Attenti al pomodoro africano

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Invade i mercati Ue, ma è trattato con prodotti vietati. La denuncia dei produttori italiani: concorrenza sleale e rischi per la salute. E Bruxelles tace

Il pomodoro siciliano sta vivendo una campagna difficile: prezzi alla produzione bassi e una pressione crescente da parte dei Paesi africani come Marocco, Tunisia, Egitto e Senegal.

La concorrenza che arriva da sud influenza le quotazioni in Europa, anche perché nel Continente Nero, oltre ad esserci un costo della manodopera decisamente più basso rispetto all’Italia, sono ammessi trattamenti sulle colture vietati nella Ue.

«Sono circa una trentina i prodotti utilizzati nei Paesi africani e vietati in Europa, principalmente antiparassitari», spiega Massimo Pavan, imprenditore specializzato nella produzione e nel confezionamento degli ortaggi, coordinatore del Comitato di prodotto del Pomodoro da mensa di Ortofrutta Italia, l’organizzazione interprofessionale riconosciuta dal Mipaaf, e componente del Cda del Consorzio Pomodoro di Pachino Igp. «Il prodotto africano praticamente non lo troviamo nella rete distributiva italiana, ma in Europa sì e crea una forte concorrenza in Germania, Francia e Belgio. Non abbiamo garanzie sui prodotti utilizzati in Africa, dove gli standard produttivi sono diversi dai nostri. Pensiamo al bromuro di metile utilizzato per abbattere i patogeni nel terreno, da noi vietato, a loro garantisce rese per ettaro ben superiori alle nostre e sul pomodoro non si trovano residui di questo principio. Ma il vero problema», sottolinea Pavan, «è un altro: il 50% dei costi di produzione del pomodoro è legato alla manodopera. In Italia un operatore costa tra gli 80 e i 90 euro al giorno, in Marocco sono sufficienti 5 euro. Così io per un chilo di pomodoro devo sopportare costi per 1,20 euro, in Africa sono meno della metà».

Di concorrenza sleale parla Andrea Tomasi, produttore di Vittoria (Ragusa) che esporta il 90% dei suoi pomodori. «Nel nostro Paese sosteniamo costi esorbitanti per essere in regola, garantire un reddito equo e giusto ai dipendenti, tutelare la salute dei consumatori», dichiara il giovane imprenditore. «I Paesi africani che esportano nell’Ue, invece, non sono tenuti a garantire le nostre stesse norme. Questo tipo di concorrenza è sleale: regolamentare il mercato non significa fare protezionismo, ma stabilire norme chiare per tutti i partecipanti».

«Siamo quasi a fine campagna e stiamo pagando le conseguenze di un’annata anomala, con prezzi bassi, stracciati, per i pomodori come per le altre orticole», aggiunge Giuseppe Giacchi, presidente dell’Op Gisacoop, che conta 50 imprenditori agricoli associati per 230 ettari di serre nell’areale di Vittoria. «Non si superano i 50 centesimi il chilo e con questi prezzi non si coprono i costi di produzione».

Ma, visti i trattamenti fitosanitari permessi nei Paesi africani, ci possono essere rischi sul prodotto che arriva sul mercato europeo? «Non dovrebbero esistere, perché chi esporta in Europa deve rispettare determinate regole, come l’assenza di residui oppure la presenza di principi alle concentrazioni previste dalle nostre leggi», risponde il professor Agostino Macrì, una lunga carriera all’Istituto Superiore di Sanità e, dopo la pensione, consulente per l’Unione Nazionale Consumatori. «Ma non è escluso che commettano irregolarità perché se un produttore lavora bene, nel prodotto messo in commercio poi non si trovano residui e quando si fanno i controlli alle frontiere vengono superati. Insomma, è un fatto difficilmente riscontrabile: se ne dovrebbe occupare l’Ue, che dovrebbe verificare le metodologie di produzione direttamente sul campo. È principalmente una questione politica e non tecnica», conclude Macrì, «e il vero problema è la manodopera che in Africa non costa nulla: sui pomodori c’è una concorrenza selvaggia, difficile da contrastare».

Fonte: http://classeuractiv.it/news/attenti-al-pomodoro-africano-201803211043549601

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Le orribili foto che mostrano il costo umano dell’uso di ogm e pesticidi

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Ecco come ogm e pesticidi stanno uccidendo le persone in Argentina. Il reportage del fotografo argentino Pablo Ernesto Piovano. Non lasciano spazio a dubbi, o a parole, le foto di Pablo Ernesto Piovano, il fotografo che ha documentato le condizioni in cui versano gli argentini che lavorano o vivono nei pressi dei campi coltivati a soia ogm dove si usano dosi massicce di pesticidi, tra cui il glifosato. Argentino anche lui, in questa sequenza di scatti presentati anche durante il Festival della Fotografia Etica del 2015Piovano ritrae tutta la brutalità e la pericolosità di un sistema di produzione che uccide silenziosamente, colpendo spesso le aree più povere della popolazione. La soia Ogm fu approvata in Argentina nel lontano 1996. L’Argentina è stata tra i primi Paesi al mondo a utilizzare le colture geneticamente modificate in agricoltura, applicando le tecnologie OGM nella produzione di semi di soia, mais e cotone. Da allora, l’Argentina ha aumentato in maniera sfrenata la sua produzione di colture OGM tanto da diventare il terzo più grande produttore di colture biotech nel mondo, dopo gli Stati Uniti e Brasile.

Ma a che prezzo?

Il prezzo ce l’ha mostrato Piovano nelle sue foto che testimoniano un’emergenza che colpisce più di 12 milioni di persone. Dal lontano 1996, la terra coltivata a ogm è arrivata a coprire il 60 per cento del totale e, solo nel 2012, sono stati spruzzati 370 milioni di litri di pesticidi tossici su 21 milioni di ettari di terreno. Secondo TerraNuova, in Argentina, per far crescere i 48 milioni di tonnellate di soia vengono utilizzati 200.000 litri l’anno di glifosfato. Secondo uno studio dell’Ospedale italiano “Giuseppe Garibaldi” di Rosario, nelle zone fumigate si sarebbe verificato un aumento di tre volte i casi di tumori gastrici e ai testicoli, di due volte per quelli al pancreas e ai polmoni e addirittura di dieci volte al fegato.

Senza contare le malformazioni. Nel 2014, una mamma Argentina, Sofia Gatica, a seguito del decesso della figlia appena partorita per “un grave difetto congenito“, ha deciso di andare oltre la diagnosi dei medici e di condurre delle indagini personali. Le sue ricerche le hanno permesso di scoprire che proprio nella provincia di Cordoba, da quando il governatore dello Stato ha approvato le disposizioni per una strategia di politica agricola votata alla coltivazione intensiva gestita dalla multinazionale Monsanto, la mortalità infantile è aumentata del 1750% in un solo decennio. Nel corso degli anni, a Sofia si sono unite altre madri dando vita al gruppo “Mothers of Ituzaingo“. Con l’aiuto anche di Raul Montenegro, un accademico che ha la cattedra di Biologia presso la Facoltà di Scienze dell’alimentazione, dell’università di Cordoba, il gruppo di madri ha denunciato la Monsanto per “genocidio”. L’8 gennaio 2014, è arrivata la sentenza che ha dichiarato “incostituzionale la costruzione degli impianti della Monsanto“. Il lavoro di Pablo Piovano ha lo scopo di rappresentare l’impotenza e la fragilità degli esseri umani di fronte al potere delle multinazionali e a una tragedia di incredibili proporzioni causata dall’uso massiccio di pesticidi. Per poterlo realizzare, il fotografo argentino ha viaggiato per più di 6000 km in auto. Con una macchina fotografica ha immortalato la sofferenza di uomini e bambini. Come spiega lui stesso, in alcune porzioni di popolazione, i casi di cancro nei bambini sono triplicati in meno di 10 anni. Gli aborti spontanei e i difetti di nascita sono cresciuti del 400%. Ma nonostante tutto, ancora oggi, è difficile scardinare un sistema di autorizzazioni che porta a utilizzare questi prodotti anche in Europa. Tutto questo orrore convive con il silenzio della maggior parte dei mezzi di comunicazione.

Ecco alcuni degli scatti più significativi di questo fotografo.

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Il reportage ha vinto diversi premi come il Festival internacional de la imagen, in Messico, e si è piazzato al terzo posto del concorso POY Latam. Ritornando al glifosato, è di questi giorni la notizia del ritrovamento di questo erbicida in alcune note marche di birra tedesche, come Beck’s e Paulaner. Nei prossimi giorni, la Commissione UE discuterà con gli Stati Membri del rinnovo dell’autorizzazione per l’utilizzo in Europa del glifosato

(Foto: Pablo Ernesto Piovano)

Fonte: ambientebio.it

 

Bloccato un documento che vieta 31 pesticidi in Europa, lo denuncia The Guardian

Il giornale The Guardian annuncia di aver visionato un documento in possesso della Commissione europea in cui 31 pesticidi potrebbero essere vietati a causa dei potenziali rischi per la salute. Ma il documento sembra sia stato bloccato. Ci sono 31 pesticidi per un valore di mercato di miliardi di euro che potrebbero essere vietati poiché rappresentano dei potenziali rischi per la salute. Ma secondo The Guardian il documento è stato bloccato da alti funzionari dell’Unione europea sotto la pressione delle grandi aziende chimiche che li utilizzano nei saponi, cosmetici e plastiche, scrive The Guardian;

quali Bayer e BASF, che ne hanno bloccato i criteri e al loro posto sono apparse opzioni meno rigorose assieme a un piano per la valutazione di impatto che si finalizzerà nel 2016.

Il documento visto da The Guardian raccomanda inoltre, di identificare e categorizzare le sostanze chimiche che alterano il sistema endocrino (EDC) che secondo gli scienziati causano un’aumento di anomalie fetali, mutazioni genitali, sterilità ma anche cancro e perdita del QI. Il documento inedito afferma inoltre che i rischi associati all’esposizione a interferenti endocrini si verificano anche a basse dosi e che dunque è necessario per queste sostanze chimiche che ne sia approvato l’uso. I criteri proposti per la categorizzazione degli interferenti endocrini, assieme alla strategia per la loro attuazione, si sarebbe dovuta mettere in atto lo scorso anno.pesticidi-620x350

Una fonte della Commissione ha detto a The Guardian:

Eravamo pronti presentare i criteri e una proposta di strategia ma dall’Ufficio del segretario generale ci hanno detto di non pensarci più. Effettivamente i criteri sono stati soppressi e biocidi e pesticidi hanno proseguito per la loro strada.

Il mese scorso 11 deputati hanno scritto una lettera al Commissario per la salute e la sicurezza alimentare, Vytenis Andriukaitisin lamentandosi del fallimento dell’Unione europea nell’ onorare il suo mandato a adottare i criteri sugli interferenti endocrini. Al posto della identificazione proposta di composti simili agli ormoni, l’attuale tabella di marcia dell’UE favorisce opzioni per basse quantità di interferenti endocrini e iò perché l’esposizione a soglie basse sarebbe considerata sicura. L’industria e le lobby agricole favoriscono questo approccio, sostenuto dal Regno Unito e da alcuni ministeri tedeschi. Sostengono che gli effetti socio-economici del divieto di pesticidi e biocidi potrebbe essere rovinoso per le comunità agricole. Infatti, uno studio del National Farmers ‘Union lo scorso anno ha stimato che il ritiro dei prodotti per la protezione delle colture potrebbe costare al settore agricolo del Regno Unito fino a 40.000 posti di lavoro e a 1.73 miliardi di sterline di perdite nei profitti, pari al 36 per cento dei livelli attuali.

Fonte: The Guardian

© Foto Getty Images

Perche gli scontrini fiscali sono pericolosi per la salute

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Attenzione agli scontrini fiscali. Un recente studio ha dimostrato che coloro che hanno toccato uno scontrino fiscale, dopo aver usato un prodotto per la pelle, hanno mostrato un rapido aumento di BPA (Bisfenolo A) nel sangue.

Le persone maneggiano quotidianamente scontrini fiscali. Non solo coloro che lavorano all’interno degli esercizi commerciali, ma anche tutti i consumatori che fanno acquisti regolari. Una cosa automatica, a cui spesso non facciamo caso, ma che potrebbe avere le sue ripercussioni sulla salute. Il Bisfenolo A (BPA) è una sostanza chimica utilizzata in una larga varietà di prodotti di consumo, come le bottiglie d’acqua, le resine per creare contenitori per alimenti e bevande ed è usata anche nella carta termica di cui sono fatti gli scontrini. Abbiamo avuto più volte modo di descrivere i rischi collegati a questo noto perturbatore endocrino, rischi che si estendono anche ai feti e che possono aumentare le possibilità dello sviluppo di cancro. Ora, secondo una ricerca condotta dall’Università del Missouri, questi rischi sarebbero collegati anche al semplice utilizzo degli scontrini fiscali. Studiando un gruppo di soggetti, i ricercatori hanno infatti notato un rapido aumento di BPA nel sangue di tutte quelle persone che, dopo aver utilizzato un prodotto per la cura della pelle, avevano toccato degli scontrini fiscali, contenenti questa sostanza. L’utilizzo di disinfettanti o saponi, ma anche creme e altri prodotti unti, favorisce infatti il passaggio di questa sostanza dannosa nel nostro corpo.

Nel suo comunicato, il dott. Frederick vom Saal, Professore di Scienze Biologiche al College of Arts and Science della MU, spiega: “Il primo BPA è stato sviluppato da un biochimico e testato come supplemento artificiale di estrogeni. Come interferente endocrino chimico, il BPA ha dimostrato di alterare meccanismi di segnalazione che coinvolgono gli estrogeni e altri ormoni. Gli scontrini di negozi e fast-food, i biglietti aerei, le ricevute di bancomat e altre carte termiche utilizzano tutti enormi quantità di BPA sulla propria superficie per poter essere stampati. Il problema è che noi come consumatori possiamo avere sulle mani disinfettanti, creme, saponi e creme solari che alterano drasticamente il tasso di assorbimento del BPA che troviamo su queste ricevute”.

Il problema è che noi assorbiamo quotidianamente BPA anche attraverso l’acqua o gli alimenti. La concentrazione accumulata nel corpo attraverso tutte queste fonti contaminanti può essere un rischio per la nostra salute. Secondo i risultati dello studio: “La combinazione di assorbimento dermico e orale di BPA ha portato a un rapido e drammatico incremento massimo medio di BPA non-coniugato bioattivo nel sangue e nelle urine già entro 90 minuti”.

Come abbiamo avuto più volte modo di spiegare, il BPA è una sostanza pericolosa per tutti, ma soprattutto per le donne incinte, visto che è stato dimostrato che può influenzare la salute mentale e fisica del feto.

(Foto: celtixsupplies)

Fonte: ambientebio.it

 

Inquinamento: quanto incide sulla salute e come disintossicarsi? Incontro con gli esperti il 13 dicembre a Bologna

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Quanto può incidere l’inquinamento sulla salute umana? E su quella del feto?

Abbiamo parlato diverse volte su quanto la continua esposizione ad agenti inquinanti possa incidere pesantemente sulla salute delle persone, ma anche su quella delle donne in gravidanza e dei bambini. Abbiamo parlato, ad esempio, delle correlazioni che possono nascere tra inquinamento e rischio autismo e su come le città italiane non siano esenti da rischi, anche gravi. Ora, una recente ricerca mostra come un’esposizione costante ad alti livelli di inquinamento atmosferico possa contribuire a danneggiare i polmoni del feto, durante il secondo trimestre di gravidanza. La ricerca è stata condotta da ricercatori spagnoli, guidati dalla dottoressa Eva Morales, del Centro di Epidemiologia Ambientale di Barcellona. I risultati sono stati pubblicati sulla rivistaThorax. Durante lo studio, i ricercatori si sono soffermati sulla possibile associazione tra l’esposizioneall’inquinamento atmosferico, durante momenti specifici della gravidanza, e la funzione polmonare dalla vita postnatale all’età prescolare. Lo studio è durato dieci anni. In particolare, tra il 2004 e il 2008, i ricercatori hanno tenuto sotto osservazione 1295 donne in gravidanza in due specifiche aree geografiche della Spagna. In seguito, hanno effettuato la stima dei livelli di esposizione delle donne ad agenti atmosferici inquinanti (benzene e NO2) seguendo poi i bambini dalla nascita, fino ai quattro anni di età. In ultimo, i ricercatori hanno analizzato il rapporto tra i livelli di inquinamento a cui erano state esposte le partecipanti allo studio, con la funzione polmonare dei bambini a quattro anni e mezzo, misurata attraverso il classico esame spirometrico. Secondo i risultati della ricerca, una maggiore esposizione ad alti livelli di  benzene e NO2 durante la gravidanza può compromettere la funzione polmonare dei bambini. Madri che vivevano in zone particolarmente trafficate, aumentavano fino al 22% il rischio che i loro figli presentassero polmoni dalle funzioni compromesse. Addirittura, la percentuale saliva del 30% per l’esposizione al biossido d’azoto. Il biossido di azoto (NO2) è un inquinante atmosferico rilasciato dai gas di scarico delle automobili; il benzene riflette il livello di inquinamento provocato dalle attività industriali. Questa ricerca offre uno spunto in più al dibattito che mette al centro il rischio che vivere in zone inquinate può avere sulla salute delle persone, ma anche dei bambini. La migliore soluzione sarebbe vivere in spazi verdi e avere a disposizione una dieta sana, che aiuti a mitigare gli effetti dell’inquinamento. Di questi e di tanti altri argomenti, si parlerà il 13 dicembre a Bologna, durante il congresso organizzato dall’A.i.Nu.C. (Accademia Internazionale di Nutrizione Clinica): “L’UOMO E LA VITA MODERNA. L’inquinamento ambientale e i suoi effetti sul benessere della persona”. Il corso tratterà alcuni effetti avversi sulla nostra salute provocati dall’ambiente e dall’alimentazione e alcuni metodi per disintossicare il nostro organismo. A certi livelli di esposizione, come abbiamo visto, i contaminanti presenti nell’aria, ma anche nel cibo e non solo, possono causare effetti avversi sulla salute, come malattie respiratorie, intolleranze alimentari, cancro, malformazioni congenite.

Per scaricare il programma, iscriversi e ottenere altre informazioni, potete visitare il sito:http://www.ainuc.it/sezione-5-sottosezione-209.htm

(Foto: lupusuva1phototherapy.com)

Fonte: ambientebio.it

Tinture per capelli: trovate sostanze cancerogene in alcuni prodotti

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Diverse ricerche hanno analizzato il problema della tossicità delle tinture per capelli, soprattutto nello sviluppo di malattie gravi. Non solo, quindi, sensibilità ai composti chimici adoperati nella realizzazione dei prodotti, ma anche aumento della percentuale di tumori tra chi è costantemente a contatto con queste sostanze. Secondo un nuovo studio condotto dallaUniversity’s Division of Occupational and Environmental Medicine di Lund (Svezia), alcune tinture permanenti per capelli potrebbero ancora contenere delle sostanze chimiche cancerogene, già bandite per la loro pericolosità. I ricercatori dell’Università di Lund hanno infatti riscontrato la presenza di sostanze tossiche, in concentrazioni più elevate, nel sangue dei parrucchieri che applicano tinture permanenti. A rischio sarebbero quindi i professionisti e i consumatori che fanno uso mensile di questi prodotti. La sostanza incriminata è l’o-toluidina, un’ammina aromatica, tossica e pericolosa per l’uomo e per l’ambiente. Secondo i ricercatori, le presunte sostanze cancerogene entrerebbero a far parte della composizione delle tinture durante il processo di produzione. Le tinture permanenti per capelli funzionerebbero infatti sfruttando una reazione chimica tra i cosiddetti “intermedi”, appunto le ammine aromatiche. Molte delle ammine aromatiche, tra cui l’o-toluidina, sono sospettate di provocare cancro della vescica, linfoma non-Hodgkin, leucemia e cancro al seno. Tali sostanze, come fa notare il DailyMail, sono state vietate dall’UE nei primi anni ’90 proprio per la loro pericolosità. Gli scienziati che hanno realizzato lo studio hanno misurato i livelli di otto composti cancerogeni, tra cui l’o-toluidina, nel sangue di 295 parrucchieri, 32 clienti che tingono regolarmente i capelli, e 50 persone che non avevano usato alcuna tintura permanente per 12 mesi. I risultati hanno evidenziato che le persone che sono entrate regolarmente a contatto con le tinture per capelli presentavano livelli di toluidina più alti, con un più alto rischio di cancro. La conclusione è chiara: l’esposizione ad alcune tinture permanenti porta all’introduzione nel flusso sanguigno di sostanze coloranti cancerogene. Per tali ragioni, i ricercatori hanno deciso di effettuare ulteriori studi sugli ingredienti presenti in tali prodotti, anche per verificare la probabilità che queste sostanze chimiche vengano trasferite nell’acqua. C’è ancora un ampio dibattito sulla presenza o meno di composti cancerogeni nelle moderne tinture per capelli. Questi prodotti sono così complessi, che spesso non si ha idea di cosa contengono e delle reazioni chimiche che possono innescare. Proprio per questo, le persone che li utilizzano dovrebbero adoperare guanti monouso e cercare di ridurre al minimo il contatto con la pelle. Già precedenti studi hanno collegato l’uso di tinture per capelli a un aumento del rischio di alcuni tumori (carcinoma della vescica e della mammella). Ricordiamo, ad esempio, una ricerca presso la University of Southern California (“Use of permanent hair dyes and bladder-cancer risk” Int J Cancer. 2001 Feb 15;91:575-9.) condotta nel 2001, che aveva dimostrato come le tinture per capelli potessero provocare il cancro. Lo studio aveva evidenziato che le donne che erano solite tingersi i capelli una volta al mese avevano il doppio dei rischi di contrarre il cancro. Un rischio che si triplicava se l’uso raggiungeva  i 15 anni o più (se volete approfondire l’argomento, potete farlo a questo link). Nel nostro articolo avevamo avuto modo di vedere come anche alcuni prodotti naturali per la tintura dei capelli contenessero in realtà degli aiuti chimici per potenziarne il colore. Cosa fare quindi?

Di sicuro, il primo passo è imparare a leggere bene l’etichetta dei prodotti. In alternativa, potete utilizzare dei metodi naturali per coprire i capelli bianchi, come ad esempio l’Henné o dei preparati a base di erbe. Potete trovare alcuni consigli utili a questo link:http://ambientebio.it/tinture-naturali-per-coprire-i-capelli-bianchi/

(Foto: ohsarahrose)

Fonte: ambientebio.it

Trovato erbicida tossico nel latte materno

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Ancora una volta sentiamo parlare di glifosato. Nei giorni scorsi, l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, l’Environmental Protection Agency – EPA, ha incontrato una delegazione di scienziati, ambientalisti e madri che hanno mostrato una forte preoccupazione a causa di tracce di glifosato trovate nel latte materno. Il glifosato, lo ripetiamo per chi non conoscesse questo prodotto, è il componente principale del Roundupl’erbicida della Monsanto più popolare al mondo. Da anni gli scienziati studiano le conseguenze che questa sostanza può comportare sull’uomo. Si parla di malformazioni, problemi gravi ai reni, interferenze con le funzioni riproduttive,aumento di rischio di Parkinson e di casi di autismo nei bambini. L’Agenzia ha incontrato in particolare un gruppo, denominato Moms Across America, che ha chiesto un intervento immediato e un ritiro del Roundup. Zen Honeycutt, la fondatrice del gruppo, ha affermato: “Questo è un veleno ed è nel nostro cibo. Ed ora è stato trovato anche nel latte materno. Numerosi studi mostrano gravi danni ai mammiferi. Vogliamo che questo tapis roulant tossico di cocktail chimici nel nostro cibo venga fermato”.

Il Roundup in cui è presente il glifosato è un erbicida presente in commercio dal 1970 e utilizzato in agricoltura, nei giardini e, come abbiamo avuto modo di vedere, anche nella manutenzione delle strade qui in Italia. Il glifosato è attualmente sotto osservazione dell’EPA che entro il 2015 dovrà determinare se il suo uso debba continuare così com’è, essere limitato o addirittura sospeso. L’agenzia si aspetta di avere una valutazione preliminare del rischio completa entro la fine di quest’anno. Dal canto loro, Monsanto e altri produttori chimici hanno assicurato che il glifosato è stato ampiamente studiato ed ha una lunga esperienza di utilizzo sicuro ed efficace. Non sono dello stesso parere naturalmente gli ambientalisti, i consumatori e gli scienziati che hanno portato a sostegno della loro tesi numerose ricerche che attestano la tossicità di questo prodotto. Il glifosato, infatti, è nocivo per le piante, per gli animali e per le persone.  Il gruppo Moms Accross America, che non ha intenzione di “mollare la presa” sulla questione, ha affermato che entro l’anno renderà disponibile uno studio sulla presenza di questa sostanza chimica nel latte materno negli Stati Uniti. I test commissionati dall’associazione e dal sito d’informazione Sustainable Pulse hanno rilevato la presenza di alti livelli glifosato in tre campioni su dieci di latte materno analizzato. Le analisi su 35 campioni di urine, invece, hanno evidenziato la presenza di residui di glifosato dieci volte superiori a quelli rilevati lo scorso anno da un’indagine analoga.

E pensare che solo l’anno scorso, l’EPA aveva deciso di aumentare i livelli di tolleranza ammessi per i residui di glifosato negli alimenti. Per l’agenzia il glifosato continua a essere un prodotto sicuro.

Fonte

(Foto: raruschel)

Fonte: ambientebio.it

Italia dei veleni: bambini a rischio, ma la ricerca non viene finanziata

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In questi ultimi mesi, purtroppo, ci siamo abituati a scoprire, giorno dopo giorno, un’Italia avvelenata, dove convivono le Terre dei Fuochi, le discariche abusive, i terreni contaminati, le persone che muoiono di tumore. A dare un quadro ancora più netto della pericolosità insita di questi luoghi, un tempo decantati per la loro bellezza, arriva in questi giorni il terzo dossier “Sentieri” dell’Istituto superiore di Sanità, sugli effetti sulla salute delle popolazioni esposte ai Sin, i Siti di interesse nazionale per le bonifiche. Lo studio ha il compito di approfondire il livello di compromissione della salute dei 5 milioni di italiani che vivono in territori tendenzialmente pericolosi, in prossimità di discariche, di industrie e di terreni inquinati. I risultati, come ci si poteva aspettare, non sono rincuoranti. La cosa che stupisce ancora di più, però, è che l’importanza di sviluppare questo filone di ricerche per comprendere meglio l’incidenza che questi veleni hanno sui nostri bambini viene, tutt’oggi, sottovalutata. Spesso non ci facciamo caso, ma i bambini corrono, giocano e respirano quell’aria malsana ricca di inquinanti. Il loro metabolismo è più veloce del nostro, per questo sono più esposti a rischi di malattia.

Quelli che vivono vicino alle aree contaminate hanno un rischio di morte più alto del 4%, già nel primo anno di vita. Oltre a questo, però, non ci è dato sapere, visto che il primo progetto di studio epidemiologico dedicato ai bambini che vivono in queste aree compromesse continua a giacere nei cassetti dell’Istituto superiore di Sanità. Parte di questi dubbi e l’assoluta necessità di indagare gli effetti di tutti questi veleni sulla salute dei bambini lo sono chiari nel nuovo rapporto “Sentieri”, di cui abbiamo parlato prima. Il settimo capitolo, in particolare, affronta questo tema, poco esplorato e soprattutto delicatissimo, dei rischi per la salute infantile. Per poter condurre la terza parte dello studio, i ricercatori dell’ISS hanno lavorato su tre banche dati diverse, incrociando le rilevazioni sulla mortalità aggiornate al 2010, l’incidenza oncologica per gli anni 1996-2005 e dati di ospedalizzazione relativi al periodo 2005-2010. Dalle analisi emergono con forza: la gravità dell’esposizione all’amianto, che genera mesotelioma e tumore maligno della pleura; una maggiore incidenza di tumore del fegato, legato a un “diffuso rischio chimico nei SIN”; le patologie del sistema urinario, per le quali si ipotizza un nesso causale legato ai solventi alogenati dell’industria calzaturiera. Non ultime le malattie respiratorie e i tumori al polmone. Le conclusioni di questi dati dovrebbero fungere da campanello d’allarme per la politica sanitaria e ambientale, spingendo chi di dovere ad acquisire maggiori conoscenze dei contaminanti presenti nei territori e delle conseguenze a essi legate. Ma non solo. Si sa che sono 5 milioni gli italiani che vivono in uno dei 44 siti di interesse nazionale per le bonifiche (Sin); di questi, un quinto sono bambini e giovani al di sotto dei 20 anni d età, la fascia più fragile ed esposta. Tuttavia su di loro grava un buco informativo che si spera possa essere colmato nel più breve tempo possibile. La sottostima di questo problema, fa notare il Fatto Quotidiano, era già nota agli esperti italiani.

Un anno fa, durante un workshop organizzato dal Dipartimento ambiente e prevenzione primaria (Ampp)dell’Iss, erano state descritte le evidenze epidemiologiche disponibili sui fattori di rischio ambientale per l’insorgenza dei tumori infantili riferiti a 23 siti, su 44, di interesse nazionale per le bonifiche e coperti dalla Rete dei registri tumori (Airtum).

Secondo i dati, in quei particolari siti, “sono stati registrati circa 700 casi di tumori maligni tra i ragazzi di età compresa tra 0 e 19 anni (più di 1.000 casi includendo anche i giovani adulti, 0-24 anni). Con picchi nelle realtà più compromesse della mappa dei veleni: a Massa Carrara, area interessata dal siderurgico e petrolchimico, le esposizioni agli inquinanti hanno portato a un eccesso di mortalità del 25% nei bambini sotto l’anno di vita e del 48% in quelli da 0 a 14 anni. A Taranto gli stessi valori sono superiori del 21% e del 24%, a Mantova – tra industrie metallurgiche e cartarie, petrolchimico e discariche e area portuale – addirittura del 64 e 23%”.

Il progetto per colmare questo buco informativo, nonostante la sua complessità, ha costi molto ragionevoli: costerebbe circa 350mila euro. Nulla, in confronto ai 250 milioni che nel bilancio del Ministero della sanità vanno sotto la voce “tutela della salute pubblica”. Poco rispetto allo studio approvato sulla sigaretta elettronica (415mila euro) o sul Piano di monitoraggio e di intervento per l’ottimizzazione della valutazione e gestione dello stress lavoro correlato proposto da Inal (480mila euro). Eppure, ad oggi, lo studio proposto dagli epidemiologi su tutti i bambini dell’Italia dei veleni non ha ancora trovato posto. I proponenti si limitano a dire: “Finora, in effetti, non abbiamo avuto fortuna. Abbiamo avuto un momento di gloria nel 2006-2007 con la ricerca finalizzata, poi nel 2009 col Ccm e adesso fatichiamo un po’ ma non demordiamo, stiamo continuando a fare richieste”. Anche perché, fare prevenzione per i bambini, significa fare prevenzione per tutti e quei dati che allo stato attuale non ci sono, potrebbero essere importantissimi. Anche considerato il fatto che ogni giorno, in un punto diverso d’Italia, si scoprono nuovi veleni, nuovi siti contaminati. L’ultimo, quello che riguarda Cassino, nella zona agricola di Nocione, dove un’area di 10mila metri quadrati, intrisa di veleni, dove pascolavano le pecore è stata recintata. Rifiuti ospedalieri e discariche abusive hanno contaminato terra e acqua. Un disastro annunciato, e denunciato ad esempio da Legambiente nel 1998, perpetrato per oltre due decenni e che, ad oggi, richiede almeno 213 mila euro di spesa preventivata per gli interventi.

(Foto: AZRainman)

Fonte: ambientebio.it

Bisfenolo A: dalla Francia nuovo allarme sui rischi per la salute

Primo paese europeo a mettere al bando i biberon e, da quest’anno, tutti i prodotti per bambini in policarbonato contenenti bisfenolo A, la Francia sembra intenzionata a fare luce sui rischi per la salute connessi all’assunzione di questo interferente endocrino. Rischi che, secondo l’ultimo dossier dell’Agenzia francese per la sicurezza alimentare, minacciano soprattutto le donne in gravidanza.biberon3

Alimentazione e assunzione di liquidi, ma anche inalazione e contatto tattile: sarebbero queste, secondo uno studio dell’Agenzia francese per la sicurezza alimentare, le principali fonti di esposizione al bisfenolo A, un composto organico utilizzato nella produzione di materie plastiche e in particolare di policarbonato di cui, sin dagli anni Trenta, numerosi studi europei e statunitensi denunciano la tossicità. Gli effetti nocivi individuati finora vanno dalle interferenze con l’equilibrio ormonale ai danni agli organi riproduttori e al sistema immunitario, dai problemi cardiaci agli effetti cancerogeni e all’endometriosi. Negli ultimi anni l’attenzione pubblica si è concentrata prevalentemente sui bambini, soprattutto dopo che, nel 2006, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha stabilito che quelli di età inferiore ai tre anni non sono in grado di eliminare la dose giornaliera di BPA tollerabile individuata per gli adulti, cioè 0,05 mg per chilo di peso corporeo. Poiché, per l’instabilità del legame chimico tra le sue molecole, il BPA presente nei contenitori tende a diffondersi nei liquidi e negli alimenti, i primi prodotti a finire nel mirino sono stati i biberon in policarbonato: la Francia e la Danimarca li hanno banditi nel 2010 e l’Unione europea ne ha vietato la produzione e la commercializzazione a distanza di un anno. Ma sostituire i biberon contenenti bisfenolo A con quelli in vetro non risolve il problema: per questo, a partire da quest’anno, la Francia ha deciso di eliminare anche gli imballaggi dei prodotti alimentari in policarbonato destinati ai bambini fino a 3 anni di età e punta a estendere il divieto a tutto il packaging alimentare dal 2015. Nel frattempo, l’Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare (Anses) e le imprese del comparto vanno alla ricerca di materiali alternativi e in questa ricerca individuano anche altre sostanze plastiche tendenti al rilascio di BPA cui fare attenzione.bpa_free_

L’ultimo dossier dell’Anses, rilasciato a seguito di un’indagine – commissionata dai ministeri della Salute e dell’Ambiente – durata tre anni sulla tossicità del bisfenolo A, porta traccia di questo obiettivo con un allegato che analizza i rischi connessi all’esposizione ad alcuni composti analoghi al bisfenolo A. Soprattutto, però, il rapporto mette in luce i modi attraverso cui entriamo in contatto con questa sostanza, anche se non ne siamo consapevoli. Secondo l’Agenzia, il principale canale di contatto è rappresentato dai contenitori per alimenti e bevande, come le lattine di metallo rivestite all’interno con resine sintetizzate a partire dal bisfenolo A o le bottiglie di acqua in policarbonato (diverse da quelle in polietilene tereftalato con sigla PET). L’inalazione e il contatto tattile rappresentano altre vie di assunzione del bisfenolo A finora poco considerate e tra i prodotti che veicolano questo rischio ci sarebbero anche gli scontrini su carta termica, tanto che gli studiosi francesi raccomandano test specifici sui lavoratori che li maneggiano abitualmente per verificarne l’effettiva pericolosità. L’Agenzia si è poi concentrata su quattro tipologie di effetti nocivi ancora non confermati: effetti sul cervello e sui comportamenti, sul sistema riproduttivo femminile, sul metabolismo e l’obesità, sulla struttura della ghiandola mammaria. Se i rischi nei primi tre casi sono stati classificati dagli studiosi come trascurabili, più significativi appaiono i pericoli che si trasmettono dalle donne in gravidanza ai feti: nei casi in cui la madre è esposta all’assunzione di BPA, la struttura della ghiandola mammaria del feto si può modificare e può derivarne lo sviluppo di tumori. Donne in gravidanza, bambini, lavoratori esposti al contatto con materiali che possono rilasciare bisfenolo A sono, quindi, per l’Agenzia, i soggetti da tutelare maggiormente, con misure che ne riducano l’esposizione al BPA. In generale, lo studio raccomanda la realizzazione di nuove ricerche sulla materia, l’acquisizione di ulteriori dati sulla tossicità del bisfenolo A, ma anche sulle diverse fonti di contatto. Un’ultima raccomandazione riguarda la necessità di trasparenza nei confronti dei consumatori, ad esempio migliorando l’etichettatura dei prodotti. Senza regole chiare e simboli condivisi che aiutino a riconoscere i materiali, fare acquisti sulla base del principio di precauzione diventa una caccia agli indizi che ci lascia troppo spesso senza risposte.

Fonte: il cambiamento

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RISCHIO AMBIENTE E SALUTE:Nucleare, OGM, Cellulari, moria delle Api e Nanotecnologia

 

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Rischi per l’ambiente e la salute: nel rapporto EEA Late lessons from early warnings non si parla solo del passato, ma anche delle questioni più scottanti di oggi: nucleare, OGM, telefoni cellulari, pesticidi e nanotecnologie. L’approccio dell’agenzia europea per l’ambiente è ispirato al principio di precauzione. E’ responsabilità dei poteri pubblici e delle aziende valutare i rischi per la salute e non solo cantare acriticamente le lodi per ogni innovazione che arriva sul mercato.  Vediamo ora in brevissima sintesi (l’originale conta 800 pagine!) cosa dice il rapporto sulle questioni emergenti.

 

 Centrali nucleari. Secondo gli esperti, le catastrofi di Chernobyl e Fukushima mostrano che la valutazione della probabilità di un grave incidente nucleare è attualmente sottovalutata, perché basata su assunzioni preconcette che non tengono conto di tutti i possibili fattori (errore umano, terremoto, atto terroristico).  E’ inoltre fondamentale un follow up scrupoloso delle popolazioni nelle aree colpite, visto che i danni alla salute si possono manifestare anche in un arco di quarant’anni.

 

OGM e agricoltura biologica: due approcci opposti. I raccolti da organismi geneticamente modificati sono pensati per monocolture a elevato input idrico ed energetico: sono altamente produttive (1), ma largamente insostenibili per la dipendenza da fonti non rinnovabili. Il sistema di proprietà intellettuale dei diritti riduce inoltre il potenziale di innovazione.

 

I metodi scientifici dell’agricoltura biologia sono per loro natura più partecipativi e pensati per valorizzare il ruolo multifunzionale dell’agricoltura nel produrre cibo, migliorare la biodiversità e i servizi dell’ecosistema e provvedere lavoro e sicurezza per le comunità locali. Per avere successo devono però avere un maggiore range di incentivi e di quadri normativi di supporto.

 

Telefoni cellulari e rischi per il cervello. L’International Agency for Research on Cancer dell’OMS ha classificato i campi elettromagnetici emessi dai telefoni mobili nel gruppo 2B come “possibili carcinogeni umani”. Anche se l’insorgenza di patologie dipende da una molteplicità di fattori, secondo l’EEA i governi e men che meno le aziende produttrici hanno preso sul serio questi avvertimenti. I benefici delle comunicazioni mobili devono associarsi ad una maggiore percezione del rischio per la salute.

 

Pesticidi e morte delle api. Da oltre un decennio si conosce il legame tra i pesticidi neonicotinoidi usati per la concia dei semi e la morte di massa delle api, eppure al legislazione è ancora carente nel proteggere una specie fondamentale per il suo servizio naturale di impollinazione. L’EEA osserva giustamente che il lavoro degli scienziati deve essere valutato per il loro merito scientifico e non sulle conseguenze per le aziende VIP della chimica.

 

Nanotecnologia. Mentre si prospettano miracoli da questa ultima nata tra le discipline scientifico-tecniche, non si valutano ancora con sufficiente attenzione i rischi che potrebbero insorgere dallo spostamento di questa tecnologia “dai lavoratori al mercato”. Occorre per questo integrare preoccupazioni ambientali e sanitarie nella progettazione dei nanodispositivi.

 

(1) In realtà, la tanto decantata maggiore resa degli OGM non corrisponde a realtà come nel caso ben documentato della soia.

 

Fonte:ecoblog