Rapporto Carpooling Aziendale 2016: risparmiati 647.000 km e 105 tonnellate di CO2

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Sono 646.900,82 i km risparmiati, 16.500 i viaggi effettuati e 105.670 i kg di CO2 non emessi in atmosfera nel corso del 2016, secondo il Rapporto Carpooling Aziendale 2016 elaborato da Jojob.
Il servizio, che permette di condividere l’auto tra colleghi e dipendenti di aziende limitrofe nel tragitto casa-lavoro, consente di ottenere un risparmio medio di 611 euro all’anno e coinvolge 90.000 dipendenti di oltre 100 grandi aziende che nel 60% dei casi si trovano nel Nord Italia.
Ad utilizzarlo sono soprattutto lavoratori maschi di 35 anni, per un tragitto quotidiano medio di 25 km.
Sono 646.900,82 i km risparmiati nei tragitti casa-lavoro*, 16.500 i viaggi realizzati*, 105.670 i Kg di CO2 non emessa, 90.000 gli utenti iscritti al servizio. Questi i dati emersi dal Rapporto Carpooling Aziendale relativi all’anno 2016 elaborato da Jojob, il maggior player italiano di carpooling aziendale che, primo al mondo, con la sua applicazione mobile rende possibile la “certificazione” dei viaggi e quindi del risparmio ambientale.

 

Secondo il Rapporto, nel 2016 sono stati 16.500 i viaggi certificati effettuati* in condivisione nel tragitto casa-lavoro, da colleghi o lavoratori di aziende limitrofe. Nel corso dell’anno, sono stati 20.000 i passeggeri che hanno lasciato la propria vettura a casa scegliendo di utilizzare ogni giorno il servizio di carpooling, il 227% in più rispetto al 2015.

A viaggiare a bordo della stessa auto, grazie al carpooling aziendale di Jojob, sono in media 2,56 persone a tratta. Una pratica che non solo rende più piacevole l’esperienza lavorativa, ma che ha consentito agli utenti di ottenere un risparmio economico medio di 611 euro** nel corso dell’anno.

 

Chi usa il carpooling aziendale di Jojob

Maschio, 35 anni, tragitto quotidiano in condivisione di 25 km: è questo l’identikit del Jojobber medio che, nel 60% dei casi, è fedele, giornaliero e costante nel certificare i propri tragitti.

Dei 90.000 utenti iscritti, il 59% è uomo e il 41% donna. Per quanto riguarda le età, il 50% ha tra i 35 e i 40 anni, mentre il 25% si colloca nella fascia di età 30-35 anni, il 15% ha 40-45 anni e infine il 10% tra i 25 e i 30 anni.

I percorsi certificati con Jojob sono nella maggior parte dei casi di 20-30 km (50%), seguiti da quelli di 10-15 km (35%) e di 6-10 km (5%). Per il restante 10%, si tratta di tragitti che vanno oltre i 50 km.

Secondo l’analisi di Jojob, nella maggior parte dei casi i carpooler si muovono dai paesi limitrofi alla sede lavorativa, segnalando spesso problemi legati alla raggiungibilità dell’azienda stessa, magari localizzata in aree poco servite dal trasporto pubblico. Non mancano i casi in cui, essendo la sede aziendale in un’area adeguatamente servita dai mezzi, il servizio di Jojob si affianca al trasporto pubblico favorendo l’intermodalità: il carpooling aziendale viene infatti scelto per una parte di tragitto, come un tratto di autostrada o di statale, fino ad un parcheggio di interscambio da cui l’equipaggio è in grado di prendere autobus o metropolitana.

 

Oltre 100 grandi aziende coinvolte: il 60% è al Nord Italia

I numeri del 2016 parlano chiaro e mostrano il successo delle politiche di sharing economy applicate alla mobilità aziendale: Jojob ha coinvolto più di 100 aziende di grandi dimensioni – come Findomestic, Amazon, Ducati, YOOX NET-A-PORTER GROUP, BNL Gruppo BNP Paribas, Unicoop Firenze, Luxottica, Salvatore Ferragamo, Reale Group e OVS, tra le altre. A queste si aggiunge il Carnia Industrial Park che, con le sue oltre 200 aziende di piccole, medie e grandi dimensioni, è il primo consorzio industriale che a livello nazionale promuove il servizio di carpooling. Non mancano altre 1.000 piccole e medie imprese che contribuiscono a rafforzare i cluster interaziendali.

 

Dal rapporto risulta che sono soprattutto le aziende del Nord Italia (60%) a rispondere alla richiesta di carpooling aziendale da parte dei dipendenti, con le province di Milano e Bergamo tra le più attive in Lombardia e di Torino e Biella in Piemonte. In Veneto le province più virtuose sono quelle di Verona, Vicenza, Padova e Venezia.

Le aziende del Centro Italia attive sulla piattaforma sono in media il 30% e localizzate principalmente nelle regioni di Toscana (con le province di Lucca e Firenze in testa) ed Emilia Romagna (prime tra tutte le province di Modena, Bologna, Parma).

Fanalino di coda il Sud Italia, con una media del 10% delle aziende, localizzate per la maggior parte nel Lazio (Roma e Latina), in Campania (provincia di Napoli), Puglia (provincia di Bari) e Sardegna (provincia di Cagliari).

 

“I risultati ottenuti dalle aziende che nel corso del 2016 hanno attivato il servizio di carpooling, promuovendolo tra i dipendenti, sono stati ottimi, sia in termini di welfare aziendale che di abbattimento delle emissioni di CO2”, afferma Gerard Albertengo, founder di Jojob. “Si tratta di numeri reali, certificati tramite app, che l’azienda può inserire nel proprio bilancio di sostenibilità, intraprendendo un percorso rivolto alla sostenibilità e allo smart working”.

Tra le aziende che utilizzano Jojob, nel 2016 il primato per il maggior numero di viaggi effettuati lo conquista Amazon (3.993 viaggi), mentre Bioindustry Park si distingue per essere l’azienda con più CO2 risparmiata (14.328 kg) e con più km risparmiati (91.184,54 km).

 

Novembre il mese con più viaggi condivisi nel 2016

“L’ultimo trimestre del 2016 è stato particolarmente positivo per Jojob, con una media di quasi 200 passeggeri trasportati ogni giorno”, spiega Gerard Albertengo. In particolare, ottobre 2016 è stato il mese con maggiori iscrizioni, pari a 1.500, complice il rientro al lavoro dopo la pausa estiva, mentre il maggior numero di richieste inviate sul sito per la creazione degli equipaggi è avvenuta a cavallo fra novembre e dicembre. Novembre, inoltre, è stato il mese con più viaggi in assoluto nel 2016: sono stati 2.502 (52% in più rispetto al mese precedente).

 

 

* il dato è riferito ai soli tragitti casa-lavoro, escluse trasferte e altri utilizzi.

** il risparmio medio è calcolato su una distanza casa-lavoro media di 25 km, con a bordo 3 persone, per 220 giorni lavorativi l’anno ed un costo carburante medio di 1,5 euro/litro.unnamedd

 

 

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Chi è Jojob

Il servizio JOJOB di Bringme è un innovativo servizio di car pooling aziendale, nato con l’obiettivo di agevolare gli spostamenti casa-lavoro dei dipendenti di aziende limitrofe.

JOJOB è costituito da una piattaforma web e da un’applicazione mobile. Ogni utente, dopo essersi registrato su www.jojob.it, potrà visualizzare su una mappa la posizione di partenza dei propri colleghi e dei dipendenti di aziende limitrofe alla propria, mettersi in contatto e condividere l’auto nel tragitto casa-lavoro.

Con l’applicazione mobile, l’unica in grado di quantificare la reale CO2 risparmiata dopo ogni tragitto percorso in car pooling, ogni passeggero potrà certificare il tragitto effettuato, ottenendo punti trasformabili in sconti da utilizzare in locali, ristoranti, bar e palestre convenzionate, sia a livello nazionale che locale.

 

 

Fonte: agenziapressplay.it

 

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Ispra e Federambiente, on line il Rapporto sul Recupero Energetico da rifiuti urbani in Italia

A livello nazionale gli impianti di trattamento termico di rifiuti di origine urbana sono 45, con una capacità nominale complessiva pari a 21.969,8 t/g. La produzione di energia elettrica ha raggiunto, nel 2013, 4.193 GWh mentre la produzione di energia termica è stata di 1.508 GWh. I punti salienti del rapporto (fonte Arpat News) e il documento completo381520

Federambiente ed ISPRA hanno realizzato congiuntamente il “Rapporto sul recupero energetico da rifiuti urbani in Italia”. I dati sono stati raccolti attraverso l’invio agli operatori presenti sul territorio nazionale di un apposito questionario, integrato,ove necessario, da interviste telefoniche e richieste di ulteriori informazione e/o chiarimenti.
A livello nazionale gli impianti di trattamento termico di rifiuti di origine urbana sono 45 (vedi elenco impianti) con una capacità nominale complessiva pari a 21.969,8 t/g, la capacità termica risulta pari a 3.044,6 MW mentre la potenza elettrica installata è pari a 847,8 MW. Di seguito, in sintesi, quanto emerge, dal rapporto.
Una parte consistente degli impianti censiti (21 su 45) presenta una capacità di trattamento piuttosto ridotta, non superiore alle 300 t/g. La capacità nominale media di trattamento dell’ intero parco su base annua risulta di circa 161.000 tonnellate, corrispondenti a quasi 490 t/g

Distribuzione impianti per capacità di trattamento

L’ apparecchiatura di trattamento termico di più larga diffusione è costituita dai combustori a griglia che rappresentano l’84% per numero di linee installate (74 su 88) e l’ 87% in termini di capacità nominale di trattamento. Il resto è suddiviso tra il letto fluido (10 linee, pari al 10,8% in termini di capacità nominale di trattamento) e 4 linee a tamburo rotante.
Tipi di trattamento termico

Il recupero energetico viene effettuato nella totalità degli impianti e prevede in tutti i casi la produzione di energia elettrica. La produzione di energia termica è effettuata nell’ ambito di uno schema di funzionamento cogenerativo (produzione combinata di energia elettrica e termica), su base principalmente stagionale, e riguarda solo 13 impianti, tutti situati nel Nord Italia. La potenza elettrica installata è pari a circa 848 MW
Per quanto riguarda il trattamento dei fumi, finalizzato alla rimozione delle polveri e dei gas acidi, si rileva che i sistemi maggiormente diffusi sono quelli di tipo “a secco” e quelli di tipo “multistadio”, adottati rispettivamente in 43 e 37 delle 88 linee di trattamento complessive; il sistema a secco rimane prioritario, con il 58,4%, anche in termini di capacità di trattamento. Le rimanenti 8 linee sono interessate dal sistema a semisecco.
In tema di controllo degli ossidi di azoto la riduzione selettiva non catalitica (SCNR) all’ interno del generatore di vapore rappresenta il sistema più utilizzato (42 linee su 88). Tuttavia i sistemi di riduzione catalitica (SCR), attualmente installati in 19 impianti per un totale di 31 linee di trattamento, prevalgono in termini di capacità di trattamento con il 44%. Si rileva anche l’adozione in 14 linee di sistemi combinati SNCR + SCR per una capacità di trattamento pari al 24%.
L’ammoniaca viene rilevata al camino nella maggior parte degli impianti e in almeno 39 impianti tale inquinante è oggetto di monitoraggio in continuo. La rimozione dei microinquinanti organici ed inorganici viene per lo più effettuata tramite adsorbimento su carboni attivi, di norma iniettati assieme al reagente alcalino. In accordo con quanto previsto dalla legislazione, la rilevazione di tali inquinanti viene fatta tramite campionamento periodico. In base alle informazioni raccolte, almeno 16 impianti effettuano il monitoraggio in continuo del mercurio, 25 impianti effettuano il campionamento in continuo delle diossine, la cui determinazione analitica viene sovente effettuata con frequenze molto superiori a quelle minime previste dalla normativa, infine almeno 30 sono gli impianti che effettuano rilevazioni periodiche dei PCB.
In termini di emissioni in atmosfera tutti gli impianti rispettano i valori limite fissati dalla legislazione per gli impianti di incenerimento, talvolta anche più restrittivi, sebbene 17 impianti risultino autorizzati come impianti di coincenerimento.
Per quanto riguarda il quantitativo totale di rifiuti trattati, esso è stato nel 2013 pari a circa 5,81 milioni di tonnellate (+67% rispetto ai livelli del 2003). I rifiuti trattati sono costituiti da RU indifferenziati (44%) e da flussi da essi derivati (frazione secca e CSS) (49%) e, in misura minore, da rifiuti speciali (7%), che comprendono anche i rifiuti sanitari e le biomasse.
Tipologia e quantitativi di rifiuti trattati

La produzione di energia elettrica ha raggiunto, nel 2013, 4.193 GWh, con un incremento del 32% rispetto ai 3.172 GWh registrati nel 2009, mentre la produzione di energia termica è stata di 1.508 GWh, con un aumento del 56% circa rispetto ai 965 GWh del 2009.

Per leggere il rapporto completo clicca qui.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Ipcc, presentata la sintesi del rapporto sul clima dell’Onu

“La scienza ha parlato. Non c’è ambiguità nel messaggio”. I leader devono agire. Il tempo non è dalla nostra parte”. Queste le parole del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon dopo la pubblicazione della sintesi del rapporto sul clima380837

Le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera hanno raggiunto i più alti livelli “in 800 mila anni”, “resta poco tempo” per riuscire a mantenere l’aumento della temperatura entro i 2 gradi centigradi: è la sintesi del rapporto del Gruppo di esperti sul clima dell’Onu (Ipcc). “L’azione contro il cambiamento climatico può contribuire alla prosperità economica, ad un migliore stato di salute e a città più vivibili”: lo ha detto il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, dopo la pubblicazione a Copenaghen del nuovo rapporto Ipcc sui cambiamenti climatici. “Questa è la valutazione più completa del cambiamento climatico mai fatta. Dobbiamo agire ora per ridurre le emissioni di CO2 ed evitare un peggioramento del clima, che si riscalda a una velocità senza precedenti”, ha aggiunto.
“Il rapporto Ipcc sui gas serra è una chiamata alle responsabilità per il mondo. Europa guida verso Lima e Parigi2015, ma ora serve presa coscienza globale”: lo scrive il Ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti su Twitter. Galletti è in Cina dove solleciterà il suo omologo ad un impegno sui gas serra. “Quelli che decidono di ignorare o di contestare i dati chiaramente esposti in questo rapporto, mettono in pericolo noi, i nostri figli e i nostri nipoti”: questo il commento del segretario di Stato Usa, John Kerry, dopo la pubblicazione del rapporto Ipcc sul clima. “Più restiamo bloccati sui questioni ideologiche e politiche più i costi dell’inazione aumentano”, aggiunge.
IL RAPPORTO ONU – Le emissioni mondiali di gas serra devono essere ridotte dal 40 al 70% tra il 2010 e il 2050 e sparire dal 2100, ha spiegato il Gruppo intergovernativo di esperti sul clima (Ipcc) nella più completa valutazione del cambiamento climatico dal 2007 ad oggi. La temperatura media della superficie della Terra e degli Oceani ha acquistato 0,85°C tra il 1880 e il 2012, hanno aggiunto gli esperti dell’Ipcc riuniti a Copenaghen.

 

Fonte: ecodallecitta.it

Agenzia Europea per l’Ambiente: CO2 nei limiti per la maggior parte delle auto. Ma lo smog?

Un nuovo rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente sottolinea come le emissioni di CO2 delle più grandi case produttrici di automobili siano ormai ampiamente al di sotto dei limiti di legge, raggiunti anche con un certo anticipo sul piano di marcia. Ma si può dire lo stesso delle emissioni di biossido d’azoto e particolato?380845

Auto europee sempre meno inquinanti per quanto riguarda le emissioni di CO2. A sostenerlo è l’ultimo rapporto pubblicato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente Monitoring CO2 emissions from passenger cars and vans in 2013“, che evidenzia come tutte le grandi case produttrici di automobili regolari per l’uso quotidiano – niente auto da corsa, insomma – siano ormai ampiamente al di sotto dei limiti massimi previsti dalle direttive dell’Unione Europea per quanto riguarda le emissioni di anidride carbonica. Non solo: i traguardi sono stati raggiunti con largo anticipo sulle date previste per l’adeguamento. In media, le auto private per il trasporto persone emettono ad oggi – anzi, emettevano nel 2013, dunque ad oggi il dato sarà più basso – 126.7 grammi di CO2 al km. La Commissione Europea aveva previsto come termine ultimo per l’adeguamento il 2015, e il livello da raggiungere era 130 g CO2/km. Stesso discorso per van e furgoncini, il cui traguardo da raggiungere (175 g CO2/km) era fissato per il 2017, ma che già oggi producono in media 173.3 g Co2/km. Insomma, buone notizie sul fronte CO2. Dove invece di notizie buone ne arrivano poche è il versante smog. Nonostante l’enorme divario esistente tra le vecchie auto Euro0,1,2 e 3 e i modelli più recenti (qui), la crescita dei diesel, che produce meno CO2, non aiuta sul piano biossido d’azotol’inquinante più invasivo in Europa accanto al particolato sottile. In Italia come altrove i dati sulle concentrazioni di NO2 in atmosfera migliorano, seppur lentamente, ma nelle grandi città trafficate parliamo di livelli ancora molto lontani da quelli attualmente in vigore, e comunque in procinto di revisione. Nella classifica dell’ultimo Rapporto di Ecosistema Urbano (XXI) di Legambiente si legge che ben 15 città capoluogo italiane mantengono la media annuale di NO2 oltre la soglia accettabile per la salute (40 mcg/m3). Fra queste RomaTorinoTriesteMilanoMessina,PalermoGenova… insomma, quasi tutte le più popolate d’Italia e soprattutto le più dense di automobili.  Un altro elemento preoccupante per il quadro italiano è l’età del parco auto. Come recentemente evidenziato da ACI, (articolo completo qui) “In Italia è aumentata ancora l’età media del parco auto circolante più obsoleto d’Europa: l’età media delle quattro ruote è ormai di 9,5 anni; il rischio di morire in un incidente a bordo di un veicolo di 10 anni è più che doppio rispetto a una vettura di nuova immatricolazione; un Euro1 a benzina del 1993 fa registrare emissioni di monossido di carbonio superiori del 172% rispetto a un Euro4; un diesel Euro1 rilascia 27 volte il quantitativo di polveri sottili di un moderno Euro5”.

Fonte: ecodallecitta.it

Spreco alimentare domestico: 8,1 miliardi all’anno in Italia, secondo Waste Watcher

Presentato a Milano il Rapporto 2014 di Waste Watcher/Knowledge for Expo, l’Osservatorio su alimentazione, agricoltura, ambiente e sostenibilità. 8,1 miliardi di euro il costo annuo in Italia dello spreco di cibo domestico, ma c’è un leggero miglioramento rispetto al 2013 e aumenta quelli che controllano se il cibo scaduto è ancora buono. I dati completi della ricerca379720

8,1 miliardi di euro: è il valore dello spreco alimentare domestico annuo degli italiani, secondo il Rapporto 2014 Waste Watcher – Knowledge for Expo, presentato oggi lunedì 7 luglio all’EXPO Gate di Milano, dal presidente di Last Minute Market Andrea Segrè e dal presidente dell’istituto di ricerca Swg, Maurizio Pessato,. Sono intervenuti anche il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Maurizio Martina. Alleghiamo i dati principali della ricerca, condotta dall’istituto SWG, su un panel rappresentativo di 1500 famiglie italiane. La cifra equivale ad una media settimanale di 6,5 euro per famiglia italiana, per 630 grammi di cibo buttato. Un dato che può sbalordire, ma è comunque in leggero calo rispetto a meno di un anno fa, quando era 8,7 miliardi di euro, il valore dello spreco alimentare domestico, secondo il monitoraggio pilota di Waste Watcher dell’ottobre 2013.  Il Rapporto 2014 indica altre tendenze positive, come il 63% degli italiani che chiedo al proprio Paese di “non sprecare”, prima ancora di altri valori come la sicurezza, l’equità e la tolleranza. L’81% degli italiani controlla se il cibo scaduto è ancora buono prima di gettarlo (era il 63% solo pochi mesi fa, nel gennaio 2014) e se solo al 30% degli intervistati capita di portare a casa il cibo avanzato al ristorante, c’è un 46% che vorrebbe farlo, ma non trova i contenitori al ristorante o è troppo timido per chiederli.
Coerentemente, in un’ottica di riduzione dello spreco ma anche di svolta culturale sulle tematiche ambientali connesse, gli italiani chiedono provvedimenti. In particolare auspicano (8,3 in scala da 1 a 10) una vera e propria campagna di educazione alimentare nelle scuole, oltre ad informazioni diffuse sul tema spreco (le considera utili il 94% degli italiani), a partire dai danni che lo spreco di cibo provoca anche rispetto all’ambiente. Le etichette giocano un ruolo chiave: gli intervistati sollecitano un sistema chiaro per le modalità di consumo. Il 90% afferma di leggerle sistematicamente per verificare la scadenza dei prodotti e l’83% dichiara di conoscere la differenza tra “data di scadenza” (within) e “preferenza di consumo” (best before). Ma solo il 67% di chi ritiene di saperlo (54% del totale del campione) ha dimostrato di conoscere realmente il significato.  Il Rapporto 2014 sullo Spreco Domestico è la prima rilevazione dell’Osservatorio Waste Watcher – Knowledge for Expo, dedicato ai temi dell’alimentazione, dell’agricoltura, dell’ambiente e della sostenibilità, attivato da Last Minute Market con Swg per svolgere studi e ricerche sui temi caratterizzanti l’Esposizione Universale, e al tempo stesso per favorire attraverso l’evento che si terrà l’anno prossimo l’elaborazione di smart policies sulle questioni centrali del nostro tempo legate al cibo. Sono sei i cluster individuati con il Rapporto 2014: sei tipologie di consumatori che compongono il quadro complessivo dell’opinione pubblica, segmentando l’universo dei nuclei familiari, e dividendo gli italiani in due macro aree di “attenti allo spreco alimentare” (59%) e non (41%):

virtuosi (22%): questo gruppo raccoglie la parte più sensibilizzata al tema dello spreco alimentare; lo inquadra sia come una immoralità, sia come un danno ambientale. Con queste motivazioni forti alle spalle riesce a sprecare veramente pochissimo.
attenti (27%): il loro atteggiamento è attento allo spreco ma con qualche licenza. Anche questo gruppo è caratterizzato sia dalla sensibilità ai temi ambientali che dalla valutazione morale sullo spreco; ma con un’intensità leggermente minore. La differenza sostanziale è che in questo cluster vi sono più coppie con figli. Sprecano poco.
indifferenti (10%): quelli che formano questo gruppo non hanno che una marginale attenzione ai temi della salvaguardia dell’ambiente e non ritengono che lo spreco alimentare produca dei danni. Nonostante questa condizione queste famiglie sprecano relativamente poco, meno della media delle famiglie italiane. La causa del loro comportamento corretto è di origine economica; è un gruppo che ha dei redditi limitati ed è il contenimento della spesa a motivarli nel non sprecare. Sprecano sotto la media nazionale ma più dei gruppi precedenti.

incoerenti (26%): accade spesso, nella società, che “si predichi bene e si razzoli male”. Questo gruppo si muove proprio così: segnala l’importanza dell’ambiente, percepisce il danno dello spreco e la sua immoralità, condivide i provvedimenti utili alla riduzione di questo fenomeno; però spreca.

spreconi (4%): si tratta di un piccolo cluster ma è significativo di un atteggiamento sociale, relativo non solo a questo tema; “io non ho responsabilità”, è la società che deve pensarci. Questo gruppo ha scarso interesse per l’ambiente e non ritiene che vi siano conseguenze più generali dovute allo spreco; per di più avendo anche una media capacità economica non vive neanche questo deterrente rispetto allo spreco alimentare domestico.

incuranti (11%): questo gruppo mostra di cogliere la problematicità dello spreco, ma come tema a se stante; non si scalda troppo per l’ambiente e, soprattutto, non ha interesse ad approfondire le conseguenze e le interdipendenze dello spreco alimentare.

I risultati completi e dettagliati sono a disposizione sul sito www.lastminutemarket.it

Spreco alimentare domestico: i dati principali del Rapporto 2014 Waste Watcher [0,50 MB]

Fonte: ecodallecittà.it

Ecomafia 2014, il rapporto di Legambiente: business da 15 miliardi di euro all’anno

Legambiente ha presentato oggi il Rapporto Ecomafia 2014sulle attività criminali legate all’Ambiente dove si è registrato un aumento di reati nel ciclo dei rifiuti e contro la fauna, mentre raddoppiano quelli nel settore agroalimentare. Una buona notizia c’è: calano gli incendi dolosi

Legambiente ha presentato oggi il Rapporto Ecomafia 2014sulle attività criminali legate all’Ambiente dove si è registrato un aumento di reati nel ciclo dei rifiuti e contro la fauna, mentre raddoppiano quelli nel settore agroalimentare. Una buona notizia c’è:; calano gli incendi dolosi. Le ecomafie sono un business da 15 miliardi di euro all’anno: questo in sintesi il senso del dossier Ecomafia 2014 presentato oggi da Legambiente. Lo scorso anno nel rapporto Ecomafia 2013 il giro d’affari stimato era di 16,7 miliardi di euro e gestito da 302 clan il che apre uno spiraglio di ottimismo per la lieve flessione registrata. Secondo Legambiente il calo nel volume d’affari è da ricercarsi nella contrazione degli investimenti a rischio, passati da 7,7 a 6 il che lascia pensare che la spending review abbia inciso sulle occasioni di guadagno illegali. Il 47% dei reati ambientali si è registrato in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia e dove ci sono state 4.072 persone denunciate, 51 arresti e 1339 sequestri. In Lazio invece ci sono stati 2084 reati, 1828 denunce, 507 sequestri e 6 arresti; in Liguria si sono registrati 1.431 reati. La classifica delle province con la maglia nera vede in testa Napoli, seguita da Roma, Salerno, Reggio Calabria e Bari. Nel 2013 sono state dunque accertate 29 mila infrazioni ossia 3 all’ora e i clan coinvolti sono stati 321; il settore che ha cumulato maggiori infrazioni è stato l’agroalimentare con 9540 reati ossia più del doppio rispetto al 2012 quando ne furono registrati 4173; il 22% di infrazioni si sono registrate nel settore della fauna, il 15% nei settore dei rifiuti e il 14% nel settore del ciclo del cemento. In ascesa i reati contro la fauna: 8504 ossia +6,6% rispetto al 2012 con 67 arresti, 7894 denunce e 2620 sequestri. A essere bersaglio delle Ecomafie anche la Green economy oggetto di truffe ai danni delle energie rinnovabili. Infatti la deregulation che vige nel settore ha permesso alla criminalità di approfittare di join-venture con aziende del settore. Altro ambito di interesse lo si trova nella GDO e nei centri commerciali di tutta la Penisola: la criminalità può arrivare a gestire l’intera filiera dalle assunzioni, alle forniture per il riciclo di denaro sporco.

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Una buona notizia però c’è e riguarda gli incendi dolosi che hanno fatto registrare una notevole contrazione: 3.042 del 2013 ossia -63%, con 375 persone denunciate e 7 arresti. Il numero di ettari persa però resta alto.

Ha detto alla presentazione Rossella Muroni Direttrice nazionale di Legambiente:

Ecomafia 2014 evidenzia un nuovo aspetto delle attività degli ecocriminali che si muovono con strategie sempre più sofisticate camuffate di legalità che si espandono verso nuovi settori. Sul fronte della corruzione è necessaria una risposta urgente perché è proprio l’area grigia dei funzionari pubblici corrotti che arricchisce e rende ancora più potente l’ecomafia. Nelle banche straniere transitano soldi accumulati trafficando rifiuti, prodotti alimentari contraffatti e opere d’arte rubate. Diminuisce leggermente il numero dei reati che diventano però più gravi, invasivi e pericolosi. La corruzione, la complicità di quella che abbiamo chiamato ‘area grigia’ dei funzionari pubblici consenzienti, amplifica il fenomeno che riguarda tutta l’Italia e si allarga all’Europa, danneggiando pesantemente l’economia legale, consumandone spazi e risorse e condizionando profondamente alcuni settori strategici, come quello delle rinnovabili ad esempio, dove le organizzazioni criminali investono sempre di più approfittando dei prestiti e degli aiuti europei che gli permettono di ripulire i profitti illeciti attraverso attività economiche legali.

Infine il dossier di quest’anno è intitolato alla memoria di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e del sostituto commissario di Polizia Roberto Mancini, scomparso per cancro, malattia sorta a causa del suo lavoro di indagine sui traffici di rifiuti tra Campania e Lazio.

Fonte:  Legambiente

 

Cave: seimila ferite aperte. L’Italia si dissangua anche così

Il Rapporto di Legambiente sulle escavazioni nel nostro paese è impietoso e fornisce dati sconcertanti: da nord a sud le cave sono quasi seimila, oltre sedicimila quelle dismesse e monitorate dove spesso non sono state effettuate le opere di bonifica e recupero. E i cavatori guadagnano molto ma pagano canoni irrisori. Il territorio ancora una volta svenduto.cave_di_ghiaia

Enormi crateri come ferite aperte sul territorio costellano i paesaggi italiani. Da Nord a Sud le cave attive in Italia sono 5.592, quelle dismesse e monitorate addirittura 16.045, mentre se aggiungessimo anche quelle delle regioni che non hanno un monitoraggio (Calabria e Friuli Venezia Giulia) il dato potrebbe salire a 17 mila. Nonostante la crisi del settore edilizio abbia contribuito a ridurre le quantità dei materiali lapidei estratti, i numeri rimangono comunque impressionanti: un miliardo di euro di ricavo, 80milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia, 31,6milioni di metri cubi di calcare e oltre 8,6 milioni di metri cubi di pietre ornamentali estratti nel 2012. Sabbia e ghiaia rappresentano il 62,5% di tutti i materiali cavati in Italia, soprattutto nel Lazio, Lombardia, Piemonte e Puglia, dove ogni anno vengono prelevati circa 50 milioni di metri cubi di queste materie prime. Rilevanti sono anche gli impatti e i guadagni legati all’estrazione di pietre ornamentali, ossia di materiali di pregio dove sono minori le quantità estratta ma rilevantissimi i guadagni e gli stessi impatti (dalle Alpi Apuane al Marmo di Botticino-Brescia, alla pietra di Trani). A governare un settore così importante e delicato per gli impatti ambientali è a livello nazionale tuttora un Regio Decreto del 1927, con indicazioni chiaramente improntate a un approccio allo sviluppo dell’attività oggi datato. Inoltre in molte regioni, a cui sono stati trasferiti i poteri in materia nel 1977, si riscontrano rilevanti problemi per un quadro normativo inadeguato, una pianificazione incompleta e assenza di controlli sulla gestione delle attività estrattive.

Il Rapporto cave 2014 di Legambiente è sconcertante.

“Occorre promuovere una profonda innovazione nel settore delle attività estrattive – ha dichiarato il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini – attraverso regole di tutela efficaci in tutta Italia e canoni come quelli in vigore negli altri Paesi Europei. Ridurre il prelievo di materiali e l’impatto delle cave nei confronti del paesaggio è quanto mai urgente e oggi assolutamente possibile. Lo dimostrano i tanti Paesi dove si sta riducendo la quantità di materiali estratti attraverso una politica incisiva di tutela del territorio, una adeguata tassazione e la spinta al riutilizzo dei rifiuti inerti provenienti dalle demolizioni edili”. Nel complesso, la situazione si può giudicare leggermente migliore al centro-nord, dove il quadro delle regole è in gran parte completo con Piani cava – lo strumento che indica le quantità di materiale estraibile e le aree dove è consentita l’attività di cava – periodicamente aggiornati, mentre non vi sono Piani in vigore in Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Sicilia, Calabria e Basilicata. Il Piemonte ha solamente Piani di indirizzo e rimanda alle Province l’approvazione del Piano. Questa situazione di incertezza lascia tutto il potere decisionale in mano a chi concede le autorizzazioni, ma considerando il peso che interessi economici e criminalità organizzata, in particolare nel Mezzogiorno, hanno nella gestione del ciclo del cemento e nel controllo della aree cava, si comprende perché bisogna correre ai ripari e regolamentare il settore. Prelevare e vendere materie prime del territorio è un’attività altamente redditizia eppure i canoni di concessione pagati da chi cava sono a dir poco scandalosi. In media infatti, si paga il 3,5% del prezzo di vendita degli inerti ma esistono situazioni limite come nel Lazio, in Valle d’Aosta e in Puglia  dove il prelievo degli inerti costa solo pochi centesimi e regioni come Basilicata e Sardegna dove si cava addirittura gratis. Le entrate degli enti pubblici attraverso i canoni di prelievo sono dunque ridicole in confronto ai guadagni del settore: il totale nazionale dei canoni pagati nelle diverse regioni, per sabbia e ghiaia, è arrivato nel 2012 a 34,5 milioni di Euro, mentre il ricavato annuo dei cavatori risulta pari a un miliardo di Euro. Solo per fare un esempio, in Puglia nel 2012 sono stati cavati cavati 10,3 milioni di metri cubi di inerti che hanno fruttato 129 milioni di euro di introiti ai cavatori e solamente 827mila euro al territorio. Ma anche dove si pagano canoni leggermente superiori, come nel Lazio ed in Valle d’Aosta, il rapporto tra le entrate regionali e quelle delle aziende è di 1 a 40. Nel Lazio la Regione ricava meno di 4,5 milioni di euro contro i quasi 190 milioni di euro del volume d’affari complessivo con i prezzi di vendita. Quello che emerge dunque, è l’enorme e netta differenza tra ciò che viene richiesto e incassato dagli enti pubblici ed il volume d’affari generato dalle attività estrattive in tutte le regioni, in  quelle dove il canone richiesto non arrivano nemmeno ad un decimo del loro prezzo di vendita come in Piemonte, Provincia di Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana ed Umbria, ma anche in Campania, Abruzzo e Molise, dove i canoni sono più alti. In Sicilia e Calabria, con l’introduzione per il primo anno del canone di concessione, le regioni ricavano rispettivamente 208 e 420mila euro per l’estrazione di sabbia e ghiaia a fronte dei 10 milioni ricavati dai cavatori in Sicilia ed ai quasi 15 milioni ricavati in Calabria. “In un periodo di tagli alla spesa pubblica – ha concluso Zanchini – è inaccettabile che un settore tanto rilevante da un punto di vista economico e ambientale venga completamente trascurato dalla politica nazionale. E’ possibile creare filiere innovative di lavoro e ricerca applicata, ridurre il prelievo di cava attraverso il recupero di materiali e aggregati provenienti dall’edilizia e da altri processi produttivi, ma serve intervenire su una normativa nazionale vecchia di quasi 90 anni, per ripristinare legalità, trasparenza e tutela”. Raggiungere questi obiettivi in tempi brevi, secondo Legambiente è possibile, e per questo l’associazione chiede: di rafforzare tutela del territorio e legalità (attraverso controlli, individuazione delle aree da escludere e delle modalità di escavazione, obbligo di valutazione di impatto ambientale, ecc.); di aumentare i canoni di concessione per equilibrare i guadagni pubblici e privati e tutelare il paesaggio (gli attuali 34,5 milioni di Euro guadagnati dalle regioni italiane per l’estrazione di sabbia e ghiaia, potrebbero diventare ben 239 milioni, se fossero applicati i canoni in vigore nel Regno Unito. Ad esempio in Sardegna si potrebbe passare da 0 a 17 milioni di euro); spingere l’utilizzo di materiali riciclati nell’industria delle costruzioni, per andare nella direzione prevista dalle Direttive Europee e riuscire così ad aumentare il numero degli occupati e risparmiare la trasformazione di altri paesaggi.

Fonte: il cambiamento.it

Rapporto Anci-Conai 2012: in Italia solo sette regioni oltre il 50% nel riciclo dei rifiuti

Tra i Comuni con più di 50mila abitanti solo 25 riciclano più del 50% dei rifiuti.FRANCE-ENVIRONMENT-WASTE-RECYCLING-THEME

Il Rapporto sulla raccolta differenziata e il riciclo, nato dalla collaborazione tra Anci (Associazione nazionale dei Comuni italiani), Conai (Consorzio nazionale imballaggi) e alcuni stakholders del settore e redatto con la collaborazione di Ancitel Energia e Ambiente, giunge alla sua terza edizione, infatti pochi giorni fa è stato presentato quello con i dati relativi al 2012. Ebbene, dal nuovo rapporto emerge che in Italia, a livello nazionale, c’è una percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti del 39,9%, mentre quella del riciclo è del 38,6%. Il Codice dell’ambiente (decreto legislativo n. 152 del 2006) prevede di raggiungere entro il 2020 una percentuale del 50% in termini di peso, ma per ora, purtroppo, questo obiettivo sembra abbastanza lontano. Il dato positivo è che comunque la percentuale di avvio al riciclo e quella della raccolta differenziata sono in aumento, rispettivamente dell’1,3% e del 4,4%. Per quanto riguarda i dati a livello regionale, dal Rapporto emerge che in tutta Italia solo Valle d’Aosta, Lombardia, Piemonte, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Veneto e Sardegna superano la soglia del 50% del riciclo, con una evidente assenza di regioni del Sud e del Centro. Anche a livello comunale i dati sono negativi, perché tra i comuni che hanno più di 50mila abitanti soltanto 25 in tutta Italia superano il fatidico 50% di riciclo. Ricordiamo che il Rapporto sulla raccolta differenziata e il riciclo si basa sulla banca dati che è nata dagli accordi tra Anci, Conai, Centro di coordinamento Raee, Centro di coordinamento nazionale pile e accumulatori e Consorzio nazionale abiti usati.

Fonte: Anci.it

 

Capo scienziato UE sostiene schiacciante rapporto sollecitando ‘ripensamento’ OGM

Studi che collegano le colture geneticamente modificate con effetti negativi per l’ambiente o la salute degli animali si basano sulla “scienza controversa”, secondo un recente rapporto del Consiglio europeo Academies Science Advisory (EASAC), che ha ricevuto il sostegno di Anne Glover, capo consulente scientifico dell’UE .Anne Glover_smaller

La relazione EASAC, pubblicato nel mese di giugno, avverte delle “gravi conseguenze scientifiche, economiche e sociali della attuale politica dell’Unione europea nei confronti di colture geneticamente modificate”, dicendo paesi europei dovrebbero “ripensare” il loro rifiuto diffuso della tecnologia. Lo studio è venuto come un duro colpo per gli ambientalisti si oppongono OGM in quanto ha ricevuto il sostegno delle accademie scientifiche nazionali di tutti gli Stati membri dell’UE, più Norvegia e Svizzera. Ora ha ricevuto il sostegno di capo consulente scientifico dell’UE, Anne Glover, che lo ha descritto come “un autorevole, dichiarazione congiunta delle accademie scientifiche nazionali degli Stati membri dell’Unione Europea.” “Le conclusioni della relazione sono basate sulle migliori evidenze possibili e mi approvano le sue conclusioni con tutto il cuore”, ha detto Glover EurActiv in una intervista . In Europa, i paesi che non abbracciano OGM “dovranno affrontare particolari problemi con l’uso di fertilizzanti, la disponibilità di acqua e il degrado dei suoli”, avverte il rapporto, sottolineando che i miglioramenti nei rendimenti agricoli per le principali colture sono rimasti “limitata o non -esistente “negli ultimi dieci anni. “Produrre più cibo richiede sostenibile colture che fanno un uso migliore delle risorse limitate tra terra, acqua e fertilizzanti”, che può essere raggiunto attraverso la valorizzazione delle risorse genetiche vegetali, la relazione osserva. “Ma finché le politiche comunitarie in materia di agricoltura e l’ambiente sono fuori allineamento con la necessità di innovare, l’ambizione di migliorare l’agricoltura sarà sventato”, avverte.

Scienza contestata

Più preoccupante per gli attivisti verdi, il rapporto fornisce una clamorosa approvazione di studi scientifici che hanno concluso che gli OGM erano sicuri per l’ambiente e per il consumo umano. “La letteratura scientifica mostra alcuna prova convincente di associare tali colture, oggi coltivata in tutto il mondo per più di 15 anni, ei rischi per l’ambiente o con rischi per la sicurezza per il cibo”, il EASAC relazione afferma. “Le dichiarazioni di impatti negativi sono stati spesso basati sulla scienza impugnata,” aggiunge, dicendo che “alcuni critici hanno falsamente attribuito gli effetti di un tratto specifico dei mezzi utilizzati per introdurre alla pianta”. Ad esempio, la relazione EASAC dice coltivare una coltura GM con una maggiore resistenza agli erbicidi può risultare dannoso per l’ambiente se l’agricoltore eccessiva utilizza tale erbicida. “Ma lo stesso sarebbe vero di resistenza agli erbicidi introdotta da allevamento convenzionale”, dice il rapporto. “Ogni nuovo strumento o la tecnologia può avere effetti non voluti e indesiderati se usato incautamente.” Glover ha detto che ha pienamente approvato la dichiarazione EASAC. “Non ci sono prove che le tecnologie GM sono ogni più rischiosi di tecnologie di riproduzione convenzionali e questo è stato confermato da migliaia di progetti di ricerca,” ha detto a EurActiv. “Nei miei vista consumatori possono credere nella straordinaria quantità di prove che dimostrano che la tecnologia GM non è più rischioso di qualsiasi tecnologia tradizionale coltivazione delle piante. Il Rapporto EASAC è un importante contributo a questo dibattito in quanto riflette la visione degli scienziati più eminenti d’Europa “.

Séralini studio ‘irrimediabilmente viziato’

Eppure, una recente ricerca scientifica ha richiamato l’attenzione sugli effetti a lungo termine che gli OGM potrebbero avere sulla salute animale o umana. Uno  studio condotto da ricercatori dell’Università di Caen  ha trovato che i ratti nutriti con mais NK603 OGM della Monsanto o esposti a più venduto diserbante Roundup della società erano a più alto rischio di tumori soffrono, danni multiorgano e morte prematura. La ricerca, guidata dal biologo Gilles-Éric Séralini, riacceso polemiche alimenti GM in Francia, dove la biotecnologia è impopolare e coltivazione di colture geneticamente modificate è vietato. I ricercatori Caen hanno sostenuto che il loro test vita di ratti erano più pertinenti rispetto alle prove di alimentazione di 90 giorni che sono alla base delle approvazioni delle colture geneticamente modificate, da ben tre mesi è solo l’equivalente della prima età adulta nei ratti. Ma Glover ha respinto lo studio Séralini per essere “irrimediabilmente compromesse”, dicendo che decine di recensioni indipendenti avevano contestato le sue conclusioni.

“E ‘semplicemente cattiva scienza e la reputazione della rivista che ha pubblicato di aver subito a causa”, ha detto, invitando il gruppo di ricercatori di rivelare le loro fonti di finanziamento per motivi di trasparenza.

Studio EASAC ‘90% non-industria finanziata ‘

EASAC ha anche cercato di placare i critici verdi che sostengono che la maggior parte degli studi scientifici sulla sicurezza degli OGM sono di parte perché sono svolte da ricercatori che sono pagati da gruppi di pressione industriali.

“Stimiamo che circa il 90% della letteratura su cui si basano le conclusioni della relazione è il non-industria finanziata, peer-reviewed di ricerca”, ha detto Sofie Vanthournout, capo dell’ufficio di Bruxelles del EASAC. “In questo caso specifico, particolare attenzione è stata presa al fine di garantire che nessuno degli esperti ha avuto forti legami con l’industria, anche se un certo livello di connessioni del settore non può essere completamente escluso”, ha detto a EurActiv, dicendo che il rapporto includeva diversi peer-review giri da parte di esperti esterni e le accademie scientifiche.

Eppure, anche la scienza più convincente sembra impotente quando il dibattito sugli OGM entra nella sfera politica. Sondaggi di opinione condotti da  Eurobarometro  e altre agenzie sondaggi mostrano un alto livello di sfiducia nelle colture GM, con una maggioranza di consumatori respingono la tecnologia. Il rapporto EASAC riconosciuto questo, dicendo che “i politici – memore dei loro elettori – può scegliere di ignorare” consulenza scientifica e di invocare clausole di salvaguardia per vietare la coltivazione di OGM. Ma dice anche l’atteggiamento del pubblico “non sono immutabili”. Per esempio, una parte del sospetto che circonda OGM è legato alla questione dei diritti di proprietà intellettuale, con molte persone e agricoltori fermamente che respingono l’idea che gli organismi viventi possono mai essere brevettato. Tuttavia, EASDAC crede che questo sia “un problema si riduca” perché la proprietà più intellettuale è ora condivisa o concesso in licenza gratuita per uso pubblico.”Anche se la prima generazione di prodotti geneticamente modificati erano di proprietà intellettuale di multinazionali, gli sviluppi più recenti delle colture GM in Africa e altrove sono stati spesso pubblicamente finanziato con il sostegno di fondazioni e agenzie internazionali”, si osserva.

Le nuove tecnologie di allevamento delle piante

Il rapporto EASAC richiama anche l’attenzione alle aree grigie emergenti nel regolamento. Si dice che alcune colture ottenute con le nuove tecniche di coltivazione delle piante possono essere considerati OGM – e quindi vietati per la coltivazione – anche se questi non contengono le specie straniere nei loro geni. “Così un esame immediato per i regolatori europei è quello di confermare che quando le piante non contengono DNA estraneo, non rientrano nell’ambito di applicazione della legislazione sugli OGM”, ha detto EASAC. In futuro, una riforma più radicale della regolamentazione sugli OGM dovrebbe concentrarsi su un’analisi dei rischi e dei benefici, piuttosto che da solo rischio, si dice. Glover ha accettato, dicendo l’Europa non deve perdere le opportunità offerte dalle tecnologie di allevamento delle piante emergenti. “Non dobbiamo dimenticare che ci sono anche altre nuove tecnologie di allevamento delle piante promettenti, post-GM, e non dobbiamo commettere l’errore di regolazione a morte, come abbiamo fatto con GM.”

POSIZIONI: 

Adrian Bebb , attivista cibo a Friends of the Earth Europe , ha sottolineato la ricerca presso l’Università di Canterbury in Nuova Zelanda che mostra che l’uso di GM in Nord America aveva limitato le rese e il maggior uso di pesticidi rispetto all’agricoltura non-GM in Europa occidentale. “La ricerca dimostra che l’Europa sta riducendo l’uso di pesticidi e di aumentare le rese -. Senza colture GM Questo contrasta fortemente con i paesi GM-affamati come gli Stati Uniti e il Canada, che si trovano bloccati su un tapis roulant pesticidi E ‘un vero peccato che la EASAC non. riconoscere questo e invece ne esce con piuttosto antiquato argomenti “. “Invece di sprecare tempo e denaro per promuovere una tecnologia OGM fallito che nessuno vuole l’istituzione scientifica dovrebbe soluzioni sostenibili, torna pratici. L’Europa ha bisogno di più piccola scala sistemi di produzione agricola che proteggono la biodiversità, aumentare la fertilità del suolo, offrono buon cibo e affrontare il cambiamento climatico “.

Fonte: euractiv.com

“L’uomo è responsabile del riscaldamento globale in atto”, IPCC conferma

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Il riscaldamento globale è in atto e l’uomo è il principale responsabile dei cambiamenti climatici. A confermarlo è l’ultimo rapporto sul clima dell’IPCC (Intergovernmental panel on climate change) presentato venerdì scorso a Stoccolma. Secondo il rapporto molti dei cambiamenti osservati dal 1950 a oggi sono senza precedenti su una scala temporale che va dalle decine di anni ai millenni. Oceani e atmosfera si sono riscaldati, la quantità di neve e ghiaccio è diminuita, i livelli dei mari si sono alzati e sono aumentate le concentrazioni di gas serra in atmosfera. Tra 1880 e 2012, la temperatura media della Terra, ossia quella della superficie degli oceani e delle terre emerse combinate insieme, è cresciuta di 0,85 gradi Celsius. Per il livello del mare l’intervallo di tempo è lievemente differente, tra 1901 e 2010, e l’aumento in questo caso è di 19 centimetri. Secondo il rapporto il cambiamento del clima è causato dalle attività umane al 95-100 per cento o comunque è “estremamente probabile”. In base al rapporto, dal 1750 a causa dell’uso di combustibili fossili, agricoltura e deforestazione, la concentrazione atmosferica dei tre principali gas serra è aumentata e il record è stato raggiunto dalla CO2 che ha segnato un 40 per cento. Il rapporto spiega inoltre che entro questo secolo, le temperature aumenteranno fino a un massimo di 4,8 gradi Celsius e il livello del mare salirà da un minimo di 26 centimetri a un massimo di 82 centimetri. Ognuno degli ultimi tre decenni, inoltre, è stato più caldo di quello precedente e, in generale, più caldo di qualsiasi periodo negli ultimi 1400 anni. In particolare, il primo decennio del XXI secolo è stato in assoluto il più caldo dal 1850. Alla luce del nuovo report dell’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change), Greenpeace chiede “ai governi di agire subito sui cambiamenti climatici”. Il report, secondo l’associazione, “mette in allarme su un intensificarsi degli impatti, ma mostra anche che si può ancora agire per prevenire gli effetti più disastrosi”. “L’unica risposta sensata ai segnali allarmanti che ci manda il Pianeta è l’azione immediata. Purtroppo chi è entrato in azione si trova ora in galera in Russia, mentre i responsabili del caos climatico sono protetti dai governi di tutto il mondo”, ha affermato Andrea Boraschi, responsabile clima di Greenpeace, riferendosi ai 30 attivisti e membri dell’equipaggio della Arctic Sunrise agli arresti. “Per salvare il clima e garantire un futuro ai nostri figli – prosegue – l’unica strada percorribile è quella delle energie rinnovabili. L’era dei combustibili fossili va definitivamente archiviata”. “La buona notizia di questo documento – dice ancora Greenpeace – è che abbiamo ancora una possibilità per scegliere il nostro futuro. Se i governi rispettano gli obiettivi che si sono dati e per i quali non si stanno impegnando come dovrebbero, se avviamo veramente la rivoluzione energetica nel segno dell’efficienza e delle rinnovabili, allora possiamo farcela”.

A.P.

Fonte: il cambiamento