La norma sui sacchetti bio e il ruolo dei Ministeri, Rossella Muroni su Huffingtonpost

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“In Europa si consumano circa 100 miliardi di sacchetti all’anno: un’enormità, di cui buona parte finisce dispersa in particolare in mare. Un biopolimero come il Mater-bi di cui sono composti i nuovi shopper si degrada negli impianti di compostaggio completamente”

Dal Blog di Rossella Muroni su Huffingtonpost

La norma sui sacchetti bio è giusta. È il Ministero dell’Ambiente che non sa fare il suo lavoro

Rossella Muroni Coordinatrice della campagna elettorale di Liberi e Uguali. Già presidente Nazionale di Legambiente. Solo in Italia può accadere che un’eccellenza industriale e una donna di valore finiscano nell’occhio del ciclone per una legge scritta male. Novamont e la sua Ad Catia Bastioli raccontano il volto migliore del paese fatto d’innovazione industriale e di persone che sanno unire le competenze tecnico scientifiche a capacità manageriali. Altrove diventerebbero un esempio, in Italia vengono trascinati nel fango. Cosa è successo? Con il nuovo anno è scattata la messa al bando dei sacchetti ultraleggeri gratuiti destinati agli alimenti e la loro sostituzione con buste a pagamento biodegradabili. La direttiva europea che la legge recepisce è del 2015 e punta alla consapevolezza dei consumatori sul fronte della riduzione dei rifiuti. La direttiva non dice che bisogna pagare i sacchetti in bioplastica con cui sono stati sostituiti quelli in plastica tradizionale, ma che il costo dei sacchetti va reso trasparente nello scontrino, cosicché i consumatori sappiano che quello che consumiamo “usa e getta” e senza preoccuparci di dove finisce ha un costo e che quindi bisogna dargli valore. Ecco, quello che questo Governo avrebbe dovuto fare insieme al recepimento della direttiva sarebbe stato preparare i cittadini a questo ennesimo passaggio giusto e necessario verso una trasformazione in senso ecologico di consumi e comportamenti. Si potevano magari fare campagne di comunicazione in cui si spiegava il perché e il come ci sarebbe stata questa novità; si poteva chiedere al Ministero della Salute di modificare le norme sanitarie che impediscono l’uso di sacchetti in tela o comunque personali e riutilizzabili per pesare ed etichettare i prodotti sfusi in un supermercato; si poteva lavorare sulla diffusione di sacchetti in carta come nei mercati oppure spingere le catene della grande distribuzione a fornire ai propri clienti alternative riutilizzabili come accade nella coop in Svizzera. Si poteva… certo… si poteva avendo a disposizione un Ministero dell’Ambiente consapevole e responsabile del proprio ruolo verso i cittadini consumatori. Tutto invece è stato fatto in maniera tecnicista e burocratica e magari con la malizia di rendere invisa ai cittadini una delle scoperte e innovazioni ambientali più straordinarie degli ultimi anni: il biopolimero vegetale, che ha sostituito la plastica e che ci aiuterà a ripulire le nostre città e i nostri mari dalla plastica oltreché a riutilizzare gli scarti vegetali e a creare nuovi posti di lavoro specializzati qualificati e competitivi a livello internazionale. I produttori di plastica e gli estrattori di petrolio ringraziano per questa ennesima cialtroneria di Stato che fa passare l’innovazione ambientale al reparto “costi e tasse per i cittadini”. La nuova norma ha lo scopo di ridurre la dispersione della plastica nell’ambiente, quindi di tutelare la biodiversità e la nostra salute. Se il prezzo sarà giusto (il costo del sacchetto non supera i 2 centesimi, per una spesa annua per famiglia minore di un pacchetto di sigarette se la grande distribuzione organizzata non ci specula sopra) sono convinta che gli italiani capiranno in fretta il valore di questo piccolo grande cambiamento. Come hanno dimostrato di apprezzare gli effetti della legge contro le buste della spesa non compostabili entrata in vigore nel 2011 e che ha portato a una riduzione del 55% dell’uso dei sacchetti di plastica nonostante non sia ancora pienamente rispettata. In Europa, secondo le stime dell’Epa, si consumano circa 100 miliardi di sacchetti all’anno: un’enormità, di cui buona parte finisce dispersa in particolare in mare. Un biopolimero come il Mater-bi di cui sono composti i nuovi shopper si degrada negli impianti di compostaggio completamente. Puntare, dunque, sulla sostituzione delle buste di plastica tradizionali con prodotti compostabili è una partita che vale la pena giocare con un po’ di lungimiranza. Anche perché la chimica verde – che utilizza materie prime rinnovabili di origine agricola per realizzare una nuova generazione di prodotti e composti chimici a basso impatto per l’ambiente e per la salute – è uno dei fiori all’occhiello del nostro paese e, se sapremo giocare bene la partita, uno dei tasselli fondamentali del nuovo sviluppo italiano. Le bioplastiche non sono solo un’opportunità per minimizzare i rifiuti in plastica, ma una chiave per risolvere problemi ambientali, riducendo l’uso di materie prime fossili, le emissioni di anidride carbonica e i rischi legati alla dispersione di prodotti inquinanti nell’ambiente.

Sarà una coincidenza (non ci credo) ma aumentano gas e luce e la responsabilità secondo alcuni è delle rinnovabili; passa la norma sui sacchetti biodegradabili e la colpa è “dell’amica di Renzi” e dell’innovazione ambientale (Bastioli è amica dell’ambiente e le attività industriali sviluppatesi grazie alle sue invenzioni sono amiche del paese). A me tutto questo puzza di Medioevo: vogliono tenerci nell’era dei fossili e di come i cittadini possano vivere meglio non importa a nessuno! Possiamo, per esempio, legare la diffusione delle buste a una riduzione dei costi della tassa sui rifiuti fatta ai commercianti? Possiamo passare dalla tassa alla tariffa per premiare chi produce meno rifiuti dentro casa o nella propria attività commerciale? Possiamo essere un paese moderno e civile? Io ci credo. Con Pietro Grasso andremo in un impianto Novamont per parlare di lavoro pulito, di innovazione e di ricerca ovvero di quello che serve all’Italia… oltre a un Ministero dell’Ambiente che sappia fare il suo lavoro.

Fonte:  huffingtonpost.it

 

 

Assobioplastiche: calo di vendite per i sacchettini bio. In crescita invece gli altri monouso

L’Associazione Italiana delle Bioplastiche fa il punto sul mercato dei biopolimeri nel 2012: + 55% delle vendite per gli articoli compostabili monouso; +10% per i sacchetti dell’umido, ma non gli “shopper”, “penalizzati dall’incompletezza della normativa” e dalla diffusione delle sporte “sempre sostenute da Assobioplastiche”

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Assobioplastiche ha affidato a Plastic Consult, società di consulenza privata e indipendente che dal 1979 svolge studi e analisi di mercato nel settore delle materie plastiche, l’incarico di eseguire uno studio sulla struttura del comparto dei polimeri compostabili. L’analisi, per dare continuità con il lavoro svolto nel 2012, include un focus specifico sul segmento degli “shopper” durante la fase di transizione dell’iter normativo. L’analisi è stata svolta mediante un esteso lavoro di campo, attraverso il contatto con oltre 100 aziende di produzione, trasformazione e seconda lavorazione. Sono state effettuate oltre settanta interviste ad aziende della filiera. I polimeri compostabili trovano sbocco in numerose applicazioni, che spaziano dagli shopper ai sacchetti per la raccolta differenziata dell’umido organico, al film per confezionamento degli alimenti freschi, a piatti, bicchieri e posate monouso, ai contenitori per gastronomia e catering, al film agricolo, alle preforme per bottiglie di acque minerali. I risultati dello studio indicano per il settore un numero di 145 aziende attive: si tratta di 16 produttori e distributori di materie prime, 77 aziende di prima trasformazione di polimeri compostabili e una cinquantina di operatori che effettuano seconde lavorazioni. Per quanto riguarda gli addetti, le aziende identificate da Plastic Consult occupano complessivamente circa 1.300 unità dedicate alle lavorazioni dei polimeri compostabili. La filiera produttiva ha generato nel 2012 un fatturato specifico di circa 370 milioni di Euro. I volumi di polimeri compostabili lavorati nel 2012 sono stati poco meno di 40 mila tonnellate, e l’andamento del settore è stato a due velocità. Hanno registrato un ottimo tasso di crescita numerosi segmenti tra cui si segnalano gli articoli monouso a +55%, grazie anche al traino delle forniture alle olimpiadi di Londra 2012, e il segmento dei sacchetti per l’umido +10% trainati alla diffusione della raccolta differenziata della frazione organicaHa sofferto invece il principale mercato, quello degli shopper, fortemente penalizzato sia dall’incompletezza della normativa che ne ha visto l’utilizzo relegato quasi esclusivamente (circa l’85%) nell’ambito GDO, sia dalla progressiva diffusione delle borse riutilizzabili, fatto questo auspicato dalla legge e sempre sostenuto da Assobioplastiche.
“Ipotizzando il completamento dell’iter normativo sugli shopper e l’estensione della raccolta differenziata dell’umido in tutta Italia, il settore potrebbe avvicinarsi rapidamente al miliardo di euro di valore e generare ulteriori progetti industriali nel territorio”, ha dichiarato Marco Versari, Presidente di Assobioplastiche.

 

 

Fonte: eco dalle città