Energia dalle onde marine, ENEA: in Sardegna un giacimento enorme

Secondo i ricercatori dell’ENEA nei mari della Sardegna si nasconde un giacimento di energia immenso. E non è petrolio, né gas.energia-onde-marine-sardegna-enea

L’ultimo studio ENEA sull’energia dalle onde marine svela un vero e proprio giacimento al centro del Mar Mediterraneo: la Sardegna. In particolare quella occidentale. Secondo i dati e i calcoli dell’ENEA, infatti, è proprio al largo della Sardegna occidentale che si verificano le onde migliori per lo sfruttamento a fini energetici del mare. Il potenziale energetico di questa zona è di circa 13 kW per chilometro di costa: quasi il doppio rispetto alle zone migliori della Sicilia (7 kW/m), il triplo rispetto ai 4 kW per metro di costa del basso Tirreno (4 kW al metro), il quadruplo rispetto a Ionio e Medio Tirreno (3 kW/m), 6 volte rispetto al Mar Ligure (2,5Kw/m) e all’Adriatico (2 kW/m in media). Valori come quello visto in Sardegna si ritrovano, in Europa, in pochissime zone (ad esempio in Danimarca).energia-dalle-onde-lungo-le-coste-italiane

Il problema però, è che al momento lo sfruttamento dell’energia delle onde marine è fermo a poco più della sperimentazione: “Attualmente la produzione di energia dalle onde soddisfa lo 0,02% della domanda energetica in Europa – afferma Gianmaria Sannino, ricercatore ENEA che ha curato lo studio – ma se, come previsto, si arrivasse a coprire il 10% del fabbisogno energetico europeo entro il 2050 con lo sfruttamento combinato anche delle maree, sarebbe possibile produrre energia per due intere nazioni come Francia e Grecia, oppure sostituire 90 centrali elettriche a carbone, ossia un terzo degli impianti europei attualmente in funzione. Inoltre, si ridurrebbe in modo significativo la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, che oggi genera una bolletta da 400 miliardi di euro l’anno, dovendo coprire oltre il 50% dei consumi”.

Rispetto ad altre fonti rinnovabili, però, l’energia dalle onde marine è ancora abbastanza cara: nel 2025 l’ENEA prevede che costerà 20 centesimi di euro al kWh, nel 2035 scenderà a 10 centesimi. Fotovoltaico ed eolico, per fare un paragone, sono già oggi abbondantemente più economici.

Bisogna investire in ricerca e tecnologia – commenta Sannino – proseguendo il trend avviato da Horizon 2020, che ha stanziato 130 milioni di euro, e della Banca europea per gli investimenti, che lo scorso anno ha investito per la prima volta nel settore. Ma occorre agire anche sull’incentivazione: in Italia, ad esempio, dal 2016 si sostiene la produzione di energia elettrica da moto ondoso e maree con un contributo pubblico pari a 300 euro MW/h, il più elevato dopo quello per il solare termodinamico“.

ENEA e Politecnico di Torino portano avanti lo sviluppo del PEWEC (Pendulum Wave Energy Converter): una sorta di barca galleggiante che ospita un pendolo che, oscillando grazie alle onde, produce energia elettrica. Ancora in fase di prototipo, il PEWEC è studiato per operare nei mari italiani, dove le onde sono basse ma frequenti.

Credit foto: Flickr

Fonte: ecoblog.it

 

Monumenti Aperti: la cultura diffusa dalle persone di ogni età

E se diventassimo tutti noi promotori dei beni pubblici, rendendo consapevoli i cittadini dell’enorme patrimonio culturale del nostro territorio? Nasce in Sardegna per iniziativa di un gruppo di studenti la manifestazione Monumenti Aperti, ideata dall’associazione Imago Mundi per diffondere il valore dei monumenti delle città sarde tramite visite guidate condotte da volontari e alunni delle scuole. Una nuova modalità di fruizione del bene culturale, dove gli studenti di tutte le età diventano i protagonisti nella diffusione del valore dei monumenti delle città sarde. Tutto questo è Monumenti Aperti, l’iniziativa dell’associazione culturale Imago Mundi, dove la riscoperta di segni e tradizioni del passato va di pari passo con un modello imprenditoriale che coordina migliaia di volontari e coinvolge centinaia di migliaia di persone, sia come fruitori che come presentatori del bene culturale stesso.

L’Associazione Culturale Imago Mundi è nata per iniziativa di un gruppo di studenti dell’Università di Cagliari, nel 1992, con l’obiettivo di far conoscere e apprezzare la cultura, i monumenti e le tradizioni della città. Lo scopo principale fin dalla nascita è stato quello di coinvolgere la popolazione nella scoperta e nella diffusione del bene culturale studiato. Oggi l’associazione conta tre dipendenti e 13.500 volontari tra studenti universitari, liceali, alunni delle scuole medie e soci che hanno sposato il progetto. Ed è l’associazione che organizza la manifestazione Monumenti Aperti: un’iniziativa nata nel 1997 volta alla riscoperta di tracce, segni e testimonianze del passato cittadino cagliaritano e della Sardegna in generale. Per due giorni i monumenti di Cagliari, e oggi anche di altre realtà più piccole della Sardegna, vengano aperti al pubblico e spiegati tramite visite guidate condotte da volontari, studenti e alunni delle scuole. Si vuole così differenziare e arricchire la fruizione dei beni pubblici, rendendo consapevoli i cittadini sardi dell’enorme patrimonio archeologico, architettonico, artistico e storico della regione.13237817_1075393852541571_3733861547292167726_n

Ma come funziona esattamente? La scuola adotta un monumento e così “Il percorso didattico diventa un vero e proprio progetto culturale –  ci spiega Fabrizio Frongia, presidente dell’Associazione Culturale Onlus Imago Mundi – con una modalità nuova di presentazione del ricco patrimonio archeologico e architettonico della nostra terra. Cerchiamo di fare in modo che lo studente, attraverso i temi, gli articoli di giornale, gli scritti, i saggi brevi, possa impadronirsi del bene di prossimità, cioè del bene che va adottare o individualmente o come gruppo classe”.

Ci sono istituti che aderiscono alla manifestazione con tanti professori e studenti, con un approccio multidisciplinare facendo così in modo che ognuno, in base all’età, possa raccontare il bene di prossimità nella maniera a più consona. La trasversalità tra ordini e gradi dell’istruzione ne fa un progetto unico tra le manifestazioni culturali italiane.

Monumenti Aperti ha una rilevanza regionale ben solida, con quasi centomila visitatori ed è nata anche un’edizione piemontese della manifestazione a Santo Stefano Balbo, paese natale di Cesare Pavese. Da realtà circoscritta alla città di Cagliari, oggi è divenuta una manifestazione estesa a tutto il territorio regionale sardo e, soprattutto, ha tutte le carte per divenire un modello imprenditoriale: “da più ambiti ci sta arrivando un suggerimento pratico” ci spiega Frongia “che è quello di cercare di guardare Monumenti Aperti come modello, non percepito solamente come progetto culturale a sé ma guardatelo come progetto culturale a trecentosessanta gradi perché è anche un progetto imprenditoriale”.13179254_1072294096184880_1685287078385526884_n

La manifestazione gode del patrocinio degli assessorati al Turismo e ai Beni Culturali della Regione Sardegna. L’Amministrazione Regionale ha deciso di ampliare l’evento a tutto il territorio sardo e non solo a Cagliari, allo scopo di incentivare un turismo interno che oggi sembra in costante espansione.  All’interno di Monumenti Aperti sono nati dei programmi speciali come Monumenti in Musica, dove le visite guidate vengono animate con momenti e pillole musicali realizzati da studenti del conservatorio, professionisti, volontari e autodidatti, e Cultura Senza Barriere dove sono stati studiati percorsi per non udenti e non vedenti e, andando anche oltre la sola accessibilità, si sono organizzate visite guidate dirette da persone dalle diverse abilità fino ad arrivare ai nuovi cittadini: “A Cagliari dei senegalesi hanno adottato un lazzaretto sul mare” conclude Frongia, che è una delle prime cose che vedono quando la nave arriva sul porto. Lo raccontano in francese, ad altri nuovi cittadini che arrivano per la prima volta in città, e in italiano spiegano poi cosa ha rappresentato e rappresenta il bene adottato”.

Intervista e riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/io-faccio-cosi-151-monumenti-aperti-la-cultura-diffusa-persone-ogni-eta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Adotta un campo di grano e sarà tutta farina del tuo sacco!

In provincia di Cagliari, in una località storica per la produzione del grano, nell’area di Senorbì, è appena nato il progetto sperimentale “Farina del tuo sacco” ad opera dell’associazione di promozione sociale e culturale Terre Colte.9465-10203

Il progetto, originale e innovativo, vuole essere una risposta concreta e immediata al grave problema dei terreni abbandonati e lasciati incolti da quei contadini che non riescono più a vedere un’effettiva possibilità di sostentamento dignitoso attraverso l’agricoltura. In Sardegna questo fenomeno ha ricadute negative anche a livello sociale, culturale e ambientale. Il progetto lancia una campagna per adottare questi terreni e trasformarli in campi di grano vivi e produttivi. L’associazione propone diverse formule economiche di partecipazione all’iniziativa attraverso le quali si riceve in cambio ciò che quello stesso campo produce: grano, farina o legumi biologici, beni primari di altissima qualità. Allo stesso tempo si partecipa attivamente alle spese necessarie per i contadini per l’acquisto dei semi e la lavorazione del terreno. Le attività sono partite a settembre, a novembre c’è stata la lavorazione del primo terreno e a dicembre scorso le semine. Il  raccolto è previsto per l’estate 2017. La campagna di crowdfunding è iniziata solo un mese fa e si registrano già oltre 20 sostenitori da tutta Italia. 12.000 euro la somma da raccogliere entro fine febbraio che servirà anche per  l’acquisto di un mulino a pietra per la produzione della farina.

Incontriamo Massimo Planta, ideatore del progetto, presidente e socio fondatore di Terre Colte.

Che cos’è Terre Colte?

Terre Colte è un’associazione di promozione sociale e culturale non profit, che si è sviluppata da una prima esperienza di recupero di un terreno incolto e abbandonato di circa 3.000 mq nella provincia di Cagliari, poi trasformato in un orto condiviso dove chiunque poteva avere a disposizione un orto a patto che coltivasse senza l’uso di sostanze chimiche. In meno di un anno più della metà dei 40 lotti del terreno erano già occupati, e dato l’entusiasmo suscitato, quell’esperienza positiva fu immediatamente replicata ottenendo altrettanto successo. In brevissimo tempo, viste le numerose richieste di adesione sia da parte dei fruitori che da parte dei proprietari, si è capito che il concetto degli orti condivisi doveva essere sviluppato in forma organizzata. Nasce così nel Luglio 2014 l`Associazione Terre Colte che stimola e sostiene privati, aziende scuole ed Enti pubblici nella realizzazione e coltivazione di orti condivisi, urbani, sociali, terapeutici, didattici ed etnici. Oggi gli orti da adottare di Terre Colte sono dislocati in 6 comuni della regione metropolitana di Cagliari, suddivisi in lotti di 50 mq ciascuno, dove l’unica regola imposta agli associati è di coltivare rigorosamente con tecniche naturali e senza l’immissione di componenti chimici, ricevendo in cambio oltre che la disponibilità del terreno, un laboratorio teorico/pratico di agricoltura sinergica, l’uso di acqua per l’irrigazione, l’energia elettrica, l’assistenza, la sorveglianza e infine la copertura di una polizza assicurativa. L’associazione organizza inoltre vari laboratori didattici per l’autoproduzione alimentare, didattica per le scuole, corsi di permacultura e agricoltura naturale e attività di sensibilizzazione per la tutela e la salvaguardia delle api.

Come è nato il progetto “Farina del tuo sacco” e perché?

Da questa esperienza di successo abbiamo voluto rilanciare il progetto in una versione più evoluta attraverso l’adozione di terreni incolti di dimensioni rilevanti per affrontare il problema dell’abbandono delle terre coltivabili che in Sardegna riveste proporzioni tali da incidere non solo sul piano meramente economico ma anche su quello socio-culturale e microclimatico (sovra sfruttamento e impoverimento dei terreni, siccità, disboscamento). Ecco dunque come nasce il progetto “Farina del Tuo sacco”: tramite una raccolta fondi le famiglie che aderiscono possono garantirsi il fabbisogno annuo di beni primari (come il grano e la farina) certificati bio e a Km zero (filiera chiusa), anticipando le spese necessarie ai contadini per l’acquisto delle sementi e dei costi dell’aratura.

Di che tipo di coltivazioni stiamo parlando?

Soprattutto grani. I contadini sono sempre l’ultimo anello della filiera mentre invece dovrebbero essere i primi. Sono quelli che non hanno potere contrattuale e quando hanno coltivato la terra, il prodotto finito lo conferiscono ai mulini che stabiliscono il prezzo con cui comprare il grano. Questo è uno dei motivi principali per cui il contadino abbandona la sua terra o preferisce lasciarlo per il pascolo. Ricordiamo che sia i semi di grano per la semina che i terreni e tutto il processo di coltivazione sono certificati biologici.

Chi sono gli agricoltori di cui parlate?

Parliamo di piccoli agricoltori con appezzamenti limitati. Ci è successo che un giorno, casualmente, abbiamo incontrato un contadino che ci ha detto che dopo aver coltivato biologico per anni, il mulino al quale conferiva il raccolto non pagava un valore adeguato per il suo lavoro. I mulini, inoltre, spesso, mischiano i grani dei vari produttori, e la qualità della propria farina rischia di essere messa a rischio. Raramente viene assicurata una lavorazione esclusiva e tutto il lavoro e i benefici di un prodotto biologico e di altissima qualità viene irrimediabilmente perso. Terre Colte ha proposto a questo contadino di trovare una soluzione insieme e cioè di continuare a coltivare il grano e trovare un modo per arrivare direttamente al consumatore finale. Così abbiamo pensato di lanciare una raccolta di crowdfunding per raccogliere 12.000 euro. Circa la metà di questa somma servirà per acquistare un mulino e l’altra metà per le spese vive. Terre Colte si occuperà, quindi, di pagare al contadino tutti i costi e di acquistare un mulino che servirà per macinare i grani prodotti.

Che cosa cambia in termini economici per il contadino?

Non investirà soldi ma il suo tempo e il know how necessario. Rimarrà con il 40 per cento del prodotto finito o del ricavato della raccolta fondi.

Perché è importante aderire alla campagna di crowdfunding?

Partecipando a “Farina del Tuo Sacco” sostieni l’economia locale, aiuti al recupero di una terra a rischio di abbandono e guadagni una sana alimentazione.

Come funziona esattamente l’adozione e quanto costa?

Ci sono diverse tipologie di adozione. A partire da 6 euro puoi adottare un piccolo campo di 10 mq con diritto a: tessera annuale di Terre Colte, un chilo di farina biologica e macinata a pietra e 50 grammi di lievito madre che saranno spediti direttamente a casa. Se si vogliono avere, ad esempio, 10 kg di farina, si possono adottare 100 mq che hanno un costo di 36 euro. Come ricompensa per una donazione si può richiedere: grano, ceci, farina di grano, farina di ceci, la partecipazione a laboratori di trasformazione della farina e viste guidate ai campi coltivati. La Tessera Terre Colte e il lievito madre sono comuni in tutte le tipologie di adozione.

Si può comprare solo quello che il campo produce nel periodo in cui lo produce? Quindi chi acquista non è più un solo consumatore?

Sì. Tutto è legato non al chilo di farina ma ai mq di campo che si vogliono adottare. I chili di cui parliamo sono teorici perché dipenderà dalla produzione: un anno potrà essere di più e l’anno successivo di meno. Il consumatore non è più un consumatore e basta ma un produttore egli stesso. Il contadino sa quanto campo coltiverà ma non saprà mai quanto raccolto otterrà da quel campo. Noi vogliamo sensibilizzare le persone a questa teoria e a questa pratica.

Quanti contadini hanno fino ad ora aderito al progetto?

Parlando solo del progetto di adozione a distanza di un campo di grano, al momento abbiamo coinvolto 2 agricoltori. L’anno scorso abbiamo realizzato lo stesso progetto con la collaborazione dei soci delle sedi operative in Ogliastra, abbiamo coltivato tre ettari sempre a grano Senatore Cappelli che sono stati adottati da 30 famiglie. In quel terreno quest’anno abbiamo fatto il sovescio a trifoglio per farlo riposare. Per la coltivazione di quest’anno l’agricoltore ha messo a disposizione un’area di 8 ettari dei quali due coltivati a trifoglio, due a ceci della qualità Pascià e quattro a grano. Con questa configurazione di rotazione dei terreni, manterremo anche per l’anno prossimo la stessa area coltivabile a grano e ceci.

Dove si troverà il mulino che acquisterete?

Il mulino sarà munito di macine in pietra, a lenta rotazione. Lo metteremo nella nostra sede operativa di Dolianova, a circa 30 km dal campo agricolo di cui parliamo. La sede, diventerà la nostra “Casa del Grano”, attrezzata con spazi idonei dove facciamo i laboratori del pane e dei dolci.  Disponiamo già di un forno a legna condiviso, in modo che chi vuole potrà andarci con il suo impasto fatto in casa il giorno prima e potrà anche cuocere il suo pane in condivisione.

Che tipo di grano coltivate e ci saranno in futuro anche altri cereali?

Al momento solo la varietà Senatore Cappelli ma in futuro abbiamo in progetto di allargare gli orizzonti e di cimentarci anche con altri tipi e, forse, anche altri cereali.

Quando verrà distribuita la farina frutto del primo raccolto?

La farina sarà pronta in estate nei mesi di giugno e luglio 2017. Sapremo anche quanto raccolto ci sarà.

Qual è l’obiettivo di questo progetto?

Il comune in cui si svolge il progetto ha 200 abitanti. Se noi continuiamo a permettere che i terreni non si coltivino più le persone andranno a cercare il lavoro e il sostentamento da altre parti. L’agricoltura ha anche il valore di mantenere vivi i territori. Noi vogliamo coinvolgere più contadini possibile e coinvolgere le persone in questo processo. Ci troviamo in un periodo di cambiamento. E la parola cambiamento è inutile usarla senza crederci e fare qualcosa per attuarlo.

Che cos’è il cambiamento per voi?

E’ fare azioni non a nostro esclusivo beneficio, ma che siano utili e di esempio anche per il nostro vicino e lontano e per le generazioni future.

Per chi volesse sostenere il progetto o saperne di più:

Sito: http://www.terrecolte.org

Cell. 3472495814
e-mail: associazioneterrecolte@gmail.com
Il video di presentazione
Per fare la tua adozione

Fonte: ilcambiamento.it

Sardegna, l’isola di Budelli torna pubblica

L’isola di Budelli, nell’arcipelago della Maddalena e famosa per la spiaggia rosa, non sarà più messa all’asta e non finirà in mano a privati. Il tribunale di Tempio Pausania ha assegnato definitivamente l’isola all’Ente Parco La Maddalena.

Si è chiusa finalmente la complessa vicenda immobiliare dell’Isola di Budelli. Il Giudice per le esecuzioni immobiliari di Tempio Pausania ha stabilito oggi che la proprietà passerà al Parco Nazionale della Maddalena.budelli

L’isola di Budelli non sarà più messa all’asta e non finirà in mano a privati

Ma il sogno della IIB della Scuola Media di Mosso, piccola cittadina montana del biellese, di fare di Budelli l’isola dei Giovani resta. Un sogno che il WWF continuerà a sostenere, come ha fatto appoggiando il progetto di cittadinanza attiva dei giovani studenti pronti a raccogliere fondi per l’acquisto qualora il Tribunale di Tempio avesse confermato l’impossibilità di prelazione del Parco e Budelli fosse stata rimessa all’asta. Un’isola contesa, che oggi merita di trovare il suo futuro in un modello di gestione e di valorizzazione a misura del paradiso straordinario ma fragile qual è.

 

“Ci auguriamo che da oggi si possa scrivere la nuova storia di Budelli – ha dichiarato la Presidente del WWF Italia Donatella Bianchi . Il WWF Italia, con le sue competenze e la sua esperienza, con le sue 100 Oasi e i suoi 50 anni di impegno per la tutela della natura italiana, è a disposizione per un progetto di conservazione condiviso ed innovativo. Sarebbe fantastico se un progetto di conservazione partisse dal basso, fosse condiviso e partecipato e realizzato in collaborazione con gli Enti proposti, quindi con il Parco della Maddalena, il Ministero dell’Ambiente e la Regione Sardegna”.

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/03/sardegna-isola-di-budelli-torna-pubblica/

Scirarindi, Svegliati! La Sardegna in movimento

 

Scirarindi in campinadese significa Svegliati! e quando Giovannella Dall’Ara, che insieme a Cristina Pusceddu ha dato vita al portale web e alla fiera annuale omonima, ce lo spiega il suo sguardo si illumina. In effetti nel giro di pochi anni si può davvero affermare che il loro invito sia stato ascoltato. Centinaia di realtà sono emerse dal buio, si sono attivate e spesso si sono messe in relazione.Sequence-1-1

Qui c’era già tutto” spiegano Giovannella e Cristina. “Quando siamo arrivate” – una dall’Emilia e l’altra, seppur di origini sarde, da Londra – “ci siamo rese conto che questa terra più di altre era un pullulare di iniziative concrete: dagli operatori olisitici a quelli della bioedilizia, dai ricercatori spirituali a moderni imprenditori. La Sardegna vera, quella lontana dai racconti televisivi, era ed è quella che noi definiamo la ‘Sardegna Naturale‘. Abbiamo quindi scoperto l’acqua calda in un certo senso! Il nostro lavoro è stato semplice e allo stesso tempo fondamentale: abbiamo messo insieme tutte queste realtà, unendo i puntini, offrendo uno strumento tecnologico che permettesse di emergere, promuoversi, contarsi e – allo stesso tempo – organizzando decine e decine di incontri ‘off line’, ‘in carne ed ossa‘. Molte delle realtà che sono sul nostro portale – aggiunge Cristina – non sanno nemmeno usare un computer e avevano quindi bisogno di qualcuno che le aiutasse a comunicare ciò che già stavano facendo”.

Sul sito, inoltre, vengono proposte le notizie inerenti le attività e gli eventi organizzati dai vari operatori iscritti.

Dal portale è presto nata l’idea di organizzare una grande fiera annuale, chiamata Scirarindi ovviamente, che quest’anno – 2014 – è giunta alla quarta edizione e si svolge il 29 e 30 novembre presso la Fiera di Cagliari.

Ogni anno questo evento raduna migliaia di persone da tutta l’isola interessate al programma offerto e, contemporaneamente, mosse dalla voglia di incontrare loro “simili”: persone che si muovono in modo consapevole e costruttivo e che si sentono lontane dagli stereotipi massivi e talvolta ignoranti che riguardano questa popolazione così peculiare e ricca di capacità e potenzialità ancora solo in parte espresse. “Si sta tornando a riscoprire la bioedilizia che qui si è sempre fatta”, mi spiegano ancora Giovannella e Cristina e mentre parlano osservo la gente che mi cammina intorno. Siamo nel centro di Cagliari, appena usciti da un altro evento interessante, Alig’Art, organizzato anch’esso da giovani donne – le ragazze di “Sostenible Happiness” – e penso a quanto questa città, in testa a molte classifiche che misurano la qualità della vita, sia poco rappresentata mediaticamente nonostante offra stimoli culturali, incontri, contaminazioni. Giovannella e Cristina catturano ancora una volta la mia attenzione spiegandomi che questo progetto è diventato quasi subito sostenibile anche a livello economico. Gli operatori pagano una quota per essere presenti sul sito e loro sono quindi riuscite a costruirsi un lavoro retribuito, garantendosi un’ottima qualità della vita e, contemporaneamente, offrendo un servizio importantissimo alle comunità locali. Dalla Sardegna, quindi, arriva un richiamo valido per tutta l’Italia, per ogni singolo italiano. Scirarindi! Svegliati! Svegliamoci!

Ecco perché Italia che Cambia sarà media partner della nuova edizione del Festival sardo. Ci vediamo il 29 e 30 novembre 2014 a Cagliari!

 

Il sito di Scirarindi

 

Visualizza Scirarindi nella Mappa dell’Italia che Cambia: clicca qui

 

Fonte: italiachecambia.org

Sardegna parte civile nel processo per i veleni di Salto di Quirra

La proposta è stata fatta dallo stesso governatore regionale Francesco Pigliaru.


Venerdì 12 settembre la Giunta regionale della Sardegna, con una delibera proposta dallo stesso governatore Francesco Pigliaru, ha deciso di costituirsi parte civile nel processo per il disastro ambientale causato dall’attività del Poligono Interforze Salto di Quirra.

Secondo il presidente regionale

si tratta di un’azione dovuta, la Regione ha il dovere di garantire e vigilare sulla tutela della salute e dell’ambiente, diritti sanciti dalla Carta Costituzionale e almeno di pari livello rispetto a quelli della Difesa nazionale. La nostra posizione è quella di stare dalla parte della Sardegna, accanto ai cittadini e ai sindaci dei territori coinvolti. Lo faremo anche per quanto riguarda Santo Stefano che, sia ben chiaro, è una vecchia servitù scaduta. Allo stato delle cose non abbiamo ricevuto alcun decreto dal Ministero della Difesa, se lo riceveremo faremo partire subito un ricorso al Presidente del Consiglio dei Ministri, affiancando il sindaco di La Maddalena nelle azioni legali che vorrà intraprendere nelle sedi preposte.

La presidenza della Regione ha indirizzato una nota al Consiglio dei Ministri per ribadire la necessità di interrompere le esercitazioni nella stagione turistica: i test effettuati a Salto di Quirra, oltre ad avere un impatto devastante per la popolazione umana e animale residente nelle vicinanze, creano gravi limitazioni socio-economiche e rischi di incendio nei territori coinvolti. La magistratura indaga da anni sul Poligono Interforze di Salto di Quirra, sui casi di capi di bestiame deformi e sull’elevato numero di leucemie e linfomi di Hodgkin riscontrati fra i militari operativi nella base e fra i pastori che portavano greggi e mandrie nei pascoli adiacenti alla base.A row of US Army  25mm rounds of deplete

Fonte:  L’Unione Sarda

© Foto Getty Images

 

Capo Frasca: manifestazione No Servitù, per restituire la Sardegna ai sardi

Migliaia di sardi a Capo Frasca si uniscono sotto la bandiera No Servitù: bonifiche immediate, chiusura dei poligoni militari, restituzione dei territori

Capo Frasca è stato tristemente ribattezzato “immondezzaio bellico”. Non è raro su queste magnifiche spiagge sarde incappare, ogni tanto, nel bussolone metallico di qualche missile inesploso durante un’esercitazione militare. In Sardegna sono i militari a farla da padrone, ma non i militari dell’Esercito Italiano: la Sardegna, terra meravigliosa che si racconta essere stata formata dall’Onnipotente con il suo sandalo a darle forma, è infatti la regione più militarizzata d’Europa. Qui si addestrano americani, israeliani, turchi, britannici, qui provano tecnologie belliche ed arsenali gli eserciti di mezzo mondo: 35mila ettari di territorio sardo sono infatti ipotecati sotto vincolo militare. La Sardegna ha, a Salto di Quirra, il poligono militare più grande d’Europa: 13000 ettari che il popolo sardo ha gentilmente concesso ai fanatici di tutto il pianeta. Ma c’è un limite che sembra essere stato superato: il 26 agosto scorso due tornado tedeschi aprono il fuoco su Capo Frasca nel corso di un’esercitazione militare, mandando in fumo circa 26 ettari di territorio. Quell’episodio, apparentemente senza conseguenze e considerato “normale attività” di addestramento, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: oggi centinaia di cittadini sardi si sono radunati ai margini del poligono di Capo Frasca per chiedere l’immediato stop delle servitù militari in Sardegna e la chiusura di tutte le basi ed i poligoni militari, con la loro bonifica e la riconversione delle aree interessate ad altro scopo. Della manifestazione c’è anche una (un po’ ballerina) diretta streaming qui.

L’iniziativa è nata grazie all’impegno, profuso per anni, di molti indipendentisti come A manca pro s’Indipendentzia e ProgRes, un impegno che ha sfondato il muro di omertà popolare durato anni: grazie anche al quotidiano Unione Sarda, che in edicola ha distribuito ai suoi lettori delle bandiere con la scritta “No Servitù”.

“L’occupazione militare della Sardegna rappresenta un sopruso che dura da sessanta anni e che non siamo più disposti a tollerare. La nostra terra è ridotta a un campo di sperimentazione militare in cui diventa lecita qualsiasi soglia di inquinamento e viene testata qualsiasi tecnica di sterminio. Col passare del tempo lo Stato italiano intensifica il ritmo e il peso delle esercitazioni militari. L’occupazione militare rappresenta la negazione più evidente della nostra sovranità nazionale e impedisce uno sviluppo socio-economico indipendente del nostro popolo, condannando la Sardegna all’infamante ruolo di area di servizio della guerra. Vogliamo che la Sardegna diventi un’isola di pace e che il suo territorio sia assolutamente indisponibile per le esercitazioni di guerra, di qualunque esercito (compreso quello italiano) e sia interdetto a qualunque attività o presenza connesse con chi usa la guerra per aggredire altri popoli o per crimini contro i civili, colpendo ospedali, scuole, rifugi per sfollati e abitazioni civili. Chiediamo che la Sardegna sia  immediatamente e per sempre interdetta all’aviazione militare israeliana. Invitiamo tutto il popolo sardo, le associazioni, i partiti e i comitati ad aderire e partecipare alla manifestazione indetta a Capo Frasca il prossimo 13 di settembre per pretendere a gran voce: – Il blocco immediato di tutte le esercitazioni militari.
– La chiusura di tutte le servitù, basi e poligoni militari con la bonifica e la riconversione delle aree interessate.”

La manifestazione No Servitù è il primo appuntamento di una protesta (e proposta) che quest’autunno e quest’inverno, complici anche i numerosi focolai di guerra sparsi per il mondo, faranno certamente notizia sui giornali nazionali. Ad oggi, a parte i quotidiani locali e qualche sito di informazione online, sulla manifestazione e sulle richieste degli attivisti in questo momento sulle dune di Capo Frasca non c’è una singola riga sui quotidiani nazionali. Noi di Ecoblog ci siamo più volte occupati delle esercitazioni militari in Sardegna, dei rischi connessi alla salute per i metalli utilizzati nelle esercitazioni (come l’uranio) e delle indagini della magistratura per fare luce sulla pericolosità e sugli illeciti commessi dagli ufficiali dell’Esercito; il documentario Materia Oscura è, in questo senso, un vero e proprio pugno nello stomaco, che ci dimostra come la correlazione tra esercitazioni militari, la morte del territorio, l’avvelenamento degli uomini e la morte degli animali ci sia un tragico fil rouge che unisce tutto. Di fatto la guerra comincia in Sardegna e finisce in Iraq, in Libia, in Sudan, ovunque l’uomo bombardi: uno scempio che non è più tollerabile per un paese al quale piace definirsi “bello” e che nella propria Costituzione ripudia la guerra. La terra sarda appartiene da secoli ai suoi abitanti, che non necessitano in alcun modo delle esercitazioni militari perchè non portano lavoro, non portano soldi e non portano altro che malattie.

Video | Global Info Actioncapogfrasca-620x350

Fonte: ecoblog.it

Getta i rifiuti raccolti sulla spiaggia e viene multata con 167 euro: risponde il Sindaco Zedda

La vicenda capitata all’archeologa Ilaria Montis è surreale e emblematica: multata con 167 euro per aver gettato fuori comune i rifiuti raccolti in spiaggia

UPDATE: 
Nel mentre scrivevo questa notizia mi sono premurata di ascoltare la voce dei Vigili urbani di Cagliari a cui ho telefonato, avvisandoli del post on line e chiedendo replica che trovate in un nuovo post. Ho anche scritto via Fb al sindaco Massimo Zedda e per ora c’è il suo comunicato ufficiale che vi riporto. Resta l’amaro in bocca per l’intera vicenda dove la rimozione dei rifiuti viene misurata nella quantità di tasse pagate e non più come una necessità di civiltà e rispetto per l’ambiente in cui si vive.

Sulla vicenda della multa per i rifiuti portati in città da un’altra provincia e da un non residente la questione è molto semplice: Cagliari non può diventare la pattumiera della Sardegna.

Soprattutto i cagliaritani non possono e non devono pagare lo smaltimento di rifiuti prodotti da altri. Queste regole valgono nella maggior parte dei Comuni italiani e valgono anche a Cagliari, dove il servizio di controllo è attivo da tempo.

Abbiamo in città circa 154mila residenti. I rifiuti presenti equivalgono a quelli di una città che ha il doppio degli abitanti. Significa che molti, da fuori Cagliari, portano qui i loro rifiuti e i cagliaritani ne pagano lo smaltimento. E’ un problema che riguarda tutte le grandi città ed è un dato che influisce non poco sul costo che ogni cittadino paga attualmente per il servizio di raccolta dei rifiuti. Due numeri, per capirci: conferendo in discarica 15mila tonnellate di rifiuti in meno (è quanto stimiamo di fare con il servizio di raccolta porta a porta su cui stiamo lavorando) risparmieremo 2 milioni e mezzo di euro sui 12 milioni che spendiamo attualmente per lo smaltimento. Con una differenziata migliore potremo vendere carta, vetro, lattine e plastica recuperando così altri due milioni e mezzo di euro. Soldi che saranno destinati alla riduzione delle attuali aliquote delle tasse locali, un altro degli obiettivi del nuovo appalto per la raccolta dei rifiuti.

Detto questo, spiace perché nel caso specifico le intenzioni erano le migliori. Ma è giusto ricordare che per non pagare multe sarebbe stato sufficiente lasciare i rifiuti nei cestini dei chioschi presenti vicino agli accessi della bellissima spiaggia di Piscinas, gli unici percorribili creati apposta per proteggere le dune. L’altra possibilità sarebbe stata quella di portare i rifiuti nel proprio comune di residenza, dove si paga la Tari (tassa sui rifiuti).

Certi della buona fede della protagonista del caso specifico, non possiamo suggerire l’idea che ognuno possa portare rifiuti a Cagliari e lasciarli nei cassonetti in città. Dispiace, di nuovo, che una persona civile debba pagare per i rifiuti abbandonati da alcuni incivili.

La storia è davvero surreale ma anche emblematica: l’archeologa Ilaria Montis è stata multata a Cagliari in viale Poetto, per aver gettato rifiuti da non residente. E’ successo che Ilaria dopo aver trascorso una serata al mare a Piscinas, come sua abitudine aveva raccolto i rifiuti in spiaggia lasciati da altri bagnanti. Ma non trovando cestini o cassonetti per depositarli li ha caricati in macchina e li ha depositati a Cagliari nel primo cassonetto disponibile, iniziando pure a differenziarli. A quel punto è stata fermata dai vigili urbani che avendo accertato che Ilaria non era residente a Cagliari le hanno elevato una multa da 167 euro. A nulla sono valse le spiegazioni di Ilaria che ha raccontato che erano appunto rifiuti raccolti in spiaggia. Insomma, sembrerebbe quasi che a inquinare non si paga e che invece chi prova a pulire viene multato.

Marine pollution shown by plastic container on a beach next to shells

 

Ilaria Montis è archeologa e ricercatrice all’Università di Cagliari e non era a conoscenza del fatto che gettare rifiuti a Cagliari non essendo residente costituisse un reato:

Domenica sera con un amico ci siamo fermati a fare un tuffo a Piscinas, andando via abbiamo deciso di pulire un po’ la spiaggia, cosa che mi capita di fare spesso, e abbiamo riempito un’intera cassetta di rifiuti vari tra cui bottiglie e flaconi abbandonati da altri bagnanti sulla sabbia. Guardandoci attorno ci siamo resi conto che non c’erano contenitori o cestini, così abbiamo caricato la cassetta in macchina. Il giorno dopo la Polizia di Cagliari mi ha visto mentre gettavo tutto e mi ha fatto la multa perché utilizzavo i cassonetti del comune di Cagliari pur non essendo residente in città. E’ vero, ho la residenza nel comune di Baratili San Pietro in provincia di Oristano, ma non sapevo di non poter gettare i rifiuti a Cagliari, del resto sui cassonetti non c’è alcun divieto. Sono rimasta sconcertata, ho spiegato che era spazzatura di altri raccolta in spiaggia a Piscinas e che stavo anche differenziando la plastica ma sono stati inflessibili: ho rifiutato di firmare il verbale, uno dei vigili si è alterato e mi ha insultato minacciando di portarmi in caserma e denunciarmi. Ho ritirato la multa, 167 euro da pagare entro 60 giorni.

Ilaria ha deciso di non fare ricorso, di pagare la multa ma di raccontare anche questa strana storia:

Non racconto questa brutta storia per narcisismo ma per far riflettere sulla questione dei rifiuti in Sardegna: la mancanza di cassonetti stradali è un grave problema in tutta l’isola perché in tanti, Sardi e turisti, spesso lasciano i rifiuti dove capita non sapendo dove buttarli, e lo vediamo da spiagge, strade e cunette sporche e piene di spazzatura. Episodi come questo fanno pensare che forse è il caso di andare oltre le divise, oltre la burocrazia, oltre le regole e oltre le ideologie per usare il nostro buon senso quando le circostanze lo richiedono. Per tornare alle cose semplici e sensate in un momento in cui tante belle iniziative che nascono dal cuore, senso etico e senso civico delle persone vengono soffocate dall’eccessiva burocrazia che le rende inattuabili.

Fonte:  Sardiniapost

© Foto Getty Images

La servitù silenziosa che sta uccidendo la Sardegna

sardegna-300x336

Quando sentiamo pronunciare il nome “Sardegna”, soprattutto in questo periodo dell’anno, la nostra mente corre subito alle immagini che raffigurano posti magici, un mare cristallino, sabbie bianche. Eppure, esiste un’altra faccia di questi luoghi, di sicuro molto meno affascinante e “chiacchierata”, espressione di una terra massacrata dagli interessi politici e bellici, che silenziosamente e segretamente distrugge territori e cittadini. Dagli anni ’50, la Nato e gli Usa hanno fatto della Sardegna una grande area strategica di servizi bellici essenziali: esercitazioni, addestramento, sperimentazioni di nuovi sistemi d’arma, guerre simulate. L’isola, in questo senso, non si fa mancare niente: ci sono poligoni missilistici (Perdasdefogu), per esercitazioni a fuoco (Capo Teulada), per esercitazioni aeree (Capo Frasca), aeroporti militari (Decimomannu) e depositi di carburanti (nel cuore di Cagliari). Sono diverse decine le strutture e infrastrutture al servizio delle forze armate italiane o della Nato. Sono varie le zone interessate da poligoni e impianti in cui, oltre alle limitazioni legate all’uso delle aree costiere coinvolte, l’assoluta segretezza militare nasconde dietro una fitta nebbia ciò che sta accadendo. Da anni la gente del luogo denuncia malformazioni, malattie e morte. E da anni ancora attende risposte. Per fare un esempio della situazione, riportiamo alcune inchieste aperte sui siti di interesse militare presenti su una delle più belle isole d’Italia.basi-militari

SALTO DI QUIRRA

La prima che ci viene in mente è quella relativa al poligono di Salto di Quirra. A metà gennaio del 2011, la procura di Lanusei apre un’inchiesta per fare chiarezza sui numerosi casi di linfoma non Hodgking che hanno colpito la popolazione delle aree limitrofe al poligono e alcune malformazioni negli animali. A febbraio dello stesso anno, a seguito delle ispezioni ordinate dal procuratore che si occupa dell’inchiesta, Domenico Fiordalisi, in due magazzini nella base e a Capo San Lorenzo, vengono sequestrate cinque cassette metalliche in cui i rilevatori registrano valori di radioattività cinque volte superiori alla norma. Sulle casse e all’ingresso del magazzino non sono posti segnali per indicare la presenza di materiale radioattivo. I controlli sono stati decisi dopo le deposizioni di due militari, con mansioni di magazzinieri nei depositi dei materiali speciali, che si erano ammalati di linfoma non Hodgkin. Nei giorni scorsi, il gup del tribunale di Lanusei ha rinviato a giudizio 8 militari e prosciolto altre 12 persone coinvolte nell’inchiesta. Gli imputati sono otto ex comandanti del Poligono che hanno guidato le operazioni dal 2004 al 2010. A tre anni e mezzo dall’apertura dell’inchiesta, e dopo quasi 15 anni di denunce e interrogazioni parlamentari per accertare se intorno al poligono ci fossero sostanze tossiche come l’uranio impoverito, che secondo la pubblica accusa ha prodotto un’escalation di tumori, si andrà a dibattimento a settembre.

TEULADA

La seconda inchiesta che ci viene in mente, e di cui abbiamo già avuto modo di parlare, è quella relativa a Teulada, il piccolo comune in provincia di Cagliari che, dal 1956 e a seguito ad accordi NATO, ospita un altro poligono militare.

Su quell’area è stato aperto un fascicolo di inchiesta che, nel corso degli anni, è cresciuto di volume per la quantità di esposti presentati dai familiari dei residenti nella zona, morti a causa di gravi malattie. L’inchiesta viene aperta nel 2009, dopo l’esposto-denuncia della famiglia di Manolo Pinna, un ragazzo di 26 anni che aveva prestato servizio di leva a Teulada e morto per un tumore al cervello. Non solo, qualche tempo fa, sui quotidiani cagliaritani, si leggeva anche la storia della famiglia Murgia, proprietaria di una lavanderia di Teulada che, a partire dagli anni ‘90, si è occupata delle divise e tute mimetiche dei soldati impegnati nel vicino poligono e che, si pensa, si sia ammalata per aver respirato le polveri presenti negli abiti dei soldati dopo le esercitazioni.  Gli esempi sono davvero tanti. Allo stato attuale è impossibile sapere cosa, come e per quanto tempo è stato usato, sperimentato e testato per decenni nei poligoni presenti in Sardegna. Il segreto militare e gli interessi delle industrie belliche non facilitano la ricerca della verità. Massimo Carlotto, nel 2008, ha scritto un romanzo, Perdas de Fogu, che ha anticipato ciò che è stato scoperto al salto di Quirra; secondo lo scrittore, la Sardegna ha bisogno di una rivoluzione dal basso: “Serve un atto forte di testimonianza della comunità. O la gente del posto si ribella o sarà tutto contaminato. Per pochi posti di lavoro non devono rischiare la vita: la salute non ha prezzo”. Già ad aprile scorso, i cittadini di Teulada avevano trasmesso un documento al presidente della Repubblica per chiedere di liberare la Sardegna dalla servitù e consentire ai cittadini di iniziare a sfruttare le risorse naturali per costruire un’economia turistica. Un turismo che, stando a quanto espresso dal portavoce del comitato coinvolto nella manifestazione, non è ben visto dalle forze che hanno interessi nel territorio: “I bagnanti sono un fastidio per i militari: non vogliono che qualcuno osservi ciò che fanno e anche per questo noi non possiamo scommettere sul turismo. Tra segreti di stato e altri vincoli qui non si parla neppure di bonifiche e di rischi per la salute e l’ambiente. Non sappiamo neppure che armi vengano utilizzate per le esercitazioni, né c’è chiarezza sugli esperimenti che vengono fatti dalle multinazionali che sfruttano il territorio per test sugli elicotteri o su nuovi equipaggiamenti militari”.

Purtroppo ancora poca attenzione viene data a questa terra e al grido di coloro che soffrono. Se i potenti oltre che in estate si ricordassero di lei anche durante gli altri mesi dell’anno (e per altri scopi), forse qualcosa potrebbe iniziare a cambiare.

(Foto in evidenza: Asibiri; foto interna: namuit)

Fonte: ambientebio.it

Io faccio così #14 – Decrescita, autodeterminazione e sovranità: la Sardegna di Roberto Spano

Strana terra la Sardegna. Antiche tradizioni che trasudano innovazione più degli scintillanti grattacieli delle metropoli del Nord Italia. Umili pastori che con poche parole trasmettono concetti di saggezza pari a quelli spiegati nei libri di illuminati saggisti. Terra di attaccamento, abitata da un popolo che con fierezza rivendica la libertà di autodeterminarsi e di aprirsi al mondo. Terra di cambiamento, dove vecchio e nuovo si uniscono in una sintesi che rappresenta il futuro non solo dell’Isola, ma di tutta Italia, dell’Europa e del Pianeta.

Dieci anni fa Roberto Spano è tornato a Orroli, un piccolo paese dell’entroterra cagliaritano, dopo aver vissuto per vent’anni in giro per l’Italia e per il mondo. Dal ritorno a casa, che per molti giovani sardi rappresenta un’involuzione, ha tratto la forza e l’ispirazione per cambiare la propria vita e quella della comunità in cui vive. Non solo ha ritrovato la sua Terra, ma ha anche scoperto il pensiero di due intellettuali che hanno fatto scattare in lui una molla, risvegliando una consapevolezza che in realtà dentro di sé già possedeva. Ma andiamo con ordine. «Aver passato l’infanzia nella Sardegna di quarant’anni fa – spiega Roberto –, significa aver avuto accesso a uno stile di vita che ancora manteneva i caratteri di comunità, di sostenibilità, di autoproduzione, di scambio, di filiera corta, di ricerca di una vita in comune che permetteva a tutti di vivere bene. Era però un’impostazione che mancava ancora di consapevolezza e non ci si rendeva conto che nel giro di poco tempo sarebbe cambiato tutto». La globalizzazione, giunta con prepotenza anche sull’Isola, avrebbe reso presto obsoleta questa visione.orto-300x168Ma i semi erano stati piantati e, decenni più tardi, è bastato poco perché germogliassero. «La decisione di tornare a Orroli è nata da una inconsapevole ricerca di un modo di vivere diverso, che fosse più sostenibile e che mi permettesse di avere maggiore equilibrio, sia materiale che spirituale». Poi, qualche anno fa, l’incontro con Maurizio Pallante e con il suo messaggio di decrescita: «Mi sono reso conto che le mie scelte – farmi un orto, vivere nella mia casa, risparmiare energia, diminuire l’uso dell’auto e così via – non erano soltanto un gesto individuale, ma potevano avere anche una valenza politica, sociale, collettiva. Pallante è riuscito a dare loro una sistematizzazione, a spiegarne il valore in prospettiva, chiarendo perché sono fondamentali per la costruzione di una nuova società». Ancora prima di Pallante però, un altro grande pensatore, un sardo doc, aveva toccato il cuore e l’animo di Roberto: «Alla fine degli anni novanta, lessi “Manifesto delle comunità di Sardegna”di Eliseo SpigaIn questo libro, egli spiega per quale motivo nell’identità, nella sardità, nella nostra cultura tradizionale ci sono elementi di modernità in grado di dare risposte per il futuro, non solo quello della Sardegna. Lo stesso Pallante ha sottolineato come il ”Manifesto” sia in grado di parlare a tutta l’umanità, perché i concetti che esprime – comunità locale, sovranità alimentare ed energetica, capacità di resilienza – sono universalmente validi e applicabili». Maturata questa consapevolezza, Roberto è diventato un convinto praticante della decrescita felice. «Ho aumentato la qualità della vita di me stesso e della mia famiglia diminuendo la dipendenza dal denaro e dall’acquisto delle merci. Siamo quasi autosufficienti dal punto di vista alimentare, produciamo tutto quello che è possibile in casa, facciamo molta attenzione al risparmio energetico, curiamo i rapporti con i nostri vicini e con la comunità locale. Decrescita felice per me è avere di più con meno, non rinunciando a qualche cosa, ma semplicemente togliendoci quei pesi che abbassano la qualità della vita e dando spazio a ciò che veramente conta». In Sardegna le contraddizioni del modello improntato sulla crescita infinita sono lampanti ed esigono un tributo salatissimo: «L’ottanta per cento di quello che mangiano i sardi è importato dall’estero, nonostante la nostra terra sia in grado di fornire sostentamento a tutti coloro che la abitano. È chiaramente una situazione insostenibile, come possiamo immaginare di continuare in questo modo? E così la sovranità energetica: la nostra isola produce il 30% in più dell’energia necessaria per soddisfare i propri fabbisogni, la vendiamo in Italia a un prezzo più basso e quando ne abbiamo bisogno la riacquistiamo a un prezzo più alto. È una politica non solo ingiusta, ma anche miope, perché punta esclusivamente sull’ampliamento dell’offerta, nonostante produciamo già più energia di quella che ci serve. Pensiamo a risparmiarla, piuttosto che continuare a sprecarne un sacco, sia direttamente sia indirettamente, per via di un sistema economico che privilegia gli sprechi, i trasporti sulla lunga distanza rispetto alle filiere corte, all’autoproduzione e agli scambi in loco”.

orroli-300x200

 

Ma per cambiare bisogna avere coraggio, mettersi in gioco, assumersi delle responsabilità. In Sardegna c’è poi un ulteriore ostacolo da abbattere, un ostacolo culturale. «Dobbiamo liberarci del luogo comune che ci fa credere di essere poveri, morti di fame, gente senza capacità, che se non è aiutata da qualcun altro più forte e più grande non può andare avanti. Questa è una menzogna: la Sardegna è una terra ricchissima a livello culturale, spirituale e materiale, che se riuscisse a recuperare la consapevolezza delle proprie possibilità e del suo ruolo attivo nel mondo diventerebbe una grande palestra e un grande esempio positivo per tutta l’umanità. Ma il primo passo non è combattere fuori, bensì crescere dentro». Dalle parole di Roberto traspare un amore dirompente per la propria terra e per il suo popolo, che si traduce in un ragionamento lucido e preciso, che possiede anche una grande valenza politica. «Io sono indipendentista perché credo nel diritto storico, politico, culturale, linguistico, nazionale di avere una rappresentanza anche istituzionale per la mia terra. Oggi ritengo necessario attivare un processo di governo che porti il popolo sardo a rendersi conto che solo attraverso l’autodeterminazione delle proprie scelte possiamo avere un futuro e soprattutto possiamo parlare al resto del mondo alla pari, dando il nostro contributo. L’indipendentismo moderno, quello in cui mi riconosco, è tutt’altra cosa rispetto al separatismo: noi non vogliamo separarci, vogliamo piuttosto uscire dalla gabbia regionale in cui ci ha chiuso lo Stato italiano per aprirci allo scambio col mondo. Non pensiamo di essere né migliori né peggiori di nessuno. Siamo uguali a qualunque altro popolo e, proprio per questo, abbiamo anche noi diritto ad avere la nostra nazione libera e sovrana».sardi_indipendenti-300x155

Quello che sta accadendo in Sardegna negli ultimi anni è straordinario: con un’alchimia quasi magica, si stanno mescolando forte identità nazionale, fame di autodeterminazione e di sovranità, spinte innovative che sanno quasi di rivalsa nei confronti di chi ha sempre considerato questa terra come una riserva da sottomettere e sfruttare, nuovi modi di vivere la comunità e il rapporto con la natura che, partendo da un retaggio antico, forniscono soluzioni estremamente attuali. «Ci sono dei forti segnali di cambiamento – conclude Roberto –, a partire dalla consapevolezza dell’importanza della nostra identità, della nostra autodeterminazione, dai movimenti che si battono per l’indipendenza e per la sovranità. Ci sono tanti gruppi e associazioni che lavorano in direzione della sovranità alimentare ed energetica, della ricostruzione delle comunità locali, delle filiere corte, del rapporto diretto fra produttori e consumatori. C’è un primo percorso di de-urbanizzazione e tante persone cominciano a lasciare le periferie delle città per tornare ad abitare nei paesi e nelle comunità locali dell’interno, che sono a rischio di spopolamento. Il lavoro da fare è ancora tantissimo: a livello politico vanno prese decisioni coraggiose, lungimiranti, graduali e democratiche, che abbiano la capacità di pensare a un futuro che in realtà è vicinissimo. Contemporaneamente, vanno adottati nuovi stili di vita a livello personale». La Sardegna, dopo essere stata considerata per anni un brutto anatroccolo, si sta apprestando a diventare uno splendido cigno, pronto a spiccare il volo e a indicare al resto d’Italia la direzione da seguire.

Francesco Bevilacqua

Fonte: italia che cambia