L’Open Scope parte col piede sbagliato. Ecco le nuove sfide per i rifiuti elettronici

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Giancarlo Dezio (Ecolight): “Anche davanti alla difficoltà di fare una stima dei volumi interessati la risposta da parte delle aziende è stata al di sotto delle attese. Eppure le sanzioni previste possono facilmente superare i 100 mila euro”

Aziende e raccolta: sono queste le nuove sfide dei rifiuti elettronici. Con l’entrata in vigore del cosiddetto Open Scope, il mondo dei RAEE è chiamato ad affrontare da una parte il coinvolgimento delle imprese produttrici; dall’altra la raccolta dei “nuovi” RAEE che, secondo quanto stabilito dalla normativa, devono essere gestiti in modo differenziato.

Dal 15 agosto scorso la legge che riguarda i rifiuti elettronici è stata estesa ad una serie di altri prodotti. Chiavette usb, prolunghe, spine, fusibili, solo per fare qualche esempio, sono considerate delle apparecchiature elettroniche quindi, non solamente i loro produttori sono chiamati a farsi carico dei rifiuti che questi oggetti genereranno affidandosi ad un sistema collettivo, ma questi dovranno seguire uno specifico percorso di gestione, quello indicato per i rifiuti elettronici”, spiega Giancarlo Dezio, direttore generale di Ecolight, sistema collettivo chiamato in prima linea nel garantire la corretta gestione dei rifiuti elettronici. “Il principio da cui discende la norma è conosciuto: chi inquina paga. Ovvero, alle aziende che producono o distribuiscono le apparecchiature elettroniche – AEE – viene chiesto di farsi carico dei rifiuti che queste genereranno affidandosi ad un sistema collettivo. Il tutto con l’obiettivo di aumentare i tassi di raccolta in funzione anche dei target europei”.

Sul fronte delle aziende, la partenza dell’Open Scope è stata piuttosto tiepida. I numeri delle imprese che hanno risposto all’appello sono stati al di sotto delle aspettative. Considerando l’immesso, ovvero il numero di apparecchiature elettroniche immesse sul mercato, le adesioni valgono meno del 20% del peso delle AEE relative al solo raggruppamento R4 (piccoli elettrodomestici ed elettronica di consumo). “Anche davanti alla difficoltà di fare una stima dei volumi interessati – non essendoci un elenco completo ed esaustivo dei nuovi prodotti ritenuti AEE -, la risposta da parte delle aziende è stata al di sotto delle attese”, osserva Dezio. “Eppure non solamente è stata fatta una campagna di sensibilizzazione e di informazione a più livelli, ma anche le sanzioni previste dalla legge sono piuttosto salate per le imprese che non si mettono in regola: infatti possono arrivare, e facilmente superare, i 100 mila euro”.

L’altra sfida aperta è quella che riguarda la raccolta. Con l’estensione della normativa infatti, accanto a frigoriferi, televisori, smartphone e pc, viene chiesto il conferimento differenziato anche di spine e prolunghe. “Guardiamo già al nuovo obiettivo europeo che prevede entro il 2019 un tasso minimo di raccolta del 65% del peso medio delle apparecchiature elettriche ed elettroniche immesse sul mercato nei tre anni precedenti. Al momento siamo poco sopra il 40%, la strada da fare è ancora molta quindi”, aggiunge il direttore di Ecolight. “L’Open Scope è allora una sfida che riguarda tutti nell’ottica di rendere ancora più concreti i principi dell’economia circolare e dare valore a rifiuti, quali sono i RAEE, ricchi di materiali riciclabili”. È possibile conferire i RAEE nelle isole ecologiche del proprio Comune e nei negozi in virtù dei principi “uno contro uno” (in corrispondenza dell’acquisto di un’apparecchiatura equivalente a quella che si consegna, anche con consegna a domicilio) e “uno contro zero” (l’obbligo di ritiro gratuito riguarda i rifiuti di piccole dimensioni e i negozi con almeno 400 mq di superficie di vendita di AEE). Oppure, i residenti a Milano possono cercare una delle quattro EcoIsole di Ecolight che sono state posizionate in corrispondenza dei Municipi 2, 3, 4 e 5 e che raccolgono RAEE di piccole dimensioni.

Fonte: Consorzio Ecolight

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Ri-Generation: l’impresa che riporta in vita gli elettrodomestici dismessi

Riusare, Rigenerare, Ridurre. Sono le parole chiavi di Ri-Generation, impresa che rigenera elettrodomestici destinati alla discarica e li rivende a prezzi più economici rispetto al prodotto nuovo, contribuendo a combattere lo spreco di risorse ambientali e umane. Grazie alla collaborazione con il Sermig, Ri-Generation sta creando anche nuovi posti di lavoro, rivolgendosi a persone che il lavoro lo avevano perso durante la crisi. Un progetto di Economia Circolare a tutto tondo.

L’economia circolare applicata agli elettrodomestici, con l’obiettivo di creare lavoro: la Storia di oggi è sul progetto Ri-Generation, ideato da Astelav in collaborazione con il Sermig, il Servizio Missionario Giovani, che “attraverso la rigenerazione degli elettrodomestici cerca di costruire una mentalità in contrasto con lo spreco di risorse umane e ambientali”.

Rigeneration nasce da un’idea di Astelav, un’azienda storica italiana con sede a Vinovo, in provincia di Torino, che dal 1963 è uno dei principali distributori europei di accessori e ricambi per elettrodomestici. Ernesto Bertolino, che è il managing director di Astelav, aveva una visione già da prima della nascita di Ri-Generation: “Vendendo ricambi, da sempre abbiamo avuto una propensione ad incentivare la riparazione e la rigenerazione. Inoltre, abbiamo capito un fenomeno ancora più importante: riparare oggi è un’esigenza ambientale, umana, sociale, un’opportunità di lavoro: in poche parole, un’occasione per l’uomo e per migliorare il nostro Pianeta”. Dall’esperienza di Astelav parte così il progetto Ri-Generation.

Come funziona Ri-generation

In sostanza, Ri-Generation ripara e rivende elettrodomestici danneggiati, altrimenti condannati a divenire rifiuti, rispecchiando così in pieno i principi dell’economia circolare.

Tutti gli elettrodomestici, una volta che finiscono di funzionare, diventano genericamente dei RAEE, Rifiuti di Apparecchi Elettrici ed Elettronici, e vanno smaltiti secondo precise normative europee. Recenti normative hanno introdotto una novità per i distributori di elettrodomestici: al momento della vendita di un elettrodomestico nuovo, il distributore è obbligato a ritirare i vecchi elettrodomestici: “Qui ci inseriamo noi – ci spiega Enrico Bertolino – perché nel momento in cui il vecchio elettrodomestico viene ritirato, diviene automaticamente un RAEE. A quel punto, prima che vada in triturazione negli impianti appositi, viene da noi acquistato, testato e riparato in laboratori appositi formati dal nostro team, e dopo rimessi in commercio. Un processo a tutti gli effetti produttivo, che lo differenzia dalla riparazione semplice effettuata da un tecnico in casa”.

I prezzi di rivendita dei vari elettrodomestici sono estremamente concorrenziali rispetto al mercato: “Possiamo stimare che il prezzo dell’elettrodomestico è inferiore della metà rispetto al prodotto nuovo: per fare un esempio, una lavatrice di alta gamma, una 9kg di classe A+ con delle buone caratteristiche, può costare intorno ai 400 euro e rigenerata costa sui 200 euro”.ri-generation-4

I prodotti rivenduti hanno una garanzia di un anno, vengono venduti in tre punti vendita di Ri-Generation a Torino oppure online. Il tema dei RAEE negli ultimi anni ha assunto un ruolo importante nel dibattito pubblico: nel 2017, in Italia, sono stati prodotti oltre 90000 tonnellate di rifiuti RAEE “R2”, i cosiddetti “Grandi Bianchi” che comprendono, tra i tanti, anche le lavatrici, le lavastoviglie, i frigoriferi e i forni elettrici di vario tipo.

In generale, la produzione di RAEE è in aumento di circa il dieci per cento ogni anno, e non tutta viene smaltita nel modo più consono: nel 2015, in Italia, solo 250000 tonnellate di Rifiuti di apparecchi elettrici ed elettronici sono stati smaltiti nel modo più corretto, ma questi rappresentano solamente il quaranta per cento del totale dei rifiuti. Sono infatti stimati in 350000 tonnellate i RAEE che, purtroppo, finiscono in discariche abusive, abbandonati nelle campagne o nei boschi oppure esportati illegalmente verso i paesi in via di sviluppo, per essere utilizzati come fonte di componenti e materie prime di recupero.

Ri-Generation diventa così un modello di impresa, replicabile, che risolve un problema creando più opportunità: incluso la creazione di posti di lavoro.ri-generation-

La collaborazione con il Sermig: il lavoro e le donazioni

Ri-Generation è un progetto che vede la collaborazione, oltre che di Astelav, del Sermig: si tratta del Servizio Missionario Giovani, organizzazione composta di volontari fondata da Ernesto Oliviero nel 1964 e che si occupa di sostenere persone in difficoltà economica e sociale. “Insieme al Sermig abbiamo individuato la necessità di dare una risposta forte all’esigenza più importante e delicata di questi ultimi anni: quella del lavoro – ci spiega Ernesto Bertolino – e la nostra comune passione per il non spreco e per il riutilizzo, si è rivolta anche in direzione di quelle persone che hanno perso il lavoro a causa della crisi o per altri motivi. Abbiamo collaborato insieme nel cercare alcune persone che avessero già elevate competenze professionali nella riparazione di elettrodomestici, oppure persone o ragazzi giovani che mostrassero una buona predisposizione nell’apprendere questo tipo di lavoro.

Abbiamo così formato un team di tecnici assunti per Ri-Generation, di età variegata: siamo riusciti ad introdurre in azienda persone ultracinquantenni, che avevano perso il lavoro, insieme a ragazzi poco più che ventenni. Una storia che ricordo come esempio di economia circolare applicata al lavoro è quella di un ragazzo del Mali, che da bambino aggiustava biciclette in Africa: dopo un periodo di tirocinio durato sei mesi con Ri-Generation, continuerà la sua attività lavorativa con noi come riparatore di elettrodomestici. Penso anche alle competenze più specifiche recuperate, come quelle di Amos, un ragazzo rumeno che ha dimostrato una buona propensione verso l’elettronica e che oggi è un eccellente riparatore di lavastoviglie”.ri-generation-1

Oggi Ri-generation impiega otto persone: sei di loro sono tecnici di laboratorio e due si occupano della vendita del prodotto. Ma la collaborazione con il Sermig non è finita qui e si è estesa anche al settore delle donazioni: “Ri-Generation accetta anche elettrodomestici che, per vari motivi, non sono più utili alle persone. Il Sermig ci aiuta ad intercettare quelle persone sul territorio che si stanno liberando di un elettrodomestico e noi ci occupiamo della logistica di queste donazioni: ritiriamo direttamente il potenziale rifiuto e, come gli altri, presto diventa un nuovo elettrodomestico perfettamente funzionante”.

La reazione nei confronti del progetto da parte del pubblico è molto buona e si può dividere in due livelli: qualità percepita e vendite. “Il problema più istintivo è quello della qualità del prodotto: essendo rigenerato, potrebbe essere percepito come qualitativamente inadeguato. Vi assicuro che le persone che vengono nei nostri punti vendita, spesso, non riescono a distinguere se una delle nostre lavatrici sia un prodotto nuovo o rigenerato. Questo si rispecchia nei nostri obiettivi, perché l’attività sta andando molto bene, soprattutto per la vendita diretta nel negozio: anche la vendita online sta crescendo, è chiaro che si tratta di un processo che richiede più tempo ma l’andamento generale positivo di Ri-Generation ci spinge ad aumentare la produzione e l’attività di laboratorio, e quindi di conseguenza ad impiegare anche nuove persone per far crescere il progetto, oltre alla possibilità di poter aprire nuovi negozi come Ri-Generation anche in altri luoghi d’Italia, oltre che a Torino”.

Il tutto nel segno della Riduzione, del Riuso e della Rigenerazione.

Intervista: Daniel Tarozzi e Paolo Cignini

Riprese e montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/07/io-faccio-cosi-220-ri-generation-limpresa-elettrodomestici-dismessi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La discarica più grande è in Ghana e mette in pericolo migliaia di persone

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I rifiuti elettronici che produciamo in Occidente finiscono in Ghana. Mettendo in pericolo migliaia di persone.

Ad Agbogbloshie in Ghana si trova la discarica più grande al mondo di rifiuti elettronici, provenienti dall’Europa e dagli Usa. Qui migliaia di persone lavorano senza tutele in un ambiente altamente tossico.

I rifiuti elettronici che produciamo finiscono nella discarica più grande al mondo. Si trova, nella periferia di Accrà in Ghana. Qui oltre 70mila persone (la metà delle quali minori) lavorano senza tutele in un ambiente tossico. E l’Occidente? Tace di fronte a questa catastrofe umanitaria e ambientale.

La discarica di e-waste più grande d’Africa     

Negli ultimi dieci anni, la capitale del Ghana, si è trasformata nella più grande discarica al mondo. Un vero e proprio cimitero elettronico, grande quanto un campo di calcio, dove finiscono monitor, computer, tastiere, videoregistratori, tubi catodici. I rottami provengono dall’Europa e dagli Stati Uniti. A lavorare qui un esercito di giovani e meno giovani senza alcun diritto, esposti continuamente a sostanze tossiche tra cui mercurio, i ritardanti di fiamma bromurati e il cadmio. L’accumulo di queste sostanze ha effetti deleteri sul corpo. Per i più “fortunati” ci sono conseguenze minori come cefalee, tosse, eruzioni cutanee. Nei casi più gravi, si rischiano problemi all’apparato riproduttivo, aborti volontari e vari tipi di tumore.

In discarica tra i 20 e i 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici

Secondo una stima dell’ONU che risale al 2013, ogni anno si producono tra i 20 e i 50 milioni di tonnellate di e-waste. Per ogni dispositivo elettronico venduto la UE prevede una tassa di riciclaggio. Un’imposta che ogni anno genera 4 miliardi di euro. Soldi che dovrebbero favorire un corretto smaltimento del rifiuto in una discarica omologata. Peccato che i 2/3 di questi rifiuti tecnologici, secondo un’indagine de l’Espresso, finiscano in Africa. Il motivo è la maggiore convenienza. Se riciclare un pc in Germania costa 3.50 euro, in Ghana il costo è ridotto a 1.50.La situazione nel nostro Paese non è diversa da quella del resto d’Europa: solo il 35% di tutti gli elettrodomestici immessi sul mercato finisce in discariche omologate. Il resto finisce nel porto di Tema, il più grande del Ghana, insieme agli altri container provenienti da alcuni dei principali Paesi europei (Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Spagna e Danimarca).

La discarica e la catastrofe umanitaria

Il lavoro delle migliaia di vittime di questo sistema illegale consiste nell’estrarre rame, alluminio, ferro e oro dai dispositivi per poi immetterli sul mercato. Un business che porta all’economia del Paese circa 200 milioni di dollari. Denaro che viene fatto sulla “pelle” di migliaia di ragazzi che rischiano ogni giorno la vita nella discarica:
«Quello che fanno qui è molto pericoloso perché non usano alcuna protezione. In questo modo inalano tutte le sostanze tossiche. Molti di questi ragazzi hanno il sangue pieno di metalli pesanti», la denuncia di un cittadino ghanese a Presa Diretta.

https://www.facebook.com/PresaDiretta.Rai/videos/10158264479945523/

 

Fonte: ambientebio.it

RAEE Parking: il container itinerante per i rifiuti elettronici arriva in viale Legioni Romane

Prosegue il progetto sperimentale promosso da Comune di Milano, Amsa e consorzio Ecolight per incentivare la differenziata dei RAEE e premiare chi li conferisce correttamente. In sei mesi raccolti 5.600 kg di rifiuti elettrici ed elettronici386240_1

Dal 20 settembre al 17 novembre la raccolta dei rifiuti elettronici a Milano è in viale Legioni Romane: all’altezza del civico 54 fa tappa il RAEE Parking, il container itinerante dove buttare vecchi cellulari, asciugacapelli rotti, lampadine a basso consumo esauste, tostapane arrugginiti, pc e tablet non più funzionanti. Il progetto promosso dal Comune di Milano, da Amsa e dal consorzio Ecolight per incentivare la sensibilizzazione sui RAEE e rendere più semplice il conferimento di questi rifiuti sta dando buoni frutti: a distanza di sei mesi dal suo avvio ha permesso di raccogliere 5.600 kg di RAEE, con circa3.000 conferimenti. L’iniziativa proseguirà fino al prossimo 20 gennaio toccando, dal 18 novembre, via Oglio. Il RAEE Parking è un cassonetto intelligente che rende semplice il conferimento e permette la tracciabilità del rifiuto. Per utilizzarlo, l’utente deve inserire nell’apposita fessura la Carta Regionale dei Servizi (CRS)e selezionare il tipo di rifiuto elettronico che intende conferire, mettendolo successivamente all’interno dello sportello dedicato che si aprirà in automatico. Il container è in funzione dalle 7 alle 21, tutti i giorni. Smaltendo così i propri rifiuti tecnologici, i cittadini di Milano possono partecipare, previa registrazione, ad un concorso a premi e vincere le biciclette elettriche in palio. Abbinato al progetto RAEE Parking, fino al 20 gennaio 2017, c’è il concorso “PreMIami” aperto a tutti i cittadini residenti e domiciliati a Milano. Ecolight mette in palio 12 biciclette elettriche: 9 saranno assegnate al cittadino di ogni zona che alla fine del concorso avrà totalizzato il maggior punteggio grazie ai conferimenti effettuati presso il RAEE Parking o il CAM; 3 biciclette elettriche saranno estratte tra tutti i cittadini che avranno preso parte al concorso e conferito almeno un rifiuto. Per partecipare al concorso è necessario registrarsi.

Info su: http://premiami.amsa.it

La prossima tappa del RAEE Parking sarà in via Oglio, angolo via Mincio, dal 18 novembre al 20 gennaio 2017.
Il RAEE Parking è accessibile ai cittadini tutti i giorni dalle 7 alle 21.
Ecolight, costituito nel 2004, è uno dei maggiori sistemi collettivi per la gestione dei Raee, delle Pile e degli Accumulatori. Il consorzio Ecolight, che raccoglie oltre 1.500 aziende, è il secondo a livello nazionale per quantità di immesso e il primo per numero di consorziati. È stato inoltre il primo sistema collettivo in Italia ad avere le certificazioni di qualità ISO 9001 e ISO 14001.

Fonte: ecodallecitta.it

Rifiuti elettronici: il 90% viene smaltito illegalmente

Il giro d’affari intorno allo smaltimento illegale dell’e-waste ammonta a 19 miliardi di dollari. La quantità annua di rifiuti elettronici raggiungerà 50 milioni di tonnellate nel 2017, una quantità di rifiuti enorme che rappresenta un grande problema in termini di sostenibilità. E non solo. Perché smaltire i rifiuti elettronici rappresenta un costo. Ed è proprio per questa ragione che le ecomafie si arricchiscono con lo smaltimento abusivo di questo tipo di residui dell’industria elettronica: secondo i dati dell’Unep, il programma ambientale delle Nazioni Unite, il 90% dei rifiuti elettronici del mondo viene smaltito e scaricato illegalmente per un giro d’affari che ammonta a 19 miliardi di dollari. Smartphone e computer sono fra gli oggetti che contribuiscono maggiormente all’accumulo di 42 milioni di tonnellate all’anno di rifiuti che potrebbero divenire 50 nel 2017. Il rapporto Unep presentato a Ginevra sottolinea che nel 2014 il costo per lo smaltimento di 42 milioni tonnellate di rifiuti ha movimentato un costo di 52 miliardi per l’economia globale. L’esportazione di rifiuti pericolosi e dannosi per l’ambiente dai Paesi Ocse a quelli che non ne fanno parte è vietata, ma migliaia di tonnellate di rifiuti continuano a essere esportate dopo essere dichiarate come beni di seconda mano.
Fra questi ci sono pile descritte come plastica e tubi catodici spacciati come normali rifiuti metallici. Ghana, Nigeria, Cina, Pakistan, India e Vietnam si stanno trasformando in centri di smaltimento per lo smaltimento illegale di e-waste. Le condizioni in cui i rifiuti del mercato dell’elettronica vengono smaltiti possono essere molto pericolosi per la salute. Per prevenire questo “tsunami” di rifiuti, come lo ha definito il suo direttore esecutivo Achim Steiner, l’Unep vuole agire in due direzioni: da una parte con il rafforzamento delle leggi nazionali e internazionali sulla materia, dall’altro con l’implementazione di tutte le attività di recupero dei metalli preziosi che si trovano all’interno dei prodotti tecnologici.108037822

Fonte:  The Guardian

Rifiuti elettronici: un terzo dell’e-waste arriva da Usa e Cina

Secondo l’Università delle Nazioni Unite, nel 2014 sono stati prodotti 41,8 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici. In testa alla classifica c’è la Norvegia.

Un recente studio dell’Università delle Nazioni Unite ha stimato che nel 2014 sia stato stabilito il nuovo record della spazzatura elettronica: 41,8 milioni di tonnellate di rifiuti come frigoriferi, lavatrici, elettrodomestici, televisori, computer e telefonini. La stessa ricerca ha rivelato che solamente un sesto di questa spazzatura viene correttamente riciclata e che, entro il 2018, la quota complessiva dell’e-waste potrebbe superare la soglia di 50 milioni di tonnellate. L’elemento più paradossale che emerge da questa ricerca è che sono i Paesi che hanno un più forte coscienza ambientalista a produrre i maggiori quantitativi di rifiuti pro-capite: la graduatoria relativa al 2014 vede in testa la Norvegia con 28,4 kg pro-capite, seguita da Svizzera (26,3 kg), Islanda (26,1 kg), Danimarca (24 kg), Gran Bretagna (23,5 kg), Paesi Bassi (23,4 kg) e Svezia (22,3 kg). Al decimo posto ci sono gli Stati Uniti con 22,1 kg, ma vista la sua popolazione i consumatori statunitensi incidono tantissimo sul “peso” globale dei rifiuti elettronici. Cina e Stati Uniti insieme producono il 32% dei rifiuti complessivi. In termini assoluti al primo posto ci sono gli Stati Uniti con 7,072 milioni di tonnellate di rifiuti, seguiti dalla Cina con 6,032 milioni di tonnellate e dal Giappone con 2,200 milioni di tonnellate. Il dato sui rifiuti elettronici evidenzia quanto ampia sia la forbice fra i Paesi più avanzati e quelli del Terzo Mondo o in via di sviluppo: la media di rifiuti elettronici del continente africano è di appena 1,7 kg pro-capite all’anno. Per fornire un esempio concreto della cifra di rifiuti elettronici annuali, le Nazioni Unite spiegano che le 41,8 milioni di tonnellate di rifiuti annui sono l’equivalente di 1,15 milioni di carri-armati messi in fila lungo 23mila km. Se si riuscisse a riciclare al 100% questa quantità di rifiuti, si potrebbe generare una ricchezza quantificabile in 52 miliardi di dollari.

Fonte:  BBC

© Foto Getty Images

Ambiente, differenziata e RAEE: italiani sempre più sensibili, informati e consapevoli

Da una recente indagine emerge che gli italiani sono sempre più interessati e consapevoli in materia di ambiente, raccolta differenziata e corretto smaltimento dei RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche). Le risposte sono positive e i risultati molto incoraggianti, anche se si può ancora – e si deve – migliorare.

 

Sono stati presentati a Roma i risultati di un’indagine sulla consapevolezza degli Italiani in materia di ambiente, raccolta differenziata e RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche). La ricerca, intitolata “Conosciamo l’ambiente?” e realizzata da Adiconsum  (Associazione di consumatori) ed Ecodom  (Consorzio Italiano Recupero e Riciclo Elettrodomestici), dimostra che gli italiani hanno un’elevata sensibilità verso i temi ambientali.

L’indagine è stata realizzata nell’ultimo trimestre del 2014, sottoponendo a 2.500 consumatori un questionario online suddiviso in tre parti, che riguardavano

1) la conoscenza della questione ambientale in generale,

2) la conoscenza specifica dei RAEE (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche),

3) le problematiche della raccolta differenziata (nel proprio Comune/a livello locale).RAEE3

L’obiettivo era quello di rispondere a domande quali: “che rapporto hanno gli italiani con l’ambiente? adottano comportamenti sostenibili anche nella vita di tutti i giorni? hanno informazioni adeguate su come differenziare i rifiuti? sanno dove smaltire il vecchio cellulare, la lavatrice o il frigorifero?”.

Ma andiamo con ordine. Per quanto riguarda il tema della qualità ambientale, solo il 13% degli intervistati ritiene che la qualità dell’ambiente in cui vive sia “buona” o “ottima”, mentre un 40% afferma che è “discreta” e per il restante 47% è “sufficiente” o “scarsa”. Un dato molto interessante è che l’83% del campione dichiara di sentirsi “moltissimo” e “molto” responsabile e coinvolto in prima persona della salvaguardia dell’ambiente, anche se – al tempo stesso – il 71% sostiene che le responsabilità maggiori non siano da attribuire ai singoli ma piuttosto alle istituzioni.RAEE

Fonte: indagine DOXA per Ecodom

 

Rispetto al secondo tema, le risposte sono positive e incoraggianti: il 70% degli intervistati, infatti, è in grado di dare una definizione corretta di RAEE e il 90% afferma di essere informato che è obbligatorio fare la differenziata anche per le apparecchiature elettriche ed elettroniche. Per quanto riguarda lo smaltimento dei grandi elettrodomestici o “bianchi” (frigo, lavatrice, lavastoviglie, ecc.), il 74% del campione dichiara di averli portati personalmente all’isola ecologica e il 26% di essersi avvalso del ritiro a domicilio effettuato dalla locale azienda di igiene urbana. Per lo smaltimento dei piccoli elettrodomestici, invece, solo il 10% ammette di averli buttati nel sacco della spazzatura o nel cassonetto, mentre il restante 90% dichiara che lo smaltimento corretto consiste nel portarli all’isola ecologica. Un dato singolare e degno di nota che emerge dall’indagine è che nessuno degli intervistati ha mai riconsegnato un piccolo elettrodomestico rotto al proprio negoziante. Eppure, già dal mese di aprile dello scorso anno, esiste l’obbligo da parte dei negozi con superficie superiore ai 400 mq del ritiro “uno contro zero” dei RAEE di piccole e piccolissime dimensioni. È possibile, cioè, consegnare un piccolo elettrodomestico da smaltire ad un rivenditore di grandi dimensioni senza alcuna spesa e, soprattutto, senza essere obbligati a comprarne uno nuovo. Fino a marzo 2014 era in vigore l’obbligo del ritiro “uno contro uno”, cioè il grande rivenditore, al momento dell’acquisto di un RAEE di piccole dimensioni, era obbligato a ritirare e smaltire il vecchio elettrodomestico del cliente, ma di questa vecchia norma, solo il 60% del campione ne conosceva l’esistenza.RAEE2

Ma veniamo alla raccolta differenziata: solo il 31 % del campione giudica “ottimo” o “buono” il sistema di raccolta differenziata del proprio Comune, il 22% lo giudica “discreto” e la restante metà (47%) “sufficiente” o “scarso”. L’intervista, inoltre, fa luce su una serie di importanti problematiche e criticità che dovrebbero essere affrontate e risolte al più presto: il 57% del campione ritiene inadeguato il locale servizio di raccolta a domicilio, il 29% ritiene troppo complicata la suddivisione dei rifiuti e il 14% ritiene troppo limitati gli orari di apertura delle isole ecologiche. La ricerca, infine, ha evidenziato come gli italiani che hanno risposto a questa indagine costituiscono un campione di per sé molto interessato alle questioni ambientali. I promotori dello studio sottolineano, giustamente, che i rispondenti sono stati reclutati attraverso i siti di Ecodom e Adiconsum, la pagina Facebook e il canale Twitter di Adiconsum e tramite invio alle rispettive mailing list e che, quindi, appartengono ad un target già orientato alle tematiche ambientali. Di conseguenza, le opinioni e i comportamenti emersi vanno letti come provenienti da una popolazione sensibile e informata sul tema e non possono essere rappresentativi dell’intera popolazione italiana.RAEE41

Tuttavia a questa indagine va il merito di aver consentito ai cittadini di esprimere la propria opinione sulle criticità presenti sul territorio, segnalando errori, insufficienze o inadempienze nella gestione dei rifiuti da parte degli enti locali e le mancanze dal punto di vista della corretta informazione al cittadino. Riguardo allo smaltimento dei RAEE in modo particolare, lo studio dimostra quanta strada sia stata compiuta negli ultimi anni per sensibilizzare e informare i consumatori sul loro corretto smaltimento, anche se resta ancora poco diffusa la consapevolezza sul reale livello di inquinamento prodotto dagli elettrodomestici dismessi.

“La conoscenza è il primo passo verso la consapevolezza”, ha dichiarato Giorgio Arienti, Direttore Generale di Ecodom, commentando i risultati del sondaggio. “Avere ben chiaro che il futuro dell’ambiente in cui viviamo è nelle nostre mani è un ottimo punto di partenza La conoscenza, però, è solo uno dei due elementi che servono per decidere. L’altro elemento è la volontà. La volontà di ciascuno di noi, che con i propri comportamenti può giocare un ruolo decisivo nel trasformare un ‘rifiuto’ in una ‘risorsa’ per il Paese; ma anche la volontà delle Istituzioni, cui spetta il compito sia di informare che di mettere a disposizione dei cittadini norme più semplici e servizi ambientali adeguati. È fondamentale che i consumatori siano a conoscenza di tutte le modalità disponibili per effettuare correttamente la raccolta differenziata dei RAEE. L’industria del riciclo degli elettrodomestici, quella virtuosa, soffre in Italia di un vero e proprio ‘nanismo’, perché gestisce solo 240.000 tonnellate di RAEE all’anno invece delle 800.000 che si generano ogni anno”.

Una ricerca del 2012 effettuata per conto di Ecodom da United Nations University, IPSOS e Politecnico di Milano, infatti, ha evidenziato che ogni italiano dismette quasi 13 kg di RAEE all’anno, ma di questi solo 4 kg (molto lontani dall’obiettivo della nuova Direttiva europea sui RAEE fissato a 12 kg/abitante/anno entro il 2019) vengono intercettati dal sistema gestito dai produttori di AEE-Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche, che garantisce il pieno rispetto della normativa vigente e la tutela ambientale. Ciò significa che in Italia ci sono altri 9 kg per abitante – pari a circa 600.000 tonnellate all’anno – che si disperdono lungo vie non sempre legali ed eco-friendly: operatori che, seppur in possesso delle autorizzazioni, adottano processi semplificati che puntano alle materie prime seconde più remunerative senza curarsi delle sostanze inquinanti contenute nei RAEE; soggetti che tolgono dai RAEE solo le parti economicamente interessanti e abbandonano il resto in discariche abusive oppure operatori che esportano in modo illegale verso Paesi extraeuropei (Ghana, Nigeria, India, Cina) dove il trattamento è effettuato senza rispetto per le questioni ambientale, umana e sociale. Con questa analisi, Adiconsum e Ecodom hanno voluto attirare l’attenzione sull’anello iniziale della catena di gestione dei RAEE domestici – il cittadino italiano – perché questo sembra essere il tratto della catena in cui si verificano le maggiori “perdite”.  “Questa indagine”, ha sottolineato Pietro Giordano, Presidente nazionale di Adiconsum, “rappresenta un punto di arrivo ed al contempo di ripartenza di un percorso più ampio che stiamo portando avanti per promuovere un modello di mercato non più sterile e incentrato solo sul profitto, ma proiettato verso la sostenibilità. Una sostenibilità che, a nostro avviso, deve essere coniugata su più fronti: economico, sociale, ed infine, ma non ultimo, ambientale, che non possono prescindere l’uno dall’altro. La sostenibilità ambientale ha potenzialità enormi per lo sviluppo del Paese. All’informazione e alla consapevolezza dell’importanza dello smaltimento va accompagnata l’informazione e la consapevolezza dell’importanza del recupero e del riciclo”.

 

Fonte : italiachecambia.org

Raee, il 70% dei rifiuti elettronici in Italia finisce nel racket illegale

E stato presentato il VI Rapporto annuale sul sistema di ritiro dei RAEE, le apparecchiature elettroniche: ma il 70% dei rifiuti finisce nel racket illegale. Con il nuovo decreto sarà possibile consegnare ai commercianti i rifiuti anche senza acquisto

I conti devono tornare sopratutto se parliamo di rifiuti elettronici, ma secondo l’ultimo Rapporto (il sesto) presentato da ReMedia il consorzio che raccoglie e avvia allo smaltimento e al riciclo i RAEE il bilancio è ancora sfasato. Nel VI Rapporto Annuale sul Sistema di Ritiro e Trattamento dei Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE) nel 2013 risultano raccolti 225.931.218 kg di RAEE, con un calo del 5% sull’anno precedente sebbene nel 2012 si ebbe una contrazione pari al 12%. A gettare più RAEE in maniera virtuosa, ossia attraverso i canali di raccolta ufficiali è la Lombardia che ha conferito più di 46 milioni di Kg di RAEE negli 834 centri autorizzati alla raccolta; seguono la Valle d’Aosta che e ha versati 8,27 Kg/ per abitante; seguono la Toscana con 5,41 kg/ab. e la Sardegna con 5,24 kg/ab. Ma non basta, tant’è che per fornire un quadro esaustivo dei rifiuti elettronici che mancano all’appello della raccolta è stato presentato da Legambiente il dossier I Pirati del Raee realizzato in collaborazione con il Centro di Coordinamento RAEE che fornisce i percorsi e gli illeciti messi a segno in questo ambito tanto delicato.

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Proprio venerdì scorso nel Consiglio dei ministri è stato approvato il decreto Uno contro Zeroin materia di Raee che recepisce la normativa europea in merito e che sostanzialmente obbliga i negozianti a raccogliere Raee anche se non sono stati acquistati (uno contro uno) qualora gli siano consegnati. Spiega Legambiente, infatti, che il 70% dei Raee sfugge alla raccolta legale, ossia dai frigoriferi, ai vecchi televisori con tubo catodico e non, ai telefonini, ai pc e alle stampanti, ai giocattoli con componenti elettroniche, e alle lampadine. Questi rifiuti sono particolari nel senso che sono una miniera di minerali (perdonate il gico di parole) e richiedono per essere smaltiti attentamente una procedura di raccolta corretta. Ma lo smontaggio illecito è molto più diffuso rispetto alla filiera autorizzata. Legambiente ci dice che nel 2012 i Raee prodotti in Italia sono stati 800 mila tonnellate; in Europa 10 milioni di tonnellate e 50 milioni di tonnellate quelli prodotti nel mondo. Ma solo 3,5 tonnellate sono gestite in Europa. Insomma il mercato illecito dei Raee è fiorente e prosperoso e ha a che fare con il traffico illecito di rifiuti internazionale che sfrutta manodopera a basso costo se non la schiavitù. Infatti il lavoro delle forze dell’ordine con i sequestri di discariche illegali ha fatto emergere 299 discariche abusive di Raee in Puglia (13,4%), Campania (12,7%), Calabria e Toscana (11%). Laura Biffi, che ha curato il dossier per l’Osservatorio nazionale ambiente e legalità di Legambiente ha detto:

Il racket dei RAEE si combatte favorendo il mercato legale. Ciò significa che, accanto a un migliore sistema di controlli e sanzioni esteso a tutta la filiera, dal venditore di elettrodomestici al trasportatore al riciclatore, è necessario mettere a punto una campagna di informazione efficace rivolta ai cittadini, ma anche agli addetti alle vendite, nonché alle stesse forze dell’ordine e agli enti preposti alla vigilanza. Solo così il ciclo virtuoso dei RAEE sarà in grado di togliere profitti al mercato nero e di produrre nuova economia e nuova occupazione nel rispetto delle leggi e dell’ambiente.

Fonte: ecoblog.it

6. I rifiuti in Groenlandia

Dalle città più popolose agli insediamenti più remoti, ovunque viviamo, generiamo rifiuti. Avanzi di cibo, rifiuti elettronici,  batterie, carta, bottiglie di plastica, vestiti, vecchi mobili: tutte queste cose vanno smaltite. 14

Alcune finiscono riutilizzate o riciclate; altre vengono bruciate per produrre energia oppure avviate alle discariche. Non  esiste un unico modo di gestire i rifiuti che vada bene ovunque. Il modo in cui gestiamo i rifiuti deve tener conto delle condizioni locali. Dopo tutto, i rifiuti nascono come una questione locale. Considerando la scarsa densità di popolazione, le lunghe distanze fra i centri abitati e l’assenza di infrastrutture stradali, vediamo come la Groenlandia affronta la questione della gestione dei rifiuti.

Intervista a Per Ravn Hermansen

Per Ravn Hermansen vive a Nuuk, la capitale della Groenlandia. Vi si è trasferito dalla Danimarca per occuparsi della gestione dei rifiuti presso il ministero degli Interni, della Natura e dell’Ambiente groenlandese.

Come si vive in Groenlandia?

«Vivere a Nuuk non è molto diverso dal vivere in qualsiasi altra città di medie dimensioni, come lo sono le città danesi. Ci sono gli stessi tipi di negozi e gli stessi servizi. Nuuk ha circa 15.000 abitanti. Mentre qui la popolazione parla sia groenlandese che danese, gli abitanti dei piccoli centri conoscono quasi esclusivamente il groenlandese. Vivo qui dal 1999 e penso che le persone consumino lo stesso tipo di prodotti che nel resto del mondo, come ad esempio i computer e i telefonini. Penso inoltre che le persone stiano diventando più consapevoli del problema dei rifiuti.»

Dove risiede l’unicità del problema dei rifiuti in Groenlandia?

«In Groenlandia vivono circa 55.000 persone e, come avviene nel resto del mondo, le persone generano rifiuti. Sotto molti punti di vista, il «problema» dei rifiuti in Groenlandia è piuttosto banale. Le aziende e le famiglie groenlandesi generano vari tipi di rifiuti e quello che dobbiamo fare è gestirli in modo tale da non recare danno all’ambiente. Per altri versi, il problema dei rifiuti in Groenlandia è unico nel suo genere per via dell’estensione del suo territorio, o meglio della dispersione geografica degli insediamenti. In Groenlandia ci sono sei città relativamente grandi, 11 centri minori e una sessantina di insediamenti fra i 30 e i 300 abitanti, disseminati lungo la costa. La maggioranza della popolazione è concentrata sulla costa occidentale, ma si trovano alcuni piccoli insediamenti e centri abitati anche sulla costa orientale.

Solo sei città dispongono di impianti di incenerimento, il che non è sufficiente a garantire un trattamento adeguato in termini ambientali dei rifiuti inceneribili. Inoltre, non esistono strade di collegamento fra le città e gli insediamenti e quindi non è facile trasportare i rifiuti agli inceneritori. Le merci vengono trasportate principalmente via mare. Al momento, abbiamo solo una vaga idea della quantità di rifiuti urbani prodotti in Groenlandia e riteniamo che sia in aumento. Una metà degli insediamenti dispone di quelli che definirei «forni inceneritori»; per il resto, abbiamo solo discariche e roghi all’aria aperta.15

In ultima analisi, penso che tutti i problemi in materia di rifiuti abbiano alcuni elementi in comune ma che ciascuno sia

unico nel suo genere. Quella dei rifiuti è una questione locale con ripercussioni più ampie. Qualsiasi soluzione deve tener conto di questo dualismo.»

Cosa succede ai rifiuti pericolosi e ai rifiuti elettronici?

«Gli impianti delle maggiori città disassemblano le apparecchiature elettriche ed elettroniche e gestiscono i rifiuti pericolosi, che sono quindi stoccati in loco in attesa di essere trasferiti in Danimarca. La Groenlandia importa ogni genere di merce, inclusi i generi alimentari, i capi di abbigliamento e gli autoveicoli, in gran parte in arrivo via mare da Aalborg. I rifiuti pericolosi e quelli elettrici ed elettronici sono trasferiti sulle navi che fanno ritorno in Danimarca.»

Ultimamente le multinazionali minerarie sono alla ricerca di riserve petrolifere o minerarie ancora intatte. Cosa ne è dei

rifiuti minerari?

«In Groenlandia applichiamo la politica «dello sportello unico», che consente alle imprese estrattive di ottenere dallo stesso ente pubblico tutti i permessi necessari. Ciò significa che le domande di autorizzazione, in cui sono contemplati

tutti gli aspetti dell’attività, inclusi i rifiuti, devono essere presentate all’Ufficio dei minerali e del petrolio. Quasi tutte le attività delle imprese minerarie si svolgono lontano dalle città e dai centri abitati. Per quanto riguarda i rifiuti inceneribili, le imprese possono stipulare accordi con gli enti locali per avere accesso agli impianti di incenerimento. Questo aumento della domanda esercita ulteriori pressioni sulla capacità di incenerimento locale.»

Come state affrontando questo problema?

«Una delle opzioni attualmente sul tavolo consiste nel costruire impianti di incenerimento regionali e nel trasferire lì i rifiuti. È chiaro che non possiamo costruire impianti di trattamento dei rifiuti in ogni città. Stiamo anche valutando la possibilità di produrre calore, di riscaldare le case bruciando rifiuti. Nelle città più piccole, abbiamo dato il via alla costruzione di impianti per lo smaltimento dei rifiuti elettrici ed elettronici e la gestione dei rifiuti pericolosi. Negli insediamenti minori stiamo invece mettendo a disposizione alcuni contenitori per la raccolta dei rifiuti elettronici e pericolosi, che possono essere successivamente trasportati agli impianti di smaltimento delle varie città. Sono attualmente in corso due progetti pilota per il trasferimento dei rifiuti inceneribili nelle città dotate di impianti di incenerimento. Il governo groenlandese dispone di un piano nazionale di gestione dei rifiuti e le attività a cui mi riferivo fanno parte di Fonte: EEA (agenzia europea ambiente)

questo piano.»

Fonte: EEA (agenzia europea ambiente)

I rifiuti elettronici diventano “opeRAEE”. In mostra le opere del progetto RAEE in Carcere

Inaugurata nella sede della Regione Emilia Romagna a Bologna l’esposizione organizzata dal progetto interprovinciale RAEE in Carcere, con il patrocinio di Regione e Ministero della Giustizia e il supporto di consorzio Ecolight e Gruppo Hera. Aperta fino al 22 aprile374461

I rifiuti elettronici diventano oggetti d’arredo, installazioni e monili. È stata inaugurata oggi, lunedì 8 aprile, nella sede della Regione Emilia Romagna a Bologna, la mostra “opeRAEE, esercizi artistici di recupero degli apparecchi elettrici ed elettronici”, realizzata dal progetto interprovinciale RAEE in Carcere con il patrocinio della Regione Emilia Romagna e del Ministero della Giustizia, i contributi del consorzio Ecolight e di Hera Spa e con la collaborazione dell’associazione Recuperiamoci. L’esposizione testimonia non solamente l’attività dei laboratori RAEE in Carcere di Bologna e Forlì, ma anche la creatività sviluppata dai detenuti parallelamente ai processi di trattamento dei rifiuti elettronici.
Lavatrici, cellulari, asciugacapelli e computer hanno trovato nuova vita nella mostra: le loro componenti sono state smontate e riassemblate dando origine a giostre, lampade, oggetti di design e gioielli. «Questi oggetti rappresentano un altro elemento di valore del progetto RAEE in Carcere. Accanto alle finalità sociale ed ambientale si pone un certo valore artistico», osserva Pietro Buffa, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria dell’Emilia Romagna. «Iniziative come queste non solo valorizzano i progetti di inclusione sociale, ma portano a rafforzare il legame tra la struttura carceraria e la città. Individuare soluzioni e percorsi efficaci per promuovere e incrementare l’inclusione sociale e lavorativa delle persone detenute ed in misura alternativa previene il rischio di reiterazione del reato».
Gli oggetti esposti, hanno una loro storia e raccontano le storie delle persone detenute che li hanno realizzati. «Alla base delle opere c’è il concetto che ogni rifiuto può avere una nuova vita e trasformarsi in opera d’arte che tutti possono apprezzare e ammirare, così come può nascere un nuovo uomo da una vita ai limiti», affermano Manuela Raganini, presidente della cooperativa sociale Gulliver di Forlì, e Daniele Steccanella, responsabile laboratorio RAEE della cooperativa sociale It2 di Bologna, che hanno curato l’allestimento della mostra. «Lo stimolo al visitatore, attraverso la bellezza delle opere esposte, è quello di imparare a concedere una seconda possibilità come presupposto essenziale di rinascita». Del resto, il progetto RAEE in Carcere si muove proprio nell’ottica di essere un’occasione di reinserimento sociale per persone svantaggiate. Ricorda Lia Benvenuti, direttore generale di Techne che ha coordinato l’iniziativa: «Il progetto ha rappresentato un’opportunità di studio e riflessione sull’uso dei materiali, sul recupero creativo di oggetti dimenticati e apparentemente privi di vita, sull’attività creativa dell’artista che dà forma alla materia, ma anche sulla condizione del detenuto e sulla libertà che sfida l’uomo. Si tratta di riflessioni che hanno fatto incontrare giovani artisti e detenuti, dando vita ad opere d’arte create con i materiali recuperati da RAEE». L’attività artistica è diventata pare di un processo di reinserimento sociale. Come sottolinea Paolo Massenzi, presidente dell’associazione Recuperiamoci: «Dare una nuova vita ai rifiuti recuperandoli ad oggetti utili come mobili e lampade di ecodesign ha creato i presupposti per la nascita di un percorso trasversale tra imprese, realtà attive nel recupero umano e nell’inserimento sociale e lavorativo».
Nell’ottica di valorizzare i rifiuti attraverso l’arte, Ecolight ha promosso il portale wwww.museodelriciclo.it. «Come consorzio che gestisce i RAEE a livello nazionale crediamo nelle azioni di valore che derivano dal trattamento dei rifiuti. E crediamo che il riciclo possa essere considerato una buona pratica e, come tale, una forma d’arte e di rispetto per il nostro ambiente», dice Giancarlo Dezio, direttore generale di Ecolight. Il progetto RAEE in Carcere ha una doppia valenza: ambientale e sociale. Prosegue Dezio: «Trattare correttamente i rifiuti elettronici permette di recuperare importanti quantitativi di materie prime seconde, facendo bene all’ambiente. Se questa attività consente anche di offrire un’opportunità di reinserimento lavorativo a persone svantaggiate, si ha un beneficio anche sociale». Aggiunge Tiziano Mazzoni, direttore Servizi ambientali Hera Spa: «Il progetto RAEE in Carcere testimonia l’impegno di Hera, oltre che sul versante del recupero e riciclo delle materie prime, anche nel sociale, nei confronti di chi è in sofferenza. Ridare nuova vita a qualcosa che qualcuno ha buttato è certamente la dimostrazione che tutto, e tutti, hanno diritto a una seconda occasione. Nel trattare i rifiuti Hera lo fa ogni giorno ed ora siamo contenti di fornire una opportunità anche a chi vive in carcere».
Conclude Flavio Venturi, direttore dell’ente di formazione Cefal Emilia Romagna: «Connubio perfetto tra formazione-lavoro-impresa, il progetto RAEE in Carcere concretizza ciò che il Cefal progetta e realizza nell’ambito della Casa Circondariale di Bologna. I nostri corsi, più di mille ore di formazione solo nel 2012, sono finalizzati ad un reale inserimento nel mondo del lavoro delle persone detenute perché rispondono ad una domanda professionale di cui il mercato è carente. Nel lavoro vediamo un potente strumento di inserimento sociale di persone che altrimenti non avrebbero una seconda chance».

Fonte: eco dalle città