Venezia si impegna a bandire la plastica e a praticare l’economia circolare

La Giunta della città lagunare aderisce all’iniziativa Plastic Smart Cities promossa dal WWF per eliminare la dispersione di plastica in natura. Venezia è la prima città italiana a far parte di questo programma e vuole diventare un esempio nella lotta all’inquinamento da plastica e nella ricerca di soluzioni innovative di economia circolare.

La Giunta comunale di Venezia ha approvato, su proposta dell’Assessore all’Ambiente Massimiliano De Martin, il provvedimento con cui il Comune aderisce all’iniziativa globale WWF “Plastic Smart Cities” per la lotta contro l’inquinamento da plastica entro il 2030. Venezia è la prima città italiana ad aderire all’iniziativa che include altre città del Mediterraneo come Nizza, Dubrovnik, Smirne e Tangeri.

«La tutela dell’ambiente, la promozione di una responsabilità collettiva di attenzione all’ecosistema, il sostegno all’economia circolare, gli investimenti per una mobilità condivisa e sempre più “green”, l’orgoglio di aver avviato le procedure per avere in città il primo distributore fisso di idrogeno in Italia e una seria campagna per il recupero delle reti da pesca abbandonate in mare dimostrano, a vari livelli, l’impegno di Venezia in quell’importante progetto di salvaguardia del pianeta che deve vederci tutti compatti», commenta De Martin. «Tutte azioni che questa Amministrazione Comunale si onora di aver avviato e sostenuto con l’obiettivo non solo di dare attuazione all’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma di procedere su un percorso che deve responsabilizzare ciascuno di noi».

Con la sottoscrizione della dichiarazione d’intenti (Plastic Smart City Commitment) predisposta dal WWF, l’Amministrazione comunale, ha voluto quindi ribadire questo suo impegno a tutela dell’ambiente e, in questo caso, per eliminare la dispersione di plastica in natura entro il 2030 sviluppando un piano d’azione che preveda, tra le altre cose, l’avvio di un progetto pilota che porti a un 30% di riduzione di inquinamento da plastica entro due anni. «Uniti sapremo raggiungere anche questo obiettivo – prosegue De Martin – e sono sicuro che arriveremo a risultati ancora più importanti. Venezia ogni anno durante il Giorno della Sensa “sposa” il Mare e quindi non poteva non essere in prima linea in questa importante campagna in sua difesa».

La Giunta della città lagunare aderisce all’iniziativa Plastic Smart Cities promossa dal WWF per eliminare la dispersione di plastica in natura. Venezia è la prima città italiana a far parte di questo programma e vuole diventare un esempio nella lotta all’inquinamento da plastica e nella ricerca di soluzioni innovative di economia circolare.

La Giunta comunale di Venezia ha approvato, su proposta dell’Assessore all’Ambiente Massimiliano De Martin, il provvedimento con cui il Comune aderisce all’iniziativa globale WWF “Plastic Smart Cities” per la lotta contro l’inquinamento da plastica entro il 2030. Venezia è la prima città italiana ad aderire all’iniziativa che include altre città del Mediterraneo come Nizza, Dubrovnik, Smirne e Tangeri.

«La tutela dell’ambiente, la promozione di una responsabilità collettiva di attenzione all’ecosistema, il sostegno all’economia circolare, gli investimenti per una mobilità condivisa e sempre più “green”, l’orgoglio di aver avviato le procedure per avere in città il primo distributore fisso di idrogeno in Italia e una seria campagna per il recupero delle reti da pesca abbandonate in mare dimostrano, a vari livelli, l’impegno di Venezia in quell’importante progetto di salvaguardia del pianeta che deve vederci tutti compatti», commenta De Martin. «Tutte azioni che questa Amministrazione Comunale si onora di aver avviato e sostenuto con l’obiettivo non solo di dare attuazione all’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma di procedere su un percorso che deve responsabilizzare ciascuno di noi».

Con la sottoscrizione della dichiarazione d’intenti (Plastic Smart City Commitment) predisposta dal WWF, l’Amministrazione comunale, ha voluto quindi ribadire questo suo impegno a tutela dell’ambiente e, in questo caso, per eliminare la dispersione di plastica in natura entro il 2030 sviluppando un piano d’azione che preveda, tra le altre cose, l’avvio di un progetto pilota che porti a un 30% di riduzione di inquinamento da plastica entro due anni. «Uniti sapremo raggiungere anche questo obiettivo – prosegue De Martin – e sono sicuro che arriveremo a risultati ancora più importanti. Venezia ogni anno durante il Giorno della Sensa “sposa” il Mare e quindi non poteva non essere in prima linea in questa importante campagna in sua difesa».

Il protocollo impegna inoltre a promuovere il coinvolgimento di settori chiave e parti interessate nella valutazione e nel miglioramento delle politiche, dei servizi e dei finanziamenti per prevenire la produzione di rifiuti di plastica e promuovere la loro gestione con soluzioni circolari, a sviluppare un piano di monitoraggio delle attività con baseline e target annuali e a condividere i progressi con il WWF attraverso le proprie attività di reporting, con un coinvolgimento attivo degli stakeholder e della cittadinanza nell’elaborazione e nell’attuazione delle politiche da adottare.

«Siamo orgogliosi di supportare l’iniziativa di Venezia, che è una città d’arte tra le più amate al mondo, sospesa tra bellezza e fragilità, e che diventa così simbolo della lotta alla dispersione della plastica in natura», commenta Donatella Bianchi, presidente WWF Italia. Grazie alla rete di città costiere a forte vocazione turistica dal nord al sud del Mediterraneo, tra cui Nizza, Dubrovnik, Smirne, Tangeri e da oggi Venezia, il WWF sta sviluppando la più grande attivazione civica degli ultimi decenni in difesa del mare. Una sfida cruciale che la pandemia ha ulteriormente accentuato per proteggere il Mediterraneo sempre più soffocato da plastiche e microplastiche che minacciano tutto l’ecosistema marino e la nostra salute. L’iniziativa Plastic Smart Cities promossa dal WWF mira a collaborare con almeno 25 città o isole del Mediterraneo per ottenere risultati concreti e misurabili per fermare lo sversamento di plastica in natura entro il 2030. Venezia quindi contribuirà e beneficerà di una rete di conoscenze in merito a metodologie sviluppate per l’analisi della gestione dei rifiuti plastici, progetti di innovazione e soluzioni già messi in atto per evitare il consumo di plastica monouso. Secondo il WWF, il Mediterraneo si sta trasformando in una pericolosa trappola di plastica: ogni anno, circa mezzo milione di tonnellate di plastica di grandi e piccole dimensioni entra nelle acque del nostro bacino, l’equivalente di 33.800 bottiglie di plastica gettate in mare ogni minuto. Un terzo dei rifiuti di plastica è mal gestito e, senza un’azione drastica, si prevede che quadruplicherà entro il 2050. Uno studio pubblicato nel 2020 su Science1 individua nella zona del Mar Tirreno la più alta concentrazione di microplastiche mai misurata nelle profondità di un ambiente marino: 1,9 milioni di frammenti per metro quadrato.

L’emergenza COVID ha purtroppo favorito il grande ritorno della plastica monouso con evidenti effetti collaterali sull’ambiente, a causa dell’aumento dei rifiuti spesso mal gestiti e dispersi. Quello delle mascherine rappresenta solo la punta dell’iceberg di un problema molto più ampio che ha messo un freno ai recenti progressi fatti in materia di sostenibilità e gestione dei rifiuti: la quarantena ha ad esempio stimolato l’aumento degli acquisti online con conseguente aumento degli imballaggi plastici, mentre il divieto nei food service di contenitori riutilizzabili in favore dell’usa e getta. Il WWF ritiene che la pandemia non debba ostacolare l’ambizione nazionale e globale di ridurre la plastica e l’inquinamento da essa generato e debba invece accelerare la ricerca di alternative al monouso e la messa in atto di sistemi circolari di gestione efficiente delle risorse. Il progetto “Venezia e Smirne insieme contro l’inquinamento da plastica” è realizzato grazie al supporto della Fondazione Blue Planet Virginia Böger. Maggiori informazioni sull’iniziativa globale sono disponibili su questo sito.

1 – Kane I.A. et al., 2020. Seafloor Microplastic Hotspots Controlled By Deep-Sea Circulation, Science, 2020, 1140-1145.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/03/venezia-bandire-plastica-praticare-economia-circolare/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Archeoplastica: i rifiuti restituiti dal mare diventano reperti da museo

Un museo virtuale in cui esporre online centinaia di reperti plastici raccolti sulle spiagge, dopo che il mare li ha restituiti: questa l’idea alla base del progetto Archeoplastica. Un’iniziativa importante per riflettere sul lento processo di degradazione della plastica e sugli effetti disastrosi che l’uso smodato di questo materiale ha sull’ambiente. Quanto tempo dura la plastica? Quanto sopravvive nei nostri mari, trasportata lungo le rotte tracciate dalle correnti? La sua è una storia infinita. Per averne una minima percezione, basti pensare che nei nostri mari galleggiano, ancora intatti, flaconi e bottiglie che hanno l’età dei nostri genitori o addirittura dei nostri nonni. È ormai noto che – come conferma una relazione della Ellen MacArthur Foundation, in collaborazione con il World Economic Forum – entro il 2050 negli oceani vi sarà più plastica che pesci. Questo materiale da forme, colori e usi diversi, protagonista della nostra vita quotidiana, è diventato nel tempo la peggiore minaccia per l’ecosistema marino e non solo. Lo sa bene Enzo Suma, fondatore dell’associazione Millenari di Puglia, una realtà dell’alto Salento impegnata da sempre nella valorizzazione e tutela del territorio e in attività di educazione ambientale. Guida naturalistica e cercatore seriale di rifiuti plastici, raccoglie da tempo quanto riversato sulle spiagge dalle mareggiate, anche perché da Ostuni, la sua città, raggiunge facilmente la costa tutti i giorni. «Da due anni, però, ho iniziato a catalogare questi rifiuti, conservando quelli più vecchi e riciclando gli altri», racconta Enzo.

Enzo Suma

Un Ajax vetri del ‘68, un Cif detergente di fine anni ‘70 e una lattina di Coca-Cola limited edition dedicata ai mondiali di calcio in Argentina del ‘78. Questi sono solo alcuni degli oltre duecento oggetti collezionati da Enzo. Da questi reperti scaturisce una narrazione di usi e abitudini legati a questo materiale: una sorta di ricostruzione archeologica o meglio archeoplastica, secondo la fortunata espressione con cui Enzo cataloga i rifiuti plastici più antichi e, per una ragione o un’altra, degni di nota. Nasce così l’idea di dar vita a un museo virtuale online in cui esporre i reperti archeoplastici datati dai trenta agli oltre cinquant’anni fa. «Ero incredulo quando trovai il primo reperto archeoplastico: una bomboletta spray Ambra Solaire di fine anni ‘60, su cui si leggeva perfettamente il prezzo in lire, nonostante fosse passato tutto quel tempo», racconta Enzo. «Quando ne pubblicai la foto su facebook, molte furono le riflessioni degli altri utenti sul tema della plastica e dell’inquinamento causato da questo materiale», prosegue l’ideatore del progetto. La mostra sarà accessibile a tutti. Attraverso la tecnica della fotogrammetria verranno realizzate delle riproduzioni virtuali in 3D di questi reperti, in modo da apprezzarne ogni minimo dettaglio. Obiettivo dell’iniziativa è mantenere vivo l’interesse sul problema dell’inquinamento da plastica, con un occhio particolare ai più giovani. Oltre al museo virtuale, infatti, Enzo vorrebbe realizzare una mostra itinerante in cui esporre i reperti archeoplastici, cercando di raccontare la storia di ciascuno di questi. «Mi piacerebbe portarla nelle scuole e magari anche nel resto d’Italia, promuovendo attività di educazione ambientale e sensibilizzazione sul problema della plastica».

È giusto che i più piccoli, e di conseguenza le loro famiglie, siano sempre più consapevoli di quanto a lungo la plastica sopravvive nei nostri mari. Si frantuma per effetto degli agenti atmosferici ed entra così nella catena alimentare sotto forma di microplastiche, che «funzionano come delle spugne: assorbono sostanze tossiche, che a loro volta si accumulano nei tessuti dei pesci che le ingeriscono».

In questo progetto Enzo non è da solo, anche perché non è sempre immediato il processo di datazione e identificazione dei rifiuti raccolti. Spesso è il tam-tam sui social network ad aiutarlo nella sua impresa. Dietro a ogni oggetto c’è un lungo lavoro di ricerca, tra video e spot pubblicitari in cui quelli che oggi sono solo rifiuti appaiono come sgargianti prodotti all’ultimo grido dell’igiene casa e persona. Per uno dei suoi reperti, Enzo ha impiegato più di un anno prima di riuscire a identificarlo. «È un flacone molto insolito, forse uno dei più belli che colleziono – mi racconta – un corpulento omino di plastica azzurrina, vestito con un frac e trasfigurato da varie incrostazioni di anellidi». Proprio grazie alla visibilità sui social network, oggi questo reperto archeoplastico ha finalmente il proprio identikit completo: «Grazie a un utente facebook ne ho scoperto un altro esemplare tra gli oggetti di un collezionista francese. Si tratta di un bagnoschiuma degli anni ‘60, tutto rosso in origine».

I reperti archeoplastici collezionati da Enzo non arrivano solo dal passato, ma anche da posti lontani, complice la vicinanza alle coste balcaniche. «Mi è capitato di raccogliere un prodotto dell’Ava risalente agli anni ‘60 con l’etichetta in greco. Il maestrale e la tramontana, infatti, portano sulla nostra costa rifiuti di Grecia e Albania e viceversa, quando i venti spingono verso le loro coste». Alcuni degli oggetti della collezione arrivano dal Veneto e dal ferrarese, «grazie alla proficua collaborazione con altri raccoglitori e collezionisti di rifiuti plastici. L’obiettivo è quello di fare rete e aiutarsi vicendevolmente».

Tra i vari oggetti raccolti, Enzo colleziona formine, palette e secchielli dimenticati dai bambini in spiaggia nel corso del tempo. Con questi si lancia in simpatici giochi artistici, disegnando sulla sabbia giganteschi esemplari della fauna marina. Tartarughe e cetacei sono i soggetti più rappresentati, ovvero «gli animali più vulnerabili e colpiti proprio dall’inquinamento da plastica».

Il progetto Archeoplastica è collegato a una campagna di crowdfunding lanciata da Enzo su Produzioni dal Basso. Con un piccolo aiuto di tutti, si potranno finalmente realizzare il museo virtuale e acquistare l’occorrente per la mostra itinerante, per raccontare la storia della plastica e riflettere su un suo uso più moderato e consapevole.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/03/archeoplastica-rifiuti-mare-diventano-reperti/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Via libera del Parlamento Ue alle nuove regole per migliorare la qualità dell’acqua del rubinetto e ridurre i rifiuti di plastica

La direttiva sull’acqua potabile approvata in via definitiva dal Parlamento darà un migliore accesso all’acqua di rubinetto di alta qualità, anche per i gruppi vulnerabili. Martedì 15 dicembre, il Parlamento europeo ha approvato l’accordo con i Paesi UE sulla nuova direttiva sull’acqua potabile. Il testo legislativo è stato adottato in seconda lettura, senza emendamenti. Le nuove regole, che mirano a offrire acqua di rubinetto di alta qualità in tutta l’UE, sono la risposta alle richieste di oltre 1,8 milioni di europei che hanno firmato la prima iniziativa europea dei cittadini di successo, “Right2Water“, a sostegno del miglioramento dell’accesso all’acqua potabile sicura. Gli Stati membri dovranno garantire la fornitura gratuita di acqua negli edifici pubblici e dovrebbero incoraggiare ristoranti, mense e servizi di catering a fornire l’acqua ai clienti gratuitamente o a basso costo. I Paesi UE dovranno inoltre adottare delle misure per migliorare l’accesso all’acqua per i gruppi vulnerabili, come i rifugiati, le comunità nomadi, i senzatetto e le culture minoritarie come i Rom.

Monitoraggio e miglioramento della qualità dell’acqua del rubinetto

Per consentire e incoraggiare le persone a bere l’acqua del rubinetto piuttosto che l’acqua in bottiglia, la qualità dell’acqua sarà migliorata imponendo limiti più severi per alcuni inquinanti, tra cui il piombo. Entro l’inizio del 2022, la Commissione redigerà e monitorerà un elenco di sostanze o composti. Tra queste vi saranno i prodotti farmaceutici, i composti che alterano il sistema endocrino e le microplastiche. Inoltre la Commissione stilerà un elenco UE dove saranno indicate le sostanze autorizzate a venire a contatto con l’acqua potabile.

“Vent’anni dopo l’entrata in vigore della prima direttiva sull’acqua potabile – commenta il relatore Christophe Hansen – è giunto il momento di aggiornare e stringere la soglia per alcuni contaminanti, come il piombo. Per il Parlamento europeo, era della massima importanza che la nuova direttiva rendesse la nostra acqua potabile ancora più sicura e tenesse conto delle nuove sostanze inquinanti. Accolgo quindi con favore le disposizioni della direttiva per le microplastiche e gli interferenti endocrini come il bisfenolo A”.

Secondo la Commissione europea, un minore consumo di acqua in bottiglia potrebbe aiutare le famiglie dell’UE a risparmiare più di 600 milioni di euro all’anno. Se la fiducia nell’acqua del rubinetto migliora, i cittadini possono anche contribuire a ridurre i rifiuti di plastica dell’acqua in bottiglia, il che ridurrebbe anche i rifiuti marini. Le bottiglie di plastica sono uno degli articoli di plastica monouso più comuni che si trovano sulle spiagge europee.

Prossime tappe

La direttiva entrerà in vigore 12 giorni dopo la sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE. Entro due anni dalla sua entrata in vigore, gli Stati membri apporteranno le modifiche necessarie agli ordinamenti nazionali per conformarsi alla direttiva.

Fonte: ecodallecitta.it

“Ecofesta Puglia” al Medimex 2014 stampa in 3D eco-gadget riciclando rifiuti di plastica

Ottimo esordio del Laboratorio mobile di “Ecofesta Puglia” al Medimex 2014. In occasione della fiera musicale Medimex 2014 sono stati stampati in 3D dei plettri per chitarra, regalati poi come gadget, riciclando la plastica dei bicchieri e delle bottigliette buttate dai visitatori380833

Ecofesta Puglia, in 3 anni ha ridotto l’impatto ambientale di oltre 100 eventi pugliesi, grazie alle isole ecologiche presidiate dai ragazzi di Ecofesta, con il compostaggio in loco effettuato con una compostiera elettromeccanica, con i rifiuti driver sound system, con i laboratori didattici e tanta informazione per risolvere i dubbi dei visitatori.
Grande successo per l’esordio del Laboratorio mobile “Ecofesta Puglia” al Medimex 2014 disposto nell’area esterna della Fiera del Levante a Bari. In produzione gli inediti eco-gadget stampati in 3D, realizzati recuperando bottiglie e bicchieri di plastica trasparenti con un macchinario capace di riutilizzare anche stoviglie biodegradabili, pezzi d’auto e elettrodomestici. Plettri, apribottiglie e fischietti sono stati prodotti e distribuiti grazie all’intervento della certificazione volontaria per diminuire l’impatto ambientale sul territorio degli eventi “Ecofesta Puglia” cuore pulsante del progetto “La Tradizione fa Eco – modello di sostenibilità per innovare la tradizione e rivoluzionare gli eventi pugliesi” vincitore del bando Social Innovation del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. L’innovativo processo prevede diverse fasi: la plastica viene sciacquata, triturata, trasformata in filamenti con un estrusore e diventa gadget con la stampante in 3D. Altro elemento green: la stampante è alimentata dall’energia fotovoltaica dell’impianto a isola installato sul tetto del laboratorio mobile “Ecofesta Puglia”, capace di sostenere carichi fino a 3 kiloWatt. I pannelli, infatti, ricaricano le batterie interne al camion. Tra le novità in programma per rendere sostenibile il Salone dell’innovazione musicale pugliese, inoltre, il rifiuti driver sound system, il triciclo musicale di “Ecofesta Puglia” in giro per lo spazio espositivo a caccia di rifiuti e il Sit and Pedal un generatore di energia capace di alimentare apparecchiature fino a 100 Watt e ricaricare telefono, macchina fotografica e tablet. In perfetto stile “ecofesta Puglia”, le isole ecologiche monitorate da operatori formati per differenziare plastica, vetro, metalli, carta e umido, quest’ultimo trasformato in fertilizzante naturale grazie alla compostiera elettromeccanica nell’area esterna alla fiera. A incentivare il corretto conferimento dei rifiuti, in regalo ai visitatori gadget ecologici come le matite realizzate in plastica riciclata derivata dalle custodie rigide dei CD. Il progetto certificato ISO 20121 – standard internazionale dei sistemi di gestione per la sostenibilità degli eventi, ideato da tre giovani innovatori pugliesi e nato in ambito associativo a Lecce, da quest’anno conquista nuovi territori nella provincia di Bari, Taranto e Brindisi e contribuisce a rendere ecofriendly i grandi eventi a respiro regionale come la Fiera del Levante e, in via sperimentale, la Notte della Taranta. I dati di “Ecofesta Puglia”
Il certificato di sostenibilità “Ecofesta Puglia” in 3 anni di attività ha ridotto l’impatto ambientale di oltre 100 eventi pugliesi, seguendo un regolamento basato sui principi di riduzione e differenziazione dei rifiuti, compensazione delle emissioni di CO2 e informazione e sensibilizzazione. Una piccola rivoluzione dal basso che in pochi anni può già vantare numeri importanti: nel 2013, infatti, in soli 7 mesi (da giugno a dicembre) oltre 40 eventi hanno acquisito il marchio “Ecofesta Puglia”. E se in passato sagre, concerti ed eventi culturali producevano fino al 90% rifiuti indifferenziati, nella scorsa stagione questa rosa di eventi “consapevoli” hanno prodotto in media il 65,13% di raccolta differenziata, con un picco del 86,37% per una sagra e addirittura il 92,30% per una manifestazione culturale. Fiore all’occhiello di questa esperienza è la nascita di un mercato green: stoviglie biodegradabili, compostiere elettromeccaniche, portamozziconi tascabili ed ecogadget hanno finalmente trovato un proprio spazio in Puglia: gli eventi certificati nel 2013 hanno utilizzato oltre 200mila stoviglie in amido di mais e quasi 190mila posate biodegradabili grazie ai gruppi di acquisto organizzati dai gestori del marchio. A beneficiare di questo processo all’insegna della sostenibilità anche la qualità dell’aria: sempre nel 2013 grazie ad azioni di compensazione come l’acquisto di certificati verdi e la piantumazione di 158 alberi, si è registrata una riduzione di 9,874 tonnellate di emissioni di CO2 corrispondenti a 8168 kWh di energia verde.ecodallecitta (1)

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Fonte: ecodallecitta.it

La Terra ha un nuovo stato: l’Unesco riconosce il Garbage Patch State

Garbage Patch State è il riconoscimento ufficiale, da parte delle Nazioni Unite, dell’enorme “isola della plastica”: pur non comparendo in nessuna cartina geografica essa esiste e, da ieri, ha una costituzione, una bandiera e una capitale: Garbaland.cartolina3-586x412

L’Unesco ha riconosciuto, simbolicamente, un nuovo Stato: si chiama Garbage Patch State ed è stato fondato dall’artista italiana Maria Cristina Finucci per sensibilizzare il pubblico sul tema del marine littering; il nuovo stato infatti nasce da una presa di consapevolezza:

Qualche anno fa fui colpita dalla notizia di un’isola fatta di rifiuti plastici, grande quanto il Texas e profonda trenta metri.

ha spiegato l’artista italiana.

In occasione di una cerimonia tenutasi ieri sera nella sede Unesco di Parigi l’isola della plastica, un fenomeno chiamato Pacific Trash Vortex (un accumulo nell’Oceano Pacifico, nell’Oceano Indiano e nel mar dei Sargassi, avvenuto negli anni, di una enorme quantità di rifiuti, sopratutto plastici, dispersi in mare), è stata finalmente riconosciuta, imbolicamente, come un nuovo Stato: ancora sprovvista di inno nazionale e, vivaddio, di abitanti, il Garbage Patch State è uno stato che non ha confini ma una capitale, Garbaland appunto, una costituzione, un governo ed una bandiera, disegnata dalla stessa artista italiana Maria Cristina Finucci. La bandiera, vortici rossi su sfondo azzurro, è rappresentativa dello stato stesso: plastica ed immondizia che si raggruppano nelle splendide acque oceaniche (e mediterranee, perchè questo fenomeno si verifica anche nel mare nostrum); a dare forma a Garbage Patch State ci ha pensato l’installazione Wasteland (un riferimento al poema di Thomas S. Eliot) della stessa artista: realizzata in collaborazione con l’Università veneziana Cà Foscari e con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente, Wasteland è realizzata da migliaia di tappi di plastica colorati racchiusi in sacchetti trasparenti. Il simbolismo dell’installazione, piuttosto immediato, vuole rappresentare la gran quantità di rifiuti dispersi nei nostri mari. Lo Stato, che ha anche un sito internet aperto questa mattina, è una provocazione:

[…] il cosiddetto “garbage patch” è uno dei più gravi fenomeni di inquinamento creato dalla plastica dispersa e trascinata in mare dalle correnti in un unico luogo. Un fenomeno che sta assumendo le dimensioni di un vero e proprio continente in continua crescita. […] Il riconoscimento dello stato come entità concreta, anche se fittizia, darà corpo a un problema che, seppure diffuso su scala planetaria, non assume ancora agli occhi dell’opinione pubblica una consistenza tangibile.

ha spiegato l’artista Maria Cristina Finucci; l’opera sarà esposta dal 29 maggio al 24 novembre alla Biennale di Venezia, presso l’Università Cà Foscari: in settembre inoltre i romani potranno assistere ad un’altra performance dell’artista al museo MAXXI, iniziativa promossa da MAXXI education e Università La Sapienza di Roma.

La negligenza e la cecità mettono in pericolo la natura, i pesci e l’ecosistema marino. L’iniziativa della Finucci ci mette di fronte alla nostra responsabilità verso un pianeta che ci accoglie e nutre e verso le generazioni future.

ha concluso Irina Bokova, direttrice generale dell’Unesco a Parigi.

Fonte: Garbage Patch State

Jeremy Irons presenta “Trashed” il suo documentario sulla decrescita alla Commissione Europea

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La Commissione europea ha ospitato ieri la conferenza tenuta da Jeremy Irons a cui ha preso parte anche Janez Potočnik Commissario per l’ambiente che ha promosso Trashed il documentario a cui ha partecipato l’attore premio Oscar. Dunque ecco un altro vip del cinema che come Leonardo DiCaprio o Matt Damon decide di impegnarsi in prima persona nella tutela ambientale del Pianeta.

Irons ha spiegato che il suo impegno contro la produzione dei rifiuti nasce dalla consapevolezza che un simile sistema produttivo e consumistico non può essere più sostenuto e propone un ritorno ai vecchi sistemi dove gli oggetti avevano una vita più lunga. Il progetto si incontra con i progetti della Commissione europea avviati per la riduzione dei rifiuti di plastica. La quantità del riciclo è aumentata ma l’Unione europea conferisce ancora in discarica o incenerisce il 60% dei suoi rifiuti urbani, secondo Eurostat. Solo il 25% del non decomponibile in plastica viene riciclato e rappresenta l’80% dei rifiuti marini. Dunque ancora molta strada da fare. Potočnik ha sottolineato perciò la necessità di un cambiamento della società per ridurre l’impatto dei rifiuti e ha sottolineato gli esempi di due comuni, uno in Italia e l’altro nei paesi Baschi: Capannori e Gipuzkoa che sono riusciti a ridurre la produzione di rifiuti quasi a zero. Ha detto Potočnik:

La plastica è spesso percepita come un materiale economico nella società dell’usa e getta e il suo riciclo è basso. La metà di tutti i rifiuti in plastica generati in Europa va in discarica, il che dovrebbe essere evitato poiché la plastica può contenere componenti pericolosi e lo smaltimento può causare emissioni indesiderabili e residui inquinanti.

Il commissario dunque ha appoggiato la proposta di Irons a perseguire politiche di smaltimento più sostenibili e ha detto:

Con la popolazione mondiale in crescita vi è la possibilità di ripetere alcuni dei percorsi di sviluppo dell’Occidente.

Fonte: Euractiv