Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile spiega cosa cambia con le nuove direttive europee per l’economia circolare

388989_1Gli obiettivi di riciclo per gli RSU salgono al 65%, riduzione degli sprechi alimentari al 50%, discariche sempre più marginali: in anteprima le novità contenute nel pacchetto Ue su rifiuti e circular economy. On line il comunicato sul primo convegno per i 10 anni della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. Obiettivi di riciclo dei rifiuti urbani più impegnativi, maggiore coinvolgimento dei produttori, nuovi target per gli imballaggi, taglio dello smaltimento in discarica, riduzione degli sprechi alimentari. Queste alcune delle novità contenute nel nuovo pacchetto di direttive europee sui rifiuti e la circular economy -approvate dal Consiglio, Commissione e Parlamento europeo- che sono stati presentati in anteprima nel corso del convegno, “Circular Economy, le direttive europee appena approvate”, cui hanno partecipato il Ministro dell’ Ambiente, Gian Luca Galletti, la relatrice del provvedimento al parlamento Ue, Simona Bonafè, il presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Edo Ronchi e i rappresentati delle organizzazioni e delle filiere dei rifiuti e della circular economy. Il convegno, è il primo di una serie di iniziative che si svolgeranno quest’ anno in occasione dei 10 anni della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.

“Abbiamo sostenuto e promosso – ha affermato Gian Luca Galletti – la sfida europea dell’economia circolare che vede in più ambiziosi target di riciclo dei rifiuti uno dei suoi punti cardine. In Italia abbiamo realtà in cui i tali obiettivi sono stati già abbondantemente raggiunti e superati, mentre altre zone sono ancora indietro. Dobbiamo lavorare nei prossimi anni per portare tutto il paese agli ottimi standard raggiunti nelle aree più virtuose. Ci vuole un impegno coeso, programmato, determinato, che abbiamo delineato nel Documento di posizionamento strategico ‘Verso un modello di economia Circolare’. Gli obiettivi europei sono alla nostra portata e l’Italia deve raggiungerli per mantenere e implementare il ruolo di protagonista che cha assunto nel nuovo sistema globale della green economy”.

“Con l’economia circolare – ha sottolineato Simona Bonafè – i rifiuti finalmente si trasformano da un problema da risolvere a un’opportunità da sfruttare. Il riciclo e l’ottimizzare dei processi produttivi orientati all’eliminazione degli scarti non solo sposteranno l’economia sempre di più verso una crescita davvero sostenibile ma creeranno nuove sfide competitive per le nostre aziende, nuovi posti di lavoro e, in definitiva, ad un aumento del Pil. Sfide che l’Italia sta cogliendo e farà sempre più sue, soprattutto adesso che la partita dell’economia circolare si sposterà sul recepimento delle direttive europee”.

“Le nuove direttive –ha affermato Edo Ronchi – avviano la svolta dell’economia circolare, cominciando con numerosi e importanti cambiamenti nel settore dei rifiuti. Siamo alla vigilia di una nuova svolta, di più ampia portata di quella avviata con la riforma di oltre 20 anni fa, che ci ha fatto passare dalla discarica come sistema largamente prevalente di gestione dei rifiuti, alla priorità del riciclo. Sarebbe bene preparare il recepimento delle nuove norme europee in materia di rifiuti e circular economy con un’ampia partecipazione”.

Queste alcune novità del nuovo pacchetto europeo :

1) Per i rifiuti urbani si alzano al 55% nel 2025, al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035 gli obiettivi di riciclo (oggi siamo al 42%). Per raggiungere il target del 2035 sarà necessario che la raccolta differenziata arrivi almeno al 75% (oggi la media nazionale è del 52,5% ).

2) Viene rafforzata la responsabilità estesa del produttore che, nella gestione dei rifiuti che derivano dai loro prodotti, dovranno assicurare il rispetto dei target di riciclo, la copertura dei costi di gestioni efficienti della raccolta differenziata e delle operazioni di cernita e trattamento, quelli dell’informazione, della raccolta e della comunicazione dei dati. Per gli imballaggi tale copertura sarà dell’80% dei costi dal 2025, per i settori non regolati da direttive europee la copertura dei costi sarà almeno del 50%, per RAEE, veicoli e batterie restano le direttive vigenti in attesa di aggiornamenti.

3) Per il riciclo degli imballaggi l’Italia è già a buon punto: si dovrà aumentare il riciclo dall’ attuale 67% al 70% del totale degli imballaggi entro il 2030. Per gli imballaggi in legno oggi il riciclo è al 61% a fronte di un obiettivo del 30%; per quelli ferrosi l’ obiettivo è dell’l’80% (oggi si è al 77,5%); per l’alluminio l’ obiettivo è del 60% (oggi si è già al 73%); per gli imballaggi in vetro l’ obiettivo è del 75% (oggi si è al 71,4%); per gli imballaggi di carta si dovrà passare dall’ attuale 80% all’85% . Maggiori difficoltà, a causa degli imballaggi in plastiche miste, ci sono per il riciclo di quelli in plastica che dovrà aumentare dal 41% attuale al 55% al 2030 .

4) Lo smaltimento in discarica non dovrà superare il 10% dei rifiuti urbani prodotti. Oggi in Italia la media è del 26%, però con Regioni in forte ritardo: il Molise (90% in discarica), la Sicilia (80%), la Calabria (58%), l’Umbria (57%), le Marche (49%) e la Puglia (48%).

5) Per attuare a una strategia contro gli sprechi alimentari vengono introdotti target di riduzione degli sprechi del 30% al 2025 e del 50% al 2030.

Fonte: http://www.ecodallecitta.it/notizie/388989/fondazione-per-lo-sviluppo-sostenibile-spiega-cosa-cambia-con-le-nuove-direttive-europee-per-leconomia-circolare

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Europarlamento approva Pacchetto Economia Circolare. Prossimo passo, l’accordo con il Consiglio UE

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Target di riciclaggio al 2030 innalzati al 70% per i rifiuti solidi urbani ed all’80% per gli imballaggi. On line i comunicati di Legambiente e Simone Bonafé, eurodeputata e relatrice del provvedimento. Disco verde da parte Parlamento europeo al pacchetto sull’economia circolare che contiene target di riciclo più elevati rispetto a quelli proposti dalla Commissione Ue. La plenaria di Strasburgo ha confermato a larghissima maggioranza l’aumento al 70% di rifiuti urbani riciclati entro il 2030 (contro il 65% chiesto da Bruxelles) e all’80% per gli imballaggi (contro il 75%), la riduzione al 5% di quelli in discarica (contro il 10%), e ha introdotto anche il taglio del 50% degli sprechi alimentari. L’Aula dovrà ora negoziare il testo con il Consiglio Ue per arrivare a un accordo finale. Come spiega bene Veronica Ulivieri sul Fatto Quotidiano questi target per molti Paesi europei “non sono proprio dietro l’angolo”: oggi in Europa la media del riciclo dei rifiuti urbani arriva al 44%,  mentre per gli imballaggi la percentuale è del 65%. L’Italia per quanto riguarda i rifiuti urbani si attesta a circa il 47% mentre per gli imballaggi è al 67% quindi non troppo lontana dall’obiettivo posto dal Parlamento. Ma forse il target più ambizioso, allo stato attuale, è quello che sta costando al nostro paese milioni in multe proprio dall’Ue, ovvero la riduzione dello smaltimento in discarica. Bisogna arrivare al 5% partendo dall’attuale 26% . La media europea è del 28%. Riportiamo di seguito i comunicati di Legambiente e Simone Bonafé, eurodeputata e relatrice del provvedimento.

Legambiente: “Questa è l’Europa che vogliamo. Il 24 aprile saremo a Bruxelles insieme ai campioni italiani dell’economia circolare a sostegno di un accordo ambizioso con il Consiglio”

Un ulteriore passo verso un’ambiziosa riforma della politica europea dei rifiuti. Il voto di oggi a larga maggioranza del Parlamento Europeo apre la strada verso una politica europea finalmente in grado di trasformare l’emergenza rifiuti in una grande opportunità economica ed occupazionale. Il rapporto adottato – grazie all’impegno della relatrice Simona Bonafè – migliora considerevolmente la proposta del 2015 fatta dalla Commissione Europea, in particolare per quanto riguarda i target di riciclaggio al 2030 innalzati al 70% per i rifiuti solidi urbani ed all’80% per gli imballaggi. Il raggiungimento di questi obiettivi consentirebbe – secondo la valutazione della stessa Commissione Europea – di creare 580 mila posti di lavoro, con un risparmio annuo di 72 miliardi di euro per le imprese europee grazie ad un uso più efficiente delle risorse e quindi ad una riduzione delle importazioni di materie prime. I posti di lavoro potrebbero crescere sino a 867 mila se, all’obiettivo del 70% di riciclaggio si accompagnassero a livello europeo e nazionale anche misure ambiziose per il riuso, in particolare nell’arredamento ed il tessile. Solo nel nostro paese si possono creare almeno 190 mila nuovi posti di lavoro, al netto dei posti persi a causa del superamento dell’attuale sistema produttivo.

Opportunità che non possono essere sprecate. Legambiente nelle prossime settimane si mobiliterà per una rapida approvazione del pacchetto legislativo sull’economia circolare in linea con quanto proposto oggi dall’Europarlamento.

Questa è l’Europa che ci piace. Un’Europa capace di indicare una strategia moderna e sostenibile per uscire dalla crisi puntando su innovazione e coinvolgimento sinergico tra cittadini, istituzioni e economia – ha dichiarato la presidente di Legambiente Rossella Muroni -. Il 24 aprile saremo a Bruxelles, insieme ai campioni italiani dell’economia circolare, proprio per sostenere un accordo ambizioso tra Parlamento e Consiglio e far sì che la riforma della politica europea dei rifiuti divenga al più presto realtà.  Ma anche il nostro governo deve fare la sua parte. L’Italia, in sede di Consiglio, deve sostenere una riforma della politica comune dei rifiuti che faccia da volano per l’economia circolare europea, senza nascondersi dietro le posizioni di retroguardia di alcuni governi che si oppongono ad un accordo ambizioso con il Parlamento”.

Simona Bonafé, PD: approvazione del provvedimento segna una svolta per nuovo modello industriale sostenibile. Provvedimenti anche per la lotta allo spreco alimentare

L’eurodeputata del Partio Democratico,  relatrice sulle quattro proposte ha ricevuto un largo sostegno al testo portato in plenaria, con quasi 600 voti a favore. “Un dossier che solo formalmente riguarda la modifica di quattro direttive sui rifiuti ma che in realtà pone un tema ben più ambizioso- sostiene Simona Bonafé- Il voto di oggi rappresenta un passo significativo per la transizione verso un’economia circolare. Questo vuol dire- sostiene l’eurodeputata democratica- che finalmente si passa da un modello economico lineare, inefficace, costoso e insostenibile ad un modello che faccia della sostenibilità ambientale una leva per la crescita, lo sviluppo e la competitività industriale. Dobbiamo superare il modello “produci, consuma e getta” per passare ad un´economia dove i prodotti sono progettati per durare ed essere riparati, riusati e riciclati. Ogni anno- ribadisce la relatrice del provvedimento- in Europa gettiamo via 600 milioni di tonnellate di rifiuti, rifiuti che potrebbero essere reinvestiti nell´economia. Il Parlamento chiede un obiettivo di riciclaggio al 2030 del 70%. Per questo motivo chiediamo con forza che al 2030 i rifiuti che finiranno in discarica  siano ridotti al massimo del 5% dei rifiuti urbani. Un obiettivo più ambizioso rispetto alla proposta della Commissione Europea che prevedeva un tetto del 10%”. Inoltre- conclude Simona Bonafè-  E’ fondamentale, con questo provvedimento intensificare il contrasto ai rifiuti marini e allo spreco alimentare. Pensate che ogni europeo butta ogni anno una scioccante quantità di cibo, 180 Kg. Dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030 non è solo un obiettivo ambizioso ma anche un dovere etico”

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

Produzione rifiuti urbani nelle quattro più grandi città italiane. I numeri del 2014

Prendiamo Roma, Milano, Torino e Napoli come campione significativo per analizzare i numeri della produzione complessiva di rifiuti urbani a livello nazionale. Nelle quattro città i rifiuti urbani sono diminuiti complessivamente dello -0,29%382060

Le quattro più grandi città italiane mostrano dati contrastanti rispetto alla produzione di rifiuti urbani nell’anno 2014 se paragonate all’anno precedente. Napoli e Milano mostrano un aumento della produzione di rifiuti urbani. In particolare Milano ha un aumento più consistente pari al+2,37% mentre quello di Napoli è più contenuto, solo un+0,83%. In tonnellate il capoluogo lombardo ha prodotto 665.461t (un aumento di 15.803t rispetto al 2013) mentre quello campano ha prodotto 50.1665t nel 2014 (un aumento di 4.165t rispetto all’anno precedente).
Nelle altre due città di riferimento, Roma e Torino, l’andamento è negativo. Nella Capitale è stata registrata, rispetto al 2013, una diminuzione di rifiuti urbani prodotti pari al-1,56%, mentre nel capoluogo sabaudo la diminuzione è stata del -0,59%. In tonnellate a Roma sono state prodotte, nel 2014, 1.728.000t (una diminuzione di 27.000 tonnellate rispetto al 2013), mentre a Torino i rifiuti urbani prodotti sono stati 413.309t (2.441t in meno rispetto al 2013). Bisogna precisare che l’andamento della produzione dei rifiuti urbani di Roma nel 2013, rispetto a quello del 2012, è stato in controtendenza rispetto a quello nazionale segnando un aumento della produzione dei rifiuti urbani.
Se si sommano i dati della produzione dei rifiuti urbani nelle quattro città, si nota che complessivamente i rifiuti urbani prodotti sono diminuiti del -0,29% (una flessione di 9.473 tonnellate rispetto al 2013, anno in cui invece i rifiuti erano diminuiti più sensibilmente rispetto al precedente). Nelle quattro città si concentra l’11% della popolazione residente nazionale pari a6.078.739 abitanti (dati Istat), e se paragoniamo i rifiuti urbani prodotti nel 2013 dalle quattro città ovvero 3.318.088t con quelli prodotti dalla nazione Italia sempre nel 2013 (29.594.665t, dati Ispra) a loro volta i rifiuti urbani prodotti dalle quattro città rappresentano l’11% del totale.

Fonte:  ecodallecitta.it

 

Ispra e Federambiente, on line il Rapporto sul Recupero Energetico da rifiuti urbani in Italia

A livello nazionale gli impianti di trattamento termico di rifiuti di origine urbana sono 45, con una capacità nominale complessiva pari a 21.969,8 t/g. La produzione di energia elettrica ha raggiunto, nel 2013, 4.193 GWh mentre la produzione di energia termica è stata di 1.508 GWh. I punti salienti del rapporto (fonte Arpat News) e il documento completo381520

Federambiente ed ISPRA hanno realizzato congiuntamente il “Rapporto sul recupero energetico da rifiuti urbani in Italia”. I dati sono stati raccolti attraverso l’invio agli operatori presenti sul territorio nazionale di un apposito questionario, integrato,ove necessario, da interviste telefoniche e richieste di ulteriori informazione e/o chiarimenti.
A livello nazionale gli impianti di trattamento termico di rifiuti di origine urbana sono 45 (vedi elenco impianti) con una capacità nominale complessiva pari a 21.969,8 t/g, la capacità termica risulta pari a 3.044,6 MW mentre la potenza elettrica installata è pari a 847,8 MW. Di seguito, in sintesi, quanto emerge, dal rapporto.
Una parte consistente degli impianti censiti (21 su 45) presenta una capacità di trattamento piuttosto ridotta, non superiore alle 300 t/g. La capacità nominale media di trattamento dell’ intero parco su base annua risulta di circa 161.000 tonnellate, corrispondenti a quasi 490 t/g

Distribuzione impianti per capacità di trattamento

L’ apparecchiatura di trattamento termico di più larga diffusione è costituita dai combustori a griglia che rappresentano l’84% per numero di linee installate (74 su 88) e l’ 87% in termini di capacità nominale di trattamento. Il resto è suddiviso tra il letto fluido (10 linee, pari al 10,8% in termini di capacità nominale di trattamento) e 4 linee a tamburo rotante.
Tipi di trattamento termico

Il recupero energetico viene effettuato nella totalità degli impianti e prevede in tutti i casi la produzione di energia elettrica. La produzione di energia termica è effettuata nell’ ambito di uno schema di funzionamento cogenerativo (produzione combinata di energia elettrica e termica), su base principalmente stagionale, e riguarda solo 13 impianti, tutti situati nel Nord Italia. La potenza elettrica installata è pari a circa 848 MW
Per quanto riguarda il trattamento dei fumi, finalizzato alla rimozione delle polveri e dei gas acidi, si rileva che i sistemi maggiormente diffusi sono quelli di tipo “a secco” e quelli di tipo “multistadio”, adottati rispettivamente in 43 e 37 delle 88 linee di trattamento complessive; il sistema a secco rimane prioritario, con il 58,4%, anche in termini di capacità di trattamento. Le rimanenti 8 linee sono interessate dal sistema a semisecco.
In tema di controllo degli ossidi di azoto la riduzione selettiva non catalitica (SCNR) all’ interno del generatore di vapore rappresenta il sistema più utilizzato (42 linee su 88). Tuttavia i sistemi di riduzione catalitica (SCR), attualmente installati in 19 impianti per un totale di 31 linee di trattamento, prevalgono in termini di capacità di trattamento con il 44%. Si rileva anche l’adozione in 14 linee di sistemi combinati SNCR + SCR per una capacità di trattamento pari al 24%.
L’ammoniaca viene rilevata al camino nella maggior parte degli impianti e in almeno 39 impianti tale inquinante è oggetto di monitoraggio in continuo. La rimozione dei microinquinanti organici ed inorganici viene per lo più effettuata tramite adsorbimento su carboni attivi, di norma iniettati assieme al reagente alcalino. In accordo con quanto previsto dalla legislazione, la rilevazione di tali inquinanti viene fatta tramite campionamento periodico. In base alle informazioni raccolte, almeno 16 impianti effettuano il monitoraggio in continuo del mercurio, 25 impianti effettuano il campionamento in continuo delle diossine, la cui determinazione analitica viene sovente effettuata con frequenze molto superiori a quelle minime previste dalla normativa, infine almeno 30 sono gli impianti che effettuano rilevazioni periodiche dei PCB.
In termini di emissioni in atmosfera tutti gli impianti rispettano i valori limite fissati dalla legislazione per gli impianti di incenerimento, talvolta anche più restrittivi, sebbene 17 impianti risultino autorizzati come impianti di coincenerimento.
Per quanto riguarda il quantitativo totale di rifiuti trattati, esso è stato nel 2013 pari a circa 5,81 milioni di tonnellate (+67% rispetto ai livelli del 2003). I rifiuti trattati sono costituiti da RU indifferenziati (44%) e da flussi da essi derivati (frazione secca e CSS) (49%) e, in misura minore, da rifiuti speciali (7%), che comprendono anche i rifiuti sanitari e le biomasse.
Tipologia e quantitativi di rifiuti trattati

La produzione di energia elettrica ha raggiunto, nel 2013, 4.193 GWh, con un incremento del 32% rispetto ai 3.172 GWh registrati nel 2009, mentre la produzione di energia termica è stata di 1.508 GWh, con un aumento del 56% circa rispetto ai 965 GWh del 2009.

Per leggere il rapporto completo clicca qui.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Organico, aumenta la raccolta e si consolida come componente principale dei rifiuti urbani in Italia. Il rapporto del Cic

Il Rapporto Rifiuti Organici 2014 del Consorzio Italiano Compostatori sul recupero delle frazioni organiche conferma la crescita del settore. La raccolta nel 2013 si attesta al 42%. A Milano il primato mondiale di metropoli con il maggior numero di abitanti serviti dalla raccolta dell’umido381003

Aumenta ancora la raccolta dell’organico. Con una crescita media nell’ultimo decennio di quasi il 10% l’anno, lo scarto organico si consolida come la componente principale dei rifiuti urbani raccolti in Italia, attestandosi al 42% nel 2013 (era il 37% nel 2012). Su un totale di 12,5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani differenziati nel Paese, la raccolta della frazione organica (umido e scarto verde) è stata di 5,2 milioni, seguita dalla carta con 3 milioni di tonnellate e dal vetro con 1,6 milioni. Raccolta procapite. Dal Rapporto emerge che a livello nazionale vengono intercettati 86 kg procapite di rifiuto organico, con una maggiore intercettazione media nelle regioni del Nord (108 kg procapite), rispetto al Centro (77 kg) e al Sud (62 kg). Occorre tuttavia sottolineare che il dato è influenzato dalla diversa estensione delle raccolte nelle diverse realtà regionali: l’intercettazione calcolata sulla quota della popolazione effettivamente servita da circuiti di raccolta differenziata è decisamente superiore al Sud, con valori medi, secondo indagini CIC, che oscillano tra 110 e 130 kg procapite. Purezza del materiale. L’analisi del materiale raccolto avviene attraverso il campionamento di una quantità rappresentativa dello scarto organico da analizzare (analisi merceologiche). A livello complessivo nel 2013, si rileva un contenuto del 4,8% di materiali indesiderati e non-compostabili (MNC) in leggero aumento rispetto al 2012 (valore 4,5%) Le impurità sono costituite da plastica varia, sacchetti in plastica utilizzati impropriamente per il conferimento dell’organico o altri materiali non-compostabili messi nell’umido per errore o negligenza. I sacchetti in plastica rappresentano circa 1/3 del materiale indesiderato complessivamente riscontrato.
Il primato di Milano. Tra il 2012 e il 2013 il capoluogo lombardo ha completato l’estensione della raccolta differenziata della frazione organica a tutte le utenze domestiche del territorio cittadino. Da Giugno 2013, oltre 1,3 milioni di abitanti separano regolarmente lo scarto di cucina. Questo risultato consegna a Milano il primato mondiale di metropoli con il maggior numero di abitanti serviti dalla raccolta dell’umido, superando anche San Francisco che conta circa 830 mila abitanti. Risultati oltre le previsioni. In ciascuna delle zone di Milano il sistema di raccolta è andato a regime nell’arco di 3-4 settimane attestandosi tra i 90-92 kg di rifiuto raccolto per abitante all’anno, riuscendo ad avviare a recupero quasi 120.000 t/anno. Indagini merceologiche eseguite dalla struttura tecnica del CIC mostrano come la qualità media della frazione organica si attesti nell’ordine del 4-5% di impurità. Aumentano gli impianti di compostaggio. La crescita delle raccolte differenziate del rifiuto organico è strettamente correlata allo sviluppo dell’impiantistica di recupero. Nel giro di 20 anni (i primi circuiti di raccolta del rifiuto organico sono datati 1993) si è sviluppato e consolidato un sistema industriale dedicato alla trasformazione dello scarto organico che, nel 2013, conta 240 impianti di compostaggio, 130 dei quali di rilevanza industriale. Continua anche la crescita del numero di impianti di digestione anaerobica, che nel triennio 2011/2013 aumenta di quasi il 60% con un totale di 43 impianti operativi.

Per il rapporto integrale del Cic clicca qui.

Fonte: ecodallecitta.it

Conai ad Ecomondo: “Con il riciclo dei rifiuti urbani 89mila nuovi posti di lavoro”

In occasione della fiera Ecomondo di Rimini, Conai ha presentato lo studio “Ricadute occupazionali ed economiche nello sviluppo della filiera del riciclo dei rifiuti urbani”. L’occupazione nel settore (raccolta differenziata, trasporto, selezione e riciclo) porterebbe a 89mila nuovi posti di lavoro380874

La vera sfida per lo sviluppo economico ed occupazionale del Paese viene dalla green economy. E’ quanto sostiene CONAI nello studio “Ricadute occupazionali ed economiche nello sviluppo della filiera del riciclo dei rifiuti urbani”, presentato nell’ambito del gruppo di lavoro 2 della 3° edizione degli Stati Generali della Green Economy, il cui tema centrale di quest’anno è “Lo sviluppo delle imprese della green economy per uscire dalla crisi italiana”.
Lo studio realizzato da CONAI, in collaborazione con Althesys, valuta quali ricadute occupazionali ed economiche per il nostro Paese si possano conseguire con il raggiungimento degli obiettivi europei al 2020, che fissano al 50% il riciclo dei rifiuti urbani. La sessione dedicata all’”Economia Del Riciclo Dei Rifiuti” tenutasi il 5 novembre, coordinata da CONAI e da COBAT, ha visto i principali attori della filiera del riciclo confrontarsi circa le prospettive di crescita economica e le concrete proposte di sviluppo del settore industriale del recupero.
“La normativa europea sui rifiuti” ha dichiarato Walter Facciotto, Direttore Generale di CONAI “ha fissato obiettivi più ambiziosi rispetto al passato che a nostro avviso solo attraverso lo sviluppo della green economy potranno essere raggiunti. In particolare ciò significa realizzare una più marcata industrializzazione della filiera italiana del waste management: dalle economie di scala, agli investimenti in infrastrutture, fino allo sviluppo dell’innovazione e della ricerca.”

La gestione dei rifiuti urbani oggi

Ad oggi, la situazione italiana nella gestione dei rifiuti urbani è ancora eterogenea. A livello Paese circa un terzo dei rifiuti urbani è avviato a riciclo e il ricorso alla discarica supera di poco il 40%: al Nord viene conferito in discarica solo il 22% dei rifiuti a fronte del 60% delle Regioni del Sud.

L’evoluzione al 2020

Lo studio di CONAI elabora due possibili scenari. Il primo scenario è definito teorico e prevede il raggiungimento del 50% del riciclo dei rifiuti urbani nelle tre macro aree Nord, Centro e Sud ed il conseguente sostanziale superamento del ricorso alla discarica.  Il secondo scenario, definito prudente, tiene conto delle attuali differenti situazioni ed ipotizza il raggiungimento di un tasso medio nazionale di riciclo dei rifiuti urbani al 50%, con punte minime al 40% e punte massime al 61%. In questo scenario, il conferimento in discarica si ridurrebbe di 4 milioni di tonnellate, ovvero rispetto al 2013 del 20% al Centro Sud e del 10% al Nord.

Gli effetti sull’occupazione

Nello scenario prudente, gli addetti aggiuntivi (occupazione diretta e indiretta) della filiera del riciclo (raccolta differenziata, trasporto, selezione e riciclo al netto dell’occupazione persa in altri settori, come per esempio le discariche) sarebbero circa 76.400, cui si andrebbero ad aggiungere ulteriori 12.600 posti creati dalla nuova necessaria infrastruttura impiantistica, per un totale di 89.000 nuovi posti di lavoro. Gli effetti occupazionali sarebbero più evidenti al Centro e al Sud, grazie al solo decollo della raccolta differenziata, mentre al Nord il maggiore impatto occupazionale si avrebbe nell’implementazione dell’industria del riciclo.

Le ricadute economiche complessive

L’occupazione non è l’unico fattore a beneficiare della diffusione e del rafforzamento dei sistemi di gestione integrata dei rifiuti. Il volume d’affari incrementale della filiera (raccolta differenziata, trasporto, selezione, produzione di semilavorati per il riciclo, compostaggio, termovalorizzazione etc.) nello scenario prudente è valutato pari a circa 6,2 miliardi, gli investimenti in infrastrutture in 1,7 miliardi, mentre il valore aggiunto generato da tali attività sarebbe di 2,3 miliardi.
Rilevanti potranno essere i benefici economici netti, cioè la differenza i benefici generati dal sistema CONAI e i costi. Un precedente studio di Althesys, infatti, ha valutato che, per la sola filiera del riciclo degli imballaggi da rifiuti urbani, dal 1998 al 2012 i benefici netti sono pari a circa 12,7 miliardi di euro.

Fonte: ecodallecitta.it

Inceneritori, per Legambiente il dl Sblocca Italia è uno “sblocca inceneritori”

L’associazione definisce il decreto legge Sblocca Italia inutile e dannoso e lo soprannomina decreto “sblocca inceneritori”: “Il successo della raccolta differenziata ha notevolmente ridimensionato il bisogno del recupero energetico da combustione di rifiuti urbani non altrimenti riciclabili”380590

Il decreto legge Sblocca Italia, varato dal governo Renzi il 13 settembre scorso, continua ad essere contestato. Dopo le dure critiche di Peacelink, che ha definito il dl “un attacco all’ambiente senza precedenti”, le proteste di numerose regioni del nord italia che si oppongono all’articolo 35 “che favorisce la libera circolazione dei rifiuti nazionale e incrementa il carico termico degli inceneritori esistenti, e le preoccupazioni espresse dall’Asso Arpa, l’associazione delle agenzie regionali per l’ambiente, per l’aumento del rischio sanitario, anche Legambiente ha espresso nuove critiche. L’associazione era già intervenuta in occasione della campagna “Puliamo il mondo” di fine settembre, attraverso le parole di Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia, il quale aveva detto che “con lo Sblocca Italia il governo fa una scelta sbagliata affidandosi a una tecnologia declinante, prospetta un futuro di investimenti per la costruzione di nuovi inceneritori e per il potenziamento di quelli esistenti: investimenti che richiederanno anni per essere operativi mentre la gestione efficiente dei rifiuti sta già mettendo fuori mercato gli inceneritori attuali”. Adesso arriva una nuova nota dalla segreteria nazionale che non lascia spazio a dubbi, definendo lo Sblocca Italia un decreto “sblocca inceneritori”. Ecco il comunicato dell’associazione:

Lo sblocca inceneritori è inutile oltre che dannoso. Il successo della raccolta differenziata finalizzata al riciclaggio di questi anni ha infatti determinato due conseguenze: ha sostenuto sempre di più la filiera industriale del recupero delle materie prime seconde, uno dei pilastri della nostra green economy, e ha notevolmente ridimensionato il bisogno, per la chiusura del ciclo nei vari territori, del recupero energetico da combustione di rifiuti urbani non altrimenti riciclabili.
Alla crescita importante del recupero di materia si sta aggiungendo, finalmente, anche la novità della riduzione della produzione dei rifiuti. Negli ultimi anni c’è stata una riduzione che non auspicavamo, quella causata dalla crisi economica che ha avuto conseguenze anche sui consumi e quindi sulla produzione dei rifiuti. Nel frattempo però si cominciano a vedere i primi effetti delle politiche di prevenzione locale messe in campo soprattutto da alcuni enti locali (Regioni, Province, Comuni) con un contenimento, in alcuni casi con una riduzione, dei quantitativi di rifiuti prodotti. E tutto questo è avvenuto in assenza di un efficace programma nazionale di prevenzione (quello approvato dal ministero dell’Ambiente nell’autunno 2013 è una dichiarazione di intenti non vincolante).
L’aumento del riciclaggio e il trend di riduzione dei rifiuti rendono problematica l’alimentazione di impianti “rigidi” come gli inceneritori che notoriamente non possono essere modulati nel flusso di rifiuti che li alimentano. Il quadro impiantistico sull’incenerimento in Italia è ormai saturo: ci sono regioni dove la potenzialità impiantistica di combustione dei rifiuti è sovradimensionata e quindi va ridotta dismettendo gli impianti più vecchi (è il caso della Lombardia e dell’Emilia Romagna); ci sono regioni, soprattutto al centro sud, dove sono stati costruiti negli ultimi 10 – 15 anni impianti per bruciare i rifiuti per colmare un deficit impiantistico “immaginario”, spacciato furbescamente come uno dei motivi alla base delle emergenze rifiuti; ci sono regioni dove i risibili quantitativi di rifiuti in gioco rendono superfluo realizzare un impianto dedicato. In questo scenario non ha più senso costruire nuovi impianti di incenerimento/gassificazione per rifiuti (il contrario sarebbe un incomprensibile regalo alla lobby dell’incenerimento). È invece fondamentale procedere alla realizzazione di impianti di digestione anaerobica per l’organico da raccolta differenziata e per altri rifiuti biodegradabili compatibili (fanghi di depurazione, residui agroindustriali, etc.), ancora poco presenti soprattutto nelle regioni centro meridionali.

Fonte: ecodallecitta.it

“Termovalorizzatori a saturazione del carico termico”, lo dice il decreto Sblocca Italia | Il testo dell’articolo 35

termovalorizzatore

La norma dispone di dare priorità “al trattamento dei rifiuti urbani prodotti nel territorio nazionale e a saturazione del carico termico”, che significa che alcuni impianti potranno bruciare fino al 30% in più di immondizia.  Fra le tante novità del decreto legge “Sblocca Italia”, l’articolo 35 introduce tra “le infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale” anche i termovalorizzatori. In particolare la norma dispone di dare priorità “al trattamento dei rifiuti urbani prodotti nel territorio nazionale e a saturazione del carico termico”. Tradotto: alcuni impianti potranno bruciare fino al 30% in più di immondizia. Alcune amministrazioni del nord Italia, dove si trovano la maggior parte degli impianti della penisola, mettono le mani avanti e si oppongono a qualsiasi ipotesi di ricevere rifiuti dal sud, mentre diverse voci ambientaliste iniziano a mettere in guardia dal possibile aumento delle emissioni.

Ecco il testo dell’articolo in questione:

Art. 35 

(Misure urgenti per l’individuazione e la realizzazione di impianti di recupero di energia, dai rifiuti urbani e speciali, costituenti infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale)

1. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, individua, con proprio decreto, gli impianti di recupero di energia e di smaltimento dei rifiuti urbani e speciali, esistenti o da realizzare per attuare un sistema integrato e moderno di gestione di tali rifiuti atto a conseguire la sicurezza nazionale nell’autosufficienza e superare le procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore. Tali impianti, individuati con finalita’ di progressivo riequilibrio socio economico fra le aree del territorio nazionale concorrono allo sviluppo della raccolta differenziata e al riciclaggio mentre deprimono il fabbisogno di discariche. Tali impianti di termotrattamento costituiscono infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell’ambiente.
2. Tutti gli impianti, sia esistenti che da realizzare, devono essere autorizzati a saturazione del carico termico, come previsto dall’articolo 15 del decreto legislativo 4 marzo 2014, n.46. Entro 60 giorni dalla entrata in vigore del presente decreto, per gli impianti esistenti, le Autorita’ competenti provvedono ad adeguare le
autorizzazioni integrate ambientali.

  1. Tutti gli impianti di nuova realizzazione dovranno essere realizzati conformemente alla classificazione di impianti di recupero energetico di cui al punto R1 (nota 4), allegato C, del decreto legislativo 3 aprile 2006 n.152.
    4. Entro 60 giorni dalla entrata in vigore del presente decreto, per gli impianti esistenti, le Autorita’ competenti provvedono a verificare la sussistenza dei requisiti per la loro qualifica di impianti di recupero energetico R1, revisionando in tal senso e nello stesso termine, quando ne ricorrono le condizioni, le autorizzazioni integrate ambientali.
  2. Ai sensi del decreto legislativo n.152 del 2006 e successive modificazioni non sussistendo vincoli di bacino per gli impianti di recupero, negli stessi deve essere data priorita’ al trattamento dei rifiuti urbani prodotti nel territorio nazionale e a saturazione del carico termico, devono essere trattati rifiuti speciali non pericolosi o pericolosi a solo rischio sanitario, adeguando coerentemente le autorizzazioni integrate ambientali alle presenti disposizioni nei termini sopra stabiliti.
    6. I termini previsti per l’espletamento delle procedure di espropriazione per pubblica utilita’, di valutazione di impatto ambientale e di autorizzazione integrata ambientale degli impianti di cui al comma 1, sono ridotti alla meta’. Se tali procedimenti sono in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto, sono ridotti della meta’ i termini residui.
    7. In caso di mancato rispetto dei termini di cui ai commi 2, 4, 5 e 6 si applica il potere sostitutivo previsto dall’articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131.

 

Fonte: ecodallecitta.it

La crisi abbatte anche i rifiuti urbani: in Italia produzione pro-capite in linea con l’Ue

In Italia la quota media annua di rifiuti scende a 504 kg con una spesa di smaltimento di 157,04 euro pro-capite815252811-586x381

Anche dal Rapporto Rifiuti Urbani Ispra 2013 emergono, in maniera evidente, numeri che ci parlano della crisi in maniera piuttosto esplicita. Nelle città italiane la produzione di rifiuti, tra il 2010 e il 2011 era calata di 1,1 milioni di tonnellate, con una diminuzione di 3,4 punti percentuali, è scesa ulteriormente nel 2012 facendo registrare un – 7,7% nel biennio che corrisponde a 2,5 milioni di tonnellate. La produzione nazionale si attesta su valori analoghi a quelli rilevati nel 2002/2003, ovverosia al di sotto dei 30 milioni di tonnellate. Ogni abitante italiano ha prodotto 504 kg di rifiuti, ben 32 kg in meno dello scorso anno. Le differenze, fra regione e regione, sono notevoli: si va dai 637 kg dell’Emilia Romagna alla Basilicata, la cui media riesce a stare al di sotto dei 400 kg per abitante. Sono differenze considerevoli che sembrano non riverberarsi sui costi e sulle tassazioni alla cittadinanza: se, nel 2011, la media annua pro-capite delle spese di igiene urbana è stata di 157,04 euro, le tre macro-zone hanno avuto una media di 144 euro (al Nord), 193 euro (al Centro) e 157 euro (al Sud). Se si considerano i costi di gestione al kg il Nord ha le tariffe più economiche con 27 centesimi al chilo, seguito da Centro (31 centesimi) e Sud (32 centesimi). Con i proventi della Tarsu (che negli ultimi anni ha subito notevoli rincari) la tariffa sui rifiuti è passata dall’83,9% al 94,1% della copertura totale dei costi. Cresce anche il dato sulla raccolta differenziata che passa dal 37,7% del 2011 al 39,9% del 2012. I rifiuti urbani smaltiti in discarica nel 2012 restano 12 milioni di tonnellate. Nel 2011 ben 311mila tonnellate di rifiuti urbani sono stati esportati: l’Austria, con 71mila tonnellate, è il Paese che ha accolto le maggiori quantità di immondizia (23% dell’export), seguita da Cina (17,5%),Ungheria (16,9%) e Germania (10,1%). L’import, invece, è stato di 261mila tonnellate di cui 40 di rifiuti pericolosi.

  Rifiuti urbani: il confronto fra Italia e Paesi dell’Ue

Nell’analisi comparativa su scala comunitaria il dato italiano è assolutamente in media con la quota europea: 502 kg la quota media pro-capite prodotta in Europa, 504 kg quella italiana. Nell’UE 27 il panorama è estremamente eterogeneo: si va dai 298 kg/anno degli abitanti dell’Estonia ai 718 kg dei danesi che producono poco meno di due kg di rifiuti al giorno. Nei Paesi del Nord Europa stanno progressivamente scomparendo le discariche e se in Italia il 39% dei rifiuti finisce in discariche (nonostante la chiusura di ben 288 siti nell’ultimo decennio), alcuni Paesi come Germania,Paesi Bassi e Svezia con l’implementazione degli inceneritori, delle pratiche di riciclaggio e differenziazione e dell’export sono riusciti a portare la quota di rifiuti in discarica su percentuali inferiori all’1% (tanto che la Norvegia sta diventando un importatore estremamente appetibile per nazioni con eccessi di rifiuti come il Regno Unito). Per quanto riguarda l’incenerimento, in Italia sono operativi 45 impianti con una forte concentrazione al Nord (68%) e due regioni nettamente sopra le altre: Lombardia (13) ed Emilia Romagna (8).

Fonte: Ispra Ambiente

Riduzione rifiuti del 25% e differenziata al 70%: gli obiettivi al 2020 dell’Emilia-Romagna

La giunta regionale dell’Emilia Romagna su proposta dell’assessore all’Ambiente, Sabrina Freda, ha approvato il documento preliminare del Piano regionale di gestione dei rifiuti (Prgr)

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Ridurre la produzione pro-capite di rifiuti urbani del 25%, raggiungere il 70% di raccolta differenziata, riciclare il 60% dei rifiuti prodotti, dare priorità al recupero di materia rispetto al recupero di energia, e minimizzare lo smaltimento a cominciare dal conferimento in discarica. Sono questi i principali obiettivi che l’Emilia Romagna dovrà raggiungere entro il 2020, secondo quanto previsto dal documento preliminare del Piano regionale di gestione dei rifiuti (Prgr), approvato dalla giunta Errani su proposta dell’assessore all’Ambiente e alla Riqualificazione urbana Sabrina Freda. Si tratta dell’atto fondamentale che delinea la struttura portante del nuovo Piano e che avvia la procedura di confronto con l’assemblea legislativa, con gli enti territoriali, le associazioni e tutti i portatori di interesse. L’approvazione definitiva del Piano è prevista entro il 12 dicembre di quest’anno. “Il Piano deve individuare strategie per il contenimento della produzione di rifiuti alla fonte – spiega Freda – e significa trovare soluzioni per prolungare la vita dei prodotti e incentivare processi di produzione con meno sprechi, puntando quindi su un diverso modello di sviluppo che superi la cosiddetta società dei consumi, che ha mostrato tutti i suoi limiti, e assuma invece come motore la sostenibilità”. Scopo ultimo, rimarca Freda, “è dunque fare dell’Emilia Romagna un avamposto della cosiddetta ‘Clean economy’, che punta sullo sviluppo di innovative tecnologie a impatto zero, in grado di trasformare i rifiuti in risorsa superando la logica dello smaltimento”.

Fonte: eco dalle città