nei paesi anglosassoni, questo approccio educativo sta iniziando a radicarsi nel nostro Paese, grazie anche ai percorsi proposti da Nature rock, nato con l’obiettivo di diffondere nelle scuole pubbliche italiane il seme del metodo esperienzale.13522006_1143269782400012_3007227980347122419_n.jpg

 

Nature Rock nasce nel 2012 a Montopoli in val d’Arno, provincia di Pisa, all’idea di intensificare e facilitare le dinamiche relazionali tra alunni e insegnanti sia nell’ambiente scolastico sia quell’extra scolastico

 

Christian Mancini è stato cresciuto secondo i principi dell’experential learning. Metà italiano e metà tedesco, ha frequentato le scuole in Germania e dal 2012 è tornato in Toscana e ha fondato la Nature Rock, una società che ha l’obiettivo di diffondere nelle scuole pubbliche del nostro paese il seme del metodo esperienziale. “In Germania questa tipologia di apprendimento funziona benissimo e non c’è alcuna ragione per cui non dovrebbe essere lo stesso qui”, ha spiegato. Infatti ci sta già riuscendo, perché la risposta è molto positiva. Johann Heinrich Pestalozzi, pedagogista svizzero, sosteneva che non esiste cervello che non sia in grado di imparare, ma è necessario attivare gli stimoli giusti coinvolgendo parimente testa, cuore e mano. “Alle elementari i miei compiti per casa si svolgevano prevalentemente all’aria aperta” – ricorda Christian riportando un esempio della proprio educazione – “mi chiedevano di farmi accompagnare in un bosco e descrivere l’albero che mi piaceva di più, o di andare al lago e raccogliere un certo tipo di sassi”.

Christian definisce il metodo esperienziale come un contenitore di discipline, non è guidato cioè da una sola filosofia ma è un mix di dottrine educative. E aggiunge che “bisogna rieducare le persone all’avventura e all’errore”. Sporcarsi nel fango, arrampicarsi su un albero e lanciarsi in un fiume. E, perché no?, sbagliare. Nel nostro sistema educativo l’errore è visto con paura e rappresenta una minaccia (così come il rischio), ma in realtà è un fattore fondamentale di crescita e apprendimento.13566918_1143271309066526_5894928851224895691_n

I progetti e le gite in natura permettono agli insegnanti di far emergere le capacità individuali dei ragazzi e migliorano le dinamiche emotive e relazionali in classe

 

All’inizio Christian si è dedicato soprattutto all’educazione esperienziale dei ragazzi, ma poi ha capito che per fare davvero breccia nel sistema educativo nazionale bisognava formare gli insegnanti della scuola pubblica, per cambiarla e migliorarla ripartendo dalle sue fondamenta. “In giro per l’Italia questo approccio comincia a diffondersi”, osserva. E infatti basta pensare al progressivo radicamento degli asili nel bosco, il cui numero è destinato a crescere nei prossimi anni. E quando i bambini ne usciranno, molto probabilmente richiederanno lo stesso tipo di metodo educativo anche per le scuole primarie. A partire dal prossimo novembre la Nature Rock sarà impegnata nel progetto “out door education bus”, un pulmino che girerà l’Italia per offrire attività di educazione esperienziale nelle scuole italiane dal nord al sud del paese (qui tutte le informazioni per sostenere il progetto attraverso il crowdfunding). Insomma, una volta lanciata la pallina non si ferma più.

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/09/nature-rock-educazione-esperienziale-scuole-italiane/

 

Uruguay, inaugurata la prima scuola completamente sostenibile del Sud America

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Le giornate di sole sono una buona notizia per gli alunni di questa scuola dell’Uruguay per molte ragioni: il loro è il primo istituto scolastico dell’America latina al 100% sostenibile grazie all’alimentazione tramite pannelli solari e all’uso di materiali riciclati. “La scuola è un edificio completamente autonomo nel senso che non è collegato a nessuna fonte energetica, funziona solo con risorse naturali”, spiega Francesco Fassina, educatore e membro dell’Ong che ha costruito lo stabile. I muri sono stati realizzati con materiali ricavati da penumatici, bottiglie di plastica e di vetro grazie all’impegno di una Ong locale e al lavoro dell’architetto americano Michael Reynolds. “Le persone mi davano dello stupido. Costruire con la spazzatura, che follia, sei la disgrazia della comunità degli architetti. Io stavo cercando di recuperare l’acqua, di trattarla, di fare tutte queste cose che gli architetti non fanno”

La protezione dell’ambiente è diventata anche una materia di studio per i 39 alunni e per i loro professori che frequentano corsi sulla sostenibilità, compresa la direttrice Alicia Alvarez. “Poco a poco acquisiamo competenze, impariamo come funzionano i meccanismi dell’edificio e il sistema per evitare che si deteriorino”.

Fonte: ecoblog.it

Precauzioni sui Wifi a scuola? Ennio Cadum (Arpa Piemonte) su mozione Consiglio Regionale

“Emissioni inferiori a quelle dei telefonini o degli apparecchi Tv”. Il commento scritto di Ennio Cadum per Eco dalle Città sulla mozione Consiglio Regionale del Piemontewfi

Abbiamo chiesto a Ennio Cadum di Arpa Piemonte attualmente dirigente nel Centro Regionale per l’epidemiologia e la salute ambientale di fare un po’ di chiarezza sui rischi relativi alle onde elettromegnetiche prodotte dal wi-fi. Ecco la sua risposta.wifi

Cerco di riassumere il mio pensiero, allegando alcuni studi e revisioni recenti.

La mozione si basa sull’esistenza di una sindrome, che viene citata all’inizio del testo, definita ipersensibilità elettromagnetica, i cui pazienti lamentano disturbi se, dicono, posti in vicinanza ad un campo elettromagnetico, e sulle precauzioni che si possono prendere, per lo più in ambiente scolastico.

Ora, sull’esistenza dell’ipersensibilità elettromagnetica vi sono pareri ampiamente discordi (vedi 2 articoli allegati). Che vi siano persone che si lamentino è assodato. Che la causa sia il campo elettromagnetico in cui sono immersi invece non solo non è supportato da prove, ma quelle disponibili in campo clinico sono negative. Non considero quanto riportato in vari siti web (tipohttp://www.noelettrosmogroma.org/n/  http://retenoelettrosmog.blogspot.it/  http://www.noelettrosmog-piemonte.org/ ).

Riporto le conclusioni della più completa review sull’argomento (allegata):

An extensive literature search identified 15 new experiments. Including studies reported in our earlier review, 46 blind or double-blind provocation studies in all, involving 1175 IEI-EMF volunteers, have tested whether exposure to electromagnetic fields is responsible for triggering symptoms in IEI-EMF. No robust evidence could be found to support this theory. However, the studies included in the review did support the role of the nocebo effect in triggering acute symptoms in IEI-EMF sufferers. Despite the conviction of IEI-EMF sufferers that their symptoms are triggered by exposure to electromagnetic fields, repeated experiments have been unable to replicate this phenomenon under controlled conditions.

(Rubin GJ(1), Hillert L, Nieto-Hernandez R, van Rongen E, Oftedal G. Do people with idiopathic environmental intolerance attributed to electromagnetic fields display physiological effects when exposed to electromagnetic fields? A systematic review of provocation studies. Bioelectromagnetics. 2011 Dec;32(8):593-609.)

inoltre uno studio del 2013 aveva messo in correlazione l’insorgenza di disturbi da ipersensibilità con campagne mediatiche contemporanee, evidenziando un effetto nocebo, che, al pari del placebo, determina alterazioni dello stato di salute dei soggetti pur in assenza di esposizioni verificabili:

Media reports about the adverse effects of supposedly hazardous substances can increase the likelihood of experiencing symptoms following sham exposure and developing an apparent sensitivity to it. Greater engagement between journalists and scientists is required to counter these negative effects.
(Witthöft M, Rubin GJ. Are media warnings about the adverse health effects of modern life self-fulfilling? An experimental study on idiopathic environmental intolerance attributed to electromagnetic fields (IEI-EMF). J Psychosom Res. 2013 Mar;74(3):206-12.)

Nonostante la scarsità di evidenze cliniche ed epidemiologiche sui rischi specifici dei wifi vari comuni in Italia e all’estero hanno deciso per precauzione di sostituire i wifi nelle scuole con reti cablate, sulla base di varie informazioni che si stanno diffondendo nei Paesi Occidentali di segnalazioni di stati di malessere tra studenti ed insegnanti dopo l’introduzione del wifi in alcune scuole, e sulla base di siti di informazione che riportano casistiche voluminose , ma che ad una verifica non sono risultate sorrette da indagini condotte secondo criteri accreditati (ved ad esempio il sito  http://www.powerwatch.org.uk/ )

Per quanto riguarda studi specifici considerando solo il router wifi come sorgente di esposizione, una ricerca condotta recentemente da noi non ha individuato nessun studio. Considerando che il campo di frequenze e l’intensità dei wifi è simile (ma non uguale) a quella dei telefoni cellulari e dei loro ripetitori, sono citati spesso gli effetti dei telefoni cellulari, che presentano intensità di campo decisamente superiori. Èl’uso di PC portatili collegati al wifi che determina un campo più intenso, e al quale si possono riferire eventualmente suggerimenti di .

Le categorie a rischio citate nella mozione (bambini, donne incinte, anziani) non sono coerenti con le conoscenze di letteratura. Vi È una minoranza di studi positivi sui bambini, nessuno studio positivo in gravidanza, mentre gli anziani non sono una categoria a rischio, anzi presentano una protezione maggiore rispetto ad eta’ inferiori.

In Belgio è stata fatta nel 2014 una valutazione dell’esposizione a campi elettromagnetici (CEM) a radiofrequenza anche nelle scuole. I risultati davano nelle scuole un CEM compreso nel 94% dei casi sotto 1 Volt/metro e un valore medio di 0,2 Volt/metro con un unico picco massimo misurato in una sede di 3,2 Volt/metro. Si tratta di valori bassi. La media delle abitazioni si aggira sui 0,5 Volt/metro. Ecco una tabella generica di comparazione delle intensità di campo in varie situazioni (riportata sul sito powerwatch inglese, credo in questo caso attendibile):

Telefono cellulare tenuto vicino alla testa                     10 ÷ 150 V/m*
Telefono Cordless DECT tenuto vicino alla testa          10 ÷ 80 V/m
Forno a micronde a 1 metro                                         1 ÷ 6 V/m
Computer portatile Wi-Fi tenuto in grembo                   1 ÷ 5 V/m
Router Wi-Fi a 50 cm                                                   1 ÷ 2 V/m
Torre del telefono cellulare a 150 metri                         0,5 ÷ 2 V/m
Unità base DECT a 50 cm                                            0,5 ÷ 2 V/m
Monitor digitale per bambini a 1 metro dal bambino     0,3 ÷ 0,7 V/m
Apparecchio Bluetooth a 50 cm                                   0,3 ÷ 0,7 V/m
Unità base DECT a 3 metri                                          0,2 ÷ 0,4 V/m
Router Wi-Fi a 5 metri                                                  0,1 ÷ 0,2 V/m

Ricordo che negli studi epidemiologici la soglia per i non esposti (o esposizione trascurabile) in questo campo di studi è stata in genere posta tra 0,3 e 0,5 V/m

Allego l’abstract del lavoro in Belgio:

Characterization of exposure from emerging radio frequency (RF) technologies in areas where children are present is important. Exposure to RF electromagnetic fields (EMF) was assessed in three “sensitive” microenvironments; namely, schools, homes, and public places located in urban environments and compared to exposure in offices. In situ assessment was conducted by performing spatial broadband and accurate narrowband measurements, providing 6-min averaged electric-field strengths. A distinction between internal (transmitters that are located indoors) and external (outdoor sources from broadcasting and telecommunication) sources was made. Ninety-four percent of the broadband measurements were below 1 V m(-1). The average and maximal total electric-field values in schools, homes, and public places were 0.2 and 3.2 V m(-1) (WiFi), 0.1  and 1.1 V m(-1) (telecommunication), and 0.6 and 2.4 V m(-1) (telecommunication), respectively, while for offices, average and maximal exposure were 0.9 and 3.3 V  m(-1) (telecommunication), satisfying the ICNIRP reference levels. In the schools considered, the highest maximal and average field values were due to internal signals (WiFi). In the homes, public places, and offices considered, the highest  maximal and average field values originated from telecommunication signals.
Lowest exposures were obtained in homes. Internal sources contributed on average  more indoors (31.2%) than outdoors (2.3%), while the average contributions of external sources (broadcast and telecommunication sources) were higher outdoors (97.7%) than at indoor positions (68.8%). FM, GSM, and UMTS dominate the total downlink exposure in the outdoor measurements. In indoor measurements, FM, GSM, and WiFi dominate the total exposure. The average contribution of the emerging technology LTE was only 0.6%.
(Verloock L, Joseph W, Goeminne F, Martens L, Verlaek M, Constandt K. Assessment of radio frequency exposures in schools, homes, and public places in Belgium. Health Phys. 2014 Dec;107(6):503-13.) Sui rischi wifi in gravidanza, citati nella mozione, gli studi clinici e tossicologici fatti e pubblicati finora sono tutti negativi. Il principio di precauzione anche sul wifi comunque è invocato da alcuni autori, e la mozione del nostro consiglio regionale è in buona compagnia. Ad es. un docente americano, Carpenter, invocando l’applicazione del principio di precauzione, scriveva già nel 2008: “Inaction is not compatible with the Precautionary Principle, as enunciated by the Rio Declaration. Because of ubiquitous exposure, the rapidly expanding development of new EMF technologies and the long latency for the development of such serious diseases as brain cancers, the failure to take immediate action risks epidemics of potentially fatal diseases in the future”. 

(Carpenter DO, Sage C. Setting prudent public health policy for electromagnetic field exposures. Rev Environ Health. 2008 Apr-Jun;23(2):91-117.

L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, con sede a Lione in Francia ed è l’organismo internazionale più importante nel settore. Secondo la IARC i telefoni cellulari sono classificati 2B (possibile cancerogeno), classificazione decisa a seguito dello studio Interphone (uno studio caso-controllo internazionale per lo più negativo, tranne un lieve aumento di un tipo particolare di tumori cerebrali (gliomi) del lobo temporale. Concludendo, non vi sono rischi accertati per il wifi basati su studi clinici ed epidemiologici sufficientemente completi; sulla base di paragoni con le evidenze riguardanti gli studi sui telefoni cellulari (classificati in classe 2B dalla IARC, possibile cancerogeno) è invocato il principio di precauzione. La correttezza di questa misura ha più a che fare con questioni etiche e politiche che con la scienza.

 

Fonte: ecodallecitta.it

Firenze, primo processo per l’amianto in una scuola

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Nonostante siano migliaia le scuole italiane nelle quali sono presenti parti e manufatti in amianto, il processo in corso al Palazzo di Giustizia di Firenze è il primo che discute la presenza dell’asbesto in un edificio scolastico. La presenza dell’amianto nella scuola era finta sugli organi di informazione dopo che il preside aveva affisso cartelli che vietavano di correre, appendere quadri, sbattere le porte e urtare le pareti per non far staccare l’amianto presente sotto l’intonaco. Grazie all’Osservatorio Nazionale Amianto la vicenda era poi approdata in tribunale: al centro dell’inchiesta c’è stata la vicenda di un professore deceduto per neoplasia.

“E’ necessario affermare la cultura della prevenzione primaria e cioè evitare ogni forma di esposizione all’amianto e a tutti gli altri cancerogeni e ciò è possibile solo evitando il rischio e quindi bonificando l’amianto, specialmente dalle scuole. Non riesco a comprendere i motivi per i quali gli amministratori della Provincia di Firenze e del Comune di Firenze, tra cui Matteo Renzi, che all’insediamento come presidente del Consiglio, si era dichiarato attento ai problemi della scuola, abbia ritenuto di lasciare l’amianto in questo importante istituto fiorentino, ponendo a rischio la salute del personale docente e non docente e degli allievi”

ha spiegato Ezio Bonanni.

Secondo il Renam (Registro Nazionale dei Mesoteliomi) dell’Inail sono 63 i casi di mesotelioma registrati tra il personale docente e non docente degli istituti scolastici italiani. Dati – come sottolinea l’Ona – in difetto visto che l’esposizione all’amianto provoca altre neoplasie.

Fonte:  AdnKronos 

L’Asilo nel Bosco: crescere felicemente nella natura

Una scuola all’aperto dove i bambini possano godere della natura, dove apprendere tramite l’esperienza diretta e dove le emozioni non sono meno importanti dei saperi. Avviato due anni fa, il progetto sperimentale dell’Asilo nel Bosco di Ostia Antica sta facendo scuola nel resto d’Italia affermandosi anche nel nostro Paese come un nuovo paradigma educativo di successo.

Su Italia che Cambia vi abbiamo già parlato dell’Asilo nel Bosco, la scuola all’aperto ad Ostia Antica nata da un’idea dell’Associazione Manes e L’Emilio con l’intesa dell’Istituto Comprensivo Amendola Guttuso. La ricchezza dell’esperienza, la sua trasformazione, le numerose novità avvenute nell’arco di breve tempo ci hanno spinto a tornare tra gli alberi, i fiori e i luoghi dove il sogno di un’educazione diversa è divenuto una realtà concreta. La raccontiamo con le parole e le immagini dei protagonisti.

L’Asilo nel Bosco è un progetto che parte nel 2013 all’interno del Parco della Madonnetta, vicino Ostia e nasce dall’incontro di due realtà: l’Emilio, che era una scuola dell’infanzia, e l’Associazione Manes,  un’associazione culturale che si occupa di lotta alla dispersione scolastica e che già lavorava sul territorio di Ostia in campo educativo. Il primo anno con un piccolo gruppo di dieci bambini è iniziata la sperimentazione di come realizzare una scuola all’aperto con bambini in età della scuola materna, ed i risultati sono stati molto soddisfacenti, sia per gli stimoli che ricevevano i bambini da un’educazione non più limitata alle solite quattro mura, ma immersa nella Natura e aperta alle esplorazioni che essa permette. Dopo un primo anno di sperimentazione, il successo dell’iniziativa ha reso necessario uno spazio più ampio. L’Asilo nel Bosco è arrivato oggi in campagna ad Ostia Antica, vicino agli scavi, in un territorio immerso nel verde dove c’è la possibilità di fare ampie passeggiate ed esplorare. “Dopo due anni e mezzo, il gruppo di bambini è aumentato fino ad arrivare a quaranta. Abbiamo raggiunto un buon numero per mantenere quello che è un progetto di qualità”, ci racconta Sabina Bello, Maestra nel bosco dell’Associazione Manes e tra le fondatrici del progetto.13043731_1717728378516278_1754635528414110135_n

“Si è allargato anche il gruppo di persone che lavorano con noi, si può condividere con altri la gioia di educare in maniera differente, non è soltanto un bene per i bambini, è un bene per tutte le persone che ruotano intorno a questo progetto, famiglie e abitanti del luogo inclusi. I bambini si sentono accolti da questa comunità, si sentono liberi di rivolgersi a tutte le figure che incontrano in questo piccolo villaggio. È una cosa rara che i bambini oggi trovino un contesto d’insieme così accogliente”.

Già, ma vi starete chiedendo: come si svolge una giornata tipo all’Asilo nel Bosco? Cosa fanno i bambini? “I bimbi all’asilo quando arrivano la mattina la prima cosa che fanno è lanciare la giacca sulle scale e scappare in giardino – ci racconta la maestra nel bosco Ilaria Castiello – perché non vedono l’ora di arrivare a scuola, che è una delle cose più belle che succedono qua. Di solito una delle cose caratteristiche che facciamo è la passeggiata, che è il momento più creativo e naturale della giornata. Tra le attività favorite c’è l’arrampicata sugli alberi, la parte avventurosa dell’esplorazione, c’è la raccolta dei materiali che poi usiamo per costruire delle cose durante la giornata. La giornata si svolge molto seguendo gli stimoli che ci sono intorno: gli alberi, la natura, i fiori: tutto diventa lezione e ispirazione”.13001312_1711587782463671_981827314268261447_n

Sabina ci spiega che “la caratteristica principale è che passiamo gran parte del tempo all’aria aperta, abbiamo utilizzato pochissimo il nostro rifugio quest’anno (una struttura al chiuso all’interno dell’Asilo, utilizzata in caso di necessità ndr). I bambini arrivano piano piano, in questo periodo ci sono dei bimbi che di loro spontanea volontà mi aiutano a preparare le cose del giorno, quindi riempire la bottiglia d’acqua oppure portare fuori le sedie che serviranno poi per il pranzo. Via via arrivano tutti e ci avviamo per una passeggiata, oppure ci dividiamo in due giardini e a seconda della proposta che il gruppo reputa migliore per la giornata: i bambini potranno scegliere se andare a trovare gli amici animali, oppure se dipingere, lavorare con l’argilla, oppure in questo periodo ci stiamo occupando di attività legate al giardinaggio, data la stagione invitante. La mattina ha molti percorsi possibili, altrimenti si potrebbe andare a fare una passeggiata lungo il fiume Tevere, oppure in questo periodo siamo stati varie volte al borgo di Ostia Antica, dove ai bimbi piace andare al castello: c’è la possibilità di fare esperienze a contatto con la realtà del territorio. Le diverse possibili mattine arrivano al punto d’incontro che è quello del pranzo, che invece ha una modalità abbastanza stabile con cui si svolge. I bimbi aiutano a preparare e ad apparecchiare, il pomeriggio poi alcuni riposano e altri giocano. In questo periodo sono cominciati dei laboratori quindi c’è un laboratorio di teatro, uno di danza, altre proposte nascono nell’attimo”.

Anche i bambini sono Maestri:  l’insegnamento per gli adulti

Il primo aspetto che ci ha colpito dell’Asilo Nel Bosco, e quello con cui concludiamo il nostro racconto, è stato l’entusiasmo vivo negli occhi dei Maestri che, quotidianamente, contribuiscono insieme ai bimbi e alle famiglie a rendere viva una realtà che sembrava solo un sogno irrealizzabile. Siamo in tanti a pensare, per pigrizia o per paura, che le circostanze non possano mai cambiare: mentre noi siamo impegnati a pensare, poi arriva chi si mette in gioco e la realtà la arricchisce davvero. E di cosa si sono arricchiti i fondatori e i maestri dell’Asilo nel Bosco, per arricchire tutti noi di questa nuova esperienza?

 

Sabina ha capito che i bambini hanno dei tempi che sono ben diversi da quelli che inizialmente immaginava: “ho imparato che i bambini sono molto più competenti di quanto uno inizialmente si aspetta, che ognuno ha una sua personalità spiccata in grado di capire la situazione che lo circonda, affrontando anche con coraggio situazioni ed emozioni molto difficili. Vi racconto un episodio: un giorno una bambina stava piangendo, avevo capito che non si era fatta male ma che era un pianto di tristezza e mi sono seduta vicino a lei per consolarla. Capivo che la situazione era legata alla separazione dei genitori, e intanto tutto un gruppetto di bambini è arrivato piano piano ad inserirsi nella nostra conversazione con delicatezza. Una bambina ha regalato un fiore alla bimba che piangeva, un altro bimbo ha chiesto il motivo per la sua tristezza, e hanno così iniziato a confrontarsi. E’ arrivato poi un altro bambino con i genitori separati anche lui, insieme ad una bimba che ha detto che il papà non ce l’aveva più perché era morto. Dopo di questo sono passati immediatamente alla reazione: la bambina si è ripresa con un bicchiere d’acqua e si è rasserenata”.10592688_1444846535804465_8309197432492640014_n

Questo dovrebbe trasmetterci secondo Paolo “la gioia di affrontare la quotidianità”. “Penso che sia un messaggio molto importante che noi adulti dovremmo ricevere e che a me ha cambiato la vita, e l’ho imparata dall’esempio dei bambini qui all’asilo nel bosco. La capacità di vivere il presente, di concentrarsi su di esso, perché vivere il presente con gioia e serenità è la garanzia di vivere un futuro sereno e tranquillo, è una delle attitudini che dovremmo imparare e ricordare dal modo di vivere le dinamiche della vita da parte dei bambini”.

Ilaria invece ha imparato a rallentare i ritmi: “Io con questa esperienza in sei mesi sono già cambiata tantissimo. Ho imparato a rallentare i miei ritmi, a togliere: meno parole, più lentezza, a prendere le cose con una morbidezza che il contesto naturale ti suggerisce. La creatività è un altro aspetto fondamentale che ho imparato: sembra che in un giardino non ci sia nulla, ma invece hai tutto quello che ti può servire per ridere, giocare, divertirti e imparare”.

Visualizza la scheda dell’Asilo nel Bosco sulla Mappa dell’Italia che Cambia!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/05/io-faccio-cosi-119-asilo-nel-bosco-crescere-felicemente-natura/