«Beni comuni, si torna indietro. Ci si fa beffe della volontà dei cittadini»

Ve lo ricordate il referendum su acqua e servizi pubblici 4 anni? Vinse il no alla privatizzazione. «Ma l’esito di quel referendum non è mai stato attuato – spiega Paolo Carsetti del Forum italiano dei Movimenti per l’acqua – e viene messo pericolosamente, seriamente e convintamente in discussione dall’attuale governo».vignetta_benicomuni

«I cittadini hanno fatto sentire chiara la loro voce a difesa dei beni comuni; si è raggiunto il top con il referendum 4 anni fa, lo strumento principe di partecipazione garantito dalla Costituzione» spiega Paolo Carsetti del Forum italiano dei Movimenti per l’acqua. «Ma l’esito non è stato attuato né a livello giuridico nè politico e ultimamente viene messo pericolosamente, seriamente e convintamente in discussione dall’attuale governo. Quindi è evidente che c’è un grosso problema. C’è un preciso piano attraverso il quale il Governo intende rilanciare con forza il processo di privatizzazione e finanziarizzazione dei beni comuni ma ciò avviene in maniera molto più subdola degli anni passati. Tutti i provvedimenti elencati non esplicitano un attacco diretto all’acqua o ai servizi pubblici locali come fatto nel 2009 dal governo Berlusconi, l’attacco è strisciante, non si pronuncia la parola privatizzazione perchè è un tema su cui si è già registrato una sconfitta epocale ma la sostanza è la stessa. Il governo si muove dietro la propaganda che prova a descrivere uno scenario come quello della necessità di riduzione della spesa pubblica anche attraverso la razionalizzazione delle cosiddette partecipate o ex municipalizzate che sarebbero coacervo di sprechi, clientele e malapolitica. È la retorica che sta dietro a questa propaganda, con la quale si prova a raggiungere il medesimo obiettivo del governo Berlusconi: cedere al mercato la gestione dei servizi pubblici e dei beni connessi. Se prima si era aperto lo scontro frontale prevedendo l’obbligo di privatizzazione, oggi non si apre uno scontro così diretto ma di fatto si incentivano e si costruiscono processi di privatizzazione, incentivazione delle cessioni ai privati, si costruiscono meccanismi di fusione perchè si racconta che solo attraverso economie di scala si raggiunge efficienza di gestione e si hanno soldi per investimenti, quindi il tema non è più “privato o pubblico” ma spostato sulla dimensione del soggetto gestore. Bassanini ci racconta che bisogna costruire player nazionali che siano in grado di competere su mercato internazionale: tradotto significa che bisogna dare tutto in pasto alle multinazionali, identificando poli aggregativi in multinazionali già esistenti di cui, evidentemente, per il governo è bene fare gli interessi: Acea, Hera, Iren, A2A nel centro nord; il sud è ancora territorio di nessuno a parte la Campania, dove c’è la mira espansionistica di Acea. Il resto in balia degli eventi». «Insomma, lo Sblocca Italia privatizza in maniera subdola, ci dice che gestore deve essere unico e si deve favorire il gestore più grande presente sul territorio – continua Carsetti – Poi con la legge di stabilità si sono definiti meccanismi premiali per gli enti locali che cedono quote o che fondono le proprie aziende tra loro. Il risultato è uguale a quello del Decreto Ronchi. Gli enti locali, schiacciati da tagli sempre maggiori, procederanno senza neanche un’esitazione se si dice loro che i proventi derivanti dalla cessione delle proprie azioni potranno essere usati al di fuori del patto di stabilità. Nelle multinazionali verranno ridotte, laddove ci sono, le quote pubbliche che non saranno più maggioritarie, poi si fagociteranno piccole aziende a maggioranza pubblica che sono modelli di gestione efficiente, tariffe ridotte e attenzione all’ambiente. Si ragionerà solo con logiche di mercato e di borsa. E’ di fatto una privatizzazione camuffata. Noi lo diciamo da tempo ma la gente continua a pensare che il referendum abbia salvato qualcosa».

Ma vediamo nel dettaglio la situazione, come “fotografata” dal Forum dei Movimenti per l’acqua.

«E’ possibile affermare che il piano attraverso il quale il Governo intende rilanciare con forza il processo di privatizzazione e finanziarizzazione dei beni comuni seguirà tre assi fondamentali, già indicati nel DEF(Documento di Economia e Finanza 2014): a) cessione di quote statali delle grandi aziende; b) razionalizzazione delle aziende partecipate dagli enti locali, seguendo lo slogan “riduzione da 8.000 a 1.000”; c) dismissione del patrimonio pubblico. Per quanto concerne i servizi pubblici locali e, quindi, anche il servizio idrico, tale progetto si ispira direttamente al programma sulla “spending review” il quale prevede aggregazioni e fusioni individuando dei poli aggregativi nelle grandi multiutilities. A riguardo il Governo ha messo in campo una rinnovata strategia comunicativa che si ammanta della propaganda di riduzione degli sprechi e dei costi della politica mediante lo slogan “riduzione delle aziende da 8.000 a 1.000”.

Due sono i provvedimenti legislativi che il Governo ha messo in campo:

  • il decreto “Sblocca Italia”, convertito in legge a colpi di fiducia lo scorso 5 novembre,costruisce un piano complessivo di aggressione ai beni comuni tramite il rilancio delle grandi opere, misure per favorire la dismissione del patrimonio pubblico, l’incenerimento dei rifiuti, nuove perforazioni per la ricerca di idrocarburi e la costruzione di gasdotti, oltre a semplificare e deregolamentare la procedura delle bonifiche.

Inoltre, contiene delle norme che, modificando profondamente la disciplina riguardante la gestione dell’acqua, mirano di fatto alla privatizzazione del servizio idrico.

In particolare l’articolo 7 modifica quella parte del Testo Unico Ambientale (D. lgs 152/2006) che riguarda la gestione del servizio idrico integrato. Tre appaiono le modifche più pericolose:

  1. modifica del principio cardine su cui si basava la disciplina, ovvero passaggio da “unitarietà della gestione” a “unicità della gestione” (comma 1, lettera b) punto 3) dell’art. 7);
  2. imposizione progressiva del gestore unicoper ogni ambito territoriale che sarà scelto tra chi già gestisce il servizio per almeno il 25 % della popolazione che insiste su quel territorio (comma 1, lettera d) e lettera i) dell’art. 7), ovvero le grandi aziende e/o multiutilities;
  3. imposizione al gestore che subentra di corrispondere a quello uscente un valore di rimborsodefinito secondo i criteri stabiliti dall’AEEGSI, ciò rischia di rendere più onerosi e quindi difficoltosi i processi di ripubblicizzazione (ad es. caso di Reggio Emilia) (comma 1, lettera f) punto 2) dell’art. 7).

Anche questo provvedimento, quindi, appare ispirarsi agli stessi principi della “spending review”, ovvero individuare dei poli aggregativi nelle grandi aziende e multiutilities. Ciò si configura come un primo passaggio propedeutico alla piena realizzazione del piano di privatizzazione e finanziarizzazione dell’acqua e dei beni comuni che il Governo ha poi definito compiutamente con la legge di stabilità.

  • la legge di stabilitàin cui quello che nella versione originaria era l’articolo 43 “Razionalizzazione delle società partecipate locali” da una parte limita l’affidamento “in house” (nella sua concezione comunitaria, quindi, sia ad S.p.A a totale capitale pubblico che ad aziende speciali) rendendolo oneroso per le casse degli Enti Locali e dall’altra favorisce le privatizzazioni incentivando la cessione di quote e più in generale le operaioni di fusione

Infatti, si stabilisce:

  1. l’obbligo per l’ente locale, che effettua la scelta “in house”, ad accantonare“pro quota nel primo bilancio utile” e ogni triennio una somma pari all’impegno finanziario corrispondente al capitale proprio previsto (comma 609, lettera a);
  2. in caso di fusioni e acquisizioni si rende possibile l’allungamento delle concessioni per il gestore subentrante, oltre a poter vedere rideterminati i criteri qualitativi di offerta del servizio (comma 609, lettera b);
  3. che i finanziamenti derivanti da risorse pubbliche debbono essere prioritariamente assegnati ai gestori privati(per esattezza quelli selezionati tramite gara) o a quelli che hanno deliberato aggregazioni societarie (comma 609, lettera c). Ovvero le risorse pubbliche devono essere date in primo luogo ai privati o a quei soggetti in via di privatizzazione.
  4. che gli enti locali possono usare fuori dai vincoli del patto di stabilità i proventi dalla dismissione delle partecipazioni(comma 609, lettera d), ma tale disposizione non si applica per spese relative ad acquisti di partecipazioni, ovvero non sarà possibile utilizzare questo incentivo per riacquisire quote da privati e quindi ripubblicizzare.

In questo nuovo scenario diversi sono i soggetti interessati a investire nei servizi pubblici locali, ma il regista sembra unico, ovvero Cassa Depositi e Prestiti, attraverso finanziamenti diretti (3 miliardi di euro già investiti nel triennio 2011–2013) o con i propri fondi equity FSI (500 milioni a disposizione per favorire le fusioni territoriali) e F21 (già attivo nei servizi idrici, nella distribuzione del gas, energie rinnovabili, rifiuti, in autostrade, aeroporti e tlc). Il tutto con interessanti joint venture con capitali stranieri, a partire dal colosso cinese State Grid Corporation of China, che, con la benedizione estiva di Renzi, ha acquisito il 35% di Cdp Reti, la società di Cassa Depositi e Prestiti, che tiene in pancia il 30% di Snam (gas) e il 29,85% di Terna (energia elettrica). Sembra evidente, dunque, come questa legge di stabilità, in maniera più esplicita del decreto “Sblocca Italia”, indichi la direzione della privatizzazione dei servizi pubblici, incentivando esplicitamente le dismissioni di quote dei comuni e favorendo economicamente i soggetti privati e i processi di aggregazione. Si arriverebbe, quindi, a costruire un vero e proprio ricatto nei confronti degli Enti Locali i quali, oramai strangolati dai tagli, sarebbero spinti alla cessione delle loro quote al mercato azionario, giungendo così a relegarli esclusivamente ad un ruolo di “controllo” esterno o con quote di assoluta minoranza. Il combinato disposto dei due provvedimenti costruisce, quindi, un meccanismo per cui, attraverso processi di aggregazione e fusione, i quattro colossi multiutilities attuali – A2A, Iren, Hera e Acea – già collocati in Borsa, potranno inglobare tutte le società di gestione dei servizi idrici, ambientali ed energetici, divenendo i “campioni” nazionali in grado di competere sul mercato globale. Ciò si configurerebbe come una reale regressione ai primi del novecento quando a gestire l’acqua e i servizi pubblici erano pochi monopoli privati. Nella medesima direzione vanno le norme inserite negli articoli 14 e 15 del cosiddetto disegno di legge delega Madia “Riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche“, attualmente in discussione al Senato. Se approvate nell’attuale versione consegnano una delega al Governo con indicazioni precise volte al rilancio dei processi di privatizzazione. Infatti, appare sempre più evidente come l’obiettivo ultimo di tale provvedimento sia la limitazione drastica degli affidamenti diretti, quindi la possibilità di gestione pubblica dell’acqua e dei servizi essenziali, attraverso i seguenti punti:

  • il tentativo di limitare drasticamente gli affidamenti diretti (art. 15, comma 1 lettera b);
  • l’incentivo ai processi di aggregazione (art. 15, comma 1 lettera e);
  • la possibile rivisitazione al ribasso dei contratti di servizio (art. 14, comma 1 lettera l) punto 1);
  • la possibilità di commissariamento per le aziende in disavanzo che di fatto sancirebbe l’esautorazione dell’ente locale nella definizione dei piani di rientro (art. 14, comma 1 lettera h);
  • la definizione delle modalità di fallimento delle aziende pubbliche (art. 14, comma 1 lettera a).

Passo dopo passo, si torna indietro. Il Governo Renzi intende costruire la nuova Italia attraverso le vecchie privatizzazioni. Costruiamo insieme una campagna contro le privatizzazioni e i monopoli privati, per una gestione pubblica e partecipata dell’acqua e dei beni comuni».

Fonte: ilcambiamento.it

A Malles pesticidi banditi con un referendum

Malles_venosta-300x336

Malles, nella Val Venosta, i cittadini hanno deciso di bandire i pesticidi, grazie a un Referendum. Lo scorso 5 settembre, infatti, i circa 5mila abitanti della zona sono stati chiamati a esprimere con il voto per corrispondenza la propria preferenza. La posta in gioco: eliminare definitivamente gli anticrittogamici dai campi. La consultazione popolare, una delle prime di questo genere in Europa, è stata preceduta da non poche polemiche e scontri tra i favorevoli a una coltivazione 100% biologica e gli “anti-proibizionisti”. Con il 75% dei voti, i cittadini hanno detto NO ai pesticidi. All’iniziativa ha partecipato il 69% degli aventi diritto al voto. È già da parecchi anni che in alta Val Venosta gli ambientalisti si scontrano con l’avanzata della monocoltura delle mele e soprattutto con l’utilizzo di soluzioni chimiche nei frutteti della zona. Secondo quanto si apprende su Internazionale,sembra che i pesticidi abbiano messo in difficoltà parecchie aziende biologiche della zona, il cui fieno risultava contaminato dalle sostanze utilizzate nei terreni limitrofi.

In un campione di fieno prelevato a pochi metri da una scuola elementare sono stati trovati residui di nove sostanze fungicide e insetticide velenose. Già nel 2013, i promotori del comitato “Malles, comune libero da pesticidi” avevano raccolto 500 firme, per inserire nello statuto comunale un articolo sul principio di precauzione per la tutela della salute dei cittadini e la gestione sostenibile dell’ambiente. Ora, il risultato del Referendum potrebbe sovvertire le sorti delle coltivazioni della zona e della salute delle persone, spianando la strada verso un paese a produzione 100% biologica.Inoltre, questo potrebbe aiutare di gran lunga a bloccare la pericolosa moria delle api, causata dai pesticidi utilizzati nelle coltivazioni; come dichiarato a Repubblica  da Claudio Porrini, entomologo dell’Università di Bologna: “Sto lavorando in quella zona e conosco bene la situazione: gli apicoltori sono disperati per le morie che hanno falcidiato le arnie e che sono legate a un uso molto intenso dei pesticidi. E poi quelle sono valli strette, con i frutteti che si alternano a scuole, impianti sportivi, boschi. Per poter convivere bisogna ridurre progressivamente l’uso di fitofarmaci”.Malles potrebbe ben presto non essere più il primo posto in cui i pesticidi vengono banditi attraverso un referendum. Nella Val di Non, in Trentino, infatti, Virgilio Rossi, capogruppo consiliare della Lista civica Sae (Salute ambiente economia) ha espresso le sue considerazioni in merito: “È una svolta epocale dove le persone, ormai dimostrano di distinguere un’agricoltura sana da quella chimica, di avere ormai acquisito una conoscenza sulle conseguenze di queste sostanze sull’ambiente e soprattutto sulla salute umana ed animale in genere”. Secondo Rossi, d’ora in avanti le cose cambieranno e “questo precedente sarà la base da dove partiranno con effetto domino ulteriori iniziative, compresa la Val di Non”. Una cosa che andrà sicuramente a scontrarsi con gli interessi economici di chi porta avanti un sistema agricolo che non può essere più sostenuto dalla natura.

(Foto: Luca De Santis)

Fonte:  ambientebio.it

Marco Bersani, dai movimenti per l’acqua alla riscoperta dei beni comuni

Dopo il referendum sull’acqua pubblica il concetto di “bene comune” ha cominciato a pervadere la comunicazione, superando la favola che ci è stata raccontata per anni del “privato è bello”. Così Marco Bersani di Attac Italia ha spiegato uno dei cambiamenti culturali fondamentali introdotto dai movimenti per l’acqua.

Attac fa parte di una rete internazionale, nata in Italia nel 2000, e composta da attivisti ben formati e informati. Una delle prime iniziative per cui si era mobilitata è stata la realizzazione di una legge di iniziativa popolare sulla tassazione delle transazioni finanziarie. Dopo aver raccolto oltre 200 mila firme la proposta è arrivata in parlamento diventando, molto tempo dopo, qualcosa di estremamente diverso dal progetto iniziale.acqua_pubblica_forum2

Il principio di base da cui parte Attac è la consapevolezza che i poteri forti stanno “finanziarizzando” tutto, inglobando non solo i mercati ma la vita stessa delle persone. Il punto di partenza doveva essere dunque quello di sottrarre i beni comuni da questo processo onnivoro e l’acqua era uno di quei beni. “La nostra forza”, spiega Bersani, “è stata quella di riuscire a parlare con l’intera società, facendo sentire tutti coinvolti”. Dall’esperienza dei movimenti per l’acqua Bersani ha imparato che il “fare rete” è fondamentale ma difficile, per questo non bisogna mai dare nulla per scontato. Una strategia per unire i movimenti senza il rischio che uno fagociti l’altro, è quella di trovare gli elementi comuni all’interno di ogni singola vertenza per rafforzare la battaglia di ogni movimento. Dopo la vittoria del referendum e l’affermazione del concetto di bene comune, “i poteri forti hanno imposto il paradigma che il nostro unico problema è il debito e che non ci sono i soldi”, a questo Bersani e gli attivisti di Attac rispondono che se la crisi è di tutti i cittadini allora tutti devono partecipare alla discussione sulle soluzioni per uscirne. Allo stesso modo, se il debito è pubblico i cittadini devono avere la possibilità di accedere ai documenti necessari per capire in cosa consiste il debito e chi lo ha creato. Parlando, ad esempio, dei costi lievitati per la costruzione della Metro C a Roma, ognuno dovrebbe essere messo nelle condizioni di capire perché un chilometro di metro nella nostra capitale costa circa ventitré volte di più della costruzione di un chilometro di metro ad Amburgo. La consapevolezza degli individui è insomma un aspetto fondamentale per restituire nelle mani dei singoli la capacità di azione che trent’anni di deleghe ai poteri forti hanno atrofizzato.bersani

“Dobbiamo riappropriarci degli spazi della democrazia”, aggiunge Bersani, “per affermare il paradigma che si esce dalla crisi in un modo diverso da quello imposto dalla finanza”. Parla di un’economia solidale e di una riconversione ecologica che abbia alla base una pianificazione condivisa dei processi necessari per scardinare il modello liberista. “Porto l’esempio della Fiat: perché restare attaccati al dogma che l’azienda debba produrre solo veicoli privati” – si chiede – “quando potrebbe produrne per la mobilità pubblica?”.  È chiaro che si tratta di un processo lungo, ammette Bersani, come un’erosione carsica che alla fine porta al successo cui hanno condotto i movimenti per l’acqua. “Uno degli elementi che ci ha imposto il modello liberista”, continua, “è l’attenzione al prodotto piuttosto che al processo, ma a mio avviso è proprio il processo il momento fondamentale su cui concentrare l’attenzione.” Il risultato straordinario raggiunto durante la campagna referendaria è stato infatti quello di ottenere il coinvolgimento e l’interessamento di una fetta di popolazione normalmente esclusa o disinteressata. Fa sorridere e riflettere il racconto di Bersani, quando parla della mail di un’anziana signora di 86 anni, chiusa in una casa di riposo, che ai tempi della campagna aveva scritto una mail agli attivisti per esprimere la sua vicinanza a loro e alla causa dell’acqua bene comune.jpg_azione3web

La totale inadempienza ai risultati plebiscitari del referendum è stata l’ennesima riprova della perdita di democrazia nel paese. La strada per riconquistarla inizia dalla riappropriazione degli spazi e da un forte radicamento locale, per questo è necessario ripartire dalle realtà che operano sul territorio. Indebolire e gradualmente far sparire gli enti locali è un modo per indebolire la democrazia diretta: se il potere viene centralizzato e allontanato è più facile che subentri la rassegnazione nel cittadino. “Credo che gli attivisti debbano muoversi secondo il principio di una lenta impazienza, cioè l’impazienza come consapevolezza dell’inaccettabilità dello stato attuale delle cose, ma rimanendo coscienti della lentezza dei tempi necessari per il cambiamento.”

Elena Risi

Fonte: italiachecambia.org

Centrali elettriche in Italia, un referendum per eliminare quelle a carbone

La proposta arriva da Tirreno Power che gestisce la centrale a carbone di Valdo Ligure: perché non chiedere agli italiani con un referendum se le vogliono?carbone1-620x350

Tirreno Power mette le carte in tavola e propone che sulle centrali a carbone sia predisposto un referendum per chiedere gli italiani se siano da chiudere. La Procura di Savona ha aperto un fascicolo d’inchiesta contro ignoti sulle cause di morti sospette, circa 1000. La richiesta del referendum nazionale è semplice: se dovesse vincere il No, ovvero che non si vogliono più centrali a carbone in Italia si andrebbe a rivedere tutto il mercato alla borsa dell’energia. Perché sì è sempre quello il maledetto problema: produrre energia con il carbone costa poco e rende molto; produrre energia con il gas costa tanto e rende poco. Spiega Daniela Patrucco su Speziapolis:

Se produci l’energia con il gas vai fuori mercato alla borsa dell’energia che dà la precedenza alle fonti rinnovabili e all’energia prodotta dal carbone, più economico. E’ sacrosanta verità, perché nessuno contabilizza i costi dell’impatto del carbone sull’ambiente e sulla salute. Poiché i movimenti lo sanno bene, il conflitto non è tanto e solo con le aziende ma soprattutto con le istituzioni locali e il governo centrale.

E sotto questa luce allora la proposta di Tirreno Power assume il sapore di una sfida e dice tra le righe: rendiamo sul serio libero il mercato togliendo dalle mani di chi ha sul serio il monopolio del mercato dell’energia (ergo:tante centrali a carbone) il giocattolo sporco.

Rileva Daniela Patrucco:

Si determinerebbero infatti nuovi equilibri di prezzo perché concorrerebbero solo gli impianti a gas e le rinnovabili. Certo conviene a Sorgenia (che ha un solo impianto a carbone, quello di Vado appunto) ma non a Enel che di fatto monopolizza la borsa dell’energia con le centrali a carbone. E si sa chi comanda sull’energia in Italia da oltre cinquant’anni.

Infine, segnalo l’ottimo post di Antonia Briuglia su Trucioli savonesi che ricorda che le proposte di Legambiente in merito a referendum locali e non nazionali siano quanto meno:

Imbarazzante soprattutto per Legambiente che, come si sa, possiede il 10% di una società di Sorgenia e Sorgenia (parte dell’impero finanziario di Carlo De Benedetti) possiede il 39% di Tirreno Power. Imbarazzante ma perfettamente coerente, la scelta referendaria di Legambiente, proprio col PD, di cui De Benedetti possiede, tra l’altro anche la tessera, quel PD che da sempre amministra il territorio.

Mentre Sorgenia finanziava diverse attività di Legambiente, a parte iniziative sporadiche, di scarsa incisività, Legambiente non ha mai partecipato, attivamente alle proteste e alle iniziative legali negli anni promosse dai comitati contro la centrale di Vado Ligure, mentre lo faceva, in prima persona, contro le centrali a carbone di altri gruppi energetici, ad esempio alla Spezia, a Genova, a Civitavecchia.

Fonte:  Speziapolis

 

Acqua pubblica, la ‘tariffa truffa’ italiana e le richieste dei cittadini europei

Mentre in 13 paesi dell’Ue (Italia compresa) vengono consegnate quasi due milioni di firme per l’acqua pubblica, nel nostro paese è sempre più chiara l’inadeguatezza della nuova tariffa idrica introdotta dall’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas, che viola apertamente i referendum lasciando intatti i profitti sull’acqua e fa scontenti cittadini e gestori.acqua_pubblica_eu

Continua, pur fra mille ostacoli, il percorso di ripubblicizzazione dell’acqua. In 13 paesi dell’Unione europea (fra cui l’Italia) sono da pochi giorni state consegnate circa un milione e 800mila firme, a conclusione dell’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) per l’acqua pubblica. Nel frattempo nel nostro paese è sempre più evidente l’inadeguatezza della nuova tariffa idrica introdotta dall’ l’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas (AEEG) sul finire del 2012 in piena contraddizione con i referendum.

Partiamo dall’Europa. Sono state da poco presentate le firme raccolte per l’Iniziativa dei Cittadini Europei per l’acqua pubblica con lo straordinario risultato di un milione e ottocentomila firme raccolte in 13 paesi dell’Unione. Le firme italiane, consegnate il 10 settembre al Ministero degli Interni, sono state circa 70mila, ben oltre la quota richiesta al nostro paese. Ma è stato soprattutto il dato complessivo a far ben sperare: oltre 1.800.000 raccolte fra Germania, Austria, Belgio, Finlandia, Grecia, Ungheria, Italia, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Slovenia e Slovacchia. Cosa significa l’ICE? L’Iniziativa dei cittadini europei è una forma di partecipazione diretta alla politica dell’Ue. L’art.11 comma 4 della versione consolidata del Trattato sull’Unione Europea stabilisce infatti che i “Cittadini dell’Unione, in numero di almeno un milione, che abbiano la cittadinanza di un numero significativo di Stati membri, possono prendere l’iniziativa d’invitare la Commissione europea, nell’ambito delle sue attribuzioni, a presentare una proposta appropriata su materie in merito alle quali tali cittadini ritengono necessario un atto giuridico dell’Unione ai fini dell’attuazione dei trattati”. Insomma, non si tratta di uno strumento d’azione diretta ma di una metodo per fare pressione sulle autorità europee. In Italia invece, la tariffa idrica introdotta dal governo Monti sul finire del proprio mandato mostra sempre più apertamente i propri limiti. La tariffa, che viola apertamente il secondo quesito del referendum, quello che prevedeva l’eliminazione dei profitti dalla gestione dell’acqua, incontra sempre maggiori ostacoli sia fra i gestori sia fra i cittadini. Sul Metodo Tariffario Transitorio pendono 35 ricorsi tra cui quello promosso dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e da diversi gestori. Il forum dei movimenti per l’acqua parla di dati impietosi: “se si ragiona su base regionale sono ben 9 su 20 le regioni da cui non è pervenuta all’AEEG nessuna approvazione, ovvero il 45%; mentre se si fa riferimento al numero delle AATO esistenti prima della soppressione avvenuta il 31 dicembre 2012, solo 21 su 91 hanno approvato la nuova tariffa (ossia il 23%).” Il 19 settembre, inoltre, l’AEEG ha comunicato il recepimento della nuova tariffa idrica da parte di due AATO, quello di Marche Sud Ascoli Piceno e quello della Valle del Chiampo. Infine, fa notare ancora il Forum, “l’Authority non si preoccupa neanche di rispondere ai cittadini che chiedono chiarezza in materia di tariffa idrica. Sono passati oltre 100 giorni, ovvero ben 40 in più di quanti previsti dalle procedure della stessa AEEG, dal deposito di un esposto da parte del Comitato Acqua Pubblica di Arezzo. Attendiamo fiduciosi una celere risposta perchè si tratta di un dovere a cui l’Authority non può sottrarsi.”

Fonte: il cambiamento

Acqua, i referendum due anni dopo. La mappa delle trasformazioni città per città

A Torino il Forum italiano per l’acqua pubblica ha fatto il punto sulla ripubblicizzazione del servizio idrico a due anni dai referendum. E’ stata anche tracciata una mappa dei comuni che hanno trasformato le società del servizio idrico. Eccone una sintesi376301

Pietro Mezzi

Non c’è solo Napoli nella realtà municipali che, sulla scorta del voto del giugno 2011, hanno trasformato le loro società del servizio idrico. Ci sono diverse realtà, da Nord a Sud, della Penisola che hanno declinato in modo diverso il contenuto dell’esito referendario. Vediamo, città per città, cos’è successo.

Forlì
E’ stato costituito un tavolo provinciale per l’acqua che tra Forlì e Rimini ragioni in direzione di uno scorporo di Romagna Acque dalla multiutility Hera. Il tavolo è aperto ai Comitati per l’acqua pubblica. Nelle riunioni sono emerse differenze sulle scelte strategiche da operare, cosa questa che ha determinato una battuta d’arresto dei lavori.

Imperia
Viene definito, quello della città ligure, un caso esemplare, grazie al lavoro congiunto del Comitato per l’acqua pubblica e i sindaci per l’acqua pubblica. Uno dei primi risultati è stata l’eliminazione dalla tariffa d’ambito della componente corrispondente alla remunerazione del capitale investito, così come prevedeva uno dei due referendum sull’acqua. Il Comune inoltre ha provveduto a bloccare il rinnovo della gestione mista della società idrica locale per procedere a una gestione solo pubblica. Sono state così estromesse dalle società della provincia di Imperia i soci privati ed è stata costituita una società consortile affidataria del servizio idrico provinciale.

Napoli
Si tratta dell’operazione più importante e più nota voluta dall’amministrazione De Magistris, che in poco tempo ha costituito la società pubblica Abc, Acqua bene comune.

Palermo
Il 4 aprile scorso la giunta comunale Orlando ha approvato la delibera di trasformazione di Amap spa in azienda speciale.
Pescara
Il 16 aprile scorso l’assemblea dei sindaci della provincia di Pescara ha votato la trasformazione di Aca spa in azienda in house di diritto pubblico. E’ stato anche deciso l’azzeramento della quota di remunerazione del capitale dalla bolletta. L’assemblea dei sindaci si è impegnata ad avviare anche la Valutazione ambientale strategica e la Valutazione di incidenza ambientale sulle opere previste. Però, a distanza di un anno il percorso di ripubblicizzazione non è ancora partito.
Piacenza
Nel 2013 è stata avviata la verifica della possibilità di ripubblicizzazione del servizio idrico, anche grazie alla conclusione della concessione di Iren con i sindaci della provincia, scontenti della gestione della multiutility emiliana. In maggio è iniziato il percorso di partecipazione per la ripubblicizzazione, anche se non mancano le difficoltà, anche politiche, nella stessa giunta comunale.

Pistoia
Mesi fa è iniziato il percorso di ripubblicizzazione a cui hanno aderito i sindaci di Pistoia, Prato, Vernio, Poggio a Caiano, Agliana, Quarrata e molti sindaci del Valdarno. L’idea era di assegnare il servizio a un consorzio pubblico di comuni. Questi mesi però sono stati all’insegna dell’incertezza politica e il tavolo fatica a procedere.

Reggio Emilia

Nel dicembre del 2012 il comune di Reggio Emilia decise di concludere il rapporto con Iren e di iniziare la ripubblicizzazione del servizio idrico locale. Il Comune ha provveduto inoltre a modificare il proprio Statuto introducendo i principi cari ai movimenti per l’acqua pubblica.

Savona
Il progetto di privatizzazione è stato stoppato in consiglio comunale e ora i sindaci della zona savonese si stanno orientando a bloccare la privatizzazione del servizio e guardano invece con favore a una soluzione esclusivamente pubblica e partecipata.

Torino
Nel luglio 2012 il consiglio comunale ha votato un mozione con la quale si indirizzava la gestione pubblica del servizio idrico gestito da Smat e alla cancellazione dalla tariffa delle rumenerazione del capitale investito. Il 4 marzo scorso, la delibera di iniziativa popolare è stata approvata dal consiglio comunale, con alcune modifiche. Tra queste la necessità di una verifica di fattibilità della trasformazione di Smat in azienda speciale consortile. Il 23 luglio scorso però il consiglio comunale vota una mozione con la quale si afferma che tale trasformazione non è opportuna.

Varese
Nel 2012 il Comitato per l’acqua bene comune di Varese ha condotto un’azione importante nei confronti dei sindaci del territorio per un approfondimento sul tema dell’azienda speciale. Grazie anche a questo lavoro dal basso, il servizio idrico sarà gestito da una srl in house.

Vicenza
Il 13 febbraio scorso il consiglio comunale di Vicenza, a larga maggioranza, ha approvato una delibera che dà mandato alla giunta di procedere a un percorso per trasformare il gestore del servizio idrico attuale in una società di diritto pubblico, senza scopo di lucro e aperto alla partecipazione dei cittadini.

Fonte: ecodallecittà

 

Acqua pubblica, l’Europa apre ma l’Italia non ascolta

Per la prima volta l’Europa sembra mostrare aperture verso l’acqua pubblica, dopo il grande consenso dell’Iniziativa dei cittadini europei (Ice) Right2Water. In Italia invece continua l’ostilità del governo e dell’Autorithy verso gli esiti dei referendum. Quest’ultima in particolare ha deliberato una modalità di restituzione dei profitti di gestione ai cittadini estremamente favorevole per i gestori.acqua_europa

In Italia, vuole il luogo comune, ci piace arrivare in ritardo anche quando siamo all’avanguardia. I fatti, purtroppo sembrano confermare l’affermazione. Mentre l’Europa mostra i primi segnali di apertura verso l’acqua pubblica, da noi che per primi ci siamo opposti alle privatizzazioni con un referendum, lo stato sembra remare contro la ripubblicizzazione con tutte le proprie forze, calpestando apertamente la volontà popolare. Qui Europa. Il Commissario Europeo Michel Barnier si è recentemente dichiarato contrario alla privatizzazione del servizio idrico e ha firmato una dichiarazione che va incontro all’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) Right2Water, sottoscritta da un milione e mezzo di cittadini in tutta Europa (è possibile firmarla su www.acquapubblica.eu) Con una dichiarazione ufficiale del 21 giugno scorso, Barnier ha escluso l’acqua dalla direttiva sulle concessioni e rassicurato i cittadini dell’Unione Europea: “Capisco bene la preoccupazione che deriva da una privatizzazione dell’acqua contro la vostra volontà, anche io reagirei allo stesso modo”. Qui Italia. Se fino a ieri i fautori italiani delle privatizzazioni continuavano a ripetere come un mantra ”ce lo chiede l’Europa”, beh, adesso l’Europa non lo chiede più. Eppure la linea istituzionale non sembra esere cambiata così tanto. Il nuovo governo Letta si muove in perfetta sintonia con i passati esecutivi e l’Autorithy continua a mostrare un atteggiamento ostile verso gli esiti referendari, nonostante i pronunciamenti della Corte costituzionale, del Consiglio di Stato e del TAR della Toscana. Il 25 giugno scorso, infatti, l’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas ha approvato l’ennesimo provvedimento che elude l’esito dei referendum del 2011. Nel deliberare sulle modalità di restituzione ai cittadini della “remunerazione del capitale investo”,illegittimamente percepito dai gestori nel periodo compreso tra luglio 2011 e la fine di quell’anno, l’AEEG ha costruito un metodo che garantirà ai gestori un esborso minimo assai minore di quanto dovuto visto che saranno detratti gli oneri finanziari, quelli fiscali e gli accantonamenti per la svalutazione crediti. Una decisione che va contro ogni logica. Già ai tempi dei referendum la Corte costituzionale aveva specificato che qualora il referendum avesse avuto successo i profitti sull’acqua (la cosiddetta remunerazione del capitale investito) sarebbero dovuti immediatamente sparire dalle bollette. Ciò non era avvenuto e il Consiglio di Stato aveva osservato, in un parere pubblicato a fine gennaio scorso, come l’applicazione degli esiti referendari “non sia stata coerente – […] – con il quadro normativo risultante dalla consultazione referendaria”. Infine anche il TAR della Toscana, nella sentenza di accoglimento del ricorso presentato dal Forum Toscano dei Movimenti per l’Acqua, aveva stabilito che “il criterio della remunerazione del capitale (…) essendo strettamente connesso all’oggetto del quesito referendario, viene inevitabilmente travolto dalla volontà popolare abrogatrice…”. Ma non c’è sentenza o referendum che tenga, quando dall’alto la volontà è quella di mantenere lo status quo. L’ennesima palese violazione dei referendum ha fatto insorgere il popolo dei referendum. In un comunicato il Forum italiano dei movimenti per l’acqua ha dichiarato: “Di fronte all’ennesima dimostrazione della palese intenzione di non voler rispettare la volontà popolare e mettere in discussione gli esiti del referendum come Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua ribadiamo la nostra richiesta di dimissioni dei vertici dell’Authority.” La strada per la ripubblicizzazione e l’esclusione dei profitti dall’acqua è ancora lunga. Per una volta, cerchiamo di non restare indietro.

Fonte: il cambiamento

Acqua in Vendita?
€ 15