La filosofia dell’autoproduzione

Tanti motivi per cui fare in casa conviene di Romina Rossi

Sono cresciuta in una famiglia matriarcale in cui fare le cose in casa era la norma. Al supermercato, che allora era semplicemente la bottega di paese, si andava una volta la settimana, a prendere quello che non si aveva in casa e che non si riusciva a produrre. Così si passava l’estate a fare marmellate, succhi di frutta e conserve e a mettere quanta più frutta e verdura nei vasi in modo che si potessero avere, anche nelle grigie giornate invernali, i sapori, i colori e i profumi dell’orto sotto casa. Il pane che si cuoceva nel forno era in grado di riempire la stanza da solo con la sua calda fragranza, il dolce che dentro al forno lievitava faceva venire l’acquolina; la pasta era fatta con le uova delle galline del nostro pollaio, la carne che finiva sulla tavola era quella dei capi allevati per uso domestico. D’inverno, essendo meno le ore di luce da poter dedicare ai lavori in campagna, tre generazioni di donne passavano le serate a cucire, lavorare a maglia o fare altri lavoretti sedute davanti al camino o alla stufa. Anche da grande l’autoproduzione alimentare è rimasta la norma, un’abitudine che si è estesa anche ad altri prodotti non alimentari come creme, saponi, scrub, vestiti, riciclo di mobili e altro. Quello che può apparire come un passatempo è in realtà un’attività che cela diversi significati e un sacco di buone ragioni per cominciare a fare da sé. Perché alla lunga, l’autoproduzione è un atto d’amore nei confronti di se stessi e del pianeta.

I MOTIVI DELL’AUTOPRODUZIONE

Risparmio economico

Se fare le cose in casa può sembrare complicato (“non ho tempo” e “non sono portata/o per questo genere di cose” sono le frasi che si sentono più spesso al riguardo) e necessitare di molto tempo, in realtà diventa una fonte di risparmio di denaro. Si compra di meno, si spende di meno, perché non si pagano marche e pubblicità legate ai prodotti che portiamo a casa. A ciò si unisce il risparmio di tempo: facendo in casa, si evita di passare il fine settimana o le poche ore libere in coda alla cassa con un carrello straripante di prodotti e uno scontrino lungo quanto un lenzuolo. Ci si può riappropriare del proprio tempo e trascorrerlo in modi più gratificanti che spendere l’intera giornata al centro commerciale.

Risparmio ecologico.

Produrre e fare in casa permette di evitare l’acquisto di merci provenienti dall’altro capo del mondo, con un enorme dispendio di carburante che si traduce in sperpero di risorse prime e inquinamento dell’intero pianeta. La frutta e la verdura dell’orto non hanno bisogno di ingombranti imballi di plastica o strati di cellophane dentro i quali avvizzire; la crema o il dentifricio fatti in casa non necessitano di scatole, foglietti e altri supporti che hanno il solo scopo di rendere la confezione più costosa.antisterss

Antistress naturale

Quando vi sentite nervosi e irritati mettete le mani in pasta e fate: bastano 10 minuti passati a impastare pane, dei biscotti, sferruzzare con la lana o anche raccogliere le erbe aromatiche da seccare per non ricordarsi più il motivo per cui si era arrabbiati. Provate per credere!

Ribellarsi alla globalizzazione

Cucinare con verdure raccolte nell’orto significa scegliere cosa piantare, piuttosto che doversi accontentare di quello che si trova nei banchi dei supermercati, ormai uguali in tutto il mondo. Ci sono varietà di frutta e verdura che non si trovano più in negozio, ma che invece sono buonissime e salutari, semplicemente perché il “mercato” non le vuole più. È una pacifica ribellione al mercato globalizzato; è far parte di quella parte di popolazione che non si lascia omologare dal sistema.

Conoscere gli ingredienti

Sapere cosa si mangia o cosa ci si spalma sulla pelle è importantissimo. Molti prodotti alimentari sono farciti di conservanti, coloranti e additivi dannosi per la salute. Non va meglio per i prodotti di bellezza, molti dei quali purtroppo contengono agenti chimici, di derivazione dal petrolio, che sono tossici e cancerogeni.

Riciclo e creatività

Fare in casa permette di riciclare un sacco di cose che altrimenti sarebbero da buttare: con i fondi del caffè si può fare lo scrub per il corpo. I vecchi vestiti diventano pezze da usare in cucina o per spolverare; dai pezzi di lana avanzata nasce una colorata e allegra coperta. Frutta e verdura rovinata sono ottime come base per succhi freschi o per insolite e originali ricette.

Attività ludica formato famiglia

Fare in casa molto spesso è l’occasione per passare del tempo insieme in famiglia, coinvolgendo anche i bambini. Che si tratti di zappare l’orto, raccogliere pomodori, fare conserve, biscotti o altro, state certi che anche i bambini più irrequieti si calmeranno e si divertiranno. Fategli impastare la pasta o permettetegli di aiutarvi a fare una torta oppure insegnategli come si piantano le fragole, e avrete la loro totale attenzione e concentrazione. Sarà per loro uno dei giochi più belli che abbiano mai fatto.

Fonte: viviconsapevole.it

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Roma ciclabile, le opportunità dell’anno zero

La nuova giunta comunale romana si mostra estremamente recettiva relativamente alle proposte della cittadinanza: ecco perchè la ciclovia del centro storico non ci convincePiste-4-586x442

Nel corso della “Settimana europea della mobilità sostenibile”, fino al 22 settembre al Campidoglio di Roma, è stato presentato un interessante progetto per la ciclabilità capitolina: un piccolo raccordo anulare ciclabile, una ciclovia nel cuore della Capitale dal percorso romanticamente mozzafiato, emozionante. Ciclabilità e bellezza, un gemellaggio per il quale Roma è all’anno zero:

“Ci stiamo attrezzando”

ripetono dal Campidoglio, e non abbiamo dubbio alcuno che sia veramente così. Il progetto per la ciclovia del centro storico di Roma è stato anticipato da Repubblica ieri e, osservandone il percorso, non può che far piacere che finalmente la giunta affronti diversamente l’approccio al tema della viabilità.ciclovia-586x363

Quello che balza all’occhio e alla mente, lungo il percorso disegnato, è una ciclovia che attraversa luoghi di storia e bellezza ma che si rivela poco pratica per chi la bicicletta dovrebbe usarla tutti i giorni (che poi è l’obiettivo dell’amministrazione Marino: incentivare l’uso della bicicletta). L’anello cicloviario infatti sembra disegnato apposta per i turisti, per chi si reca nella Capitale per volerne giustamente godere le bellezze artistiche, il clima, la vita del centro, il caos nei bar e le file fuori dalle trattorie, non per chi vorrebbe (potrebbe o dovrebbe) utilizzare la bicicletta tutti i giorni. Andare e tornare dal lavoro, utilizzare i mezzi pubblici e la bicicletta insieme, collegare con ciclabili le periferie al centro, garantire la manutenzione stradale: in una città grande come Roma è certamente un’impresa titanica quella di realizzare un capillare sistema ciclabile, ma se queste sono le intenzioni della giunta occorre lavorare duro. Il lungo ciclo-peregrinare previsto dal progetto ciclovia del centro storico infatti è poco pratico per chi vuole vivere la quotidianità in bicicletta: attraversa vie a senso unico, aree pedonali affollatissime, addirittura si infila nell’anello di piazza Navona per uscirne dal medesimo punto (ci fa un “giro” ma chi va al lavoro è difficile che voglia “farsi un giro”). Insomma, se ciclovia deve essere (e noi di Ecoblog lo speriamo caldamente) allora deve essere integrata in una rete ciclabile, di cui Roma è sprovvista.800px-2012-06-27_Roma_Ponte_via_delle_Valli_lato_Monte_Sacro-432x323

Basti pensare che il popoloso quartiere Montesacro, a nord della capitale, è collegato al centro tramite tre principali direttrici: via Tiburtina(dove la ciclabile non c’è, il traffico veicolare è molto intenso e dove il manto stradale sembra quello post-bombardamenti del 1943), via Nomentana (una situazione poco dissimile da quella dell’altra consolare, aggravata dalla carreggiata più stretta) e il ponte delle Valli (nella foto). Quest’ultimo (tre corsie a destra, altrettante a sinistra) è una sorta di suicidio consapevole per un ciclista urbano, che non ha una corsia riservata e si trova a transitare accanto automobili che sfrecciano a 80km/h): a parere di chi scrive sono di questo tipo i progetti (a basso costo, basterebbe restringere di poco le tre corsie auto per crearne una ciclabile) utili a rendere Roma una città “a misura di bici”. Lo spiega in maniera esaustiva Marco Pierfranceschi su bikeitalia. La concezione di “rete ciclabile” nulla c’entra con la ciclovia del centro: è giusto, e certamente lodevole, pensare al centro storico di Roma come ad un immenso parco archeologico libero dalle auto e fruibile da tutti (pedoni e biciclette) in ogni suo particolare angolo, ma questo nulla ha a che fare con la ciclabilità della capitale, che era e resta all’anno zero. Una rete ciclabile romana permetterebbe di raggiungere Ostia dalla Valle dell’Aniene, Cinecittà dall’Aurelia, permetterebbe di arrivare in stazione e salire sul treno con la propria bicicletta: nel resto del mondo il principio che guida la rete ciclabile è quello del risparmio economico per la collettività (in termini di inquinamento, di spesa per i carburanti, per le infrastrutture automobilistiche, per la sanità, etc) e non quello di “vocazione turistica naturale”. I turisti vivono Roma pochi giorni, i romani tutta una vita (e votano): nel bene e nel male è con loro che Marino dovrà fare i conti. La creazione di “zone 30″ ed altre “off limits” al traffico veicolare, la realizzazione di direttrici più capillari per i percorsi medio-lunghi, la manutenzione stradale: se Roma vuole concentrarsi sulla “vocazione turistica” altrettanto vero è che da una rete ciclabile gli stessi turisti ne trarranno vantaggio, potendo visitare quartieri oggi “tourist restricted”: Garbatella, Africano, Nomentano, Pigneto e Prenestino, Ostia, Ardeatina (per dirne qualcuno), tutti luoghi a bassa intensità turistica ma anch’essi aventi, nel bene e nel male, il loro fascino capitolino. Reinventare la viabilità di un’intera città è un’operazione complessa, in cui non c’è spazio per i proclami “vocativi”.

Fonte: ecoblog

“Mulching”, pascoli, fienagione: le pratiche ecocompatibili per risparmiare sullo sfalcio dell’erba

A Torino per contenere i costi degli interventi per il taglio dell’erba nei parchi cittadini il Comune già da alcuni anni ha introdotto alcune tecniche di gestione dei prati che riducono l’impatto economico e ambientale: il “mulching”, i pascoli urbani e la fienagione, che arriva a costare da un sesto a metà rispetto alla normale manutenzione. Renzo Minetti di Agriforest: “Per alcuni prati basterebbero 1 o 2 tagli all’anno”

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Silvia Caprioglio

Oltre 19 milioni di metri quadri. A tanto ammonta la superficie di verde pubblico nel territorio comunale, un patrimonio di sempre più complessa gestione considerati i continui tagli alle casse di Palazzo civico. La frequenza degli sfalci dell’erba cambia in relazione alla tipologia dell’area verde, la sua ubicazione e, ça va sans dire, in base alle disponibilità dei bilanci, sempre più esangui. Per i parchi storici e le aree centrali, che godono di una manutenzione più frequente e dove l’erba è sempre o quasi a raso, si arriva fino a 12 tagli annuali. Al Parco del Valentino – ma è l’unico caso in città – il numero di sfalci raggiunge il tetto di ben 22: la ditta appaltatrice ha proposto al Comune il “mulching” e, col fatto che non raccogliendo l’erba tagliata si riducono i costi, si è potuto aumentare il numero di tagli. Ma a livello ambientale, sono davvero necessari e raccomandabili sfalci frequenti? Nel settore, soprattutto all’estero, il dubbio inizia a farsi strada. Intanto, per ovviare alla penuria di fondi, la Città, in base all’antico adagio che vuole che la necessità aguzzi l’ingegno, già da alcuni anni sperimenta alcune tecniche che uniscono il contenimento dei costi alla riduzione dell’impatto ambientale. È il caso dello sfalcio dell’erba con la tecnica del “mulching”, appunto, che consiste nello sminuzzare l’erba con lame rotative, ridistribuendola sul prato e risparmiando sulle operazioni di raccolta. In questo modo l’erba si decompone rapidamente rilasciando nel terreno acqua e sostanza organica, che riducono la disidratazione del terreno, lo fertilizzano e proteggono dagli sbalzi di temperatura, favorendo la vita di numerosi microrganismi deputati alla decomposizione e mineralizzazione della sostanza organica. In molti avranno inoltre notato negli anni folcloristiche greggi al pascolo in alcuni parchi; Torino è stata tra le prime città in Italia a sperimentare il pascolo in un contesto urbanizzato, un’idea dell’allora assessore al Verde Paolo Hutter, ripresa negli anni dai suoi successori, per lo sfalcio e la concimazione del terreno a costo zero. Un’altra tecnica è infine la fienagione, che consiste appunto nel lasciare i prati a fieno, mantenendo l’erba fino alla fioritura. Il fieno una volta tagliato, 3 o 4 volte all’anno, non è più considerato rifiuto ma materia prima per l’azienda agricola, usata come foraggio, lettiera per il bestiame, compost. L’erba alta favorisce anche la biodiversità, la sopravvivenza di popolazioni di insetti che costituiscono cibo per gli uccelli, e quindi favoriscono a propria volta la sopravvivenza dell’avifauna, messa in crisi dall’inquinamento e dall’urbanizzazione degli habitat naturali. Le aree verdi adatte a fienagione e pastorizia sono quelle più estese e periferiche, dove è possibile la coesistenza tra tali attività e la fruizione pubblica. Si tratta di circa 370 mila mq alla Pellerina, più di un terzo dell’estensione totale del parco, 338 mila mq al Parco della Colletta, 300 mila al Meisino, 220 mila al Colonnetti, 158 mila a Parco Piemonte, 125 mila al Parco della Maddalena, 113 mila alla Confluenza, 83 mila all’Arrivore, 52 mila al Parco di San Vito, 32 mila in via Bollengo a Parco Stura e 19 mila nell’area verde Torre Bert. In particolare, i parchi e le aree verdi a fienagione sono Pellerina, Lungo Stura Lazio, via Bollengo, Arrivore, Colonnetti e via Traves. I costi per le parti gestite a fienagione vanno da circa 1/6 a metà del prezzo rispetto a se le attività fossero svolte da un’impresa di manutenzione del verde. A Parco Colonnetti, ad esempio, con una superficie a fienagione di 220 mila mq, assumendo un costo per lo sfalcio di 6 centesimi a mq, come da capitolato corrente per quel tipo di area verde, il costo per 4 tagli annui sarebbe stato di quasi 53 mila euro; a fienagione vengono pagati, invece, 17 mila euro, per un risparmio di oltre 35 mila euro all’anno. Analogamente, alla Pellerina, con 370 mila mq a fienagione, invece di spendere 22200 euro a taglio se ne pagano 4 mila, con un risparmio per la Città di 72800 euro annui per 4 sfalci. Per capire più da vicino come funzionano queste pratiche e se e quanto siano davvero necessario un taglio frequente dei prati, Eco dalle Città ha interpellato Renzo Minetti della cooperativa Agriforest, a cui il Comune affida una parte consistente degli sfalci cittadini.  Ci sono controindicazioni igieniche a tenere l’erba alta in un prato?

Dipende da prato a prato; in linea di massima per alcuni prati basterebbero 1 o 2 tagli all’anno; laddove vengono piantate particolari semenze sarebbe sufficiente anche una volta sola.

E quali sarebbero le controindicazioni a non tagliare per nulla l’erba?

Il prato rischierebbe di soffocare. Bisogna invece conservarlo e rigenerarlo, o si rischia che il seme dell’erba perda vitalità.
Come funziona lo sfalcio in città?

Negli ultimi anni il Comune ha optato per gare al massimo ribasso, e questo ha messo in seria difficoltà le imprese. È stata anche bandita una gara in cui le imprese si impegnavano a tagliare l’erba gratis in cambio della possibilità di avere spazi pubblicitari nelle aree verdi; un’esperienza per noi davvero faticosa e di gestione problematica.
E il pascolo urbano come funziona?

In città operano alcuni contadini con greggi di sei-settecento pecore ciascuno, ma abbiamo dimostrato che questa pratica è possibile anche su piccole aree: recentemente abbiamo realizzato un intervento di questo tipo nei giardini della scuola Cattaneo. La gestione degli sfalci con le pecore comporta un doppio vantaggio, con un risparmio sia energetico che economico.

Fonte: eco dalle città