E se la scuola fosse divertente?

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nei processi di apprendimento e la scienza dimostra che si impara meglio quando ci si diverte. Perché allora nelle scuole di oggi viene lasciato così poco spazio al gioco, alle risate e al movimento?

“Nelle nostre scuole si ride troppo poco”, diceva Gianni Rodari e – nonostante sia passato qualche lustro – questa affermazione rimane tristemente attuale. Purtroppo la scuola, oggi, è un posto in cui i bambini vanno malvolentieri, in cui si sta per ore seduti sui banchi, con una disposizione degli studenti (che ci portiamo dietro da più di un secolo) che non permette la cooperazione e il movimento. La convinzione alla base dello stato dei fatti è che apprendimento non fa rima con divertimento. A scuola non esistono momenti legati al gioco e alle risate, che sono in realtà alleati e potenti catalizzatori dei processi educativi. Ma le cose devono e possono cambiare.school_its_way_more_boring_than_when_you_were_there-1

Nel video cito uno studio molto interessante che è stato condotto dalla psicologa Jennifer Delgado sull’apprendimento osservativo con bambini di 18 mesi. I risultati sono incredibili e dimostrano come apprendere divertendosi è immediato e, naturalmente, più piacevole. La scienza ha evidenziato quanto le emozioni giochino un ruolo fondamentale nei processi d’apprendimento. La paura dell’errore, l’ansia per la competizione, il senso di inadeguatezza sono le emozioni più frequenti tra i banchi di scuola: questo vuol dire che stiamo ancorando i concetti e le abilità – per sempre e con grandissima fatica – a emozioni negative. Vogliamo una scuola in cui ci sia spazio per le risate, per il movimento, per il gioco. I miseri 10 minuti di ricreazione (spesso passati in aula) sembrano una beffa alla natura dei bambini, che potrebbero dare il meglio di loro se gli insegnanti avessero a disposizione tempo e modi differenti per svolgere le lezioni.

C’è un grande bisogno di chiare direttive dall’alto e di una formazione che cambi direzione in maniera decisa! C’è bisogno di rassicurare gli insegnanti, già fortemente stressati. Quando comincio a parlare loro della possibilità di integrare le lezioni con giochi e risate percepisco la loro paura (di perdere autorità sulla classe, di non riuscire a portare a termine gli impegni presi col ministero, di far perdere il controllo ai bambini). Sanno che imparare facendo, mentre il corpo si muove, gioca e si diverte è utile e benefico, ma non hanno gli strumenti necessari per metterlo in pratica e nessuna direttiva chiara da parte del Ministero.bambini

Daniela Lucangeli, ordinario di psicologia all’Università di Padova nonché membro dell’Accademia Internazionale delle Scienze, scrive:

“A scuola si vivono delle esperienze significative della propria fase di crescita e le figure più importanti sono gli insegnanti e i compagni. Le ricerche dimostrano come le emozioni accompagnino ogni esperienza di apprendimento, quindi se noi impariamo provando paura tutte le volte che riprendiamo dalla nostra memoria quello che abbiamo appreso, riportiamo con noi anche la paura. Se apprendiamo con ansia, riprendiamo l’ansia. Quindi le scienze cognitive che sono più esposte verso  l’educazione ci avvertono e ci dicono ‘Se volete che i bambini apprendano ottenendo il meglio da loro stessi bisogna ritornare a far apprendere con il sorriso […]‘. Si parla di warm cognition, ovvero apprendimento caldo, con le emozioni migliori. Che tipo di atteggiamento educativo ha l’adulto verso il bambino? Quello che deve scegliere e decidere se essere alleato dell’errore contro il bambino è un insegnante giudice ‘Io giudico te non capace di fare, di agire, di apprendere. Sono dalla parte del compito e tutti e due siamo alleati contro chi non lo sta seguendo’. Se invece io sono alleato del bambino contro l’errore, ‘io sono dalla tua parte, ti aiuto a risolverlo, non sono un giudice, sono chi ti aiuta’”.HappyChildren

Vi consiglio due letture che potrebbero darvi una visione nuova del mestiere di insegnare, con la speranza che presto si raggiunga la massa critica di persone consapevole di questa necessità impellente: la scuola può e dovrebbe essere divertente!

“L’umorismo nella didattica – Schede operative per insegnare e imparare divertendosi” di Elena Falaschi, Alfredo Pierotti

Pensato per insegnanti della scuola primaria e secondaria di primo grado, insegnanti di sostegno e studenti di Scienze della formazione e dell’educazione, il libro è un utile strumento che consente di sperimentare metodologie di insegnamento divertenti ed efficaci.

“Educare alla Felicità”, di Lucia Suriano

“Questo lavoro è una proposta, un tentativo concreto di portare nelle scuole, attraverso un ampio e articolato supporto metodologico, pratiche di educazione alla felicità. Praticare la risata vuol dire spezzare gli schemi negativi. Quando pensiamo a una situazione in chiave positiva diventiamo capaci di prendere decisioni migliori e influenzare il nostro corpo e il nostro comportamento. Così non solo cambiamo noi stessi, ma in fondo trasmettiamo un’energia positiva che cambia il mondo. E non è queste la missione della scuola?”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/03/se-scuola-fosse-divertente/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

A scuola si cammina “un miglio al giorno” per contrastare obesità e sedentarietà

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Benessere e movimento all’aria aperta. “Un miglio al giorno” è il progetto che la Asl TO4 ha importato dalla Scozia per promuovere il movimento e l’attività all’aria aperta come parte integrante della giornata a scuola e diffondere nella comunità scolastica informazioni e conoscenze sui benefici dell’attività motoria. 1Km e 600 metri di camminata a passo svelto per ossigenare la mente e offrire un esempio di buona pratica quotidiana.

Dailymile” (un miglio al giorno), è una pratica che, nata da un’iniziativa di una scuola scozzese, si sta rapidamente diffondendo oltre che nel Regno Unito, anche in molti paesi europei (Olanda, Belgio, Francia, Spagna) e negli USA.
Le scuole scozzesi hanno fatto da apri pista di questa esperienza dimostrando i vantaggi che questa pratica porta non solo a livello di benessere fisico ma anche sulla capacità di concentrazione, umore e sullo stato generale di benessere un-miglio-al-giorno-a-scuola-1519639569

1km e 600 metri da percorrere durante l’orario scolastico, abbandonando le aule per una pausa rigenerante all’aria aperta, un momento di socialità e relazione diversa per i bambini che non si ferma di fronte alle intemperie. Infondo come diceva l’educatore e scrittore anglossassone Robert Baden-Powell: “Non esiste buono o cattivo tempo, ma solo buono o cattivo equipaggiamento”.

L’anno scorso “Dailymile” è arrivato ufficialmente anche in Italia e più precisamente in Piemonte con l’adesione di due scuole inserite anche nella mappa del sito scozzese: nell’istituto comprensivo statale Buttigliera Alta Rosta e alla scuola primaria “Elsa Malferrati” di Roddi (Cn). Partendo da queste due sperimentazioni la Asl Piemonte ha deciso di proporre il progetto “Un miglio al giorno” che ha preso il via a settembre dell’anno scorso con un percorso di formazione rivolto agli insegnanti delle scuole aderenti (a cura dei Servizi Asl TO4 Medicina dello Sport, Promozione della Salute, Sorveglianza e Prevenzione Nutrizionale). Nelle scuole aderenti tutti i giorni, durante l’orario scolastico, le classi a rotazione, accompagnate dagli insegnanti, escono dall’edificio scolastico per coprire la distanza di un miglio a passo svelto lungo un percorso sicuro individuato dagli insegnanti. Un allenamento fisico leggero, circa 15 minuti, passi importanti per promuovere uno stile di vita sano sin da piccoli, vista anche l’alta incidenza di bambini in sovrappeso o che non praticano attività sportiva fuori dalla scuola che lo staff promozione e salute della Asl ha individuato.un-miglio-al-giorno-a-scuola-1519639622

Infatti, parallelamente, il progetto invita gli insegnanti a lavorare sul miglioramento dello stile di vita in tema di alimentazione, “perché ad un’auspicabile attività di movimento quotidiana occorre abbinare fin dall’infanzia una corretta alimentazione”.
L’attività viene svolta dalle classi aderenti almeno due giorni a settimana, chi lo propone con più frequenza, anche ogni giorno, oltre al monitoraggio di base supportato dal Servizio di Medicina dello Sport, ha anche un monitoraggio del peso dei partecipanti. La normale didattica così si interrompe e continua al di fuori dell’aula, gli insegnanti infatti spesso propongono in questo modo didattica all’aria aperta: dall’osservazione dell’ambiente, del cambio delle stagioni, a laboratori artistici. Al progetto hanno aderito decine di scuole primarie e alcune scuole secondarie di primo grado.

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/un-miglio-al-giorno-a-scuola/

 

Quando si va… a scuola dagli alberi

Anna Cassarino ci racconta come impara dagli alberi e insegna agli altri a fare altrettanto. Per fare in modo che la consapevolezza di essere un tutt’uno con l’ambiente che ci circonda divenga la molla per cambiare in meglio.9572-10334

“In natura si trova abbondante ispirazione per ogni forma creativa e vorrei attirare l’attenzione su una tale risorsa fondamentale, capace di dare all’energia, anche negativa, uno sbocco costruttivo. Tutte le arti mi piacciono, ma preferisco la scrittura e la narrazione, anche perché con la parola si riesce a trasmettere meglio il sapere”. Si presenta così Anna Cassarino, scrittrice e artista della natura, ideatrice del progetto A scuola dagli Alberi che nasce nel 2001 ma che si forma pian piano in tutta una vita. Anna ci spiega chi sono gli alberi e come essi, se solo li ascoltassimo e li osservassimo, ci indichino la strada che porta alla conoscenza del nostro ambiente e di noi stessi. Da qui le soluzioni di molti dei problemi che ci sembrano senza soluzione: dalla relazione con gli altri all’inquinamento, la fame, la desertificazione dei territori. Il lavoro di Anna continua ininterrottamente e con passione da allora, con un camper diventato la sua casa-studio mobile,   viaggia in tutte le provincie per studiare e diffondere gli argomenti che ha profondamente a cuore.

Che cos’è il progetto A scuola dagli Alberi?

Il progetto A Scuola dagli Alberi è una possibilità data a tutti di conoscere aspetti basilari sul funzionamento della natura nelle sue diverse forme, vale a dire piante, animali, fenomeni naturali e umanità. La precedenza è data agli alberi, gli esseri viventi dall’effetto complessivo maggiormente benefico per ogni forma di vita. Grazie a quelli giusti nel posto giusto e trattati bene, ciascuno potrebbe contribuire ad attenuare molti dei problemi che ci affliggono, come frane, alluvioni, desertificazione, inquinamento, malattie, fame. Purtroppo, però, dalla nostra istruzione ed educazione sono esclusi i due argomenti che ritengo più importanti: conoscere se stessi e la natura. Per questo gli alberi sono spesso misconosciuti e maltrattati, così come ogni altra forma di vita, compresa l’umanità.

Com’è nato, quando e dove?

E’ un progetto che si è formato in tutta una vita di ricerca in molte direzioni. Nel 2001, a 48 anni avevo una bella casa e un lavoro autonomo e soddisfacente, ma mi ero resa conto che non sarebbe bastato a migliorare qualcosa nella società. Mi è sembrato che il solo modo per  riuscirci fosse dedicarmici a tempo pieno. Così ho venduto il mio appartamento per finanziare un progetto che altrimenti non si sarebbe mai potuto avviare. Nell’agosto del 2002, lasciata Firenze dove avevo abitato per molti anni, sono partita per il Madagascar, primo dei quattro Paesi, col Mali, il Senegal e Cuba, fra cui avrei scelto di realizzare l’idea, se avessi trovato un appoggio, che invece è mancato. Dopo nove mesi sono tornata in Italia e, con un camper diventato da allora la mia casa-studio mobile, ho iniziato a viaggiare in tutte le provincie per studiare e diffondere gli argomenti che ho a cuore.

A chi si rivolge?

Si rivolge ad ogni tipo di pubblico, dai dieci anni in poi. Infatti ho dato una forma narrativa a conoscenze scientifiche di base particolarmente interessanti e al tempo stesso utili, per dimostrare quanto basti sapere anche poco, ma ben selezionato, per essere in grado di fare scelte più giuste per l’ambiente, oltre che per sé.

Chi è l’albero?

L’albero è un essere vivente che per le sue dimensioni, dai cinque ai centoventicinque metri di altezza, la sua longevità, dagli ottant’anni ai tremila, per le sue tante funzioni e capacità, influisce molto sull’intero ambiente. Gli studi scientifici hanno provato che è in grado di comprendere ciò che avviene intorno e dentro di lui e sa rispondervi con efficacia. Sa esprimersi e intendere con odori, colori, forme e suoni, stringendo alleanze con altri vegetali e animali.

Che cosa possono insegnarci gli alberi?

Possono insegnarci anzitutto che chi è davvero autonomo sa provvedere meglio anche agli altri e ottenere ciò di cui ha bisogno attraverso lo scambio e senza sfruttamento. Come tutti i vegetali, infatti, gli alberi producono il proprio cibo trasformando l’anidride carbonica in linfa dolce e nutriente, con l’aggiunta di acqua e sali minerali, utilizzando l’energia solare. Già solo con questo sono molto più autonomi di qualsiasi animale o umano, senza che altri ne facciano le spese. Per farsi aiutare dagli insetti, dagli uccelli, da altri animali e vegetali, oltre che dai funghi, ad ottenere certi vantaggi, predispongono esattamente ciò di cui questi alleati hanno bisogno, facendo in modo che, mentre ne usufruiscono, svolgano anche la funzione desiderata, senza particolare sforzo.

Come è strutturata la scuola e chi sono gli allievi?

La scuola è fatta in modo da essere frequentabile da chiunque, prima di tutto attraverso il mio sito www.ascuoladaglialberi.net dove ci sono rubriche con articoli utili. Poi ci sono i sette libri che ho pubblicato,  importanti per approfondire i diversi temi e acquistabili via mail. Conduco laboratori, conferenze, narrazioni e faccio mostre didattiche di volta in volta per parchi, associazioni, biblioteche. In realtà la mia è la “pre-scuola”, che dà gli strumenti per capire più facilmente quella vera, della natura, quando la si osserva con l’opportuna preparazione.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

Gli obiettivi sono quelli di invogliare e incoraggiare le persone a occuparsi anche di ciò che non dà risultati immediati, (a parte il piacere del conoscere), ma è indispensabile per il bene comune, che è in realtà quello di ciascuno, fatto in modo lungimirante. Lo si raggiunge avendo buoni obiettivi a lungo termine, per i quali è necessaria una conoscenza come quella che cerco di dare. Sono in tanti a pensare di non avere tempo per questo, mentre in realtà subiscono un condizionamento sociale da cui potrebbero liberarsi. Per farlo occorre conoscere meglio i meccanismi della mente e dunque ho curato molto anche la sezione che si occupa della conoscenza dell’animo umano, attraverso articoli e recensioni di libri e film che aiutano a capire.

Esistono progetti simili al tuo all’estero?

Che io sappia non esistono altri progetti del genere. Nonostante ce ne siano molti che si occupano di ecologia, non ne conosco che lo facciano con modalità artistiche, se non in modo molto più limitato. Oppure ci sono scienziati che fanno un lavoro divulgativo egregio, ma più avanzato e dunque accessibile da chi ha già una certa preparazione, mentre io mi rivolgo a chi non ne ha. Pochi si occupano di alberi e quelli che lo fanno, di solito operano in modo settoriale, trattando per esempio solo gli alberi monumentali o i giardini, oppure facendo un lavoro principalmente di denuncia, di protezione o di azione senza preparazione specifica. Io cerco invece di collegare, di coordinare un sapere basilare su vari aspetti sia degli alberi che di ciò che con loro interagisce. Inoltre do molto spazio alla conoscenza dell’animo umano, che è normalmente è un settore a sé e trattato in modo diverso dal mio.

Che valore ha in questo preciso momento storico il suo progetto?

Potrebbe davvero essere utile anche per tutti i progetti già esistenti, oltre che per ogni tipo di persona, perché apre prospettive sorprendenti sulla vita. Permetterebbe di migliorare il terreno sociale da cui far emergere rappresentanti più consapevoli e più attenti, che sappiano prendere decisioni più sensibili al bene comune.

E’ possibile mettersi in comunicazione con gli alberi? Ci sono persone che pensano che lo sia, che abbracciano gli alberi o parlano con essi in una sorta di collegamento telepatico. Cosa ne pensa? A lei è mai accaduto?

Il genere di comunicazione che ho con gli alberi è anzitutto di tipo espressivo- visuale. Osservandoli, accorgendomi delle loro qualità e di come hanno reagito agli eventi della vita, sviluppandosi in un modo più o meno espressivo, mi sento toccata. Proprio questo tipo di contatto ha suscitato il mio desiderio di conoscere e far conoscere le loro straordinarie virtù, avendone gioia e conforto. E’ possibile che le piante si accorgano di questo, perché ogni nostra attività nervosa produce un lieve impulso elettrico e una reazione chimica odorosa che loro sono in grado di percepire. Tocco e annuso volentieri le foglie, i fiori e il legno, ma raramente li abbraccio perché un fusto d’albero è pur sempre duro e ruvido.

Ci può dire qual è il costo delle sue attività?

Ritengo di chiedere compensi modesti, ma è davvero difficile azzeccare la cifra giusta, perché gli interlocutori sono diversi e hanno risorse economiche estremamente variabili, che fanno giudicare le richieste a prescindere da ciò che offro.

Lei come sostiene tutto questo lavoro?

Se intende come lo sostengo economicamente rispondo: con grande fatica, perché in troppi dicono di non avere fondi disponibili.

C’è risposta da parte delle istituzioni?

E’ scarsa, purtroppo.

Fonte: ilcambiamento.it

Una famiglia alla ricerca di una scuola diversa

È possibile vivere e imparare al di fuori dei consueti stili di vita e schemi scolastici tradizionali? È quanto hanno deciso di indagare Lucio Basadonne e Anna Pollio, genitori di Gaia e registi dei documentari Unlearning e Figli della Libertà. Ecco la storia di una famiglia che ha deciso di cambiare le proprie abitudini e la propria vita per documentare la trasformazione e la ricchezza di vedute nel mondo dell’istruzione.  “La verità è uno specchio caduto dalle mani di Dio e andato in frantumi. Ognuno ne raccoglie un frammento e sostiene che lì è racchiusa tutta la verità”. Teniamo a mente questa frase, nella storia di oggi ci tornerà utile per capire cosa stiamo leggendo.

Lucio Basadonne e Anna Pollio sono una coppia, nella vita e nel lavoro (entrambi si occupano di documentaristica). Hanno una figlia che si chiama Gaia e che con loro condivide un’attitudine importante: non smettere mai di interrogarsi e continuare a farsi delle domande. Nei bambini sembra normale, negli adulti un po’ meno, ma è con questo spirito che questa famiglia da tempo si interroga su alcuni aspetti importanti del vivere: quella che ci circonda è davvero l’unica realtà possibile? Esistono altri stili di vita, altri metodi di apprendimento che potremmo almeno tentare di conoscere per non delegare sempre tutto a qualcun altro?

Qualche anno fa Gaia disegnò un pollo che aveva quattro zampe. Questo disegno è stata la scintilla per Lucio e Anna per partire insieme a Gaia per (passateci il gioco di parole) “imparare a disimparare”: un viaggio di sei mesi alla scoperta di tutte quelle famiglie che hanno deciso di cambiare le proprie abitudini e il proprio stile di vita attraverso ecovillaggi, comunità e famiglie itineranti.Tutto questo è raccontato in “Unlearning”, il primo documentario del trio.

Il tema a stretto contatto su come impostare la propria vita all’interno del proprio nucleo familiare è anche quello dell’educazione. Poteva una famiglia nata con l’intento di curiosare, domandare, scoprire e uscire dalla “zona di comfort” non approfondire questo tipo di argomento?

“Figli della Libertà” è il secondo lavoro di Lucio, Anna e Gaia e affronta il (delicato) tema dell’istruzione, sempre da un punto di vista di una famiglia che, tra molti dubbi, ha la sola certezza di dover esplorare il più possibile per scoprire una strada che volutamente non sarà mai del tutto definitiva: “Uno immagina la scuola con la maestra, la lavagna, i banchi, il quaderno, i compiti. Noi ci siamo trovati a vivere un’idea di scuola completamente diversa e abbiamo deciso di raccontarla” ci racconta Lucio Basadonne “ed ovviamente una scuola diversa ti mette molti dubbi, perché quando sei fuori da quella che è una strada ordinaria i dubbi aumentano.  Ecco perché è anche un racconto fatto di domande”.13423772_1146096155450958_3395146445794716498_n

Il film, nello specifico, è la storia di una bambina (Gaia) che chiede di non andare più a scuola e il viaggio dei genitori nel cercare di esaudire questo desiderio cercando la migliore strada educativa e istruttiva possibile per la propria figlia, in base all’articolo 30 della Costituzione italiana che chiarisce come sia l’istruzione ad essere obbligatoria e non la scuola. La scelta della famiglia si chiama “Officina del Crescere”, una scuola familiare e una comunità educante con sede a Genova e che Gaia frequenta. Da questo punto di partenza, sempre all’insegna della curiosità nei confronti di modelli educativi alternativi alla classica scuola, il viaggio dei tre si dipana tra la scoperta di esperienze di homeschooling e quella di realtà scolastiche particolari come l’inglese Summerhill (uno dei più significativi esperimenti di pedagogia libertaria), così come nell’incontro con persone che hanno sia intrapreso un percorso educativo differente che con personalità come Silvano Agosti, Daniele Novara e Paolo Mottana per citarne alcuni,impegnati da anni in importanti riflessioni sul mondo del lavoro e della scuola in particolare.12301563_1025618744165367_2950275522330764565_n

Immagine tratta dal documentario “Unlearning”

“L’esperienza più grande che ci è arrivata dal nostro percorso di vita, di scoperta e di lavoro è scoprire verità diverse dalla tua” ci spiega Lucio “entrare come essere umano e come documentarista in sintonia con queste storie e capire le motivazioni di chi ne è protagonista o attore. Io non ero affatto a conoscenza dell’homeschooling, a dir la verità pensavo a quanto fosse lontana questa esperienza dal mio immaginario, mentre invece dopo due anni lo sto sperimentando personalmente”.

Tutto il percorso legato al cambiamento di Lucio, Anna e gaia ci riporta così all’inizio del nostro pezzo: “L’aspetto principale del nostro percorso è assimilabile ad uno specchio caduto: ogni frammento è parte della verità, in questo momento crediamo che abbandonare le proprie certezze sia fondamentale.” Per cambiare vita e scoprire una nuova scuola, Lucio, Anna e Gaia hanno fatto così.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/io-faccio-cosi-166-famiglia-ricerca-scuola-diversa/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Montessori in pratica: una scuola basata sulla libertà di scelta

L’Associazione Montessori in Pratica è un gruppo di insegnanti, educatrici, psicologhe e genitori legate dal metodo Montessori e dall’interesse per l’infanzia. L’Associazione ha fondato e gestisce la scuola primaria montessoriana e parentale di Almese dove abbiamo incontrato Francesca D’Achille, maestra e responsabile della scuola, che ci ha raccontato il significato di questa esperienza di scuola sia montessoriana che parentale. Ad Almese, in Val di Susa, si gode di una vista mozzafiato. Incontro Francesca in una delle sedi di MontessorinPratica, un’associazione nata 7 anni fa. Nel mentre i genitori vengono a recuperare i propri figli, anche se mi sorprende vedere tanti bambini che, nonostante siano le cinque del pomeriggio e fossero lì dalla prima mattina, sembra proprio non vogliano uscire dalla stanza.

Francesca, dopo averci accolto, ci racconta la sua esperienza. “Ero rientrata dall’estero da poco, avevo fatto partire una scuola Montessori ad Assisi. Siccome ero l’unica maestra montessori in tutta la scuola, mi era capitato di aver bisogno di aiuto”. I bambini erano tanti e i materiali montessori vengono per lo più preparati manualmente dalla maestra. E non parliamo di fotocopie: c’è da tagliare, incollare, colorare, costruire. Così iniziò a pensare ad una collaborazione con altre maestre di un’altra scuola Montessori d’Italia, in modo da realizzare uno scambio di materiali ma anche di informazioni ed esperienze. “E loro mi dissero che assolutamente non era possibile, dicendomi che i materiali sono di chi li fa”. Trovò un muro difronte a sé.

“LA SCUOLA CAMBIA, CAMBIA LA TUA SCUOLA!”: PARTECIPA ALLA CAMPAGNA

Casualmente conobbe altre colleghe, tra le quali la presidente dell’associazione “MontessorinPratica Prisca Melucco”. Cercò così di creare un dialogo tra le diverse scuole Montessori in Italia. Inoltre precisa che “stiamo parlando di sette anni fa, non c’erano ancora le tante scuole familiari che ci sono adesso”. Questa fu l’idea iniziale che portò alla creazione dell’associazione “Montessori in pratica”, che si occupa anche di dare assistenza tecnica alle nuove scuole che vogliono partire e di formare nuovi insegnanti, “inoltre gestiamo uno spazio come questo (quello di Almese, ndr) anche a Roma”.IMG_0906-Custom

Il progetto educativo di Almese iniziò cinque anni fa, “abbastanza per caso”, ammette Francesca. Da un annuncio su subito.it siamo giunti ora a 45 bambini gestiti e formati dalla scuola. “Per i primi anni ho fatto sempre tutto io, adesso siamo in sei/sette insegnanti, la scuola sta diventando grande”. Fin da subito si è adottato il metodo Montessori, scegliendo il trilinguismo, impostando le materie classiche con l’italiano. Facciamo però un passo indietro. Che cos’è il metodo Montessori?

Il metodo Montessori

“Si basa principalmente sulla libertà di scelta”. La libertà di scelta non vuol dire che i bambini fanno quello che vogliono, ma vuol dire che l’ambiente è preparato e strutturato in modo che loro possano, all’interno di una serie di regole, scegliere cosa fare. “Se io ho venti bambini, avrò un bambino che fa geografia, due che fanno storia e tre che fanno matematica contemporaneamente”. Per fare questo è necessario avere un ambiente preparato e strutturato, in modo che si riesca a convivere con questa realtà. “E’ una realtà non sempre semplice da gestire, – continua così Francesca – ci sono tante regole e tanti stimoli; la maestra deve conoscere bene i suoi bambini”. Un’altra caratteristica del metodo Montessori è l’osservazione. All’inizio dell’anno gli insegnanti occupano tanto tempo, giocando, al cercare di conoscere i bambini al meglio, in modo da accompagnarli nel loro percorso di crescita. “Hai bisogno della libertà, – aggiunge Francesca – e quindi hai la fiducia”. Così si riesce a creare un ambiente sereno, dove ci sono tante regole ma non c’è la maestra che urla. “Ogni bambino ha un percorso individuale e io parlo direttamente a lui”.IMG_0944-Custom

Tutto ciò che è concetto astratto, che è del mondo della scuola, viene trasportato nel mondo concreto. “I nostri materiali sono tutti materiali manipolativi, attraverso i quali si spiega un concetto”. L’imparare a memoria viene successivamente, solo dopo averlo appreso anche manualmente. Infatti i materiali montessori sono prima di tutto esplorativi, in modo che il bambino abbia delle esperienze. Il metodo Montessori è stato creato da Maria Montessori, verso la fine dell’Ottocento. Aveva iniziato a lavorare con bambini che erano tenuti in una sorta di manicomio. “A volte i bambini orfani venivano tenuti lì se non si sapeva dove metterli”. Lei iniziò semplicemente ad osservarli, ed osservandoli iniziò a vedere il loro interesse per oggetti della vita quotidiana, “come poteva essere un cucchiaio, una forchetta, una ciotola, una brocca”.

“LA SCUOLA CAMBIA, CAMBIA LA TUA SCUOLA!”: PARTECIPA ALLA CAMPAGNA

E a partire da quelle osservazioni iniziò a lavorare molto individualmente con questi bambini e con questi oggetti, scoprendone la loro capacità creativa. Da lì iniziò a creare dei materiali sempre più elaborati, “fino a quando portò questi bambini ad un esame di Stato – da quello che si capisce nella storia – e loro lo superarono. Fu una cosa incredibile. Questi bambini considerati matti, avevano superato l’esame”. La riflessione che fece fu: ma se con questi bambini siamo riusciti a fare tutto questo, immaginiamo con i bambini normodotati? E così iniziarono ad aprire delle Case dei bambini – equivalenti alla scuola dell’infanzia – nel quartiere San Lorenzo di Roma, che era un quartiere molto povero. Iniziarono a vedere dei risultati grandiosi: “i bambini iniziavano a scrivere solamente mossi dal loro interesse, proprio perché non c’era l’obbligo”. Ci sono ancora alcune scuole storiche fondate negli anni venti e trenta in Italia. Il metodo è conosciuto in Italia, ma anche e soprattutto all’estero. Aveva viaggiato negli Stati Uniti, in India e in Olanda. “Sono paesi dove ci sono tante montessori”. Fu richiamata da Mussolini per organizzare dei corsi per i maestri. “Poi venne mandata via dall’Italia, e non si capisce bene il perché. Immagino che una scuola in cui viene data la libertà di pensiero forse non andasse così d’accordo con una dittatura”. Si è poi ritirata in Olanda, dove più o meno la metà delle scuole pubbliche sono con il metodo Montessori.IMG_0914-Custom

Le scuole genitoriali

Tornando all’esperienza di Francesca, le chiediamo di affrontare il tema delle scuola genitoriali. “E’ solo nove anni che sono rientrata in Italia, ed è da sette anni che seguo le scuole genitoriali. Ne sono nate tante. Stanno anche ritornando sezioni nella scuola pubblica a metodo Montessori, che erano quasi del tutto scomparse”. A livello legale, “un articolo della Costituzione italiana dice che tutti i genitori hanno l’obbligo di fornire l’istruzione ai propri bambini, ma non c’è l’obbligo di frequenza scolastica”. Questo vuol dire che chiunque, in Italia, come genitore “potrebbe decidere di tenere a casa il proprio bimbo e di fare lui personalmente lezione o di cercare un tutor.” C’è questa possibilità. Alla fine lo Stato Italiano ti dice che alla fine dell’anno “dovresti fare un esame. Dico dovresti perché questi decreti non sono chiarissimi. Noi, come scuola, abbiamo deciso di fare l’esame tutti gli anni. E lo facciamo presso la scuola di Viù”, con la quale si è instaurato un’ottima relazione. Le insegnanti si confrontano quotidianamente, c’è uno scambio costante di informazioni e materiali. È una scelta libera del genitore, non vengono chieste motivazioni da parte dello Stato. “Partendo da questa idea hanno iniziato a nascere le scuole genitoriali: un gruppo di genitori gestisce le lezioni, a casa, in gruppetti o con altri insegnanti”.IMG_0947-Custom

Francesca ci dice la sua impressione, e cioè che “in queste scuole c’è molta più libertà”. Se si vuole organizzare una passeggiata, “non ho necessità di chiamare i genitori, non ho bisogno di chiedere il permesso”. E non è detto che una scuola parentale debba per forza utilizzare il metodo Montessori, steineriano, liberitario o altro, potrebbe anche utilizzare il metodo tradizionale.

“Ho sentito in giro molti commenti negativi sul metodo Montessori. Derivano dalla mancanza di conoscenza. Alcune maestre pensano sia un metodo utilizzato per ragazzi con problemi”. E allora non ci resta che invitarvi ad approfondire queste tematiche con Francesca e l’associazione “Montessori in pratica”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/io-faccio-cosi-163-montessori-pratica-scuola-basata-liberta-scelta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Maestri di Strada, educazione all’avanguardia al servizio degli ultimi

Educare i ragazzi senza uniformarli, cercando di fare emergere i loro talenti. È questo l’impegno dei Maestri di Strada che da anni operano in una delle zone più problematiche d’Italia, l’Idroscalo del Lido di Ostia, per contrastrare l’abbandono scolastico e offrire alle nuove generazioni l’opportunità di un futuro migliore. Il quartiere dell’Idroscalo del Lido di Ostia è una delle zone più problematiche d’Italia da molti punti di vista. Qui nel 1975 fu ucciso Pier Paolo Pasolini. Oggi ci vivono numerose famiglie povere e poverissime e i problemi di criminalità minorile, microcriminalità, penetrazione mafiosa pesano sulle teste dei ragazzi come macigni. Ragazzi e ragazze che spesso scelgono di abbandonare la scuola per seguire altre strade (non per nulla Ostia Lido è una delle zone con maggiore tasso di abbandono scolastico d’Italia). Proprio qui però operano i Maestri di strada dell’Associazione Manes  (la stessa delle elementari nel bosco e dell’asilo del mare) che operano assieme alla scuola pubblica Amendola Guttuso. I due maestri Pietro Caddeo e Lorenzo Taroni ogni giorno si occupano di portare a scuola i ragazzi più difficili ed educarli senza uniformarli, provando a far emergere i loro talenti. Le loro lezioni non sono quasi mai “frontali” ma passano dai laboratori di legno, elettronica, arte, dalle uscite per strada; tutto ciò serve a far scoprire ai ragazzi i loro talenti e dà ai maestri la possibilità di entrare in relazione con loro.

“Non possiamo pensare di prendere dei ragazzi cresciuti in un contesto difficile, alcuni con problematiche psicologiche di vario genere, e metterli seduti ad un banco per otto ore al giorno”, ci spiega il maestro Lorenzo. “Perché semplicemente non ci stanno. Sono altri i modi per trasmettere loro le cose: per esempio attraverso l’esperienza diretta, la sperimentazione.” “Ad esempio – aggiunge Pietro – adesso ci vedete seduti sul dipinto del teorema di Pitagora, mentre l’altro giorno abbiamo inventato una canzoncina per i numeri relativi”.

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I maestri utilizzano laboratori e uscite per spiegare le varie materie: con la falegnameria si realizzano forme geometriche, il laboratorio di elettronica è utile per apprendere la fisica e così via. Inoltre utilizzano i principi della pedagogia dei talenti, che mira a far emergere da ciascun individuo i talenti che possiede. “Ad esempio è importante capire – continua Lorenzo – quale intelligenza è più sviluppata nel ragazzo, visiva, musicale, eccetera e utilizzare quella per spiegargli le cose”.10388196_927788770647492_1463605522446222113_n

A volte succede anche che i ragazzi non si presentino a scuola per diversi giorni, ma i maestri di strada non si lasciano scoraggiare. Vanno a casa loro, ci parlano, conoscono le famiglie. E alla fine quasi sempre li convincono a tornare. Inoltre, oltre ad occuparsi dei casi segnalati dalla scuola, dai servizi sociali ed altre istituzioni, vanno nelle vie, nelle piazze, nei punti di aggregazione, per trovare i ragazzi, instaurare un rapporto con loro e cercare di sottrarli alla strada, dove hanno ottime probabilità di finire nei giri della malavita. Infine Maestri di Strada non termina con la fine della scuola. “Maestri di strada non si ferma all’esame da privatisti” ci dice Pietro. “Facciamo una consulenza a tutto campo, li mettiamo in contatto con le istituzioni, alla Asl, ai servizi sociali. Facciamo anche un doposcuola”.91FB9A75D6CF9D30BE502E80A1C9D071

Così facendo contribuiscono giorno dop0 giorno a migliorare il contesto in cui vivono. Come ci disse Danilo Casertano, fondatore dell’associazione Manes, qualche anno fa, “Siamo sempre portati a pensare che un brutto quartiere faccia una cattiva scuola. Ma se fosse vero il contrario? Se fosse una cattiva scuola a fare un brutto quartiere?”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/io-faccio-cosi-161-maestri-di-strada-educazione-avanguardia-servizio-ultimi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Una Scuola di Pratiche Sostenibili alle porte di Milano

Permacultura, agricoltura organica, corsi di autoproduzione. Alle porte di Milano, ospitata dalla Cascina Santa Brera, si trova la Scuola di Pratiche Sostenibili, uno spazio di sperimentazione aperto a tutti. Nel cuore del Parco Agricolo Sud alle porte di Milano sorge l’antica Cascina Santa Brera, un’oasi di bellezza e sostenibilità. Restaurata secondo i principi della bioarchitettura da Irene di Carpegna – la proprietaria – oltre ad essere un’azienda agricola biologica e un agriturismo, oggi la struttura ospita numerose attività formative per adulti, bambini e ragazzi.  Nel 2006 è stata fondata la Scuola di Pratiche Sostenibili iniziando la formazione per adulti con corsi di progettazione in Permacultura. Diversamente dai percorsi formativi che vengono svolti solitamente, qui le lezioni si distribuiscono durante tutto l’anno solare, arrivando anche a 160 ore di lezione. “Lo facciamo sia per approfondire gli argomenti trattati – spiega Roberta Donati, referente della scuola – sia per consolidare la rete umana e relazionale, non solo tra i frequentanti ma anche tra gli alunni e i docenti”.orto

All’inizio il numero medio di iscritti arrivava anche a trenta persone, oggi le cifre sono diminuite perché l’offerta formativa in questo ambito è aumentata molto, sia nella zona che in tutta Italia, e molti degli ex alunni sono diventati docenti avviando corsi in proprio o passando da alunni a docenti proprio all’interno della Cascina stessa. Sempre in ambito agricolo, un anno e mezzo fa è partito un corso di agricoltura organica rigenerativa, una pratica (non solo di coltivazione ma anche di allevamento) molto diffusa in Sud America – dove è nata – e in via di espansione in Italia anche grazie a realtà come questa che ne diffondono la conoscenza. Alla formazione hanno partecipato infatti piccoli agricoltori con aziende agricole a conduzione familiare ma anche consulenti e periti agrari che operano in tutto il paese e potranno a loro volta trasmetterne le tecniche.

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Oltre a permacultura e agricoltura organica, sono disponibili tantissimi corsi di autoproduzione, dal sapone ai formaggi, e dal sito della scuola si dà agli utenti la possibilità di segnalare esigenze e richieste. Anche per i più piccoli si organizzano nella cascina tantissime attività, con le famiglie e le scuole. Ogni estate la struttura ospita campi estivi dove bambini e ragazzi possono sperimentare la vita in cascina, prendendosi cura del’orto e degli animali, cucinando secondo la raccolta di stagione ma anche godendosi lunghe passeggiate nel Parco Agricolo, immersi in un magnifico paesaggio tra bosco, chiuse e canali.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/scuola-di-pratiche-sostenibili-milano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Ambiente, salute e sostenibilità entrano a scuola

Una scuola con menù vegetariano/vegano e una grande attenzione al rispetto dell’ambiente. Esiste ed è alle porte di Roma, si chiama La tribù del sole. Scopritela con noi.9477-10218

Alle porte di Roma, immersa  nel parco del Veio, nasce la scuola Tribù del Sole, basata sulla pedagogia steineriana, sul metodo montessoriano, sullo stile libertario e sull’outdoor education. Questa scuola, in Decrescita felice, ha scelto di adottare un menù vegetariano tendente al vegano, e di compiere scelte in un’ottica di rispetto per l’ambiente e per gli esseri che lo popolano. Cercano di autoprodurre il più possibile, dai dolci, al pane, alla pizza, ma anche estratti, germogli, erbe officinali, erbe aromatiche e quanto il loro piccolo orto sinergico può offrirgli. A parlare della Tribù del Sole è la  giovanissima co-fondatrice della scuola, Giada Prata.

Perché avete scelto di adottare per tutti un menù vegetariano tendente al vegano?

Sia io che Paola Rusconi, la co-fondatrice della scuola, che le  maestre che collaborano, siamo molto sensibili all’argomento sia in termini di salute che etici. Da quando la scuola è iniziata  siamo entrati in contatto con le abitudini alimentari delle famiglie e ci ha fatto riflettere come, proponendo in mesa  piatti con prodotti animali, ci fosse un sovraccarico di proteine animali nell’arco della giornata. Così dopo il confronto con il nostro pediatra e alcuni nutrizionisti abbiamo deciso adottare un menù vegetariano tendente  al vegano. Questa scelta è stata accolta con un grande entusiasmo, aiutando talvolta alcune famiglie a fare un percorso di consapevolezza, forti del fatto anche che questa scelta alimentare  ha portato a cambiamenti positivi ed evidenti nei bimbi stessi. Questa scelta comporta la libertà di gestire le proteine animali nelle modalità che ogni famiglia senza creare un sovraccarico. Allo stesso tempo sarà un’occasione per i genitori per mettersi in discussione, per informarsi e perché no, magari fare scelte più consapevoli.

Che altre motivazioni ti hanno spinto a fare questa scelta?

Le motivazioni che ci hanno portato a compiere questa scelta sono dovute al fatto che noi educhiamo al rispetto alla vita, di ogni essere vivente. Il fatto di mangiare degli animali portava ad una sorta di ipocrisia pedagogica in quello che noi stavamo conducendo perché noi dicevamo al bimbo , qualora se ne presentasse l’occasione, di accompagnare  qualsiasi insetto lui trovasse fuori dalla finestra con gentilezze e senza fargli del male. Servendogli poi mucca o  pesce nel piatto, questi nostri insegnamenti crollavano come un enorme castello di carta.  Alcuni bimbi hanno coscienza che ciò che hanno nel piatto è un animale, altri lo negano. Lo negano perché il mondo dei grandi fondamentalmente dice tante bugie perciò loro vivono in una sorta di realtà quasi parallela per cui c’è una negazione del fatto che ciò che hanno nel piatto è un essere vivente . E’ una menzogna chiaramente, vivono nella menzogna.  Io credo che si debba vivere nella verità qualsiasi essa sia e poi dopo rispettare qualsiasi tipo di scelta che venga  fatta in relazione a quella verità. Perché ci sono bimbi che dicono che gli animali non si dovrebbero mai mangiare, altri che dato che sono solo animali si possono mangiare. Per me ogni loro scelta è una scelta da rispettare.

Sulla scia di questa scelta etica quali attività fate?

Cerchiamo di autoprodurre il più possibile, coinvolgendo i bimbi nelle nostre autoproduzioni. Facciamo un ottimo gelato con il latte di mandorla, lievitati e snack senza olio di palma, germogli e dolci. Da noi sono bandite le visite in fattorie, delfinari, zoo o circhi, dove gli animali sono relegati e imprigionati. Preferiamo ammirare la natura, e gli animali in libertà, nelle nostre passeggiate nel parco naturale del Sorbo. Inoltre, gli avanzi della nostra mensa, nella misura in cui questo è possibile, li portiamo agli animali abbandonati.

Che attività fate basate sul rispetto dell’ambiente?

Al di là delle singole attività il nostro intero fare educativo è volto e permeato dall’idea del  rispetto di tutto ciò che ci circonda, delle creature che lo popolano, degli esseri umani nelle loro varie diversità e animali. Questo nostro sentire viene  dalla pedagogia Waldorf che propone a livello educativo una continua interazione dell’uomo con il mondo animale, vegetale , minerale e che gli dà l’idea di come egli sia intessuto in un sistema e che non sia da solo nel mondo. Un’altra attività per noi importate sono le passeggiate nella natura, che noi chiamiamo anche passeggiate ecologiche dove mettiamo il focus sull’intruso che troviamo nell’ambiente che può essere un rifiuto come una cartaccia, un tappo. E  in più di una circostanza i bimbi hanno dimostrato un disappunto nel trovare inquinamento lungo la strada. Inoltre  leggiamo fiabe dedicate alla tematica ambientale. Sapendo che la fiaba è un incredibile mezzo di comunicazione all’interno della relazione educativa,  la usiamo anche come strumento . Talvolta le  fiabe  si trasformano in laboratorio teatrale.

In che modo gestite il riciclo e gli sprechi?

Gran parte dei nostri lavori sono fatti con materiale di riciclo, non solo riciclando il materiale all’interno della scuola ma chiediamo ai genitori di recuperare oggetti e materiali che altrimenti andrebbero gettati.  Questo dà  l’idea ai bimbi che una cosa non debba morire ma che possa dare vita a nuove cose egualmente belle e funzionali , attività che tra l’altro sviluppano la loro creatività. Limitiamo al massimo l’uso della plastica, nulla di usa e getta e utilizziamo per quanto possiamo materiali biodegradabili.  Propositi per l’anno prossimo è organizzare un gruppo di acquisto per acquistare pannolini biodegradabili. Inoltre facciamo compost con i cibo e utilizziamo detersivi con marchio vegan ok.

In base a quale criteri scegliete le aziende che orbitano attorno a voi?

Le scegliamo in base a principi etici: un’azienda che collabora con noi deve avere un codice etico molto chiaro e sviluppato. Sono per lo più piccole realtà come piccole aziende agricole o piccoli artigiani, quasi sempre a km zero. Questo è molto importante per avere un minore impatto ambientale e dare maggior impulso all’economia locale. Noi crediamo nella decrescita felice. Quindi all’interno dei nostri mercatini cerchiamo di chiamare tutti i piccoli produttori locali

Che insegnamenti volete trasmettere ai bimbi?

Noi crediamo nella decrescita felice, e pensiamo che l’attuale sistema di continua crescita non stia portando a uno stile di vita migliore, anzi. Crediamo nell’autodeterminazione e nel fatto che questo mondo fatto di delega, alimentare, medica, pedagogica non possa più funzionare perché purtroppo abbiamo subito un degenero in termini di non qualità in tutto ciò che abbiamo: cibo, medicina ed educazione dei nostri figli. Quindi quello che noi vogliamo trasmettere ai nostri bambini è la consapevolezza che un nuovo paradigma di vita è possibile e auspicabile  se ognuno di loro mette il suo contributo affinché ciò avvenga . E’ finita secondo noi l’era della sterilità, l’era di prodotti fatti in serie con materie prime scadenti e fatto con poco cuore. Si sta riscoprendo un mondo fatto di persone che amano quello che fanno dal produrlo al proporlo agli altri. Quello che noi auspichiamo è anche che si passi da una visione egocentrica, di un uomo che spadroneggia nella natura e che succhia risorse come se avesse un pianeta di scorta, a una visione ecocentrica, dove l’uomo è al cento di un sistema ed è portatore come essere umano, quindi senziente e pensante e volitivo,  di una grandissima responsabilità nei confronti di tutto ciò che lo circonda.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Monumenti Aperti: la cultura diffusa dalle persone di ogni età

E se diventassimo tutti noi promotori dei beni pubblici, rendendo consapevoli i cittadini dell’enorme patrimonio culturale del nostro territorio? Nasce in Sardegna per iniziativa di un gruppo di studenti la manifestazione Monumenti Aperti, ideata dall’associazione Imago Mundi per diffondere il valore dei monumenti delle città sarde tramite visite guidate condotte da volontari e alunni delle scuole. Una nuova modalità di fruizione del bene culturale, dove gli studenti di tutte le età diventano i protagonisti nella diffusione del valore dei monumenti delle città sarde. Tutto questo è Monumenti Aperti, l’iniziativa dell’associazione culturale Imago Mundi, dove la riscoperta di segni e tradizioni del passato va di pari passo con un modello imprenditoriale che coordina migliaia di volontari e coinvolge centinaia di migliaia di persone, sia come fruitori che come presentatori del bene culturale stesso.

L’Associazione Culturale Imago Mundi è nata per iniziativa di un gruppo di studenti dell’Università di Cagliari, nel 1992, con l’obiettivo di far conoscere e apprezzare la cultura, i monumenti e le tradizioni della città. Lo scopo principale fin dalla nascita è stato quello di coinvolgere la popolazione nella scoperta e nella diffusione del bene culturale studiato. Oggi l’associazione conta tre dipendenti e 13.500 volontari tra studenti universitari, liceali, alunni delle scuole medie e soci che hanno sposato il progetto. Ed è l’associazione che organizza la manifestazione Monumenti Aperti: un’iniziativa nata nel 1997 volta alla riscoperta di tracce, segni e testimonianze del passato cittadino cagliaritano e della Sardegna in generale. Per due giorni i monumenti di Cagliari, e oggi anche di altre realtà più piccole della Sardegna, vengano aperti al pubblico e spiegati tramite visite guidate condotte da volontari, studenti e alunni delle scuole. Si vuole così differenziare e arricchire la fruizione dei beni pubblici, rendendo consapevoli i cittadini sardi dell’enorme patrimonio archeologico, architettonico, artistico e storico della regione.13237817_1075393852541571_3733861547292167726_n

Ma come funziona esattamente? La scuola adotta un monumento e così “Il percorso didattico diventa un vero e proprio progetto culturale –  ci spiega Fabrizio Frongia, presidente dell’Associazione Culturale Onlus Imago Mundi – con una modalità nuova di presentazione del ricco patrimonio archeologico e architettonico della nostra terra. Cerchiamo di fare in modo che lo studente, attraverso i temi, gli articoli di giornale, gli scritti, i saggi brevi, possa impadronirsi del bene di prossimità, cioè del bene che va adottare o individualmente o come gruppo classe”.

Ci sono istituti che aderiscono alla manifestazione con tanti professori e studenti, con un approccio multidisciplinare facendo così in modo che ognuno, in base all’età, possa raccontare il bene di prossimità nella maniera a più consona. La trasversalità tra ordini e gradi dell’istruzione ne fa un progetto unico tra le manifestazioni culturali italiane.

Monumenti Aperti ha una rilevanza regionale ben solida, con quasi centomila visitatori ed è nata anche un’edizione piemontese della manifestazione a Santo Stefano Balbo, paese natale di Cesare Pavese. Da realtà circoscritta alla città di Cagliari, oggi è divenuta una manifestazione estesa a tutto il territorio regionale sardo e, soprattutto, ha tutte le carte per divenire un modello imprenditoriale: “da più ambiti ci sta arrivando un suggerimento pratico” ci spiega Frongia “che è quello di cercare di guardare Monumenti Aperti come modello, non percepito solamente come progetto culturale a sé ma guardatelo come progetto culturale a trecentosessanta gradi perché è anche un progetto imprenditoriale”.13179254_1072294096184880_1685287078385526884_n

La manifestazione gode del patrocinio degli assessorati al Turismo e ai Beni Culturali della Regione Sardegna. L’Amministrazione Regionale ha deciso di ampliare l’evento a tutto il territorio sardo e non solo a Cagliari, allo scopo di incentivare un turismo interno che oggi sembra in costante espansione.  All’interno di Monumenti Aperti sono nati dei programmi speciali come Monumenti in Musica, dove le visite guidate vengono animate con momenti e pillole musicali realizzati da studenti del conservatorio, professionisti, volontari e autodidatti, e Cultura Senza Barriere dove sono stati studiati percorsi per non udenti e non vedenti e, andando anche oltre la sola accessibilità, si sono organizzate visite guidate dirette da persone dalle diverse abilità fino ad arrivare ai nuovi cittadini: “A Cagliari dei senegalesi hanno adottato un lazzaretto sul mare” conclude Frongia, che è una delle prime cose che vedono quando la nave arriva sul porto. Lo raccontano in francese, ad altri nuovi cittadini che arrivano per la prima volta in città, e in italiano spiegano poi cosa ha rappresentato e rappresenta il bene adottato”.

Intervista e riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/io-faccio-cosi-151-monumenti-aperti-la-cultura-diffusa-persone-ogni-eta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Nasce in Cilento “La Via Che Porta a Scuola”

In Cilento turismo e scuola si incontrano. “La Via Che Porta a Scuola” è il nome della neonata collaborazione tra l’Associazione La Via Silente e la dirigente scolastica Maria De Biase. Uno degli istituti diretti dalla preside De Biase diventa una tappa del percorso cicloturistico della Via Silente.

È arrivato il momento in cui viaggiatori e alunni si incontrano. Grazie al lavoro di due realtà che conosciamo molto bene:  La Via Silente, associazione cilentana impegnata nella promozione del cicloturismo e del turismo lento, e la preside dell’Istituto Comprensivo di Santa Marina – Policastro Maria de Biase  hanno deciso di iniziare una collaborazione chiamata “La Via Che Porta a Scuola”. L’associazione si occupa, nello specifico, della valorizzazione della Via Silente, un ciclo- percorso di circa seicento chilometri che attraversa l’intero territorio del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Grazie alla “Via Che Porta a Scuola”, il ruolo dell’associazione sarà quello di consigliare al viaggiatore in partenza la sosta nelle scuole di Casaletto Spartano o Policastro Bussentino, con particolare rilevanza a Casaletto Spartano perché suggerita come undicesima tappa della Via Silente; l’associazione fornirà inoltre supporto allo sviluppo di progetti che nasceranno in seno a tale collaborazione, partecipando ad incontri a scuola in cui i ragazzi potranno ascoltare dalla viva voce degli ideatori del progetto, i mille aspetti correlati al passaggio di un “visitatore lento” sul proprio territorio.14021675_555266514677053_4474297691654571700_n

La scuola della dirigente De Biase, da anni nota per la divulgazione delle “buone pratiche” e della presa di coscienza della ricchezza della propria terra, si rivela così una fonte di naturale arricchimento per le tappe della Via Silente e un ulteriore tassello verso il raggiungimento dell’obiettivo centrale dell’Associazione: un turismo pienamente consapevole e votato alla conoscenza del territorio. La Via Silente è stata infatti spesso definita dai suoi stessi ideatori come un mosaico che va costruito con pazienza e intelligenza e soprattutto con un’accurata ricerca delle tessere. Essendo sempre più forte il desiderio del turista di avere un contatto autentico con i luoghi e le persone che li abitano, la scuola della dirigente De Biase rappresenta un passaggio naturale verso l’attuazione di un processo educativo che mira al rispetto del proprio ambiente di vita, all’arricchimento naturale nel contatto tra visitatore e abitante e alla tutela paesaggistica, storica e culturale del Cilento.via-silente

Un incontro che mira anche a capovolgere i ruoli, a rendere l’alunno insegnante: la capacità di differenziare i rifiuti, l’autoproduzione della merenda, le conoscenze relative agli aspetti storico – naturalistici del pezzo di Via Silente che raggiunge le scuole del plesso, rappresenterà l’offerta dell’alunno ai visitatori. Questi ultimi, in un’ottica di arricchimento e conoscenza del paesaggio attraversato, ricambieranno con il proprio racconto di viaggio o di viaggi passati agli alunni che li hanno accolti. Uno scambio che è una ricchezza per alunni, turisti e che impreziosisce ulteriormente le attività di due realtà accomunate dalla voglia di innovare le tradizioni del paesaggio che vivono.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/10/cilento-via-porta-a-scuola/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general