La seconda vita di Spelacchio: al via i lavori in Val di Fiemme

Spelacchio, l’abete rosso collocato lo scorso dicembre in Piazza Venezia a Roma durante le festività natalizie e proveniente da una foresta certificata PEFC, tornerà presto nella Capitale trasformato in una Baby Little Home.

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I grandi abeti, come tutti gli alberi del resto, non muoiono mai veramente grazie alle buone pratiche messe in atto dai gestori di foreste e aziende certificate PEFC: una delle caratteristiche più importanti del legno è infatti quella di poter avere sempre una seconda vita. A dimostrarlo è ad esempio la storia di Spelacchio, l’abete rosso collocato lo scorso dicembre in Piazza Venezia a Roma durante le festività natalizie e diventato una star del web e dei media. Un albero che proviene dalla Val di Fiemme, valle dalla storia millenaria gestita in modo sostenibile, cioè nel rispetto degli standard PEFC, dalla Magnifica Comunità di Fiemme, in Trentino. ll taglio dell’abete Spelacchio era stato infatti eseguito rispettando i ritmi naturali di crescita del bosco: la pianta era stata scelta tra quelle mature, in sovrannumero e seguendo il  piano di gestione della foresta a cui apparteneva. Dopo un mese di servizio a Roma, l’albero è tornato in Val di Fiemme e presso la segheria della Magnifica Comunità di Fiemme sono iniziati ufficialmente i lavori per la realizzazione della “Baby little Home”, casetta in legno che sarà poi donata alla Capitale e che consentirà alle mamme di accudire i propri bambini in sicurezza e privacy. I lavori per la realizzazione della casetta hanno preso il via con la fase di scortecciatura e preparazione della segagione in tavole. Il legno verrà quindi trasferito alla Essepi srl di Cavedine (Tn), l’azienda che realizzerà i pannelli finali della Baby Little Home.

La Magnifica Comunità di Fiemme rappresenta uno dei migliori esempi di Green Economy in Italia: nata nel XII secolo è da sempre vissuta in simbiosi con il proprio ambiente, prima di tutto con le foreste, gestendole in modo sostenibile e ricevendone in cambio una risorsa potenzialmente illimitata: il legno. Grazie al lavoro svolto insieme al PEFC, la Comunità ha ottenuto la certificazione della gestione delle proprie foreste e della segheria, riconosciuta come una delle 1.005 realtà che in Italia vantano il marchio di certificazione di Catena di Custodia PEFC.

La Catena di Custodia è un sistema di tracciabilità a livello aziendale, utilizzato per tutte le fasi di lavorazione e distribuzione di legno e carta, che attesta che il sistema di registrazione del flusso della materia prima applicato dall’impresa soddisfa i requisiti stabiliti dallo schema di certificazione ed esige che la materia prima forestale non provenga da fonti controverse (es: abbattimento illegale o in aree protette) possa entrare nella catena dei prodotti certificati.

“L’esperienza della Val di Fiemme è esemplificativa ed esemplare per comprendere e raccontare il mondo della certificazione forestale in Italia e Spelacchio ne è un testimonial eccezionale perché ha permesso di ‘svelare’ il mondo che sta dietro il semplice taglio di un albero”, dichiara Antonio Brunori, Segretario Generale PEFC Italia. “Il fatto che ora siano iniziati i lavori per trasformarlo in una casetta per mamme e bambini è ancora più indicativo: il legno è un materiale riutilizzabile molte volte e, se certificato e gestito in maniera corretta, rappresenta una risorsa straordinaria per le comunità locali, che possono affacciarsi anche sul mercato internazionale forti e orgogliose della sostenibilità e della tracciabilità della loro filiera”.spelacc

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Chi è PEFC Italia

PEFC Italia è un’associazione senza fini di lucro che costituisce l’organo di governo nazionale del sistema di certificazione PEFC (Programme for Endorsement of Forest Certification schemes), cioè il Programma di Valutazione degli schemi di certificazione forestale. Il PEFC è un’iniziativa internazionale basata su una larga intesa delle parti interessate all’implementazione della gestione forestale sostenibile a livello nazionale e regionale. Partecipano allo sviluppo del PEFC i rappresentanti dei proprietari forestali e dei pioppeti, organizzazioni ambientaliste, dei consumatori finali, degli utilizzatori, dei liberi professionisti, della ricerca, del mondo dell’industria del legno e dell’artigianato. Tra i suoi obiettivi si segnala quello di migliorare l’immagine della selvicoltura e della filiera foresta–legno-carta, fornendo di fatto uno strumento di mercato che consenta di commercializzare legno, carta e prodotti della foresta derivanti da boschi e impianti gestiti in modo sostenibile.

Fonte: agenziapressplay.it

 

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I cittadini “misurano” quanto i parchi urbani fanno bene alle città

Un’associazione romana, insieme ai cittadini, sta studiando l’ecosistema di un parco urbano per capire e “misurare” l’impatto positivo che ha sulla salute della popolazione e dell’ambiente. Un modello che potrebbe essere riprodotto anche altrove e che può darci l’esatta dimensione di quanto sono indispensabili i parchi nelle città.9758-10536

Il Parco Regionale Urbano di Aguzzano, con una superficie di circa 60 ettari, si trova nella periferia nord est di Roma, compreso tra i quartieri di Rebibbia, Casal de’ Pazzi, S. Basilio e Podere Rosa, tra le vie Tiburtina e Nomentana. L’Associazione Casale Podere Rosa è impegnata da alcuni mesi in un’indagine conoscitiva del parco, per studiare i “servizi ecosistemici” che l’area verde rende alla cittadinanza. Si tratta di un progetto di ricerca scientifica svolto insieme a un gruppo di dieci cittadini volontari del quartiere opportunamente formati e coordinati dall’associazione ed è, pertanto, una tipica attività di “citizen science” svolta in un’area – il parco di Aguzzano – molto amata dalla cittadinanza.

Quante tonnellate annue di inquinanti atmosferici la copertura vegetale del parco riesce a trattenere? Quante affezioni respiratorie e malattie letali il nostro parco ci evita ogni anno? Quante spese sanitarie ci fa risparmiare? Lo studio che l’Associazione Casale Podere Rosa sta svolgendo, aiuterà a capirlo.

Incontriamo Stefano Petrella, coordinatore scientifico del progetto

Come si svolge la vostra ricerca?

Abbiamo suddiviso la superficie del parco di Aguzzano in due sottozone: una zona prevalentemente alberata e una prevalentemente occupata da prato e piccole coltivazioni e in queste zone abbiamo stabilito in maniera random 119 aree di campionamento della vegetazione, ciascuna di circa 300 mq. Per svolgere questa parte preliminare abbiamo utilizzato un software GIS open source, gratuito e disponibile per tutti (QGIS). Nelle aree individuate abbiamo effettuato il censimento di tutti gli alberi e arbusti presenti. Per gli alberi in particolare abbiamo registrato la specie e misurato con una procedura standard l’altezza, la circonferenza del tronco, l’area di insidenza (ampiezza della proiezione a terra della chioma), le coordinate geografiche di ciascun albero all’interno dell’area di campionamento e il loro stato di salute. Tutti questi dati una volta ultimate le analisi forniranno i principali parametri per definire la struttura dell’ecosistema, l’indice di superficie fogliare (LAI – Leaf Area Index) e tutte le altre variabili necessarie a caratterizzare i servizi ecosistemici resi dalla foresta urbana di Aguzzano. I valori delle concentrazioni degli inquinanti atmosferici sono stati acquisiti tramite le stazioni di monitoraggio di ARPA Lazio mentre i valori delle precipitazioni sono stati acquisiti tramite ARSIAL. Le analisi vengono effettuate tramite il software ad accesso libero i-Tree Eco che utilizza il modello matematico UFORE (Urban Forest Effects) sviluppato dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

L’obiettivo della ricerca è quello di valutare l’importanza del parco nella riduzione dell’inquinamento atmosferico locale e fornire un indice di rimozione di O3, PM2,5, CO, NO2 e SO2 da parte delle diverse tipologie di piante (conifere, latifoglie sempreverdi e latifoglie decidue). Intendiamo inoltre produrre una stima, almeno orientativa, del valore economico di questi servizi ecosistemici. In definitiva intendiamo dimostrare che un’importante forma di valorizzazione del territorio consiste nella tutela e gestione dei parchi e delle foreste urbane, perché questo produce benefici di lunga durata per l’intera comunità.

Qual è la situazione attuale nelle nostre città? E con quali conseguenze sulla salute e sull’ambiente?

Attualmente la metà della popolazione mondiale vive nelle metropoli e nelle città mediograndi. L’ONU stima che entro il 2050 oltre 6 miliardi di persone saranno concentrate nelle megalopoli del mondo e ciò genererà problemi di gestione, riduzione dei servizi, abbassamento della qualità della vita, tensioni sociali e gravi emergenze ambientali. Ma già oggi l’inquinamento atmosferico nelle grandi città è un killer silenzioso. L’OMS ha valutato che nel 2012 le polveri sottili e ultrasottili generate dai riscaldamenti domestici e dal traffico veicolare e l’ozono troposferico (quello col quale entriamo in contatto) hanno causato almeno sette milioni di decessi nel mondo – soprattutto bambini e anziani – scatenando malattie cardiovascolari, respiratorie e tumori. La copertura vegetale è in grado di rimuovere grandi quantità di inquinanti atmosferici e di polveri sottili e di migliorare sensibilmente la qualità dell’aria e la salute dei cittadini.

Che cosa sono le foreste urbane?

La FAO definisce “urban forest” l’insieme delle aree verdi urbane e peri-urbane, comprese le aree boscate di parchi, giardini e ville storiche, le alberature stradali, il verde condominiale, alberi e cespugli delle superfici abbandonate in via di ri-naturalizzazione. Le foreste urbane costituiscono le infrastrutture verdi che collegano le città con le campagne circostanti e rivestono pertanto l’importante ruolo di corridoi ecologici.

Che cosa sono i servizi ecosistemici? Quali sono i loro effetti sulla città, sulle persone e gli animali?

Gli “Ecosystem Services”  sono i benefici che gli ecosistemi naturali e seminaturali rendono alle comunità locali. I servizi ecosistemici associati alle foreste urbane – a patto che queste siano manutenute e ben gestite – sono numerosi. Oltre alle funzioni di tipo sociale e ricreativo, meno note ma altrettanto importanti sono la mitigazione dell’effetto “isola di calore” delle grandi città, l’isolamento termico a beneficio degli edifici prossimi alle aree verdi con conseguente riduzione delle spese di riscaldamento e raffrescamento, l’isolamento acustico, l’assorbimento delle acque meteoriche e la decongestione delle reti fognarie, la fitodepurazione delle acque superficiali, l’effetto barriera contro gli eventi atmosferici anomali, la protezione del suolo dai fenomeni di inaridimento ed erosione, la conservazione della biodiversità animale e vegetale e l’abbattimento dei principali inquinanti atmosferici, quali ozono, monossido di carbonio, polveri sottili, biossido di azoto e biossido di zolfo.

Come avviene la riduzione dell’inquinamento atmosferico da parte delle foreste urbane?

Le foglie interagiscono con gli inquinanti atmosferici in tre modi principali: fase solida (gli inquinanti penetrano attraverso gli stomi delle foglie e reagiscono con i tessuti fogliari); fase gassosa (le piante emettono numerosi composti chimici organici volatili che reagiscono con gli inquinanti); fase liquida (gli inquinanti entrano in soluzione con pioggia, neve o rugiada e successivamente reagiscono con i componenti delle cellule vegetali). Tutti questi processi sono influenzati dalla specifica concentrazione degli inquinanti, dalla radiazione solare, dalla velocità del vento, dalla struttura e dalla composizione vegetale delle foreste urbane.

Perché avete deciso di attivarvi, cosa vi ha spinto?

La nostra associazione da più di venti anni svolge attività di tutela e valorizzazione del parco (il Casale Podere Rosa si trova proprio a poche centinaia di metri dal parco). Tra le altre cose abbiamo svolto numerose attività di didattica ambientale con le scuole del territorio, censimenti della fauna e della flora, abbiamo creato un grande orto urbano – l’Orto Giardino di Aguzzano – oggi autogestito dai cittadini, tutt’ora teniamo in vita un frutteto didattico di varietà frutticole del Lazio a rischio di erosione genetica e siamo pertanto inseriti nella Rete di Conservazione e Sicurezza istituita dall’ARSIAL. Inoltre in passato abbiamo dato vita al Centro di Cultura Ecologica, che aveva tra i suoi scopi l’approfondimento delle conoscenze sul parco e la diffusione della cultura ecologica, e alla Biblioteca “Fabrizio Giovenale”, biblioteca tematica ad indirizzo scientifico e ambientale che oggi prosegue la sua attività come Biblioteca Passepatout del Casale Podere Rosa.

Qual è la storia del parco e quali sono le sue condizioni?

Si tratta di un lembo di campagna romana divenuto parco nel 1989 dopo strenue battaglie dei cittadini. Attualmente fa parte delle aree protette gestite dall’ente regionale Roma Natura (in rete sono disponibili numerose informazioni sul parco, la sua origine e la sua storia). Risente, come molte altre aree protette della città, di una cronica assenza di interventi di gestione, manutenzione e sorveglianza e presenta pertanto i tipici problemi di incuria (vandalismi, incendi, microdiscariche abusive con presenza di amianto, ecc). Tuttavia nel corso dei nostri censimenti abbiamo potuto constatare anche aspetti decisamente positivi quali un’area di rinnovamento spontaneo di vegetazione ripariale in un settore scarsamente frequentato e interessanti presenze faunistiche.

Qual è il ruolo del parco nel territorio in cui si inserisce?

Dal punto di vista sociale il parco è vissuto come un grande polmone verde, essenziale per migliorare la qualità della vita in quartieri densamente popolati e congestionati. Il fatto di essere costituito principalmente da vaste aree aperte di prato (63% dell’intera superficie) lo rende facilmente fruibile in condizioni di sicurezza da tutte le tipologie di cittadini. La nostra ricerca dimostrerà che oltre alle funzioni ricreative ed estetiche (peraltro importantissime per la comunità residente), il parco produce anche servizi ecosistemici altrettanto importanti per il benessere psicofisico. Dal punto di vista ecologico il parco di Aguzzano contribuisce ad una sorta di corridoio biologico che collega la campagna romana della Marcigliana a nord, con la città, attraverso l’Aniene, il Tevere, Villa Ada, Villa Glori e Villa Borghese.

Chi ha elaborato i risultati e che cosa evidenziano?

Siamo ancora in fase di elaborazione e di questo ci occupiamo essenzialmente in due persone che hanno competenze scientifiche, un po’ più di tempo e hanno dedicato più ore all’apprendimento del software i-Tree. I primi dati, scorporati però da un’analisi di contesto più ampia, ci dicono che la vegetazione di Aguzzano rimuove ogni anno oltre 2 tonnellate di inquinanti atmosferici e produce oltre 163 tonnellate di ossigeno. Inoltre trattiene nei tessuti vegetali 1,2 tonnellate di carbonio e ne sequestra ogni anno circa 70. Anche le precipitazioni atmosferiche assorbite dalla superficie del parco che andranno a ricaricare la falda acquifera (invece di allagare le strade, caricarsi al suolo di inquinanti e finire in fogna) sono interessanti: si tratta di 3.700 m3 di acqua ogni anno.

Chi ha finanziato il progetto e quali sono i costi?

Il progetto è interamente ideato, autoprodotto e autofinanziato dall’Ass. Casale Podere Rosa. Questo, che per noi può essere anche un vanto, vuol dire però che la pubblica amministrazione è ancora una volta indifferente alle proposte che vengono dalla società civile. E tuttavia, le analisi che contiamo di concludere entro la primavera 2018 e descrivere attraverso un report pubblico, saranno indirizzate, oltre che all’informazione e alla sensibilizzazione della cittadinanza, anche a verificare la volontà degli amministratori pubblici di recepire i problemi e assumersi le proprie responsabilità. Infatti la corretta gestione delle aree verdi, così come la valutazione dei servizi ecosistemici sono obiettivi chiave della strategia 2020 dell’Unione Europea. Per quanto riguarda i costi, sono difficilmente quantificabili. Zero euro per i software, perché QGIS e i-Tree sono liberi. Per i censimenti ci siamo mossi soprattutto a piedi e in bicicletta, essendo tutti i rilevatori residenti in zona, quindi i costi di spostamento sono stati trascurabili; per i materiali abbiamo utilizzato quelli già in nostro possesso (calibri e metro forestale a nastro). Abbiamo speso qualche decina di euro per le fotocopie delle schede di rilevamento. La voce però più impegnativa è il tempo di lavoro (addestramento sul software, censimenti, elaborazione dati, consultazione della letteratura scientifica, scrittura del report). Tutta questa parte è fatta completamente a titolo volontario e ciascuno di noi ha utilizzato il proprio tempo libero. Abbiamo presentato una richiesta di finanziamento (bando otto per mille della chiesa valdese) per realizzare una seconda fase, di approfondimento, del progetto, che se verrà accolta ci consentirà di acquisire una strumentazione un po’ più efficiente e di pagarci qualche ora di lavoro. Ma questo, in caso, sarà per il futuro.

Qual è la durata complessiva del progetto?

Il progetto è iniziato a giugno 2017 e terminerà, salvo imprevisti, a maggio-giugno 2018 con la presentazione del report conclusivo. Quindi, diciamo 12 mesi.

Per chi volesse saperne di più, info: Stefano Petrella 3498176498 info@centrodiculturaecologica.it

QUI il sito web

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

Spreco di cibo: ecco i dati sullo spreco domestico di 400 famiglie italiane nell’ambito del progetto Reduce

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Presentati a Roma i dati sullo spreco domestico monitorati su campione statistico di 400 famiglie italiane nell’ambito del progetto Reduce promosso dal Ministero dell’Ambiente con l’Universita’ di Bologna e la campagna Spreco Zero.

Il 2018 sarà l’anno zero per le rilevazioni sullo spreco del cibo in Italia: perché per la prima volta arrivano i dati reali sullo spreco alimentare nelle nostre case, integrati da rilevazioni nella grande distribuzione e nelle mense scolastiche. Gli innovativi monitoraggi, su campione statistico di 400 famiglie di tutta Italia – e su campioni significativi di scuole, iper e supermercati italiani – sono stati realizzati dal progetto Reduce del Ministero dell’Ambiente con l’Università di Bologna – Distal, e il partenariato dell’Università della Tuscia – Deim, del Politecnico di Milano – Dica e L’Università di Udine – Deis. Nell’ambito della campagna Spreco Zero di Last Minute Market e in vista della V Giornata Nazionale di prevenzione dello spreco alimentare – in agenda il 5 febbraio 2018 – hanno illustrato i dati oggi al MAXXI il Sottosegretario al Ministero dell’Ambiente Barbara Degani con i promotori dell’iniziativa: Andrea Segrè, fondatore di Last Minute Market e della campagna Spreco Zero e Luca Falasconi, coordinatore del progetto Reduce/60 SeiZERO del Min. Ambiente.

Ogni giorno fra ciò che rimane nel piatto nel frigo e nella dispensa di casa gli italiani gettano 100 grammi di cibo: una quota che moltiplicata per 365 giorni all’anno ci porta a 36,92 kg di alimenti, per un costo di 250 € all’anno. Lo hanno rilevato i Diari di Famiglia dello spreco, eseguiti con scrupolosa annotazione quali-quantitativa da parte di 400 famiglie di tutta Italia: per una settimana, sotto il coordinamento di Claudia Giordano ricercatrice dell’Università di Bologna, hanno preso nota del cibo gettato, della tipologia e delle cause che hanno determinato lo spreco. Reduce ha accertato che ogni famiglia getta 84,9 kg di cibo nel corso dell’anno: a livello nazionale significa sprecare circa 2,2 milioni di tonnellate di cibo in un anno, per un costo di 8,5 miliardi €. circa lo 0,6% del Pil. La famiglia media spreca circa 1,5 kg di cibo ogni settimana e il pasto incriminato e’ la cena, quando si spreca in media 1 volta e ½ piu’ che a pranzo. Guida l’infausta ‘hit’ dei cibi gettati la verdura, che ciascuno di noi sperpera ogni giorno, in media, per quasi 20g, pari al 25,6% dello spreco totale giornaliero (in un anno significa sprecare 7,1 kg di verdure). Subito dopo il latte e latticini con 13,16 g al giorno pari al 17,6% dello spreco totale giornaliero, per 4,8 kg all’anno. A seguire la frutta (12,24 g) e i prodotti da forno (8,8 g). Le cause? Aver raggiunto o superata la data di scadenza o essere andato a male nel 46% dei casi, e aver gettato il cibo che non era piaciuto (26%). Rilevazioni importanti anche dal monitoraggio sulla grande distribuzione avviato dal progetto Reduce con il coordinamento di Silvio Franco e Clara Cicatiello del DEIM dell’Università della Tuscia. Pesa 9,5 kg/anno per mq di superficie di vendita lo spreco negli ipermercati e 18,8 kg/anno per mq nei supermercati. Tradotto per ogni cittadino italiano significa una produzione di spreco di 2,89 kg/anno pro capite, vale a dire 55,6 gr a settimana e 7,9 gr al giorno. Il 35% di questo spreco potrebbe essere recuperabile a scopo alimentazione umana. In termini economici, l’incidenza dello spreco alimentare sul fatturato dei punti vendita è sotto l’1% per gli ipermercati, e di circa 1,4% per i supermercati. Le rilevazioni hanno preso in esame 16 punti vendita, di cui 3 ipermercati (oltre 2.500 m2) e 13 supermercati (da 600 a 2.500 m2).  Ma si spreca anche nelle mense scolastiche: lo studio pilota di Reduce, sotto il coordinamento di Matteo Boschini ricercatore dell’Università di Bologna, ha coinvolto 73 plessi di scuola primaria, 35 dei quali in Emilia-Romagna, 25 in Lazio e 18 in Friuli-Venezia Giulia. Hanno partecipato 11.518 soggetti fra studenti e personale scolastico, per un totale di 109.656 pasti monitorati. I dati evidenziano che quasi 1/3 del pasto viene gettato, il 29,5%: si tratta di 120 grammi di cibo per ogni studente a fronte di pasti che offrono ca 534 grammi di cibo pro capite. Lo spreco è ripartito fra avanzi dei piatti (16,7%), cibo intatto lasciato nella mensa (5,4%) e cibo intatto portato in classe (pane e frutta, 7,4%). Il cibo meno gradito agli studenti è la frutta, in testa al gradimento dei bambini il ‘secondo’ piatto.

«Quello della lotta allo spreco è un caso che porto come fiore all’occhiello del mio mandato al Ministero dell’Ambiente – ha dichiarato il Sottosegretario Barbara Degani – Abbiamo iniziato con Expo ad occuparcene e la sinergia tra Reduce e il Premio Vivere a Spreco Zero ha prodotto ottimi risultati. Le stime del 2015 evidenziavano come si sprecassero 63 Kg di cibo a testa. I dati emersi dal progetto Reduce indicano come vi sia un calo dello spreco a livello domestico e le indagini fatte con i Diari di famiglia ci hanno dimostrato come lo spreco si sia attestato oggi sui 37 kg pro capite. Questo sta a dimostrare che una corretta campagna di sensibilizzazione concertata tra Istituzioni come in questo caso Ministero Parlamento e Università possa produrre grandi risultati».

«Vent’anni fa – ha osservato l’agroeconomista Andrea Segrè – da uno studio della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna nasceva Last Minute Market, emblema del recupero del cibo e della prevenzione dello spreco alimentare, ispirato all’iniziativa di recupero di ortofrutta a fini solidali attiva al Centro AgroAlimentare di Bologna sin dal 1981: quasi 40 anni fa! Dal 2010 la campagna e il movimento Spreco Zero diventavano sinonimo di un orizzonte più sostenibile in Italia e in Europa. Oggi i primi test sullo spreco reale e non stimato dimostrano che la sensibilizzazione si ‘tocca’ con mano: lo spreco domestico vale il 40% in meno rispetto all’ultimo Rapporto Waste Watcher 2016. Bilancia e taccuino alla mano, gli italiani sprecano circa 37 kg di cibo all’anno contro il doppio circa del dato precedente, con un risparmio di 110 € in 365 giorni. Adesso è il momento di rilanciare su due proposte chiave: l’inserimento dell’educazione alimentare come materia di studio dalle scuole Primarie, e la richiesta di una normativa comune europea da promuovere anche attraverso l’Anno europeo dedicato alla prevenzione dello spreco alimentare».

«Per la prima volta – ha spiegato il curatore del progetto Reduce Luca Falasconisiamo riusciti a tracciare la fotografia reale del rapporto che gli italiani hanno con il cibo. Emerge quanto potere possa esercitare ciascun consumatore nella prevenzione dello spreco alimentare: sia quando acquistiamo che quando prepariamo e consumiamo il cibo a casa o in mensa. E’ incredibile ma vero: non è necessario compiere rinunce per dare il proprio contributo. Dobbiamo solo accrescere la nostra familiarità rispetto al cibo: conoscerlo meglio ci insegna a non sprecare e a nutrirci in modo più sano e rispettoso dell’ambiente nel quale viviamo».

La V Giornata Nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare ha intrecciato arte e sensibilizzazione, quest’anno: al MAXXI hanno fatto il loro debutto in anteprima due progetti promossi da Reduce/60 SeiZERO e campagna Spreco Zero che saranno circuitati in tutta Italia nel corso dell’anno.

La mostra “Primo non sprecare, secondo Altan. Lo spreco formato vignetta” è un percorso espositivo con 10 tavole ideate dal geniale cartoonist. Il tratto inconfondibile e la fulminea ironia di Altan hanno immortalato le sirene delle offerte 2×3, la bulimia da acquisto al supermercato e altri momenti di ordinaria quotidianità sprecona dei consumatori italiani. Contesti nei quali è facile riconoscersi e specchiarsi mettendo a fuoco le piccole/grandi abitudini e disattenzioni che ci portano ad accumulare il cibo che non riusciremo a consumare. La mostra sarà allestita dal 5 all’8 febbraio nella sede ENPAM di Piazza Vittorio a Roma, visitabile con ingresso libero dalle 10 alle 17. E dopo l’anteprima del Maxxi sarà in scena in nuove location in Italia la video installazione Centogrammi del videoartista Paolo Scoppola, presentata in anteprima stamane. L’opera agisce su alcuni concetti chiave: quello dell’equilibrio, innanzitutto: comprare cibo nella “giusta” quantità è il valore da perseguire. L’abbondanza e l’eccesso possono presto trasformarsi in spreco. L’equilibrio è il segreto per fruire l’installazione al meglio, così come per fruire al meglio il cibo tutti i giorni. L’installazione si attiva mentre il pubblico entra in sala: un grande schermo riproduce flussi colorati che rappresentano il cibo e che scorrono lentamente da un’estremità all’altra. Le persone si avvicinano allo schermo e appaiono, in primo piano, le loro sagome riflesse. I flussi colorati entrano nei corpi degli spettatori mentre i movimenti delle sagome generano forme astratte ed attraenti: questo significa che stia ci stiamo nutrendo e stiamo producendo bellezza, cioè valori positivi. Se invece siamo portati a esagerare e ad assorbire più cibo del necessario, finiremo per produrre forme sgradevoli. E’ la metafora di come gestiamo le nostre scorte alimentari: stiamo consumando cibo in eccesso, generiamo spreco e questo rovina l’equilibrio della scena. L’installazione è progettata per affinare la nostra percezione del nostro “disequilibrio” nel rapporto col cibo, ogni giorno.

 

Fonte: ecodallecitta.it

PURO, permacultura e sostenibilità arrivano in città

A Roma, Gianni Marotta e Fabio Pinzi hanno inaugurato il secondo anno di attività di PURO con un incontro dedicato alla permacultura e alla medicina naturale e omeopatica, sottolineando alcuni concetti chiave per la sostenibilità urbana e presentando alcune attività previste per il 2018. Il Centro Studi e Pratiche sulla Sostenibilità urbana detto PURO (permacultura urbana Roma) inizia il suo secondo anno di attività. Il centro è nato per permettere a chi si interessa di sostenibilità e permacultura e a chi vuole creare relazioni di valore, di incontrarsi e creare sinergie.orto-per-anna

La permacultura racchiude tecniche di progettazione sistemiche basate sull’ecologia in cui l’uomo impara ad integrarsi e a gestire i flussi di materia, energia, capacità produttiva e soddisfazione personale agendo secondo natura e non contro, appunto integrando le proprie esigenze a quelle dell’ambiente di riferimento. Il Puro è ospitato al CIMI (centro di medicina integrata) che lo supporta e ne è anima fondante. Il CIMI, grazie al dott. Gianni Marotta, si occupa di salute, consapevolezza ed è un polo culturale a 360 gradi. Frequentatissimo il corso, per non professionisti, di medicina naturale e omeopatica che integra le conoscenze pratiche cliniche e specialistiche con quelle dei saperi tradizionali millenari o complementari già molto sperimentate. L’obiettivo è far crescere il pubblico nella gestione della propria salute attivando risorse personali per un benessere complessivo. Mercoledì 10 Gennaio, in una serata aperta al pubblico, Gianni Marotta ha evidenziato come ogni organismo umano sia strettamente collegato al modo di produrre il proprio cibo, alla consapevolezza che si acquisisce del luogo in cui vive, dei propri scarti e della capacità di presenza mentale in una data situazione. Essere custodi della propria salute non può prescindere dall’essere custodi del posto in cui si vive.Ciò che accomuna percorsi personali di crescita in consapevolezza e la permacultura è proprio l’etica su cui poggia un sistema riprogettante sostenibile. P_20170120_170738_1_p

Fabio Pinzi, agronomo dell’Accademia Italiana di Permacultura, durante la serata, ha rimarcato la necessità urgente di riprendersi la delega totale all’industria che, dal dopoguerra in poi, ha creato un distacco pericoloso della popolazione dalle scelte e dal controllo della propria produzione di cibo. Il 2% della popolazione mondiale coltiva per il restante 98% con pesanti perdite in termini di biodiversità, fertilità del suolo, qualità e gusto del cibo e gestione finanziaria del costo dei prodotti a tutto vantaggio dell’industria agrochimica e non dell’agricoltura. Il CIMI, il Puro e tutte le persone che condividono esperienze, competenze e voglia di creare, a Roma, una comunità resiliente, sono riusciti in quest’anno ad aggregare già molte persone e realtà del territorio. Ci si incontra, si sperimenta e si cresce insieme. Anche quest’anno sta partendo il corso base (PDC di 72 ore) di permacultura. In tutto 5 weekend, 2 al mese più vari altri weekend di approfondimento. Imparare a riprogettare la propria vita acquisendo strumenti concreti per un approccio sistemico alla complessità del reale sono il fondamento per creare o connettere realtà rigenerative del terreno, della comunità e di se stessi.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/puro-permacultura-e-sostenibilita-arrivano-in-citta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Roma, la rivoluzione del porta a porta: rifiuti tracciati col chip per la tariffazione puntuale

Si parte dal X municipio dove i contenitori saranno dotati di tecnologia RFID, basata su tag e chip che consentono di tracciare i conferimenti di ogni singola utenza offrendo una conoscenza precisa di ciò che viene buttato. Novità per la raccolta rifiuti a Roma. La sindaca Virginia Raggi ha presentato il nuovo modello di raccolta differenziata “porta a porta”  che garantisce porterà un “miglioramento dei servizi, maggiore efficienza ed economicità e più alte percentuali di raccolta”. Quello che è sicuro per adesso è che Roma sarà la prima capitale europea ad utilizzare quasi esclusivamente contenitori e mezzi intelligenti dotati di tecnologia RFID, basata su tag e chip che consentono di tracciare i conferimenti di ogni singola utenza offrendo una conoscenza puntuale di quello che viene buttato e quindi la possibilità di applicare la tariffazione puntuale. Fino ad ora infatti questo sistema è stato adottato solo da comuni ben più piccoli di Roma o solo per alcune fasi della raccolta, come a Milano.

Come funziona la tecnolgia RFID

In base al tipo di raccolta esistono differenti contenitori per rifiuti: sacchetti, mastelli, bidoncini, bidoni e carrellabile in generale, con capacità variabile. Il sistema RFID può prevedere l’apposizione dei tag/transponder, il cui microchip è associato al Codice Utente di ogni cittadino, sui sacchetti (tag a perdere), oppure sui bidoncini/mastelli di plastica (tag a recupero). La rilevazione e l’identificazione dei sacchi e/o dei contenitori avviene al momento del prelievo in diverse modalità: identificazione volontaria, ossia tramite un operatore, oppure automatica; identificazione fissa oppure mobile ed identificazione massiva degli item, quando più sacchetti sono contemporaneamente tracciati. I dati raccolti sono poi trasmessi automaticamente al sistema informatico del comune o dell’ente preposto all’emissione delle bollette, che registra il codice utente, la data e l’ora del ritiro, il veicolo e l’operatore che hanno effettuato il servizio, attribuendo così la precisa tassazione al relativo utente.Scenario-Gestione-Raccolta-Rifiuti-RFID-Oberon-350

Si parte nel X Municipio, dove il nuovo modello porta a porta sarà applicato a tutti i 230.000 abitanti, superando l’attuale doppio sistema in cui la raccolta domiciliare convive con quella stradale. Un sistema inefficace che ha provocato anche il fenomeno della migrazione dei rifiuti: chi non ha voglia di fare la differenziata porta a porta, va a pesare con i suoi rifiuti sui contenitori stradali più vicini, creando disagi e degrado. Parallelamente al X Municipio, anche il VI Municipio parte con il nuovo modello per superare le criticità del sistema attuale. Sono altri 260mila abitanti e 4mila utenze non domestiche. Si arriverà quindi a circa 490mila abitanti e 8000 utenze non domestiche: l’equivalente di una grande città italiana. Nel corso del 2018 toccherà ai Municipi IX, VIII, I e II. Dal 2019, lo stesso modello sarà esteso al resto della città. Un numero sempre crescente di città italiane gestisce i rifiuti mediante l’identificazione a radiofrequenza (RFID) ottenendo un importate beneficio per l’ambiente e un vantaggio diretto per le tasche dei cittadini. In Piemonte il Consorzio Chierese per i Servizi, una struttura che associa 19 comuni della provincia torinese, utilizza da tempo la tracciabilità dei rifiuti. In Lombardia l’Amsa società che gestisce la raccolta rifiuti e la pulizia stradale nelle città di Milano e nei comuni limitrofi, ha adottato, già nel 2008, la tecnologia RFID per velocizzare il riconoscimento di un parco che conta oltre mille automezzi. Tra gli obiettivi del progetto, l’identificazione della tipologia di rifiuti trasportati durante la fase di pesatura. In Emilia-Romagna, a San Vito di Spilamberto, provincia di Modena, si usa una card RFID per aprire i cassonetti della raccolta differenziata ogni volta che si deve gettare la spazzatura. I camion che li svuotano sono dotati di appositi sensori in grado di pesare automaticamente il carico di immondizia. Le altre regioni in cui viene utilizzata con successo la tecnologia RFID sono la Toscana, il Veneto, le Marche, l’Abruzzo e la Puglia.

“Per noi ‘rifiuti zero’ è un obiettivo concreto da perseguire con impegno e determinazione – ha dichiarato Virginia Raggi – Il nuovo modello di raccolta è il primo passo operativo per raggiungere due importanti obiettivi della nostra pianificazione per Roma: 70% di raccolta differenziata per fine mandato e applicazione della tariffa puntuale”.

Fonte: ecodallecitta.it

Clima ed energia: Roma fa sul serio

Lo scorso 14 novembre l’Assemblea Capitolina ha approvato l’adesione di Roma al Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia, la principale iniziativa a livello europeo che coinvolge le città nella lotta al cambiamento climatico.9696-10471

Dopo un passaggio in Giunta Comunale (memoria numero 62 del 9 ottobre) e l’approvazione in Commissione Ambiente (3 novembre), l’atto è stato sancito ufficialmente dall’Assemblea Capitolina, terminando quindi il suo iter procedurale. Ora ci si concentrerà nella redazione del Piano di Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC), lo strumento operativo che dovrà dimostrare, in pratica, come la città di Roma intende raggiungere gli obiettivi che si è prefissata con l’adesione al Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia e ben sapendo che l’obiettivo minimo da raggiungere è una riduzione del 40% delle emissioni di gas climalteranti sul territorio della città entro il 2030. Oltre alla riduzione delle emissioni (mitigazione), il PAESC dovrà contenere anche una valutazione preliminare di resilienza, propedeutica ad una vera e propria Strategia per l’Adattamento. La Commissione Europea concede due anni dalla data di adesione, quindi Roma dovrà presentare il proprio PAESC entro il 14 novembre 2019. Ricordiamo che Roma aveva già aderito al Patto dei Sindaci nel 2009 e il Piano di Azione per l’Energia Sostenibile (PAES) che fu adottato nel 2013, in realtà non fu mai attuato e le azioni in esso contenute furono presto dimenticate. Le Amministrazioni che si sono succedute tra il 2009 e il 2015, evidentemente, non hanno creduto nell’importanza di questo percorso. La Giunta Raggi, presa visione della situazione e del ritardo accumulato dalle precedenti Amministrazioni, ha deciso di proporre la revoca del precedente PAES, consapevole che ciò che non fu fatto in 10-12 anni non avrebbe potuto farsi in 3-4 (tanti ne rimanevano al 2020, orizzonte temporale per il PAES). La revoca è stata necessaria anche per un’altra ragione, prettamente politica, è cioè il fatto che il precedente PAES non rispondeva alla visione di città sostenibile che la nuova Amministrazione intendeva portare avanti. Nel nuovo PAESC, che ha un orizzonte temporale al 2030 in quanto si riferisce alle città che hanno aderito al Patto dei Sindaci dopo il 2015, confluiranno le visioni e le strategie settoriali già in atto con la nuova Amministrazione, a cominciare dal Piano per la gestione dei Materiali Post-Consumo (PMPC) che sarà di supporto al fine di calcolare la riduzione delle emissioni, con la nuova politica, nell’ambito del ciclo dei rifiuti; tema quello dei rifiuti che era stato escluso nel precedente PAES. Inoltre, il Piano Urbano per la Mobilità Sostenibile (PUMS) che contribuirà nel PAESC per quanto riguarda il settore dei trasporti e un pacchetto di azioni sono state già identificate. Ancora, le Linee di indirizzo per Smart City che daranno un contributo importante al PAESC al fine di rendere la nostra città più vivibile e inclusiva. Questi e altri piani di settore strategici comporranno il PAESC che darà una fotografia omogenea e olistica della città al 2030, ma partendo da adesso, con azioni che sono già in campo. Ridurre le emissioni di gas climalteranti significa risparmiare energia, soprattutto quella da fonte fossile. Risparmiare energia significa liberare risorse economiche che possono essere utilizzate per altri scopi. Le azioni che saranno inserite nei Piani settoriali e, in ultima analisi, nel PAESC, saranno azioni credibili e fattibili, con un piano economico-finanziario ben delineato. La sfida è enorme, Roma ha una superficie che è dieci volte Parigi e diversi Municipi sono più grandi e popolati di città come Genova, Reggio Emilia e tante altre città italiane. Per questo si lavorerà tutti insieme: Roma Capitale, Municipi, Cittadini, Associazioni di categoria ed imprese con un unico obiettivo: rendere Roma una città sostenibile e resiliente.

 

Fonte: ilcambiamento.it

In dicembre, a Roma, gli internauti si mobilitano per donare un Natale differente ai senzatetto grazie alle proprie ricerche sul web

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(Roma, 1 dicembre 2017). L’operazione “Un Sorriso Per Natale”, che avrà luogo dal 4 al 23 dicembre, è un’iniziativa del motore di ricerca Lilo.org lanciata dalla studentessa romana Federica Fusco. L’obiettivo dell’operazione è condividere un momento di scambio e convivialità con le persone senza fissa dimora della Capitale.

L’operazione inizierà il prossimo 4 dicembre con la raccolta fondi “gratuita” per finanziare regali di Natale per le persone senzatetto. Gli internauti potranno raccogliere gratuitamente il denaro semplicemente attraverso le loro ricerche sul motore di ricerca Lilo.org. Potranno inoltre lasciare dei messaggi di solidarietà sul sito dell’operazione, messaggi che verranno consegnati alle persone senza fissa dimora assieme ai regali.

La campagna terminerà il 23 dicembre. La giornata inizierà alle ore 10.40 in Piazza della Repubblica a Roma, dove i volontari del motore di ricerca solidale assegneranno differenti quartieri della città agli internauti. Il punto principale dell’operazione sarà il momento di condivisione e d’incontro, nel quale gli internauti volontari offriranno ai senzatetto i messaggi raccolti durante il mese di dicembre e dei regali scelti proprio dai senzatetto stessi. Gli internauti che desiderano partecipare all’iniziativa possono scrivere i loro messaggi ed iscriversi alla distribuzione sul sito dell’operazione Natale.lilo.org.

A Roma, più di 20 persone, tra le quali i primi utilizzatori di Lilo, hanno già risposto positivamente per condividere questo momento di solidarietà con le persone senzatetto. Il motore di ricerca Lilo lancia un appello ai romani per partecipare, attraverso piccoli e semplici gesti, ed esprimere il proprio sostegno alle persone senza fissa dimora.

La campagna Un Sorriso Per Natale è stata realizzata in altre città europee. Lo scorso anno, a Parigi, hanno partecipato più di 400 volontari e sono stati ricevuti quasi 15000 messaggi di speranza per le persone senzatetto (Operation Joyeux Noel).

 

Un Sorriso Per Natale, dal 4 al 23 dicembre 2017 – natale.lilo.org 

1.     Per partecipare gratuitamente alla raccolta fondi : utilizzare il motore di ricerca Lilo.org/it

2.     Per personalizzare la propria partecipazione : scrivere un messaggio di solidarietà sul sito; questo sarà trascritto su delle grandi buste rosse e consegnato, insieme ai regali, ad ogni persona senzatetto incontrata.

3.     Per iscriversi e partecipare all’incontro e alla distribuzione dei regali del 23 dicembre : gli internauti possono partecipare iscrivendosi direttamente sul sito natale.lilo.org/. Il team dei volontari Lilo invierà una mail con tutte le informazioni utili e li accoglierà per consegnargli le buste con i messaggi degli internauti, dividerli in coppie e definire le loro rispettive zone geografiche.

 

Per tutto dicembre, gli internauti possono seguire le ultime novità del progetto Un Sorriso Per Natale sul sito dedicato all’operazione e sulle risorse sociali di Lilo.org (Facebook).

Per saperne di più su Un Sorriso Per Natale, cliccare qui

Ma cos’è esattamente il motore di ricerca Lilo.org?

Lilo.org ha l’obiettivo di diffondere la pratica di un web più etico, grazie ad un modello economico responsabile che finanzia progetti sociali ed ambientali. Durante tutto l’anno, questo motore di ricerca riversa il 50% dei propri profitti a progetti sociali e ambientali, attraverso un’apposita piattaforma. Ad ogni ricerca su Lilo.org, l’internauta guadagna una goccia d’acqua, simbolo del denaro genato con la propria ricerca e simbolo del motore di ricerca Lilo. L’internauta potrà in seguito donare le proprie gocce d’acqua ad uno o più progetti di sua scelta, classificati in quattro categorie: ambiente, sociale, salute, cultura. La Fondazione Slow Food per la Biodiversità che realizza 10 000 orti in Africa, rispettando la biodiversità e la cultura locale e promuovendo cibo buono, pulito e giusto per tutti o Made In Carcere che dona una seconda possibilità alle detenute e una seconda vita ai tessuti, sono esempi di azioni utili che Lilo ha deciso di sostenere dietro a “dei semplici click”. Dalla sua creazione in settembre, circa 90 000 ricerche mensili permettono di finanziare già 6 progetti in Italia.

Per saperne di più sul motore di ricerca solidale Lilo, cliccare qui

Per saperne di più sui progetti sostenuti da Lilo, cliccare qui

https://www.lilo.org/it/

https://www.facebook.com/Lilo-2071872019708188/

Fonte : 5minutiperlambiente.wordpress.com

 

Cresce al mercato dell’Alberone di Roma il progetto di recupero delle eccedenze alimentari

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Abbiamo intervistato Viola de Andrade Piroli che coordina il progetto di recupero cibo a Roma insieme a Francesco Fanoli e Yacouba Sangare attivo tutti i sabato al mercato dell’Alberone. Le esperienze e i progetti di recupero delle eccedenze alimentari promosse da Eco dalle Città continuano a crescere. Dopo il mercato di Porta Palazzo a Torino, i sei mercati di Milano insieme a all’associazione Recup, anche a Roma – e precisamente al mercato dell’Alberone – da sei settimane è attivo il progetto che grazie al mix di di italiani e rifugiati salva cibo ancora edibile dai rifiuti e contribuisce alla loro riduzione aiutando i più bisognosi. Abbiamo intervistato Viola de Andrade Piroli che coordina il progetto di recupero cibo a Roma insieme a Francesco Fanoli e Yacouba Sangare.mercato1

In quanti siete, da quanto tempo è attiva la raccolta delle eccedenze alimentari al mercato dell’Alberone a Roma e come sta andando il progetto?

Siamo in tre. Ovviamente io, Francesco Fanoli e Yacouba Sangare, un rifugiato della Guinea Conakri, arrivato a Roma l’inverno scorso ancora minorenne ed entusiasta di aiutarci tutti i sabato per il progetto. Con l’intervento di questo sabato siamo alla sesta settimana di recupero al mercato dell’Aberone e lo facciamo ogni sabato dalle 14,30 alle 17. Il progetto sta crescendo piano piano. La risposta da parte degli ambulanti del mercato è molto positiva. Nei primi interventi c’erano poche persone che venivano da noi a recuperare cibo, probabilmente per diffidenza. Ma dopo aver sparso la voce nel quartiere, con il comitato di quartiere e le parrocchie il numero di persone è aumentato. Adesso ci vengono a cercare e stiamo terminato tutto il cibo recuperato al mercato. Le persone con le quali ci interfacciamo non seguono i social, funziona il passaparola e bisogna creare un rapporto di tipo fiduciario, solo così

A oggi quali sono le quantità di cibo recuperato al mercato?

Nei primi interventi si recuperavano circa 50kg di invenduto, mentre oggi riusciamo a recuperare tra gli 80 e i 100 kg ogni sabato.

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Quali sono le reazioni di chi vi incontra al mercato?

Come già detto quelle degli ambulanti sono positive. Ci sono quelli entusiasti che ci sostengono, che mettono da parte per noi anche cibo che potrebbero tranquillamente vendere perché credono nel progetto mentre qualcuno è un po più polemico che dice che la gente che recupera da noi “ha i ristoranti, sono piene di soldi e non vogliono pagare”.

Anche tra gli avventori del mercato c’è entusiasmo, forse di circostanza. Ci guardano con simpatia e fanno i complimenti al progetto. Mentre quelli che recuperano alcune volte si commuovono, e capisci che sono persone che sono davvero in difficoltà. La maggior parte delle persone che vengono a recuperare sono anziani italiani e non. Molte volte chi recupera cibo è diffidente, preferisce continuare a frugare tra i rifiuti e quindi cerchiamo di instaurare un rapporto, convincendoli ad avvicinarsi al nostro banchetto cercando di restituire più dignità alle persone. È difficoltoso ma con un po di pazienza si riesce a conquistare la loro fiducia.

Foto di Andrea Sintini

Fonte: ecodallecitta.it

 

Roma: l’apicoltura arriva in città

L’associazione si chiama Api Romane e raccoglie un gruppo di apicoltori non professionisti con lo scopo di promuovere l’apicoltura urbana nella città di Roma.9668-10443

«Il nostro vuole essere un movimento culturale per diffondere i principi di biodiversità, sostenibilità e inclusione sociale – spiegano i promotori – Crediamo che la salvaguardia dei beni comuni della nostra Capitale e lo sviluppo di una sensibilità eco-sociale possano avvenire tramite il mondo dell’apicoltura. Il nostro obiettivo è quello di far diventare l’apicoltura il fulcro di una nuova ecologia urbana, tessendo un network cittadino di apicoltura sostenibile fondata sulla socializzazione, l’inclusione sociale e l’educazione ambientale per sensibilizzare le nuove generazioni. Sull’esempio di altre capitali europee, vogliamo creare oasi per le api e corridoi verdi per salvaguardare la biodiversità della nostra Capitale in collaborazione con varie realtà urbane fra cui orti sociali e associazioni ecologiste valorizzando così spazi verdi pubblici e privati per rendere Roma una città a misura d’ape».

Il progetto sul quale l’associazione sta lavorando attualmente si chiama “Api per il Lago” , nato dalla collaborazione tra Api Romane ed il “Forum territoriale permanente del parco delle Energie” che ha portato all’installazione di un apiario sociale e didattico autogestito.

«Questo progetto vuole essere un simbolo di resistenza alla cementificazione – aggiungono dall’associazione – di salvaguardia della biodiversità dell’area e uno strumento di sensibilizzazione ecologica. Per far ciò abbiamo avviato una progettazione collettiva dell’apiario e del “giardino delle api” tramite tavole rotonde e workshops di autocostruzione a cui stanno partecipando semplici cittadini, attivisti, apicoltori, ingegneri e alcune scuole del quartiere affinché il Lago e il parco attorno diventino effettivamente un bene comune.  Api Romane vuole far sì che iniziative del genere risveglino nella cittadinanza romana tutta il senso civico, la volontà di partecipazione “dal basso”, la cultura del verde pubblico e l’importanza della salvaguardia delle api. Nei prossimi mesi lanceremo una campagna per istituire una tavola rotonda fra apicoltori urbani e tutte quelle realtà cittadine che possono connettersi a questo nuovo modo di fare apicoltura per capire insieme come condividere i propri strumenti in una rete di azione diretta all’ecologia urbana».

Fonte:  ilcambiamento.it

Tlon, la libreria teatro che contamina il quartiere

Libreria teatro, casa editrice, agenzia di eventi e scuola di filosofia. Tutto questo è Tlon uno spazio nato a Roma qualche mese fa per favorire al suo interno l’incontro tra varie discipline e, soprattutto, quello tra gli abitanti del quartiere e della capitale. Arrivo trafelato alla fermata del tram vicino Ostiense. Andrea Colamedici – filosofo, scrittore, autore, docente di corsi e soprattutto editore di Tlon  – mi viene a prendere con la sua auto e dopo pochi minuti sono seduto accanto al nostro Paolo Cignini per realizzare questa nuova intervista. Lo spazio intorno a noi è molto accogliente. Tanti libri (ovviamente), ma anche un piccolo palco rialzato (un teatro! Verremo a sapere poco dopo) e poi riviste di settore, persone che lavorano, sedie di vario tipo.

Colamedici ci introduce al luogo in cui siamo: “Fin dalla sua nascita – ottobre 2016 – questo spazio vuole ibridare il teatro con la libreria, con l’obiettivo di mettere insieme una anima libresca e letteraria con la ricerca non solo di intrattenimento ma anche di conoscenza e approfondimento dello spazio scenico. Ecco perché abbiamo allestito questo spazio che desse possibilità di bivaccare, leggere o godersi lo spettacolo; vogliamo offrire una sorta di incontro tra varie arti e discipline, consapevoli che non si può immaginare la teoria senza la pratica e la pratica senza teoria”.

Chiedo a Colamedici quanto sia difficile aprire una libreria in un’epoca in cui molte chiudono e le persone acquistano sempre più i libri per via telematica. “Quello che manca a molte librerie è la capacità di smuovere la vita sociale del quartiere in cui è collocata. Una libreria indipendente muore quando vuole scimmiottare una libreria di catena mentre riesce a vivere e crescere quando entra in relazione con il territorio. Molte persone sono alla ricerca di luoghi di aggregazione. Noi cerchiamo di essere percepiti come uno di questi”.20161005_210804.jpg

Un motivo in più per non limitarsi alla vendita di libri, scegliendo invece di diventare un centro di incontro transgenerazionale: “Qui vengono tutti, dai bambini agli anziani che possono raccontare la loro esperienza agli altri, in un quartiere dove i rapporti umani sono sempre meno sviluppati. Questa idea sta funzionando, anche economicamente: non diventi ricco con una libreria, questo è chiaro, ma ce la facciamo, la struttura si autofinanzia, paga gli stipendi e mette in circolazione la fame di conoscenza che per noi è fondamentale”.

Una sfida notevole che ai miei occhi pare ancora più ardita considerando i libri offerti da Tlon: prevalentemente testi di filosofia, psicologia, spiritualità, con qualche spazio all’eco-sociale e ai nuovi stili di vita. Oltre ad esporre i propri libri (Tlon è anche casa editrice), qui vengono esposti anche volumi di altri editori: “esponiamo molto le altre case editrici, senza ‘affitto’. Non si può far pagare le piccole case editrici altrimenti muoiono. Quindi troviamo metodi alternativi di editoria, come il ‘lettore editore’, o i libri ‘da un centesimo in su’. Noi proponiamo i libri che normalmente le catene ignorano.IMG_20170713_1245515071.jpg

Che con la cultura non si mangi è un fatto falsissimo – continua Colamedici – con la cultura si mangia, anche con quella di alta qualità, ma bisogna investire sulla narrazione di quello che si fa. Noi, ad esempio, abbiamo eliminato la presentazione di libri, sostituendola con la narrazione del libro. Se decidi di approfondire un tema a partire da un libro puoi entrare in relazione reale con il pubblico. Stai costruendo un serpente editoriale e di eventi, fatto di tanti libri e tanti temi che vanno a comporre un simbolico grande libro”.

Anche la casa editrice sta andando bene. Non ha bisogno di finanziamenti esterni. “Abbiamo deciso di indirizzarci ad un pubblico interessato alla spiritualità attraverso libri di un certo spessore, ricostruendo un catalogo che non fosse consolatorio ma provocatorio. Avevamo la sensazione che ci fosse una grande necessità di questo genere di testi e i risultati ci hanno dato ragione. Poi ci occupiamo anche di altri temi. Uno dei nostri titoli di punta, ad esempio, è ‘L’asilo nel bosco’. Per noi è fondamentale pubblicare titoli di questo genere. Il rischio che corriamo, infatti, è quello di passare per una casa editrice di teoria filosofica; invece siamo una casa editrice di pratica filosofica”.monologhi

Gli chiedo quale sia la proposta teatrale che ospitano e propongono. “Cerchiamo di dare spazio alle compagnie teatrali nuove che non creino una narrazione autoriferita che ha ‘ucciso’ il pubblico. Vogliamo creare uno spazio in cui lo spettatore non si senta un ‘deficiente’, ma in cui si interessi sul serio a quello che vede. Ospitiamo, quindi, spettacoli che ti facciano sentire interessato a ciò che accade nel mondo. All’inizio proponevamo cinque spettacoli a settimana. Ci siamo presto reso conto che erano troppi; ora ci orientiamo su due eventi a settimana, una spettacolo e una ‘Tlonferenza’. Il tutto esaurito viene raggiunto con 90 posti”.

Andrea Colamedici ha fondato Tlon insieme alla moglie Maura Gancitano (con la quale ha scritto anche diversi libri tra cui “Tu non sei Dio”, testo su cui torneremo nelle prossime settimane) e Nicola Bonimelli. Intanto vi invitiamo a visitare la loro libreria-teatro. Virtualmente, se non siete a Roma, ma soprattutto fisicamente quando passate dalla capitale.

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/07/io-faccio-cosi-177-tlon-libreria-teatro-contamina-quartiere/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni