Sacchetti ortofrutta, riutilizzabili o no ecco quello che serve sapere

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A un mese dal caos mediatico sull’introduzione dei sacchetti ultraleggeri compostabili e dopo gli apocalittici sondaggi che prevedevano una rivoluzione nei consumi dei italiani, ecco come è andata a finire

Il 2018 è iniziato nel segno del sacchetto compostabile per l’ortofrutta. Sul web e non solo si è letto di tutto, dalle tesi più strampalate filo complottistiche ai più bassi istinti da tastiera. In molti si sono schierati contro l’introduzione dei sacchetti a pagamento. Una questione di pochi centesimi – che per la verità i consumatori già pagavano all’interno del costo al chilogrammo per prodotto – e che secondo Assobioplastica vale circa 4,5 euro all’anno per consumatore ma per alcuni giustificavano addirittura una rivoluzione nei consumi dei italiani.

Infatti stando a un sondaggio realizzato dal Monitor Ortofrutta di Agroter in collaborazione con Toluna e diffuso non solo dal notiziario online italiafruit.net ma anche da importanti media mainstream, “la nuova legge spacca in due il Paese” cambiandone i comportamenti di acquisto. Secondo il sondaggio il 21% degli intervistati aveva dichiarato che per colpa della nuova legge aveva spostato i consumi dal supermercato ai piccoli negozi di ortofrutta.

Un dato davvero incredibile che ha costretto il notiziario Italiafruit News a un lungo editoriale nel quale precisava che, il sondaggio, voleva tastare il polso agli italiani “per verificare il percepito”. Più che il polso, la ricerca (o sondaggio) ha verificato i sentimenti dei cittadini non nei luoghi dove si acquista il prodotto “ortofrutta” ma in rete, visto che i risultati erano relativi ad una “Cawi condotta sull’intero territorio nazionale e rappresentativa della popolazione italiana”. In pratica un sondaggio online dove Cawi sta per “Computer Assisted Web Interviewing”. Tutto lecito, per carità, oggi i sondaggi e la raccolta di sentiment si fanno online e non più per strada, e quindi si poteva osare di più (ma non troppo) chiedendo ai player del mercato come stavano andando le vendite nei primi giorni dell’anno e si sarebbe scoperto una realtà ben diversa.

Ma per tutti coloro che andando dal fruttivendolo sperano si eludere il pagamento del sacchetto è bene sapere che: la legge non impone l’uso di sacchetti ultraleggeri sempre e per forza. La legge impone, laddove vengano usati, che questi siano in materiale biodegradabile e compostabile.

Tra ipermercati e piccoli negozi a fare la differenza è il modello organizzativo che incide sulle modalità di acquisto e asporto dell’ortofrutta. Nei primi l’organizzazione è generalmente standardizzata e in quasi tutte queste realtà sono presenti reparti dell’ortofrutta dotati di bilance dove ci si serve da soli. I sacchetti, servono quindi ad “uso interno” (anche se è un termine improprio, ndr), solo per trasportare la merce nel sacchetto chiuso, pesato ed etichettato, dal reparto alla cassa.

Nei negozi di ortofrutta, vista anche la dimensione ridotta delle superfici di vendita, le modalità operative e organizzative sono diverse rispetto alla grande distribuzione. Capita spesso di trovare un addetto alla frutta e alla verdura: in questo caso il sacchetto utilizzato è quello in carta (in alternativa a quello di bioplastica). Nulla però obbliga ad usarlo, dopo aver lasciato all’operatore il compito di pesare la merce, potremmo riporre frutta e verdura all’interno della nostra sporta o direttamente nello zaino.

Stessa cosa può accadere nei piccoli alimentari dove la pesata della frutta e della verdura avviene alla cassa: in questo caso potremmo portare in un nostro contenitore la merce da acquistare e una volta giunti dal cassiere, pagare e andar via senza acquistare sacchetti.

Cosa dice la legge a questo proposito? Il legislatore nell’art. 9 bis d.l. n. 91/2017 utilizza i termini “commercializzazione” e “in esercizi che commercializzano genere alimentari“, quindi non fa distinzione tra gdo e negozi di vicinato, l’unica distinzione che viene fatta è quella relativa a cosa viene commercializzato con qualche distinzione per gli esercizi che commercializzano esclusivamente merci e prodotti diversi dai generi alimentari.

Quindi è fuori norma chi usa il riutilizzabile? No, il sacchetto riutilizzabile è sempre da preferire. Ma con delle precisazioni. Per i negozi di vicinato (alimentari o solo ortofrutta) è consuetudine portare via la merce come si vuole (in un sacchetto portato da casa, in uno acquistato nel negozio, in uno zaino, in un carrello, ecc…). In teoria lo stesso discorso vale anche per la grande distribuzione ma portare il proprio sacchetto per metterci l’ortofrutta pone qualche problema in più.

Infatti per tutti, ma in particolare per la gdo, rimangono valide le ultime indicazioni del ministero dell’ambiente:

Per quanto riguarda l’utilizzo di borse portate dall’esterno degli esercizi commerciali in sostituzione delle borse ultraleggere fornite esclusivamente a pagamento ai consumatori a partire dal 1° gennaio 2018, si fa presente, innanzitutto, che la nuova disciplina introdotta dall’art. 9-bis del decreto-legge n. 91/2017, come convertito in legge, si applica esclusivamente alle borse di plastica come definite dal nuovo art. 218, comma 1, lett. dd-ter), ai sensi del quale le borse di plastica sono “borse con o senza manici, in plastica, fornite ai consumatori per il trasporto di merci o prodotti”; si ricorda, inoltre, che il comma 3 dell’art. 226-ter del D.Lgs. n. 152/2006 stabilisce testualmente che “nell’applicazione delle misure di cui ai commi 1 e 2 sono fatti comunque salvi gli obblighi di conformità alla normativa sull’utilizzo dei materiali destinati al contatto con gli alimenti adottata in attuazione dei regolamenti(UE) n. 10/2011, (CE) n. 1935/2004 e (CE) n. 2023/2006, nonché il divieto di utilizzare la plastica riciclata per le borse destinate al contatto alimentare”.

Conseguentemente, ancorché qualunque pratica volta a ridurre l’utilizzo di nuove borse di plastica risulti indubbiamente virtuosa sotto il profilo degli impatti ambientali, si ritiene che sul punto la competenza a valutarne la legittimità e la conformità alle normative igienico-alimentari richiamate nel citato comma 3 dell’art. 226-ter spetti al Ministero della Salute. Lo stesso Dicastero, allo stato, è orientato a consentire l’utilizzo di sacchetti di plastica monouso, già in possesso della clientela, che però rispondano ai criteri previsti dalla normativa sui materiali destinati a venire a contatto con gli alimenti. Tali sacchetti dovranno risultare non utilizzati in precedenza e rispondenti a criteri igienici che gli esercizi commerciali potranno definire in apposita segnaletica e verificare, stante la responsabilità di garantire l’igiene e la sicurezza delle attrezzature presenti nell’esercizio e degli alimenti venduti alla clientela.

In pratica la grande distribuzione organizzata, notoriamente più soggetta a controlli e verifiche, difficilmente può dotarsi di mezzi precisi per attestare che il sacchetto riutilizzabile portato dal cliente rispetti le indicazioni del ministero (plastica monouso, non esser stati utilizzati in precedenza, criteri previsti dalla normativa sui materiali destinati a venire a contatto con gli alimenti). Mentre per il piccolo negozio (che dovrebbe per legge rispettare gli stessi requisiti della gdo) sarà più facile eludere queste prescrizioni.

Un discorso che nei fatti è dimostrato dall’utilizzo dei sacchetti monouso in plastica che, seppur illegali dal 2012, sopravvivono indisturbati nei mercati e nei negozi di vicinato ma son spariti dalle casse della grande distribuzione organizzata.

Fonte: ecodallecitta.it

 

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Meno plastica, ma solo dal 2030

Riciclo o riuso degli imballaggi in plastica entro il 2030, riduzione delle microplastiche nei cosmetici e misure per ridurre oggetti in plastica mono-uso come le stoviglie. La Commissione europea ha presentato nuovi obiettivi anti-inquinamento. Ma sono in molti a sostenere che il 2030 sarà troppo tardi: bisogna agire prima.9737-10511

La Commissione europea, riunita a Strasburgo in occasione di una sessione plenaria del Parlamento europeo, ha presentato nuovi obiettivi anti-inquinamento. Si punta entro il 2030 a riusare o riciclare tutti gli imballaggi di plastica e a ridurre l’uso di microplastiche. La strategia comprenderebbe un’etichettatura più chiara per distinguere polimeri compostabili e biodegradabili e regole per la raccolta differenziata sulle imbarcazioni e il trattamento dei rifiuti nei porti. Attese entro gennaio misure per ridurre l’impatto delle bottiglie d’acqua in plastica.

Eppure, a differenza di quanto lasciano intendere i titoloni trionfalistici dei media, «la nostra non è una strategia anti-plastica», ha detto il vice presidente della Commissione Frans Timmermans, parlando a un gruppo di giornalisti belgi. «La plastica rimane indispensabile per l’economia. L’industria di questo settore dà lavoro a 1,5 milioni di persone nell’Unione». E, tra le altre cose, la Commissione vuole mettere a disposizione dell’industria 100 milioni di euro da investire nella ricerca tecnologica. Da sottolineare poi che la strategia viene formulata proprio dopo che la Cina ha deciso di vietare l’importazione di rifiuti dal resto del mondo; questo sta costringendo l’Unione Europea a rivedere le priorità. Finora, la UE esportava verso la Cina il 60% dei rifiuti di plastica e il 13% dei rifiuti di carta, chiedendo al paese asiatico di riciclarli o di bruciarli. Sempre secondo l’esecutivo comunitario, sarà possibile creare 200mila nuovi posti di lavoro da qui al 2030, nel settore del riciclo. L’uso una sola volta di molti imballaggi di plastica fa sì che il valore di questi sacchetti venga perso al 95% in brevissimo tempo. Nel 2015, la Commissione ha imposto che il 55% dei rifiuti di plastica venga riciclato. La proposta è stata fatta propria almeno preliminarmente dal Parlamento e dal Consiglio nel dicembre scorso.

La nuova strategia comunitaria giunge mentre la stessa Commissione europea sta valutando una tassa sulla plastica per finanziare il bilancio europeo. «Sarà necessario fare uno studio d’impatto – nota ancora Frans Timmermans -, tenendo presente che se il nostro obiettivo è di ridurre l’uso della plastica il gettito potrebbe diminuire. Dobbiamo chiederci se questa soluzione possa essere un reddito sostenibile nel tempo».

“La strategia europea sulla plastica presentata oggi dalla Commissione Europea è una buona notizia per l’ambiente e l’innovazione industriale” ha dichiarato Stefano Ciafani direttore generale di Legambiente.

L’Italia, ricorda Legambiente, è stato il primo Paese in Europa ad varare la legge contro gli shopper non compostabili, approvata nel 2006 ed entrata in vigore nel 2012, ad applicare dall’1 gennaio 2018 la messa al bando dei sacchetti leggeri e ultraleggeri di plastica tradizionale, a dire stop ai cotton fioc non biodegradabili e compostabili (dal 2019) e alle microplastiche nei cosmetici (a partire dal 2020). Non va inoltre dimenticato l’impegno sul fronte dell’economia circolare promosso da Comuni, Consorzi ed imprese private.

“Ora – aggiunge Ciafani – i prossimi passi da compiere nel nostro Paese devono riguardare un sistema di controlli efficace per garantire il rispetto delle leggi approvate, nuove misure per contrastare l’usa e getta, ridurre l’uso eccessivo di acque in bottiglia, con conseguente consumo di grandi quantità di plastica, e allo stesso tempo occorre sviluppare la chimica verde, per riconvertire i vecchi petrolchimici in nuove bioraffinerie per promuovere filiere di produzione industriale innovative e rispettose dell’ambiente”.

«Purtroppo l’orizzonte del 2030 appare un po’ troppo lontano rispetto ad una vera e propria emergenza che sta assumendo, giorno dopo giorno, dimensioni estremamente preoccupanti e sulla quale bisogna intervenire con urgenza» dice il WWF.

«Dagli anni ‘50 ad oggi, con l’avvio della grande diffusione dell’uso della plastica, abbiamo prodotto 8,3 miliardi di tonnellate di plastica, gettandone in natura circa 6,3 miliardi. È come se ogni abitante della Terra trascinasse con se circa una tonnellata di plastica. Il 79% di questa è finita nelle discariche e in tutti gli ambienti naturali contaminando aree remote come i ghiacci polari fino le grandi fosse marine a 10 km di profondità. Specie simbolo, come tartarughe marine e balene, sono le vittime più evidenti, ma la tossicità dei rifiuti plastici in mare sta contaminando anche le catene alimentari che arrivano fino alla nostra tavola».

«Senza aspettare l’entrata in vigore delle nuove norme, infatti, da subito tutti possono impegnarsi per ridurre il proprio impatto adottando stili di vita ‘zero plastica’. Le alternative ci sono già e il mercato stesso offre soluzioni sempre nuove ogni giorno: dalla riduzione degli imballaggi al refill di cosmetici e prodotti per la casa».

 

Fonte: ilcambiamento.it

Non si ricicla? Allora non lo compro

Rifiuti: la parola d’ordine è ridurre, non più solo riciclare. E per ridurre non basta, appunto, il riciclo: occorre cambiare a monte la progettazione delle merci che arrivano sul mercato. E, fatto non secondario, occorre che sempre più cittadini scelgano di fare acquisti consapevoli, eliminando dal carrello della spesa ciò che finisce nell’indifferenziato.9676-10451

Vi ricordate quando Rossano Ercolini di Zero Waste Italia lanciò un anno fa la campagna “La doppia sporca dozzina” contro i prodotti non riciclabili? L’iniziativa aveva il coinvolgimento del Centro Ricerca Rifiuti Zero del comune di Capannori, Zero Waste Italy e l’Associazione Ambiente e Futuro per Rifiuti Zero. Ebbene, a poco più di un anno di distanza si è ancora lontani dal cambio di paradigma, ma una cosa è certa: la situazione è tale da non concedere più tempo. A nessuno. Attuando i primi sette passi del percorso rifiuti zero, come spiega Ercolini, le comunità possono arrivare a risolvere fino all’85% del problema rifiuti, trasformandoli in risorse con la pratica della raccolta differenziata porta a porta, le isole ecologiche e i Centri per la riparazione e il riuso (per abiti, scarpe, borse, mobili, elettrodomestici, computer ecc.). Ma resta un 15% di indifferenziato ed è anche e molto su quello che occorre agire; per riprogettarne la produzione. Si sa ormai che ridurre è la parola chiave; anche l’Unione Europea, nella sua piramide sulla gestione dei rifiuti, la mette al primo posto. Ma come è possibile diminuire il numero di rifiuti non facilmente riciclabili?  Ercolini suggerisce due strade: la prima è quella della sensibilizzare delle persone agli acquisti consapevoli, la seconda, maggiormente incisiva e su cui puntare con forza, è quella della riprogettazione industriale di beni e prodotti, principio alla base dell’economia circolare, e la responsabilità estesa del produttore, che spesso è rappresentato da grandi imprese multinazionali. Secondo gli studi del Centro Ricerca Rifiuti Zero del comune di Capannori, Zero Waste Italy e l’Associazione Ambiente e Futuro per Rifiuti Zero, sono 24 i prodotti denominati, appunto, “la doppia sporca dozzina”:

  •     pannolini, pannoloni ed assorbenti femminili
  •     cotton fioc
  •     accendini mono uso
  •     spazzolinotubetti di dentifricio e spazzolini da denti
  •     figure adesive
  •     scontrini fiscali
  •     capsule e cialde per il caffè monoporzionato
  •     appendini in plastica
  •     CD, Floppy disk
  •     chewingum
  •     rasoi usa e getta
  •     mozziconi di sigarette
  •     stoviglie usa e getta
  •     penne a sfera e pennarelli
  •     guanti in lattice monouso
  •     salviette umidificanti
  •     cerotti per medicazione
  •     nastro adesivo
  •     carta carbone e carta forno
  •     carta plastificata
  •     tovaglie e tovaglioli in tessuto non tessuto (TNT)
  •     carte di credito, bancomat e tessere plastificate
  •     lettiere sintetiche per gatti e altri animali domestici

Vediamone nel dettaglio alcuni con le possibili alternative in commercio.

Assorbenti femminili, pannolini e pannoloni  – Questo “flusso” di rifiuti, come ci ricorda Ercolini, rappresenta circa il 25% del totale dei rifiuti urbani residui (RUR) e quindi una delle “voci” più importanti per abbattere la produzione di rifiuti difficilmente riciclabili. Per gli assorbenti esistono alcune alternative, ad esempio, in commercio si trovano quelli biodegradabili da conferire nell’organico (ma non nell’auto-compostaggio in quanto richiedono un trattamento negli impianti industriali di compostaggio), altra alternativa è rappresentata dalla coppetta mestruale igienica e funzionale. Per i pannolini l’alternativa più efficace rimane il pannolino lavabile che, però, per essere sufficientemente comoda va integrata con un servizio di lavanderia per permettere alle famiglie di disporre, ad un costo ragionevole, del servizio di lavaggio, se non intendono effettuarlo in autonomia. Si potrebbe pensare, ad esempio, di ubicare il servizio di lavanderia negli asili nido facendolo, magari, gestire da una cooperativa sociale. Più complicato è il problema dei pannoloni, per i quali risulta utile fare i conti con lo “stato dell’arte”, ovvero con tutte quelle tecnologie in grado di riciclare questi rifiuti evitando così la produzione di una mole di scarti destinati solo ad essere smaltiti.

Cotton Fioc – Le alternative a quelli non riciclabili, spesso scaricati nel water close e quindi corresponsabili dell’inquinamento da plastiche nei mari, ci sono; ne esistono, infatti, di vegetali ed anche in plastica biodegradabile.

Accendini mono uso – Si può fare a meno degli accendini usa e getta utilizzando quelli ricaricabili (USB). Certo, all’inizio costano di più ma possono durare molto a lungo.

Spazzolini da denti – Ne esistono di canna di bambù interamente biodegradabili (ed auto compostabili) come esistono quelli in cui si può sostituire la parte a contatto con i denti, ovvero la testina consumata.

Tubetti di dentifricio – Esiste il dentifricio in pastiglie in confezioni di vetro/carta e quindi riciclabili. Interessante e simpatico anche prodursi in proprio il dentifricio. Ovviamente, questo per i più motivati e coerenti.

Figurine adesive – Esistono alcune soluzioni per ridurre o evitare di ricorrere agli adesivi (le figurine adesive non possono essere riciclate perché plastificate). Tra le altre soluzioni, quella dell’album prodotta dal WWF nel quale si sistemano le figurine non plastificate negli appositi angoli “ad incastro”.

Scontrini fiscali in carta termica – Gli attuali scontrini sono prodotti in carta chimica non riciclabile (vanno messi nell’indifferenziato), dal 1996 se ne prevede la dismissione ed un sistema alternativo che mantenga tutte le caratteristiche tese ad evitare le evasioni fiscali. Purtroppo il loro utilizzo continua nonostante si possa procedere nello stessa funzione attraverso sistemi informatizzati.

Capsule e cialde per il caffè monoporzionato – Questo caso studio è certo il più famoso lanciato nel 2010 dal CRRZ che ha portato alcune importanti marche di caffè ma anche la grande distribuzione a produrre sistemi in plastica biodegradabile. La battaglia non è vinta ma sono stati fatti dei passi nella giusta direzione.

Appendi abiti (in plastica) – A differenza di quelli in ferro, che possono essere conferiti nelle isole ecologiche (i metalli sono ben remunerati), quelli in plastica, dopo una circolare di COREPLA (che li riconosce parte dell’imballaggio), possono essere conferiti nel multi-materiale. Così la doppia sporca dozzina fortunatamente perde un membro che nessuno rimpiange.

CD–DVD – Abbiamo appreso che possono essere facilmente riciclati. Il CD è in policarbonato e i DVD in PVC. Il problema purtroppo non si risolve perché se tali possibilità tecniche di riciclo sono disponibili, esse possono valere per i venditori di “dischi” e non per le utenze domestiche che dovrebbero essere informate sulla necessità di conferire tali prodotti nelle isole ecologiche (in alternativa al loro smaltimento). Una buona idea potrebbe essere quella di fornire i negozi di dischi e tutte le scuole di appositi contenitori dove conferire i vecchi CD.

Gomme da masticare – Esiste un’unica gomma biodegradabile disponibile grazie al mercato equo e solidale.

Rasoi usa e getta – Per questi prodotti oggi si punta a promuovere soluzioni commerciali che moltiplicano il numero delle prestazioni di un’unica lametta. Meglio, sempre, la testina ricaricabile.

Mozziconi di sigarette – Meglio non fumare! Comunque per la normativa vigente i mozziconi devono essere raccolti attraverso sistemi diffusi dai Comuni e gli abbandoni devono essere sanzionati con multa. Talvolta all’abbandono della “cicca” corrisponde l’abbandono in strada del pacchetto che invece è perfettamente riciclabile essendo in cartoncino e foderato all’interno con carta stagnola.

Stoviglie usa e getta – I Comuni possono fare tanto, ad esempio usare nelle mense pubbliche solo piatti in ceramica e normali posate e dotare le strutture di lavastoviglie. In feste, sagre e simili, si può, nell’ordine, usare la cellulosa della canna da zucchero (piatti, bicchieri ecc. completamente compostabili ed auto compostabili), contenitori realizzati con foglie di palma e solo in ultimo le bio plastiche. Occorre, in proposito, che i Consigli comunali adottino specifici regolamenti modulando con incentivi e disincentivi il ricorso alle buone pratiche.

Penne e pennarelli – Per i pennarelli che i bambini a scuola consumano in quantità notevoli abbiamo trovato alcune marche che vendono pennarelli ricaricabili che il Centro Ricerca Rifiuti Zero (CCRZ) sta testando per verificarne le prestazioni.

Carta forno – Bisogna fare attenzione al momento dell’acquisto, infatti, sul mercato sono disponibili modelli biodegradabili conferibili nell’organico. Qui la sensibilità del consumatore può fare la differenza !

Fonte: ilcambiamento.it

Ecco come ti sistemo il rifiuto…

Ridurre e riciclare i rifiuti è divenuta una necessità impellente, una priorità, perché ci stanno letteralmente seppellendo. Impegnamoci dunque, fin da subito, in prima persona per iniziare dal nostro quotidiano.9657-10431

Pubblicità Progresso , grazie alla  campagna “Ci Riesco”, ha diffuso suggerimenti e buone pratiche su molti dei temi che consentono risparmio e minore impatto ambientale. La campagna si articola su otto temi: acqua, energia, aria, cibo, rifiuti, abitare, mobilità e salute. Per ciascuno di essi è proposto un decalogo di buoni consigli da seguire. Per quanto riguarda i rifiuti, le azioni da implementare sono: recupero, riutilizzo, riciclo, insieme alla ricerca di ridurre il più possibile la produzione di rifiuti a livello domestico. La produzione pro capite di rifiuti urbani in Italia ammontava nel 2012 a 505 kg/abitante, in diminuzione rispetto ai 528 kg/abitante nel 2011. Questi numeri sono legati alla crisi economica ma sono contemporaneamente influenzati da modelli di consumo e modelli produttivi più virtuosi e attenti alla prevenzione e al contenimento della produzione dei rifiuti.

Ecco quindi i buoni consigli per i rifiuti.

Differenziare la raccolta dei rifiuti

Facendo la raccolta differenziata, si garantisce la restituzione di alcuni materiali all’ambiente in maniera responsabile e sotto forma di nuovi prodotti.  L’utilizzo corretto dei sistemi di raccolta garantisce la tutela dell’ambiente ed il recupero delle risorse. Ogni Comune redige le sue regole a partire dalla raccolta domiciliare e dai contenitori dislocati per la città fino alle stazioni ed alle piattaforme ecologiche per i rifiuti speciali. È necessario rispettare alcune semplici regole, pubblicate e messe a disposizione da ogni Comune che dovrà garantire l’efficienza del processo e contribuire alla tutela dell’ambiente. Ogni materiale, riciclato nella modo giusto, rinasce inserendosi in un nuovo ciclo di vita.  Ad esempio, dai rifiuti organici si ottiene il compost che è un concime naturale che mantiene il terreno sano e fertile; anche il vetro, ad esempio, si può riciclare al 100% risparmiando l’energia impiegata per la produzione di nuovi materiali. Meglio ancora la raccolta differenziata di plastica, acciaio e alluminio (che spesso si raccolgono insieme nello stesso cassonetto) si rivela perfetta per il riciclo in quanto è possibile dare a questi rifiuti una seconda vita per diventare nuovi oggetti che tutti noi usiamo ogni giorno come: una panchina (in plastica), una bicicletta (in alluminio) oppure una chiave inglese (acciaio). I rifiuti lasciati per strada oppure inseriti nei cestini non adattati rendono le attività di riciclo più lente e complesse con effetti sulla qualità dell’ambiente che ci circonda.

Ma anche:

  • Privilegiare oggetti non usa e getta
  • Recuperare oggetti da dismettere
  • Riutilizzare i prodotti abituali
  • Preferire confezioni di origine riciclata
  • Smaltire adeguatamente i rifiuti pericolosi
  • Portare i rifiuti speciali in discarica
  • Utilizzare i rifiuti organici per compost
  • Valorizzazione dei rifiuti inorganicin2f7ziv

Fonte: ilcambiamento.it

In Svezia il primo centro commerciale del riuso

Vestiti e oggetti recuperati, riciclati o riparati. Nasce in Svezia il primo centro commerciale specializzato nella vendita di prodotti di seconda mano. L’obiettivo è quello di promuovere il consumo critico e favorire l’economia circolare. Non un semplice negozio dell’usato, ma un vero e proprio centro commerciale del riuso e del riciclo: quattordici negozi più un ristorante che serve cibo rigorosamente biologico e a chilometro zero. È la ReTuna Återbruksgalleria  (o Retuna Recycling Gallery) nella città di Eskilstuna, Svezia, a circa un’ora e mezza di macchina dal centro di Stoccolma. Ogni esercizio commerciale è specializzato nella vendita di oggetti riciclati, riparati o ristrutturati: da mobili, vestiti, computer o altre apparecchiature elettroniche fino ai materiali edili.11898644_1479743088988088_3949023328758040064_n

Al suo interno il centro ha uno spazio dove le persone possono lasciare gli oggetti di cui si vogliono disfare. Qui gli addetti li selezionano, li riparano, li ripuliscono e li rendono pronti per essere rimessi sul mercato. “Le persone che lasciano qui le proprie cose usate – scrive la direttrice del centro sul sito – devono sentire di aver fatto qualcosa di buono per l’ambiente”. Il centro è di proprietà comunale ma i negozi sono gestiti da imprese private e sociali, in modo da dare spazio e opportunità alle start-up dell’artigianato. Obiettivo del centro commerciale è quello di sperimentare un nuovo modo di fare shopping, senza danneggiare l’ambiente. Tutti i negozi al suo interno sono in linea con lo scopo del progetto perché, come si legge sul sito “sostenibilità significa ottenere di più con le risorse che abbiamo già”. Tra le offerte del centro è stato pensato anche uno spazio educativo che offre un corso annuale di “progettazione, riciclo e riuso”, vengono poi organizzate anche singole lezioni per perfezionare le tecniche del fai-da-te e si realizzano brevi tour per quanti fossero interessati a raccogliere maggiori indicazioni sul funzionamento del progetto.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/svezia-primo-centro-commerciale-riuso/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Repair Cafè, incontrarsi per dare nuova vita agli oggetti

Incontri spontanei tra persone che vogliono riparare oggetti malfunzionanti e farli tornare come nuovi. Nato in Olanda diversi anni fa, il Repair Cafè è sbarcato anche in Italia. L’iniziativa organizzata qualche giorno fa a Perugia dal Coordinamento Regionale Umbria Rifiuti Zero ha visto un’ampia partecipazione ed una percentuale di recupero degli oggetti del 100%! Voce del verbo riparare, attività che i fautori del modello di sviluppo fondato sull’ “usa e getta” hanno fatto di tutto per farci dimenticare. E ancora, “riparare costa di più che ricomprare”, credendo a questo ritornello senza approfondire le ragioni abbiamo creato montagne di rifiuti. Eppure allargando la prospettiva si scopre che è possibile riparare, anche con spesa contenuta, si scopre che l’industria produce prodotti con obsolescenza programmata ed è questa la ragione più grave perché per far girare l’economia (dell’usa e getta) facciamo pressione sull’ambiente con prelievo di materie prime, ormai in via di esaurimento, e con sempre maggiori superfici sacrificate come discariche di rifiuti. Sulla scia di queste riflessioni ha preso il via il primo Repair Cafè in Olanda diversi anni fa, nello specifico per riparare i piccoli elettrodomestici, da allora la pratica si è diffusa coinvolgendo i cittadini dal basso e sono aumentati i settori d’intervento con riparazioni di sartoria, elettrodomestici più grandi, falegnameria, telefonia varia ecc.

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Il Repair Café nasce dunque con l’idea di avvicinare le persone ad un rapporto più consapevole e sostenibile con gli oggetti, in un’atmosfera piacevole, davanti ad un bicchiere di vino o una tazza di tè. Anche il Coordinamento Regionale Umbria Rifiuti Zero con l’obiettivo di diffondere la cultura della sostenibilità fatta di piccoli gesti quotidiani ha organizzato il Repair Cafè con il Repair man Alessandro Cagnolati, che si presenta sempre con un trolley pieno di attrezzi incredibili. Lui ha accolto il nostro invito per sondare il terreno perugino insieme a noi e capire se il progetto ha un gradimento, ma soprattutto se può essere avviato con riparatori locali che garantiscano degli appuntamenti a cadenza fissa.20170410_172824

Il Repair Cafè al PostModernissimo di Perugia

Il primo Repair Cafè si è tenuto il 10 aprile nella saletta del cinema PostModernissimo di Perugia, e ha visto la partecipazione di una decina di persone tra curiosi, riparatori appassionati e partecipanti con oggetti da riparare. La percentuale di oggetti che riesce a riparare di solito va dal 60 al 70%, la rimanente rimane in attesa di altre soluzioni prima di andare in discarica, per esempio di fare da riserva pezzi di ricambio per oggetti uguali o compatibili. La percentuale di questo incontro è stata del 100% perché gli oggetti erano pochi e tutti di facile e immediata soluzione, quindi un ottimo inizio per proseguire!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/repair-cafe-incontrarsi-dare-nuova-vita-oggetti/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Riusi e ricicli? In Svezia paghi meno tasse

Una proposta del Ministro delle Finanze svedese intende ridurre dal venticinque al dodici per cento l’Iva per chi ripara biciclette, scarpe e tessuti. La virtuosa iniziativa si pone l’obiettivo di ridurre lo spreco e valorizzare l’economia circolare.

Buone notizie per l’economia circolare dalla Scandinavia: la Svezia, su proposta del Ministro delle Finanze, ha deciso di ridurre l’Iva per chi ripara bici, scarpe e tessuti dal 25 al 12 per cento a partire da gennaio 2017, mentre saranno previste delle deduzioni fiscali (sotto forma di restituzione d’imposta) per chi deciderà di riparare gli elettrodomestici.Two men working in a Bicycle repair shop, with tools of the trade.

Gli incentivi sono coerenti con la scelta del governo svedese di ridurre le emissioni di gas serra e gli oggetti che finiscono in discarica. Secondo Per Bolund, ministro delle finanze svedese “spesso, un piccolo cambiamento apporta grandi modifiche nel comportamento, crediamo che questa scelta possa abbassare dell’87 per cento i costi del riparo e rendere più razionale la scelta di riparare la merce”.

La Svezia dimostra così di voler recepire il pacchetto dell’Unione Europea riguardo l’economia circolare, affinché oltre ad ottenere una riduzione dei rifiuti in discarica si possano creare nuove possibilità economiche dagli oggetti considerati di scarto: un nuovo modello di business olistico, in grado di vedere i prodotti e i servizi che replica in linea con il ciclo vitale naturale dove ogni fine rappresenta un nuovo inizio. E in Italia? Nel nostro Paese non mancano esempi virtuosi e straordinari di Economia Circolare. Dall’esperienza delle due siciliane Adriana Santanocito ed Enrica Arena è nata Orange Fiber, una pluri-premiata startup che ricava Tessuti sostenibili e innovativi da sottoprodotti agrumicoli.91315512_gettyimages-838426261


Kanésis
invece, nata dall’idea di Giovanni Milazzo e Antonio Caruso (anch’essi siciliani),  produce biocompositi a partire dagli scarti industriali di biomasse organiche, con l’obiettivo di sostituire la plastica petrolchimica con materiali eco-sostenibili. Italia che Cambia ha conosciuto queste e altre realtà del mondo dell’economia circolare alla Fiera delle Idee del 21 ottobre 2016 a Firenze; un tratto comune delle loro esperienze è il limbo normativo italiano che rende difficile tracciare una rotta precisa per il futuro. Sarebbe un bel segnale, per questo mondo in piena sperimentazione e crescita che trasforma lo scarto in innovazione, lasciarsi ispirare e guidare dall’esempio svedese.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/11/riusi-ricicli-svezia-meno-tasse/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Viaggiare spendendo poco grazie all’economia circolare

Applicare concetti dell’economia circolare al turismo, viaggiando spendendo poco e valorizzando pratiche virtuose come il riuso, il baratto e la condivisione. È l’idea che è venuta a Dante Castellano, giovane blogger abruzzese che in questa intervista ci racconta i suoi progetti che combinano turismo e sharing economy.

Potrebbero sembrare dei semplici espedienti per viaggiare spendendo poco, ma quelli di Dante Castellano, travel blogger e ideatore di I viaggi di Dante, sono dei bellissimi esperimenti di economia circolare, di condivisione e di riuso che potrebbero essere applicati a molti ambiti della vita di ciascuno di noi, migliorandone l’impatto ambientale e sociale.dante3

Anzitutto dicci qualcosa di te: chi sei e come mai hai deciso di aprire questo blog?

Sono nato non troppi anni fa in una cittadina d’arte dell’Abruzzo e sto terminando gli studi in architettura. Penso di essere una persona molto dinamica e cerco di trarre il meglio da ogni cosa: con questa mia concezione costruisco progetti, soprattutto di viaggio. Il blog nasce nel 2012, per diventare operativo nel 2014, e va a coniugare tre delle mie passioni: quella per il viaggio, per la scrittura e la letteratura di viaggio, e infine per la fotografia. Un connubio ideale per aprire un blog. Col passare del tempo ho cercato di essere il più vicino possibile ai miei lettori presentando esperienze alla portata di tutti.

Ci puoi raccontare dell’esperienza #riusoeviaggio? Com’è nata l’idea, com’è andato l’esperimento e quale messaggio sei riuscito a trasmettere ai tuoi lettori?

#RiusoeViaggio è il primo dei sette progetti di viaggio che realizzerò col mio blog. È un’idea nata per caso mentre risistemavo dapprima la mia camera e successivamente tutta la casa. Non accettavo il fatto che i tanti oggetti scartati potessero finire in un cassonetto della spazzatura e morire in una discarica. Alcuni di quegli oggetti avevano un valore e potevano benissimo essere reimmessi sul mercato. E allora ho pensato: “Perché non investire sulla merce scartata per ottenere un viaggio?”. Il giorno dopo ho preparato gli scatoloni e li ho portati in mercatini dell’usato. Dopo un anno ho ritirato il denaro ottenuto dalle vendite. Con questo denaro mi sono pagato un viaggio. La grandezza del progetto non è stata tanto quella di ricavare soldi vendendo nostri scarti, in quanto è una pratica che già in tanti facciamo, ma nell’aver tradotto i costi di viaggio in oggetti rivenduti. Esempio: dalla rivendita di un giaccone mi sono pagato il traghetto. #RiusoeViaggio dimostra come ognuno di noi può ottenere un viaggio con le cose che non ci servono più, diminuisce il numero di oggetti scartati e aiuta l’ambiente. In sintesi più viaggi, meno inquinamento.

È partita da pochi giorni un’altra curiosa scommessa: barattare un segnalibro con un viaggio intercontinentale. Ce ne puoi parlare?

Non è un’idea nuova, lo è nel mondo dei viaggi. E mi spiego. Ci sono state molte scommesse nel campo del baratto e la più famosa fu portata avanti da un ragazzo canadese. Partendo da una graffetta rossa riuscì a ottenere, dopo 15 baratti a salire di valore, una casa. Ho recuperato quell’idea trasportandola nel mondo dei viaggi e partendo da un segnalibro da me disegnato – privo di valore – voglio arrivare a ottenere un viaggio intercontinentale per due persone. Mi sono prefissato un periodo di tempo entro il quale dovrò riuscire nell’impresa.

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Alla luce delle tue esperienze, credi che in Italia siamo pronti per un cambiamento culturale che porti verso un’economia circolare, basata sul riuso e sulla condivisione?

Assolutamente sì. E un po’ la crisi ci ha aiutati in questo. Ho fatto una osservazione: i mercatini dell’usato e i mercati che vendono la merce di seconda mano, vanno fortissimo. Sia perché puoi acquistare oggetti in buone condizioni a prezzi molto bassi, sia perché puoi guadagnare con gli oggetti che stai vendendo. Una “economia del popolo”, dove ognuno vuole trarre un vantaggio ed evitare di spendere troppo. Da qui si può aprire un discorso molto ampio ma penso che oggi più che mai si debba ripensare al Riuso e al Baratto (per riprendere i miei due progetti) come due valide alternative economiche.

Quali sono le tue prospettive di vita e lavorative? Il tuo obiettivo è dedicarti interamente al tuo blog e ai viaggi?

Mi sto laureando in architettura e grazie a questo indirizzo di studi ho alimentato quelle passioni che mi hanno portato a far nascere il mio blog. Mi piacerebbe trovare un nesso fra architettura e viaggio, non nella banale forma del “viaggio di architettura”, ma nello studio di architetture che nascano dai flussi e dall’accoglienza. Architetture del viaggiare, dove il viaggiatore sia al centro di uno spazio ideale. È un sogno, ma sono abituato a rincorrerli. Intanto dopo la laurea mi dedicherò ancora di più al blog e ai tanti progetti di viaggio. Gli altri cinque (oltre al Riuso e al Baratto) sono molto più difficili da realizzare e richiederanno un grande investimento di tempo. Ma voglio crederci.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/10/viaggiare-spendendo-poco-economia-circolare/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

 

SERR 2016: “Beato chi lo sApp”; l’applicazione della Città Metropolitana di Torino per la buona raccolta differenziata

L’App aiuta a capire come fare una buona raccolta differenziata, da come trovare i luoghi di conferimento più vicini alla propria abitazione fino a scoprire che fine fanno i rifiuti dopo la raccolta differenziata.386116_1

Da sabato 19 a domenica 27 novembre prossimi si svolgerà l’ottava edizione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (Serr). la “settimana” è nata all’interno del programma Life+ della Commissione europea con l’obiettivo primario di sensibilizzare le istituzioni, gli stakeholder e i consumatori circa le strategie e le politiche di prevenzione dei rifiuti delineate dall’unione europea e che gli stati membri sono chiamati ad attuare; coinvolgendo il più possibile pubbliche amministrazioni, associazioni e organizzazioni no profit, scuole, università, imprese, associazioni di categoria e cittadini nel proporre azioni per prevenire o ridurre i rifiuti a livello nazionale e locale. Le iscrizioni all’edizione 2016 sono già aperte e fino a venerdì 4 novembre sarà possibile iscrivere le proprie azioni su uno o più dei seguenti temi:

– prevenzione e riduzione

– riuso e preparazione per il riutilizzo

– raccolta differenziata, selezione e riciclo

– Clean-Up Day

Il tema del 2016 sono gli imballaggi, tra riciclo ed eco-design. Ogni anno infatti la Serr propone un tema legato alla prevenzione dei rifiuti. Nel 2016 sarà la riduzione dell’impatto degli imballaggi, tramite la diminuzione, il riuso e il corretto riciclo degli stessi. L’edizione 2016 in Italia si svolge all’interno del programma LIFE+ della Commissione europea e con il contributo del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, di Conai e dei sei consorzi di filiera: Cial, Comieco, Corepla, Coreve, Ricrea e Rilegno.

Da sabato 19 a domenica 27 novembre prossimi si svolgerà l’ottava edizione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (Serr). la “settimana” è nata all’interno del programma Life+ della Commissione europea con l’obiettivo primario di sensibilizzare le istituzioni, gli stakeholder e i consumatori circa le strategie e le politiche di prevenzione dei rifiuti delineate dall’unione europea e che gli stati membri sono chiamati ad attuare; coinvolgendo il più possibile pubbliche amministrazioni, associazioni e organizzazioni no profit, scuole, università, imprese, associazioni di categoria e cittadini nel proporre azioni per prevenire o ridurre i rifiuti a livello nazionale e locale. Le iscrizioni all’edizione 2016 sono già aperte e fino a venerdì 4 novembre sarà possibile iscrivere le proprie azioni su uno o più dei seguenti temi:

– prevenzione e riduzione

– riuso e preparazione per il riutilizzo

– raccolta differenziata, selezione e riciclo

– Clean-Up Day

Il tema del 2016 sono gli imballaggi, tra riciclo ed eco-design. Ogni anno infatti la Serr propone un tema legato alla prevenzione dei rifiuti. Nel 2016 sarà la riduzione dell’impatto degli imballaggi, tramite la diminuzione, il riuso e il corretto riciclo degli stessi. L’edizione 2016 in Italia si svolge all’interno del programma LIFE+ della Commissione europea e con il contributo del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, di Conai e dei sei consorzi di filiera: Cial, Comieco, Corepla, Coreve, Ricrea e Rilegno.386116_2

La Città Metropolitana di Torino, sin dal 2009 quando era ancora Provincia, ha partecipato alla Settimana. Nel 2014, in occasione della Settimana e all’interno di una campagna di sensibilizzazione sulla raccolta differenziata dei rifiuti, ha realizzato un’APP in collaborazione con il Csi Piemonte che si chiama “BEATO CHI LO SAPP”, scaricabile sia per Android che per IOS, che aiuta a capire come fare una buona raccolta differenziata, dove trovare i luoghi di conferimento più vicini alla propria abitazione; come trovare distributori alla spina e negozi dove acquistare senza imballaggi o abbigliamento/oggetti di recupero; scoprire che fine fanno i rifiuti dopo la raccolta differenziata e ricordare i giorni di raccolta porta a porta

Per scaricare l’app clicca qui

Per iscriversi alla Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (Serr) clicca qui

Fonte: ecodallecitta.it

Il progetto “Cit ma BÔN”- “Piccolo ma utile” per il riuso degli oggetti

Soprammobili, giocattoli, piccoli elettrodomestici, vasellame, pentole, libri, vestiti, tutti oggetti che quando non vengono più utilizzati possono essere conferiti nel contenitore “CIT MA BON” per essere avviati al riutilizzo. L’iniziativa è promossa da Triciclo coop soc. in collaborazione con Amiat381174

Si è avviato nel mese di ottobre 2014, con una breve e proficua sperimentazione, il progetto “CIT MA BÔN”, piccolo ma utile, iniziativa promossa da Triciclo coop soc. In collaborazione con Amiat con l’obiettivo di sensibilizzare le famiglie torinesi al tema del riuso. In maniera completamente gratuita, e senza alcun obbligo per gli utenti, è stato consegnato ad alcuni nuclei familiari un piccolo contenitore per la raccolta domiciliare di tutti quegli oggetti di piccola o media dimensione che, per loro composizione, andrebbero gettati tra i rifiuti non recuperabili, ma che potrebbero effettivamente rappresentare una risorsa se si trovasse un canale adeguato per avviarli al riuso.
Si tratta principalmente di soprammobili, giocattoli, casalinghi, piccoli elettrodomestici, vasellame, pentole, pentoline, libri, quadretti, bicchieri, vestiti, che non vengono più utilizzati e possono essere conferiti nel contenitore “CIT MA BON”, per essere successivamente avviati al riutilizzo. La sperimentazione finora compiuta in collaborazione con l’Associazione Tesso, la Cooperativa ORSO, l’Ufficio Ambiente del Comune di Collegno ha dato esiti positivi ed evidenziato l’utilità della proposta. Il progetto “CIT MA BÔN” è stato presentato come buona pratica sperimentale all’interno del circuito CERREC – Central Europe Repair & Re-use Centres and Networks- tramite l’agenzia LAMORO.
Nelle prossime settimane, la cooperativa Triciclo procederà a implementare il progetto, contattando altre famiglie a cui consegnare il box. Ricordiamo che il progetto è destinato a singoli gruppi familiari, ma anche ad associazioni, cooperative, e ogni altro tipo di ente che voglia sostenere la cultura del riuso.
Per contatti: info@triciclo.com – 3487613325

Fonte: ecodallecitta.it