Quando la biopiscina è alla portata di tutti

A Granara, villaggio ecologico situato sulle colline parmensi di Valmozzola, esperienza di condivisione e sperimentazione ecologica che dura da più di 25 anni, si stanno applicando nuove forme di autocostruzione e progettazione in permacultura, riguardanti anche la gestione dell’acqua. Di recente si è svolto un workshop teorico-pratico di costruzione di un biolago, con tecniche per biopiscine. Questo progetto fa parte di un disegno più ampio di razionalizzazione della risorsa idrica e recupero delle acque piovane.

biopiscina

Cos’è una biopiscina

«É un invaso idrico artificiale, progettato in modo da ospitare specie animali e vegetali tipiche delle zone umide. Si viene a creare un micro habitat che col tempo trova un suo equilibrio stabile» spiega Nicolò Mandelli, ingegnere ambientale che fa parte del progetto di Granara. «I vantaggi di queste opere sono svariati, e la loro presenza è auspicabile in spazi progettati in permacultura. Le biopiscine sono dei biotopi, ovvero spazi limitati atti ad ospitare un ecosistema, e la loro progettazione si basa sull’imitazione di zone umide presenti in natura. Nella letteratura tecnica di riferimento si dividono in cinque categorie, per livello tecnologico crescente, a cui corrispondo costi di realizzazione crescenti. Ciò che accomuna le varie tipologie è la suddivisione tra zona balneabile e zona depurante o “rigenerativa”. Le prime tre si rifanno al modello delle acque dolci stagnanti, dove la depurazione avviene grazie all’azione combinata di piante, animali e microorganismi. Questo tipo di piscine è caratterizzata da un alto grado di biodiversità. La categoria 1 non prevede alcun supporto tecnologico, mentre le categorie 2 e 3 (vedi foto) prevedono la presenza di ricircoli e pulizie automatiche della superficie, tramite pompe e skimmer (piccolo filtro superficiale a cestello). Le categorie 4 e 5 emulano le acque correnti naturali, dove la parte depurativa è affidata agli organismi ancorati alla superficie, che vanno a formare il così detto biofilm (ana patina di colonie batteriche depuranti). La circolazione in queste tipologie è mantenuta costante e l’acqua viene fatta passare attraverso un filtro in ghiaia, dove si sviluppano i batteri (il filtro biologico). All’aumentare del grado di meccanizzazione, diminuisce il rapporto tra area rigenerativa e area balneabile, passando da 60% per la categoria 1 al 5% per la categoria 5».

Come funziona

«La depurazione dell’acqua avviene tramite l’azione combinata di piante e batteri. I batteri, infatti, svolgono la funzione di metabolizzare le sostanze inquinanti presenti nell’acqua (come composti dell’azoto e sostanza organica) e renderle in parte disponibili per l’assimilazione delle radici. I batteri hanno comunque bisogno di ossigeno e le piante lacustri (di riva e sommerse) hanno sviluppato dei metodi per portare ossigeno atmosferico nella zona radicale e creare un’habitat ideale per i microorganismi depuranti. Solitamente, nelle biopiscine si utilizzano due principali tipi di piante: quelle palustri, abituate a vivere in terreni saturi, e quelle da fondale o ossigenanti, che assicurano la presenza di ossigeno su tutta la colonna d’acqua e la mantengono limpida. In Italia, l’unica regione ad aver adottato una normativa ad hoc sulle bipiscine è l’Alto Adige, i cui modelli costruttivi e i parametri di progettazione si rifanno alla normativa austriaca. Nel nostro Paese impianti di questo tipo sono sempre più richiesti ed è possibile realizzarli rispettando i criteri di balneazione, nonostante l’iter burocratico sia più complicato».

Verso l’autocostruzione

«Granara ha visto la creazione di un piccolo gruppo di progettisti chiamato Rigenera (formato da esperti ed ingegneri) che ha messo a punto un modello di biopiscina semplice ed economico da costruire, rompendo la barriera della piscina come bene di lusso e rendendola accessibile a tutti. L’intento è quello i poter coprire tutto il territorio nazionale tramite una rete solidale di progettisti e costruttori. Oltre a questo, la vocazione di questo gruppo è quella di diffondere le conoscenze pratiche e teoriche per la realizzazione e la manutenzione di biolaghi, biopiscine e impianti di fitodepurazione, creando un’utenza partecipe e consapevole. Il modello costruttivo prevede una zona rigenerativa di circa il 60% della superficie totale, in cui vengono messe a dimora piante palustri ed ossigenanti. Il fondo impermeabilizzato è realizzato con un telo di EPDM, posato su tessuto-non-tessuto e la zona balneabile è costruita interamente in legno. Le piante vengono messe a dimora sui lati del fondo e sui bordi. I criteri con cui vengono progettati e realizzati gli impianti sono l’inserimento paesaggistico ottimale, la ricerca dell’armonia estetica ispirata ad ambienti naturali e la sostenibilità ambientale, che si traduce nella ricerca di materiali eco-compatibili e nella scelta di limitare al massimo l’utilizzo di pompe, macchinari e cemento».

Maggiori informazioni sul sito www.rigenerafitodepurazione.it ewww.granara.org.

Fonte. ilcambiamento.it

Completato in Australia il condominio in legno più alto del mondo

Grazie al sistema costruttivo “CLT” il condominio in legno di Melbourne ha permesso di ridurre del 30% i consumi, abbattendo oltre 1.400 tonnellate di CO2 rispetto a calcestruzzo e acciaio. E’ stato inaugurato lo scorso mese uno dei condomini in legno più alti del mondo: il Fortè Living di Melbourne. Parte integrate dello sviluppo del nuovo quartiere di Victoria Harbour, i 32 metri dell’edificio Fortè Living sono stati completati in poco meno di un anno, confermando le innumerevoli potenzialità del sistema costruttivo in legno.

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La tecnica impiegata per il condominio di Melbourne è il CLT, Cross Laminated Timber, un sistema costruttivo che permette di sostituire totalmente l’acciaio ed il calcestruzzo, con elementi laminati in legno massiccio ad alta resistenza. Oltre a ridurre i tempi costruttivi del 30%, le costruzioni in legno permettono di ridurre l’impatto dell’intero ciclo di vita dell’edificio del 22%, come sottolinea Daryl Patterson, Responsabile di progetto della Lend Lease, la società impegnata nella costruzione dell’ecoquartiere Victoria Harbour. “Fortè è costruito sul principio che ciò che è buono per l’ambiente è altrettanto positivo per i residenti. Utilizzando il sistema CLT l’edificio offre migliori prestazioni termiche richiedendo meno energia per riscaldare e raffreddare, il che significa riduzione dei costi energetici e di acqua, con un risparmio medio di $ 300 per anno, fino al 25% in meno rispetto a un tipico edificio tradizionale simile”. Scegliendo solo legname certificato e proveniente da coltivazioni di conifere locali, l’edificio permetterà di risparmiare circa 1.400 tonnellate di CO2 rispetto alle costruzioni tradizionali. L’obiettivo di Fortè Living è di raggiungere la certificazione australiana 5 Star Green Star applicando numerose altri accorgimenti per la massima efficienza energetica dell’edificio, come il recupero delle acque piovane, il verde pensile, il risparmio elettrico ed un involucro ad alte prestazioni, illustrati con grande accuratezza nel sito di presentazione del progetto.

IL VIDEO DEL CANTIERE

Fonte: rinnovalibi.it