Plastica: riciclare non basta. Che fare allora?

L’uscita del rapporto Greenpeace sulla plastica è l’occasione per fare il punto sulla più grande fonte di inquinamento dei nostri tempi. Davvero può bastare il riciclaggio? E soprattutto, qual è il contributo che ciascuno di noi può dare per ridurre il danno? Ecco dieci azioni quotidiane che tutti noi possiamo mettere in pratica ogni giorno.

“Sì, compro bottiglie di plastica. Ma faccio la differenziata”. Quante volte ho sentito questa frase quando facevo notare – ahi, quanto sono pedante – che le nostre azioni di acquisto e consumo hanno sempre una conseguenza diretta sul degrado e l’inquinamento che vediamo nei nostri mari e nelle nostre città. Siamo onesti. Quella della separazione della spazzatura per consentirne il riciclaggio è la consolazione di molti di noi, sensibili ai temi ambientali ma non abbastanza focalizzati da farli diventare una priorità nella nostra vita quotidiana. La verità è che il riciclo non è la soluzione per combattere l’inquinamento da plastica, ossia l’emergenza ambientale col maggior tasso di incremento del decennio. Non lo dicono soltanto la logica e l’osservazione di ciò che ci circonda, ma anche i risultati del nuovo rapporto “Plastica: il riciclo non basta. Produzione, immissione al consumo e riciclo della plastica in Italia” redatto dalla Scuola Agraria del Parco di Monza. Nel documento, commissionato all’istituto di ricerca da Greenpeace, viene analizzata – fra le altre cose – la capacità dei sistemi di riciclo della plastica presenti in Italia, comparandola con la sua produzione, distribuzione e consumo effettivi.plastic-631625_960_720

In particolare, nel rapporto si nota come la forte crescita della produzione globale di plastica usa e getta – che raddoppierà i volumi attuali entro il 2025 – rende le capacità attuali e potenziali di riciclo alla stregua di un semplice palliativo. Facciamo un esempio sugli imballaggi, che sono una voce molto  importante sul totale (40% del totale plastica prodotta in Italia). Sebbene gli imballaggi riciclati siano passati dal 38% al 43% negli ultimi 4 anni, la quantità di quelli non riciclati nel nostro Paese è rimasta praticamente invariata nello stesso periodo (da 1,29 a 1,28 milioni di tonnellate). In altre parole, su 10 imballaggi prodotti, solo 4 vengono effettivamente riciclati; altri 4 invece vengono bruciati negli inceneritori e i restanti 2 dispersi nell’ambiente. Insomma, riciclare è da un lato un gesto importante, perché la sua diffusione significa aumento della sensibilità ambientale, ma dall’altro può essere addirittura dannoso se iniziamo a credere che possa essere sufficiente. Ma allora qual è la soluzione? L’unica possibile è ridurre a monte, e drasticamente, i quantitativi di oggetti prodotti per il monouso, rimodulando totalmente sia il sistema di imballaggio dei prodotti sia la loro progettazione intrinseca, in maniera che vengano fabbricati per essere riutilizzati il più a lungo possibile. Una soluzione che, tuttavia, presenta due problemi. Il primo, ben descritto nel rapporto, è di ordine economico. Se l’obiettivo dei governi, i cui provvedimenti regolano le leggi del commercio, sono i livelli occupazionali, e se l’obiettivo delle aziende che producono e utilizzano plastica monouso è il profitto, quale governo interverrà nell’obbligare queste imprese a prendere provvedimenti – Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), incentivi e disincentivi fiscali,  ecc. – che ne aumentino i costi e quindi ne limitino i profitti, rischiando che vadano a investire altrove?garbage-2369821_960_720

L’altro problema, non sottolineato dal rapporto ma sul quale puntiamo noi l’attenzione, è di ordine culturale. Da più di 50 anni siamo stati abituati a moltiplicare le nostre esigenze fino a far diventare indispensabile la più superflua delle merci, la cui durata prima di trasformarsi in rifiuto diventa sempre più breve. Come possono le imprese – ammesso che improvvisamente decidano di aumentare la propria attenzione alla responsabilità sociale – cambiare atteggiamento quando i propri clienti non mostrano un’esponenziale crescita di sensibilità sulla questione?
Come spesso capita in questi casi, bisogna intervenire su più di un elemento fra quelli che governano il sistema. Se Greenpeace nei mesi scorsi ha lanciato una petizione  – sottoscritta finora da più di un milione di persone in tutto il mondo – in cui si chiede a grandi marchi come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Unilever, Procter & Gamble, McDonald’s e Starbucks di ridurre l’utilizzo della plastica monouso, anche noi, da semplici consumatori, dobbiamo fare di più.  Dobbiamo farlo perché il nostro comportamento da cittadini può influenzare in maniera più incisiva sia la politica, che regola il commercio attraverso le leggi, sia le imprese stesse, alle quali va fatto capire che se non soddisfano anche le nostre esigenze di rispetto dell’ambiente, perderanno quote di mercato. L’esperienza di Ekoplaza, il primo supermercato senza plastica del mondo, ci insegna che le imprese sanno adattarsi molto bene alle esigenze espresse con chiarezza da consumatori evoluti. Certo non tutti siamo in grado di fare come la blogger statunitense Lauren Singer, che dal 2012 vive con l’obiettivo di promuovere nel mondo la riduzione dei rifiuti non compostabili di ciascuno. Sul suo blog Trash is for tossers (in italiano, “la spazzatura è per gli stronzi”), Lauren è arrivata a postare le foto di minuscole ampolle di rifiuti non compostabili etichettate come propria produzione mensile.  Esistono però anche casi più semplici da imitare. Chi vi scrive, per esempio, sta sperimentando da qualche anno – con un certo divertimento – uno stile di vita che, se non può ancora essere definito a rifiuti zero, è quantomeno a marcata riduzione dei rifiuti. Come faccio? Semplice. Poche regole personali a costo zero che mi sono dato e che, se volete, potete considerare piccoli spunti anche per voi. Vi riporto quelli relativi al solo cibo:

1) Vado sempre in giro con una borraccia  che riempio ogni volta dal rubinetto di casa, dei bar o delle fontane pubbliche. E casomai qualcuno osasse contestarvi che l’acqua del rubinetto è meno sicura di quella in bottiglia, spammategli pure ovunque possiate The story of bottled water.

2)   Al bar, concludo sempre un ordine con la frase “senza cannuccia, per favore”. Nel caso mi chiedessero perché, gli mostro una foto dei veri utilizzatori finali di questo “indispensabile” strumento, senza il quale – com’è noto – non potremmo bere…dolphin-1019616_960_720

3)  In gelateria preferisco sempre il cono alla coppetta. Anche perché il sapore della coppetta non è tra i miei preferiti.

 

4)  Al ristorante, prima di ordinare acqua o bibite, chiedo ai camerieri se le bottiglie sono in vetro. Nel caso fossero in plastica, chiedo una brocca d’acqua del rubinetto. Lo faccio con gentilezza e ad alta voce, dicendo che soffro di intolleranza alla plastica usa e getta e sperando che mi sentano non solo gli altri clienti, ma soprattutto il proprietario del ristorante.

 

5)  Se organizzo un pasto conviviale con amici a casa, apparecchio il buffet con bicchieri di vetro e piatti di ceramica, accanto ai quali metto un pennarello e del nastro adesivo sul quale scrivere il proprio nome. Poi ricordo a tutti che la mia casa è allergica alla plastica e che quindi il cibo che ciascuno porta preferirei sia trasportato in contenitori riutilizzabili (da restituire a fine serata: non vorrete mica riempirmi la cucina di tupperwere?).

 

6)  Faccio la spesa ai mercati rionali, invece che al supermercato, portando con me non solo una sporta riutilizzabile all’infinito, ma anche una decina di buste di carta da pane. In questo modo evito non solo gli imballaggi inutili, ma diminuisco anche il cibo industriale in favore di quello fresco. La mia salute ringrazia.

 

7)  Quando posso, acquisto il cibo fresco presso un GAS-Gruppo di Acquisto Solidale, dove il cibo è anche biologico e posso guardare i produttori negli occhi. Se vivete in una città di media grandezza è molto probabile che ce ne sia uno anche vicino a voi. Nel caso cercatelo su www.economiasolidale.net/.apples-1841132_960_720

8)  Le poche volte in cui vado al supermercato per acquistare ciò che non posso trovare al mercato o al GAS, porto anche lì la mia sporta con le buste di carta riutilizzate. A quel punto peso il solo cibo fresco sulla bilancia, senza buste di plastica e senza toccare quegli stupidi guanti usa e getta  con i quali vorrebbero farci credere di trovarci in un ambiente asettico, e attacco l’etichetta adesiva con il prezzo direttamente sulla sporta. L’unica volta che una cassiera ha tentato di dirmi che non potevo evitare le buste monouso, ho risposto con fermezza: “La prego, mi faccia una multa per aver tentato di ridurre i rifiuti; stavo appunto pensando di sostituire la mia faccia su Facebook con qualcosa di cui andare più fiero”.

 

9)  Se in un negozio tentano di darmi una busta di plastica, rifiuto con gentilezza mostrando la mia sporta oppure lo zainetto da città che porto sempre con me e nel quale metto anche la mia bellissima borraccia vintage.

 

10) Nel caso fossi proprio costretto ad adattarmi alle circostanze e, ad esempio, a non poter rifiutare una bevanda versata in un bicchiere di plastica, non ne faccio un dramma. Un paio d’anni fa, durante un  viaggio in bicicletta di cui abbiamo già parlato, ho imparato che, se anche esistesse davvero, la coerenza perfetta alzerebbe muri più che ispirare emulazione.

 

Bene. Questo era il mio mini decalogo senza troppe pretese. Ora tocca a voi, quando commenterete questo articolo sulla nostra pagina Facebook, dirci quali sono le vostre piccole regole per ridurre di almeno un po’ il vostro contributo inquinante all’era della plastica. Chissà che, facendo circolare quelle di ciascuno, non ne ricaviamo, tutti, nuove idee per rispettare di più l’ambiente che ci ha regalato la vita.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/07/plastica-riciclare-non-basta-che-fare/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Quale ruolo per l’incenerimento dei rifiuti nell’economia circolare?

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I Governi delle regioni europee chiedono alla Commissione Ue una maggiore impegno sul fronte della riduzione dei rifiuti e sulla raccolta dei rifiuti organici, ponendo l’incenerimento in coda alla gerarchia della gestione rifiuti. Il waste-to-energy è riconosciuto come uno strumento necessario per progredire verso un’economia circolare più sostenibile, poiché evita il conferimento in discarica e genera energia. Tuttavia, i governi locali chiedono di rispettare rigorosamente la gerarchia dei rifiuti, ponendo tra le priorità la riduzione dei rifiuti. I membri si dicono favorevoli alla creazione di mercati stabili per prodotti e materiali basati su materie prime secondarie e ad adoperarsi al massimo per ridurre il conferimento in discarica. I membri del Comitato Europeo delle Regioni hanno adottato un parere su “Il ruolo dei rifiuti nell’energia nell’economia circolare” promosso dalla relatrice Kata Tűttö (HU / PES, consigliera comunale di Budapest – Distretto 12). Waste to energy è il processo di recupero dell’energia dalla combustione dei rifiuti. La linea di base dei leader locali è chiara. La gerarchia dei rifiuti, che istituisce azioni prioritarie per una maggiore efficienza delle risorse verso l’obiettivo della riduzione dei rifiuti, deve essere il principio guida nella gestione dei rifiuti. Al vertice della gerarchia vi è la riduzione, seguita dal riutilizzo dei prodotti, dal riciclo dei prodotti, dal recupero di energia e dallo smaltimento in discarica come scenario meno ottimale.

Lo smaltimento in discarica è la cosa peggiore che possiamo fare perché le cose che gettiamo via possono essere effettivamente riutilizzate, riciclate o trasformate in energia – ha affermato la relatrice Kata Tűttö – con i moderni trattamenti waste-to-energy i rifiuti urbani possono essere trasformati in elettricità, calore o biogas“, ha aggiunto l’assessore comunale di Budapest. Le città e le regioni raccomandano agli Stati membri con una capacità di incenerimento minima o nullo di non sviluppare il recupero di energia se non sono in una pianificazione molto attenta e privilegiano invece i programmi di raccolta e riciclaggio separati. I leader locali mostrano preoccupazione su come e da chi devono essere sostenuti i costi di gestione dei rifiuti. RIbadendo la necessità di creare mercati stabili per prodotti e materiali basati su materie prime secondarie. L’uso dei rifiuti come combustibile per il riscaldamento delle famiglie è un grave problema per la salute pubblica e l’ambiente. La povertà energetica è spesso la ragione principale per cui le abitazioni private utilizzano i rifiuti per il riscaldamento. L’assemblea dei rappresentanti locali e regionali dell’UE sollecita la Commissione europea a integrare gli sforzi per combattere la povertà energetica nelle attività di termovalorizzazione e ad adottare strategie di sensibilizzazione. I leader locali sostengono le spedizioni di rifiuti tra gli Stati membri per scopi di recupero energetico, purché evitino o riducano lo smaltimento in discarica o contribuiscano a fare un uso migliore delle strutture esistenti. Tuttavia, la distanza dalla posizione dei rifiuti all’impianto di incenerimento dovrebbe essere limitata per evitare danni ambientali. Sul tema della raccolta differenziata il CdR è favorevole alla raccolta differenziata obbligatoria dei rifiuti organici, che rappresentano una quota significativa dei rifiuti domestici, e riconosce che è opportuno attribuire maggiore attenzione a processi come la digestione anaerobica dei rifiuti biodegradabili puliti, raccolti separatamente in maniera adeguata, che combina il riciclaggio di materiali con il recupero di energia;

I membri del CdR chiedono alla Commissione europea di garantire che gli Stati membri coinvolgano strettamente le autorità locali e regionali nell’elaborazione delle strategie di gestione dei rifiuti.

Qui il documento integrale sul parere del Comitato europeo delle regioni 

Fonte: ecodallecitta.it

Parma lancia la sfida delle EcoFeste, pronto un marchio per tutti gli eventi a rifiuti zero del 2017

Si chiama “EcoFeste Parma 2017” e raccoglie una serie di obblighi e raccomandazioni per limitare l’impronta ambientale degli eventi cittadini puntando tutto sulla riduzione dei rifiuti.387544_1

La città di Parma raccoglie una nuova sfida, dopo gli eccezionali risultati sul fronte della raccolta differenziata che ha sfiorato l’80%, lancia il marchio “EcoFeste Parma 2017” per tutti quegli eventi previsti e attuati tra giugno e dicembre di quest’anno sul territorio comunale. La sfida lanciata dal comune assieme all’’Associazione dei Comuni Vrtuosi’, secondo il bando, ha come finalità “di ridurre gli impatti generati dai vari servizi di accoglienza e ristoro, attraverso l’individuazione di un responsabile interno per la raccolta dei rifiuti, e l’istituzione di apposita organizzazione finalizzata alla riduzione della produzione di rifiuti”. E per raggiungere questo scopo il bando prevede una serie criteri obbligatori e stringenti che trasformano qualsiasi evento, in un evento a rifiuti zero.

Al primo punto c’è la “presenza contenitori ed istruzioni per la raccolta differenziata nei punti di produzione rifiuti (cucina, bar, zona riconsegna vassoi, ecc)”; segue l’individuazione di uno o più siti di stoccaggio per la raccolta dei cartoni; realizzazione ed esposizione di una piantina precisa della dislocazione dei contenitori della raccolta differenziata; raccolta differenziata di carta, vetro, imballaggi in plastica, tetrapak e lattine; raccolta differenziata di rifiuti organici (scarti e avanzi di cibo); raccolta di olii da frittura e conferimento presso i Centri di raccolta Rifiuti Comunali”.

Sul fronte della riduzione dei rifiuti è previsto l’obbligo che l’intero servizio con posate, bicchieri e piatti sia costituito di stoviglie riutilizzabili per tutte le portate “oppure utilizzo piatti, bicchieri e posate (eventualmente anche contenitori per cibo da asporto) biodegradabili e compostabili certificati per ogni portata; acquisto di prodotti con minori imballaggi (es. prodotti alla spina) o con imballaggi differenziabili. Formazione, informazione e comunicazione; ed infine formazione del personale (addetti ai tavoli, alla ristorazione) e nomina di un referente per il progetto “Ecofeste Parma 2017” che curerà i rapporti con l’amministrazione Comunale”.

A questi obblighi se ne aggiungono altri “facoltativi” ma che fanno capire lo spirito alla base della creazione del marchio ossia quello della riduzione rifiuti. Infatti, solo per citarne qualcuno, troviamo: prevedere modalità di asporto del cibo avanzato da parte dei partecipanti medianti idonei contenitori dotati di chiusura; prevedere monoporzioni di cibo per i bambini; accordi con Associazioni di Volontariato per l’utilizzo degli eventuali avanzi di cibo; utilizzo di acqua pubblica dell’acquedotto, come bevanda ai tavoli, in contenitori a rendere e utilizzo di acqua gassata in bottiglie di vetro (vuoto a rendere); formazione, informazione, comunicazione attraverso iniziative di educazione ambientale o momenti di sensibilizzazione dedicati (seminari, convegni, ludoteche o laboratori sul riciclo ecc); fino ad attività di incentivazione alla mobilità sostenibile, come per esempio l’istituzione di un servizio navetta da luoghi raggiungibili con mezzi pubblici. Insomma il passo compiuto dalla città di Parma va nella direzione giusta, punta al massimizzazione del recupero dei materiali e contemporaneamente alla riduzione della produzione dei rifiuti, nell’ottica della strategia Rifiuti Zero.

Per maggiori informazioni visita la pagina dedicata del Comune di Parma sulle “EcoFeste Parma 2017”.

Fonte: ecodallecitta.it

Josetta Saffirio, quando la produzione vitivinicola è sostenibile e al femminile

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Un’azienda vitivinicola al femminile, una filosofia di produzione orientata al green e al biologico. È la strada scelta dalla Cantina Josetta Saffirio di Monforte d’Alba (CN), che celebra il passaggio di testimone dalla quarta alla quinta generazione nel segno del ridotto impatto ambientale. Tante le azioni virtuose che fanno dell’azienda un laboratorio di sostenibilità: dalla riduzione dei prodotti chimici usati nei vigneti a prototipi di trattori più leggeri per rispettare la terra, dalla corretta gestione dei rifiuti speciali a un impianto fotovoltaico che produce il doppio dell’energia necessaria alla cantina. E in futuro la realizzazione di un bioparco.  “La donna, il vino, la sostenibilità”. È il titolo scelto dalla Cantina Josetta Saffirio di Monforte d’Alba (CN) per celebrare il passaggio di testimone, dalla quarta alla quinta generazione, in questa azienda tutta al femminile che si rinnova perseguendo una filosofia di produzione orientata alla sostenibilità e al biologico.

Amore per la terra

“Essere contadino significa avere una grande responsabilità: l’eredità che ci è stata lasciata e quella che lasceremo ai nostri figli” sottolinea Sara Vezza, titolare dell’azienda e figlia di Josetta Saffirio. “Da sempre la nostra azienda, a totale gestione familiare, ha sentito di appartenere al territorio. Una responsabilità che si tramanda da padre a figlio, da generazione a generazione”. La Cantina ha tradotto questa filosofia con azioni concrete che rispettano il territorio: dalla riduzione dei prodotti chimici utilizzati in vigneto alla lavorazione non profonda del terreno prima della messa a dimora delle piante, dall’inerbimento totale del filare che riduce l’erosione delle acque superficiali all’utilizzo di trattori prototipo più leggeri per non pesare troppo sulla terra, allo scopo di preservarla.

Laboratorio di sostenibilità

Oggi l’azienda agricola si presenta come un vero e proprio laboratorio di produzione vitivinicola a basso impatto ambientale. La cantina è stata progettata in modo da essere integrata nel paesaggio rurale e ridurre lo scambio termico con l’esterno. L’isolamento è stato fatto usando del sughero naturale. Per quanto riguarda il fabbisogno energetico, dal 2010 è attivo un impianto fotovoltaico da 20 kW, che produce il doppio dell’energia che serve per la cantina. Ciò consente di ridurre le emissioni di CO2 di 13 tonnellate all’anno. L’azienda, inoltre, fa parte del consorzio ‘Cascina Pulita’ che ritira e gestisce tutti i rifiuti (olio esausto, batterie, contenitori di fitofarmaci) provenienti dall’azienda.

Prodotto a basso impatto

Anche il prodotto finale della cantina è concepito nel segno della sostenibilità. La scelta dei fornitori è stata fatta in base alla condivisione della stessa filosofia, optando per partner possibilmente del territorio: per le etichette è stata scelta Fasson, certificata FSC, per i tappi Amorim, da sempre impegnata nel rispetto dell’ambiente, e per le capsule Ramondin, che utilizza vernici all’acqua. Massima attenzione, inoltre, alla riduzione degli imballaggi: vetro più leggero (riciclato al 90%), tappi più corti e meno cartone. Una scelta che si traduce in un risparmio per l’ambiente e per il consumatore.

Presto un bioparco

Il percorso di sostenibilità intrapreso dalla Cantina Josetta Saffirio è controllato da enti terzi. “Siamo sottoposti alla supervisione della CCPB per la Certificazione Biologica e facciamo parte delle venti aziende italiane pilota nel progetto Tergeoprogetto dell’Unione Europea sostenuto dall’Unione Italiana Vini per la qualificazione delle soluzioni tecnologiche e gestionali in materia di sostenibilità nel settore vinicolo” afferma Sara Vezza. La titolare dell’azienda annuncia infine il nuovo progetto in cui è impegnata: “Stiamo lavorando alla realizzazione di un parco, dove regnano le specie autoctone di fauna e flora, con l’obiettivo – conclude Sara – di avvicinare le scuole al mondo e alla cultura del vino e ridurre ulteriormente la nostra impronta ecologica”.

Chi è Josetta Saffirio

L’azienda agricola Josetta Saffirio ha sede a Monforte d’Alba in provincia di Cuneo nel cuore delle Langhe. Frutto di una tradizione che si tramanda dall’inizio del Novecento, l’azienda produce un vino Barolo premiato due volte con i “Tre Bicchieri” (annate ’88 e ’89) e con numerosi riconoscimenti internazionali. Oltre al Barolo, l’azienda agricola produce anche Nebbiolo, Barbera d’Alba e Rossese Bianco. Negli ultimi anni, l’azienda agricola ha intrapreso un percorso di rinnovamento nel segno della sostenibilità che la rendono un vero e proprio laboratorio di produzione vitivinicola a basso impatto ambientale.

Ulteriori informazioni sul sito: www.josettasaffirio.it

Fonte: agenziapressplay.it

“Fare società riducendo i rifiuti”, on line la mappa “salvacibo” del quartiere Vanchiglia di Torino

Nell’ambito del progetto “Fare società riducendo i rifiuti” Eco dalle Città ha svolto un’indagine tra negozianti, bar e ristoranti del quartiere Vanchiglia per documentare il loro impegno nell’evitare che il cibo diventi un rifiuto. Risultato: la creazione di una mappa consultabile on line con le attività che promuovono azioni per limitare gli sprechi382080

Nell’ambito del progetto “Fare società riducendo i rifiuti”, il progetto co-finanziato dalla Compagnia di San Paolo volto a informare e attivare iniziative sul tema della riduzione dei rifiuti, Eco dalle Città ha svolto un’indagine rivolta a negozianti, bar e ristoranti del quartiere Vanchiglia per documentare il loro impegno nel limitare lo spreco alimentare.
L’indagine prende dunque il via da alcune semplici domande che hanno i seguenti obiettivi: da una parte, determinare le azioni intraprese dai commercianti per ridurre gli sprechi, sapere se i negozianti prendono misure concrete per ridistribuire il cibo invenduto a fine giornata (aderendo per esempio a piattaforme web come LastMinuteSottoCasa eNextDoorHelp oppure collaborando con il gruppo Foodsharing di Torino); dall’altra individuare quanto sia diffuso presso i ristoratori l’utilizzo della “vaschetta salvacibo”.
Risultato dell’inchiesta sul borgo torinese è stata la creazione di una mappa consultabile on line che verrà arricchita e aggiornata nel corso dei mesi del progetto. Il suo fine è ben preciso: in primo luogo condividere le informazioni raccolte con gli abitanti di Vanchiglia e con la Social Street di via Santa Giulia e dintorni, in secondo luogo attivare e strutturare azioni di recupero e ridistribuzione delle eccedenze alimentari sul territorio.
Allo stato attuale, ad essere mappate sono state 21 attività segnalate con tre colori diversi sulla base dei comportamenti più o meno virtuosi in merito al tema della oggetto dell’indagine:
con il colore verde sono evidenziate tutte le attività che intraprendono azioni concrete per evitare che il cibo invenduto diventi un rifiuto;

con il colore blu sono segnalate le attività che, pur mostrando interesse alla tematica, intraprendono iniziative solo se stimolate dal cliente

Con il colore rosso, infine, le attività che non hanno, ad oggi, attuato azioni per limitare lo spreco di cibo.
La mappa mostra sul quartiere Vanchiglia una situazione di sostanziale sensibilità al tema.
Si passa, infatti, da coloro che si preoccupano, per esempio a fine giornata, di ridistribuire il cibo invenduto tra parenti e associazioni di volontariato, a chi fornisce regolarmente la “vaschetta salvacibo” ai clienti che non hanno terminato il piatto ordinato. Non mancano tuttavia, anche se fortunatamente rappresentano una minoranza, attività commerciali che, per motivazioni diverse, non rientrano nell’elenco delle attività sostenibili sul tema dei rifiuti alimentari.
Per aggiornare e completare la mappatura del territorio, i residenti e commercianti del quartiere sono invitati a inviare una segnalazione indicando le azioni intraprese all’indirizzo mail contatti@ecodallecitta.itEco dalle Città verificherà e aggiornerà costantemente la mappa on line.

Clicca qui per visualizzare la mappa

 

fonte:  ecodallecitta.it

Riduzione dei rifiuti alla fonte, Trento e Reggio Emilia ci hanno provato con la GDO e il progetto NO.WA (No Waste)

Insieme alla GDO (Grande Distribuzione Organizzata), in prima fila COOP, si è provato ad “aggredire” i rifiuti alla fonte. Ecco come Trento e Reggio Emilia hanno lavorato su “No Waste”, “Spesa netta, solo l’utile della spesa”, con il contributo LIFE dell’Unione Europea, dimostrando che un ipermercato può fare 500 tonnellate di rifiuti in meno all’anno381161

C’era molto entusiasmo venerdì 21 novembre, nello splendido scenario della Sala degli Specchi del Teatro Romolo Valli di Reggio Emilia, dove la Regione Emilia Romagna, i Comuni di Reggio Emilia e Trento, i vertici di Coop e Coop Consumatori Nord-est e Ambiente Italia, hanno presentato i risultati del progetto “No Waste” “Spesa netta, solo l’utile della spesa”, una sperimentazione di 3 anni (2012-2014), avviata con il contributo LIFE dell’Unione Europea. Gli onori di casa li ha fatti il Comune di Reggio Emilia, in quanto capofila del progetto NO.WA (No Waste), rappresentato soprattutto da Mirko Tutino, Assessore Infrastrutture del territorio e Beni comuni del Comune, che è stato tra i più espliciti, nel ricordare alla platea quali siano i punti critici della gestione dei rifiuti in Italia. Secondo Tutino, il problema del conflitto d’interessi in Italia c’è anche nel settore dei rifiuti, perché “Non si può chiedere ad un’azienda di servizi ambientali, che gestisce anche un impianto di smaltimento dei rifiuti, di fare un lavoro serio sulla loro riduzione. C’è un conflitto d’interesse enorme”.  E ancora Giuseppe Bortone, Direttore Generale Ambiente della Regione Emilia Romagna: “In Italia non cambierà davvero nulla riguardo la riduzione dei rifiuti, sino a che smaltirli negli impianti costerà solo 70 euro a tonnellata. Una cifra che non considera gli altri costi collaterali il processo di smaltimento  implica”. Il progetto “NO WASTE”, invece, si è prefissato in 3 anni di ridurre davvero i rifiuti, operando alla fonte, con un modello avanzato che potrebbe già costituire un punto di riferimento a livello nazionale. NO WASTE è riuscito a coinvolgere il principale canale di emissione dei rifiuti, supermercati e ipermercati della grande distribuzione organizzata (GDO), dimostrando che si possono risparmiare in media 500 tonnellate annue di rifiuti, per un punto vendita simile agli Ipermercati Coop. Con altri numeri, tale riduzione significa avere fatto 7 kg di rifiuti in meno, ogni 1000 euro di fatturato.  I punti vendita che hanno aderito a questa sperimentazione sono stati differenti, tra Reggio Emilia (6 punti vendita) e Trento (22 punti vendita). Nella provincia emiliana, infatti, ha collaborato soprattutto la Coop, con grossi punti vendita. Conad e Sigma, gli altri marchi. Più piccoli, ma numerosi quelli del Trentino. Il piano di riduzione dei rifiuti ha compreso tutte le azioni ritenute più efficaci presso la GDO e capaci di sensibilizzare i cittadini: vendita di borse riutilizzabili, di alimenti, bevande e detersivi sfusi e ricaricabili, di stoviglie comportabili; utilizzo di confezioni e imballaggi a basso impatto ambientale, riutilizzo di bancali e cassette per ortofrutta. Come massa e peso, sembra che l’80% dei rifiuti siano proprio nelle cassette e nei bancali dell’ortofrutta.
L’importanza di No-Waste è stata proprio quella di riuscire a coinvolgere la Grande Distribuzione Organizzata, che può dare un contributo notevole alla riduzione dei rifiuti, avendo un forte potere d’acquisto nei confronti delle aziende e potendo influenzare, per esempio, le politiche di packaging.  Inoltre, No Waste ha incluso una campagna di comunicazione con “bollino di qualità” dei soggetti aderenti, che ha promosso le azioni base del processo di riduzione dei: scegli, riduci, riusa. L’altro filone del progetto LIFE “No WASTE”, avviato da Comune di Reggio Emilia, città di Trento, Ambiente Italia srl, Reggio Children e Coop Consumatori Nordest, è stato progettare un centro del riuso che recuperi l’invenduto non alimentare dei punti vendita e i beni dimessi dai cittadini, prima che finiscano nei centri di raccolta dei rifiuti urbani. Grazie anche alla collaborazione di Iren e del Comune di Piacenza, è stato realizzato lo studio di fattibilità per la realizzazione del Centro.

Fonte: ecodallecitta.it

“Con il riuso e la riparazione l’economia locale cresce”, intervista a Roberto Cavallo

Nel mezzo della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti, il direttore Paolo Hutter ha intervistato Roberto Cavallo, amministratore delegato della cooperativa ERICA ed autore del libro “Meno cento chili”. Riutilizzo, riciclo, economia circolare ed economia locale gli argomenti della conversazione381169

di Paolo Hutter

In occasione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti abbiamo guardato i dati sulla produzione complessiva di rifiuti solidi urbani pro-capite di vari paesi europei e constatato che ci sono paesi che fanno più rifiuti pro-capite dell’Italia.
Ma allora i paesi avanzati producono più rifiuti?

È un assunto di base dell’economia tradizionale, dell’economia che definiamo lineare. Soprattutto lo è stato fino alla crisi iniziata col 2008. Sì, paradossalmente, o non tanto, la quantità di rifiuti prodotti è considerata un indicatore di benessere. E più potere d’acquisto ha sempre o quasi significato anche più scarti.

Ma non dovrebbe essere più avanzata la capacità di ridurre i rifiuti?

Dovrebbe ma non è facile arrivarci. Guardiamo all’Italia e alla sua difficoltà di star dietro alla Germania, che pure non è un esempio coerente di virtù. Dal 98 al 2008 in Italia siamo passati da un potere d’acquisto medio di 28.500 dollari fino a 31 mila poi ridisceso a 28.500. Ma la produzione media pro-capite di rifiuti è passata dai 450 kg/abitante del 98 ai 550 del 2007. E solo dopo, lentamente, ha cominciato a decrescere. E anche adesso capita che la pattumiera decresca meno del potere d’acquisto (quest’anno 2014 non è escluso che si torni a un leggero aumento, NdR).
In Germania negli stessi 10 anni si è passati da 31 mila dollari di potere d’acquisto medio a 35 mila per ridiscendere solo a 33 mila. Ma a differenza dell’Italia nello stesso periodo si è consolidato un calo del 10% nella produzione dei rifiuti. In Italia è addirittura successo che la pattumiera in certi momenti sia diminuita meno del potere d’acquisto.
Ma la differenza tra una produzione di rifiuti bassa perché si è più poveri e una riduzione dei rifiuti perché aumentano i processi virtuosi qual è, dove sta?

Interventi strutturali (e in prospettiva le stesse direttive europee) possono far diminuire i rifiuti passando da una economia lineare a un’economia circolare, ovvero a un’organizzazione produttiva e ad uno stile di vita che privilegiano il riutilizzo, o almeno, il riciclo. L’economia circolare, oltretutto, essendo capace di preparare al riuso, è quella più labour intensive, cioè quella che ha più necessità di lavoro locale per unità di prodotto. Nell’economia lineare, tradizionale, usa e getta, il frigorifero rotto si butta via e quasi tutto si produce lontano, fuori dalla Ue. Nell’economia circolare, invece, il frigorifero lo si ripara e, se si abbinano bene riuso riparazione e riciclo, questa è tutta economia locale che cresce.

Qualche anno fa hai scritto il libro Meno Cento Chili. Come rivedi oggi quel discorso, quelle cifre?

Il ragionamento di diminuire di cento chili a testa partiva dalla media dei paesi europei più ricchi, che all’incirca nel 2010 era di 550 chili a testa per anno. Adesso direi che bisogna andare ancora più giù, che si può ridurre di ben oltre i cento chili a testa. E, parallelamente a questo, altre cose funzioneranno meglio. Pensate al mercato dell’usato e della riparazione che in Italia è cresciuto del 18 %. In varie zone d’Europa ci si sta muovendo, nelle Fiandre, in Catalogna si fanno cose ottime. Anche in Italia, naturalmente, in alcune zone, perché la crisi insegna a cambiare punto di vista.

 

fonte: ecodallecitta.it

 

Clean Up Day: il 10 maggio grandi pulizie in tutta Europa

Il prossimo 10 maggio si celebrerà il primo Clean Up Day, giornata europea di pulizia che vedrà impegnati tanti volontari a ripulire quartieri e recuperare rifiuti abbandonati. L’iniziativa è promossa dalla Commissione Europea come tappa di avvicinamento alla prossima Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti378248

In inglese si può dire “littering in nature”, in italiano “abbandono di rifiuti”, ma il fenomeno purtroppo non conosce confini nelle aree pubbliche di tutta Europa. Per questo il prossimo 10 maggio si celebrerà il primo Clean Up day, una giornata dedicata al recupero dei rifiuti abbandonati in discariche abusive, foreste, fiumi, parchi e spiagge. L’iniziativa è promossa dalla Commissione Europea come una delle tappe di avvicinamento alla prossima Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti, in programma dal 22 al 30 novembre.  Negli ultimi anni per affrontare il problema dei rifiuti sono state organizzate in tutto il continente diverse campagne di pulizia. La giornata europea Clean Up day vuole unire queste iniziative per dar vita ad un evento da realizzarsi contemporaneamente in tutta Europa, coinvolgendo così un numero maggiore di persone. Per chi volesse iniziare a registrare un’azione di pulizia locale, può farlo contattando i diversi coordinatori nazionali.

Fonte: ecodallecittà

Dal 16 al 24 novembre 2013 la quinta edizione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti

 

l Comitato promotore nazionale lancia le date ufficiali della quinta edizione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti: dal 16 al 24 novembre 2013. Il ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando: «La settimana europea è un evento importante per l’ecologia e per i cittadini e questa iniziativa ha il pregio di sensibilizzare con successo da anni e al tempo stesso promuovere comportamenti positivi»374893

 

Il Comitato promotore nazionale, (Ministero dell’Ambiente, Federambiente, Rifiuti 21 Network, Provincia di Torino, Provincia di Roma, Legambiente, AICA, E.R.I.C.A. Soc. Coop., Eco dalle Città), annuncia le date ufficiali della quinta edizione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (SERR), che si terrà dal 16 al 24 novembre 2013. La “Settimana” è nata all’interno del Programma LIFE+ della Commissione Europea con l’obiettivo primario di sensibilizzare le Istituzioni, gli stakeholder e tutti i consumatori circa le strategie e le politiche di prevenzione dei rifiuti messe in atto dall’Unione Europea, che gli Stati membri devono perseguire, anche alla luce delle specifiche disposizioni normative (direttiva quadro sui rifiuti, 2008/98/CE). L’anno scorso sono stati battuti tutti i record: hanno partecipato 27 paesi in Europa per un totale di 10.793 azioni e l’ Italia si è aggiudicata il primo posto per numero di iniziative: ben 5.261! Anche nel 2013 l’obiettivo del Comitato italiano è stimolare quanti più soggetti possibile – Enti e Istituzioni nazionali e locali, Autorità territoriali e Pubbliche Amministrazioni, Associazioni e Organizzazioni no profit, Scuole e Università, Aziende e Imprese, Associazioni di categoria ma anche singoli cittadini- a mettere in piedi iniziative ed azioni volte alla riduzione dei rifiuti, a livello nazionale e locale. A breve infatti verranno annunciate le date di apertura delle iscrizioni. «La settimana europea è un evento importante per l’ecologia e per i cittadini – osserva il Ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando – e questa iniziativa ha il pregio di sensibilizzare con successo da anni e al tempo stesso promuovere comportamenti positivi». Per avere un’idea di cosa è già stato fatto si può consultare la pagina www.menorifiuti.org, mentre per sapere com’è strutturata la SERR e quali sono i modi per partecipare è possibile visitare il sito www.ewwr.eu. «Considerando che nel 2009 le azioni erano state poco più di 3000, sono stati fatti grandi passi avanti, la partecipazione è stata sempre maggiore nonostante le risorse per organizzare le edizioni siano sempre più scarse– afferma Roberto Cavallo, presidente di AICA–. Quest’anno mireremo a coinvolgere ancora più enti in modo da rendere l’azione comunicativa ancora più efficace».

Per maggiori informazioni: www.menorifiuti.org; serr@assaica.org.

Fonte: eco dalle città

 

La Provincia di Roma finanzia gli eventi ecologici

Per il terzo anno consecutivo, la Provincia di Roma stanzia 60.251,40 euro da destinare al sostegno economico delle spese riguardanti, nell’ambito delle iniziative pubbliche o aperte al pubblico organizzate nel territorio provinciale, la realizzazione di misure di prevenzione dei rifiuti.374892

C’è tempo fino al 30 giugno 2013 per partecipare al bando lanciato dalla Provincia di Roma per incentivare, nell’ambito delle iniziative pubbliche o aperte al pubblico organizzate nel territorio provinciale, misure tese a ridurre la produzione dei rifiuti durante lo svolgimento di eventi e manifestazioni. La Provincia prevede uno stanziamento complessivo di 60.251,40 euro da destinare al sostegno economico delle spese riguardanti, esclusivamente, gli eventuali oneri derivanti dalla realizzazione di misure di prevenzione dei rifiuti. Il bando è rivolto ad Enti, Proloco ed Associazioni per sostenere le spese fatte per misure di prevenzione e/o indirizzate al riciclaggio dei rifiuti durante lo svolgimento di proprie iniziative svoltesi in aree pubbliche o comunque aperte al pubblico. Sono dunque escluse iniziative in aree private o alla cui partecipazione si accede esclusivamente tramite invito. L’amministrazione provinciale afferma di essere interessata a diffondere nella misura più ampia la cultura della prevenzione e del riciclaggio dei rifiuti, per cui il riconoscimento del beneficio non potrà superare il valore di 5.000 euro per ciascuna iniziativa. Saranno ammessi alla graduatoria per la concessione del finanziamento i soggetti che sono tenuti all’organizzazione di feste, sagre, celebrazioni, fiere, che presenteranno progetti di ecofeste:

1.realizzate nell’anno 2012 dalla data di pubblicazione del presente bando e non oltre il 30 giugno 2013,

2.di cui risultano chiaramente indicati il numero dei partecipanti attesi,

3.che prevedano l’attuazione riconosciuta da parte della Commissione valutatrice di almeno tre delle misure di riduzione dei rifiuti prodotti indicate nel bando,

4. di cui venga allegato un prospetto economico riepilogativo dei costi delle azioni previste.

 

Bando Eco feste Provincia di Roma [0,25 MB]

Fonte: eco dalle città