ReCreo: recuperare casali abbandonati e restituirli ai cittadini

ReCreo è un progetto portato avanti da una rete di professionisti con l’obiettivo di mappare i casolari italiani e rimetterli a disposizione della comunità attraverso nuove forme di fruizione fondate sulla condivisione. Il nostro territorio è pieno di edifici rurali in stato di abbandono, dimenticati, coperti dalle erbacce, spesso diroccati, che aspettano solo di tornare in vita. Ma è anche pieno di persone che desiderano lasciare la città e recuperare il legame con il mondo contadino, magari riportando qualcuno di questi immobili alla sua antica funzionalità. ReCreo nasce proprio per unire queste due esigenze.

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Per capire meglio come funziona questo progetto, che dopo una fase preliminare sta entrando nel vivo, abbiamo intervistato i membri del team coordinati da Leonardo Porcelloni, co-founder insieme agli altri tre componenti di ReCreo e geografo con il compito di studiare l’abbandono nelle aree rurali e i fenomeni di ripopolamento delle aree interne. 

Qual è il percorso dei componenti del team di ReCreo? 

Il team è composto da quattro ragazzi esperti rispettivamente in relazioni internazionali e project management, ingegneria energetica, architettura e geografia. Si può quindi dire che sia piuttosto eterogeneo, ma tutti accomunati da un percorso universitario presso l’Università di Firenze dove queste discipline e l’esperienza personale ci hanno unito in un interesse per le risorse abbandonate dell’Italia rurale.

Il team di ReCreo. Da sinistra: Leo Cusseau, Shirin Amini, Leonardo Porcelloni e Federico Mazzelli

Cosa vi ha spinti a ideare e lanciare questo progetto? 

Una crescente domanda che trova poche offerte: studiando l’evidente tendenza di abbandono e spopolamento delle aree interne del territorio italiano e, allo stesso tempo, notando un rinnovato interesse per le strutture abbandonate, abbiamo pensato fosse più che logico far incontrare questi andamenti apparentemente contrastanti. Ma, soprattutto, abbiamo notato che sempre più persone sono alla ricerca di una vita fuori dal contesto urbano, che li riporti ad una dimensione meno frenetica e più a contatto con la natura.  Le prime idee di progetto hanno trovato un acceso interesse, prima tra i nostri conoscenti e dopo in un pubblico più esteso. Abbiamo dunque deciso di impegnarci in questo senso anche dal punto di vista professionale sfruttando al massimo le nostre competenze. 

In cosa consiste la prima fase di mappatura? Chi può partecipare ai lavori? 

La mappatura è il primo passo verso la realizzazione del progetto e chiunque sia interessato può parteciparvi. Questa fase permette di aggregare su una mappa online i dati sull’abbandono nell’Italia rurale: casali, terreni, boschi, coltivazioni, beni storico-culturali e di archeologia industriale. Allo stesso tempo, vogliamo coinvolgere i cittadini in questo processo di identificazione delle risorse abbandonate, per favorire la nascita di una comunità di persone, connesse fra di loro e attente a queste tematiche, che possono segnalare una propria risorsa inutilizzata o quelle abbandonate che conoscono. Questo database geografico sarà disponibile per chi è alla ricerca di una risorsa e vorrà gestirla, quindi rivitalizzarla.

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Potete descriverci i dettagli della seconda fase? 

In seguito all’individuazione della risorsa in abbandono, ci focalizziamo sul suo recupero funzionale e sul futuro modello gestionale. Il nostro progetto si incentra sul tipico casolare agricolo con terreno annesso, nel quale vediamo lo spazio ideale per implementare il nostro modello d’impresa: l’eCo-Living, uno spazio in cui è possibile vivere esperienze di coabitazione temporanea, di lavoro e formazione in condivisione con altre persone. È il luogo ideale per chi vuole sperimentare nuovi modelli dell’abitare sostenibile, per chi ha bisogno di un luogo diverso dall’ufficio per lavorare, ma anche per facilitare lo sviluppo di un turismo sensibile alla cultura locale. Tramite la nostra piattaforma, sarà possibile mettere in connessione persone o gruppi interessati al recupero e a sperimentare la nostra idea di gestione, permettendo così di creare una rete di rigenerazione rurale. 

Oggi esistono diversi progetti e percorsi individuali di ripopolamento dei borghi italiani. È un’inversione di tendenza rispetto all’abbandono? A cosa è dovuta secondo voi? 

Non si può negare un nuovo interesse che spinge soprattutto i più giovani a riappropriarsi di quegli spazi che da decine d’anni vengono abbandonati, in alcuni casi dimenticati, nelle aree interne della Penisola. Le esperienze, molto spesso temporanee, volte alla riscoperta di una vita a contatto con la natura, lenta e salubre, sono in crescita. C’è la volontà di riscoprire la terra, le tradizioni, i cibi antichi; ci sono le capacità per applicare tecniche innovative e più produttive in rispetto dell’ambiente. Le terre non più redditizie e quel senso di isolamento tornano a essere di grande valore, sia economico che culturale. Da un lato la società urbana produce conflitti e non soddisfa più le aspettative di tanti giovani, dall’altro lo sfruttamento qualitativo e ricercato delle aree rurali consente modelli di vita più sostenibili e remunerativi. Noi crediamo che sia in atto una tendenza, ma che sia necessario costruire reti fra le esperienze più avanzate.

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La condivisione può essere un’arma in più nella riabilitazione del patrimonio rurale italiano? In che modo? 

Il termine condivisione è la chiave di volta per sconfiggere il senso di isolamento, che non riguarda solo le aree rurali, ma è preponderante anche nelle città. Gli ambienti condivisi di lavoro, formazione e turismo sono in crescita; ne è una dimostrazione anche la nascita di molti ecovillaggi. Inoltre il moderno ridotto nucleo familiare non è più in grado di “riempire” quei colossali casolari rurali, una volta progettati per famiglie di circa venti individui; e lo stesso riguarda la gestione dei terreni. Perciò sono necessari nuovi modelli di condivisione d’uso e di proprietà. Tuttavia, è anche indispensabile reindirizzare le politiche nazionali a favore dei piccoli centri rurali, dove spesso mancano i servizi primari e i collegamenti restano carenti. Infatti, la maggior parte di questi processi di valorizzazione rurale sono casi bottom-up realizzati dalla determinazione di individui e piccole comunità, che appunto condividono obiettivi e risorse, in un contesto spesso non favorevole. 

Che contributo può dare chi legge questo articolo? 

Ai lettori diciamo che il contributo che possono offrire è a 360°. ReCreo si rivolge a chi ha a cuore il patrimonio rurale italiano, che è ricco di tradizioni, conoscenze, beni artistico-culturali, ricchezze naturali; una vera e propria icona del nostro paesaggio dove tutto è da riscoprire e salvaguardare. Anzitutto invitiamo i lettori ad accedere al nostro sito, scoprire la mappa e inserire le risorse abbandonate che incontrano nel loro percorso, per aumentare la conoscenza condivisa del nostro patrimonio rurale e offrire la possibilità di recuperare tali risorse a chi le vorrà gestire. Per chi ha una vena più letteraria, sempre dal nostro sito, potrà inviarci le storie inerenti ai luoghi abbandonati, così da poterle pubblicare e condividere. In secondo luogo, invitiamo tutti a seguirci e contattarci per collaborare con noi nell’ottica di una gestione di eColiving o per sperimentarne l’esperienza di coabitazione.  Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/08/recreo-recuperare-casali-abbandonati-restituirli-cittadini/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Hotel e condominio insieme: così si recuperano gli alberghi in crisi

In Italia, paese del turismo, dove gli alberghi sono fioriti ai tempi d’oro, oggi la crisi batte forte e anche, appunto, gli hotel ne risentono. Abbandonarli all’oblio significherebbe sprecare risorse, territorio e potenzialità. Per questo potrebbe risultare assai utile la norma che entrerà in vigore il 21 marzo che permette di abbinare agli hotel la formula del… “condominio”.9780-10558

Sono stati battezzati “condhotel” e potranno diventare realtà nel nostro paese dal 21 marzo, giorno in cui entrerà in vigore il decreto numero 13 del 2018 che introduce la possibilità di realizzare una sorta di ibrido tra condominio e albergo. La finalità è quella di “diversificare l’offerta turistica e favorire gli investimenti volti alla riqualificazione degli esercizi alberghieri esistenti sul territorio”. E anche gli hotel che risentono della crisi del turismo possono “ripensarsi” e contribuire alla risoluzione del problema casa che in non poche persone hanno.

Che cos’è il condhotel

Nella formula del condhotel, il proprietario di un albergo può vendere una camera (con cucina) in modo che l’ospite sia indipendente e autonomo. Chi acquista questo genere di camera potrà utilizzarla esclusivamente per scopi propri, ad esempio per trascorrere le vacanze estive o natalizie, e darla in affitto in “periodi morti”, affidando l’incarico al gestore della struttura alberghiera, con cui dividerà il guadagno totale. «Il proprietario della struttura alberghiera può decidere di trasformare in appartamenti da vendere con la formula del condhotel una porzione della struttura esistente, fino a un massimo del 40% della superficie – spiegano dallo studio legale Cataldi che sta seguendo il provvedimento – Oppure aggregare a un hotel esistente un certo numero di appartamenti ubicati nelle immediate vicinanze (massimo 200 metri lineari)».

Da un lato, possono trarne beneficio i turisti particolarmente affezionati a un hotel o a un luogo di vacanza, dall’altro ci sono gli albergatori che potrebbero incamerare risorse da investire sullo svecchiamento delle strutture.

Condhotel: i requisiti

Tra le condizioni necessarie per l’esercizio vi sono:

– la presenza di almeno sette camere, al netto delle unità abitative ad uso residenziale;

– la presenza di portineria unica per tutti coloro che usufruiscono del condhotel, sia in qualità di ospiti dell’esercizio alberghiero che di proprietari delle unità abitative a uso residenziale, con la possibilità di prevedere un ingresso specifico e separato ad uso esclusivo di dipendenti e fornitori;

– la gestione unitaria e integrata dei servizi del condhotel e delle camere, delle suites e delle unità abitative arredate destinate alla ricettività e delle unità abitative ad uso residenziale;

– l’esecuzione di un intervento di riqualificazione, all’esito del quale venga riconosciuta all’esercizio alberghiero una classificazione minima di tre stelle;

– il rispetto della normativa vigente in materia di agibilità per le unità abitative ad uso residenziale».

Condhotel: obblighi del gestore

«Tra gli obblighi del gestore unico c’è l’impegno a garantire ai proprietari delle unità abitative ad uso residenziale, oltre alla prestazione di tutti i servizi previsti dalla normativa vigente, ivi inclusi quelli di cui alle rispettive leggi regionali e alle relative direttive di attuazione per il livello in cui il condhotel è classificato» aggiungono dallo studio Cataldi.

Il decreto prevede la semplificazione della rimozione del vincolo di destinazione alberghiera, stabilendo che in questi casi per «interventi edilizi sugli esercizi alberghieri esistenti e limitatamente alla realizzazione della quota delle unità abitative ad uso residenziale, ove sia necessaria una variante urbanistica, le Regioni possono prevedere, con norme regionali di attuazione, modalità semplificate per l’approvazione di varianti agli strumenti urbanistici da parte dei Comuni».

Fonte: ilcambiamento.it

Cresce al mercato dell’Alberone di Roma il progetto di recupero delle eccedenze alimentari

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Abbiamo intervistato Viola de Andrade Piroli che coordina il progetto di recupero cibo a Roma insieme a Francesco Fanoli e Yacouba Sangare attivo tutti i sabato al mercato dell’Alberone. Le esperienze e i progetti di recupero delle eccedenze alimentari promosse da Eco dalle Città continuano a crescere. Dopo il mercato di Porta Palazzo a Torino, i sei mercati di Milano insieme a all’associazione Recup, anche a Roma – e precisamente al mercato dell’Alberone – da sei settimane è attivo il progetto che grazie al mix di di italiani e rifugiati salva cibo ancora edibile dai rifiuti e contribuisce alla loro riduzione aiutando i più bisognosi. Abbiamo intervistato Viola de Andrade Piroli che coordina il progetto di recupero cibo a Roma insieme a Francesco Fanoli e Yacouba Sangare.mercato1

In quanti siete, da quanto tempo è attiva la raccolta delle eccedenze alimentari al mercato dell’Alberone a Roma e come sta andando il progetto?

Siamo in tre. Ovviamente io, Francesco Fanoli e Yacouba Sangare, un rifugiato della Guinea Conakri, arrivato a Roma l’inverno scorso ancora minorenne ed entusiasta di aiutarci tutti i sabato per il progetto. Con l’intervento di questo sabato siamo alla sesta settimana di recupero al mercato dell’Aberone e lo facciamo ogni sabato dalle 14,30 alle 17. Il progetto sta crescendo piano piano. La risposta da parte degli ambulanti del mercato è molto positiva. Nei primi interventi c’erano poche persone che venivano da noi a recuperare cibo, probabilmente per diffidenza. Ma dopo aver sparso la voce nel quartiere, con il comitato di quartiere e le parrocchie il numero di persone è aumentato. Adesso ci vengono a cercare e stiamo terminato tutto il cibo recuperato al mercato. Le persone con le quali ci interfacciamo non seguono i social, funziona il passaparola e bisogna creare un rapporto di tipo fiduciario, solo così

A oggi quali sono le quantità di cibo recuperato al mercato?

Nei primi interventi si recuperavano circa 50kg di invenduto, mentre oggi riusciamo a recuperare tra gli 80 e i 100 kg ogni sabato.

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Quali sono le reazioni di chi vi incontra al mercato?

Come già detto quelle degli ambulanti sono positive. Ci sono quelli entusiasti che ci sostengono, che mettono da parte per noi anche cibo che potrebbero tranquillamente vendere perché credono nel progetto mentre qualcuno è un po più polemico che dice che la gente che recupera da noi “ha i ristoranti, sono piene di soldi e non vogliono pagare”.

Anche tra gli avventori del mercato c’è entusiasmo, forse di circostanza. Ci guardano con simpatia e fanno i complimenti al progetto. Mentre quelli che recuperano alcune volte si commuovono, e capisci che sono persone che sono davvero in difficoltà. La maggior parte delle persone che vengono a recuperare sono anziani italiani e non. Molte volte chi recupera cibo è diffidente, preferisce continuare a frugare tra i rifiuti e quindi cerchiamo di instaurare un rapporto, convincendoli ad avvicinarsi al nostro banchetto cercando di restituire più dignità alle persone. È difficoltoso ma con un po di pazienza si riesce a conquistare la loro fiducia.

Foto di Andrea Sintini

Fonte: ecodallecitta.it

 

Piccoli borghi antichi: un patrimonio da recuperare

In Italia ci sono tantissimi luoghi che sono semi abbandonati e che non aspettano altro che essere ripopolati, sono i piccoli borghi caratteristici. Hanno vantaggi grandissimi dal punto di vista della qualità della vita, della relazione con la natura, meno stress, molta più possibilità di autoprodursi energia e alimentazione e quindi ridurre le spese. Scopriamoli.9594-10360

Quando parliamo di piccoli borghi, o aree interne, ci riferiamo a quasi un terzo del territorio nazionale nel quale vive soltanto il 7% della popolazione italiana. Sono caratterizzati da un progressivo spopolamento ed invecchiamento della popolazione residente, con una forte riduzione del presidio e della manutenzione del suolo, dei boschi e degli edifici, con effetti gravi anche sugli altri territori del paese. Ricordiamo che costituiscono anche un importante bacino idrico per il territorio italiano. Queste aree, fra l’altro, stanno rischiando di perdere attrattiva turistica e di ridurre il loro importante contributo alle produzioni agroalimentari e artigianali di qualità. Inoltre, valorizzandoli e rivitalizzandol, è possibile avere un nuovo tipo di turismo, il cosiddetto turismo di qualità. Amministrazioni e sindaci cercano persone che vi facciano ritorno e che li abitino. In questi luoghi è possibile intervenire in vari modi: da un punto di vista energetico, dal punto di vista ecologico, da un punto di vista alimentare da agricolo. Ed è possibile farlo con interventi di qualità. Significa cioè che la riqualificazione energetica può essere fatta con materiali isolanti bioetici o con materiali che hanno particolare resistenza per esempio ai terremoti, e quindi poter utilizzare questi materiali per avere una maggiore protezione. Si può, dal punto di vista agricolo, riscoprire delle antiche coltivazioni locali che normalmente sono più resistenti, hanno un’ottima qualità che può essere utilizzata sia all’interno, e sia venduta all’esterno. Può essere uno dei tanti aspetti che possono attirare delle persone in visita nei piccoli borghi. Qui è molto importante anche il recupero del senso di comunità. Significa che ogni persona ha un ruolo e un’importanza che va valorizzata. Pensiamo al ruolo degli anziani che è un ruolo centrale perché l’anziano nella nostra società, una volta finito il ciclo lavorativo, viene considerato come qualcosa di inutile, quasi un peso. Nel recupero di questi luoghi, nel recupero della comunità, è possibile dare all’anziano il ruolo della saggezza, che in fondo ha sempre avuto. Il ruolo dell’esperienza, che può essere tramandata anche ai giovani che volessero ritornare in questi luoghi per riabilitare. Quindi, aspetti comunitari al proprio interno e aspetti comunitari in relazione anche agli altri paesi nelle vicinanze, per superare anche gli aspetti di campanilismo che non aiutano certo. Avere una rete di persone che si aiutano, che si danno la mano, che recuperano questi posti e che aumentano la qualità della vita, sia per loro stessi che per quelli che vanno a visitare questi luoghi. Riscoprendo così tutti gli aspetti centrali che ci sono, e non ultimo l’aspetto culturale. Tutto questo significherebbe un nuovo Rinascimento, dare nuove possibilità alle persone e poter così dare una reale alternativa di vita, sia per chi va ad abitare nuovamente in questi luoghi sia per chi ci abita già.

QUI il videointervento di Paolo Ermani

Fonte: ilcambiamento.it

Milano, recuperati nelle mense 100mila chili di frutta e 60mila di pane all’anno

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Con il programma “Siticibo” di Banco Alimentare Onlus e Milano Ristorazione in un anno sono stati salvati nelle mense milanesi 98 tonnellate di frutta e 57 tonnellate di pane. L’80% del cibo recuperato proviene dalle scuole, il resto dalle mense aziendali. A Milano lo spreco di cibo si combatte anche nelle scuole. Con il programma “Siticibo” di Banco Alimentare Onlus e Milano Ristorazione in un anno sono stati recuperati nelle mense milanesi 98 tonnellate di frutta e 57 tonnellate di pane. L’80% del cibo recuperato proviene dalle scuole, il resto dalle mense aziendali. I refettori scolastici coinvolti sono 99 mentre le strutture caritative milanesi aiutate con il programma “Siciticibo” sono 79. (Dati pubblicati su http://www.milanoristorazione.it/notizie-eventi/progetti/progetti-attivi/1070-progetti-di-contenimento-sprechi-alimentari-collaborazione-con-siticibo)

Siticibo è attivo dal 2003 ed è la prima applicazione della Legge n. 155/2003, nota come legge del Buon Samaritano, che ha lo scopo di recuperare il cibo cotto e fresco in eccedenza nella ristorazione organizzata e dunque anche nei refettori scolastici. L’iniziativa è partita da una mamma, oggi volontaria di Banco Alimentare, che preoccupata nel vedere i quantitativi di cibo sprecati nella scuola frequentata dai figli ha contattato il Banco Alimentare proponendo alcune iniziative per recuperare le eccedenze e sensibilizzare alunni e insegnanti. Oltre al recupero e alla distribuzione del cibo Banco Alimentare propone azioni educative. “Entrando nelle scuole ci siamo accorti che i bimbi e gli insegnanti erano desiderosi di sapere perché salviamo gli alimenti. Nasce dunque l’attività sull’educazione al valore del cibo che non va sprecato e neanche sciupato sui tavoli”

Le iniziative contro lo spreco di cibo nelle scuole milanesi sono davvero tante.  

Nel corso degli anni, sono stati distribuiti in più di 80 plessi scolastici di Milano più di 24.700 sacchetti “Salva merenda”. Gli alunni delle scuole che hanno aderito al progetto “Io non spreco” usano il sacchetto per portare a casa frutta, pane, budini UHT e prodotti da forno, da loro stessi non consumati durante il pranzo e la merenda a scuola.387407_2

Invece negli asili dove sono stati distribuiti i kit “Riciclo e coltivo”gli avanzi si trasformano in compost da usare nei giardini delle scuole che hanno aderito all’iniziativa. Da non sottovalutare anche la scelta di consumare la frutta a metà mattina anticipando la distribuzione della frutta prevista a fine pasto. Con il progetto “Frutta a metà mattina” di Milano Ristorazione i bambini infatti apprezzano di più la frutta e si evitano gli sprechi a pranzo dato che spesso non si riesce a finire il pasto. Ma non solo. Lo spreco di cibo si combatte anche là dove viene cucinato. Milano Ristorazione cucina un numero di pasti tenendo conto degli alunni presenti a scuola il giorno prima. A metà mattina ricevono i fax con il numero di presenze per quella data giornata e se le porzioni preparate fossero in più non saranno consegnate ma conservate grazie agli abbattitori rapidi di temperatura e distribuite alle associazioni che operano sul territorio.  Sulle pagine di Eco dalle città abbiamo parlato più volte delle azioni contro lo spreco di cibo grazie anche al progetto “Formichine Salvacibo” finanziato dalla Fondazione Cariplo che ha visto la partecipazione e la premiazione di alcune scuole milanesi impegnate con attività di sensibilizzazione contro gli sprechi alimentari.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Recup: il recupero del cibo invenduto a favore della comunità

Recuperare nei mercati rionali il cibo che a fine giornata i commercianti sono obbligati a buttare nella spazzatura anche se commestibile. Un gruppo di ragazzi ha dato vita ad un progetto di Recup a Milano con l’obiettivo di combattere lo spreco alimentare e donare gli alimenti recuperati alla comunità. Il cibo che perde valore economico crea così valore sociale.

A Milano un piccolo gruppo di ragazze ha fatto partire un progetto che vuole far fronte al grave problema dello spreco alimentare, recuperando il cibo invenduto o danneggiato nei mercati rionali per metterlo gratuitamente a disposizione di chi lo voglia.

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Da sinistra a destra i volontari di Recup: Beatrice, Ilaria, Federica e Alberto

Del problema dello spreco alimentare ce ne siamo occupati più e più volte e continuiamo a farlo perché purtroppo è un problema di dimensioni enormi che non riguarda solo la Grande Distribuzione Organizzata (GDO), o la ristorazione: nei mercati rionali c’è tanto cibo commestibile, ma danneggiato o invenduto, che i commercianti, per legge, sono obbligati a buttare nella spazzatura al termine delle vendite. Ecco perché alla fine del mercato ci si imbatte sempre più spesso in persone che frugano tra i rifiuti lasciati dagli ambulanti per recuperare ciò che viene gettato via, ma che è ancora perfettamente commestibile. Recup vuole prevenire l’umiliazione di quanti sono costretti a frugare nella spazzatura per poter tirare avanti, promuovendo inclusione sociale e favorendo anche la presa di coscienza di una parte crescente di popolazione che, pur non essendo indigente, ritiene inaccettabile che un tale spreco di cibo venga prodotto e per questo si attiva nel suo recupero. E’ quanto ha fatto anche a Roma la giovane mamma Alessia La Cava, per cui il recup è diventato una strategia di “sopravvivenza urbana”.

Come alcuni di voi ricorderanno abbiamo già parlato delle assurde regole di mercato che prevedono canoni estetici tanto rigorosi quanto deprecabili nei nostri articoli dedicati al Foodsharing. Nel frattempo, il 3 agosto scorso è stata finalmente approvata la legge 166/2016 contro lo spreco alimentare che dovrebbe riuscire a ridurre lo spreco del cibo e a favorire le donazioni da parte degli esercenti, consentendo oltretutto ai Comuni di applicare loro una speciale riduzione sulla tassa dei rifiuti. Per meglio comprendere quali sono le iniziative in corso in Italia in questo contesto, mercoledì scorso ci siamo recati al mercato di Piazzale Martini a Milano, dove abbiamo incontrato alcuni dei volontari di Recup. Ilaria, Federica, Beatrice, Luca e Alberto ci hanno spiegato il progetto e gli obiettivi che si pone.SAMSUNG

Ilaria e Luca al mercato di Piazzale Martini con parte del cibo recuperato

Quando è nato il progetto Recup e come si è evoluto nel tempo?

È nato circa 2 anni fa ed inizialmente eravamo solo 3 persone (Rebecca Zaccarini, Ilaria Piccardi e Federica Canaparo, n.d.r.) che riconoscendosi nell’ideale comune di non voler sprecare cibo si sono incontrate. Oggi siamo una ventina di volontari e lavoriamo in 4 mercati alla settimana: il lunedì al mercato di via Cambini, il mercoledì ci troviamo qui al mercato di Piazzale Martini, il venerdì in via Termopili e il sabato in Piazzale Sant’Agostino a Papiniano. A parte il sabato, l’orario d’incontro è alle 14.00, mentre il sabato a Papiniano è alle 16.00. Chiunque può unirsi al gruppo di volontari e darci una mano; ovviamente ogni volontario può portarsi a casa tutto ciò che vuole e di cui ha bisogno. Nel tempo siamo riusciti anche a costruire una bella rete di collaborazioni, ad esempio qui in Piazzale Martini con Fucine Vulcano.

Chi sono? (Ce lo dice Luca, volontario di Fucine Vulcano)

Fucine Vulcano è un’associazione che promuove la sostenibilità ambientale in generale, in tutte le sue possibili forme, a partire dal sabato che ci occupiamo della Ciclofficina e quindi promuoviamo la mobilità sostenibile, facendo riparazione di biciclette e diffondendo anche il sapere, perché in ciclofficina insegniamo a ciascuno a riparare una bici. La sostenibilità stessa impone la condivisione dei saperi, materiali e immateriali a favore della comunità. Questo progetto di recupero del cibo si sposa pienamente con la nostra idea di sostenibilità, attraverso l’abbattimento degli sprechi e utilizzando una bicicletta cargo non comprata, ma auto-prodotta: è il connubio perfetto.

Raccontateci in cosa consiste una missione tipo dei volontari di Recup

A fine mercato iniziamo a chiedere ai venditori ambulanti se hanno cibo da recuperare, che non riescono più a vendere. All’inizio non è stato semplice vincere la loro diffidenza e guadagnare la loro fiducia, ma ormai ci conoscono e la maggior parte degli ambulanti che collaborano con noi ci lasciano direttamente da parte delle cassette di cibo danneggiato o invenduto durante la mattinata. Noi lo ritiriamo a mano o con l’aiuto della cargo-bike di Fucine Vulcano (v. sopra, n.d.r.) e lo pesiamo per avere dei dati reali sugli sprechi che riusciamo ad evitare. Si scarta il cibo che veramente non è più buono e si redistribuisce a chiunque voglia prenderlo. Ciò che ha perso valore economico, può ritrovare così valore sociale. Possiamo parlare di una media di 100 kg di prodotti “salvati” ogni giorno, che poi vengono ritirati direttamente presso il nostro punto di ritrovo al mercato stesso e consumati dalle persone più disparate, di tutte le età, italiane e non, che altrimenti finirebbero nella spazzatura. In questo modo si crea una collaborazione in grado di formare vere e proprie comunità tra persone diverse, un contatto interculturale e intergenerazionale che si è andato perso, ma che un tempo era tipico dei mercati rionali: il mercato torna ad essere così folklore, scambio, convivialità, divertimento, incontro.2016-11-01-14.14.38.jpg

Luca recupera il cibo con la cargo-bike di Fucine Vulcano

Dopo l’approvazione della legge contro gli sprechi: è cambiato qualcosa per voi, oppure no?
Diciamo che per noi non è davvero cambiato molto e continuiamo a fare affidamento esattamente sugli stessi venditori che già prima ci donavano il cibo. Però, grazie a questa legge, vorremmo cominciare ad organizzarci in modo tale da permettere ai commercianti che donano il cibo di avere uno sgravio nella tassa sui rifiuti. Riusciremmo così non solo a ricevere, ma anche a dare loro qualcosa. A questo scopo ci siamo già messi in contatto con il Comune.

Cosa vi proponete di fare nel breve e nel lungo termine?

Noi vorremmo che la gente ci contattasse per replicare la nostra esperienza in tutta la città di Milano. Ovviamente ci mettiamo a loro disposizione in modo da dargli consigli e indicazioni e per aiutarla, almeno la prima volta, a chiedere la disponibilità dei commercianti ambulanti del mercato rionale a loro più vicino, per poi continuare a portare avanti il recupero cibo anche nella loro zona. Il nostro sogno sarebbe quello di riuscire ad includere tutti i mercati di Milano nel recupero del cibo e in questa città ce ne sono ben 86! Ovviamente non ricerchiamo solo privati cittadini, ma anche associazioni che ci aiutino nel recupero del cibo in modo mirato ed organizzato, prendendo nota di quanto cibo si è effettivamente salvato, facendo in modo che questo cibo sia distribuito il più possibile equamente tra le persone che lo richiedono, etc. Se anche voi siete sensibili al tema dello spreco del cibo e volete mettervi in contatto con i volontari di Recup, potete farlo tramite la loro pagina Facebook o via email, anche per chiedere consigli su come iniziare un progetto del genere in altri quartieri milanesi o in qualunque altra città d’Italia al di fuori di Milano: recuperamilano@gmail.com

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/11/recup-recupero-cibo-invenduto-comunita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

 

 

 

Rifiuti elettronici: Ecolight ne recupera 17mila tonnellate l’anno

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La raccolta dei piccoli rifiuti elettronici effettuata da Ecolight nel 2015 è stata di 17mila tonnellate fra cellulari, elettrodomestici e accessori e componenti elettronici. L’aumento nel recupero è stato del 9% rispetto all’anno precedente sia per l’introduzione di soluzioni innovative, sia per la capillarità dell’azione. Secondo il presidente di Ecolight, Walter Camarda, sugli elettrodomestici di uso più comune, sui cellulari e sugli elettroutensili si gioca una partita importantissima visto che queste tre tipologie rappresentano l’80% dei rifiuti gestiti da Ecolight:“Questi rifiuti hanno infatti un tasso di ritorno che è inferiore al 15% e una possibilità di recupero che supera il 95% del loro peso”. Ecolight è uno dei maggiori sistemi collettivi per la gestione dei Raee (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), delle Pile e degli Accumulatori. Il consorzio Ecolight, che raccoglie oltre 1.500 aziende, è il secondo a livello nazionale per quantità di immesso e il primo per numero di consorziati.

Fonte: Ecolight

Piemonte, l’87% dei rifiuti differenziati viene avviato a recupero

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Grazie al progetto Recupero-Riciclo Garantito, che da quindici anni monitora il tasso di effettivo recupero dei materiali riciclati, in Piemonte si scopre che per quasi tutte le frazioni organiche la percentuale di recupero supera il 90%

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Uno studio permanente della Regione Piemonte, avviato nel 2003 e denominato Progetto Recupero – Riciclo Garantito, da più di dieci anni monitora e verifica che tutti i rifiuti delle raccolte differenziate siano effettivamente recuperati. Un progetto che tra i suoi obiettivi si prefigge anche di sfatare quel luogo comune secondo cui “i rifiuti della raccolta differenziata sono rimessi insieme e inviati in discarica” o all’inceneritore, andando a specificare frazione per frazione dove effettivamente finiscono i rifiuti e il loro tasso di effettivo recupero. Per poi essere trasformati in materie prime seconde. I risultati finora raggiunti , come si legge nello studio, sono ulteriormente migliorabili incrementando la raccolta dei rifiuti recuperabili ancora presenti nei rifiuti indifferenziati e aumentando la consapevolezza dei cittadini sull’importanza del proprio ruolo.

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I dati dello studio “Progetto Recupero – Riciclo Garantito”

Dei quantitativi monitorati in Piemonte per l’anno 2013, pari a 958.811 tonnellate di rifiuti differenziati, è stato verificato che ne sono stati avviati a recupero l’87%, pari a 834.433 tonnellate. Carta, vetro, legno, metallo e verde si attestano su percentuali di recupero superiori al 90%, i tessili al 89%, l’organico al 80% ed infine gli imballaggi in plastica, più complessi da differenziare, sono stati recuperati al 65%.

Lo studio completo è consultabile cliccando qui.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Il Consorzio Italiano Compostatori ad Expo 2015: nutrire il terreno con il recupero degli scarti organici

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Il Consorzio Italiano Compostatori partecipa ad Expo Milano 2015 con una serie di iniziative nell’ambito della Fattoria Globale, il nuovo spazio della l’Associazione Mondiale degli Agronomi.
Centemero (CIC): “Saremo ad Expo per far conoscere l’importanza del compost, un fertilizzante naturale che oltre a restituire sostanza organica alla terra gioca un ruolo fondamentale nel contenimento delle emissioni”.

Per il press kit del CIC, con dati e approfondimenti, clicca qui

“Unità di misura per la valutazione del benessere del Pianeta”. È stata definita così laFattoria Globale 2.0, la nuova area inaugurata ad Expo Milano 2015 dalla World Association of Agronomists (WAAforEXPO2015) e da CONAF (Consiglio dell’Ordine Nazionale dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali). Sponsor dell’iniziativa il CIC(Consorzio Italiano Compostatori), che organizzerà una serie di 12 eventi all’interno dello spazio, affrontando altrettanti temi come il cibo, gli scarti, il suolo, il riciclo, il biometano e le bioplastiche.

La Fattoria Globale a Expo, tra cambiamenti climatici e identità locale

La Fattoria Globale, progettata dall’architetto Enzo Eusebi, occupa una superficie di 350 mq ed è collocata nell’area Nord Est 12 di Expo. Un noce piantato a terra è il segno di riconoscimento del padiglione: quest’albero rappresenta simbolicamente lo “spazio” della fattoria dove si svolgevano le pratiche di comunità: il riposo, la riflessione, la meditazione, la progettazione, la discussione, il futuro.

Tanti i temi al centro degli eventi che animeranno la Fattoria Globale: si parlerà di biodiversità e miglioramento genetico, di sostenibilità e produttività, di sviluppo e identità locale, di cambiamenti climatici e territori di produzione. Ma i riflettori saranno puntati anche sull’alimentazione e gli scarti alimentari. Proprio in questo ambito si inserisce il CIC, che forte della sua esperienza nel campo del compostaggio, porterà il suo contributo alla “fattoria del futuro”.

Nutrire il suolo e contenere le emissioni con il compost

Trasformare gli scarti organici in compost può essere uno dei modi per contribuire in modo significativo all’uso sostenibile delle risorse. L’impiego del compost come ammendante sui terreni, oltre a mantenerne la fertilità, permette di ridurre l’impiego di risorse non rinnovabili utilizzate per produrre fertilizzanti chimici, riducendo allo stesso tempo la quantità di scarti organici da avviare alle operazioni di smaltimento. Come per tutti gli ammendanti l’impiego del compost ha la funzione di migliorare la qualità del suolo, consentendo di conservarne nel lungo periodo la fertilità, il suo stato strutturale, la capacità di assorbire e rilasciare acqua e di trattenere gli elementi nutritivi in forma facilmente assimilabile da parte della pianta, promuovendo tutte le attività biologiche del suolo. “Saremo ad Expo per far conoscere l’importanza del compost, un fertilizzante naturale che oltre a restituire sostanza organica alla terra gioca un ruolo fondamentale nelcontenimento delle emissioni” ha sottolineato Massimo Centemero, direttore del CIC. “Secondo l’Istituto Sperimentale per la Nutrizione delle Piante, uno 0,15% di sostanza organica in più nel suolo, equivale a fissare nello stesso una quantità di CO2 corrispondente alle emissioni complessive dell’intera nazione italiana per un anno”.
Chi è il Consorzio Italiano Compostatori

Il CIC (Consorzio Italiano Compostatori) è l’associazione italiana per la produzione di compost e biogas. Il Consorzio, che conta più di 130 soci, riunisce imprese e enti pubblici e privati produttori di fertilizzanti organici e altre organizzazioni che, pur non essendo produttori di compost, sono comunque interessate alle attività di compostaggio (produttori di macchine e attrezzature, di fertilizzanti, enti di ricerca, ecc.). Il CIC promuove la produzione di materiali compostati, tutelando e controllando le corrette metodologie e procedure. Promuove le iniziative per la commercializzazione e la corretta destinazione dei prodotti ottenuti dal compostaggio e svolge attività di ricerca, studio e divulgazione relative a metodologie e tecniche per la produzione e utilizzazione dei prodotti compostati.

Maggiori informazioni sul sito istituzionale: http://compost.it

Fonte:  agenziapressplay.it

Scarti alimentari, con la “Disco Soupe” si recupera il cibo a ritmo di musica

Nata nel 2012 in Francia da un’idea proveniente dalla Germania, la Disco Soupe è il momento durante il quale l’educazione alimentare, l’attenzione allo spreco alimentare incontrano la musica e la convivialità

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Direttamente dai simposi dell’Antica Grecia, passando per i banchetti romani e arrivando fino a Parigi: la musica e il cibo hanno da sempre un legame molto stretto, ma quello che caratterizza un’iniziativa in atto nella capitale francese è davvero particolare, perché riguarda esclusivamente cibo di scarto. Si chiama movimento DiscoSoupe, ed è nato quasi tre anni fa, prendendo spunto dalla tedesca Shnippel Discopromossa da Slow Food, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dei rifiuti alimentari. A fronte di un linguaggio spesso negativo, con la DiscoSoupe il messaggio di salvare dalla pattumiera quegli alimenti che ancora possono essere mangiati, viene riproposto con toni positivi e allegri, accompagnando il momento del “salvataggio” con la musica. Nel dettaglio, DiscoSoup, tradotto letteralmente una Disco – Zuppa, è un momento di incontro in cui scarti di frutta o verdura, cibo invenduto e simili, vengono cucinati all’aperto e ridistribuiti ai presenti gratuitamente o con offerta libera.
Per la sua particolarità la DiscoSoup ha oltrepassato i confini nazionali e raggiunto anche l’America, l’Africa e l’Asia, cambiando di volta in volta il nome (in Brasile Disco Xepa, a New York City Disco Soup, a Madrid Disco Sopa, a Namyangju in Corea del Sud (Yori Gamu), da Rotterdam (Disco Soep) e presentando il proprio Discommandement, un decalogo che indica le regole per la partecipazione alla festa e lasciando a tutti i consigli per organizzarne una:

“Cucina a base di frutta verdura e destinato ad essere gettato nella spazzatura”

“Un prezzo adatto a tutti, gratis o ad offerta libera”

“Un discorso positivo e non giudicante sul tema dei rifiuti alimentari”

“Il rifiuto di parti politiche, religiose o commerciale”

“Uno spazio che permetta di disporre di acqua ed elettricità e di accogliere almeno sei tavoli”
E infine la musica, meglio se live: elemento essenziale per la buona riuscita di una Disco Soupe.
Un’idea così originale, tuttavia, non poteva non alimentarne altre dello stesso livello, e così, nel febbraio dello scorso anno, la Disco Soupe ha dato vita alla Disco bôcô, ovvero dei laboratori in cui ad essere promossa non è solo l’attenzione per il cibo di scarto, ma l’ auto- produzione di cibi recuperati. I partecipanti, infatti, preparano e confezionano barattoli di frutta e verdura invenduta dai supermercati o dai mercati, che poi destinano, per esempio, a famiglie con difficoltà economiche o senzatetto. Un’iniziativa questa che risponde ancora di più alle esigenze iniziali della festa, affiancando all’educazione alimentare, alla sensibilizzazione per il tema degli sprechi in cucina e e alla convivialità, anche il contatto diretto tra produttore e consumatore, e tra quest’ultimo e la terra da cui i prodotti provengono.

Fonte:  ecodallecitta.it