Smart working: meno pendolarismo, più presenza in famiglia, più tempo per se stessi

Non spaventi il nome, smart working. Non è nulla di marziano, anzi. È una modalità molto semplice di lavoro che, se diffusa, potrebbe rivoluzionare il modo di vivere di milioni di famiglie e diminuire la mobilizzazione di auto e mezzi, con un ridotto impatto sull’ambiente.

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Smart working, lavoro intelligente, lavoro agile, chiamiamolo come vogliamo, ma una cosa è certa: potrebbe rivoluzionare le dinamiche di milioni di famiglie e porterebbe a una riduzione della mobilità di mezzi di trasporto con conseguente beneficio per l’ambiente. Con questa formula è possibile lavorare al di fuori dell’ufficio, anche da casa. E non è un’idea balzana, bensì una vera e propria opportunità codificata da una legge e contemplata dal Ministero del lavoro. La definizione di smart working è contenuta nella legge n. 81/2017 e pone l’accento sulla flessibilità organizzativa, sulla volontarietà delle parti che sottoscrivono l’accordo individuale e sull’utilizzo di strumentazioni che consentano di lavorare da remoto (come ad esempio: pc portatili, tablet e smartphone). Al momento può essere prevista per alcuni periodi all’interno della settimana ed è il modello di telelavoro che negli ultimi 2 anni ha trovato il maggior gradimento tra i lavoratori e le aziende private più innovative. In sintesi, un lavoratore dipendente può prestare la propria opera, in tutto o in parte, anche al di fuori dalla sede dell’azienda grazie agli strumenti informatici che l’azienda mette a disposizione. Non ha vincoli di orario di lavoro privilegiando il raggiungimento degli obiettivi concordati con il datore di lavoro, garantendo il rispetto del limite massimo di ore lavorative giornaliere e settimanali stabilito dalla legge e dai contratti collettivi. Il lavoratore quindi gestisce il proprio orario mantenendo lo stesso inquadramento contrattuale e con lo stesso trattamento economico e normativo. È un “lavoro agile” perché basato sulla combinazione di flessibilità, autonomia e collaborazione, che si è diffuso principalmente e velocemente tra le grandi aziende perché è risultato essere una modalità lavorativa vincente. Inoltre, una tale formula elimina la necessità degli spostamenti, che oggi avvengono soprattutto in auto e in secondo luogo in treno. Di conseguenza, potrebbe ridursi anche di parecchio l’impatto sull’ambiente, con minore congestione delle strade e minori emissioni inquinanti. Nel 2015, con la legge 124/2015, articolo 14, lo smart working è stato introdotto anche nella Pubblica Amministrazione, in affiancamento al telelavoro previsto dalla legge 191/1998; nel 2017 sono state emanate le linee guida con la Direttiva n. 3/2017 della Presidenza del Consiglio dei Ministri definendo criteri generali e percorsi di valutazione dell’efficacia della nuova modalità di lavoro e nel maggio 2017 è stata varata la legge 81 che, all’articolo 18,  lo regola, in vigore dal 14 giugno. Eppure se ne parla ancora troppo poco e ancora poche aziende scelgono questa modalità, probabilmente per una resistenza che va al di là anche delle questioni oggettive e pratiche.

Fonte: ilcambiamento.it

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No inceneritori, biomasse e biogas in Umbria: 11 maggio manifestazione a Terni

Decine di impianti a biomasse, biodigestori e in generale impianti a combustione già attivi o previsti in tutta la regione senza il coinvolgimento della popolazione locale nel processo decisionale. Comitati e associazioni di cittadini dell’Umbria scenderanno in piazza l’11 maggio a Terni per denunciare questo atteggiamento delle amministrazioni e riaffermare il diritto a lottare in difesa dei territori, della salute e di un futuro sostenibile.impianto_biogas

I comitati e le associazioni di cittadini firmatari, attivi in diversi comuni della regione Umbria denunciano la condizione di emergenza che i nostri territori stanno sopportando a seguito della costruzione di decine di impianti a biomasse, bio digestori e in generale a combustione già in produzione e/o previsti in tutta la regione. Alla data di oggi infatti se ne contano circa trenta. In nessuno di questi casi la popolazione locale è stata coinvolta nel processo decisionale dalle amministrazioni, ma solo ex post messa di fronte al fatto compiuto, spesso con l’impianto in avanzato stato di costruzione. Del resto la stessa legislazione vigente permette ciò, non recependo l’importanza della decisione condivisa in merito a impianti che hanno una ricaduta consistente in termini di accumulo di inquinanti. Valga come esempio la situazione della conca Ternana, già pesantemente colpita da emissioni di origine industriale, alle quali si sommano, malgrado la ferma opposizione dei cittadini e le stesse caratteristiche orografiche, un impianto di incenerimento di rifiuti da 10 Mw a cui presto si sommerà una seconda centrale a biomasse e linoleum da 4 Mw. L’Umbria, conosciuta anche come ‘polmone verde’ d’Italia, è già punteggiata da centinaia  di ettari di impianti fotovoltaici a terra, progetti eolici e metanodotti sui crinali. Inoltre la vocazione agricola della nostra regione volta alla salvaguardia dell’ambiente e delle biodiversità è altamente compromessa dal proliferare di queste decine di centrali a biomasse e bio digestori, poiché il loro approvvigionamento di combustibile rende  necessarie anche le coltivazioni dedicate, le quali, oltre all’inquinamento dei terreni e la loro degradazione nel corso di un solo decennio per l’uso massiccio di concimi e diserbanti, mettono a repentaglio la sovranità alimentare di intere popolazioni più o meno vicine e causano di fatto l’estinzione delle piccole produzioni agricole già duramente provate dalle normative vigenti in materia. Note sono le società, per le quali l’Italia vanta un triste primato numerico, che su tali fenomeni speculano e non può che spaventare il loro ingresso sul nostro territorio. Riteniamo che ciò sia possibile esclusivamente grazie ad una incentivazione alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili e assimilate che non ha alcuna rispondenza con una strategia di reale efficienza energetica, ma che per ora di contro alimenta solo circuiti speculativi; tale inefficienza è stata reinterpretata anche dal Piano Energetico Regionale che peraltro ha fissato una percentuale obbiettivo di energia da fonti rinnovabili già ampiamente superata. Risulta poi foriero di dubbi e sospetti, e ne chiediamo conto anche alla Presedente Marini, il fatto che l’attuale Assessore Regionale all’Ambiente Silvano Rometti, di cui sono già state chieste le dimissioni, continui a ricoprire l’incarico malgrado il suo personale conflitto di interessi. Allo stesso modo chiediamo la sospensione del Direttore dell’ARPA di Terni fin quando non siano chiarite le sue responsabilità oggi oggetto di indagini giudiziarie.

Comuni, Province e Regione hanno dimostrato di non essere in grado di rappresentare un interlocutore serio per le popolazioni. Riteniamo indispensabile denunciare questo atteggiamento e di contro riaffermare il nostro diritto a lottare in difesa dei territori, della salute e di un futuro di vera sostenibilità. Per questo invitiamo alla manifestazione regionale dell’11 maggio a Terni, ore 16 Piazzale della Rivoluzione Francese al lato della stazione.

Comitato No Inceneritori Terni, Italia Nostra Terni, WWF Terni, Comitato Salviamo la Valnerina, Comitato No Biomasse Avigliano, Coordinamento regionale Terre Nostre, Coordinamento Regionale Rifiuti Zero, Comitato tutela patrimonio ambientale Acquasparta, Italia Nostra Regionale, Italia Nostra Valnerina, Coordinamento regionale Fonti Energie Rinnovabili, Comitato Colle Umberto, Comitato Aria Pulita Massa Martana, Comitato Inceneritori Zero, No Biogas Narni, Movimento contadino Genuino Clandestino Umbria.

Fonte: il cambiamento