L’economia del futuro deve essere decarbonizzata altrimenti non ha prospettive’, intervista ad Edo Ronchi | 2° parte

In occasione degli Stati Generali della Green Economy in programma il 3 e 4 novembre in versione digitale causa Covid, abbiamo raggiunto Eco Ronchi per sapere quali saranno le riflessioni condivise sull’economia verde ai tempi della pandemia

Quest’anno Gli Stati Generali della Green Economy lanciano un appello alla Comunità europea facendo da megafono al mondo delle imprese. Di cosa si tratta?

Un appelloche qualifica un gruppo consistente di imprese italiane. Per ora l’iniziativa è europea con il gruppo più consistente a livello comunitario che si è espresso per tenere alta l’attenzione climatica nell’uso del Recovery fund. Abbiamo il timore che finanziando gli interventi per il clima possa finanziare anche gli investimenti che generano le emissioni di gas serra. Pensi a certe rottamazioni alla leggera di veicoli ad emissioni di Co2, oppure a certe infrastrutture stradali che comportano aumento di emissioni di gas serra. Insomma bisogna essere coerenti anche perché l’investimento nella carbonizzazione cioè in infrastrutture e impianti che abbiano elevate emissioni di gas serra o che abbiano comunque un aumento di gas serra è un investimento di corto respiro visto che significa buttare via i soldi. E quindi noi siamo convinti che destinare il 37% degli investimenti del Recovery and Resilience Facility, il più importante strumento di finanziamento del pacchetto Next Generation Eu, a favore del clima sia una quota apparentemente consistente ma in realtà è bassa. Bisogna portarla almeno al 50% anche per finanziare le misure di adattamento climatico di cui dicevamo prima, per la prevenzione del dissesto idrogeologico e l’aumento della resilienza del territorio verso le alluvioni e anche verso le ondate di calore. 

Da ex subcommissario per il risanamento ambientale dell’Ilva di Taranto, cosa ne pensa della possibilità di finanziare l’impianto con il Recovery fund?

Non si finanzia più il carbone ma si finanzia la conversione verso l’idrogeno o tecnologie intermedie che abbassino le emissioni di gas serra, questo vuol dire. Quindi benissimo investire nell’Ilva ma non nell’altoforno a carbone, ma nelle misure verso la conversione all’idrogeno. Ovviamente nessuno pensa che si possa fare la conversione dell’Ilva all’idrogeno in 6 mesi. Forse neanche in qualche anno. Si tratta di investire verso la transizione anche prevedendo tappe intermedie. L’importante è che non si tenda a mantenere o aumentare le emissioni di gas serra, ma per ridurre le emissioni di gas serra. 

Di recente l’Italia ha iniziato a recepire il pacchetto di direttive sull’economia circolare. Siamo sulla buona strada? L’emanazione dei decreti “End of waste”, per il riutilizzo delle materie prime seconde, procede a rilento…

Anche in questo caso, negli anni come Fondazione sullo sviluppo sostenibile ci siamo battuti parecchio. Tutti d’accordo sull’economia circolare. Del resto chi vuole mantenere un’economia inefficiente basata sullo spreco delle risorse con alti costi? Poi però quando si tratta di fare le misure non si riescono a cogliere le priorità. Il riciclo va favorito e agevolato. L’End of waste nella normativa europea è una procedura che con le nuove direttive è stata semplificata favorendo, con l’autorizzazione “caso per caso”, la procedura più semplice per il riutilizzo dei materiali. Noi in Italia cosa abbiamo fatto? Con sofferenza abbiamo recepito il potere di affidare alle Regioni le autorizzazioni al riciclo “caso per caso”. Ma siamo l’unico paese europeo che ha istituito una specie di procedura speciale di controllo di secondo livello affidata all’Ispra. Una procedura bizantina che ha come effetto l’appesantimento del riciclo con l’End of waste, rendendolo più complicato rispetto allo smaltimento e all’incenerimento. Speravamo nel pacchetto di recepimento delle direttive per semplificare certi passaggi. Ma non è accaduto.   

Le percentuali di raccolta differenziata raggiunte in Italia sono sempre più alte. Ma il sistema impiantistico è adeguato al trattamento delle frazioni raccolte separatamente?

Se vuoi fare il riciclo hai bisogno di impianti che facciano la una buona selezione, una buona preparazione e una buona attività di riciclo. E’ evidente. Siamo tra i leader europei del riciclo quindi gli impianti li abbiamo. In alcune regioni sono carenti e succede che i rifiuti provenienti dalla raccolta differenziata viaggino per centinaia di chilometri. Compreso l’organico che per l’80% è perlopiù formato da acqua. Se portiamo questi rifiuti in giro verso le località in cui ci sono gli impianti direi che questa non è una buona soluzione anche dal punto di vista degli impatti energetici e ambientali. 

Per accelerare la transizione verso l’economia circolare occorre non solo favorire il riciclo ma fare in modo che i materiali abbiamo un mercato. Che spinta potrebbe arrivare dall’applicazione dei cosiddetti appalti verdi, obbligatori ma poco utilizzati?

Nel network delle Green city, dove abbiamo fatto un po’ di istruttoria sul tema degli appalti verdi, risulta che le amministrazioni, soprattutto quelle piccole, hanno bisogno di essere supportate tecnicamente. Abbiamo proposto l’intervento dell’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, come supporto anche per stipulare questi appalti verdi che richiedono modalità tecniche e anche capacità di conoscere il mercato e le produzioni, per sapere se le specifiche che istruiscono poi corrispondono ai prodotti che io trovo sul mercato. Questa capacità ce l’hanno poche Regioni e pochi Comuni. Quindi molte stazioni appaltanti, pur avendo in genere buone intenzioni trovano difficoltà a gestire in maniera efficace gli appalti pubblici verdi. Non è semplice compilare la parte del bando sulle prescrizioni delle caratteristiche che devono avere i beni e i servizi forniti. È una difficoltà operativa che abbiamo riscontrato tra gli amministratori che vogliono applicare davvero i Criteri ambientali minimi, non quelli che cercano le scuse per non fare niente. 

Fonte: ecodallecitta.it

Le macchinette ‘mangiaplastica’ arrivano nei mercati di Roma, siglata intesa con Coripet

Accordo tra Roma Capitale e CORIPET (consorzio per la gestione degli imballaggi in PET) per l’installazione anche nei mercati cittadini, dopo le stazioni della metro, di ecocompattatori per il riciclo delle bottiglie in plastica. Le macchinette mangiaplastica per la raccolta e il riciclo delle bottiglie arriveranno a breve anche nei mercati cittadini di Roma. 
La sigla del protocollo tra Roma Capitale e CORIPET, consorzio per la gestione degli imballaggi in PET per liquidi, prevede infatti l’installazione di ecocompattatori su tutto il territorio urbano.  Questi ultimi, già presenti in otto stazioni della metropolitana, garantiscono un implemento della raccolta delle bottiglie in PET nella Capitale, in linea con la Direttiva Europea SUP.

“Dalle stazioni della metropolitana ai mercati di Roma, estendiamo la presenza delle macchinette mangiaplastica ai luoghi più frequentati della città. Roma è capofila in Italia di questo progetto che è piaciuto moltissimo ai cittadini. In soli otto mesi, sono già stati riciclati 3,2 milioni di bottiglie: un’ottima risposta dei cittadini all’insegna della tutela ambientale e della sostenibilità. Per chi conferisce il materiale in PET, ci saranno meccanismi di premialità analoghi a quelli della campagna +Ricicli +Viaggi”, dichiara la sindaca Virginia Raggi. La logica di raccolta e riciclo è quella del bottle to bottle: i materiali raccolti avranno nuova vita, sempre in vista dell’obiettivo europeo fissato al 2025 di produrre bottiglie contenenti un 25% di PET riciclato (R-pet).  

“La positiva esperienza di riciclo nelle stazioni metro di Roma organizzata insieme al Campidoglio e ad Atac, ha creato le premesse per questo accordo complessivo – commenta Corrado Dentis presidente CORIPET – e ci auguriamo che l’esempio di Roma Capitale possa funzionare da stimolo anche per gli altri comuni che abbiamo interessato anche in seguito al recente accordo siglato con l’ANCI. Desideriamo fare cultura del riciclo perché la cittadinanza e tanti turisti in visita hanno dimostrato di apprezzare il servizio aggiungendo anche una certa curiosità sul processo che subiscono le bottiglie tra la loro distribuzione e il loro riutilizzo. Abbiamo già avviato contatti anche con altri soggetti, come la GDO e le grandi infrastrutture, per ripetere quest’esperienza anche con le realtà private”.

Fonte: ecodallecitta.it

La “crescita verde” è una contraddizione in termini: è impossibile

Le lobby del profitto, del business, i cavalieri del capitalismo sfrenato non si arrendono nemmeno di fronte alla constatazione che la crescita infinita è impossibile. E si inventano la “crescita verde”, che di verde e di “green” non ha proprio nulla.

I malati del profitto, del business, coloro per i quali il denaro è l’alfa e l’omega della vita, le inventano tutte pur di glorificare la sacra trinità: Denaro, PIL e Crescita. Visto che molti si stanno  accorgendo in maniera sempre più chiara che la crescita è un cancro che significa esclusivamente la devastazione del mondo rendendolo una discarica dove le persone sono cavie per le malattie prodotte dal cancro, si cerca in ogni modo di indorare la pillola per continuare imperterriti a guadagnare e fare il proprio comodo. Si sprecano quindi gli ossimori, le contraddizioni in termini e si parla indifferentemente di economia circolare e crescita oppure addirittura di crescita verde, che sono la negazione l’una dell’altra. Ricordiamo infatti, soprattutto a beneficio di coloro che hanno studiato nelle prestigiose università di economia e quindi sono inconsapevoli delle basi stesse dell’economia, che la crescita presuppone uno sfruttamento infinito di persone e risorse naturali per produrre profitto. Le persone possono essere sfruttate all’infinito, basta metterle in grado di comprare i gadget giusti; ma la natura e le risorse non possono essere sfruttate infinitamente, perché sono finite, per ovvi motivi. Infatti degli squilibrati stanno pensando di colonizzare Marte perché la terra la stiamo già esaurendo. Come se ciò non bastasse, la crescita produce una quantità di rifiuti che nessuna capacità di riciclo potrà mai ridurre considerevolmente. Capacità di riciclo che non si può spingere più di tanto perchè altrimenti la crescita avrebbe una contrazione, stessa cosa che avverrebbe con l’economia circolare se si applicasse in tutti i settori. Quindi non solo gli apostoli della crescita non vogliono che si ricicli o si riusi granchè, ma la terra non è in grado di assorbire la immensa massa di rifiuti che viene prodotta. Infatti mari, fiumi e terre sono ormai delle discariche. Se ne deduce in maniera ovvia, senza bisogno forse nemmeno della quinta elementare, che una crescita verde è semplicemente impossibile poichè le due cose assieme fanno a pugni.  La crescita per sua natura non ha nulla di green, perché sfrutta tutto come risorsa o come pattumiera. Ci possono essere una prosperità verde, un futuro verde, magari anche una economia verde se si intende l’accezione etimologica di economia che è la cura della casa, ma è inutile arrampicarsi sugli specchi, fare capriole, giravolte, salti mortali all’indietro, doppi e tripli, non si può barare: la crescita verde è impossibile. Per giustificarla e quindi apparire paladini dell’ambiente, ci si daranno riverniciatine green come fanno i maggiori inquinatori del pianeta a iniziare ad esempio dall’ENI che ci bombarda con campagne pubblicitarie, ma sotto la patina il risultato è sempre lo stesso: devastazione della natura e guerra alla salute delle persone. Questi cantori della crescita verde o meno verde non si fermeranno da soli, non possono per loro natura, quindi vanno fermati; va tolto loro qualsiasi potere, qualsiasi appoggio, con un’obiezione di coscienza sistematica. Allo stesso tempo, occorre costruire luoghi, società, progetti, lavori, formazione, educazione che non abbiano la crescita e il dio denaro come faro, bensì la qualità della vita, il benessere, una vita dignitosa per tutti e la salvaguardia della nostra casa cioè l’ambiente in cui viviamo. Allora sì che avrà senso parlare dell’unica crescita accettabile e sensata che è quella dei valori e della ricchezza personale intesa come spirituale.

Fonte: ilcambiamento.it

L’Ue dice addio alla plastica monouso: divieto di vendita dal 2021

Stop all’inquinamento di spiagge e oceani. Passa al Parlamento europeo la legge per vietare le plastiche monouso e responsabilizzare i produttori e consumatori al riciclo

Addio a posate, cannucce, cotton-fioc e agli altri prodotti di plastica usa-e-getta per cui esistono alternative in materiali sostenibili o riutilizzabili. Così, con l’approvazione di nuove norme che limitano la diffusione dei principali prodotti di plastica monouso entro il 2021 e volte a responsabilizzare produttori e consumatori, l’Unione europea muove (almeno sulla carta) i primi passi per contrastare l’inquinamento di spiagge, mari e oceani. Dopo il voto del Parlamento europeo, che segue la proposta della Commissione ambiente depositata a maggio e l’accordo politico del dicembre dello scorso anno, la palla passerà agli Stati membri, che dovranno recepire la direttiva.

Nuovi divieti, nuovi obiettivi

La legge europea appena approvata, passata a larga maggioranza con 560 voti a favore, 35 contrari e 28 astenuti, impone il divieto di commercializzare quei prodotti di plastica monouso per cui esistono alternative sostenibili e economicamente accessibili. Per gli altri, invece, si prevede un lavoro di sensibilizzazione per ridurne in modo significativo il consumo. Dovremo dunque dire (finalmente) addio a posate e piatti di plastica usa-e-getta, ai bastoncini dei cotton- fioc, alle cannucce e anche alle palettine per miscelare le bevande delle macchinette. E anche tappi e coperchi per bevande saranno ammessi solo se attaccati al contenitore e non disperdibili. La direttiva europea prevede inoltre che entro il 2029 il 90% delle bottiglie di plastica Pet debba essere raccolto e riciclato dagli Stati membri. Le bottiglie di plastica dovranno poi essere prodotte con almeno il 25% di materiale riciclato entro il 2025 e con il 30% entro il 2030.

Responsabilità dei produttori

Le nuove norme prevedono anche responsabilità per le aziende che producono contenitori e involucri, alle quali non solo è ora chiesto di contribuire ai costi di gestione e bonifica dei rifiuti, ma anche di partecipare all’attività di sensibilizzazione dei consumatori, promuovendo in etichetta le corrette modalità di smaltimento e informando dei danni provocati in caso di dispersione. In questo modo l’Europa cerca di mettere un freno anche alla piaga di salviettine umidificate, assorbenti, filtri di sigarette smaltiti in modo sbagliato, che continuano a intasare i sistemi fognari e a riversarsi nell’ambiente. Inoltre per promuovere il cambio di paradigma la Ue offrirà incentivi per quelle realtà che si impegneranno nella conversione verso materiali sostenibili e nello sviluppo di alternative meno inquinanti.

Un mondo più pulito

“Con questo voto il Parlamento europeo dice basta alla plastica monouso, mettendo al bando, a partire dal 2021, i prodotti che più invadono le nostre spiagge e i nostri mari”, ha commentato in una nota il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani dopo l’ok dell’Eurocamera. “I cittadini europei sono giustamente preoccupati da questa gravissima forma di inquinamento, che sta letteralmente soffocando la vita nei mari e sulle coste”.

Secondo l’Eurobarometro, infatti, l’87% degli europei è preoccupato per l’impatto delle plastiche sulla salute e sull’ambiente. Anche alla luce del fatto che, in base a certe stime, entro il 2050 potremmo trovare in mare più plastica che pesce. Il Parlamento europeo è “in prima linea nella battaglia per la salvaguardia degli oceani”, ha concluso Tajani. “Stiamo dando una risposta molto concreta anche ai milioni di ragazzi scesi in piazza per chiedere rispetto per il pianeta dove devono vivere. Siamo dalla loro parte”.

Insomma, #FridaysForFuture. Speriamo non solo a parole.

Fonte: Wired.it

Riciclo in sofferenza, Ronchi: ‘Serve decreto d’urgenza, poi contributi dalla grande distribuzione e nuovi impianti’

390209_1

L’ex ministro avanza diverse proposte per affrontare i problemi della filiera: “Serve un provvedimento d’urgenza perché vi sono tante nuove attività di riciclo che non possono partire, servono poi altre misure mirate alla crescita delle raccolte differenziate e dalla crescente Forsu”. Gli impianti di trattamento e i centri di stoccaggio sono ormai saturi. Non c’è più spazio dove collocare i rifiuti. Sulla situazione pesa anche la chiusura decisa dalla Cina che dall’inizio del 2018 ha stretto notevolmente i requisiti per i rifiuti provenienti dall’estero, in particolare la plastica. Un altro fattore che gli addetti ai lavori sottolineano è la preoccupazione per gli ostacoli normativi, rappresentati dalla mancanza dei decreti “End of Waste”. Un materiale ottenuto dal riciclo dei rifiuti perde la qualifica di rifiuto e viene classificato come materia prima secondaria da immettere nuovamente nel processo produttivo. Una sentenza del Consiglio ha aperto un vuoto normativo, stabilendo che spetta allo Stato (e non la Regione), attraverso il Ministero dell’Ambiente, valutare le diverse tipologie di materiale e rilasciare l’autorizzazione se la sostanza ottenuta dal trattamento e dal recupero del rifiuto soddisfa le condizioni stabilite dalla legge. A tutto ciò si aggiunge il problema degli incendi negli impianti, vera e propria emergenza nazionale, su cui il ministro Sergio Costa ha da poco dichiarato un maggiore impiego delle forze dell’ordine. Di tutti questo abbiamo parlato con Edo Ronchi, già ministro dell’Ambiente e una delle massime autorità in materia di rifiuti in Italia, che ci ha anticipato i messaggi di apertura che – in qualità di presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – condividerà a Ecomondo, a Rimini, durante gli “Stati generali della Green Economy”.

L’anno scorso l’avevamo intervistata a Rimini e ci aveva detto che “i decreti End of Waste in varie filiere tardavano ad arrivare” rischiando di lasciare i discorsi sull’economia circolare “solo chiacchiere”. Un anno dopo cos’è cambiato?

Il pacchetto di nuove Direttive europee sui rifiuti ed economia circolare non è più solo una proposta in discussione, ma si è tradotto in Direttive approvate e in fase di recepimento anche in Italia. L’IPCC ha pubblicato il Rapporto speciale sullo scenario di 1,5%  che sollecita impegni più stringenti di riduzione dei gas serra e che dovrebbe essere tenuto presente anche per il Piano energia e clima in fase di definizione in Italia. Si è svolta a settembre la 1° Conferenza nazionale delle green city a Bologna che ha proposto linee guida interessanti e innovative che potrebbero alimentare una maggiore spinta in direzione green anche delle città. A livello europeo, con nuovi limiti più stringenti alle emissioni delle autovetture, e nelle Regioni della pianura padana, con divieti di circolazione alle auto più inquinanti, si è data una  nuova spinta alle iniziative per la mobilità urbana  sostenibile, in particolare alla diffusione delle auto elettriche e dei biocarburanti. È in corso un dibattito per la ridefinizione, a livello europeo e nazionale, della nuova Politica Agricola Comune (PAC) con un rilevante rafforzamento degli indirizzi green. Direi quindi che le novità sono tante e molto importanti.

Nonostante tutte queste novità non ci sono abbastanza impianti di trattamento e le frazioni raccolte separatamente non riescono a trovare la giusta collocazione sul mercato. Può spiegare la sua proposta per superare l’evidente crisi nella gestione dei rifiuti? Esattamente che cosa dovrebbe prevedere il Decreto Legge di cui parla nel suo articolo pubblicato qualche settimana fa?

Serve un provvedimento d’urgenza, un decreto legge, perché vi sono, in diverse filiere di rifiuti, tante nuove attività di riciclo che non possono partire perché manca un’autorizzazione End of Waste che le Regioni, dopo la sentenza del Consiglio di Stato, non possono più rilasciare. Mi pare che una bozza di tale decreto circolasse già al Ministero dell’ambiente: attribuiva alle Regione l’applicazione dei criteri End of Waste europei caso per caso, anche se non regolati da specifici decreti nazionali o da regolamenti europei. Servono poi altre misure mirate per affrontare alcuni problemi generati dalla crescita delle raccolte differenziate: un sistema di tariffe che premi quantità e qualità delle raccolte differenziate; un contributo a carico dell’industria alimentare e della grande distribuzione per alleggerire il peso sulle bollette della crescente quantità di Forsu raccolta e trattata, e per favorire investimenti in nuovi impianti o adeguamenti di quelli esistenti per la produzione di compost di qualità e di biometano, nonché per alimentare la filiera promettente della bioeconomia rigenerativa; servono autorizzazioni e investimenti per nuovi impianti che industrializzino nuove tecnologie già disponibili per il riciclo di alcune plastiche miste, difficili e costose da riciclare meccanicamente, con produzione di virgin nafta, di metanolo e di  idrogeno. Non basta contrastare l’usa e getta, occorre inoltre incentivare una maggiore riciclabilità e, ove possibile, anche la riutilizzabilità degli imballaggi e rendere meglio tracciata e garantita la raccolta e quindi la gestione legale dei Raee (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) che in quantità elevate spariscono in gestioni non controllate. La sede propria per queste misure potrebbe essere il decreto legislativo di recepimento delle nuove direttive che potrebbe essere in Gazzetta entro il prossimo anno

Soluzioni le sue che sembrano in linea con le direttive europee sull’economia circolare, ma anche con la strategia sulla bioeconomia, da poco aggiornata dall’UE. Altri propongono invece soluzioni differenti, espresse a più riprese in alcuni articoli del Sole 24 ore, che sembrano spingere verso l’incenerimento dei rifiuti. Cosa ne pensa? 

Senza una gestione circolare dei rifiuti non si interrompe il modello lineare dell’economia e non si avvia un suo cambiamento. Se si continua a pensare alla discarica e agli inceneritori come soluzione della gestione dei rifiuti, il modello non cambia. Lo smaltimento in discarica invece può e deve essere quasi azzerato (come già avviene in Germania) e l’incenerimento dovrebbe essere fatto solo al servizio del riciclo, per quelle quote di rifiuti che residuano dai processi di riciclo e che non sono ulteriormente riciclabili. Ovviamente questo è il modello circolare di riferimento, per arrivarci c’è da gestire una fase transitoria. Ma mai questa fase transitoria dovrebbe essere invocata per tornare indietro, all’incenerimento di massa, a grandi quantità di rifiuti urbani inceneriti come soluzione finale, ma solo guardando avanti nell’attuazione delle priorità e degli obiettivi della gestione circolare dei rifiuti.

Ci può anticipare qualcosa sui messaggi con i quali aprirà i lavori degli Stati Generali della Green Economy ad Ecomondo?

Il primo messaggio, rivolto al nuovo Parlamento e al nuovo Governo, conterrà le sette proposte  prioritarie della green economy italiana, elaborate con un dibattito partecipato e approvate dal Consiglio nazionale della green economy formato da ben 66 organizzazioni di imprese. Il secondo è quello principale della Relazione sullo stato della green economy del 2018 che sarà presentata, anche quest’anno, agli Stati generali e focalizzerà l’attenzione a non sottovalutare i potenziali di nuovo sviluppo e di nuova occupazione delle green economy italiana, investendo in dieci misure fattibili, utili e ben individuate.

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

Un mondo più ecologico? Inizia dalla tinteggiatura delle pareti della tua abitazione

389630_1

Una recente ricerca dell’Osservatorio Compass ha confermato tutta l’attenzione degli italiani nei confronti delle case ecosostenibili, dai materiali di costruzione, fino al riciclo e al riuso. Ma c’è un altro elemento chiave: la tinteggiatura delle pareti con vernici ecologiche. Una recente ricerca dell’Osservatorio Compass ha confermato tutta l’attenzione degli italiani nei confronti delle case ecosostenibili: secondo il rapporto, il 28% degli intervistati ha dichiarato di nutrire grande interesse per questo argomento. Non è un caso, dunque, che la creazione di un mondo più ecologico parta proprio da noi e dalle nostre abitazioni. Sono diversi gli aspetti domestici che possono favorire questa missione green: dai materiali di costruzione, fino ad arrivare all’importanza del riciclo e del riuso. Fra i punti chiave di una gestione ecosostenibile della casa troviamo un altro elemento, nonché uno dei più importanti: la tinteggiatura delle pareti, che ci permette di dare nuova vita alla casa senza per questo contaminare l’ambiente. Ecco perché si tratta di un tema che merita un ulteriore approfondimento.

Ecologia e case: come applicare questo concetto con le vernici

Le vernici ecologiche e naturali sono degli strumenti indispensabili per chi desidera vivere senza inquinare e, al tempo stesso, vivere in una casa curata nel minimo dettaglio. Non a caso il concetto di ecologia può essere facilmente applicato anche alle nostre abitazioni: quando si tratta di doverle rinnovare, esistono dei modi e delle misure che ci permetteranno di farlo senza causare ulteriori danni al Pianeta. Le vernici ecologiche sono perfette per questo scopo. I motivi? Sono realizzate solo ed esclusivamente con elementi naturali, dunque non posseggono alcuna sostanza pericolosa per noi e per l’ambiente. Questo non si può dire delle vernici chimiche che, al contrario, sono particolarmente pericolose per entrambi: vengono difatti realizzate con sostanze tossiche, che possono inquinare l’atmosfera e al tempo stesso mettere a rischio la salute di chi abita in casa. Fra l’altro, rimodernare il proprio appartamento con le vernici eco è molto facile e davvero poco costoso: per la tinteggiatura delle pareti interne basta affidarsi ad uno dei tanti specialisti, ottenendo così un risultato perfetto, sostenibile ma anche economico.

Vernici chimiche ed ecologiche: un approfondimento

Le vernici chimiche vengono prodotte utilizzando delle sostanze di origine petrol-chimica: ciò vuol dire che, utilizzandole, si mette in primis a rischio la salute di chi frequenta l’abitazione. Inoltre, queste sostanze sono particolarmente nocive in quanto volatili: tendono infatti ad inquinare velocemente l’aria che respiriamo, specialmente quando vengono utilizzate per tinteggiare i muri interni della casa. Al contrario, le vernici naturali sono totalmente sprovviste di sostanze VOC (volatili) e dunque sicure per l’ambiente e per chi vi abita. Questo perché non producono effetti secondari potenzialmente gravi come le emicranie, la nausea e le irritazioni cutanee. Inoltre, non rilasciando alcun tipo di rifiuto tossico, non causano danni all’ambiente. Fra le altre cose, il ciclo produttivo necessario per realizzare le vernici chimiche produce tonnellate di elementi inquinanti che finiscono nell’atmosfera. Ecco perché ognuno di noi dovrebbe ragionare prima di usare pennello e spatola: ricorrere alle vernici ecologiche, insieme a tutti gli altri prodotti sostenibili, può aiutare noi e sostenere l’ambiente. Inoltre questo può garantire un futuro migliore alle prossime generazioni che abiteranno il nostro pianeta, e che non dovranno così fare i conti con gli errori sin qui commessi dall’uomo.

Fonte: ecodallecitta.it

Funghi Espresso: come coltivare funghi dai fondi del caffè

Un progetto imprenditoriale, un esempio di economia circolare, un modello educativo e un messaggio contro lo spreco: questo e altro è Funghi Espresso, realtà toscana che a partire dal fondo di caffè produce tre tipologie di funghi. Deliziosi da assaggiare e ricchi di nutrienti. Sapete quanti fondi di caffè vengono prodotti in Italia in un anno? Trecentomila tonnellate, risultato del lavoro di circa centoventimila bar presenti nel nostro Paese. Non sono tantissime invece le persone che sanno che il fondo di caffè, da scarto, può diventare una preziosa risorsa; ad esempio, per coltivare funghi.

L’originale trovata è la base della storia di Funghi Espresso che vi raccontiamo oggi, una dimostrazione pratica di imprenditoria “a chilometri zero” che sposa perfettamente i principi dell’Economia circolare: Funghi Espresso coltiva funghi commestibili e dal buon sapore a partire dai fondi di caffè recuperati dai bar locali, che vengono poi venduti tramite i mercati locali ed anche in dei kit dove le persone possono provare a continuare la coltivazione dei funghi in casa.

Il progetto vede le sue basi nel 2013, quando il coordinatore del Centro di Ricerca Rifiuti Zero (con sede a Capannori in provincia di Lucca) Rossano Ercolini avvia uno studio sui possibili riutilizzi del fondo di caffè in agricoltura, affiancato già allora dal co-fondatore di Funghi Espresso ed agronomo Antonio di Giovanni. Successivamente, dall’incontro tra Antonio di Giovanni e l’architetto Vincenzo Sangiovanni, nasce l’avventura di Funghi Espresso. Inizialmente avviata a Capannori, oggi Funghi Espresso ha la sua sede produttiva all’interno delle Scuderie Leopoldine di Firenze, all’interno di un Istituto tecnico agrario che ha deciso di ospitare l’esperienza e di portarla avanti in collaborazione, perché il progetto vuole essere innanzitutto educativo e si pone l’obiettivo di coinvolgere sempre più studenti nella ricerca di nuovi potenziali scarti organici, sempre per la produzione di funghi.17884680_1359421047458436_3006771240319826447_n

Dal fondo di caffè ai funghi

Da quando il progetto ha preso vita a Capannori, Antonio di Giovanni ci racconta che è stata recuperata la media di circa una tonnellata e mezza di fondi di caffè al mese, per un totale finora di circa sessanta tonnellate di fondi di caffè, che provengono dai bar limitrofi: “In media il bar più lontano dal quale recuperiamo i fondi è a circa due chilometri di distanza”, ci spiega Antonio. Il fondo di caffè si è dimostrato lo “scarto” ideale per poter coltivare i funghi, grazie alla sua ricchezza di minerali e sostanze nutritive adatte alla loro crescita. Una volta recuperati i fondi del caffè, con un processo ben delineato, Funghi Espresso coltiva tre tipologie di funghi: il Pleurotus Ostreatus, il Pleurotus Djamor e il Pleurotus Cornucopiae: “Funghi buonissimi e gustosi da mangiare, ricchi di sostanze nutrienti, che poi noi vendiamo ai vari mercatini locali sia tramite i classici canali di vendita come i gruppi di acquisto solidale che tramite i mercati contadini”. Nel corso del tempo Funghi Espresso ha anche ideato un kit apposito per la vendita dei funghi, con un substrato già pronto, che permette a chi vorrebbe coltivare i funghi direttamente a casa di poterlo fare.17634817_1349022631831611_2817465097780462966_n

“Quando il fondo di caffè raccolto dai bar arriva fresco all’interno della nostra fungaia viene pulito, setacciato e inoculato lo stesso giorno della raccolta. Questo è importante per favorire la buona riuscita di tutto il processo: il sacchetto appena prodotto con il fondo di caffè viene messo all’interno di una camera di incubazione al buio, per circa venticinque giorni. Dopodiché, quando il sacchettino diviene bianco e il fungo comincia a svilupparsi, il sacchetto viene aperto, inciso e trasferito nella seconda camera, chiamata camera di fruttificazione: qui l’ambiente è molto umido e luminoso, dopo circa una decina di giorni otteniamo il primo raccolto, per poi completare il ciclo dopo circa trenti giorni”.

Ma non finisce qui, perché anche in questo caso lo scarto diventa risorsa: “Lo scarto derivato dalla coltivazione dei funghi viene utilizzato sia per il compostaggio ma soprattutto per la lombricoltura: il risultato finale è che, dal nostro scarto, riusciamo ad ottenere humus di lombrico e lombrichi, che possiamo riutilizzare in diversi modi e sul quale stiamo studiando diversi progetti”.

Intervista e riprese: Daniel Tarozzi e Daniela Bartolini
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/io-faccio-cosi-206-funghi-espresso-coltivare-funghi-fondi-caffe/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile spiega cosa cambia con le nuove direttive europee per l’economia circolare

388989_1Gli obiettivi di riciclo per gli RSU salgono al 65%, riduzione degli sprechi alimentari al 50%, discariche sempre più marginali: in anteprima le novità contenute nel pacchetto Ue su rifiuti e circular economy. On line il comunicato sul primo convegno per i 10 anni della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. Obiettivi di riciclo dei rifiuti urbani più impegnativi, maggiore coinvolgimento dei produttori, nuovi target per gli imballaggi, taglio dello smaltimento in discarica, riduzione degli sprechi alimentari. Queste alcune delle novità contenute nel nuovo pacchetto di direttive europee sui rifiuti e la circular economy -approvate dal Consiglio, Commissione e Parlamento europeo- che sono stati presentati in anteprima nel corso del convegno, “Circular Economy, le direttive europee appena approvate”, cui hanno partecipato il Ministro dell’ Ambiente, Gian Luca Galletti, la relatrice del provvedimento al parlamento Ue, Simona Bonafè, il presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Edo Ronchi e i rappresentati delle organizzazioni e delle filiere dei rifiuti e della circular economy. Il convegno, è il primo di una serie di iniziative che si svolgeranno quest’ anno in occasione dei 10 anni della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.

“Abbiamo sostenuto e promosso – ha affermato Gian Luca Galletti – la sfida europea dell’economia circolare che vede in più ambiziosi target di riciclo dei rifiuti uno dei suoi punti cardine. In Italia abbiamo realtà in cui i tali obiettivi sono stati già abbondantemente raggiunti e superati, mentre altre zone sono ancora indietro. Dobbiamo lavorare nei prossimi anni per portare tutto il paese agli ottimi standard raggiunti nelle aree più virtuose. Ci vuole un impegno coeso, programmato, determinato, che abbiamo delineato nel Documento di posizionamento strategico ‘Verso un modello di economia Circolare’. Gli obiettivi europei sono alla nostra portata e l’Italia deve raggiungerli per mantenere e implementare il ruolo di protagonista che cha assunto nel nuovo sistema globale della green economy”.

“Con l’economia circolare – ha sottolineato Simona Bonafè – i rifiuti finalmente si trasformano da un problema da risolvere a un’opportunità da sfruttare. Il riciclo e l’ottimizzare dei processi produttivi orientati all’eliminazione degli scarti non solo sposteranno l’economia sempre di più verso una crescita davvero sostenibile ma creeranno nuove sfide competitive per le nostre aziende, nuovi posti di lavoro e, in definitiva, ad un aumento del Pil. Sfide che l’Italia sta cogliendo e farà sempre più sue, soprattutto adesso che la partita dell’economia circolare si sposterà sul recepimento delle direttive europee”.

“Le nuove direttive –ha affermato Edo Ronchi – avviano la svolta dell’economia circolare, cominciando con numerosi e importanti cambiamenti nel settore dei rifiuti. Siamo alla vigilia di una nuova svolta, di più ampia portata di quella avviata con la riforma di oltre 20 anni fa, che ci ha fatto passare dalla discarica come sistema largamente prevalente di gestione dei rifiuti, alla priorità del riciclo. Sarebbe bene preparare il recepimento delle nuove norme europee in materia di rifiuti e circular economy con un’ampia partecipazione”.

Queste alcune novità del nuovo pacchetto europeo :

1) Per i rifiuti urbani si alzano al 55% nel 2025, al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035 gli obiettivi di riciclo (oggi siamo al 42%). Per raggiungere il target del 2035 sarà necessario che la raccolta differenziata arrivi almeno al 75% (oggi la media nazionale è del 52,5% ).

2) Viene rafforzata la responsabilità estesa del produttore che, nella gestione dei rifiuti che derivano dai loro prodotti, dovranno assicurare il rispetto dei target di riciclo, la copertura dei costi di gestioni efficienti della raccolta differenziata e delle operazioni di cernita e trattamento, quelli dell’informazione, della raccolta e della comunicazione dei dati. Per gli imballaggi tale copertura sarà dell’80% dei costi dal 2025, per i settori non regolati da direttive europee la copertura dei costi sarà almeno del 50%, per RAEE, veicoli e batterie restano le direttive vigenti in attesa di aggiornamenti.

3) Per il riciclo degli imballaggi l’Italia è già a buon punto: si dovrà aumentare il riciclo dall’ attuale 67% al 70% del totale degli imballaggi entro il 2030. Per gli imballaggi in legno oggi il riciclo è al 61% a fronte di un obiettivo del 30%; per quelli ferrosi l’ obiettivo è dell’l’80% (oggi si è al 77,5%); per l’alluminio l’ obiettivo è del 60% (oggi si è già al 73%); per gli imballaggi in vetro l’ obiettivo è del 75% (oggi si è al 71,4%); per gli imballaggi di carta si dovrà passare dall’ attuale 80% all’85% . Maggiori difficoltà, a causa degli imballaggi in plastiche miste, ci sono per il riciclo di quelli in plastica che dovrà aumentare dal 41% attuale al 55% al 2030 .

4) Lo smaltimento in discarica non dovrà superare il 10% dei rifiuti urbani prodotti. Oggi in Italia la media è del 26%, però con Regioni in forte ritardo: il Molise (90% in discarica), la Sicilia (80%), la Calabria (58%), l’Umbria (57%), le Marche (49%) e la Puglia (48%).

5) Per attuare a una strategia contro gli sprechi alimentari vengono introdotti target di riduzione degli sprechi del 30% al 2025 e del 50% al 2030.

Fonte: http://www.ecodallecitta.it/notizie/388989/fondazione-per-lo-sviluppo-sostenibile-spiega-cosa-cambia-con-le-nuove-direttive-europee-per-leconomia-circolare

Meno plastica, ma solo dal 2030

Riciclo o riuso degli imballaggi in plastica entro il 2030, riduzione delle microplastiche nei cosmetici e misure per ridurre oggetti in plastica mono-uso come le stoviglie. La Commissione europea ha presentato nuovi obiettivi anti-inquinamento. Ma sono in molti a sostenere che il 2030 sarà troppo tardi: bisogna agire prima.9737-10511

La Commissione europea, riunita a Strasburgo in occasione di una sessione plenaria del Parlamento europeo, ha presentato nuovi obiettivi anti-inquinamento. Si punta entro il 2030 a riusare o riciclare tutti gli imballaggi di plastica e a ridurre l’uso di microplastiche. La strategia comprenderebbe un’etichettatura più chiara per distinguere polimeri compostabili e biodegradabili e regole per la raccolta differenziata sulle imbarcazioni e il trattamento dei rifiuti nei porti. Attese entro gennaio misure per ridurre l’impatto delle bottiglie d’acqua in plastica.

Eppure, a differenza di quanto lasciano intendere i titoloni trionfalistici dei media, «la nostra non è una strategia anti-plastica», ha detto il vice presidente della Commissione Frans Timmermans, parlando a un gruppo di giornalisti belgi. «La plastica rimane indispensabile per l’economia. L’industria di questo settore dà lavoro a 1,5 milioni di persone nell’Unione». E, tra le altre cose, la Commissione vuole mettere a disposizione dell’industria 100 milioni di euro da investire nella ricerca tecnologica. Da sottolineare poi che la strategia viene formulata proprio dopo che la Cina ha deciso di vietare l’importazione di rifiuti dal resto del mondo; questo sta costringendo l’Unione Europea a rivedere le priorità. Finora, la UE esportava verso la Cina il 60% dei rifiuti di plastica e il 13% dei rifiuti di carta, chiedendo al paese asiatico di riciclarli o di bruciarli. Sempre secondo l’esecutivo comunitario, sarà possibile creare 200mila nuovi posti di lavoro da qui al 2030, nel settore del riciclo. L’uso una sola volta di molti imballaggi di plastica fa sì che il valore di questi sacchetti venga perso al 95% in brevissimo tempo. Nel 2015, la Commissione ha imposto che il 55% dei rifiuti di plastica venga riciclato. La proposta è stata fatta propria almeno preliminarmente dal Parlamento e dal Consiglio nel dicembre scorso.

La nuova strategia comunitaria giunge mentre la stessa Commissione europea sta valutando una tassa sulla plastica per finanziare il bilancio europeo. «Sarà necessario fare uno studio d’impatto – nota ancora Frans Timmermans -, tenendo presente che se il nostro obiettivo è di ridurre l’uso della plastica il gettito potrebbe diminuire. Dobbiamo chiederci se questa soluzione possa essere un reddito sostenibile nel tempo».

“La strategia europea sulla plastica presentata oggi dalla Commissione Europea è una buona notizia per l’ambiente e l’innovazione industriale” ha dichiarato Stefano Ciafani direttore generale di Legambiente.

L’Italia, ricorda Legambiente, è stato il primo Paese in Europa ad varare la legge contro gli shopper non compostabili, approvata nel 2006 ed entrata in vigore nel 2012, ad applicare dall’1 gennaio 2018 la messa al bando dei sacchetti leggeri e ultraleggeri di plastica tradizionale, a dire stop ai cotton fioc non biodegradabili e compostabili (dal 2019) e alle microplastiche nei cosmetici (a partire dal 2020). Non va inoltre dimenticato l’impegno sul fronte dell’economia circolare promosso da Comuni, Consorzi ed imprese private.

“Ora – aggiunge Ciafani – i prossimi passi da compiere nel nostro Paese devono riguardare un sistema di controlli efficace per garantire il rispetto delle leggi approvate, nuove misure per contrastare l’usa e getta, ridurre l’uso eccessivo di acque in bottiglia, con conseguente consumo di grandi quantità di plastica, e allo stesso tempo occorre sviluppare la chimica verde, per riconvertire i vecchi petrolchimici in nuove bioraffinerie per promuovere filiere di produzione industriale innovative e rispettose dell’ambiente”.

«Purtroppo l’orizzonte del 2030 appare un po’ troppo lontano rispetto ad una vera e propria emergenza che sta assumendo, giorno dopo giorno, dimensioni estremamente preoccupanti e sulla quale bisogna intervenire con urgenza» dice il WWF.

«Dagli anni ‘50 ad oggi, con l’avvio della grande diffusione dell’uso della plastica, abbiamo prodotto 8,3 miliardi di tonnellate di plastica, gettandone in natura circa 6,3 miliardi. È come se ogni abitante della Terra trascinasse con se circa una tonnellata di plastica. Il 79% di questa è finita nelle discariche e in tutti gli ambienti naturali contaminando aree remote come i ghiacci polari fino le grandi fosse marine a 10 km di profondità. Specie simbolo, come tartarughe marine e balene, sono le vittime più evidenti, ma la tossicità dei rifiuti plastici in mare sta contaminando anche le catene alimentari che arrivano fino alla nostra tavola».

«Senza aspettare l’entrata in vigore delle nuove norme, infatti, da subito tutti possono impegnarsi per ridurre il proprio impatto adottando stili di vita ‘zero plastica’. Le alternative ci sono già e il mercato stesso offre soluzioni sempre nuove ogni giorno: dalla riduzione degli imballaggi al refill di cosmetici e prodotti per la casa».

 

Fonte: ilcambiamento.it

“Riciclo premiato”, nuova vita per 1 milione di bottiglie

unnamed

Con il riciclo incentivante delle bottiglie di plastica premi ed arredo urbano ecologico per le comunità. Nel corso di Ecomondo (Riminifiera 7-10 novembre), Eurven, Coop Reno e Gruppo Hera presentano i dati e le nuove iniziative del progetto “Riciclo premiato” che ha permesso di installare eco-compattatori per il riciclo delle bottiglie di plastica in 23 supermercati.

1 milione di bottiglie avranno, quindi, nuova vita.

Promuovere le buone pratiche, seguire i princìpi e le direttive dell’economia circolare, aiutare l’ambiente: è il risultato del progetto “Riciclo premiato” di Coop Reno in collaborazione con Eurven, l’azienda veneta leader nei sistemi a monte di raccolta differenziata, compattazione e riciclo rifiuti.

Ecopunti in cambio di bottiglie di plastica e premi per le comunità

Il progetto realizzato grazie ai Patrocini dei Comuni locali e alla collaborazione con le società che gestiscono la raccolta locale dei RSU (Hera, Cosea Ambiente, Geovest, CMV servizi) ha consentito a tutti i Soci e ai Clienti Coop di riciclare le proprie bottiglie di plastica vuote (PET) all’interno degli eco-compattatori, situati all’ingresso dei supermercati Coop Reno. Terminato l’inserimento delle bottiglie, spingendo un apposito bottone si ottiene uno scontrino con il numero di bottiglie inserite e l’equivalente in ecopunti (2 bottiglie per 1 ecopunto). I cittadini che si impegnano con la corretta raccolta differenziata vengono premiati con gli ecopunti.

La plastica si riutilizza: ai Comuni regalate composizione di arredo urbano ecologico

Con questo progetto, Coop Reno intende sensibilizzare i soci e i clienti su tematiche legate al rispetto dell’ambiente, dimostrando nei fatti che attraverso semplici e piccoli gesti quotidiani si può contribuire a ridurre la produzione di rifiuti, avviando gli stessi ad un nuovo utilizzo. Oltre ai compattatori, Coop Reno ha acquistato e donato ai Comuni una composizione di arredo urbano ecologico, interamente realizzato con plastica riciclata (e non proveniente da scarti di lavorazione). La prova materiale che la plastica può essere riutilizzata a favore della Comunità per favorire momenti di socialità.

Coop Reno: in 2 anni 1 milione di bottiglie riciclate

Gli eco-compattatori Eurven sono stati installati da Coop Reno a partire dal 2015. 23 i punti vendita coinvolti: Monghidoro, Castello d’Argile, San Giorgio di Piano, San Pietro in Casale, Altedo, Baricella, Molinella, Medicina, Casalfiumanese, Rioveggio, Castiglione dei Pepoli, Vergato, Silla, Minerbio, Osteria Grande, Bagnara, Riolo Terme, Pieve di Cento, Castenaso, Porretta Terme, Sant’Agostino, Poggio Renatico, Renazzo. Ad oggi, le bottiglie riciclate correttamente, compattate e sottratte alla discarica nei supermercati aderenti sono state più di 1 milione, pari a circa 30.692 kg di plastica, il che ha permesso di evitare 46.038 kg di CO2 equivalenti. I dati sono stati resi noti da Eurven in occasione di Ecomondo, la più grande fiera italiana dedicata alla green economy (Riminifiera 7-10 novembre).

Con gli eco-compattatori la raccolta della plastica è facile e di qualità

Il compattatore, grazie ad un sistema innovativo e di grande impatto sociale, è ideale per consentire una raccolta selezionata e quindi particolarmente idonea ad essere efficacemente recuperata e reimpiegata in ulteriori cicli produttivi. Il macchinario riduce la volumetria dei rifiuti al fine di ottimizzare i flussi di avvio agli impianti di recupero, con ulteriore beneficio per l’ambiente.

“La nostra mission, presente e futura, è usare le migliori tecnologie e innovazioni per aiutare cittadini, Comuni, società di gestione rifiuti e partner sostenitori a recuperare e riciclare la maggior qualità e quantità di rifiuti, migliorando sempre più l’ambiente in cui noi viviamo e in cui, soprattutto, i nostri figli dovranno vivere”, sottolinea Carlo Alberto Baesso, General Manager di Eurven.

“Il viaggio verso l’Economia Circolare è un percorso complesso e affascinante, in cui il contributo di ciascuno, seppur piccolo, è determinante per la riuscita dell’impresa”, afferma Mirko Regazzi, Direttore Servizi Ambientali del Gruppo Hera.

“Camminare affiancati, a fronte alta e nel rispetto delle regole, alimenta la conoscenza e la fiducia reciproca e ci consente di maturare la consapevolezza del futuro che ci attende”.

Obiettivo 2018, in occasione della Giornata Mondiale della Terra, il 22 aprile, un grande evento per sensibilizzare anche i più giovani a vivere nel rispetto dell’ambiente. Gli eco-compattatori Eurven sono installati non solo in supermercati ma in diverse location frequentate da famiglie. Una tra tutte, Cinecittà World, Il Parco divertimenti del Cinema e della TV di Roma, dove Corepla (Consorzio Nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica) presenterà una singolare attività di edutainment dedicata ad oltre 6000 alunni provenienti da diversi Istituti Comprensivi. I ragazzi e le scuole potranno assistere allo show Magicamente Plastica, uno spettacolo unico di magia per rappresentare e raccontare le 1000 vite della plastica.

Chi è Eurven

Eurven è leader nei sistemi a monte di raccolta differenziata, compattazione e riciclo rifiuti. Tra i suoi clienti Coca Cola, Ikea, San Benedetto, Despar, Conad, Coop, Pam, Panorama, Autogrill, Unes, Gardaland, Mirabilandia, Leroy Merlin e molti altri.
Maggiori informazioni su: www.eurven.com

Fonte: agenziapressplay.it