Dal 22 al 30 novembre si svolgerà la sesta edizione della Serr

La sesta edizione della Serr (Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti) si terrà dal 22 al 30 novembre e avrà come tema la lotta allo spreco alimentare. Anche quest’anno l’obiettivo sarà quello di promuovere azioni volte alla riduzione dei rifiuti a livello nazionale e locale379984

La sesta edizione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti, che avrà come tema la lotta allo spreco alimentare, si terrà dal 22 al 30 novembre. Il Comitato promotore nazionale SERR (composto da Ministero dell’Ambiente, Federambiente, Provincia di Torino, Provincia di Roma, Legambiente, AICA, ANCI,E.R.I.C.A. Soc. Coop. ed Eco dalle Città), annuncia le date ufficiali della sesta edizione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti, che quest’anno si terrà dal 22 al 30 novembre 2014. La “Settimana” è un’iniziativa nata all’interno del Programma LIFE+ della Commissione Europea, con l’obiettivo primario di sensibilizzare le Istituzioni, gli stakeholder e tutti i consumatori circa le strategie e le politiche di prevenzione dei rifiuti messe in atto dall’Unione Europea, che gli Stati membri devono perseguire. Anche quest’anno l’obiettivo sarà quello del massimo coinvolgimento di Pubbliche Amministrazioni, Associazioni e Organizzazioni no profit, Scuole e Università, Imprese, Associazioni di categoria e Cittadini che potranno proporre azioni volte alla riduzione dei rifiuti, a livello nazionale e locale. Novità di quest’anno: le adesioni saranno esclusivamente on-line sul sito www.ewwr.eu fino al 10 ottobre. In particolare, il tema di questa edizione sarà la lotta allo spreco alimentare e come sempre, nel creare la propria azione ci si potrà sbizzarrire: dal cucinare con gli avanzi al laboratorio di compostaggio con gli scarti organici, dagli eco-acquisti al laboratorio di riuso e riciclo con i bambini e gli adulti. “L’obiettivo strategico per affrontare il problema dei rifiuti non è quello di trovare nuovi modi per smaltirli ma di evitare di produrli, riutilizzando tutte le materie prime, innescando processi produttivi come l’eco-design in cui già dalla progettazione si pensi al loro riciclaggio e al riutilizzo dei materiali” – afferma il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti.
“In particolare – rileva il Ministro – lo spreco alimentare è una delle forme eticamente più odiose della produzione di rifiuti perché innesca un consumo di risorse inutile, dannoso e riprovevole a fronte della carenza di cibo di cui soffrono ampie aree del mondo”. Il Ministero dell’Ambiente è in prima linea nella battaglia contro lo spreco alimentare. “E’ un modo per tutelare le nostre risorse naturali ma anche per costruire una società che privilegia i valori della giustizia sociale e della civiltà”. Per avere un’idea di cosa è già stato fatto negli anni passati, è possibile consultare la pagina http://www.menorifiuti.org , mentre informazioni più dettagliate su com’è strutturata la SERR sono disponibili sul sito http://www.ewwr.eu
Quella del 2013, in particolare, è stata un’edizione da record: hanno partecipato 27 Paesi, per un totale di 12.682 azioni a livello globale; l’Italia si è aggiudicata il primo posto per numero di iniziative: ben 5.399! Oltre al grande numero di azioni realizzate, il nostro Paese ha avuto l’onore di organizzare, nel maggio scorso, la cerimonia di premiazione delle migliori azioni a livello europeo, durante una due-giorni di congresso organizzata a Roma.

Fonte: ecodallecittà.it

Ecopneus, riduzione del contributo ambientale per i pneumatici

Il consorzio comunica che dall’ 1 luglio si riduce il contributo ambientale sull’acquisto di pneumatici delle aziende socie. Per i consumatori un risparmio da 9 milioni di euro379658

ECOPNEUS: nuova riduzione dei contributi sull’acquisto di pneumatici delle aziende socie. Per i consumatori un risparmio da 9 milioni di euro. Efficienza operativa, qualità del servizio, gestione trasparente: la ricetta Ecopneus a beneficio dei consumatori per la gestione dei Pneumatici Fuori Uso. Da oggi 1 luglio sono ancora più bassi i contributi ambientali associati all’acquisto di pneumatici nuovi immessi nel mercato dai Soci di Ecopneus. La società senza scopo di lucro è infatti riuscita a rendere ancora più efficienti le modalità operative di gestione dei Pneumatici Fuori Uso ed ha dunque potuto abbassare ancora il contributo ambientale richiesto ai consumatori, che da oggi scende da 2,30 a 2 euro per il segmento auto ed in proporzione per tutte le altre tipologie di pneumatico . Dal 2011 è la quarta volta che Ecopneus riduce il contributo ambientale, grazie ad un costante impegno per l’ottimizzazione dei processi operativi e ad una gestione attenta ed efficiente. Il risparmio per i consumatori italiani con questa ultima riduzione è stimato in 9 milioni di euro su base annua. Dall’avvio del sistema nel settembre 2011 ad oggi, l’insieme delle riduzioni ha comportato invece un risparmio complessivo sull’acquisto di pneumatici nuovi stimato in circa 30 milioni di euro.
“Una riduzione ancora più preziosa alla luce del rilevante livello di servizio assicurato al mercato del ricambio dei pneumatici, degli importanti risultati operativi raggiunti sul campo e del nostro impegno oltre quanto chiesto dalla normativa” dichiara Giovanni Corbetta, Direttore Generale di Ecopneus. ”Anche nello scorso anno siamo riusciti a superare il nostro target di legge sulla raccolta, andando a prelevare 247 mila tonnellate di PFU da 33.000 “gommisti” grazie a oltre 72.000 missioni di automezzi. Riuscire ad ottenere questi risultati, garantendo un ottimo servizio al sistema e un risparmio al consumatore deve essere motivo di orgoglio per tutti gli attori della nostra filiera che a tale risultato hanno fortemente contribuito”.  Il contributo ambientale è un importo collegato all’acquisto di ogni pneumatico nuovo che deve servire esclusivamente a finanziare le operazioni di raccolta, trasporto e trattamento del pneumatico una volta arrivato a fine vita. Un costo in passato compreso nel prezzo del pneumatico nuovo e che dal 2011 deve essere invece evidenziato nel documento di vendita, a tutela del consumatore che non è più esposto a ricarichi o pratiche commerciali scorrette. Da esso non può derivare nessun utile: la legge prevede che eventuali avanzi di gestione di fine anno non possano essere distribuiti come dividendi ai soci e che debbano essere destinati per almeno il 30% in operazioni di prelievo da stock storico, al fine di ridurre gli accumuli di PFU presenti in Italia. Ecopneus, grazie all’avanzo di gestione ottenuto, in questi anni ha portato a termine 8 operazioni di prelievo straordinario da stock storico rimuovendo e avviando a recupero complessivamente circa 50.000 tonnellate di PFU. Un’ulteriore operazione analoga è tuttora in corso nel più grande accumulo di PFU d’Europa, a Castelletto di Branduzzo (PV), dove ne erano accumulate oltre 60.000. Ad oggi oltre 22mila tonnellate di PFU sono state già rimosse e il sito sarà completamente svuotato entro il 2016.

Fonte: ecodallecittà.it

Cambiamenti climatici: più rinnovabili ed efficienza e meno fossili secondo l’IPCC

Per ridurre le emissioni, l’IPCC auspica un incremento degli investimenti nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica e una significativa riduzione delle risorse utilizzate per le estrazioni fossili.

L’ultimo rapporto IPCC  tratta il tema della mitigazione dei cambiamenti climatici attraverso la riduzione delle emissioni e l’aumento dell’assorbimento (terreno, foreste). La situazione è particolarmente grave perché ogni anno vengono immesse in atmosfera 49 miliardi di tonnellate di gas serra, cioè CO2, CH4, N2O (e non un miliardo come scrive incredibilmente Repubblica). La riduzione del 40% delle emissioni entro metà secolo costituisce un problema complesso che il rapporto affronta in modo lungo e articolato. E’ opportuno qui sottolineare un aspetto fondamentale, legato alle modifiche degli investimenti a livello globale. Secondo le valutazioni dell’IPCC occorre investire sulle energie rinnovabili (100-200 miliardi in più all’anno) e ancor più sull’efficienza energetica 350-650 miliardi in più). Al contrario, occorrerà ridurre gli investimenti relativi all’estrazione dei combustibili fossili di 350-650 miliardi all’anno. Questa riduzione non sarebbe di poco conto, dal momento che si tratta almeno del triplo di quanto viene investito ogni anno da tre delle principali multinazionali del petrolio.  Queste aziende non molleranno facilmente la presa, a meno che non vengano costrette da coloro che le tengono in pugno, cioè gli azionisti.Emissioni-GHG-IPCC-2014-620x420

Fonte: ecoblog.it

Carbon Tax: in British Columbia ha funzionato e sostiene l’economia

In cinque anni le emissioni sono scese del 10% senza danni per l’economia. Il segreto? La carbon tax si è tradotta in una complessiva riduzione delle tasse per la popolazione, mentre paga solo chi inquina

 

Nel 2008, proprio in coincidenza con lo shock petrolifero, il governo della British Columbia ha introdotto una Carbon Tax, cioè tassa sulle emissioni di CO2 relativa ad alcuni combustibili fossili (1). Dopo oltre cinque anni dall’applicazione, si è dimostrata una delle più efficaci misure per la riduzione dell’inquinamento da gas serra: tra il 2008 e il 2011 le emissioni sono calate del10%, a fronte di un misero 1,1% dell’intero Canada. L’economia tuttavia non ne ha sofferto, perchè gli indicatori della Columbia Britannica sono simili a quelli del resto del paese. Dove sta il segreto? Secondo una ricerca dell’università di Ottawa in due fattori:

Primo: La tassa è stata introdotta in modo progressivo, ponendo il prezzo della CO2 a 10 C$/t , con una crescita di 5 C$ all’anno per arrivare ad un massimo di 30 nel 2012.

Secondo: la carbon tax non ha alimentato genericamente le entrate dello stato, ma è tornata direttamente nelle tasche dei cittadini sotto forma di riduzione della fiscalità generale. L’aliquota per redditi individuali di 100000 C$ è diminuita dall 8,74% al 7,72% in cinque anni e lo stesso è avvenuto per la tassazione sulle imprese. Il grafico in basso confronta il gettito della carbon tax con la diminuzione delle altre imposte.

Questo ha permesso alle famiglie con redditi più bassi di compensare in parte il maggiore costo dell’energia ed ha spinto molte aziende ad operare scelte di risparmio energetico e di passaggio  a soluzioni (idro)elettriche invece che a combustione fossile. Secondo gli autori, una carbon tax spinge a ridurre i consumi di prodotti fossili molto di più di un generico rincaro del prezzo di mercato del petrolio. Tutte queste misure non sono state adottate da una coalizione politica ultra-ambientalista, ma dal BC liberal party che ha una generica collocazione di centro-destra. Ci sono altri aspetti della politica ambientale della provincia canadese che necessitano di miglioramenti, ma questa è stata sicuramente una buona idea. Chissà se i governi europei riusciranno a seguirne l’esempio.Carbon-Tax-BC

(1) Sono esclusi dalla tassa i combustibili per l’aviazione e per la produzione di calore ed elettricità.

Fonte: ecoblog

Clean Up Day: il 10 maggio grandi pulizie in tutta Europa

Il prossimo 10 maggio si celebrerà il primo Clean Up Day, giornata europea di pulizia che vedrà impegnati tanti volontari a ripulire quartieri e recuperare rifiuti abbandonati. L’iniziativa è promossa dalla Commissione Europea come tappa di avvicinamento alla prossima Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti378248

In inglese si può dire “littering in nature”, in italiano “abbandono di rifiuti”, ma il fenomeno purtroppo non conosce confini nelle aree pubbliche di tutta Europa. Per questo il prossimo 10 maggio si celebrerà il primo Clean Up day, una giornata dedicata al recupero dei rifiuti abbandonati in discariche abusive, foreste, fiumi, parchi e spiagge. L’iniziativa è promossa dalla Commissione Europea come una delle tappe di avvicinamento alla prossima Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti, in programma dal 22 al 30 novembre.  Negli ultimi anni per affrontare il problema dei rifiuti sono state organizzate in tutto il continente diverse campagne di pulizia. La giornata europea Clean Up day vuole unire queste iniziative per dar vita ad un evento da realizzarsi contemporaneamente in tutta Europa, coinvolgendo così un numero maggiore di persone. Per chi volesse iniziare a registrare un’azione di pulizia locale, può farlo contattando i diversi coordinatori nazionali.

Fonte: ecodallecittà

Come vanno a scuola gli studenti italiani? Indagine Euromobility e Legambiente

Un terzo degli studenti delle superiori va da casa a scuola con l’auto o lo scooter e appena scatta la maggiore età il 40% usa esclusivamente un veicolo privato a motore. I risultati dello studio Legambiente-Euromobility sulla mobilità degli studenti realizzato su un campione di 5.516 ragazzi di 8 città377976

Lo apprendono a scuola. O meglio: lo imparano nel tragitto che da casa li porta a scuola che la mobilità è soprattutto motorizzata e quindi, appena l’età diventa quella da patente, tendono a montare su uno scooter o a mettersi al volante di un’automobile. Sono questi i risultati della più ampia indagine italiana sulla mobilità degli studenti realizzata da Legambiente ed Euromobility su un campione di 5.516 studenti di 8 città. Sono stati proprio i ragazzi delle superiori, con la supervisione dei tecnici delle due associazioni, a vestire i panni dei mobility manager e ad analizzare gli stili di mobilità dei loro coetanei nei centri urbani di Bologna, Carrara, Catania, Potenza, Ravenna, Roma, Torino, Venezia-Mestre. Questi capoluoghi sono stati scelti per rappresentare tutte le tipologie di percorso (scuola di quartiere raggiungibile in poco tempo come nel caso dell’istituto di Roma, scuola frequentata da studenti pendolari come nel caso di Potenza ecc.) rappresentative del nord, centro e sud del paese. La distanza media percorsa per andare da casa a scuola è stata pari a 9.0 km: la più breve a Roma (3.6), seguita da Carrara (5.3); la più elevata quella di Potenza (16.7). Cosa è emerso dai numeri raccolti? A 15 e 16 anni l’uso di veicoli privati a motore come conducente o come passeggero si attesta al 30% circa. Al crescere dell’età aumenta l’uso di scooter e macchine fino a raggiungere la percentuale di quasi il 40% a 19 anni e di addirittura il 50% circa a 20 anni. I risultati dell’indagine realizzata con la collaborazione di #SalvaiciclistiFiabRete Mobilità Nuova e SISTeMA (società spin–off dell’Università La Sapienza) sono stati illustrati oggi a Roma nel corso di un incontro che ha visto la partecipazione di Erasmo D’Angelis, sottosegretario del ministero Trasporti, Giuseppe Dodaro, segreteria tecnica ministero Ambiente, Lorenzo Bertuccio (Euromobility), Alberto Fiorillo(Legambiente), Valeria Pulieri (Rete Mobilità Nuova).
I risultati dello studio: il mezzo impiegato

Tra le 8 città prese in esame, Carrara Roma si aggiudicano il primato di regine dei motori, raggiungendo percentuali di uso di veicoli privati a motore prossime all’80%, mentre il capoluogo dove piedi, bici e trasporto pubblico sono più diffusi è Venezia-Mestre.  In generale, se tra il primo e il secondo anno di scuola si osserva una lieve riduzione nell’uso dell’auto, da attribuire probabilmente ad un aumento dell’autonomia degli studenti che determina un aumento nell’uso dello scooter e talvolta del trasporto pubblico, proprio l’aumento di autonomia nelle classi di età maggiori (tra i 19enni e i 20enni), determina di nuovo un maggiore ricorso all’uso dell’automobile. Nel dettaglio il mezzo pubblico è il veicolo preferito dagli studenti di Venezia-Mestre per raggiungere la scuola. Qui solo l’8,7% dei ragazzi coinvolti nell’indagine ricorre all’auto o allo scooter privato, quasi come a Torino, dove il 59.3% si affida ai bus,tram treno metropolitano. A Roma invece ci si sposta quasi sempre con veicoli a motore (68,9% dei casi) anche se la scuola è la più vicina tra quelle selezionate nell’indagine. Nello specifico, la più alta percentuale di scooteristi si trova a Carrara(15.7%), seguita da Roma (13.5%), mentre a Potenza quasi nessuno va in motorino. L’auto privata è il mezzo prediletto dagli studenti a Roma (55.4%) e di quelli di Catania (44.6%), mentre a Venezia si registra la più alta percentuale d’uso dei mezzi pubblici (66,3%) e quindi la più bassa per l’uso di veicoli privati a motore (7,7%).Ravenna è la regina della bicicletta (39.1%) mentre a Torino (12.2%), quasi al pari di Catania (11.4%), si va anche frequentemente a piedi. Il tragitto medio: quanto ci si mette? 25 minuti è il tempo medio impiegato per andare da casa a scuola e se gli studenti di Roma ci mettono meno (11 minuti, grazie alla scelta della scuola di quartiere), sono quelli di Torino a impiegare più tempo di tutti (33 minuti).

L’impatto sullo smog

La scelta del mezzo influisce quindi anche sulle emissioni inquinanti: a Catania le emissioni annuali di Pm10 a studente sono le più elevate (133 grammi/anno), mentre con 39 e 37 grammi/anno, Venezia e Ravenna sono le città meno inquinate. L’impatto ambientale maggiore del Pm10 si ha a Roma con 29 milligrammi emessi ogni chilometro percorso, mentre a Torino e Venezia si misura l’impatto minore (rispettivamente 12 e 10 mg/km). Stesso discorso per le emissioni di anidride carbonica (CO2), che sono limitate a 128 kg/anno complessive a studente a Venezia e a 145 kg/anno a Ravenna ma raggiungono i 511 kg/anno a Catania. L’impatto ambientale maggiore di queste emissioni si misura a Roma (121 grammi/km), mentre rimane a livelli più bassi ancora a Venezia (34 grammi/km) e Torino (48 grammi/km).
Commenti e reazioni allo studio:

Alberto Fiorillo, Legambiente

“Tutte le mattine dei giorni feriali, tra settembre e giugno, al suono della sveglia circa un quarto del Paese parte disordinatamente verso la medesima destinazione: la scuola. Sebbene l’86 per cento delle famiglie abiti a meno di un quarto d’ora a piedi da asilo, elementari, medie e superiori, almeno dieci milioni di persone scelgono di effettuare il tragitto in automobile, dando un contributo importante alla congestione, alle emissioni di inquinanti e stimolando nei ragazzi un’abitudine allo spostamento motorizzato. Con questa indagine abbiamo voluto trasformare alcuni studenti in mobility manager, per far crescere tra i giovani una nuova cultura del modo di muoversi nelle aree urbane, perché andare a scuola in macchina ha una duplice valenza negativa: nell’immediato contribuisce alla congestione urbana, in prospettiva convince i ragazzi che anche per le brevi distanze esistono solo le quattroruote”.

Lorenzo Bertuccio, Euromobility:

“L’esperienza di questo progetto dimostra che la raggiunta autonomia dei ragazzi che frequentano le scuole superiori fa sì che i mezzi pubblici e la bicicletta siano il modo più usato per andare e tornare da scuola. È molto più contenuto infatti il fenomeno dell’accompagnamento in automobile da parte dei genitori tipico delle scuole elementari e medie. Ma il progetto dimostra anche che tra i ragazzi più prossimi alla maturità cresce l’uso dello scooter e dell’automobile. A conferma che la scelta della bicicletta e dei mezzi pubblici non è tra i ragazzi una scelta consapevole e convinta, ma molto spesso forzata. Progetti come questo provano quindi quanto sia importante formare in maniera attiva e concreta i ragazzi prossimi alla patente per favorire una cultura della mobilità che aiuti a mantenere contenuta la tendenza tutta italiana ad un uso smodato dell’automobile.”

Erasmo D’Angelis, Sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti

“I risultati dello studio Legambiente-Euromobility sulle abitudini di spostamento casa-scuola degli studenti italiani dimostrano che la strada imboccata dell’aggiornamento di norme e prescrizioni per la riprogettazione della mobilità urbana scegliendo nuove priorità e i migliori standard europei, è quella giusta. Non vogliamo più limitarci ad applaudire da lontano le città del mondo organizzate con pianificazione degli orari e ottimi servizi di mobilità e non possiamo più essere condannati a vivere in città disorganizzate, autocentriche e in balia di ingorghi quotidiani, emergenze smog e servizi collassati. Dalla riforma del Codice della Strada in corso in Parlamento alle nuove politiche di investimenti sulle infrastrutture su ferro come metro e tramvie nelle aree metropolitane, da Palermo a Milano, dal rilancio della ciclabilità come mezzo di trasporto urbano alla riforma del trasporto pubblico locale con incentivi per gli abbonamenti, per la prima volta dopo anni il Governo mette al centro un’ idea di città e la qualità urbana. E, accanto al lavoro istituzionale e tecnico, vogliamo comunicare soprattutto agli studenti questa nuova sfida che aumenterà la sicurezza stradale nel Paese europeo con più incidenti e automobilisti multati. Tra pochi giorni sarà anche disponibile e scaricabile gratuitamente la nuova App del Ministero dedicata alla sicurezza nelle aree urbane, collegata alla campagna di comunicazione “Sulla Buona Strada” che registra un grande successo, soprattutto tra i giovani, e sarà replicata con nuovi protagonisti e dedicata alla tutela di pedoni e ciclisti”.

Ecco, infine, l’elenco delle scuole superiori che hanno collaborato alla ricerca: I.I.S. “Belluzzi – Fioravanti” di Bologna, I.S.I.S. “D. Zaccagna” di Carrara, Liceo “G. Turrisi – Colonna” di Catania, I.I.S “Da Vinci” di Potenza, Liceo “Alfredo Oriani” di Ravenna, Liceo “Democrito” di Roma, Liceo “Gioberti” di Torino, Liceo “Luigi Stefanini” di Venezia.

Fonte: ecodallecittà

Energia, gli obiettivi della Provincia di Torino al 2020: consumi ridotti del 24% e taglio delle emissioni di CO2 del 42%

E’ stato approvato dal Consiglio provinciale il Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile. Individuate 22 azioni per valorizzare il ruolo di governo di area vasta di livello intermedio tra la Regione e i Comuni. Ronco: “Il Piano giunge al termine di un intenso processo di partecipazione”377927

E’ stato approvato dal Consiglio provinciale il Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile della Provincia di Torino. Elaborato nell’ambito del progetto Europeo Cities on Power, cofinanziato dal Programma Europa Centrale, il piano prende le mosse dall’analisi del contesto energetico che emerge dall’ultimo Rapporto sull’Energia della Provincia di Torino. Il documento di pianificazione della Provincia parte da alcune premesse: il comparto su cui deve essere rivolta l’attenzione principale è quello edilizio, con particolare riferimento sia al settore residenziale sia a quello pubblico; il settore industriale e quello dei trasporti registrano importanti riduzioni dei consumi, superiori alle attese; il contributo delle fonti rinnovabili deve essere ulteriormente incentivato, dando tuttavia priorità al contenimento dei consumi finali; le reti energetiche (ad esempio il teleriscaldamento e le reti del gas) necessitano sempre più di un livello di governo di area vasta. Sulla base di queste premesse, gli obiettivi specifici del Piano fissati per il 2020 sono: una riduzione dei consumi energetici di circa il 24% rispetto all’andamento tendenziale; un contributo delle fonti energetiche rinnovabili negli usi finali di energia variabile tra il 18% e il 21%; una riduzione delle emissioni di CO2 rispetto ai valori del 1990 di circa il 42%. In particolare sono state individuate 22 azioni specifiche tese a valorizzare il ruolo di governo di area vasta di livello intermedio tra la Regione e i Comuni e in grado, al contempo, di instaurare strategiche alleanze locali e internazionali per intercettare al meglio le risorse finanziarie disponibili a livello europeo e rendere più efficace l’azione del territorio. “Questo Piano giunge al termine di un intenso processo di partecipazione che ha visto coinvolti i principali attori locali del territorio” commenta l’assessore all’ambiente della Provincia di Torino Roberto Ronco, e individua alcune linee di intervento prioritario, tra le quali l’assistenza agli enti locali territoriali nella definizione di politiche e progetti in materia di energia e la promozione del risparmio energetico e dell’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili”.

Piano d’azione per l’energia sostenibile [0,73 MB]

Provincia di Torino

Fonte: ecodallecittà

Ecobaratto a Roma: i vecchi oggetti diventano risorsa

Centinaia di partecipanti al primo appuntamento a Piazza Sempione (Montesacro). Ridurre, riutilizzare, riciclare e recuperare, ecco le parole d’ordine dell’iniziativa377937

Domenica mattina, 26 gennaio, a Piazza Sempione(zona Montesacro) si è svolto il primo appuntamento dell’Ecobaratto a Montesacro.  L’evento, organizzato dal collettivo “Attiva Montesacro” con il Patrocinio del III Municipio, ha raccolto centinaia di adesioni ed i partecipanti hanno potuto, per tutta la mattina, scambiare oggetti senza utilizzare il denaro.

“Le 4R Riduzione, Riutilizzo, Riciclo e Recupero, sono le parole d’ordine che ci hanno spinto ad organizzare questa iniziativa.” dichiarano gli organizzatori “Siamo felici del risultato, la partecipazione è stata alta e continua per tutta la mattina, riteniamo che proprio dai cittadini debba partire una spinta al cambiamento, modificando anche il proprio stile di vita, l’iniziativa che speriamo si possa ripetere, vuole anche diffondere la sensibilizzazione alle tematiche ambientali generali e al rispetto del decoro del nostro quartiere, proprio per questo in piazza è stato distribuito un questionario per ricevere proposte e idee per migliorare i servizi”.

In questo periodo di crisi così profonda per Roma ed i rifiuti, iniziative simili sono fondamentali per sensibilizzare tutti i cittadini sulla riduzione degli stessi. Molti oggetti che finiscono nei nostri cassonetti sono infatti ancora utilizzabili, magari come nuovi e “ridurre e riutilizzare gli oggetti prima che diventino rifiuto è il messaggio che questa giornata vuole trasmettere agli adulti ma soprattutto ai bambini.” ha affermato Paolo Marchionne, presidente del III Municipio.

Fonte: ecodallecittà

CO2, Confindustria contro l’obiettivo di riduzione 40%: “L’Italia non è pronta”

Confindustria: “Nuovi ambiziosi obiettivi europei in materia di riduzione delle emissioni, sviluppo delle fonti rinnovabili ed efficienza energetica rischiano di penalizzare ulteriormente le imprese italiane”377819

“I traguardi stabiliti nel campo della riduzione di emissioni di CO2 devono essere realistici e raggiungibili al minore costo per le imprese, in modo da salvaguardarne la competitività ed evitare impatti negativi sull’economia e su tutta la società”. E’ quanto scrive il presidente di ConfindustriaGiorgio Squinzi, in una lettera al premier Enrico Letta, in cui esprime “forte preoccupazione per le delibere che la Commissione Europa si appresta ad adottare il prossimo 22 gennaio in merito agli obiettivi climatici e energetici europei al 2030 e che saranno poi sottoposte all’esame dei governi e del Parlamento europeo“. Per Squinzi si tratta di una misura “catastrofica” per la competitività del sistema manifatturiero italiano. In particolare, Confindustria ritiene che “la presa di posizione contenuta nella lettera congiunta inviata da alcuni ministri europei dell’Ambiente, tra i quali quello italiano, alla Commissione europea a sostegno di un ambizioso obiettivo vincolante di riduzione di emissioni di gas serra del 40% a livello domestico, non possa rappresentare la posizione del Governo Italiano“. Secondo Squinzi, infatti, “nuovi ambiziosi obiettivi europei in materia di riduzione delle emissioni, sviluppo delle fonti rinnovabili ed efficienza energetica rischiano di penalizzare ulteriormente le imprese italiane” e per questo auspica che “le decisioni che saranno assunte in sede europea in merito, diano un segnale di sostegno alla competitività dell’industria e non penalizzino il sistema produttivo italiano”. Confindustria non si aspetta comunque una convocazione dal governo su questo tema anche se Squinzi ha detto di essere “sempre pronto a parlarne”.

Fonte: ecodallecittà

Protocollo di Kyoto: l’Italia lontana dall’obiettivo

E’ difficile trovare sulla stampa nazionale informazioni aggiornate su quello che può essere considerato il trattato ambientale più famoso al mondo: il protocollo di Kyoto. E da sapere c’è che l’Italia è ben lontana dall’obiettivo.kyoto20

E’ difficile trovare sulla stampa nazionale informazioni aggiornate su quello che può essere considerato il trattato ambientale più famoso al mondo: il protocollo di Kyoto. Che, seppur con i suoi limiti, costituì nel lontano 1997 quando fu siglato (poi entrato in vigore nel 2005) il primo tentativo riuscito di limitare e regolare le emissioni di gas serra a livello internazionale. In Italia si parla di esso e dei tentativi di proseguire la sua azione (in effetti il protocollo di Kyoto si è concluso nella sua prima fase 2008-2012) solo in occasione delle conferenze annuali sul Clima delle Nazioni Unite (UNFCCC) oppure sulle riviste specializzate di settore. Quasi mai si porta all’attenzione dell’opinione pubblica la situazione reale del nostro Paese nei confronti di questo importante impegno assunto. I temi che il protocollo di Kyoto tratta (energie rinnovabili, efficienza energetica, risparmio energetico, ecc.) dovrebbero in effetti diventare l’asse portante della politica economico-industriale del nostro Paese e non relegarli ad un ruolo marginale se non addirittura oggetto di critiche e attacchi per lasciare spazio ai soliti sostenitori delle fonti fossili di energia. L’occasione di portare questo tema all’attenzione dei lettori de “Il Cambiamento” è particolarmente interessante poiché chi scrive è fermamente convinto che “il cambiamento”- quello vero – si avrà solo quando un qualsiasi obiettivo verrà perseguito sulla base di un’analisi corretta dei dati di partenza e scevra da pregiudizi e/o interessi parziali.

Cos’è il protocollo di Kyoto

Iniziamo con il ricordare cosa è il Protocollo di Kyoto: un trattato internazionale nel quale i Paesi industrializzati (tranne alcune eccezioni come gli Stati Uniti d’America che si sono ritirati) si sono impegnati a ridurre le proprie emissioni di gas ad effetto serra, in particolare l’anidride carbonica. Il primo periodo di impegno del Protocollo è il quinquennio 2008-2012 e, su tale periodo, si verificheranno i risultati raggiunti. A livello globale la riduzione delle emissioni è stata fissata a circa il 5% rispetto all’anno di riferimento (1990), come media di impegni differenziati tra i vari Paesi o gruppi di Paesi. Ad esempio, l’Unione europea ha aderito a suo tempo con un impegno di riduzione dell’8% rispetto al 1990 e, al suo interno, i Paesi membri dell’Unione si sono suddivisi tale impegno sulla base di alcuni criteri e, ad esempio, per l’Italia la percentuale di riduzione è stata fissata al 6,5%, sempre rispetto al 1990. Agli altri Paesi entrati nell’Unione europea dopo il 1997 (a parte Cipro e Malta), con in aggiunta l’Islanda, il Liechtenstein, la Norvegia e la Svizzera,  sono stati assegnati obiettivi individuali di limitazione e riduzione delle emissioni di gas climalteranti nell’ambito del Protocollo di Kyoto. Questi livelli di riduzione delle emissioni sono assolutamente insufficienti a contrastare i cambiamenti climatici in atto, tanto è vero che gli esperti dell’IPCC (il Panel Intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) non si stancano mai di ricordarci che sarebbe necessario un taglio delle emissioni del 80-90% entro il 2050 al fine di cercare di mantenere sotto un livello di guardia l’aumento della temperatura media del pianeta. In questo senso il protocollo di Kyoto andava visto come un primo passo nella giusta direzione. L’azione dell’Unione europea può considerarsi utile in quanto già unilateralmente ha deciso di ridurre le proprie emissioni del 20% entro il 2020 (Pacchetto Clima-Energia) e sta discutendo adesso di innalzare tale livello di riduzione al 30% entro il 2030. Ovviamente, all’interno dell’Unione europea non tutti i Paesi si comportano allo stesso modo ed anche in questa occasione sui limiti da introdurre per il 2030 ci sono paesi più “lungimiranti” che vedono nell’innalzamento dei limiti di riduzione delle emissioni anche un’opportunità economico-industriale per promuovere tecnologie che utilizzano fonti rinnovabili di energia o che facilitano l’efficienza e il risparmio energetico ed altri Paesi “meno lungimiranti” che dietro il falso problema del contenimento dei costi continuano a sostenere politiche energetiche di vecchio stampo. Arriviamo alla questione dei risultati conseguiti dai vari Paesi europei nell’ambito del Protocollo. Ogni anno l’Agenzia europea per l’ambiente (Aea) fornisce un quadro esaustivo sui progressi dell’Europa nel  raggiungimento dei propri  obiettivi  di politica energetica.  Di recente è stata pubblicata l’edizione 2013 del rapporto “Trends and projections in Europe 2013 – Tracking progress towards Europe’s climate and energy targets until 2020” che qui viene presentato in forma sintetica, limitatamente agli obiettivi assunti nell’ambito del Protocollo di Kyoto (2008-2012), con una particolare attenzione alla situazione dell’Italia.

L’attuazione del Protocollo di Kyoto

Con la pubblicazione delle ultime stime delle emissioni di gas climalteranti da parte dell’Aea e di 18 Stati membri, si rendono disponibili, per la prima volta, i dati completi sulle emissioni di gas climalteranti inerenti il primo periodo di impegno  del Protocollo di Kyoto (2008-2012). Questi dati permettono una più accurata valutazione – rispetto a quanto fatto negli anni precedenti – dei due grandi settori nei quali il Protocollo di Kyoto può essere idealmente suddiviso: quello del Sistema di Emissions Trading (ETS) che riguarda i grandi impianti industriali e quello degli altri settori diversi dall’ETS, cosiddetti non-ETS che riguarda settori molto importanti quali il residenziale, i trasporti, il terziario, l’agricoltura, i rifiuti. Come termine di paragone, a livello europeo le emissioni derivanti dai settori non-ETS sono circa il 60% del totale (il restante 40% dal settore ETS); nonostante ciò, nel primo periodo di impegno del Protocollo è stata data massima attenzione al settore ETS (con norme ben definite e vincolanti), lasciando le azioni nei settori non-ETS al buon cuore e alla lungimiranza degli amministratori locali, visto che nei settori non-ETS sono particolarmente coinvolti gli Enti locali e regionali. Nella fase post-2012 qualcosa è cambiato in Europa; con il pacchetto Clima-Energia al 2020 i settori non-ETS assumono un ruolo diverso, più importante, ma ne parleremo in un successivo articolo. Qui ci concentriamo sul primo periodo di impegno  del Protocollo di Kyoto (2008-2012). Senza entrare in un linguaggio prettamente tecnico, e semplificando al massimo, gli obiettivi di riduzione delle emissioni assunti dai Paesi corrispondono a permessi di emissione che non devono essere superati dai singoli Stati per il periodo 2008-2012. Per raggiungere i propri  obiettivi, i Paesi devono quindi bilanciare le proprie emissioni con la quantità dei permessi a loro disposizione.  Tale equilibrio può essere raggiunto limitando o riducendo le proprie emissioni a livello nazionale (ad esempio con programmi ed azioni che comportino un maggior ricorso alle energie rinnovabili o ad una maggiore efficienza energetica) ed aumentando la capacità di assorbimento dell’anidride carbonica da parte degli ecosistemi agro-forestali (carbon sink), in particolare attraverso la cosiddetta gestione forestale. Ma anche attraverso l’utilizzo dei cosiddetti meccanismi flessibili del Protocollo di Kyoto che permettono l’acquisto di permessi di emissione da altri Paesi, sia industrializzati che in via di sviluppo, confermando quella flessibilità insita nel Protocollo che permette di andare ad investire in Paesi ove i costi sono minori e ricavandone, tra i benefici, anche quello di avere a disposizione permessi di emissione più a buon mercato.
Lo schema ETS comunitario per raggiungere  gli obiettivi di Kyoto

Lo schema ETS fu introdotto per aiutare gli Stati membri a raggiungere i propri obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto e, al contempo, raggiungere i livelli di riduzione delle emissioni nella maniera più efficiente ed economica possibile direttamente presso le fonti di inquinamento (impianti industriali emissivi di una certa dimensione). I partecipanti allo schema ETS sono obbligati (pena una sanzione economica)  a bilanciare le proprie emissioni con la quantità di permessi di emissione a loro disposizione assegnata sulla base di alcuni parametri. Coloro che si trovano in una situazione di deficit  possono acquistarne da coloro che ne dispongono in surplus oppure fare ricorso, in misura limitata, ai permessi di emissioni derivanti dai meccanismi flessibili del Protocollo di Kyoto di cui si è accennato sopra. Lo schema ETS riguarda le emissioni di CO2 provenienti dal settore energetico, così come la maggior parte di quelle provenienti dagli impianti industriali (centrali termiche ed altri impianti di combustione, raffinerie, ecc.). Durante questo secondo periodo di trading nell’ambito dell’ETS, coincidente con il primo periodo di impegno del Protocollo di Kyoto, sono state circa 11.500 le installazioni coinvolte in trenta diversi paesi (i 27 dell’Ue, Islanda, Liechtenstein e Norvegia). Nel loro insieme, questi impianti hanno prodotto circa 1,9 miliardi di tonnellate di CO2 in media all’anno, che equivale a circa il 41% delle emissioni di gas serra dell’Ue. Le emissioni di CO2 prodotte dal trasporto aereo sono state incluse nell’ETS solo a partire dal 2012. Le emissioni nel periodo 2008-2012 sono state influenzate da una serie di fattori, quali le variazioni del mix di combustibile nella produzione di elettricità, che ha rilevato un maggior ricorso al gas, un maggior utilizzo di fonti rinnovabili e una minore produzione nei settori industriali causata dalla crisi economica. Una serie di azioni, tra le quali anche gli effetti della crisi economica, ha provocato un surplus di circa 1,8 miliardi di permessi di emissione. Le emissioni derivanti dai settori ETS si sono quindi ridotte al di sotto dei tetti massimi consentiti nella maggior parte degli Stati membri, mentre il raggiungimento degli obiettivi fissati per il settore non-ETS è apparso più difficile. La crisi ha avuto un maggiore impatto sulle emissioni nel sistema ETS in quanto i settori coinvolti erano più fortemente legati all’attività economica.  La recessione,  non prevista al tempo in cui furono stabiliti i tetti dell’ETS per il 2008-2012, ha fatto calare le emissioni nel comparto ETS più che in altri settori.

L’Ue in linea con gli obiettivi ma l’Italia arranca

L’obiettivo di riduzione delle emissioni dell’8% – rispetto al 1990 – nel periodo 2008-2012 sarà rispettato dall’Ue-15. La riduzione media è stata del 12,2% e, in termini quantitativi, si è superato l’obiettivo di circa 236 MtCO2 annue. Anche nel settore non-ETS le emissioni si sono ridotte, superando l’obiettivo di circa 95 MtCO2 annue. Per quanto riguarda i carbon sink (assorbimenti da attività agro-forestali), si stima (analisi svolta sui dati 2008-2011) un contributo pari a 64 MtCO2 annue.  L’utilizzo dei meccanismi flessibili per  nove Stati membri dell’Ue-15 è stimato essere pari ad un’ulteriore disponibilità di 81 MtCO2 annue. Di questi nove Stati membri, otto hanno presentato informazioni circostanziate sull’allocazione delle risorse finanziarie da utilizzare, pari a circa 2,3 miliardi di euro nel quinquennio di riferimento. L’unico Paese che non ha presentato informazioni chiare sulla disponibilità delle risorse finanziarie da utilizzare è l’Italia che, insieme al Lussemburgo, sono gli unici Paesi ove il prospettato utilizzo dei meccanismi flessibili, come attualmente riportato, non sarà comunque sufficiente per colmare il gap rilevato. Quasi tutti i Paesi europei con un obiettivo individuale di riduzione o limitazione delle emissioni di gas serra nell’ambito del protocollo di Kyoto (26 Stati membri dell’Ue, Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera) risultano in linea nel raggiungimento dei propri obiettivi, migliorando quindi la situazione rispetto alle valutazioni fatte negli anni precedenti. Sei Stati membri dell’Ue-15 (Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Svezia e Regno Unito), tutti gli undici paesi dell’Ue-13 (quelli che hanno aderito all’Ue dopo il 2004) con un obiettivo quantificato nell’ambito del Protocollo di Kyoto, insieme a Islanda e Norvegia risultano in linea per il raggiungimento dei propri obiettivi di riduzione attraverso l’utilizzo di sole attività domestiche. Se si prendono in considerazioni anche le attività carbon sink, altri tre paesi dell’Ue-15 (Irlanda, Portogallo e Slovenia) risultano in linea nei rispettivi obiettivi da raggiungere. Per raggiungere i propri obiettivi, nove Stati membri  e il Liechtenstein avevano originariamente dato maggiore enfasi nella riduzione delle emissioni nei settori non-ETS (con il 2005 come anno base di riferimento), ove le azioni  per ridurre le emissioni domestiche sono in generale più costose rispetto ai settori ETS. Entro la fine del primo periodo di impegno (e tenendo conto degli effetti delle attività carbon sink dichiarate), risulta ancora da colmare un divario nel settore non-ETS per l’Austria, il Belgio, la Danimarca, il Liechtenstein, l’Italia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi, la Spagna e la Svizzera. Tutti questi paesi, visto che eventuali surplus nei settori ETS non possono essere utilizzati per compensare i ritardi nei settori non-ETS, dovranno necessariamente colmare il divario con il ricorso ai meccanismi flessibili. Tra questi,  il Belgio, l’Italia, il Liechtenstein, l’Olanda e la Svizzera dovranno anche acquistare permessi di emissione dal mercato internazionale per raggiungere i rispettivi obiettivi nazionali.
Austria, Liechtenstein, Lussemburgo e Spagna  sono i paesi che registrano i gap più elevati, che intendono colmare acquistando significative quantità (tra il 13 e il 20% delle proprie emissioni) di permessi di emissione a livello nazionale, paragonate ad una media dell’1,9% per l’Ue-15. Tra questi paesi, l’Italia, il Lussemburgo e la Spagna sono quelli che risaltano maggiormente a causa delle loro specifiche peculiarità. Nelle analisi degli anni precedenti, l’Italia viene considerato un paese sostanzialmente non in linea con il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni, principalmente a causa del fatto che non ha fornito adeguate informazioni sulle proprie intenzioni di utilizzo dei meccanismi flessibili. Nel 2012 la media delle emissioni nazionali nei settori non-ETS è stata più alta, rispetto al corrispondente obiettivo da raggiungere, di circa 22,5 MtCO2/anno. Questo divario non è attualmente compensato dagli assorbimenti attesi dalle attività agro-forestali (che risultano essere di una quantità inferiore, 16,8 MtCO2/anno, sempreché si riuscirà a contabilizzare pienamente questo potenziale visto che si sono perse le tracce del Registro nazionale dei serbatoi di carbonio) e dalla quantità di permessi di emissione che il governo italiano ha previsto di contabilizzare nell’ambito dei meccanismi flessibili (2 MtCO2/anno). Tutto ciò porta l’Italia ad un gap annuale di 3,7 MtCO2/anno, che nel quinquennio di riferimento assomma in totale a 18,5 MtCO2. In termini monetari stiamo parlano di circa 90 milioni di euro, che potrebbero aumentare viste le fluttuazioni sul mercato della tonnellata di CO2, parametro di riferimento per i permessi di riduzione. Al momento non si sa come l’Italia farà fronte a questo “acquisto” sul mercato internazionale in quanto in nessuna delle ultime Leggi di Stabilità (Leggi Finanziarie) è stato mai fatto riferimento a tale impegno assunto dall’Italia. Sulla base dell’ultimo Piano nazionale per la riduzione delle emissioni di gas climalteranti approvato dal Comitato interministeriale per la pianificazione economica (delibera CIPE n. 17/2013 dell’8 Marzo 2013), entro il 30 Novembre 2013 il Ministero dell’Ambiente italiano avrebbe dovuto trasmettere al CIPE le possibili opzioni per raggiungere l’obiettivo di Kyoto con particolare riferimento al portafoglio di AAUs/ERUs/CERs, cioè le diverse tipologie di permessi di emissione insiti nel protocollo di Kyoto – di cui non è oggetto di questo articolo analizzarne il dettaglio – con le relative risorse finanziarie necessarie per il loro acquisto. Molti sono dell’opinione che tali acquisti si sarebbero potuti evitare, magari investendo la stessa quantità di risorse in progetti a livello nazionale; ma non adesso durante il biennio 2014-2015 al fine di rientrare nei parametri di Kyoto (sempreché si trovi la copertura finanziaria), ciò andava fatto ben prima, magari con una pianificazione ed una strategia sui cambiamenti climatici più concreta e mirata. Ma al di là di questo, visto che ormai, purtroppo, non sembrano esserci altre alternative, rimane anche il fatto, come sottolinea il Rapporto dell’Aea, che ancora non si sa come il governo italiano intenda finanziare tale operazione di acquisto. Nell’ambito dei settori ETS l’Italia ha deciso di ridurre le proprie emissioni di 30 MtCO2 rispetto ai livelli del 2005, pari a una diminuzione del 13%. Ciò ha comportato un ammontare delle emissioni permesse di 281 MtCO2/anno, che corrisponde ad una riduzione necessaria di 61 MtCO2/anno rispetto al 2005 (-18%) nei settori non-ETS. Le riduzioni effettivamente raggiunte sono state 39 MtCO2 in entrambi i settori (ETS e non-Ets). Ciò ha creato un surplus di 9 MtCO2 nel settore ETS e un gap di 23 MtCO2 in quello non-ETS. In definitiva, l’ammontare dei crediti necessari per il nostro Paese per risultare in linea con gli obiettivi di Kyoto rappresenterebbe solo l’1,1% delle emissioni nell’anno base (1990) ma, nonostante ciò, come già ricordato, l’Italia rimane l’unico tra gli Stati membri dell’Ue-15 che intendono utilizzare i meccanismi flessibili a non aver fornito alcuna informazione sulla quantità di permessi di emissione che intende acquistare, né sulle risorse finanziarie stanziate per tale scopo.

Fonte: il cambiamento