Il cambiamento climatico rispecchia la nostra relazione con la terra

Un’ode alla terra e un invito a riparare la nostra relazione con essa. È così che potremmo definire l’ultimo rapporto IPCC sui cambiamenti climatici dal quale emerge lo stretto legame tra l’uso del suolo ed il riscaldamento globale. Le previsioni cupe del report non rappresentano però una sentenza definitiva e gli esperti tracciano la strada da seguire per fronteggiare la crisi ambientale in atto. “Né le nostre identità individuali o sociali, né l’economia mondiale esisterebbero senza le molteplici risorse, servizi e sistemi di sostentamento forniti dagli ecosistemi terrestri e dalla biodiversità. Il valore annuale dei servizi ecosistemici terrestri totali del mondo è stato stimato a 75-85 trilioni di dollari nel 2011. Ciò supera sostanzialmente il PIL annuale mondiale. La terra e la sua biodiversità rappresentano anche benefici essenziali e immateriali per l’uomo, come l’arricchimento cognitivo e spirituale, il senso di appartenenza e i valori estetici e ricreativi. Valorizzare i servizi ecosistemici con metodi monetari spesso trascura questi servizi immateriali che modellano le società, le culture e la qualità della vita e il valore intrinseco della biodiversità. L’area terrestre della Terra è limitata. L’uso sostenibile delle risorse della terra è fondamentale per il benessere umano”.

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Si apre così, quasi con un’ode al nostro pianeta, il Rapporto speciale “Il cambiamento climatico e la terra” del gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC) delle Nazioni Unite. L’anno scorso l’IPCC ha pubblicato il famoso “Rapporto speciale sul riscaldamento globale di 1,5° C”, in cui ci dice che abbiamo 12 anni per scongiurare il peggio. Questa è la prima volta nella storia dei rapporti dell’IPCC che la maggior parte degli autori – 53% – proviene da paesi in via di sviluppo. Il team degli autori ha attinto al contributo di 96 autori partecipanti; ha incluso oltre 7000 riferimenti citati nel rapporto; e considerato un totale di 28.275 commenti di esperti e dei governi. I rapporti dell’IPCC contengono solo dati e previsioni su cui c’è accordo nella comunità scientifica, e sottolineano anche il grado di consenso esistente sulle singole affermazioni contenute nel rapporto.  

“Con l’aumento del riscaldamento, si prevede che la frequenza, l’intensità e la durata degli eventi legati al calore, comprese le ondate di calore, continueranno ad aumentare nel corso del 21° secolo (alta fiducia). Si prevede che la frequenza e l’intensità della siccità aumenteranno in particolare nella regione mediterranea e nell’Africa meridionale (media fiducia). Si prevede che la frequenza e l’intensità degli eventi con precipitazioni estreme aumenteranno in molte regioni (elevata sicurezza)”. La probabilità che l’onda calda della scorsa estate si ripeta nelle prossime è praticamente certa. Meno sicuro è che in Europa faremo esperienza di siccità, seppure anche questo resta mediamente probabile. In generale, nel mondo, circa 500 milioni di persone vivono in aree soggette a desertificazione. Cosa c’entra la terra con tutto questo? Non sono solo le emissioni di gas serra a causare il riscaldamento globale? Sembra di no. Il modo in cui utilizziamo la terra, ha un impatto sul riscaldamento globale. Questo per due motivi, ci spiega il rapporto. La deforestazione dovuta all’agricoltura e le pratiche agricole industriali impoveriscono il terreno, diminuisce l’umidità e la biodiversità, e quindi la naturale capacità della terra di mitigare il clima, produrre precipitazioni e assorbire anidride carbonica dall’atmosfera.

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Contemporaneamente, però, azioni come la riforestazione, l’agricoltura rigenerativa, la protezione e il restauro degli ecosistemi, possono aumentare la capacità della terra di prelevare carbonio e immagazzinarlo nel terreno. Mentre noi esseri umani lo estraiamo dal sottosuolo e lo rilasciamo nell’atmosfera, le piante e i microrganismi del suolo lo riportano a terra. “L’agricoltura, la silvicoltura e altri tipi di utilizzo del suolo rappresentano il 23% delle emissioni umane di gas serra. Allo stesso tempo, i processi naturali terrestri assorbono l’anidride carbonica equivalente a quasi un terzo delle emissioni di anidride carbonica da combustibili fossili e dall’industria ”, spiega Jim Skea, copresidente del terzo gruppo di lavoro dell’IPCC. Ci siamo indignati per il disboscamento dell’Amazzonia voluta dal Governo Bolsonaro per soddisfare gli appetiti della lobby agricola. Ma circa tre quarti della superficie terrestre libera dai ghiacci a livello globale è utilizzata dall’uomo per attività produttive. E non basta. Si legge nel rapporto che se la dieta media dei paesi ricchi fosse consumata a livello globale, “la superficie agricola necessaria per fornire queste diete aumenterebbe di 14 volte”. 

Ultimamente si parla molto di piantare alberi per contrastare l’innalzamento delle temperature, e recentemente è stata lanciata una campagna anche in Italia. Il Rapporto dedica molte pagine agli effetti dei programmi di forestazione e riforestazione. Tuttavia non tutto è così semplice. Piantare alberi dove ci sono praterie o pascoli, per esempio, può addirittura ridurre la capacità di assorbimento di carbonio del terreno. Può anche portare a un consumo maggiore di acqua. Le foreste di monoculture a rapida crescita, purtroppo diffusissime, hanno un impatto negativo sulla biodiversità, e alcune specie come il pino e l’acacia risultano spesso invasive e dannose per le specie autoctone. Se si guarda ai “potenziali effetti collaterali di tali misure su larga scala, in particolare per i paesi a basso reddito, si potrebbero verificare aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari causati dall’aumentata concorrenza per la terra”.

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Riscaldamento atmosferico, aumento di eventi climatici estremi, spostamento degli ecosistemi stanno già causando instabilità nell’approvigionamento di cibo. “I modelli previsionali globali – si legge nel rapporto – prevedono un aumento mediano del 7,6% (intervallo dall’1 al 23%) dei prezzi dei cereali nel 2050 a causa dei cambiamenti climatici, portando a un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e a un aumento del rischio di insicurezza alimentare e fame (media fiducia). Le persone più vulnerabili saranno maggiormente colpite (alta sicurezza)”. 

Ma le previsioni cupe contenute nel rapporto non sono una sentenza definitiva. Infatti, si legge, “esistono molte opzioni di gestione del territorio sia per ridurre l’entità delle emissioni sia per aumentare l’assorbimento di carbonio. Queste opzioni migliorano la produttività delle colture, lo stato dei nutrienti del suolo, il microclima o la biodiversità e quindi supportano l’adattamento ai cambiamenti climatici (elevata fiducia)”.  

Il bello è che queste opzioni coincidono con quanto sostenuto da quelli che fino a poco tempo fa apparivano come sognatori utopici. C’è infatti, scrive il rapporto, “un elevato accordo su (una combinazione di) scelte come l’agroecologia, l’agricoltura conservativa e le pratiche forestali, la diversità delle specie vegetali e forestali, adeguate rotazioni di colture e foreste, agricoltura biologica, gestione integrata dei parassiti, conservazione e protezione dei servizi di impollinazione, raccolta delle acque piovane, gestione della gamma e dei pascoli e sistemi di agricoltura di precisione. L’agricoltura e la silvicoltura conservativa utilizzano pratiche di gestione con un minimo disturbo del suolo come nessuna lavorazione del terreno o minima lavorazione, copertura del suolo permanente con pacciamatura combinata con rotazioni per garantire una superficie del suolo permanente o rapida rigenerazione della foresta dopo il raccolto”. Sono queste le pratiche agricole del futuro, perché sono le uniche che possono sia mitigare i cambiamenti climatici, che facilitare l’adattamento ad essi. Inoltre, queste opzioni “possono contribuire a sradicare la povertà eliminando la fame, promuovendo nel contempo buona salute e benessere, acqua pulita e servizi igienico-sanitari, azione per il clima e vita sulla terra”.

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Per implementare queste opzioni nella scala e rapidità necessarie, tuttavia, servono sistemi di governance innovativi, in grado di coinvolgere i diversi stakeholder, consultare le popolazioni locali, creare processi decisionali deliberativi, costruire istituzioni policentriche e multilivello e attingere alle conoscenze indigene.  “La natura, la fonte e le modalità di generazione della conoscenza sono fondamentali per garantire che le soluzioni sostenibili siano di proprietà della comunità e completamente integrate nel contesto locale. L’integrazione della conoscenza indigena e locale con le informazioni scientifiche è un prerequisito per tali soluzioni di proprietà della comunità”. 

Nel parlare dei sistemi di pensiero indigeni il Rapporto specifica che “la conoscenza indigena locale è anche olistica dal momento che gli indigeni non cercano soluzioni volte ad adattarsi ai soli cambiamenti climatici, ma cercano invece soluzioni per aumentare la loro capacità di resistenza a una vasta gamma di shock e stress”. 

Come ha scritto la biologa nativa americana Robin Wall Kimmer nel suo meraviglioso libro “Braiding Sweetgrass”, sottotitolato “Saggezza indigena, conoscenza scientifica e gli insegnamenti delle piante”, occorre integrare le antiche conoscenza indigene con le moderne indagini scientifiche. Come emerge dal Rapporto dell’IPCC, infatti, abbiamo un vitale bisogno di entrambe. Come scrive Kimmer, “antiche e nuove storie che possano essere medicina per la nostra relazione spezzata con la terra, una farmacopea di storie curative che possano consentirci di immaginare una relazione diversa, nella quale gli esseri umani e la terra siano buona medicina gli uni per l’altra”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/09/cambiamento-climatico-rispecchia-nostra-relazione-terra/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

COP24 sui cambiamenti climatici: “Non ci sono più scuse. Il Pianeta brucia”

I rappresentanti di duecento Paesi sono riuniti a Katowice, in Polonia, per la Conferenza delle Parti promossa dalle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (COP24). Ad aprire ieri il Summit sul clima un chiaro messaggio: la minaccia non è mai stata così urgente.

“Non ci sono più scuse, il Pianeta brucia ed è ora di agire”. In apertura del Summit sul clima (COP24) in Polonia, Greenpeace ricorda l’allarme lanciato dalla comunità scientifica: abbiamo solo dodici anni per salvare il clima del nostro Pianeta. Per questo il Summit di Katowice non può che avere obiettivi ambiziosi.

“Questo è un momento cruciale per tutti noi, un vero e proprio test per l’umanità”, afferma Jennifer Morgan, Direttrice Esecutiva di Greenpeace International. “A Katowice i leader di tutti i Paesi del mondo devono sfidarsi a guardarsi in faccia e affermare di essere al fianco di tutti noi. Quelli che non lo faranno saranno condannati dalla Storia e ne dovranno render conto. Alla CoP24, i governi devono agire e impegnarsi, entro il 2020, ad allineare i loro piani nazionali sul clima all’obiettivo di mantenere l’incremento delle temperature entro 1,5°C”.

“La scienza del clima ci dà ancora speranze, ma il tempo per le chiacchiere è finito da un pezzo”, dichiara Giuseppe Onufrio, Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia. “I cittadini chiedono a gran voce azioni concrete. Ci sono bambini che marciano fuori dalle scuole, attivisti che si mobilitano e sono sempre più frequenti le cause legali che contrappongono singoli o intere comunità ai responsabili delle emissioni di gas serra: dall’industria petrolifera ai responsabili della deforestazione del Pianeta”.

Quest’anno, il Summit sul Clima arriva sulla scia di avvertimenti chiarissimi lanciati dal Panel di scienziati dell’ONU sul Clima (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC), dall’Organizzazione Meteorologica Internazionale (WMO) e dal Piano Ambientale dell’ONU (UNEP):

– Se l’incremento delle temperature dovesse continuare al ritmo corrente, il riscaldamento climatico dovrebbe superare la soglia di 1,5°C tra il 2030 e il 2052: ciò rende assolutamente urgente il taglio delle emissioni di gas serra;
– I livelli di CO2 hanno raggiunto valori record: la stima è di 405,5 parti per milione (ppm) nel 2017: un valore che non si registrava in atmosfera negli ultimi 3/5 milioni di anni. Nel 2015 in atmosfera c’erano solo 400,1 ppm;
– Il 2018 sia avvia a essere il quarto anno più caldo di sempre: i venti anni più caldi sono stati tutti registrati negli ultimi 22 anni;

– Il rapporto “UNEP Emission Gap” rivela che i Paesi devono aumentare di cinque volte le riduzioni di emissioni di gas serra per centrare l’obiettivo 1,5°C.

A fronte di queste notizie negative ce ne sono però altre che ci danno speranze:

– L’Unione europea ha ripreso una forte leadership sul clima e ha proposto un obiettivo “emissioni zero” al 2050. Tuttavia, per restare entro 1,5°C questo obiettivo deve essere anticipato al 2040;
– I Capi di Stato di 18 Paesi europei, tra cui il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, hanno firmato un appello che chiede a tutti i Paesi di rivedere i loro piani nazionali sul clima, alla luce delle ultime evidenze scientifiche;
– Governi regionali, città e aziende forniscono ai leader del Pianeta esempi sempre più forti di piani ambiziosi a difesa del clima. Ad esempio, poche settimane fa Generali Assicurazioni ha notevolmente migliorato la sua policy sul clima distanziandosi dal carbone.  Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/cop24-cambiamenti-climatici-pianeta-brucia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Cambiamenti climatici: “Convertire tutti i settori dell’economia”

La differenza tra 1.5 e 2 gradi centigradi non è trascurabile e contenere il surriscaldamento del pianeta entro questa soglia potrà ridurre in maniera significativa i danni climatici – ondate di calore, siccità, incendi boschivi, alluvioni – che altrimenti potrebbero diventare devastanti. È quanto emerge dal rapporto del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC). Legambiente commenta: “Un obiettivo ambizioso ma attuabile. Serve, però,una rapida e profonda riconversione di tutti i settori dell’economia. L’Europa e l’Italia sono chiamati a tradurre in realtà l’Accordo di Parigi”.

“Il rapporto del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), presentato oggi dimostra che molte delle disastrose conseguenze dei cambiamenti climatici in corso possono essere evitate se si rispetta la soglia critica di 1,5 gradi centigradi. Si tratta di un obiettivo ambizioso che siamo, però, ancora in grado di raggiungere. Ma serve una rapida e profonda riconversione di tutti i settori dell’economia globale. Domani i ministri europei dell’ambiente si riuniranno a Bruxelles e, insieme a tante altre associazioni europee, abbiamo chiesto loro di dare concreta attuazione a questa speranza. L’Italia può e deve avere un ruolo da protagonista in Europa non solo per tradurre in realtà la promessa di Parigi, ma soprattutto per accelerare la transizione, fondata su efficienza energetica e rinnovabili, verso la decarbonizzazione dell’economia europea. Solo così sarà possibile vincere la triplice sfida climatica, economica e sociale, creando nuove opportunità per l’occupazione e la competitività delle imprese italiane ed europee”.ciclone-cambiamenti-climatici

È il commento di Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, a seguito della pubblicazione del rapporto speciale dell’IPCC, commissionato e approvato dai governi che nel 2015 avevano firmato l’Accordo di Parigi. Una presentazione che arriva alla vigilia della riunione dei ministri europei dell’ambiente, chiamati ad adottare la posizione europea per la prossima Conferenza sul clima (COP24) di Katowice, in programma il prossimo mese di dicembre. Il rapporto costituisce la più approfondita ed autorevole valutazione degli impatti dovuti all’aumento della temperatura media globale. Si dimostra, oltre ogni dubbio, che la differenza tra 1.5 e 2 gradi centigradi non è trascurabile e che contenere il surriscaldamento del pianeta entro questa soglia potrà ridurre in maniera significativa i danni climatici – ondate di calore, siccità, incendi boschivi, alluvioni – che altrimenti potrebbero diventare molto pericolosi e devastanti.

“È evidente che servono impegni di riduzione delle emissioni molto più ambiziosi di quelli sottoscritti a Parigi, ma invertire la rotta è possibile sia dal punto di vista tecnologico che economico – sottolinea ancora Zanchini –. Ai ministri che si riuniranno domani, a partire da quello italiano, chiediamo per questo di accelerare la transizione verso un’Europa rinnovabile e libera da fonti fossili. Il Consiglio Ambiente deve pertanto impegnarsi ad aumentare entro il 2020 gli obiettivi europei, in linea con la traiettoria di riduzione delle emissioni compatibile con la soglia critica di 1.5°C, così da poter raggiungere zero emissioni nette entro il 2040 sulla base delle possibilità e responsabilità di leadership globale dell’Europa”.cambiamenti-climatici-stop

Decarbonizzare non serve solo a contrastare i cambiamenti climatici, ma produce anche benefici sociali ed economici. Legambiente ricorda, infatti, che un’azione climatica in linea con gli obbiettivi di Parigi, secondo il recente rapporto della Commissione Globale su Economia e Clima, può far crescere l’economia mondiale di ben 26.000 miliardi di dollari, creare 65 milioni di nuovi posti di lavoro ed evitare 700.000 morti premature per l’inquinamento atmosferico già entro il 2030. Un impegno che non solo offre grandi opportunità di sviluppo economico e occupazionale, ma che consente una drastica riduzione dei costi dovuti agli impatti climatici. Secondo Eurostat, nel 2015 le perdite economiche sono state di ben 11.6 miliardi di euro. Mentre un recente studio dell’Agenzia europea dell’ambiente stima costi sino a 120 miliardi l’anno con un aumento della temperatura globale di 2°C e addirittura 200 miliardi se si raggiungessero 3°C.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/cambiamenti-climatici-convertire-tutti-settori-economia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

‘Ghiacciai – Il futuro dei ghiacci perenni nelle nostre mani’. Al Muse di Trento la mostra sui termometri del riscaldamento globale

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Novamont sostiene “Ghiacciai”, la mostra del Museo delle Scienze di Trento che racconta natura, ricerca, avventura e mito degli ambienti glaciali. Il Museo delle Scienze (MUSE) di Trento, innovativo e modernissimo progetto museale voluto dalla provincia di Trento e realizzato dall’architetto Renzo Piano, inaugura una mostra di grande fascino – “Ghiacciai – Il futuro dei ghiacci perenni nelle nostre mani.

Masse di ghiaccio, riserve d’acqua dolce, attrazione turistica, laboratori scientifici a cielo aperto, termometri del riscaldamento medio globale, testimoni dell’impronta dell’uomo sull’ambiente. I ghiacciai sono tutto questo e molto di più. La mostra, visitabile fino al 23 marzo 2019, offre una fotografia dei ghiacciai che ricoprono il nostro pianeta da quattro prospettive: l’ambiente naturale glaciale e le dinamiche che lo mantengono in equilibrio; le attività scientifiche e i rilievi che permettono di quantificare lo stato di salute dei ghiacciai e di studiare i cambiamenti climatici degli ultimi secoli; le avventurose esplorazioni sui sentieri glaciologici; le vicende storiche e i miti legati ai luoghi più inospitali dell’ambiente montano. Il visitatore ha la possibilità di scoprire diverse realtà dell’attività glaciologica grazie a contenuti multimediali inseriti in strutture lignee, dalle linee essenziali e curiose. La desertificazioni dei suoli e le emissioni di CO2 sono tra le cause principali del riscaldamento globale. Utilizzare prodotti in bioplastica compostabile come il Mater-Bi di Novamont, smaltibili con la raccolta del rifiuto organico, anziché manufatti in plastica tradizionale, significa aumentare la produzione di compost, il miglior alleato per combattere il fenomeno della desertificazione. Commenta Andrea Di Stefano, responsabile comunicazione di business e eventi speciali di Novamont: “Sosteniamo la mostra “Ghiacciai” perché raccontare e documentare la realtà attuale dell’habitat glaciale significa sensibilizzare le coscienze e promuovere il cambiamento per combattere il degrado in cui versa madre Terra e l’impoverimento complessivo, non solo economico, in cui vivono le persone”. La sponsorizzazione al MUSE, che prevede una collaborazione triennale, si inserisce nell’ambito delle iniziative che da anni vedono Novamont impegnata nella divulgazione scientifica e nella promozione di modelli di produzione e di consumo sostenibili.

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

Aumentano i tornado violenti nel Mediterraneo per il riscaldamento globale, uno studio ENEA – CNR

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Sempre più probabile il verificarsi di trombe marine e tornado intensi nei mari italiani a causa dell’innalzamento della temperatura superficiale dell’acqua dovuta al riscaldamento globale. È quanto emerge da una ricerca ENEA – CNRpubblicata su Scientific Report di Nature, una delle più antiche e autorevoli riviste scientifiche al mondo. Sempre più probabile il verificarsi di trombe marine e tornado intensi nei mari italiani a causa dell’innalzamento della temperatura superficiale dell’acqua dovuta al riscaldamento globale. È quanto emerge da una ricerca ENEA – CNRpubblicata su Scientific Report di Nature, una delle più antiche e autorevoli riviste scientifiche al mondo. Lo studio è stato condotto su un tornado che si è abbattuto su Taranto nel novembre del 2012, quando la temperatura in superficie del mar Ionio era superiore di 1 C° rispetto alla media del periodo.StudioENEACNR

“I tornado violenti sono generati da celle temporalesche, chiamate supercelle, che si formano solo in determinate condizioni meteorologiche. Attraverso un esperimento modellistico abbiamo dimostrato che 1 C° di variazione di temperatura è stato determinante per formare la supercella, quindi il tornado”, spiega il ricercatore ENEA Vincenzo Motola, uno degli autori dello studio. “Infatti, aumentando la temperatura del mare cresce anche la sua energia, che viene ‘ceduta’ alla supercella. Tuttavia, la proporzionalità tra il calore del mare e l’intensità del tornado non è lineare. Questo vuol dire che, superata una certa temperatura, la violenza di questi fenomeni aumenta in maniera più che proporzionale”.

In questo studio i dati numerici raccolti dal CNR sono stati elaborati dall’ENEA con il software ESRI-Arc-GIS, che ha prodotto una mappa capace di visualizzare  geograficamente il fenomeno ed evidenziare il ruolo dell’orografia nello sviluppo del tornado. Nel caso del tornado al largo di Taranto, la Sila, la catena montuosa che attraversa la Calabria, ha contribuito a creare le condizioni di vento per la formazione del fenomeno violento. Oltre ad aver fornito importanti risultati scientifici, questo studio ha anche dimostrato che unendo le competenze modellistiche previsionali del CNR, alle competenze GIS (Geographical Information System) del l’ENEA per la realizzazione delle mappe, si aprono nuove prospettive nella validazione di modelli per le previsioni meteo e lo studio di sistemi complessi che determinano la formazione di fenomeni meteorologici estremi.

Per maggiori informazioni: Lo studio completo pubbblicato su Scientific Report

Fonte: ecodallecitta.it

Clima e emissioni CO2: la carne per cani e gatti inquina come 13 milioni di auto

Secondo uno studio pubblicato su PlosOne, nei soli Stati Uniti, per sfamare cani e gatti si emettono 64 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno.http _media.ecoblog.it_c_c81_clima-e-emissioni-co2-la-carne-per-cani-e-gatti-inquina-come-13-milioni-di-auto

In un periodo di cambiamenti climatici e riscaldamento globale, in una delle estati più torride degli ultimi decenni con ondate di caldo che stanno creando danni economici enormi, arriva come un fulmine a ciel sereno uno studio scientifico che ci costringe a riesaminare il nostro modo di guardare alle emissioni di CO2. Da anni puntiamo il dito soprattutto su tre grandi fonti di emissioni di gas climalteranti: il settore energetico (in particolare le centrali elettriche alimentate da fonti fossili come petrolio, gas e carbone), quello dei trasporti (in particolare il trasporto privato, basato su auto di proprietà con motore a benzina o diesel a gasolio) e quello dell’alimentazione (con un occhio e un dito puntati sull’eccessivo consumo di carne). Tutto vero, ma se ci soffermiamo sull’ultimo settore, quello delle emissioni di CO2 derivanti dall’alimentazione carnivora, spunta adesso uno studio pubblicato su PlosOne che fa riflettere da cui si evince che, negli Stati Uniti, tra il 25% e il 30% delle emissioni di CO2 dipendenti dalla produzione di carne provengono dalla carne destinata al pet food. Il cibo per cani e gatti, insomma, da solo causa oltre un quarto delle emissioni del “comparto carne” americano. In questi calcoli sono incluse anche le emissioni derivanti dalle feci degli animali. Negli USA, spiega l’autore dello studio Gregory Okin, ci sono 77,8 milioni di cani e 85,6 milioni di gatti (dati 2015). Se questi 163 milioni di animali domestici fossero considerati uno Stato sovrano, esso sarebbe il quinto al mondo per consumo di carne, dopo Russia, Brasile, USA e Cina. Venendo al “lato sporco” dello studio, Okin ha stimato in 5,1 milioni le tonnellate di feci prodotte da cani e gatti in un anno negli Stati Uniti. Più o meno quante ne producono 90 milioni di americani. In totale le emissioni equivalenti di CO2 attribuibili a cani e gatti sono pari a circa 64 milioni di tonnellate. Che, più o meno, è quanto emettono 13,6 milioni di auto negli Stati Uniti ogni anno.

Okin fa notare che “Comparata a una dieta a base di piante, quella carnivora richiede più energia, territorio e acqua e ha un impatto ambientale superiore in fatto di erosione, pesticidi e rifiuti prodotti“. E di cani gatti vegani, aggiungiamo noi, ce ne sono ben pochi. Tuttavia, è lo stesso Okin che precisa che molto spesso i mangimi per cani e gatti sono prodotti partendo dagli scarti della filiera della carne e quindi non si tratterebbe, o almeno non del tutto, di tonnellate di CO2 aggiuntive rispetto a quelle emesse dall’americano medio con la sua dieta altamente carnivora. Ma lo stesso Okin, analizzando il pet food per ottenere i dati su cui iniziare il suo studio, ha notato che i “mangimi premium” contengono percentuali di carne superiore a quelli più economici. Per non parlare del fatto che l’umanizzazione degli animali domestici porta sempre più spesso i loro padroni a cucinare per loro, utilizzando alimenti utili per il consumo umano.

Questo, secondo Okin (che tra l’altro specifica e ribadisce di amare cani e gatti), può essere realmente dannoso per l’ambiente: “Un cane non ha bisogno di mangiare bistecche, un cane può mangiare cose che un umano sinceramente non può mangiare“.

Credit foto: Flickr

Fonte: ecoblog.it

Cambiamenti climatici: innalzamento dei mari più veloce del previsto per il riscaldamento globale

Un recente studio pubblicato su Nature corregge i dati: il livello dei mari cresce di 3,3 millimetri l’anno. Urgono politiche di adattamento al global warming.http _media.ecoblog.it_d_d36_cambiamenti-climatici-innalzamento-dei-mari-piu-veloce-per-riscaldamento-globale

Grazie a strumenti di misurazione sempre più sofisticati e a supercomputer in grado di elaborare una mole di dati sempre maggiore, gli studi più recenti sui cambiamenti climatici e il conseguente scioglimento dei ghiacciai e innalzamento del livello dei mari riportano oggi dati più accurati del passato. E, per questo, molto più preoccupanti. L’ultimo studio pubblicato su Nature, ad esempio,  mostra che l’innalzamento dei mari nel periodo 1993-2014 non è stato identico ogni anno: se nel 1993 i mari sono cresciuti di 2,2 millimetri, a livello globale, nel 2014 si è arrivati a 3,3 millimetri. I mari cioè si innalzano ad un ritmo di molto più alto del previsto. Cosa causa l’innalzamento dei mari? In primo luogo, secondo gli scienziati, è colpa dello scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia che, nel 1993, contribuiva solo per il 5% al problema mentre nel 2014 per il 25%. Lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia, quindi, negli ultimi vent’anni ha subito una fortissima accelerazione. Come combattere l’innalzamento del livello degli oceani? Innanzitutto rallentando i cambiamenti climatici che portano al riscaldamento globale: diminuire le emissioni di gas serra climalteranti è fondamentale, è il punto di partenza. Lo si fa diminuendo l’uso di combustibili fossili e spingendo per la diffusione delle energie rinnovabili e di auto elettriche. Poi bisogna mettere in atto costose, ma ormai inevitabili, misure di contenimento dei danni. Le cosiddette politiche di adattamento ai cambiamenti climatici. Questo perché molti dei danni del global warming sono già parte delle nostre vite: i ghiacciai si sciolgono, il livello dei mari si innalza divorando le coste, la desertificazione delle aree temperate è ormai alle porte, persino in Italia dove, a causa della siccità e delle anomale ondate di caldo,  si contano già danni all’agricoltura per un miliardo di euro.

Credit foto: Flickr

Fonte: ecoblog.it

L’uomo che parla con le api

Le api stanno scomparendo e questo si sa ormai da tempo. Per fermare tutto questo sarebbe indispensabile e urgente pensare a un nuovo modello di agricoltura integrata. A parlarcene è Nicola Saviano… l’uomo che parla con le api.salviamo_le_api_

Le api stanno scomparendo e questo si sa ormai da tempo. Questi insetti meravigliosi, insieme ad altri animali impollinatori, muoiono a causa dei cambiamenti climatici, del riscaldamento globale, della scomparsa della biodiversità botanica e per via delle monocolture industriali intensive che implicano l’uso spesso indiscriminato di pesticidi e agenti chimici dannosi. Tutto questo potrebbe avere conseguenze serissime per l’impollinazione e quindi per la nostra alimentazione e sopravvivenza. Per fermare tutto questo sarebbe indispensabile e urgente pensare a un nuovo modello di agricoltura integrata, sostenibile per tutti gli esseri viventi (e non solo per l’uomo), sana e rispettosa dell’ambiente. L’apicoltura, che senz’altro ha avuto e continua ad avere serie difficoltà a causa di tutto questo, non è, però, senza responsabilità. Nell’apicoltura tradizionale, infatti, si utilizzano farmaci per curare le patologie più comuni delle api o gli attacchi della Varroa, un acaro molto pericoloso per questi insetti. I farmaci utilizzati possono contaminare il miele. Per avere una maggiore produzione, inoltre, non si esita spesso a depredare le api di tutto il loro miele sostituendolo con zucchero o altri preparati specifici che talvolta vengono addizionati di antibiotici o altri farmaci. Anche la produzione di propoli o pappa reale pone questioni etiche che non possono essere sottovalutate.  Esiste, però, un’apicoltura diversa, il cui scopo non è solo economico ma il cui primo obiettivo è l’attenzione a come stanno e a cosa sentono ed esprimono questi animali. Si tratta di un nuovo approccio all’allevamento che sviluppa una relazione simbiotica tra l’uomo e le api, rispettandole, ascoltandole e comunicando con loro.  Nicola Saviano, 38 anni, sposato e con un figlio di 6 anni, è di Erba (CO) ma vive a Roma. Ci parla di una nuova relazione tra uomini e api e di un diverso approccio che implica necessariamente anche una diversa visione della nostra stessa vita. Nicola parla dell’amore che questi insetti ci possono insegnare, del ruolo che hanno sul pianeta Terra e di quanto poco le conosciamo.

Nelle tue conferenze parli d’amore. Qual è la relazione tra l’amore, le api e l’uomo?

Le api ci stanno aiutando ad evolvere. L’amore è una forza che nelle api è pienamente presente. Si sono sviluppate prima dell’uomo e quindi hanno sviluppato il sacrificio e il dono che sono componenti dell’amore. L’uomo, invece, non è ancora arrivato a questo livello e, secondo me, le api sono su questa terra anche per svolgere questo compito così importante. L’uomo deve ancora evolvere e deve farlo sotto forma di coscienza ma una coscienza più avanzata e spirituale. Questo è possibile con lo sviluppo del terzo occhio. Le api ce l’hanno già. Questa coscienza di amore, quindi, ce l’hanno molto ben presente.

Questa interpretazione non parte da un punto di vista, però, molto “umano”? Cioè: non è un altro modo per giustificare l’allevamento e di conseguenza lo sfruttamento di questi animali? Noi abbiamo bisogno delle api ma le api hanno bisogno di noi?

Le api sono arrivate su questo pianeta prima di noi. L’uomo ha il dovere di difendere la natura nel suo insieme e le api sono il vero e proprio cardine della vita e dell’amore. Abbiamo con loro un legame molto importante e dobbiamo assolutamente proteggerle.

Fino ad ora, però, questa difesa e questa protezione da parte dell’uomo non c’è stata. Le api infatti stanno scomparendo.

L’uomo sta evolvendo ma fino ad ora, infatti, non è riuscito a sviluppare la coscienza necessaria. La parte egoistica dell’uomo ha sfruttato questa risorsa fondamentale e continua a farlo ma quando saremo in grado di evolverci capiremo che allevare le api non significa solo fare il miele.

Tu sei un apicoltore che non produce miele. Come mai?

Non lo produco più da molti anni. Non mi interessa e non mi è mai interessato. Quando andavo in apiario sapevo che avrei dovuto uccidere delle api per ricavare il miele per venderlo. Quindi si faceva per soldi, per denaro. Non mi sono più sentito di fare quel lavoro. L’unico interesse nei confronti del miele ora è il suo aspetto curativo. Lo considero una medicina da assumere a piccole dosi e con le quali posso curare me e la mia famiglia. In ogni caso non sempre è possibile prenderlo. Lo chiedo alle api e in caso ne prelevo pochissimo. Sono legato a loro, mi riconoscono e sanno chi sono. Le api hanno una memoria. Allevare le api significa qualcosa di molto diverso.

Come comunichi con le tue api?

Uso parole, suoni e fischi. Le api sanno che quello che faccio è importante anche per loro. E’ la missione della mia vita.

Qual è esattamente questa missione?

Ogni persona sa nel profondo che le api sono importanti ma non sa cosa fare o come fare per aiutarle. Raccontando la mia esperienza porto un messaggio chiaro e preciso che non può essere confuso: un messaggio di amore e di cambiamento.

E’ una nuova frontiera dell’apicoltura

E’ una nuova frontiera che apre le porte a una visione completamente diversa e a una sensibilità diversa da parte di chi deve comunicare con tutte le altre persone. Sto facendo corsi e sono venuto a parlare all’EUPC qui a Bolsena portando il mio lavoro e la mia ricerca. Voglio far conoscere la mia storia con le api, una storia che mi ha cambiato la vita.

Come hai cominciato?

Ho trascorso l’infanzia in un grande giardino con tanti animali, piante da frutto e un orto coltivato con la sapienza contadina. In seguito ho viaggiato per il mondo e ad un certo punto ho incontrato l’apicoltura che mi ha interessato e poi appassionato conducendomi verso studi e ricerche sulle api sia di carattere scientifico che olistico: Steiner, la Biodinamica, Fukuoka e la Permacultura mi hanno offerto strumenti di osservazione e di indagine più approfonditi. Tutto è cominciato quando ho conosciuto un apicoltore di 80 anni che mi ha insegnato le tecniche per recuperare gli sciami che aveva sviluppato lui stesso. Non è stato facile perché ero terrorizzato all’inizio ma pian piano tutto è cambiato. Adesso posso stare tranquillamente in mezzo alle api. Uso le protezioni soltanto perché il veleno delle api, se si viene punti, a lungo andare, può dare problemi. E’ un tipo particolare di veleno che aumenta la nostra coscienza.

Dove tieni le tue api?

Prima ero ad Ostia Antica dove, a causa dei prodotti chimici usati nei campi agricoli adiacenti al mio, ho assistito più di una volta alla morte delle mie api. Ho dovuto quindi spostarmi e adesso ho generazioni di api naturali da più di cinque anni.

Hai detto che il miele biologico non esiste. Ci spieghi perché?

Il miele che mangiamo è fatto da api stressate, maltrattate e che vivono in condizioni molto innaturali. Mi è capitato di mangiare il miele preso direttamente dai favi naturali e il suo sapore, la sua energia sono completamente differenti. Il miele è una vera e propria medicina e deve essere trattato in modo totalmente naturale, se preso in piccole dosi diventa medicamentoso.

Qual è il futuro dell’apicoltura?

Il futuro dell’apicoltura deve cambiare in questa direzione. Le api portano la vita diffusa nei campi. La loro forza e il loro movimento sono estremamente potenti. In permacultura le api sono fondamentali perché portano vita a tutto il progetto. Sono il primo elemento da inserire.

Qual è il tuo obiettivo?

Per me è essenziale la ricerca nei confronti di questi animali. Attraverso l’osservazione e la difesa della loro vita possiamo permettere all’essere umano un’evoluzione di coscienza che altrimenti non sarebbe possibile. Che io sappia non ci sono al momento altri apicoltori che fanno questo ma è necessario un approccio completamente diverso e un cambiamento di direzione è indispensabile.

Manteniamo l’approccio classico all’apicoltura che è quello di produrre miele. In questo senso, può esistere un’apicoltura etica?

Ci si avvicina in parte l’apicoltura biodinamica. Quello che manca è però la consapevolezza della vita della famiglia di api, delle regole relative al posizionamento degli sciami, le necessità delle famiglie ed altre cose che ho scoperto durante la mia ricerca. Ho iniziato a tenere corsi in questo senso e cioè insegnare alle persone come si fa con le api.

Che cosa facevi prima di diventare apicoltore?

Molti lavori diversi ma sono sempre stato in mezzo alla natura. Sono stato istruttore subacqueo tra le molte cose che ho fatto. Ancora adesso faccio l’istruttore di wind surf e il musicista.

Non sembri molto entusiasta della permapicoltura? Perché?

E’ stata sviluppata in Argentina dove le api sono africanizzate e sono molto differenti dalle nostre. Dovrei avere più elementi per poter giudicare.

Quali sono state le scoperte più importanti che hai fatto durante la tua ricerca?

Più che scoperte le chiamerei intuizioni. In particolare riguardano l’orientamento e la costruzione dei favi naturali, la forma e i materiali delle arnie naturali. Sto facendo sperimentazioni in proposito.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Creare una scuola basata sulla l’apicoltura naturale e fare corsi e conferenze in giro per l’Europa.

Ho un sito internet e una pagina Facebook.

Fonte: ilcambiamento.it

Riscaldamento globale e viticoltura: i vigneti si spostano sempre più a Nord

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Il riscaldamento globale sta trasformando la viticoltura garantendo ottime annate a latitudini impensabili fino a qualche decennio fa. Sta succedendo a Vinland, una terra leggendaria che deve la sua toponomastica all’arrivo sulle sue coste dei vichinghi, alcuni secoli prima di Cristoforo Colombo. Secondo alcuni storici e climatologi tra il 1000 e il 1200 d.C. le temperature in Europa e nel Nord America erano di un grado superiori a quelle attuali e consentivano la viticoltura a latitudini elevate. Le ultime notizie sulle rotte navali vichinghe verso Vinland risalgono al 1121, poi le temperature diminuirono, ponendo fine alle coltivazioni. In questi ultimi anni, però, il global warming sta riportando indietro di un millennio il clima e le coltivazioni e non sono a Vinland. Anche i viticoltori inglesi festeggiano in questo 2015 una produzione maggiore e di qualità migliore. “La produzione di vino dipende fortemente dal clima. La terra è importante ma il clima è decisivo. Quello che cerchiamo di fare qui è produrre vino in condizioni climatiche che permettano la maturazione delle uve ma siano abbastanza fresche da mantenerne fragranza, complessità ed eleganza”, spiega Chris Foss, direttore del Dipartimento di viticoltura al Plumpton College, nell’Inghilterra meridionale, primo e unico del suo genere in Gran Bretagna. A sud e nella fascia mediterranea il global warming genera problemi nella produzione vinicola, soprattutto in quei luoghi caldi destinati a diventare più torridi e asciutti. Una situazione che riguarda anche il nostro Paese e pone i viticoltori di fronte alla necessità di modificare l’irrigazione e selezionare nuove varietà e vitigni.

Fonte: Askanews

 

Norvegia, l’isola di Spitsbergen è il termometro del riscaldamento globale

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Si trova in Norvegia, per la precisione a Ny-Ålesund, piccolo insediamento nel nord-ovest dell’isola di Spitsbergen, la più estesa dell’arcipelago delle Svalbard, il perfetto termometro del riscaldamento globale. Lì, a 1.000 chilometri dal Polo Nord, tra il mare di Groenlandia e il mare di Barents, si trova un fiordo che ha smesso di gelare completamente dal 2007. Decennio dopo decennio si è registrato un aumento della temperatura tra 1 e 1,2 gradi, molto più della media globale, in aumento di 0.8°C ogni decennio. In questi insediamento lontano dalla civiltà di trovano circa 140 ricercatori in arrivo da tutto il Mondo – Italia compresa, presente con la Base Artica Italiana Dirigibile Italia – per studiare e monitorare gli effetti del riscaldamento globale, con ghiacciai che arretrano di decine di metri ogni anno e nuove specie marine che vengono scoperte come diretta conseguenze.

Fonte: ecoblog.it