Ricchezza e povertà: le disuguaglianze si riducono rifiutando il consumismo

Sono stati resi pubblici i dati della ricchezza a livello mondiale e risulta che ventisei multimiliardari hanno una ricchezza pari al reddito di 3 miliardi e 800 milioni di persone che si dibattono fra disperazione e fame.

I dati sono stati diffusi ufficialmente.  Sono dati incredibili, inaccettabili e la forbice continua ad allargarsi invece di diminuire, il che è anche logico: più sei ricco e più avrai la possibilità di diventare ancora più ricco, comprandoti governi e mass media, diversificando i settori di investimento e avendo sempre più influenza e potere. Questo dimostra ancora una volta che la ricchezza in mano, appunto, ai ricchi non si ridistribuisce affatto a tutti, o anche solo a tanti, vecchia stantìa favoletta dei fan del capitalismo, secondo i quali è meglio non tassare chi ha tantissimo, meglio non frapporre loro alcun ostacolo, perché grazie a loro migliorerà la situazione per tutti…

Il dato di fatto, invece, è che loro si arricchiscono sempre di più e la gente impoverisce di conseguenza. I mega-ricchi operano qualsiasi strategia pur di dare il meno possibile alla società e aumentare i loro profitti con ogni mezzo e in ogni modo, sfruttano bestialmente la manodopera, collocano le loro sedi nei paradisi fiscali, pagano tasse irrisorie (se le pagano) rispetto ai loro profitti e, non appena intravedono condizioni migliori, delocalizzano le produzioni laddove il costo del lavoro corrisponde a una miseria. Quindi gli allocchi, con tanto di lauree e prestigiose cattedre universitarie, che continuano a dire che bisogna lasciare fare al mercato, che non bisogna tassare troppo le multinazionali e che non bisogna disturbare i miliardari ma agevolarli in qualsiasi modo, sono praticamente i corifei del suicidio, corresponsabili della conduzione di miliardi di persone alla miseria. I politici e gli Stati in genere, invece di richiedere il giusto e sacrosanto contributo ai Dracula del soldo, li supportano cedendo ben volentieri al ricatto che grazie a loro si ottiene occupazione (fino a che gli fa comodo); ricevuti tutti i benefici possibili e spolpato bene l’osso, i Dracula vanno da qualche altra parte a succhiare sangue. C’è chi pensa che la soluzione stia nei redditi forniti dallo Stato alle persone meno abbienti per farle uscire dalle cosiddette sacche di povertà. Di per se non è una cattiva idea, ma una volta ottenuti i soldi dallo Stato dove e come verranno spesi? Basta vedere chi sono i più ricchi del pianeta per capire che i soldi che vengono spesi non fanno che alimentare il sistema che rende povere le persone stesse e che allarga la forbice fra ricchi e poveri. I più ricchi al mondo sono infatti spesso persone che vendono prodotti in massa cioè che devono la loro ricchezza al sistema consumista. Ai primi posti c’è ad esempio il proprietario di Amazon, Jeff Bezos, che paga le tasse dove e se gli pare, che affonda librerie e ogni tipo di vendita al dettaglio e che sfrutta i lavoratori in maniera sistematica. In classifica c’è anche il suo fratellino cinese, Jack Ma, con il sito di E-commerce Ali Baba che come Amazon vende qualsiasi cosa. Ciò che vendono questi colossi del consumismo è superfluo oppure indispensabile? Per la gran parte è paccottiglia superflua e che non serve per sopravvivere ma solo per fare girare la ruota del grande criceto PIL; e la gente spesso, pur di comprare i prodotti superflui propagandati dalla pubblicità martellante che li spaccia per prodotti indispensabili, si indebita e impoverisce. Fra i mega miliardari non può mancare il settore informatico con Bill Gates e Steve Ballmer della Microsoft, i capi di Google e poi c’è Zuckerberg che con Facebook ha inventato la migliore e più redditizia piattaforma di pubblicità del mondo travestita da social e interamente sovvenzionata dagli utilizzatori che gli regalano tutti i loro dati e lavorano gratis alacremente per lui. E’ singolare poi constatare che malgrado i capi di Google, Zuckerberg o Bill Gates si dicano progressisti e benefattori dell’umanità, donino spiccioli a fondi umanitari, finanzino Ong o ne creino ex novo, la situazione non faccia che precipitare anziché migliorare. E se il loro progresso significa affamare miliardi di persone, forse non è vero progresso considerando che con tutti i soldi che guadagnano la situazione la potrebbero migliorare davvero immediatamente. Continuando a leggere la classifica dei super miliardari, c’è Amancio Ortega, padrone dei vestiti Zara che pubblicitariamente imperversano ovunque; in un paese come il nostro dove gli armadi traboccano di vestiti è veramente un prodigio miracoloso che se ne comprino ancora. Questo la dice lunga sulla potenza enorme del messaggio consumista.

Poi c’è la capa dell’Oreal Francoise Bettencourt, che guida l’azienda di profumi e cosmetici. La Bettencourt e tutti i soggetti che vendono prodotti status symbol sprigionano una capacità di attrazione così forte che, nonostante i loro prodotti siano del tutto superflui, riescono a venderli a milioni di persone e fare guadagni stratosferici. Poi c’è il capo della LVMH Bernard Arnault che vende prodotti di lusso, altro acquisto imprescindibile per il povero che vuole fare finalmente il salto di qualità. E abbiamo i capi di Wal Mart, altro mega supermercato che strangola concorrenza e lavoratori e nel quale viene venduta qualsiasi cosa (superflua). Ci sono i compari della Koch Industries che fanno dell’aggressione all’ambiente da sempre il loro passatempo principale e Sheldon Adelson della Las Vegas Sands proprietario di catene di hotel-casinò in tutto il mondo, altra attività benefica tutta a favore dei poveri…

L’arricchimento stratosferico di queste persone, e tanti altri come loro, non ha come conseguenza solo l’aumento delle disuguaglianze e il dilagare della miseria ma anche lo scempio ambientale, dato che tutte le attività svolte da costoro, e tutte le merci che vengono prodotte e acquistate attraverso i loro canali, aumentano i consumi energetici, l’inquinamento e fanno diventare il mondo una pattumiera. Quindi, per diminuire le disuguaglianze bisogna innanzitutto non buttare i soldi dandoli a questi squali, perché più si danno a loro e più la situazione peggiora e la gente impoverisce. Considerando che gli Stati e la politica sono fermi a un centinaio di anni fa e hanno ancora l’illusione che, se le multinazionali e gli imprenditori guadagnano, ci si guadagna tutti, bisogna che le persone singolarmente inizino a prendere in mano il loro destino.

I soldi vanno usati con grande oculatezza perchè attraverso il loro uso si decide che sistema si vuole supportare. Quindi meglio non ascoltare nessuna sirena della pubblicità, non ascoltare nessuno che dica che bisogna spendere per fare crescere il paese; bisogna invece smettere di sprecare, occorre comprare solo se strettamente necessario, investire localmente, rivolgersi a filiere corte, acquistare da gruppi di acquisto collettivo, creare circuiti locali di supporto reciproco, far nascere progettualità collettive, investire nell’autoproduzione energetica e alimentare. In questo modo ci si sgancia da un sistema votato al suicidio e che rende sempre più ricchi i paperoni del mondo, che vanno invece abbandonati al loro destino; bisogna dar loro minore supporto possibile e creare zone di resilienza e resistenza al consumismo imperante. Questo è il modo per combattere veramente le disuguaglianze; nessuno Stato o governo schiavo dei super ricchi lo farà mai per voi. Invece di prendere questi multimiliardari come esempi di successo e osannarli,  bisogna trattarli per quello che sono: persone senza alcuna morale che hanno smarrito qualsiasi umanità e relazione con la realtà, visto che guadagnare così tanto in un mondo pieno di sofferenza, disperazione e miseria è paragonabile a un crimine contro la stessa specie umana.

Fonte: ilcambiamento.it

Ecomafie sempre più ricche: “fatturato” a quota 14 miliardi

Non conosce crisi il fatturato delle ecomafie, che sale in un anno del 9,4% oltrepassando quota 14 miliardi. Il 44% dei reati si concentra nelle regioni con presenza mafiosa, Campania in testa, e la percentuale più alta di illeciti si concentra nel settore dei rifiuti.9865-10652

I dati sono contenuti nel nuovo Rapporto Ecomafia di Legambiente che ha fotografato la situazione dell’anno appena trascorso. Nel 2017 c’è stato un aumento degli arresti per i traffici illeciti di rifiuti, ma ciò non basta;  il fatturato dell’ecomafia sale a quota 14,1 miliardi, una crescita del 9,4%, dovuta soprattutto alla lievitazione dei traffici e degli affari nel ciclo dei rifiuti, nelle filiere agroalimentari e nel racket animale.

La corruzione rimane il nemico numero uno dell’ambiente e dei cittadini, che nello sfruttamento illegale delle risorse ambientali riesce a dare il peggio di sé. L’alto valore economico dei progetti in ballo e l’ampio margine di discrezionalità in capo ai singoli amministratori e pubblici funzionari, che dovrebbero in teoria garantire il rispetto delle regole e la supremazia dell’interesse collettivo su quelli privati, crea l’humus ideale per le pratiche corruttive.

“I numeri di questa nuova edizione del rapporto Ecomafia – dichiara il presidente di Legambiente Stefano Ciafani – dimostrano i passi avanti fatti grazie alla nuova normativa che ha introdotto gli ecoreati nel Codice penale, ma servono anche altri interventi, urgenti, per dare risposte concrete ai problemi del paese. La lotta agli eco criminali deve essere una delle priorità inderogabili del governo, del parlamento e di ogni istituzione pubblica, così come delle organizzazioni sociali, economiche e politiche, dove ognuno deve fare la sua parte, responsabilmente».

«Contiamo – prosegue Ciafani – sul contributo del ministro dell’ambiente Sergio Costa e sulla costruzione di maggioranze trasversali per approvare altre leggi ambientali di iniziativa parlamentare come avvenuto nella scorsa legislatura. Noi lavoreremo perché tutto questo avvenga nel più breve tempo possibile, continuando il nostro lavoro di lobbying per rendere ancora più efficace la tutela dell’ambiente, della salute dei cittadini e delle imprese sane e rispettose della legge”.

Fotografia dell’illegalità ambientale

C’è stato un forte aumento registrato nel 2017 degli illeciti ambientali, che sono 30.692 (+18,6% per cento rispetto all’anno precedente, per una media di 84 al giorno, più o meno 3,5 ogni ora), del numero di persone denunciata (39.211, con una crescita del 36%) e dei sequestri effettuati (11.027, +51,5%). Nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso è stato verbalizzato il 44% del totale nazionale di infrazioni. La Campania è la regione in cui si registra il maggior numero di illeciti ambientali (4.382 che rappresentano il 14,6% del totale nazionale), seguita dalla Sicilia (3.178), dalla Puglia (3.119), dalla Calabria (2.809) e dal Lazio (2.684).

Applicazione delle norme sugli ecoreati

Complessivamente, cioè considerando sia la parte sui delitti previsti dal codice penale che quella sulle prescrizioni ex Parte VI bis del Codice dell’Ambiente, la legge 68 è stata applicata dalle forze dell’ordine 484 volte, portando alla denuncia di 31 persone giuridiche e 913 persone fisiche, arrestandone 25, chiudendo il cerchio con 106 sequestri per un valore complessivo di oltre 11,5 milioni di euro. A livello regionale e sempre considerando il lavoro delle forze di polizia sulla legge 68, ribaltando il quadro generale che di solito vede le regioni a tradizionale insediamento mafioso tra le più colpite, la Sardegna registra il numero più alto di contestazioni, 77, seguita dalla Sicilia, (48), dal Lazio (47), dall’Umbria (47), dalla Calabria (44) e dalla Puglia (41). Ispra e rete regionale delle Arpa (Snpa) hanno impartito 1.692 prescrizioni, quasi 5 al giorno, la maggioranza delle quali, circa 1.000, già ottemperate (e ammesse al pagamento), incassando più di 3 milioni di euro. Secondo i dati del Ministero della Giustizia, i procedimenti totali avviati dalle procure sono stati 614, contro i 265 dell’anno precedente. La fattispecie più applicata è stata l’inquinamento ambientale con 361 casi, poi l’omessa bonifica (81), i delitti colposi contro l’ambiente (64), il disastro ambientale (55), l’impedimento al controllo (29) e il traffico di materiale ad alta radioattività (7). Il balzo in avanti nell’applicazione della legge 68 è certificato anche considerando l’attività di tutte le forze dell’ordine, dove gli ecoreati contestati passano da 173 (anno 2016) a 303, con una impennata netta del 75%.

Inchieste sui traffici illeciti di rifiuti

Nel settore dei rifiuti nel 2017 si è concentrata la percentuale più alta di illeciti: il 24% è più di quanto contestato per i delitti contro gli animali e la fauna selvatica (22,8%), gli incendi boschivi (21,3%), il ciclo del cemento (12,7%). Se a ciò si aggiunge la recrudescenza di incendi divampati negli impianti di gestione e trattamento di tutta Italia, appare evidente come il settore dei rifiuti sia sempre di più il cuore pulsante delle strategie ecocriminali. In crescita anche le tonnellate di rifiuti sequestrate dalle forze dell’ordine nell’ultimo anno e mezzo (1 gennaio 2017 – 31 maggio 2018) nell’ambito di 54 inchieste (in cui è stato possibile ottenere il dato, su un totale di 94) sono state più di 4,5 milioni di tonnellate. Pari a una fila ininterrotta di 181.287 Tir per 2.500 chilometri. Tra le tipologie di rifiuti predilette dai trafficanti ci sono i fanghi industriali, le polveri di abbattimento fumi, i Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), i materiali plastici, gli scarti metallici (ferrosi e non), carta e cartone. Più che allo smaltimento vero e proprio è alle finte operazioni di trattamento e riciclo che in generale puntano i trafficanti, sia per ridurre i costi di gestione che per evadere il fisco.

Ecomafia

La natura profonda del crimine ambientale è economica e ha per principali protagonisti imprese e faccendieri, ma le mafie continuano a svolgere un ruolo cruciale, spesso di collante. I clan censiti da Legambiente finora e attivi nelle varie forme di crimine ambientale sono 331. Il 2018 è anno da record per lo scioglimento delle amministrazioni comunali per infiltrazioni mafiose. Sedici i Comuni sciolti da gennaio, 20 nel 2017. Mentre i comuni attualmente commissariati dopo lo scioglimento sono 44 (ci sono anche alcuni sciolti nel 2016 e prorogati). Sono soprattutto i clan a minacciare gli amministratori pubblici che difendono lo stato di diritto e la salvaguardia dell’ambiente. Secondo i dati elaborati di Avvivo Pubblico, sono state 537 le intimidazioni nel 2017, se si considerano invece gli ultimi cinque anni il numero sale a 2.182.

Abusivismo edilizio

Il lavoro delle forze dell’ordine nel 2017 ha portato alla luce 3.908 infrazioni sul fronte “ciclo illegale del cemento”, una media di 10,7 ogni ventiquattro ore, e alla denuncia di 4.977 persone. Un dato in leggera flessione rispetto all’anno precedente, ma che testimonia come – dopo anni di recessione significativa – l’edilizia, e quindi anche quella in nero, abbia ricominciato a lavorare. Il 46,2% dei reati si concentra nelle quattro cosiddette regioni a tradizionale presenza mafiosa, ossia Campania, Sicilia, Puglia e Calabria.

In Italia si continua a costruire abusivamente, in maniera irresponsabile: secondo le stime del Cresme, nel 2017 in Italia sarebbero state costruite circa 17.000 nuove case abusive. Spaziando dall’abusivismo classico, che risale alle stagioni delle pesanti speculazioni immobiliari e dell’assalto alle coste, e quello di nuova matrice, meno maestoso e appariscente, più nascosto ma sempre presente. Rimane ancora molto da fare pure sul fronte delle demolizioni, dove solo pochi e impavidi sindaci hanno il coraggio di far muovere le ruspe, rischiando in prima persona. Più in generale, le poche demolizioni realizzate sono da attribuire al lavoro delle procure.

Agroalimentare sotto attacco

In crescita i reati nel settore agroalimentare, che toccano quota 37mila. Ci sono inoltre 22mila persone denunciate e/o diffidate, 196 arresti e 2.733 sequestri. Settori particolarmente colpiti quello ittico, della ristorazione, di vini e alcolici, della sanità e cosmesi e in genere nel campo della repressione delle frodi nella tutela della flora e della fauna. Impressionante e nettamente in salita rispetto al 2016 (quando oscillava intorno ai 700 milioni) il valore dei sequestri effettuati, che supera nel 2017 abbondantemente un miliardo di euro.

Pirati di biodiversità

Più di 6mila le persone denunciate per reati contro la biodiversità, quasi 17 al giorno, nel 2017 e 7mila le infrazioni (19 al giorno +18% rispetto al 2016). L’aggressione al patrimonio di biodiversità continua senza sosta, sulla pelle di lupi, aquile, pettirossi, tonni rossi, pesci spada e non solo. Le regioni a tradizionale presenza mafiosa totalizzano il 43% dei reati. La Sicilia è in testa per numero di illeciti (1.177 pari al 16,8% del totale nazionale), seguita dalla Puglia (946 reati), dal Lazio (727) e dalla Liguria per la prima volta in quarta posizione (569), prima della Calabria (496) e della Campania (430).

Ladri di cultura

Sono stati 719 i furti d’opere d’arte, in crescita del 26% rispetto al 2016, che hanno comportato 1.136 denunce, 11 arresti e 851 sequestri effettuati in attività di tutela. Il 38% dei furti si è concentrato nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, cioè 273, di cui 148 nella sola Campania. Come gli anni passati Lazio e Toscana, rispettivamente con 96 e 85 furti, mantengono il podio nella speciale classifica di ruberie, seguite dalla Sicilia (70) e dalla Lombardia (58). La stima economica sul fatturato incassato dai furti d’arte oscillerebbe sui 336 milioni di euro.

Shopper illegali

È ancora allarme sugli shopper fuori legge, che inquinano ambiente e mercato, con sacche di illegalità diffuse in tutto il paese. Come ricorda l’Osservatorio Assobioplastiche, in media 60 buste su 100 in circolazione sono assolutamente fuori norma. Serve dunque intensificare i controlli a tutela dell’ecosistema, dei consumatori e del settore industriale della chimica verde. Sono i mercati rionali di ortofrutta e i negozi al dettaglio a immettere sacchetti ormai fuori legge.

Nel 2017 le sanzioni pecuniarie comminate ammontano a 5 milioni di euro. Per fare due esempi, l’attività del Nucleo speciale tutela proprietà intellettuale della Guardia di finanza ha portato al sequestro di circa 2 milioni di sacchetti di plastica illegali e 2,3 tonnellate di materia prima usata per produrli. A Napoli, nel 2017 la Polizia locale ha provveduto al sequestro di 1,6 milioni di sacchetti, mentre nei primi 5 mesi del 2018 ne ha già sequestrato più di 122.000.

Le proposte

Ecco, allora, in sintesi le principali misure di cui Legambiente auspica l’adozione.

  • Mettere in campo una grande operazione di formazione per tutti gli operatori del settore (magistrati, forze di polizia e Capitanerie di porto, ufficiali di polizia giudiziaria e tecnici delle Arpa, polizie municipali ecc.) sulla legge 68 che deve essere conosciuta nel dettaglio per sfruttarne appieno le potenzialità.
  • Sempre con riferimento alla legge 68/2015 occorrerebbe rimuovere la clausola di invarianza dei costi per la spesa pubblica prevista nella legge sugli ecoreati, così come in quella che ha istituito il Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente. Allo stesso tempo è necessario completare l’iter di definizione dei decreti attuativi del Ministero dell’ambiente e della presidenza del Consiglio dei ministri per rendere pienamente operativa la legge 132 del 2016 che ha riformato il sistema nazionale delle Agenzie per la protezione dell’ambiente.
  • Semplificare l’iter di abbattimento delle costruzioni abusive, avocando la responsabilità delle procedure agli organi dello stato, nella figura dei prefetti, esonerando da tale onere i responsabili degli uffici tecnici comunali e, in subordine, soggetti che ricoprono cariche elettive, ovvero i sindaci.
  • Approvare il disegno di legge sui delitti contro fauna e flora protette inserendo – all’interno dello stesso nuovo Titolo VI bis del Codice penale – un nuovo articolo che prevede sanzioni veramente efficaci (fino a sei anni di reclusione e multe fino a 150.000 euro) per tutti coloro che si macchiano di tali crimini.
  • Suscita perplessità il nuovo istituto giuridico della non punibilità per particolare tenuità dell’offesa introdotto dal Dlgs 16 marzo 2015, n. 28, che soprattutto nel caso dei reati ambientali contravvenzionali rischia di vanificare molti procedimenti aperti. Per scongiurare tale rischio chiediamo che venga quanto meno esclusa l’applicabilità al caso dei reati ambientali.
  • Nell’ottica di garantire migliore protezione al nostro patrimonio storico‐culturale, rivedere il quadro normativo, partendo dal dato di fatto che, se si esclude il delitto di ricettazione – che è quello che si prova a contestare nei casi più eclatanti e che prevede una sanzione massima di otto anni – il rimanente quadro sanzionatorio in mano agli inquirenti è ancora troppo generoso per i trafficanti. Basterebbe recuperare il lavoro fatto nella passata legislatura, e sollecitato dagli allora ministri competenti Dario Franceschini e Andrea Orlando, con la Delega data al Governo per la riforma della disciplina sanzionatoria in materia di reati contro il patrimonio culturale, per arrivare all’approvazione di un nuovo titolo “Disposizioni in materia di reati contro il patrimonio culturale”: testo che dovrebbe rappresentare un nuovo punto d’inizio.
  • Sul fronte agroalimentare, riprendere la proposta di disegno di legge del 2015 sulla tutela dei prodotti alimentari della Commissione ministeriale presieduta dall’ex procuratore Gian Carlo Caselli, che introduce una serie di nuovi reati che vanno dal “disastro sanitario” all’“omesso ritiro di sostanze alimentari pericolose” dal mercato.
  • L’accesso alla giustizia da parte delle associazioni, come Legambiente, dovrebbe essere gratuita e davvero accessibile. Altrimenti rimane un lusso solo per chi se lo può permettere, e tra costoro non ci sono sicuramente le associazioni e i gruppi di cittadini.
  • C’è la richiesta al parlamento di istituire al più presto le commissioni d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulla vicenda dell’uccisione della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin.

 

Fonte: ilcambiamento.it

 

Settimana corta di 28 ore: i tedeschi lavorano meno e vivono di più, perché il tempo è la vera ricchezza

Se in Germania si avanza la proposta di una settimana lavorativa di 28 ore, perché qui in Italia siamo ancora lontani anni luce da questa prospettiva? Sì, una ragione c’è. Ma non è detto che non si possa cambiare…9753-10531

Abituati a pensare ai tedeschi come lavoratori indefessi che lavorano 20 ore al giorno, ci potrebbe stupire conoscere perché è stato recentemente approvato un accordo nel settore metalmeccanico, ad iniziare dalla regione del Baden Wuerttemberg, per avere la possibilità di lavorare 28 ore a settimana. Ma come è possibile che i tedeschi, campioni di tutto, possano lavorare così poco? Chi conosce i tedeschi e la Germania avrà notato che più che lavorare tanto, sono bene organizzati ed efficienti. E quando si è bene organizzati ed efficienti, un’ora di lavoro vale il doppio o anche di più. Ma questi sono concetti troppo sopraffini e complessi per essere compresi da economisti e manager nostrani, forniti di eccelsi studi e master di ogni tipo. Bastano esempi banali per capirlo: se siamo in un ufficio o in un cantiere dove regna il caos, si perderanno interi giorni all’anno solo per cercare quello che non si trova. Se le riunioni di lavoro sono organizzate come una convention di persone dedite all’uso massiccio di marjuana, difficilmente otterremo risultati efficaci. Se è assolutamente normale dare un orario e poi iniziare la riunione almeno mezz’ora dopo, aspettando gli arrivi delle persone alla spicciolata, è evidente che perderemo complessivamente in un anno molti giorni di lavoro. Quando in Italia si cerca di essere seri, organizzati, precisi, puntuali, soprattutto nel settore pubblico o nel terzo settore, si viene quasi sempre tacciati di eccessiva rigidità, di essere tedeschi appunto. Quindi per non essere “tedeschi”, gli italiani lavorano molto di più e male dei tedeschi.  Lo confermano i dati dell’OCSE del 2017 che ci dicono che i tedeschi lavorano trecentocinquanta ore all’anno meno dei Pulcinella.   L’accordo fatto sulle 28 ore in Germania è stato raggiunto anche per dare la possibilità ai genitori di stare maggiormente con i figli e gli anziani. Incredibile, ci si sta accorgendo che molto più dei soldi è importante il tempo. Cosa ci fai infatti con i soldi se non hai nemmeno il tempo di stare con i tuoi cari, di leggere un libro, di fare una passeggiata, di coltivare una passione? Come lavorerai leggero, felice e concentrato se sai che quello che stai facendo ti sta portando via il tempo per quello che ami di più?

Quando nel 1992 iniziai a lavorare proprio in Germania al Centro per l’energia e l’ambiente di Springe nei pressi di Hannover, c’era la formula lavorativa per la quale si poteva scegliere di lavorare anche solo 25 ore settimanali e ciò era stato pensato proprio per dare la possibilità a chi aveva figli e famiglia di poterla seguire adeguatamente senza dover pagare baby sitter e senza rischiare di vedere poco e male i figli o i propri cari. E nonostante il salario fosse comunque mediamente inferiore a quello che si percepiva esternamente al Centro, le persone, dato che facevano parte di un modo di vivere sobrio e che trovavano la loro soddisfazione non nell’acquisto di merci superflue ma nel fare una attività che gli piaceva e che aveva senso, vivevano tutti dignitosissimamente e senza che gli mancasse nulla.  Per la cronaca, il Centro lavora dal 1981 ed è tutt’ora vivo, vegeto e in piena forma e la formula delle 25 ore lavorative era stata pensata a metà/fine anni ottanta, quindi trenta anni prima del recente accordo in Baden Wuerttemberg, ma meglio tardi che mai….

Ed ecco quello che accadrà sempre di più prossimamente,  le persone credendo sempre meno alle esigenze del falso mondo della pubblicità e degli assurdi status symbol, ritorneranno a prediligere quello che li fa stare bene, la relazione con i figli, con i propri cari, con gli amici, con la natura e lavoreranno il giusto. Rideranno di quando pensavano che fare le rate per comprarsi una auto nuova, sembrava fosse indispensabile e invece era solo una delle tante follie architettate da chi le macchine o ogni tipo di superflua cianfrusaglia ce le voleva assolutamente vendere in cambio della nostra libertà e della nostra felicità.

Fonte: ilcambiamento.it

Ciclabilità ed economia: più ricche le città bike-friendly

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Pedalare fa bene all’economia. Si moltiplicano in tutto il mondo le ricerche che testimoniano le ricadute positive delle politiche bike-friendly. Secondo una recente ricerca dell’Università della California che ha elaborato i dati provenienti da 500 studi condotti in 17 Paesi, la rendita dei progetti dedicati alla mobilità sostenibile(a piedi o in bici) sarebbe 13 volte superiore agli investimenti iniziali. La mobilità non giova solamente alla salute, ma sviluppa maggiormente il commercio e aumenta la produttività, facendo più ricche le città che favoriscono gli spostamenti pedestri e ciclabili. È stato rilevato che nelle città bike-friendly i lavoratori prendono una settimana di ferie in meno rispetto a chi lavora in città con un alto traffico automobilistico. Non è un caso che città come Copenaghen e Amsterdam, dove la bicicletta è un elemento ineliminabile e diffusissimo della mobilità urbana, finiscano puntualmente nelle prime posizioni delle città con la migliore qualità di vita.

Fonte:  The Guardian

Foto | Davide Mazzocco

L’Africa è ricchissima d’acqua ma non viene sfruttata

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Il primo studio su scala continentale delle riserve idriche del sottosuolo africano, condotto dalla rivista Enviromental Research Letters, ha prodotto un risultato sbalorditivo: il sottosuolo africano gode di oltre mezzo milione di chilometri quadrati d’acqua, con un range variabile tra lo 0,36 e 1,76 milioni di chilometri quadrati. Ovvero, 20 volte la quantità di acqua dolce contenuta nei laghi africani. La ricerca è stata condotta su circa 283 differenti bacini idrici. La distribuzione dei bacini sotterranei ovviamente non è uniforme nel Continente: le riserve più grandi sono sotto i paesi nordafricani e del Sahel. In quella zona, secondo le valutazioni dei ricercatori, il bacino è “spesso” 75 metri ed è, in sostanza, quello che resta dell’acqua che una volta, ben cinquemila anni fa, era abbondante nell’Africa settentrionale. Un secondo grande bacino giace tra la Repubblica democratica del Congo e la Repubblica centrafricana, mentre un terzo è nel sud, a cavallo di Namibia, Botswana, Angola e Zambia. Purtroppo pero’ i ricercatori avvertono pure che non tutta quest’acqua è facilmente raggiungibile per l’estrazione. Ma al contempo, in molti paesi africani pozzi “opportunamente collocati e adeguatamente costruiti” possono sopportare un cospicuo aumento dell’estrazione idrica, sebbene debbano rispettare “pause inter-annali per ricaricare le riserve”, le quali in alcuni casi hanno una “età ciclica” compresa tra 20 e 70 anni, al ritmo attuale di basso e talvolta bassissimo sfruttamento. A tal fine, l’obiettivo dello studio è anche quello di arrivare a una valutazione più realistica della sicurezza idrica e dello stress idrico, attraverso più accurate analisi regionali e locali, onde evitare che, presi dall’entusiasmo, si finisca per esaurire facilmente una pur ricca portata d’acqua. Si stima  che sono circa 300 milioni le persone senza un accesso stabile all’acqua potabile e che vivono in territori dove solo il 5 per cento delle terre coltivabili è effettivamente e regolarmente irrigato. Pertanto occorre capire bene come tali bacini possono essere sfruttati, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Molti si trovano in grande profondita’, altri, come detto, sono di lenta rigenerazione. Non resta che attendere fiduciosi, qui la tecnologia può davvero aiutare.

Fonte: tuttogreen