Smog e cervello: scoperta relazione fra inquinamento e declino cognitivo

La scoperta grazie a uno studio della University of Southern California che ha evidenziato un rapporto di causa-effetto fra la concentrazione di particolato nell’aria e gli errori nei test mnemonico-matematici

Lo smog non danneggia solamente i polmoni e le vie respiratorie, ma ha effetti deleteri anche sulle capacità cognitive. I particolati con alte concentrazioni di sostanze tossiche non contaminano soltanto l’atmosfera ma accelerano il declino cognitivo degli anziani. Le conseguenze negative sulle capacità cognitive erano già state evidenziate da diversi studi, ma lo studio pubblicato di recente su The Journals of Gerontology Series e curato dalla University of Southern California. Nel corso dello studio, gli esperti hanno preso in esame 780 persone di 55 anni o più: le loro funzioni cognitive sono state misurate attraverso test matematici e mnemonici e al termine di queste prove è stato attribuito un punteggio sulla base degli errori commessi. Le statistiche sulle capacità cognitive sono state incrociate con le informazioni sui livelli di inquinamento atmosferico nel quartiere di residenza di ciascun soggetto l’équipe della University of Southern California ha scoperto che le concentrazioni medie di smog nei quartieri di residenza erano pari a 13,8 microgrammi per metro cubo di aria ovvero sopra la soglia consentita dalle autorità statunitensi di 12 microgrammi per metro cubo. Dall’incrocio fra i risultati dei test e i dati ambientali è emerso un rapporto di causa-effetto fra inquinamento atmosferico ed errori totalizzati nei test, in particolar modo se la concentrazione raggiungeva i 15 microgrammi per metro cubo, il livello di errori dei partecipanti era una volta e mezzo maggiore rispetto a quello dei coetanei residenti in zone non inquinate, dove la concentrazione del particolato e inferiore a 5 microgrammi per metrocubo.159922342-586x390

Fonte:  The Journals of Gerontology Series

Foto © Getty Images

Dimostrata una relazione tra fracking e terremoti in Texas

Uno studio della South Methodist University correla 50 terremoti avvenuti tra il 2009 e il 2010 con l’inizio delle attività di fracking nell’area a Nord di Dallas nel 2005, in una zona che prima non aveva mai registrato attività sismiche.Pozzo-texas-2

Se ci fosse bisogno, dal Texas arriva un ulteriore conferma del legame tra fracking e attività sismica dopo analoghi studi effettuati in Ohio, New Mexico e Colorado. La South Methodist University ha analizzato circa 50 terremoti di piccola magnitudo (ma percepiti dalla popolazione) avvenuti tra il 2009 e il 2010 non lontano da Dallas in prossimità di pozzi di ri-iniezione delle acque di scarto usate per il fracking. Un singolo pozzo di ri-inieizione può ricevere circa 300000 barili al mese di acqua salata di scarto. Prima del 2008 in questa zona non c’era mai stata attività sismica e questo fa propendere i ricercatori a pensare che sia stato proprio il fracking a indurre i terremoti. Il ritardo di quattro anni tra l’inizio dell’attività petrolifera e il movimento delle faglie viene spiegato con un modello probabilistico: la presenza di acqua salata iniettata a forza nelle faglie crea una sorta di lubrificante tra gli strati di roccia che rende più probabile i movimenti tettonici quando venga applicata una forza appropriata. Questo può accadere anche anni o decenni dopo, visto che la geologia ha i suoi tempi, che sono un po’ diversi da quelli della quotidianità. L’USGS ha rilevato una significativa crescita dell’attività sismica nel sud degli Stati Uniti. Questo al momento non fermerà di certo le attività di trivellazione, perchè le correlazioni trovate dagli scienziati non rappresentano ancora una “prova” nel senso forense del termine. Anche se agli scienziati e agli amministratori locali non sembra una buona idea continuare a bucherellare il territorio intorno alle città di Dallas e Fort Worth, molto probabilmente tutto continuerà come prima finché “non ci scapperà il morto”.

Fonte: ecoblog

“Mulching”, pascoli, fienagione: le pratiche ecocompatibili per risparmiare sullo sfalcio dell’erba

A Torino per contenere i costi degli interventi per il taglio dell’erba nei parchi cittadini il Comune già da alcuni anni ha introdotto alcune tecniche di gestione dei prati che riducono l’impatto economico e ambientale: il “mulching”, i pascoli urbani e la fienagione, che arriva a costare da un sesto a metà rispetto alla normale manutenzione. Renzo Minetti di Agriforest: “Per alcuni prati basterebbero 1 o 2 tagli all’anno”

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Silvia Caprioglio

Oltre 19 milioni di metri quadri. A tanto ammonta la superficie di verde pubblico nel territorio comunale, un patrimonio di sempre più complessa gestione considerati i continui tagli alle casse di Palazzo civico. La frequenza degli sfalci dell’erba cambia in relazione alla tipologia dell’area verde, la sua ubicazione e, ça va sans dire, in base alle disponibilità dei bilanci, sempre più esangui. Per i parchi storici e le aree centrali, che godono di una manutenzione più frequente e dove l’erba è sempre o quasi a raso, si arriva fino a 12 tagli annuali. Al Parco del Valentino – ma è l’unico caso in città – il numero di sfalci raggiunge il tetto di ben 22: la ditta appaltatrice ha proposto al Comune il “mulching” e, col fatto che non raccogliendo l’erba tagliata si riducono i costi, si è potuto aumentare il numero di tagli. Ma a livello ambientale, sono davvero necessari e raccomandabili sfalci frequenti? Nel settore, soprattutto all’estero, il dubbio inizia a farsi strada. Intanto, per ovviare alla penuria di fondi, la Città, in base all’antico adagio che vuole che la necessità aguzzi l’ingegno, già da alcuni anni sperimenta alcune tecniche che uniscono il contenimento dei costi alla riduzione dell’impatto ambientale. È il caso dello sfalcio dell’erba con la tecnica del “mulching”, appunto, che consiste nello sminuzzare l’erba con lame rotative, ridistribuendola sul prato e risparmiando sulle operazioni di raccolta. In questo modo l’erba si decompone rapidamente rilasciando nel terreno acqua e sostanza organica, che riducono la disidratazione del terreno, lo fertilizzano e proteggono dagli sbalzi di temperatura, favorendo la vita di numerosi microrganismi deputati alla decomposizione e mineralizzazione della sostanza organica. In molti avranno inoltre notato negli anni folcloristiche greggi al pascolo in alcuni parchi; Torino è stata tra le prime città in Italia a sperimentare il pascolo in un contesto urbanizzato, un’idea dell’allora assessore al Verde Paolo Hutter, ripresa negli anni dai suoi successori, per lo sfalcio e la concimazione del terreno a costo zero. Un’altra tecnica è infine la fienagione, che consiste appunto nel lasciare i prati a fieno, mantenendo l’erba fino alla fioritura. Il fieno una volta tagliato, 3 o 4 volte all’anno, non è più considerato rifiuto ma materia prima per l’azienda agricola, usata come foraggio, lettiera per il bestiame, compost. L’erba alta favorisce anche la biodiversità, la sopravvivenza di popolazioni di insetti che costituiscono cibo per gli uccelli, e quindi favoriscono a propria volta la sopravvivenza dell’avifauna, messa in crisi dall’inquinamento e dall’urbanizzazione degli habitat naturali. Le aree verdi adatte a fienagione e pastorizia sono quelle più estese e periferiche, dove è possibile la coesistenza tra tali attività e la fruizione pubblica. Si tratta di circa 370 mila mq alla Pellerina, più di un terzo dell’estensione totale del parco, 338 mila mq al Parco della Colletta, 300 mila al Meisino, 220 mila al Colonnetti, 158 mila a Parco Piemonte, 125 mila al Parco della Maddalena, 113 mila alla Confluenza, 83 mila all’Arrivore, 52 mila al Parco di San Vito, 32 mila in via Bollengo a Parco Stura e 19 mila nell’area verde Torre Bert. In particolare, i parchi e le aree verdi a fienagione sono Pellerina, Lungo Stura Lazio, via Bollengo, Arrivore, Colonnetti e via Traves. I costi per le parti gestite a fienagione vanno da circa 1/6 a metà del prezzo rispetto a se le attività fossero svolte da un’impresa di manutenzione del verde. A Parco Colonnetti, ad esempio, con una superficie a fienagione di 220 mila mq, assumendo un costo per lo sfalcio di 6 centesimi a mq, come da capitolato corrente per quel tipo di area verde, il costo per 4 tagli annui sarebbe stato di quasi 53 mila euro; a fienagione vengono pagati, invece, 17 mila euro, per un risparmio di oltre 35 mila euro all’anno. Analogamente, alla Pellerina, con 370 mila mq a fienagione, invece di spendere 22200 euro a taglio se ne pagano 4 mila, con un risparmio per la Città di 72800 euro annui per 4 sfalci. Per capire più da vicino come funzionano queste pratiche e se e quanto siano davvero necessario un taglio frequente dei prati, Eco dalle Città ha interpellato Renzo Minetti della cooperativa Agriforest, a cui il Comune affida una parte consistente degli sfalci cittadini.  Ci sono controindicazioni igieniche a tenere l’erba alta in un prato?

Dipende da prato a prato; in linea di massima per alcuni prati basterebbero 1 o 2 tagli all’anno; laddove vengono piantate particolari semenze sarebbe sufficiente anche una volta sola.

E quali sarebbero le controindicazioni a non tagliare per nulla l’erba?

Il prato rischierebbe di soffocare. Bisogna invece conservarlo e rigenerarlo, o si rischia che il seme dell’erba perda vitalità.
Come funziona lo sfalcio in città?

Negli ultimi anni il Comune ha optato per gare al massimo ribasso, e questo ha messo in seria difficoltà le imprese. È stata anche bandita una gara in cui le imprese si impegnavano a tagliare l’erba gratis in cambio della possibilità di avere spazi pubblicitari nelle aree verdi; un’esperienza per noi davvero faticosa e di gestione problematica.
E il pascolo urbano come funziona?

In città operano alcuni contadini con greggi di sei-settecento pecore ciascuno, ma abbiamo dimostrato che questa pratica è possibile anche su piccole aree: recentemente abbiamo realizzato un intervento di questo tipo nei giardini della scuola Cattaneo. La gestione degli sfalci con le pecore comporta un doppio vantaggio, con un risparmio sia energetico che economico.

Fonte: eco dalle città

“Ci prendiamo la città”, il 23 marzo le Città vicine a convegno.

Quali conflitti teniamo aperti nelle nostre città che, con una rete di libere relazioni, rendiamo vicine? Sabato 23 marzo presso la Casa Internazionale delle donne di Roma si terrà il convegno annuale delle Città vicine “Ci prendiamo la città”.

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Le città che tanto amiamo, le nostre città natali o quelle dove abitiamo e lavoriamo, sono gli scenari dei drammi e dei grandi avvenimenti della vita contemporanea. Questi contesti straordinari, complessi e irripetibili di vita, ricchi di passato, di forme artistiche e architettoniche, di beni preziosi, splendidi palazzi e antichi tesori, dove tessiamo relazioni e ci impegniamo a realizzare momenti di vita pubblica, sono oggetto di speculazioni dissennate, di veri e propri furti e interventi distruttivi da parte dei poteri politici ed economici. Ma le città oggi sono anche matrici di nuove forme della politica. Pensiamo alle innumerevoli città italiane ed europee dove in questi ultimi anni hanno risuonato le voci, le grida, le manifestazioni di comitati cittadini, movimenti giovanili, studenti e docenti precari, pensionati e casalinghe, gruppi di donne, di operai e operaie in cassa integrazione, di badanti, infermiere, maestre elementari, extracomunitari, artisti e intellettuali. L’Aquila, Vicenza, Lampedusa, Napoli, Pomigliano, Val di Susa, Macao a Milano, e sempre a Milano “Le Giardiniere”, il teatro Valle a Roma, e altri importanti teatri in diverse città, il movimento “No Muos” di Niscemi, sono luoghi simbolici dove si manifesta una presa di coscienza e una rinnovata volontà di lotta. Di fronte alle disuguaglianze crescenti, tante e tanti, facendo leva sulla forza dei propri desideri e sulle relazioni, invece di lamentarsi o cadere nella trappola della contrapposizione sterile, inventano lavori, nuove forme di cooperazione e di economia, creano mercati, luoghi significativi di scambio dove circolano parole, idee, impreviste possibilità. I movimenti e le lotte del presente non hanno assunto la forma della rivendicazione dei diritti, ma quella dell’ironia, della baldanza, dello spiazzamento, della gioia di esserci, nonostante tutto, delle rappresentazioni artistiche nelle pubbliche piazze, della flessibilità e disponibilità a cambiare velocemente posizione per non farsi trovare, per sorprendere e disattendere le aspettative dei sistemi di potere.

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Insomma, se vogliamo aver cura delle città belle in cui viviamo, sono necessari gesti che tagliano scenari di finzione e aprono conflitti radicali. Bisogna prendersela questa cara “città del desiderio”! In questo, va anche ascoltata con attenzione l’esperienza di quelle e quelli che si assumono la responsabilità di decisioni che riguardano la vita comune, prendono posizione, cercano risposte concrete ai problemi e a volte sanno trovare mediazioni efficaci. E le città come le persone vanno messe in relazione, guardate, descritte, raccontate l’una a partire dall’altra e viceversa. Così nascono nuove e impreviste modalità di scambio tra città vicine e lontane. Ci vogliono momenti alti di confronto e di parola pubblica per far presente e articolare quello che non è immediatamente visibile, ma c’è e germoglia, opera cambiamenti: sono le invenzioni, le creazioni, le innovazioni di chi agisce nel presente, sapendo che il futuro in parte è già qui. Ovunque si possono riconoscere i segni tangibili del profondo cambiamento in corso. Dalle innumerevoli pratiche e azioni contestuali sta prendendo forma un’impresa di civiltà, degna di essere raccontata. Dalla politica della differenza, che ha dato vita a luoghi simbolici come la Libreria delle donne di Milano, l’Agorà del lavoro, il gruppo del mercoledì di Roma, l’incontro annuale di Torreglia e le stesse Città Vicine, sta nascendo una nuova umanità che trova luogo e si riconosce nella relazione, primo tessuto connettivo del corpo sociale. La vita quotidiana è informata tutti i giorni dalle pratiche di relazione: lì si genera la forza delle donne, l’autorità sociale femminile, lì stanno cambiando i rapporti tra uomini e donne. Ora anche alcuni uomini assumono in proprio la differenza, pensano a partire da sé e mettono in campo il desiderio. Così il “mondo comune delle donne” diventa il mondo reale, abitato da uomini e donne che si riconoscono comunità.

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Si terrà sabato 23 marzo presso la Casa Internazionale delle donne di Roma un convegno per rinnovare la scommessa delle Città Vicine e ragionare con il taglio della differenza su come affrontiamo i diversi problemi e le contraddizioni della vita attuale, quali conflitti teniamo aperti nelle diverse città in cui viviamo e che rendiamo vicine, attraverso una rete di libere relazioni. Il punto in cui siamo, al presente, è quello della messa in atto di una nuova figura dello scambio tra abitanti, comitati di quartiere, gruppi, associazioni, reti di donne, vicine e vicini di casa, movimenti in lotta per la qualità di vita in città e figure esperte di urbaniste/i, architette/i, paesaggiste/i; progettiste/i di giardini, artiste/i, attrici e attori, fotografe/i. Una figura che non ha ancora un nome. Si tratta di uno scambio di qualità tra saperi tecnici e saperi pratici, dove interagiscono conoscenze e abilità tradizionalmente maschili e conoscenze, esperienze, saperi, scoperte di origine femminile. Sono state le pratiche inventate in questi anni, insieme alle riflessioni, alle ricerche e alle affermazioni forti di architette e urbaniste coraggiose, fatte circolare non solo in ambiti accademici e professionali, ma in molti altri luoghi della vita sociale, politica e lavorativa, a determinare il cambiamento ancora in corso dell’architettura e dell’urbanistica. Oggi, infatti, le scienze della costruzione hanno cominciato a intercettare e registrare i corpi delle donne e degli uomini che abitano le città, esprimono desideri, aspirazioni e bisogni profondi, come quelli di bellezza, di armonia delle forme, di incontri e comunicazione, di voci umane e di silenzi, di aria buona da respirare, di sicurezza, di verde.

23 marzo 2013 ore 9.30 – 18.00

Roma, Casa Internazionale delle donne, Via San Francesco di Sales 1, Sala convegni “Carla Lonzi”: “Ci prendiamo la città” convegno annuale delle Città Vicine. La Casa internazionale delle donne di Roma dispone di una Foresteria in grado di ospitare in stanze singole e multiple. Per prenotarsi: 06/6893753. Sarà possibile, durante l’intervallo dalle 13 alle 14.30, consumare un pasto al self-service sempre alla  Casa internazionale delle donne. Per informazioni e contatti: Mirella Clausi mirellacla@gmail.com, 3284850943. Per commenti e contributi inviare a Nunzia Scandurra nunziascandurra@hotmail.it, 3397895759

Fonte: il cambiamento

La Città Sostenibile
€ 10