Ricrea: ottimi risultati sulla raccolta differenziata e impegno per la ricerca sui tumori pediatrici

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La Fondazione Umberto Veronesi promuove l’iniziativa “Il pomodoro. Buono per te, buono per la ricerca” per raccogliere fondi grazie anche al contributo di Ricrea.

Presentata oggi a Milano, presso Assolombarda, l’iniziativa che sabato 10 e domenica 11 marzo vedrà come protagonista in 100 piazze italiane il pomodoro a sostegno della ricerca. Con un offerta minima di 10 euro si potrà avere una confezione di 3 lattine di pomodori nella versione pelati, polpa e pomodorini, e sostenere la ricerca rivolta a trovare una cura alle malattie oncoematologiche dei più piccoli, aumentando le aspettative di guarigione. Ogni anno in Italia sia ammalano circa 1.400 bambini. La raccolta fondi per questo progetto inizierà già il 4 febbraio e fino al 24 sarà possibile donare il proprio contributo con un sms o una chiamata da rete fissa al 45540.

Il fine settimana del 10 e 11 marzo sarà invece possibile donare un contributo minimo di 10 euro per avere le lattine di pomodoro. Perché è stato scelto il pomodoro? Contiene pochi zuccheri, è ricco di fibre e vitamine C ed E, oltre ai saliminerali, potassio e fosforo. Contiene anche antiossidanti come il licopene, studiato come coadiuvante nel potenziamento del sistema immunitario nella prevenzione di alcuni tipi di tumore. Tra i protagonisti dell’iniziativa “Il pomodoro. Buono per te, buono per la ricerca”, oltre alla Fondazione Veronesi, c’è ANICAV (Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali) e Ricrea, il Consorzio Nazionale Riciclo e Recupero Imballaggi Acciaio).

Domenico Rinaldini, il presidente del Consorzio Ricrea: “Ricrea ha aggiunto il 70% di raccolta differenziata superando gli obiettivi fissati dalla legge e avvicinandosi molto all’obiettivo dell’80% di cui si discute in Europa in questi mesi”.

Fonte: ecodallecitta.it

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‘Alla ricerca della plastica perduta’, la call di Corepla rivolta a Università, Centri di Ricerca, PMI, start up e cittadini

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Il Consorzio riciclo plastica lancia la Call for ideas “Alla ricerca della plastica perduta” per massimizzare il riciclo degli imballaggi in plastica e sviluppare nuovi utilizzi del materiale riciclato. Una chiamata di idee rivolta a Ricercatrici e Ricercatori dell’Università, ai Centri di Ricerca, alle start up, alle aziende, alle PMI e privati attraverso l’apposita piattaforma www.coreplacall.it, on line da oggi. Una Call for Ideas di creatività e intelligenze per la miglior gestione degli imballaggi in plastica dalla progettazione al fine vita, al riciclo e agli innovativi utilizzi del materiale riciclato. Corepla intende così ricercare e promuovere nuove soluzioni lungo tutta la filiera perché la sostenibilità è un gioco di squadra tra imprese, cittadini e Sistema Paese. Corepla, forte dei risultati fin qui ottenuti, vuole dare un proprio fattivo contributo alla sfida rappresentata dal forte innalzamento degli obiettivi di riciclo europei per gli imballaggi in plastica al 2030.  La Call “Alla ricerca della plastica perduta” nasce da un’idea di Corepla, in collaborazione con la società editrice multimediale Triwù e la prima piattaforma di crowdfunding italiana Produzioni dal Basso. La partecipazione alla Call, alla chiamata di idee, è molto semplice. Il sito www.coreplacall.it fornisce in modo chiaro le indicazioni per l’adesione. La Call è aperta a tutti coloro che pensano di avere una buona idea.  Sul sito si trova una sezione nella quale scrivere un’introduzione ai concetti di fondo della proposta, alla quale si possono allegare materiali di approfondimento. Corepla si impegna – lo scriviamo con evidenza sul sito – a garantire la proprietà intellettuale dell’idea ai portatori della stessa.

Un comitato tecnico-scientifico verrà invitato a valutare i progetti. Per quelli selezionati, Corepla può agire con tre diverse modalità:

  1. Segnalarli ad aziende che possono metterli in atto, in accordo con gli ideatori
  2. Sovvenzionarli direttamente con un investimento che ne faciliti la messa in campo
  3. Creare un’operazione di crowdfunding organizzata su piattaforma Corepla

“Stimolare la ricerca è un obiettivo prioritario per Corepla” – sottolinea Antonello Ciotti Presidente Corepla – “dalla piccola idea geniale della start up a tutto quello che il mondo industriale italiano è in grado di proporre per nuove applicazioni nel campo del riciclo. Corepla dunque come catalizzatore di idee della nuova economia circolare”.

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

È vero che il glifosato, un erbicida diffuso in tutto il mondo, è cancerogeno?

FORSE. In laboratorio il glifosato provoca danni genetici e stress ossidativo, ma negli studi nell’uomo la cancerogenicità non è stata ancora dimostrata con assoluta certezza, tanto che lo IARC lo considera tra i “probabili cancerogeni”, mentre altre istituzioni sono più rassicuranti.glifosato

In breve

  • Il glifosato è l’erbicida più diffuso al mondo, per via della sua efficacia e della minore tossicità rispetto agli analoghi prodotti che erano disponibili quando è stato messo in commercio.
  • Uno studio svolto con il glifosato somministrato ai ratti sembrava averne dimostrato la cancerogenicità. Tuttavia, l’articolo pubblicato nel 2012 è stato in seguito ritrattato per problemi di metodo e i dati non sono mai stati replicati in studi di qualità superiore.
  • Dopo attenta analisi delle prove disponibili, lo IARC di Lione ha classificato il glifosato nel gruppo 2 A, tra i probabili cancerogeni.
  • EFSA, OMS e FAO hanno espresso giudizi più rassicuranti, ma hanno previsto comunque misure di cautela, come la valutazione dei residui di glifosato nei cibi e il divieto di utilizzarlo in aeree densamente popolate.
  • A livello nazionale si osservano decisioni che vanno dal divieto di vendita ai privati per uso casalingo (Olanda) fino al divieto di commercializzazione della combinazione del glifosato con ammina di sego polietossilata (Italia) che potrebbe essere all’origine dei problemi di tossicità per l’uomo.

Cos’è il glifosato?

Il glifosato è un erbicida introdotto in agricoltura negli anni Settanta del secolo scorso dalla multinazionale Monsanto con il nome commerciale di Roundup. Ha avuto una grande diffusione perché alcune coltivazioni geneticamente modificate sono in grado di resistergli: distribuendo il glisofato sui campi si elimina ogni erbaccia o pianta tranne quella resistente che si desidera coltivare. Si aumenta così la resa per ettaro e si riduce l’impegno per l’agricoltore. Per la sua bassa tossicità rispetto agli erbicidi usati all’epoca è stato da subito molto usato anche in ambienti urbani per mantenere strade e ferrovie libere da erbacce infestanti. È attualmente l’erbicida più usato al mondo anche per la caratteristica di rimanere negli strati superficiali del terreno e di essere degradato e distrutto con relativa facilità dai batteri del suolo. Il brevetto della Monsanto è scaduto nel 2001 e da allora il glifosato è prodotto da un gran numero di aziende.

Per saperne di più

Perché il suo uso preoccupa?

Il glifosato è da molti anni oggetto di studi scientifici che hanno dato risultati discordanti. In particolare, una ricerca svolta nei ratti da un gruppo di ricercatori francesi diretti da Gilles-Eric Séralini aveva segnalato una grave cancerogenicità. La ricerca, i cui risultati furono pubblicati nel 2012 sulla rivista Food and Chemical Toxicology, aveva ottenuto molto spazio sui giornali, ma anche suscitato numerosissime critiche su diversi aspetti tecnici e, in generale, sull’affidabilità del metodo usato e dei risultati. Le lettere di critica spedite alla rivista, numerose e dettagliate, hanno in breve tempo spinto la direzione editoriale del giornale ad analizzare meglio lo studio e quindi a prendere l’inusuale e grave decisione di ritrattare l’articolo. Lo stesso studio è stato successivamente ripresentato dagli autori per la pubblicazione su una rivista di minore prestigio e credibilità. Le conclusioni estreme di questo studio restano dibattute e controverse. Ma anche le più importanti istituzioni scientifiche internazionali si sono espresse, seppure con maggiore cautela, in modo non del tutto concorde sulla potenziale pericolosità del glifosato.

La classificazione della IARC tra i “probabili cancerogeni”

Un gruppo di esperti dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) di Lione ha preso in esame tutti gli studi relativi ai possibili effetti per l’uomo e per gli animali. L’analisi approfondita si è conclusa nel 2015, con la decisione di inserire il glifosato nella lista delle sostanze “probabilmente cancerogene” (categoria 2A). Nella stessa categoria sono presenti sostanze come il DDT e gli steroidi anabolizzanti, ma anche le emissioni da frittura in oli ad alta temperatura, le carni rosse, le bevande bevute molto calde e le emissioni prodotte dal fuoco dei camini domestici alimentati a legna o con biomasse. In pratica si tratta di sostanze per cui ci sono prove limitate di cancerogenicità nell’uomo, ma dimostrazioni più significative nei test con gli animali. In particolare, gli studi epidemiologici sulla possibile attività del glifosato negli esseri umani hanno segnalato un possibile, lieve aumento del rischio di linfomi non-Hodgkin tra gli agricoltori esposti per lavoro a questa sostanza, mentre gli studi di laboratorio in cellule isolate hanno dimostrato che la sostanza provoca danni genetici e stress ossidativo.

Il giudizio rassicurante di EFSA, OMS e FAO 

Sempre nel 2015, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ha condotto un’altra valutazione tecnica – affidata all’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio – secondo la quale “è improbabile che il glifosato costituisca un pericolo di cancerogenicità per l’uomo”. Ad ogni modo l’EFSA ha disposto “nuovi livelli di sicurezza che renderanno più severo il controllo dei residui di glifosato negli alimenti” come misura di cautela.
Anche le conclusioni dell’EFSA sono state oggetto di critiche, finché nel 2016 l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per il cibo e l’agricoltura (FAO) hanno condotto un’analisi congiunta giungendo anche loro alla conclusione che “è improbabile che il glifosato comporti un rischio di cancro per l’uomo come conseguenza dell’esposizione attraverso l’alimentazione”.

Le misure per la riduzione del rischio

Anche se il giudizio sulla potenziale pericolosità è incerto, numerosi Paesi hanno da tempo adottato misure precauzionali per ridurre l’uso inappropriato dei prodotti contenenti glifosato. In Olanda, per esempio, la vendita ai privati per uso casalingo è stata vietata nel 2014, mentre le vendite in ambito professionale non hanno subito limitazioni. In Francia il ministro dell’Ecologia ha chiesto nel 2015 a vivai e negozi di giardinaggio di non esporre il glifosato sugli scaffali accessibili al pubblico, che rimane però in libera vendita. In Italia un decreto del ministero della Salute ha stabilito nell’estate del 2016 che il diserbante non si potrà più usare nelle aree “frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili quali parchi, giardini, campi sportivi e zone ricreative, aree gioco per bimbi, cortili e aree verdi interne a complessi scolastici e strutture sanitarie”. Un altro decreto del ministero della Salute ha poi stabilito che i prodotti che contengono ammina di sego polietossilata accoppiata al glifosato – una combinazione che secondo il rapporto dell’EFSA potrebbe essere responsabile degli effetti tossici sull’uomo – fossero ritirati dal commercio nel novembre del 2016, e che il loro impiego da parte dell’utilizzatore finale fosse vietato dalla fine di febbraio del 2017.
In sostanza il caso del glifosato rappresenta, al momento attuale, un buon esempio di sospetta cancerogenicità non sufficientemente dimostrata, nei confronti della quale le istituzioni hanno deciso di mettere in atto il principio di precauzione: non vietarne del tutto l’uso (mossa che potrebbe avere effetti negativi sulla produzione agricola) ma istituire limiti e controlli nell’attesa di ulteriori studi.

Fonte:  airc.it

Fukushima, Greenpeace effettua una ricerca sulle acque radioattive

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A cinque anni dalla tragedia giapponese di Fukushima Daiichiil più catastrofico incidente nucleare dopo Chernobyl, non sono ancora chiare le dimensioni del disastro ambientale che l’incidente nel reattore nucleare della centrale Tepco ha causato. Nel tentativo di raffreddare i reattori infatti fu la stessa Tepco a gettare acqua nei reattori, producendo oltre 1,4 milioni di tonnellate di acqua radioattiva, cosa che scongiurò la fissione e un disastro molto più grande. Tuttavia questa opzione ha provocato una contaminazione che non ha interessato solo le acque del Pacifico, dove resterà per almeno 300 anni, ma ha coinvolto anche il terreno, le foreste e le montagne della zona. Fukushima deve fronteggiare una gigantesca crisi legata alle acque radioattive sversate nell’oceano e i cui veleni finiscono per concentrarsi nella catena alimentare. Per questo motivo Greenpeace Japan ha deciso di avviare un’indagine sui livelli di radioattività delle acque del Pacifico:

“Nell’oceano si trovano aree di sofferenza e dobbiamo identificare queste zone con precisione. […] È un’informazione fondamentale per i pescatori perché esistono altre zone dove pescare è sicuro. Per questo dobbiamo mappare quelle a rischio”

ha spiegato Jan Vande Putte, ricercatore di Greenpeace.

Fonte: ecoblog.it

Vai in bicicletta? Respiri meno smog

Una ricerca del King’s College di Londra dimostra che i ciclisti sono meno esposti all’inquinamento atmosferico delle nostre città rispetto agli automobilisti.massimo_nardi_bici

Il trasporto è la principale causa dell’inquinamento dell’aria delle nostre città e, a seconda del mezzo che scegliamo, possiamo contribuire o meno a rendere migliore l’aria. Poco tempo fa avevamo pubblicato una ricerca delle Nazioni Unite che svelava che l’utilizzo della bicicletta avrebbe portato alla creazione di 76.000 nuovi posti di lavoro e salvato la vita ad almeno 10.000 persone. Oggi pubblichiamo invece un esperimento fatto dal King’s College di Londra, in collaborazione con la Healthy Air Campaign e il Camden Council, che ha dimostrato che la “due ruote” è il mezzo di trasporto più salutare per l’uomo, non solo per l’attività fisica svolta ma anche perchè i ciclisti sono paradossalmente i meno esposti ai livelli di concentrazione degli agenti inquinanti nelle nostre città. Il test è stato effettuato su un campione di sei persone. Quattro di queste hanno percorso lo stesso tragitto alle stesse condizioni di traffico, ma con mezzi di trasporto diversi: a piedi,in biciclettain autobus e in macchina. Gli altri due invece, a piedi e in bicicletta, hanno percorso strade alternative più tranquille e meno trafficate. Ognuno di questi sei volontari, come si vede nel video alla fine dell’articolo, ha monitorato la loro esposizione all’inquinamento atmosferico del proprio percorso attraverso un particolare strumento, creato ad hoc, che ha registrato i livelli di balck carbon a cui sono stati esposti. I risultati sono stati sorprendenti.Air-pollution-video-cumulative-air-pollution

I più alti livelli di inquinamento atmosferico sono stati registrati dalla persona in macchina, seguita dalla persona in autobus. In particolare, l’automobilista è stato esposto a più del doppio della quantità di inquinamento rispetto al pedone, e quasi otto volte in più rispetto al ciclista. Le motivazioni sono molto semplici: l’automobilista ha viaggiato all’interno di una coda di traffico che ha prodotto un flusso di inquinamento dell’aria dai veicoli che lo precedevano. Gli agenti inquinanti sono penetrati nell’abitacolo attraverso i sistemi di ventilazione e sono rimasti intrappolati all’interno, con conseguente elevata concentrazione di livelli. Per quanto riguarda invece il pedone e il ciclista, hanno subìto una minore esposizione, il primo perchè ha camminato ai lati delle fonti di inquinamento, il secondo perchè, grazie alla bicicletta, ha evitato la coda, entrambi perchè l’aria intorno a loro era in grado di circolare liberamente. Ovviamente il minor inquinamento lo hanno fatto registrare i due volontari (pedone e ciclista) che hanno percorso strade più tranquille e meno trafficate, riducendo i livelli addirittura di un terzo per il pedone e di un 30% per il ciclista. Riassumendo, chi va in auto è maggiormente esposto agli inquinanti del 250% rispetto a chi utilizza l’autobus, del 350% rispetto a chi si muove a piedi e di oltre il 600% rispetto a chi utilizza la bicicletta. Morale della favola è che sempre più persone a piedi e in bicicletta non solo riducono l’inquinamento dell’aria, ma sono esposti loro stessi a minori percentuali di sostanze nocive.

Fonte: ilcambiamento.it

Sparita la ricerca pubblica sulla nutrizione: in nome di quali interessi?

“Ancora non mi capacito; in questo paese si dice di voler promuovere il Made in Italy poi si è arrivati a sopprimere l’Inran. Una follia”. L’ex presidente dell’ente nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione non ha ancora digerito la criticatissima soppressione dell’ente per fusione con il Cra e, dopo aver trascorso quasi un anno a cercare di comprendere le logiche di quelle manovre, ha accettato di parlare e si è tolto molti sassolini dalle scarpe.inran

Era il marzo del 2013 quando l’Inran, l’ente che faceva ricerca su alimentazione e nutrizione in Italia, è stato soppresso per incorporazione con un ente agricolo, il Cra, con cui nulla aveva a che fare ma che ha fatto pendere di molto la bilancia verso il mondo dell’industria e del biotech. Quella decisione fu criticatissima; il governo l’annunciava come una misura necessaria di contenimento dei costi, ma molti avevano sentito la classica “puzza di bruciato”; addirittura esperti del settore e giornalisti si erano fatti promotori di una raccolta di firme, poi completamente ignorata. Oggi, a un anno di distanza da quelle manovre che restano inspiegabili se non accettando la tesi di chi ci vede il desiderio di avvicinamento all’industria agroalimentare e agli interessi che le gravitano intorno, si pronuncia l’ex presidente dell’Inran, il professor Mario Colombo. «L’Inran era un ente di ricerca all’avanguardia e sarebbe stato l’unico a livello europeo; al momento della sua costituzione c’era stata molta lungimiranza – spiega Colombo – Ancora oggi non mi capacito; come si fa a dire di voler promuovere il Made in Italy alimentare o la dieta mediterranea se poi si abolisce un ente come l’Inran. Una follia! Di sicuro si dovevano rivedere gli schemi organizzativi, i pesi delle varie componenti, i filoni di ricerca soprattutto per favorire le sinergie, ma da qui a sopprimerlo ce ne passa. Peraltro già prima della soppressione si era verificata la fusione con altri due enti che nulla avevano da spartire fra loro, fusione che aveva determinato solo problemi».
L’Inran era un ente pubblico che si occupava di alimentazione e nutrizione in funzione della salute. Il Cra è sempre parso invece declinato diversamente, si parla di “industria” alimentare, di tecnologie, di biotech, di tecnologie agricole (sugli ogm il Cra ha sempre sostenuto che la ricerca deve andare avanti!). Ora dall’incorporazione è nato il Cra-Nut, un ibrido che non piace a Colombo, perché non garantirebbe continuità all’operato dell’ente. E sul possibile conflitto di interesse e sui rapporti con le industrie Colombo è chiaro: «Devono essere ambiti distinti, nettamente distinti. Se la ricerca viene privata della propria indipendenza e autonomia, non è più ricerca. Le idee devono essere libere per potere produrre la crescita reale del genere umano». E ancora: «Vincolare la ricerca all’industria significa servire un interesse e inficiare all’ombra di valori economici il futuro dell’uomo. Non dovrebbe essere così». Colombo aggiunge anche che mettere a disposizione le acquisizioni scientifiche è un dovere e può dare risultati e ricadute importanti, ma bisogna vedere come vengono gestiti i contatti con l’industria. Le incompatibilità ci sono anche a livello di scopi: il Cra si occupa principalmente dell’aspetto produttivo degli alimenti invece che di alimentazione come forma di prevenzione, cosa che invece faceva l’Inran. «Scopi opposti – afferma Colombo – tuttavia non sta a me giudicare se questo cambiamento di obiettivi risponde a una modernizzazione dell’ente; di sicuro non è quanto faceva prima l’Inran. Il Cra è una cosa, l’Inran un’altra. Non capisco perché siano stati accorpati. Se il motivo prioritario era quello di sanare i bilanci in rosso, sarebbe stato sufficiente che il ministero delle politiche agricole avesse finanziato le proposte progettuali a suo tempo presentate dai ricercatori. Ma ancor prima, sarebbe stato sufficiente che i ministri avessero delineato le linee strategiche per formulare le proposte di ricerca. A quanto mi risulta, nessuno dei tre ministri succedutisi in pochi mesi, ha mai, dico mai, inviato uno straccio di proposta o di linea strategica per il made in Italy, per il settore agricolo o alimentare. Si capisce lo stato d’animo dei ricercatori!». E adesso? «Non so cosa stia facendo l’Inran ora; certo, la profonda crisi dei due-tre anni precedenti all’accorpamento al Cra ha pesato enormemente, causando la perdita di una parte di personale già ricco di competenze. Si trattava soprattutto di giovani e precari, cioè di coloro che potevano rappresentare il futuro di Inran. Al di là degli effetti organizzativi derivati dall’accorpamento, ritengo che il valore di certi enti stia anche nel nome che hanno, un preciso acronimo che permette ai ricercatori e operatori di tutto il mondo di sapere cosa sta dietro ad essi. Non a caso le industrie, pur cambiando proprietà mantengono, sempre il vecchio nome. L’Inran doveva restare quello che era, la sola sigla era una certezza, una garanzia, un riferimento. Perderla, insieme a tutto il sistema di ricerca, è stato molto di più che un errore. Direi una gravissima leggerezza in nome di non so quale motivo».

fonte: ilcambiamento.it

Mobilità urbana, nuovo pacchetto della Commissione Ue

la Commissione Europea ha adottato un nuovo pacchetto di misure per favorire l’efficienza e la sostenibilità della mobilità urbana: finanziamenti mirati, ricerca e innovazione, condivisione di buone pratiche. Ecco il piano del Commissario ai trasporti Siim Kallas punto per punto377655

Il 70% della popolazione dell’Unione Europea vive in città, dove la maggior parte dei viaggi inizia e termina. In molte aree urbane, tuttavia, la crescente domanda di mobilità urbana ha creato una situazione che non è più sostenibile: grave congestione del trafficoscarsa qualità dell’aria, inquinamento acustico e livelli di emissioni di CO2 elevati.
La congestione del traffico urbano mette a repentaglio gli obiettivi di una politica dei trasporti dell’Ue competitiva ed efficiente sul piano delle risorse. Secondo una nuova indagine Eurobarometro (Attitudes of Europeans towards urban mobility) “i cittadini europei sono preoccupati per l’impatto negativo della mobilità urbana e molti di loro sono pessimisti sulle possibilità di miglioramento della mobilità nelle loro città”. Una grande maggioranza ritiene che la congestione del traffico (76%), la qualità dell’aria (81%) e gli incidenti (73%) siano un grave problema. Meno di un quarto di essi crede che la situazione migliorerà in futuro (24%), mentre molti ritengono che rimarrà invariata (35%) o che peggiorerà (37%). Con il pacchetto sulla mobilità urbana la Commissione mira a rafforzare le sue misure a sostegno dei seguenti settori:

Condividere le esperienze e mettere in rilievo le migliori pratiche: la Commissione istituirà nel 2014 una piattaforma europea per i piani di mobilità urbana sostenibile che aiuterà le città, gli esperti di pianificazione e le parti interessate a progettare una mobilità urbana più facile e più ecologica.

Garantire un sostegno finanziario mirato: con i fondi strutturali e di investimento europei l’UE continuerà a sostenere i progetti di trasporto urbano, in particolare nelle regioni meno sviluppate dell’Unione.

Ricerca e innovazione: l’iniziativa Civitas 2020 nel quadro di Orizzonte 2020 permetterà alle città, alle imprese, alle università e ad altri soggetti interessati di sviluppare e testare nuovi approcci ai problemi di mobilità urbana. Il primo invito a presentare proposte è stato pubblicato l’11 dicembre (MEMO/13/1131). Per il 2014 e il 2015 è previsto uno stanziamento di 106,5 milioni di euro. L’iniziativa Civitas 2020 è affiancata dal partenariato europeo per l’innovazione “Città e comunità intelligenti” (200 milioni di euro per il 2014 e il 2015) e dalle attività dell’iniziativa europea per i veicoli verdi (159 milioni di euro per il 2014 e il 2015).

Coinvolgere gli Stati membri: la Commissione invita gli Stati membri a creare le giuste condizioni affinché le città e le metropoli possano elaborare e attuare i loro piani di mobilità urbana sostenibile.

Lavorare insieme: la Commissione formula una serie di raccomandazioni specifiche per un’azione coordinata tra tutti i livelli di governo e tra il settore pubblico e quello privato su quattro aspetti: logistica urbana; accessi regolamentati; attuazione delle soluzioni basate sui sistemi di trasporto intelligenti (Its); sicurezza stradale nelle aree urbane.
Il commissario Ue alla mobilità e trasporti Siim Kallas conclude: “Affrontare i problemi di mobilità urbana rappresenta oggi una delle maggiori sfide del settore dei trasporti. Possiamo essere più efficaci solo con un’azione coordinata. Il potere decisionale è principalmente nelle mani delle autorità locali, che godono di una posizione privilegiata per adottare misure importanti a livello locale, con il dovuto sostegno a livello nazionale e dell’Ue”.

Fonte: ecodallecittà

Mobilità urbana, nuovo pacchetto della Commissione Ue

la Commissione Europea ha adottato un nuovo pacchetto di misure per favorire l’efficienza e la sostenibilità della mobilità urbana: finanziamenti mirati, ricerca e innovazione, condivisione di buone pratiche. Ecco il piano del Commissario ai trasporti Siim Kallas punto per punto377655

Il 70% della popolazione dell’Unione Europea vive in città, dove la maggior parte dei viaggi inizia e termina. In molte aree urbane, tuttavia, la crescente domanda di mobilità urbana ha creato una situazione che non è più sostenibile: grave congestione del trafficoscarsa qualità dell’aria, inquinamento acustico e livelli di emissioni di CO2 elevati.
La congestione del traffico urbano mette a repentaglio gli obiettivi di una politica dei trasporti dell’Ue competitiva ed efficiente sul piano delle risorse. Secondo una nuova indagine Eurobarometro (Attitudes of Europeans towards urban mobility) “i cittadini europei sono preoccupati per l’impatto negativo della mobilità urbana e molti di loro sono pessimisti sulle possibilità di miglioramento della mobilità nelle loro città”.  Una grande maggioranza ritiene che la congestione del traffico (76%), la qualità dell’aria (81%) e gli incidenti (73%) siano un grave problema. Meno di un quarto di essi crede che la situazione migliorerà in futuro (24%), mentre molti ritengono che rimarrà invariata (35%) o che peggiorerà (37%). Con il pacchetto sulla mobilità urbana la Commissione mira a rafforzare le sue misure a sostegno dei seguenti settori:

Condividere le esperienze e mettere in rilievo le migliori pratiche: la Commissione istituirà nel 2014 una piattaforma europea per i piani di mobilità urbana sostenibile che aiuterà le città, gli esperti di pianificazione e le parti interessate a progettare una mobilità urbana più facile e più ecologica.

Garantire un sostegno finanziario mirato: con i fondi strutturali e di investimento europei l’UE continuerà a sostenere i progetti di trasporto urbano, in particolare nelle regioni meno sviluppate dell’Unione.

Ricerca e innovazione: l’iniziativa Civitas 2020 nel quadro di Orizzonte 2020 permetterà alle città, alle imprese, alle università e ad altri soggetti interessati di sviluppare e testare nuovi approcci ai problemi di mobilità urbana. Il primo invito a presentare proposte è stato pubblicato l’11 dicembre (MEMO/13/1131). Per il 2014 e il 2015 è previsto uno stanziamento di 106,5 milioni di euro. L’iniziativa Civitas 2020 è affiancata dal partenariato europeo per l’innovazione “Città e comunità intelligenti” (200 milioni di euro per il 2014 e il 2015) e dalle attività dell’iniziativa europea per i veicoli verdi (159 milioni di euro per il 2014 e il 2015).

Coinvolgere gli Stati membri: la Commissione invita gli Stati membri a creare le giuste condizioni affinché le città e le metropoli possano elaborare e attuare i loro piani di mobilità urbana sostenibile. Lavorare insieme: la Commissione formula una serie di raccomandazioni specifiche per un’azione coordinata tra tutti i livelli di governo e tra il settore pubblico e quello privato su quattro aspetti: logistica urbana; accessi regolamentati; attuazione delle soluzioni basate sui sistemi di trasporto intelligenti (Its); sicurezza stradale nelle aree urbane. Il commissario Ue alla mobilità e trasporti Siim Kallas conclude: “Affrontare i problemi di mobilità urbana rappresenta oggi una delle maggiori sfide del settore dei trasporti. Possiamo essere più efficaci solo con un’azione coordinata. Il potere decisionale è principalmente nelle mani delle autorità locali, che godono di una posizione privilegiata per adottare misure importanti a livello locale, con il dovuto sostegno a livello nazionale e dell’Ue”.

Fonte: eco dalle città

Agrifood , bando della Regione Toscana per promuovere e sostenere progetti integrati di ricerca

Data pubblicazione bando su BURT

giovedì, 02 maggio 2013 12:06

Data di scadenza presentazione domande

venerdì, 21 giugno 2013 23:59

Data archiviazione bando

Non specificatoagriffod

La Regione Toscana, attraverso l’Atto di indirizzo pluriennale in materia di ricerca e innovazione, si propone di rendere operativo lo Spazio Regionale della Ricerca e dell’Innovazione prevedendo, in particolare, di attivare un coordinamento interno alla Regione di promozione dell’attività di ricerca in stretta collaborazione con le istituzioni universitarie e con i centri di eccellenza. Gli interventi regionali settoriali in materia di ricerca e innovazione mirano alla diffusione e al progresso della conoscenza e della ricerca quali fattori fondamentali per il miglioramento della qualità della vita, la qualificazione e la valorizzazione delle competenze umane, l’incremento e la qualificazione dell’occupazione. In questo contesto ed in riferimento alle politiche della ricerca e dell’innovazione stabilite dal PRS 2011-2015, dall’Atto di Indirizzo pluriennale in materia di Ricerca e Innovazione 2011-2015 e dal PRAF 2012-2015, la Regione Toscana con il presente bando intende promuovere progetti di ricerca nel settore agroalimentare rivolti alle Università ed agli Enti di ricerca operanti in Toscana in stretto raccordo con il sistema produttivo regionale.

 

– Decreto 1428
– Allegato 1 (bando)
– Allegato A
– Allegato B
– Allegato C

 

Organismo emittente

Regione Toscana

Agrifood (http://www.regione.toscana.it/ricercapraf ) e’ finalizzato a promuovere e sostenere progetti integrati di ricerca, di università e enti di ricerca operanti in Toscana, che potranno presentare domanda in collaborazione con imprese entro e non oltre il 21 giugno prossimo. “Una importante opportunità per il sistema regionale della ricerca in stretto raccordo con il sistema produttivo nel settore agricolo e agroalimentare, compreso quello ittico”, come lo definiscono la vicepresidente della Regione Toscana Stella Targetti, con delega alla ricerca, e l’assessore all’agricoltura Gianni Salvadori. I progetti di ricerca fondamentale e industriale, realizzati in Toscana, dovranno riguardare temi quali la valorizzazione delle proprietà salutistico-nutrizionali degli alimenti tradizionali e innovativi, lo sviluppo di nuove tecnologie e strumenti per garantire la sicurezza della catena alimentare, la valorizzazione degli aspetti di qualità del prodotto e del rapporto tra prodotto, paesaggio, cultura e storia, la tracciabilità dei prodotti e l’ampliamento della gamma commerciale con prodotti innovativi.

Fonte: portale consulenti

Torino Smart City: 190 milioni di euro dal MIUR per 11 progetti intelligenti

La Città di Torino si è aggiudicata 183 milioni di euro per finanziare 11 progetti di ricerca e innovazione: sicurezza, inclusione sociale, scuola, smart e architettura sostenibile. Ecco i progetti vincitori

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Il progetto Torino Smart City ha ottenuto 190 milioni di euro dal ministero dell’Istruzione per progetti di innovazione. Di questi 183 milioni di euro arrivano dai fondi messi a disposizione dal ministero sviluppo di progetti di ricerca nati da partnership tra imprese, centri di ricerca, pubbliche amministrazioni attraverso il bando Smart City&Communities. I fondi finanzieranno 11 dei 14 progetti supportati dalla Città di Torino, che portano un contenuto di innovazione in ambiti quali la sicurezza, l’inclusione sociale, la scuola, le smart grids, l’architettura sostenibile, tanto per citarne alcuni.
Ma non solo. Parallelamente, il ministero aveva chiesto a giovani sotto i 30 anni –Bando Social Innovation – di proporre progetti territoriali di innovazione da realizzare in partnership con le città. Dieci dei 40 progetti presentati da Torino, sui circa 400 pervenuti al ministero (uno su dieci), sono stati finanziati, per un totale di 7 milioni di euro.
“Siamo molto orgogliosi del risultato ottenuto – ha detto Enzo Lavolta, assessore all’Innovazione, Sviluppo e Sostenibilità ambientale della Città di Torino – il sistema locale torinese dimostra di avere nell’ultimo anno ben lavorato e di aver posto basi solide per un efficace lavoro a sostegno del progetto Torino Smart City, da oggi questa città ha nuovi strumenti e risorse per perseguire l’ambizioso obiettivo di costruire il suo modello di città intelligente”. Anche il sindaco Piero Fassino ha voluto esprimere il suo compiacimento per il raggiungimento di “un risultato importante, che è frutto della capacità tutta torinese di costruire progetti attraverso un’azione corale. La condivisione di un obiettivo e di un progetto per la costruzione di una città intelligente tra imprese, ricercatori, poli universitari di prestigio e un tessuto di start up e piccole imprese creative – ha sottolineato – è il punto di forza della nostra città, che ci sarà di grande aiuto per la costruzione dei dossier di candidatura ai prossimi bandi europei”. Ecco i progetti vincitori:

14 milioni di euro per il progetto Decision Theatre
Simulare gli scenari più complessi prima di decidere. L’obiettivo è mettere a disposizione sistemi di supporto alle decisioni. Il sistema nasce dalla collaborazione tra Grande Selex, Sas, Siemens, Telecom, Politecnico di Torino e UNIBocconi.

16 milioni di euro per il progetto Oplon
L’obiettivo del progetto è migliorare la qualità della vita delle persone anziane (over 65) autosufficienti ma malate, al fine di ridurre il periodo di degenza in ospedale e consentendo quindi, attraverso l’utilizzo della tecnologia, di trascorrere più tempo possibile nella propria abitazione anziché in ospedali o luoghi di cura. Lo svilupperà una rete di otto; tra loro il Politecnico.

12,2 milioni per il progetto S[m2]art
Il progetto punta a creare un sistema composto da arredi urbani intelligenti e infrastrutture informatiche di gestione e
configurazione aperto. Piattaforma creata da Telecom insieme con Reply, Istituto Boella e Politecnico.

19,8 milioni per il progetto Scoc
Realizzata da Selex, insieme con (tra gli altri) il Politecnico nasce dalla necessità di realizzare un centro operativo di coordinamento, a livello comunale,per il monitoraggio del territorio, la sicurezza del cittadino e gestire situazioni di emergenza e crisi anche legate a rischi naturali. I temi su cui si svilupperà il progetto sono in particolare rischio idrogeologico e mobilità.

19,9 milioni per il progetto SmarTour
Un aereo senza pilota vola e fotografa tutto ciò che incontra sul suo cammino. Così permette di acquisire in tempo reale dati rivolti alla conoscenza, al controllo e al monitoraggio dell’ambiente naturale e delle città. Sviluppato da Selex come capofila e poi anche dal Politecnico di Torino.

12,2 milioni per il progetto Smart concrete
Realizzato come capofila dal Politecnico di Torino è un sistema per monitorare la stabilità e la sicurezza di edifici e infrastrutture. E in particolare il livello di conservazione e tenuta dei materiali di cui sono composte.

15,5 milioni per il progetto INSeT
Vuole dare vita a una connessione tra i sistemi di bigliettazione elettronica del trasporto pubblico (locale ed extraurbano) di diverse città «smart» italiane, i servizi dell’alta velocità ferroviaria ed altri servizi rivolti ai cittadini (musei, carte del cittadino, carte sanitarie). Sviluppato, tra gli altri, da Reply e Trenitalia.

14,8 milioni per il progetto S.IN.TE.S.I.
La capofila del progetto è  Smat, la società che gestisce la rete idrica di Torino e Provincia, ma dentro ci sono anche sia il
Politecnico che l’Università di Torino. L’obiettivo è progettare e sperimentare un sistema innovativo di gestione delle risorse idriche per migliorare standard di gestione e servizio reso all’utenza.

13,2 milioni per il progetto Marconi
Sviluppato in prima linea da General Motors e poi dal Politecnico di Torino per sperimentare tecnologie per la raccolta e l’integrazione da fonti diverse di dati sulla mobilità e sul traffico. Il sistema servirà sia a controllare la situazione del traffico che a definire e realizzare le scelte di pianificazione necessarie allo sviluppo della mobilità.

12 milioni per il progetto SIGMA
Vitrociset e altri (tra cui il Politecnico) svilupperanno un sistema all’insegna della building automation: automatizzazione di serramenti e dell’illuminazione, controllo della climatizzazione, videocomunicazione con un centro di supporto ed  assistenza, rilevazione della presenza di oggetti e persone.

20,2 milioni per il progetto  Cloud4eGov
Punta a ottenere un insieme di risultati innovativi di tipo tecnologico, scientifico, metodologico, applicativo che consentano alla pubblica amministrazione di eseguire una sperimentazione del Cloud Computing, tecnologia a supporto di processi, procedure e servizi di eGovernment.

13 milioni per il progetto Urbelog
Ha l’obiettivo di sviluppare e sperimentare una piattaforma telematica innovativa per la gestione della logistica merci di “ultimo miglio” in città, aggregando gli operatori della distribuzione, le pubbliche amministrazioni e le associazioni di categoria nella gestione della distribuzione delle merci fino alla consegna. Il capofila del progetto è Telecom e gli altri partner sono Iveco, Tnt, il Politecnico di Torino, Fit Consulting, Italdata e Tema, Selex Elsag, Università Luigi Bocconi e Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Fonte: eco dalle città