Scarti alimentari, con la “Disco Soupe” si recupera il cibo a ritmo di musica

Nata nel 2012 in Francia da un’idea proveniente dalla Germania, la Disco Soupe è il momento durante il quale l’educazione alimentare, l’attenzione allo spreco alimentare incontrano la musica e la convivialità

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Direttamente dai simposi dell’Antica Grecia, passando per i banchetti romani e arrivando fino a Parigi: la musica e il cibo hanno da sempre un legame molto stretto, ma quello che caratterizza un’iniziativa in atto nella capitale francese è davvero particolare, perché riguarda esclusivamente cibo di scarto. Si chiama movimento DiscoSoupe, ed è nato quasi tre anni fa, prendendo spunto dalla tedesca Shnippel Discopromossa da Slow Food, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dei rifiuti alimentari. A fronte di un linguaggio spesso negativo, con la DiscoSoupe il messaggio di salvare dalla pattumiera quegli alimenti che ancora possono essere mangiati, viene riproposto con toni positivi e allegri, accompagnando il momento del “salvataggio” con la musica. Nel dettaglio, DiscoSoup, tradotto letteralmente una Disco – Zuppa, è un momento di incontro in cui scarti di frutta o verdura, cibo invenduto e simili, vengono cucinati all’aperto e ridistribuiti ai presenti gratuitamente o con offerta libera.
Per la sua particolarità la DiscoSoup ha oltrepassato i confini nazionali e raggiunto anche l’America, l’Africa e l’Asia, cambiando di volta in volta il nome (in Brasile Disco Xepa, a New York City Disco Soup, a Madrid Disco Sopa, a Namyangju in Corea del Sud (Yori Gamu), da Rotterdam (Disco Soep) e presentando il proprio Discommandement, un decalogo che indica le regole per la partecipazione alla festa e lasciando a tutti i consigli per organizzarne una:

“Cucina a base di frutta verdura e destinato ad essere gettato nella spazzatura”

“Un prezzo adatto a tutti, gratis o ad offerta libera”

“Un discorso positivo e non giudicante sul tema dei rifiuti alimentari”

“Il rifiuto di parti politiche, religiose o commerciale”

“Uno spazio che permetta di disporre di acqua ed elettricità e di accogliere almeno sei tavoli”
E infine la musica, meglio se live: elemento essenziale per la buona riuscita di una Disco Soupe.
Un’idea così originale, tuttavia, non poteva non alimentarne altre dello stesso livello, e così, nel febbraio dello scorso anno, la Disco Soupe ha dato vita alla Disco bôcô, ovvero dei laboratori in cui ad essere promossa non è solo l’attenzione per il cibo di scarto, ma l’ auto- produzione di cibi recuperati. I partecipanti, infatti, preparano e confezionano barattoli di frutta e verdura invenduta dai supermercati o dai mercati, che poi destinano, per esempio, a famiglie con difficoltà economiche o senzatetto. Un’iniziativa questa che risponde ancora di più alle esigenze iniziali della festa, affiancando all’educazione alimentare, alla sensibilizzazione per il tema degli sprechi in cucina e e alla convivialità, anche il contatto diretto tra produttore e consumatore, e tra quest’ultimo e la terra da cui i prodotti provengono.

Fonte:  ecodallecitta.it

Rifiuti, “sono 33mila le tonnellate di scarti alimentari prodotte durante le festività”

A rendere noti i numeri dei rifiuti alimentari è Althesys, la società di consulenza ambientale che ha pubblicato il rapporto sui rifiuti e sul riciclo. Marangoni: “La raccolta differenziata è una delle grandi fide del futuro in termini ambientali e economici”381487

I grandi pranzi e le cene di famiglia hanno un valore aggiunto quantificabile. Il giorno di Natale infatti le tavole imbandite degli italiani hanno prodotto circa 33mila tonnellate di rifiuti. Riciclare nel modo corretto questi scarti agroalimentari ha un valore: ben 3 milioni di euro, circa 10 volte la spesa annua del Comune di Roma per l’acquisto di medicinali e materiale sanitario destinato agli anziani (fonte http://www.soldipubblici.gov.it). Il bilancio arriva da Was, il think tank sui rifiuti e sul riciclo di Althesys che ha presentato il report di settore. La raccolta differenziata, spiega l’Amministratore delegato di Althesys Alessandro Marangoni, “rappresenta una delle grandi sfide del futuro, non solo in termini ambientali ma anche sotto il profilo economico”. Basti pensare che tutto il comparto italiano della gestione dei rifiuti e del riciclo fattura oltre 20 miliardi di euro, quanto le energie rinnovabili, più di molti settori manifatturieri tradizionali, come ad esempio il tessile o il vinicolo. Riciclare nel modo corretto i rifiuti della tavola fa guadagnare tutti noi, parallelamente sprecare cibo ha un costo: in Italia il 3% del consumo di energia è legato agli scarti alimentari, con la stessa energia si potrebbe scaldare e dar luce a oltre un milione e mezzo di italiani.

(foto Rinnovabili.it)

Fonte: ecodallecitta.it

Just eat it, il documentario sugli sprechi alimentari

Vivere sei mesi nutrendosi solo di avanzi e scarti alimentari. E’ quanto dimostrano Grant Baldwin e Jenny Rustemeyer nel lungometraggio di 75 minuti, che sta facendo il giro del mondo. «Vi stupirete di quanti alimenti buoni vengono buttati via ogni giorno. In questo periodo abbiamo mangiato benissimo spendendo solo 200 dollari».

http://vimeo.com/88023628Just Eat It_photo5

Ogni anno in Italia quintali di cibo vengono buttati via nella spazzatura. Per un valore di 8,1 miliardi di euro. I dati non cambiano di molto se ci spostiamo a casa di altri. In Nord America, il 40% del cibo prodotto viene sprecato, per un ammontare di 50 miliardi di dollari. A fronte di 805 milioni di persone che soffrono la fame, secondo gli ultimi dati dell’ONU. E’ in questo contesto che viene ad inserirsi il fenomeno mediatico del momento. Il regista Grant Baldwin e la produttrice Jenny Rustemeyer, entrambi canadesi, hanno messo alla prova se stessi, nutrendosi per sei mesi di avanzi e scarti alimentari e spendendo solo 200 dollari. Il tutto è stato documentato nel video Just eat it, un lungometraggio di 75 minuti, prodotto dalla Peg Leg Films in collaborazione con il British Columbia’s Knowledge Network.
I due autori si tuffano nella questione degli scarti alimentari, partendo dalla produzione dei prodotti agricoli e della loro vendita al dettaglio fino al loro arrivo nel nostro frigorifero. Dopo aver constatato che diversi miliardi di dollari vengono gettati nei rifiuti attraverso del buon cibo, i due decidono di smettere di fare la spesa e di sopravvivere solo con quegli alimenti che sarebbero stati scartati. «Vedendo il film e la nostra avventura – afferma Grant Baldwin – vi stupirete di quanti alimenti buoni vengono buttati via ogni giorno. In questi sei mesi abbiamo mangiato benissimo ed io sono ingrassato anche di qualche chilo». In una nazione, come quella canadese, in cui una persona su 10 soffre la fame, le immagini di sprechi, studiati e voluti dalle aziende, filmati dagli autori, risultano scioccanti ed eloquenti. Ma, agendo così come hanno fatto gli autori, si vive veramente bene o è solo puro cinema? «In realtà era come andare a fare la spesa – continua il regista – Siamo arrivati ad un punto in cui molte persone venivano a casa nostra offrendoci il cibo che loro avrebbero gettato. E la stessa cosa si è verificata con i grossisti: avevano talmente tanto surplus di cibo che non sarebbe stato venduto e ce lo hanno donato». Per sei mesi gli autori hanno mangiato di tutto: «E’ capitato di mangiare del latte scaduto da 17 giorni, secondo quanto riportava la data sull’etichetta. In realtà era buono. Ma è stato un caso limite. Abbiamo sempre trovato cibi non scaduti. Oppure abbiamo mangiato dei cibi confezionati, che vengono distribuiti dal Whole Foods a 7 dollari, e che non venivano venduti perché presentavano dei difetti. E molte barrette di cioccolato, per un ammontare di 15.000 dollari, condivise con un nostro amico, che sarebbero rimaste invendute perché prive di un’etichetta».
Il documentario non racconta solamente l’esperienza dei due autori, ma si caratterizza anche di interviste ad esperti del settore, come lo scrittore e attivista londinese Tristram Stuart, il giornalista statunitense Jonathan Bloom, e la scienziata Dana Gunders, della Natural Resources Defense Council di San Francisco. Si scopre così che in Sud America molte banane vengono gettate via, anche se buone, perché non rispettano determinati canoni di bellezza. Ma l’aspetto più scioccante per gli autori è stato il comportamento dei consumatori: «Anche se nel documentario puntiamo il dito contro l’industria, la metà del cibo sprecato proviene da noi, dai consumatori, sia nelle nostre case sia quando andiamo a mangiare fuori – afferma Baldwin – Alla fine penso che dobbiamo tenere a mente ciò che mi diceva mio nonno: “Non sai cosa significa vivere durante la guerra e cosa vuol dire razionare lo zucchero”. In un altro film parlavo di biologico e di cibo a km zero, importantissimi sia per la qualità alimentare sia per la riduzione di inquinamento legato al trasporto del cibo stesso. Ma oggi tutti parlano di biologico, e pochi di rifiuti alimentari. Credo sarà un argomento futuro, perché è inutile coltivare biologico se alla fine lo buttiamo via».

Fonte: ilcambiamento.it

“Le centrali a biomasse sono tutte illegali”

“Gli impianti a biomasse emettono inquinanti e quindi vìolano platealmente la norma che prevede di mantenere buona la qualità dell’aria nell’ambiente, laddove lo sia, e migliorarla negli altri casi. Per questo tali impianti sono illegali”. Il chimico Federico Valerio va all’attacco e ribadisce: “Non è questa la strada”.biomassa

Vi ricordate il dossier di Nomisma? La società di ricerca in campo energetico e ambientale affermava in quel documento che le biomasse risultano più inquinanti del gasolio, oltre che del gpl e del metano. Ma c’è chi lo ripete da molto più tempo ed è rimasto per lo più inascoltato. Si tratta del chimico Federico Valerio, già membro della Società Italiana Chimici e di Medici per l’Ambiente e Responsabile scientifico dell’Osservatorio Salute – Ambiente istituito dal Comune di Genova. Valerio ha diretto per anni il Dipartimento di chimica ambientale dell’Istituto Tumori di Genova e sull’argomento la sa molto lunga, più di molti altri. Lo abbiamo intervistato.

Dottor Valerio, lei si definisce scienziato preoccupato. Perché?

«Il concetto deriva dalla “Union of Concerned Scientists”, che è un’associazione internazionale di scienziati e ricercatori in tema ambientale, che si occupa, da qui il termine inglese, di tematiche ambientali e di salute. Ma allo stesso tempo, il termine “concerned” significa anche preoccupazione, perché di fronte ai continui allarmi e disastri ambientali si fa poco o nulla per prevenirli e risolverli totalmente. E la storia delle biomasse rientra in questa mia preoccupazione».

Qual è la situazione dei rifiuti in Italia e della loro gestione?

«Le nuove tendenze derivano dalla raccolta differenziata, che permette di recuperare i rifiuti e di immetterli in nuovi cicli produttivi, evitando così gli sprechi e creando altresì nuovi posti di lavoro. Ormai tutti quanti abbiamo capito che la strada da percorrere è questa, per cui la discarica da una parte o l’inceneritore dall’altro, dove spesso converge tutto senza differenziare, sono scelte antiche e sorpassate. L’Italia in questo senso ha accusato forti ritardi rispetto al resto d’Europa».

Come mai l’Italia è lenta nel cambiare? E’ una questione politica o prettamente tecnica? 

«Sicuramente è politica, basti pensare a questa anomalia tutta italiana. Non tutti sanno che nelle tasse previste per l’elettricità, c’è una voce (Componente A3), pari al 7% del valore della bolletta, che copre i costi per la promozione della produzione di energia da fonti rinnovabili e assimilate. Ovvero quel 7% viene destinato anche alle biomasse, che beneficiano così di un vero e proprio finanziamento statale. Tutte queste centrali, inceneritori compresi, esistono perchè permettono affari sicuri, grazie agli incentivi quindicennali generosamente regalati loro, con i “certificati verdi”, certificati pagati da tutti gli italiani, con l’apposita tassa fissata sulla bolletta della luce».

Quante sono le centrali a biomasse in Italia?

«Sono ormai un centinaio le centrali elettriche alimentate direttamente o indirettamente con biomasse, ovvero prodotti vegetali (cippato di legno, scarti alimentari, oli di mais, sansa di olive, eccetera) e scarti animali (pollina, scarti di macellazione, deiezioni da allevamenti suini e bovini). Inoltre, ci sono quindici inceneritori che oggi producono elettricità bruciando materiali di origine organica (scarti alimentari, materiali cellulosici, sfalci, potature e altro ancora). In Italia, nel 2009, complessivamente, risultava installata una potenza elettrica, alimentata a biomasse, pari a 1.728 mega watt».

Lei nel suo blog scrive che le centrali a biomasse sono tutte illegali. Perché?

«Esatto. La questione è semplice ed andrebbe approfondita da un punto di vista legale. In Italia esiste il Decreto Legislativo 155/2010 che, tra le sue finalità, prevede di “mantenere la qualità dell’aria ambiente, laddove buona, e migliorarla negli altri casi“. E’ una finalità chiara, sensata e, sostanzialmente, rispettata fino a qualche anno fa. L’illegalità è dovuta al fatto che tutti questi impianti, una volta entrati in funzione, hanno peggiorato la qualità dell’aria dei territori che li ospitano con l’immissione in atmosfera di importanti quantità di ossidi d’azoto, polveri sottili e ultra sottili, idrocarburi policiclici aromatici, diossine. Tutte le statistiche dimostrano che, da alcuni decenni, a parità di produttività, le emissioni inquinanti inviate nell’atmosfera del nostro Paese, sono drasticamente diminuite. Questo risultato è stato ottenuto migliorando i combustibili (gasolio a basso tenore di zolfo, benzina senza piombo), sostituendo olio combustibile e carbone con gas naturale. Questa tendenza, che ha comportato un progressivo miglioramento della qualità dell’aria del nostro Paese, si è interrotta con il proliferare di grandi e piccole centrali alimentate con biomasse, oltre ai “termovalorizzatori” di rifiuti urbani, in tutti i casi combustibili poveri e altamente inquinanti. Dunque, è inevitabile che tutti questi inquinanti provochino un sicuro peggioramento della qualità dell’aria e un proporzionale aumento di rischio sanitario per la popolazione esposta. Questo significa che il rispetto delle concentrazioni di inquinanti nei fumi, ammessi dalla Legge, è una condizione necessaria, ma non sufficiente, al rilascio delle autorizzazioni per la realizzazione e l’entrata in servizio di questi impianti. L’autorizzazione ha valore solo se il progetto dimostra anche che l’entrata in funzione dell’impianto “mantiene la qualità dell’aria ambiente, laddove buona, e la migliora negli altri casi“. E questa duplice norma cautelativa è stata fatta propria solo dall’Emilia Romagna. Pertanto, ipotizzo che gran parte delle attuali autorizzazioni rilasciate ad impianti alimentati a biomasse, oltre che molti inceneritori per rifiuti urbani, siano illegittime».

Allora, se gli impianti a biomasse sono inquinanti e illegali, perché continuano ad esistere e a funzionare?

«Il problema è una mistificazione costruita ad arte. Negli USA, per esempio, fino alla fine degli anni 90, per la costruzione degli inceneritori c’erano degli incentivi pubblici, terminati i quali non se ne costruirono più. In nord Europa, invece, oggi, si continuano a bruciare rifiuti perché sono costretti a tenere in vita gli impianti al fine di ammortizzare i costi e gli investimenti fatti in passato. Ecco perché l’Olanda spinge per avere i nostri rifiuti. A Genova, per esempio, ci siamo battuti contro la costruzione del termovalorizzatore dopo una importante sollevazione popolare. Il contratto, che era già pronto, stipulava che il Comune di Genova si sarebbe impegnato a produrre un tot di centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti l’anno e, se non si fosse raggiunta tale quantità, il Comune stesso avrebbe pagato una penale, che sarebbe stata a sua volta scaricata sulle tasse dei rifiuti dei genovesi. Poi, da un punto di vista ambientale, non è questione di essere scienziati o meno, un inceneritore trasforma un rifiuto urbano in una serie di composti inquinanti che in parte vengono immessi nell’ambiente e in parte diventano rifiuti tossici da smaltire».

Tutto ciò che è biomassa è dunque illegale? O si salva qualcosa?

«Al momento non ho nessun elemento negativo nei confronti della produzione del biometano, che è il prodotto dell’attività metabolica di microorganismi che, in assenza di ossigeno, utilizzano biomasse vegetali ed animali, quali fonti di cibo. E’ un processo naturale, vecchio un miliardo di anni, all’origine del gas naturale (metano) che usiamo quotidianamente e che continua ancora oggi nei terreni acquitrinosi, nei sedimenti lacustri, nell’apparato digestivo dei ruminanti. Con la raffinazione si passa dal biogas al biometano, e questa energia può essere immessa praticamente in rete. C’è infatti un progetto europeo che prevede che tutto il biometano prodotto possa essere utilizzato e distribuito in tutta Europa e, nel lungo periodo, può diventare un ottimo strumento per liberarci dalla dipendenza del gas ucraino e siberiano».

Fonte: ilcambiamento.it